mercoledì 31 luglio 2019

Come ghigliottinato ... dottor Alan Josephson

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La ghigliottina ideologica del Pensiero unico colpisce ancora e stavolta la vittima è il dottor Alan Josephson, primario della Scuola di Medicina Pediatrica e di Psichiatria e Psicologia dell’età dello sviluppo dell’Università di Louisville, negli Stati Uniti, licenziato dopo ben 43 anni di onorato servizio dopo aver espresso le sue idee durante un “think tank” riguardo il gender, in particolare la disforia di genere in età giovanile.
Nello specifico, come riporta il sito dell’Alliance Defending Freedom, Josephson V. Benpaudi avrebbe partecipato ad una tavola rotonda presso la Heritage Foundation per esprimere il suo parere sugli approcci terapeutici nei giovani con disforia di genere, in quanto testimone esperto e diretto di casi vissuti e affrontati nella sua lunga carriera di medico psichiatra. Senza peli sulla lingua, né possibilità di fraintendimenti, il professore avrebbe detto chiaramente che l’identità di genere non ha basi scientifiche, in quanto ciò ipotizzerebbe qualcosa di assurdo e cioè che «la nozione di identità di genere dovrebbe avere la meglio sui cromosomi, sugli ormoni, sugli organi riproduttivi […] dal momento che questa classificazione degli individui [proposta dal gender] è in opposizione alla scienza medica».
La voce del buon sensoTutto ciò, in un contesto scientifico che dovrebbe essere basato sul libero confronto, avrebbe irritato alcuni suoi colleghi presenti, che in seguito si sarebbero spinti al punto di chiedere all’università di prendere provvedimenti disciplinari che, purtroppo, non sono tardati ad arrivare. L’illustre professore, infatti, sarebbe stato prima dequalificato ad un ruolo minore e poi licenziato.
Per questo motivo gli avvocati dell’Alliance Defending Freedom avrebbero intentato una causa a nome del professor Josephson, alcuni giorni fa, contro i funzionari dell’Università di Louisville
Come ha affermato uno degli avvocati dell’Adf, Travis Barham «Le università dovrebbero essere un libero luogo di scambio ma l’Università di Louisville si sta trasformando nella catena di montaggio di un solo tipo di pensiero. Il dottor Josephson ha avuto una lunga e brillante carriera presso l’università di Louisville, ha creato e diretto importanti studi di psichiatria infantile. È assurdo che le università pubbliche si prendano la briga di licenziare professori semplicemente perché hanno una visione delle cose diversa rispetto a quella dei loro colleghi, esattamente com’è successo in questo caso».
Per questo motivo la causa “Josephson v. Bendapudi”, depositata presso la Corte distrettuale del Kentucky, intende mettere in discussione le azioni disciplinari intraprese dall’università di Louisville contro il professore stesso, in quanto costituirebbero di fatto una grave violazione della libertà di parola garantita dalla Costituzione americana e, come sottolinea ancora l’avvocato Barham, con l’intento di specifico di assicurare che in futuro «Né lui né nessun altro osi esprimere punti di vista ritenuti “discutibili” su questioni mediche e psichiatriche».
Manuela Antonacci

Stanno col lupo o con il cacciatore? Meccanismo perverso. Difendiamo i bambini della Nuova Era

Morcavallo

questa era la situazione..

