mercoledì 7 novembre 2012

Paradiso è un luogo, ove "nihil est quod nolis, totum est quod velis"; ivi non troverai cosa che ti dispiaccia, e troverai tutto quel che vuoi. "Nihil est, quod nolis".

Catecismo para niños



TRE MEDITAZIONI SUL PARADISO

MED. I. Del paradiso. 

Oh beati noi, se in questa terra soffriremo con pazienza i travagli della vita presente! Finiranno un giorno le angustie, i timori, le infermità, le persecuzioni e tutte le croci: e queste, se ci salviamo, diventeranno tutte per noi oggetti di allegrezza e di gloria in paradiso: "Tristitia vestra (ci fa animo il Signore) vertetur in gaudium" (Io. 16. 20). Sono sì grandi le delizie del paradiso, che da noi mortali non possono né spiegarsi, né capirsi: "Oculus non vidit (dice l'Apostolo), nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit, quae praeparavit Deus iis, qui diligunt illum" (I Cor. 2. 9). Occhio non vide mai bellezze simili alle bellezze del paradiso: orecchio non mai udì armonie simili all'armonie del paradiso: né può il cuore umano giungere a comprendere i contenti, che ha preparati Iddio a coloro che l'amano. È bello vedere una campagna ornata di colline, di piani, di boschi e di marine. È bello il vedere un giardino pieno di frutta, di fiori e di fontane. Oh quanto è più bello il paradiso!

Per intendere quanto sieno grandi i gaudii del paradiso, basta sapere che in quel regno beato risiede un Dio onnipotente, applicato a rendere beate l'anime sue dilette. Dice S. Bernardo1 che il paradiso è un luogo, ove "nihil est quod nolis, totum est quod velis"; ivi non troverai cosa che ti dispiaccia, e troverai tutto quel che vuoi. "Nihil est, quod nolis". In paradiso non vi è notte, né stagioni di verno e di state, ma un continuo giorno sempre sereno ed una continua primavera sempre deliziosa. Non vi sono più persecuzioni o invidie, perché ivi tutti si amano sinceramente, e ciascuno gode del bene dell'altro, come fosse proprio. Non vi sono più infermità, né dolori, perché il corpo non è più soggetto a patire: non vi è povertà, perché ognuno è ricco appieno, e non ha più che desiderare: non vi sono più timori, perché l'anima confermata in grazia non può più peccare e perdere il sommo bene.

"Totum est, quod velis". In paradiso avrai quanto desideri.
Ivi è contentata la vista in veder quella città così bella ed i suoi cittadini tutti vestiti alla regale, perché tutti sono re di quel regno eterno. Vedremo ivi la bellezza di Maria, che comparirà più bella, che non sono tutti gli Angeli e santi insieme. Vedremo la bellezza di Gesù, che supererà poi immensamente la bellezza di Maria. Sarà contento l'odorato con quei odori di paradiso. Sarà contento l'udito colle armonie celesti e coi canti de' beati, che tutti con dolcezza somma canteranno le divine lodi in eterno.
Ah mio Dio, io non merito il paradiso, ma l'inferno; ma la vostra morte mi dà speranza di ottenerlo. Io desidero e vi domando il paradiso, non tanto per godere, quanto per amarvi eternamente, sicuro di non potervi più perdere.
Madre mia Maria, o stella del mare, voi colle vostre preghiere avete da condurmi in paradiso.

1 [21.] S. BERNARDUS, De diversis, serm. 16, n. 7; PL 183, 582: «Ibi nihil deest: ecce abundantia qua impletur humana cupiditas. Quae est ita copia, ubi nihil quod nolis sit, totum sit quod velis».






MED. II. Del paradiso. 


Figuriamoci un'anima, che uscendo da questo mondo entra nell'eternità in grazia di Dio. Ella si presenta tutta piena d'umiltà e di confidenza innanzi a Gesù suo giudice e Salvatore. Gesù l'abbraccia, la benedice e le fa sentire quelle dolci parole: Anima diletta allegramente, già sei salva: "Veni sponsa mea, veni coronaberis".1 Se l'anima ha bisogno di purgarsi, la manda al purgatorio,2 ed ella tutta rassegnata abbraccia il castigo, poich'ella3 stessa non vuol entrare in cielo, in quella patria di purità, se non è tutta purificata. Viene l'Angelo custode per condurla al purgatorio, ella prima lo ringrazia dell'assistenza fattale in vita e poi ubbidiente lo siegue.
Ah mio Dio, quando sarà questo giorno, che mi vedrò fuori di questa terra di pericoli, sicuro di non potervi più perdere? Sì volentieri andrò al purgatorio, che mi spetta: lieta abbraccerò ogni pena: mi basterà l'amarvi in quel fuoco con tutto il mio cuore, giacché ivi non amerò altri che voi.

Compita la purga, l'Angelo tornerà e le dirà: Via su, anima bella, è finita la pena, vieni a godere la faccia del tuo Dio, che t'aspetta in paradiso. Ecco l'anima già passa le nubi, passa le sfere, le stelle ed entra nel cielo. Oh Dio che dirà in entrare in quella patria bella, e in dar la prima occhiata a quella città di delizie! Gli Angeli e' santi e specialmente i suoi santi avvocati le verranno ad incontro,4 e con giubilo le daranno il benvenuto, con dirle: Benvenuta compagna nostra, benvenuta.
Ah Gesù mio, fatemene degno.