POSTATO IL  AGGIORNATO IL 
…già tempo fa.. riporto un articolo di panorama perché contiene ulteriori conferme delle ipotesi che verifica mia figlia da 11 mesi e altri numeri , eccolo:
Li chiamano affidi, ma troppo spesso sono uno scippo
Il più osceno business italiano: il troppo facile affidamento di decine di migliaia di bambini e bambine all’implacabile macchina della giustizia
11 novembre 2013
Panorama Li chiamano affidi, ma troppo spesso sono uno scippo
Ada Masella
Francesco Morcavallo, ex giudice presso il tribunale dei minorenni di Bologna – Credits: Ada Masella
Sembra un uomo pensoso e forse triste, Francesco Morcavallo. Se davvero lo è, il motivo è una sconfitta. Perché, malgrado una battaglia durata quasi quattro anni, non è riuscito a smuovere di un millimetro quello che ritiene un «meccanismo perverso» e insieme «il più osceno business italiano»: il troppo facile affidamento di decine di migliaia di bambini e bambine all’implacabile macchina della giustizia.
Dal settembre 2009 al maggio 2013 giudice presso il Tribunale dei minorenni di Bologna, Morcavallo ne ha visti tanti, di quei drammatici percorsi che iniziano con la sottrazione alle famiglie e finiscono con quello che lui definisce l’«internamento» (spesso per anni) negli istituti e nelle comunità governati dai servizi sociali. Da magistrato, Morcavallo ha combattuto una guerra anche culturale contro quello che vedeva intorno a sé. Ha tentato di correggere comportamenti scorretti, ha cercato di contrastare incredibili conflitti d’interesse. Ha anche denunciato abusi e qualche illecito. È stato a sua volta colpito da esposti, e ne è uscito illeso, ma poi non ce l’ha fatta e ha cambiato strada: a 34 anni ha lasciato la toga e da pochi mesi fa l’avvocato a Roma, nello studio paterno. Si occupa di società e successioni. E anche di diritto della famiglia, la sua passione.
Dottor Morcavallo, quanti sono in un anno gli allontanamenti decisi da un tribunale dei minori «medio», come quello di Bologna? Sono decine, centinaia?
Sono migliaia. Ma la verità è che nessuno sa davvero quanti siano, in nessuna parte d’Italia. Lo studio più recente, forse anche l’unico in materia, è del 2010: il ministero del Lavoro e delle politiche sociali calcolava che al 31 dicembre di quell’anno i bambini e i ragazzi portati via dalle famiglie fossero in totale 39.698. Solo in Emilia erano 3.599. Ma la statistica ministeriale è molto inferiore al vero; io credo che un numero realistico superi i 50 mila casi. E che prevalga l’abbandono.
L’abbandono?
Quando arrivai a Bologna, nel 2009, c’erano circa 25 mila procedimenti aperti, moltissimi da tanti, troppi anni. Trovai un fascicolo che risaliva addirittura al 1979: paradossalmente si riferiva a un mio coetaneo, evidentemente affidato ancora in fasce ai servizi sociali e poi «seguito» fino alla maggiore età, senza interruzione. Il fascicolo era ancora lì, nessuno l’aveva mai chiuso.
E che cos’altro trovò, al Tribunale di Bologna?
Noi giudici togati eravamo in sette, compreso il presidente Maurizio Millo. Poi c’erano 28-30 giudici onorari: psicologi, medici, sociologi, assistenti sociali.
Come si svolgeva il lavoro?
I collegi giudicanti, come previsto dalla legge, avrebbero dovuto essere formati da due togati e da due onorari: scelti in modo automatico, con logiche neutrali, prestabilite. Invece regnava un’apparente confusione. Il risultato era che i collegi si componevano «a geometria variabile». Con un solo obiettivo.
Cioè?
In aula si riuniva una decina di giudici, che trattavano i vari casi; di volta in volta i quattro «decisori» che avrebbero poi dovuto firmare l’ordinanza venivano scelti per cooptazione, esclusivamente sulla base delle opinioni manifestate. Insomma, tutto era organizzato in modo da fare prevalere l’impostazione dei servizi sociali, sempre e inevitabilmente favorevoli all’allontanamento del minore.
E lei che cosa fece?
Iniziai da subito a scontrarmi con molti colleghi e soprattutto con il presidente Millo. Le nostre impostazioni erano troppo diverse: io sono sempre stato convinto che l’interesse del minore debba prevalere, e che il suo restare in famiglia, là dov’è possibile, coincida con questo interesse. È la linea «meno invasiva», la stessa seguita dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Gli altri giudici avevano idee diverse dalle sue?
Sì. Erano per l’allontanamento, quasi sempre. Soltanto un collega anziano la vedeva come me: Guido Stanzani. Era magistrato dal 1970, un uomo onesto
e serio. E anche qualche giudice onorario condivideva il nostro impegno: in particolare lo psicologo Mauro Imparato.
Che cosa accadeva? Come si aprivano i procedimenti?
Nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di allontanamenti dalle famiglie per motivi economici o perché i genitori venivano ritenuti «inadeguati».
Che cosa vuol dire «inadeguato»?
Basta che arrivi una segnalazione dei servizi sociali; basta che uno psicologo stabilisca che i genitori siano «troppo concentrati su se stessi». In molti casi, è evidente, si tratta di vicende strumentali, che partono da separazioni conflittuali. Il problema è che tutti gli atti del tribunale sono inappellabili.
Perché?
Perché si tratta di provvedimenti formalmente «provvisori». L’allontanamento dalla famiglia, per esempio, è per sua natura un atto provvisorio. Così, anche se dura anni, per legge non può essere oggetto di una richiesta d’appello. Insomma non ci si può opporre; nemmeno il migliore avvocato può farci nulla.
Tra le cause di allontanamento, però, ci sono anche le denunce di abusi sessuali in famiglia. In quei casi non è bene usare ogni possibile cautela?
Dove si trattava di presunte violenze, una quota comunque inferiore al 5 per cento, io a Bologna ho visto che molti casi si aprivano irritualmente a causa di lettere anonime. Era il classico vicino che scriveva: attenzione, in quella casa molestano i figli. Non c’era nessuna prova. Ma i servizi sociali segnalavano e il tribunale allontanava. Un arbitrio e un abuso grave, perché una denuncia anonima dovrebbe essere cestinata. Invece bastava a giustificare l’affido. Del resto, se si pensa che molti giudici onorari erano e sono in conflitto d’interesse, c’è di che capirne il perché.
Che cosa intende dire?
Chi sono i giudici onorari? Sono psicologi, sociologi, medici, assistenti sociali. Che spesso hanno fondato istituti. E a volte addirittura le stesse case d’affido che prendono in carico i bambini sottratti alle famiglie, e proprio per un’ordinanza cui hanno partecipato.
Possibile?
A Bologna mi trovai in udienza un giudice onorario che era lì, contemporaneamente, anche come «tutore» del minore sul cui affidamento dovevamo giudicare.
Ma sono retribuiti, i giudici onorari?
Sì. Un tanto per un’udienza, un tanto per ogni atto. Insisto: certi fanno 20-30 udienze a settimana e incassano le parcelle del tribunale, ma intanto lavorano anche per gli istituti, le cooperative che accolgono i minori. È un business osceno e ricco, perché quasi sempre bambini e ragazzi vengono affidati ai centri per mesi, spesso per anni. E le rette a volte sono elevate: ci sono comuni e aziende sanitarie locali che pagano da 200 a oltre 400 euro al giorno. Diciamo che il business è alimentato da chi ha tutto l’interesse che cresca.
È una denuncia grave. Il fenomeno è così diffuso? Possibile che siano tutti interessati, i giudici onorari? Che tutti i centri d’affido guardino solo al business?
Ma no, certo. Anche in questo settore c’è il cattivo e c’è il buono, anzi l’ottimo. Ovviamente c’è chi lavora in modo disinteressato. Però il fenomeno si alimenta allo stesso modo per tutti. I tribunali dei minori non scelgono dove collocare i minori sottratti alle famiglie, ma guarda caso quella scelta spetta ai servizi sociali. Comunque la crescita esponenziale degli affidi e delle rette è uguale per i buoni come per i cattivi. E c’è chi ci guadagna.
Per lei sono più numerosi gli istituti buoni o i cattivi?
Non lo so. A mio modo di vedere, buoni sono quelli che favoriscono il contatto tra bambini e famiglie. Ce ne sono alcuni. Io ne conosco 2 o 3.
Ma, scusi: i giudici onorari chi li nomina?
Il diretto interessato presenta la domanda, il tribunale dei minori l’approva, il Consiglio superiore della magistratura ratifica.
E nessuno segnala i conflitti d’interessi? Nessuno li blocca?
Dovrebbero farlo, per legge, i presidenti dei tribunali dei minori. Potrebbe farlo il Csm. Invece non accade mai nulla. L’associazione Finalmente liberi, cui ho aderito, è tra le poche che hanno deciso d’indagare e lo sta facendo su vasta scala. Sono stati individuati finora un centinaio di giudici onorari in evidente conflitto d’interessi. Li denunceremo. Vedremo se qualcuno ci seguirà.
Quanto può valere quello che lei chiama «business osceno»?
Difficile dirlo, nessuno controlla. In Italia non esiste nemmeno un registro degli affidati, come accade in quasi tutti i paesi occidentali.
Ipotizzi lei una stima.
Sono almeno 50 mila i minori affidati: credo costino 1,5 miliardi l’anno. Forse di più.
Torniamo a Bologna. Nel gennaio 2011 accadde un fatto grave: un neonato morì in piazza Grande. Fu lì che esplose il conflitto fra lei e il presidente del tribunale dei minori. Come andò?
La madre aveva partorito due gemelli dieci giorni prima. Uno dei due morì perché esposto al freddo. Che cosa era successo? In realtà la famiglia, dichiarata indigente, aveva altri due bambini più grandi, entrambi affidati ai servizi sociali. Il caso finì sulla mia scrivania. Indagai e mi convinsi che quella morte era dovuta alla disperazione. I genitori avevano una casa, contrariamente a quel che avevano scritto i giornali, ma ne scapparono perché terrorizzati dalla prospettiva che anche i due neonati fossero loro sottratti.
E a quel punto che cosa accadde?
Il presidente Millo mi chiamò. Disse: convochiamo subito il collegio e sospendiamo la patria potestà. Risposi: vediamo, prima, che cosa decide il collegio. Millo avocò a sé il procedimento, un atto non previsto da nessuna norma. Allora presentai un esposto al Csm, denunciando tutte le anomalie che avevo visto. E Stanzani un mese dopo fece un altro esposto. Ne seguirono uno di Imparato e uno degli avvocati familiaristi emiliani.
Fu allora che si scatenò il contrasto?
Sì. Fui raggiunto da un provvedimento cautelare disciplinare del Csm. Venni accusato di avere detto che nel Tribunale dei minori di Bologna si amministrava una giustizia più adatta alla Corea del Nord, di avere denigrato il presidente Millo. Fui trasferito a Modena, come giudice del lavoro. Venne trasferito anche Stanzani, mentre Imparato fu emarginato. Nel dicembre 2011, però, la Cassazione a sezioni unite annullò quella decisione criticando duramente il Csm perché non aveva ascoltato le mie ragioni, né aveva dato seguito alle mie denunce.
Così lei tornò a Bologna?
Sì. Ma per i ritardi del Csm, anch’essi illegittimi, il rientro avvenne solo il 18 settembre 2012. Millo nel frattempo era andato via, ma non era cambiato gran che. Fui messo a trattare i casi più vecchi: pendenze che risalivano al 2009. Fui escluso da ogni nuovo procedimento di adottabilità. Capii allora perché un magistratro della procura generale della Cassazione qualche mese prima mi aveva suggerito di smetterla, che stavo dando troppo fastidio a gente che avrebbe potuto farmi desistere con mezzi potenti.
Sta dicendo che fu minacciato?
Mettiamola così: ero stato caldamente invitato a non rompere più le scatole. Capii che era tutto inutile, che il muro non cadeva. Intanto, in marzo, Stanzani era morto. Decisi di abbandonare la magistratura.
E ora?
Ora faccio l’avvocato. Ma lavoro da fuori perché le cose cambino. Parlo a convegni, scrivo, faccio domande indiscrete.
Che cosa chiede?
Per esempio che i magistrati delle procure presso i tribunali dei minori vadano a controllare i centri d’affido: non lo fanno mai, ma è un vero peccato perché troverebbero sicuramente molte sorprese. Chiedo anche che il Garante nazionale dell’infanzia mostri più coraggio, che usi le competenze che erroneamente ritiene di non avere, che indaghi. Qualcuno dovrà pur farlo. È uno scandalo tutto italiano: va scoperchiato.
e io sono perfettamente d’accordo, va scoperchiato.
Amaro che nel febbraio 2014 poi mia figlia e molti altri Minori per riempire fino al limite la stessa casa famiglia siano stati rapiti,
amaro che proprio il garante infanzia sembri, e dico sembri per la mia esperienza e purtroppo quella di mia figlia, non solo non voler fare assolutamente nulla, ma essere impegnatissimo a coprire tutti gli abusi sui Minori ed a tutelare solo la propria poltrona.
sempre per la serie stanno col lupo o con il cacciatore…
poi è simpatico che ogni tanto, a parole, sembrino tutelare i Minori.
ma a fatti…
dice non so il motto dell’arma dei carabinieri forse, sempre per la serie a parole son bravi tutti,
RES NON VERBA