Qual consolazione avrà ella in incontrarsi ivi co' suoi parenti ed amici entrati già prima in cielo! Maggiore poi sarà il suo gaudio in vedere la sua regina Maria ed in baciarle i piedi, ringraziandola di quante grazie le ha fatte. La regina l'abbraccerà ed ella stessa la presenterà a Gesù, che l'accoglierà come sposa. E Gesù poi la presenterà al suo Padre divino, che abbracciandola, la benedirà dicendo: "Intra in gaudium Domini tui".5 E così la farà beata della stessa beatitudine, ch'egli gode.
Ah mio Dio, fate ch'io6 v'ami assai in questa vita, acciocché v'ami assai in eterno. Voi siete l'oggetto più degno d'esser7 amato, voi meritate tutto il mio amore, io non voglio amare altro che voi. Datemi voi la grazia per eseguirlo.
E voi, Maria, madre mia, proteggetemi.

1 [24.] Cant., 4, 8: «Veni de Libano, sponsa mea», etc. 

5 [19.] Matth., 25, 21. 





File:Par 27.jpg

MED. III. Del paradiso.

Le bellezze de' santi, le armonie celesti e tutte l'altre delizie del paradiso sono i minori pregi del paradiso. Il bene che fa l'anima appieno beata è il vedere ed amare Dio da faccia a faccia. Dice S. Agostino1 che se Dio facesse vedere la sua bella faccia a' dannati, l'inferno con tutte le sue pene diventerebbe per essi un paradiso. Anche in questa terra, quando Dio nell'orazione fa gustare la sua dolce presenza ad un'anima, e con un raggio di luce le scovre2 la sua bontà e l'amore che le porta, è tanto il contento che l'anima si sente liquefare e struggere d'amore; e pure in questa vita noi non possiamo vedere Dio qual'è, lo vediamo all'oscuro, come dietro di un denso velo: che sarà, quando Dio si toglierà davanti il velo e si farà vedere da faccia a faccia alla scoverta?3
Signore, io per avervi voltate le spalle non sarei più degno di vedervi, ma fidato nella vostra bontà spero di vedervi ed amarvi per sempre in paradiso. Parlo così, perché parlo con un Dio, ch'è morto per darmi il paradiso.

In questa terra l'anime amanti di Dio sono bensì le più contente, ma non possono godere quaggiù un contento pieno e perfetto: quel timore, che non sanno se sono degne dell'amore o dell'odio del loro amato Signore, le mantiene quasi sempre in pena. Ma in paradiso l'anima è sicura che ama Dio ed è amata da Dio, e vede che quel dolce laccio d'amore, che la tiene unita con Dio, non si scioglierà mai più in eterno. Accrescerà le fiamme il conoscer4 meglio allora, qual amore è stato quello di Dio in essersi fatt'uomo5 ed aver voluto per lei morire: di più in essersi dato a lei nel sagramento dell'Eucaristia. Accrescerà l'amore il vedere allora distintamente le grazie, che le ha fatte per condurla in cielo: vedrà che quelle croci inviatele in vita sono state tutti tiri del suo affetto per renderla beata. Vedrà poi le misericordie, che le ha usate, i lumi e le chiamate a penitenza. Vedrà su da quel mondo beato tante anime dannate già nell'inferno per meno peccati de' suoi, ed ella si vedrà già salva, che possiede Dio, sicura di non poterlo più perdere per tutta l'eternità.
Gesù mio, Gesù mio, quando verrà questo giorno per me troppo felice?

Compirà la felicità del beato il sapere con sicurezza che quel Dio che allora gode, l'avrà da godere in eterno. Se ne' beati entrasse timore, che avessero a perdere quel Dio che godono, il paradiso non sarebbe più paradiso. Ma no, il beato è certo, come è certo di Dio, che quel sommo bene che gode, l'ha da godere per sempre. Quel gaudio poi niente mancherà col tempo, egli sarà sempre nuovo. Sarà il beato sempre contento e sempre sitibondo di quel contento: sempre all'incontro sitibondo e sempre saziato.
Quando dunque ci vediamo afflitti da' travagli di questa terra alziamo gli occhi al cielo e consoliamoci dicendo: Paradiso, paradiso. Finiranno le pene un giorno, anzi queste medesime diventeranno oggetti di allegrezza. Ci aspettano i santi, ci aspettano gli Angeli, ci aspetta Maria; e Gesù sta colla corona in mano per coronarci, se gli saremo fedeli.
Ah mio Dio, quando sarà quel giorno, che giungerò a possedervi e potrò dirvi: Amor mio, non vi posso perdere più?
O Maria, speranza mia, non lasciate di pregare per me, finché non mi vediate già salvo a' piedi vostri in paradiso.

1 [30.] Ps. AUGUST., De triplici tabernaculo, c. 4; PL 40, 995: «Cuius faciem si omnes carcere inferni inclusi viderent, nullam poenam, nullum dolorem, nullamque tristitiam sentirent: cuius praesentia si in inferno cum sanctis habitatoribus appareret, continuo infernus converteretur in amoenum paradisum» (cfr. Glorieux, 28). 
5 [20.] fatt'uomo) fatto uomo B B1 B2. 

(Sant’Alfonso Maria de’ Liguori)

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