Il ruolo di una donna, Maria, nella storia del mondo

"Gesù di Nazaret", terzo volume. 

Il ruolo di una donna, Maria, nella storia del mondo


Il ruolo di una donna, Maria, nella storia del mondo


[La genealogia di Matteo] termina con una donna: Maria che, in realtà, è un nuovo inizio e relativizza l’intera genealogia. 
Attraverso tutte le generazioni, tale genealogia aveva proceduto secondo lo schema: «Abramo generò Isacco…». Ma alla fine compare una cosa ben diversa. Riguardo a Gesù non si parla più di generazione, ma si dice: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo» (Mt 1,16). 

Nel successivo racconto della nascita di Gesù, Matteo ci dice che Giuseppe non era il padre di Gesù e che egli intendeva ripudiare Maria in segreto a causa del presunto adulterio. E allora gli viene detto: «Ciò che in lei è stato concepito è opera dello Spirito Santo» (Mt 1,20). 
Così, l’ultima frase dà una nuova impostazione dell’intera genealogia. Maria è un nuovo inizio. Il suo bambino non proviene da alcun uomo, ma è una nuova creazione, è stato concepito per opera dello Spirito Santo. 
La genealogia rimane importante: Giuseppe è giuridicamente il padre di Gesù. Mediante lui, Egli appartiene secondo la Legge, «legalmente», alla tribù di Davide. E tuttavia viene da altrove, «dall’alto» – da Dio stesso. 
Il mistero del «di dove», della duplice origine, ci viene incontro in modo molto concreto: la sua origine è determinabile e, tuttavia, è un mistero. Solo Dio è nel senso proprio il «Padre» suo. La genealogia degli uomini ha la sua importanza riguardo alla storia del mondo. E, ciononostante, alla fine è Maria, l’umile vergine di Nazaret, colei in cui avviene un nuovo inizio, ricomincia in modo nuovo l’essere persona umana. 

Capitolo 1: «Di dove sei tu?» (Gv 19,9), PP. 15-16


Da L’infanzia di Gesù, di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Rizzoli – LEV, 2012

AVE MARIA PURISSIMA!

Obbedire



Dal Diario di santa Faustina K.

23.1.1937. Oggi non ho avuto voglia di scrivere. All'improvviso udii nell'anima una voce: «Figlia Mia, non vivi per te stessa, ma per le anime. Scrivi per il loro bene. Sai che è la Mia volontà, per quanto riguarda lo scrivere, già più volte i confessori te l'hanno confermata. Tu sai ciò che Mi è più gradito e se hai qualche dubbio sulle Mie parole sai a chi devi rivolgerti. Gli do lumi, affinché giudichi la Mia causa e il Mio occhio lo protegge. Figlia Mia, di fronte a lui devi essere come una bambina, piena di semplicità e di sincerità. Anteponi la sua opinione a tutte le Mie richieste. Egli ti guiderà secondo il Mio volere. Se non ti permette di attuare le Mie richieste, stai tranquilla: non ne farò una questione con te. Questa faccenda rimarrà fra Me e lui; tu devi obbedire».
AMDG et DVM

domenica 28 luglio 2019

MAGNIFICAT (8)


Spiegazione del quinto versetto del Magnificat:



"Et misericordia eius a progenie in progenies 
timentibus eum"
Eccoci alla seconda parte di questo Cantico divino, che è davvero il Cantico del Sacratissimo Cuore della Madre del Bell’Amore ed una prezio­sissima reliquia di questo Cuore Sacratissimo.
Dopo aver magnificato Dio per i favori infiniti di cui l’ha ricolmata, ed aver fatto questa profezia mirabile: «Beatam me dicent omnes generationes», che comprende un mondo di meraviglie che l’Onnipotente ha operato e che opererà in tutti i secoli e per l’eternità, al fine di rendere questa Vergi­ne Madre gloriosa e venerata in tutto l’universo, eccone un’altra - intendo dire un’altra profezia -, piena di consolazione per tutto il genere umano, specialmente per coloro che temono Dio, attraverso la quale questa divina Maria ci dichiara che « di generazione in generazione la misericordia [di Dio] si stende su quelli che lo temono: Et misericordia eius a progenie in progenies timentibus eum».

Qual è questa misericordia? È il nostro buonissimo Salvatore, dice sant’Agostino. Per questo l’Eterno Padre è chiamato il Padre delle miseri­cordie, perché è il Padre del Verbo Incarnato, che è la Misericordia stessa.
È quella misericordia di cui il Profeta regale chiese a Dio, a nome di tut­to il genere umano, la venuta in questo mondo attraverso il mistero dell’Incarnazione, quando diceva: «Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza: Ostende nobis Domine, misericordiam tuam, et salu­tare tuum da nobis». 
Come il Verbo Incarnato, infatti, è tutto Amore e tut­ta Carità, Egli è anche tutto Misericordia. Dio è tutto misericordioso per na­tura e per essenza - dice san Girolamo -, e sempre pronto a salvare con la sua clemenza coloro che non può salvare con la sua giustizia. Ma noi siamo così infelici e nemici di noi stessi, che, quando la misericordia di Dio ci si presenta per salvarci, noi le voltiamo le spalle e la disprezziamo.

E' attraverso la sua Incarnazione che il Figlio di Dio ha esercitato la sua misericordia verso di noi, la sua grande misericordia, secondo le parole del Principe degli Apostoli: «Secundum misericordiam suam magnam regeneravit nos».Tutti gli effetti di misericordia, infatti, che il nostro Salvatore ha operato sugli uomini, dall’inizio del mondo fino ad ora, e che opererà per tutta l’eternità, sono proceduti e procederanno dal mistero adorabile della sua Incarnazione, quale loro Fonte e dal loro Principio primo. È per questo che, quando David domandò perdono dei suoi peccati, pregò in questo mo­do: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia: Miserere mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam>>.

Tre cose sono richieste alla misericordia:

la prima è che essa abbia compassione della miseria altrui, poiché misericordioso è Colui che porta nel suo cuore, per compassione, le miserie dei miserabili, 
la seconda che es­sa abbia una grande volontà di soccorrerli nelle loro miserie, 
la terza, che es­sa passi dalla volontà all’effetto. 

Ora, il nostro benignissimo Redentore si è incarnato per esercitare così la sua grande misericordia verso di noi. 
In pri­mo luogo, infatti essendosi fatto Uomo e avendo preso un corpo e un Cuore come il nostro, capace della sofferenza e del dolore, è stato ricolmo di una tale compassione delle nostre miserie, e le ha sopportate nel suo Cuore con tanto dolore, che non vi sono proprio parole per poterla esprimere. 
Avendo Egli, infatti, un amore infinito per noi, come un buonissimo padre per i suoi figli e, avendo sempre davanti agli occhi tutti i nostri mali del corpo e dello spirito, tutte le nostre angosce, le tribolazioni, i martiri e i tormenti che do­vevamo sopportare fino alla fine del mondo, il suo Cuore benignissimo, sa­rebbe stato straziato da mille e mille dolori sensibilissimi e penetrantissimi che gli avrebbero dato mille volte la morte, se il suo amore più forte della morte, non gli avesse conservato la vita, al fine di sacrificarla per noi sulla Croce.

In secondo luogo, siccome tutte le nostre miserie sono state presentate a questo misericordiosissimo Salvatore, dal primo istante della sua vita, sin da allora Egli è entrato in una volontà sì forte, sì ardente e sì costante di soccor­rerci e di liberarcene, ed ha talmente conservato questo progetto nel suo Cuore, dal primo momento della sua vita fino all'ultimo, che tutte le crudeltà e i supplizi atrocissimi che gli uomini miserabili, verso i quali aveva tanta bontà, gli hanno fatto soffrire mentre era sulla terra e tutte le previsioni che Egli aveva delle ingratitudini, degli oltraggi e delle offese che noi gli avremmo reso per tutte le sue misericordie, non sono state capaci di raffred­dare neppure un pochino l’ardore e la forza di questa volontà.

In terzo luogo, che cosa non ha fatto e sofferto per liberarci davvero da tutte le miserie temporali ed eterne nelle quali i nostri peccati ci avevano immerso? Tutte le azioni della sua vita, durata trentaquattro anni, e di una vita divinamente umana e umanamente divina, tutte le virtù che Egli ha pra­ticato, 
tutti i passi e tutti i viaggi che ha fatto sulla terra, tutte le fatiche che ha sopportato; 
                tutte le umiliazioni, privazioni, mortificazioni che ha sofferto; 
                tutti i suoi digiuni, le veglie, le preghiere, le prediche, le sofferenze, le pia­ghe, i                    dolori, la morte crudelissima e ignominiosissima e il suo preziosissi­mo Sangue sparso              fino all’ultima goccia, 
          tutte queste cose - dico - non sono forse state usate per liberarci da ogni sorta di male, ma anche per metterci in possesso di un impero eterno, ripieno di un’immensità di glorie, di grandez­ze, di gioie, di felicità e di beni inconcepibili ed inesprimibili? 

O Bontà! O Amore! O eccesso! O Misericordia incomprensibile ed inesprimibile! 
O mio Salvatore che vi siete ben chiamato il Dio delle misericordie! 
O cuore uma­no la tua durezza e la tua stupidità sono spaventose se non ami questo Dio d’amore. 
Oh! Chi ami tu se non ami Colui che ha tanta bontà e tanto amore per te?

Non è tutto. 
Consideriamo le qualità della misericordia del nostro Salva­tore. 
Sant’Alberto Magno ne mette in evidenza cinque principali: 
essa è grande, e continua, i suoi effetti sono in grandissimo numero, è dolce e be­nigna; è discreta; 
è grande, perché rimette dei grandi peccati; 
è continua, perché non ha fine né limiti. I suoi effetti sono in grandissimo numero, per­ché perdona un’infinità di peccati ad un numero incalcolabile di peccatori. 
È dolce e benigna, trattando i peccatori dolcemente e con una meravigliosa so­avità. 
È discreta, poiché se è obbligata a punire il peccato in questo mondo, è al fine di non punirlo nell’altro.

Possiamo dire, inoltre, che la misericordia di Dio è grande, e più grande in certo qual modo degli altri divini attributi. Gli effetti della misericordia, infatti, sorpassano quelli della potenza, della sapienza, della giustizia e di tutte le altre divine perfezioni che possiamo conoscere in questo mondo. 

San Bonaventura spiegando queste parole del Salmo 50 «Secundum magnam misericordiam tuam», dice che Dio è misericordioso nel perdonare e miseri­cordiosissimo nel glorificare. 
È una gran cosa la remissione del peccato: 
Grande, in primo luogo, da parte di Dio, che perdona gratis il disonore infi­nito che è arrecato dal peccato alla sua Divina Maestà. 
Grande in secondo luogo, per il penitente, che, essendo immerso per il suo peccato in un abisso infinitamente profondo di disgrazie, ne è tratto fuori dalla dolcissima mano della misericordia del suo Dio. 
Grande, in terzo luogo, per il dono inestima­bile che viene fatto al peccatore dalla Divina Bontà, la quale, non contenta di rimettergli i crimini, lo pone nella schiera degli amici e dei figli di Dio. 
Grande, in quarto luogo, in ragione della maniera in cui si è svolta la nostra riconciliazione con Dio. 
E' Lui che ci ama per primo, che ci invita, ci esorta e ci spinge a cercarlo e a convertirci a Lui. Questo Dio d’amore e di miseri­cordia ci corre dietro - dice Dionigi l’Areopagita - quando noi lo abbando­niamo, ci insegue con un amore indicibile e ci prega di non separarci da Colui che ci ricerca con tanto ardore: «Aversos a se et resilientes amatorie sequitur, contendit, et deprecatur ne se deserant, quos tanta vi amoris inqui­ri». 
Grande, in quinto luogo, in ragione di molti altri effetti di questa grande misericordia, poiché essa libera i peccatori dalla pena del danno, dal­la pena eterna del senso, dalla colpa del peccato e da tutti i mali che l’accompagnano, e rincammina verso il Cielo per farla regnare eternamente con Dio.

Sentiamo parlare san Bernardo: «Vedo in me - dice questo gran Santo - sette misericordie del Signore, che troverete facilmente in Voi.

La prima è che mi ha preservato da molti peccati, quando ero ancora nel secolo. [...] Chi, infatti, non vede che, come vi ho commesso molti peccati, ne avrei fatti molti altri se l’onnipotente misericordia non me ne avesse sal­vaguardato? Sì, lo confesso e confesserò sempre che se il mio Dio non mi avesse sostenuto, la mia anima si sarebbe inabissata in ogni sorta di peccati! Oh! Quale eccesso della Divina Bontà, è l’aver così conservato in vita un ingrato, che non aveva che disprezzo per le sue grazie!
La seconda misericordia del mio Signore su di me è così grande, che non trovo parole per spiegarla. Vi offendevo, o mio Creatore, e Voi dissimu­lavate le mie offese. Non avevo nessun ritegno nei miei crimini, e Voi mi risparmiavate le punizioni che meritavo. Io prolungavo le mie iniquità per lungo tempo, e Voi prolungavate, mio Signore, la vostra pazienza e la vostra pietà. Ma a che cosa mi sarebbe servita questa pazienza, se non fosse stata seguita dalla mia penitenza, se non per raggiungere il colmo della mia dan­nazione?
La terza misericordia del mio Salvatore è stata che si è degnato di visita­re il mio cuore e l’ha cambiato talmente che le cose che prima mi erano dol­ci mi sono ora amare; e che invece di mettere la mia gioia nelle cose cattive, gli anni della mia vita che ho passati nel disordine sono ora l’amarezza della mia anima. E ora, Signore, avete agitato la terra del mio cuore, ed essa è tur­bata; guarite le sue piaghe e i suoi dolori, poiché molti sono mossi a peniten­za, la cui penitenza è infruttuosa e riprovata.
Ecco perché la quarta misericordia, da Voi usata verso di me, consiste nel fatto che Voi avete ricevuto benignamente la mia penitenza, affinché fossi del numero di coloro dei quali il Salmista ha detto: «Beati quorum remissae sunt iniquitates et quorum tecta sunt peccata: Beati coloro ai quali sono perdonate le iniquità e perdonati i peccati».
La quinta misericordia è quella che mi avete fatto, dandomi la grazia di separarmi ormai dal peccato, di condurre una vita migliore, non ricadendo nei miei peccati e in uno stato più deplorevole di prima, poiché è un effetto, o mio Salvatore, non della debolezza umana, ma della vostra divina virtù, l'esser stato liberato dalla tirannia del peccato. Colui che compie il peccato, infatti, cade nella schiavitù del peccato, da cui non può essere liberato se non attraverso una mano forte come la vostra.
        La sesta e la settima misericordia consistono nel fatto che, dopo avermi liberato dal più grande di tutti i mali, che è il peccato, mi avete accordato la grazia di ima conversazione cristiana e la speranza di pervenire alla gioia dei beni che avete preparato a coloro che vi amano».

Non si finirebbe mai, se si volesse riportare tutte le altre misericordie del nostro amabilissimo Salvatore nei nostri riguardi, evidenziate in queste parole della sua Divina Madre: «Et misericordia eius».

Ma cosa vogliono dire le parole: «A progenie in progenies timentibus eum: Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono»
Vuol dire, secondo la spiegazione dei santi Dottori, che, come il nostro Salvatore si è incarnato ed è morto per tutti gli uomini, Egli spande anche i tesori delle sue misericordie, su tutti coloro che non vi appor­tano affatto ostacolo, ma che lo temono. 
Di modo che, essendo una Fontana inesauribile di grazia e di misericordia, Egli prova anche un sommo piacere nel comunicarla continuamente ai suoi figli, in ogni luogo e in ogni tempo. 
Sebbene, infatti, - secondo san Bernardo -, la Divina Misericordia appar­tenga ugualmente alle tre Persone divine, come tutti gli altri divini attributi, essa è attribuita tuttavia specialmente alla Persona del Figlio, come pure la potenza al Padre e la bontà allo Spirito Santo. È il Verbo Incarnato, infatti, in particolare che, per la sua grande misericordia, ci ha liberato dalla tirannia del peccato, dalla potenza del demonio, dalla morte eterna, dai tormenti dell'infemo e da un’infinità di mali e di miserie, e ci ha acquistato, con il suo Sangue e la sua Morte, lo stesso possesso eterno che il Padre suo gli ha donato.


Ma Egli non ha voluto compiere da solo questa grande opera, poiché, oltre a fare tutto con il Padre suo e con il suo Divino Spirito, ha voluto anche associare la sua Santissima Madre a sé nelle grandi opere della sua misericordia. «Non è bene che l’uomo sia solo - dice Dio quando ha voluto dare la prima donna al primo uomo - gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»

Così l’uomo nuovo, che è Gesù, vuole avere un aiuto che è Maria, e il suo Eterno Padre gliela dona per essere sua coadiutrice e sua cooperatrice [diciamo vera Corredentrice] nella grande opera della salvezza del mondo, che è l’opera della sua grande mise­ricordia.

"Et misericordia eius a progenie in progenies 

timentibus eum" (continua)


Ascoltiamo, a questo proposito, sant’Atanasio Sinaita: «Esorto - egli dice -, tutti gli Ebrei, tutti i Greci e i pagani a ricorrere a questa Beata Vergi­ne, che Dio ha stabilito perché fosse l’aiuto e il soccorso di tutto il genere umano, un aiuto ben differente da quello che è stato dato al primo uomo. È un aiuto di salvezza, che conserva, protegge, illumina, che non ha mai sapu­to cosa sia peccare, che non scaccia gli uomini dal Paradiso come la prima donna ma li introduce nel Regno di Dio. È l’aiuto della Madre dei figli della vita e degli eredi della vita eterna. Aiuto che da maghi ha fatto degli Aposto­li, che cambia i pubblicani in Evangelisti e le donne peccatrici in specchi di purezza e di onestà» (In Hexameron., lib. 19). Sì, perché tutte le conversioni che si compiono per la misericordia del Figlio della Vergine, sono attribuite alle intercessioni della sua Divina Madre.

Tra i molti santi elogi che santa Caterina da Siena, trovandosi a Roma, nell’anno 1379, nella festa dell’Annunciazione, pronunciò per una mozione e un’ispirazione particolare dello Spirito Santo ad onore della Madre di Dio, eccone quattro ben considerevoli: «O Maria, portatrix ignis! O Maria, mare pacificum! O Maria, currus ignis! O Maria, administratrix misericordiae!».
     È chiamata Portatrix ignis, perché Ella ha portato nelle sue viscere verginali Colui che è tutto fuoco d’amore e di carità verso di noi, e che ha detto di es­sere venuto a portare il fuoco sulla terra, e che il suo più grande desiderio è che infiammi tutti i cuori (Luca 12, 49).
E' chiamata Mare pacifico, perché è un abisso immenso di ogni sorta di grazie, di virtù e di perfezioni. Ma è un Mare sempre tranquillo e pacifico, per il quale si arriva al porto della salvezza eterna senza alcun problema e difficoltà.
E' un Carro di fuoco tutto infiammato d’amore, di carità, di bontà, di dolcezza verso i veri Israeliti, Currus Israel, ossia per i veri figli di Dio, ma che è anche tanto terribile verso tutti i demoni, quanto è dolce e benigna ver­so gli uomini. Chiunque onora, ama, serve e invoca Maria con umiltà e fidu­cia, sale in Paradiso in un carro di fuoco.
E' l'Ammìnistratrice della Misericordia, perché Dio l’ha colmata di una bontà, di una dolcezza, di una munificenza e di una benignità straordinarie, e di una potenza senza eguale, affinché Ella voglia e possa assistere, protegge­re, sostenere e consolare tatti gli afflitti, tutti i miserabili e tutti coloro che ricorrono a Lei nei loro bisogni e nelle loro necessità.
È ciò che Ella fa continuamente nei riguardi dei singoli, dei regni, delle province, delle città, delle case e persino di tutto il mondo, secondo le parole di uno dei più santi e più sapienti Padri della Chiesa, san Fulgenzio, vissuto quasi dodici secoli fa. «Coelum et terra, dice, jamdudum ruissent, si Maria precibus non sustentasset: Da lungo tempo il Cielo e la terra sarebbero ridot­ti al nulla, dal quale sono stati tratti, se le preghiere di Maria non li avessero sostenuti» (Myt. lib 4) . E questo lo si deve intendere non del Cielo empireo, ma degli altri cieli, quelli in cui sono il sole, le stelle e la luna.

Quanti regni, province, città, case e persone singole a cui si possono ri­volgere queste parole: “O regno, da molto tempo non saresti più, a motivo delle empietà, degli ateismi, delle bestemmie, delle eresie e di tutte le abo­minazioni di cui sei ricolmo, se le preghiere di Maria non ti avessero con­servato! 
O provincia, di quali crimini non ti sei infettata? Da molto tempo i fuochi del Cielo ti avrebbero ridotto in cenere, se Maria non avesse interce­duto incessantemente per te. 
O città, o quartiere, quante frecce avvelenate lanci tutti i giorni contro il Cielo e contro il Dio del Cielo, per i tuoi innume­revoli crimini? Da molto tempo la terra si sarebbe aperta per inghiottirti, se le grandi misericordie di Maria non ti avessero protetto. 
O casa, o famiglia, quante ingiustizie, rapine, usure, furterelli, odi, vendette, maldicenze, sper­giuri, impudicizie ed altri crimini si commettono in te! Da molto tempo sare­sti stata interamente sterminata, se le preghiere di Maria non vi si fossero opposte. 
O uomini, o donne, quante volle sareste finiti a bruciare nell’infer­no, se le intercessioni di Maria non vi avessero trattenuto sulla terra per farvi far penitenza della vostra vita cattiva e detestabile”.

Riconosciamo, dunque, ed onoriamo la Madre del Salvatore come Ma­dre della Misericordia, alla quale il suo Figlio diletto ha voluto comunicare la sua grande misericordia, per associarla con Lui alle opere della sua cle­menza e della sua benignità. 
Grazie infinite ed eterne vi siano rese, o mio Salvatore! 
O Madre nella misericordia, che tutti gli angeli, tutti i santi e tutte le creature cantino per sempre le misericordie del vostro Figlio Gesù e della sua Divina Madre! «Misericordias Domini et Domincae in aeternum cantabo: Canterò in eterno le misericordie del mio Re e della mia Regina». «Confiteantur Jesu et Mariae misericordiae eorum, et mirabilia eorum Fìliis hominum: Tutte le misericordie del Figlio unico di Maria, e della Santissima Madre di Gesù, e tutti i miracoli di bontà e di clemenza che hanno fatto per i figli de­gli uomini, li benedicano e li glorifichino eternamente!».


san Giovanni Eudes



sabato 27 luglio 2019

CIO' CHE FARETE AL PIU' PICCOLO DI QUESTI BAMBINI L'AVRETE FATTO A ME



Mattino 5, quando Francesco Morcavallo parlava delle adozioni dei minori: “Non c’è legge che giustifichi il prelievo forzato”


 
puntata di Mattino Cinque, intervistato da Federica PanicucciFrancesco Morcavallo, ex Giudice del Tribunale dei minori di Bologna e oggi avvocato, parlava della questione dell’affido dei bambini e diceva che cosa la legge consenta o non consenta di fare in questi casi. Sentiamo cos’ha detto l’ex giudice in quell’occasione, alla luce proprio della recente inchiesta che ha messo in evidenza quanto avveniva in molte zone dell’Emilia Romagna: la sottrazione ingiustificata dei minori alle loro famiglie d’origine e l’affido ad altre, dopo pratiche che prevedevano la violenza fisica e il lavaggio del cervello ai danni degli stessi minori. Morcavallo ha lottato, inutilmente, per mettere un freno a questo “meccanismo perverso, definito in un’intervista rilasciata al Corriere di Calabria  (qui il link per la lettura integrale dell’intervista) anche come “il più osceno business italiano”, che ha portato con troppa facilità a strappare ai loro cari migliaia di bambini.

Bambini strappati alle famiglie per essere riaffidati, “Non c’è legge che giustifichi il prelievo dei minori contro volontà”

L’inchiesta che ha portato alla scoperta di quanto avveniva, nell’ambito delle adozioni  di minori, in Emilia Romagna, parla di meccanismi e interessi economici che non sono del tutto sconosciutiIn una puntata di Mattino 5 andata in onda nel 2013, quindi ben 6 anni fa, l’allora Giudice del Tribunale dei minori di Bologna Francesco Marcavallo parlava di forti interessi economici esistenti dietro al giro delle adozioni.  Alle domande di Federica Panicucci sui magistrati che prelevavano i minori dalle loro famiglie, Marcavallo rispondeva che “Purtroppo sono molti magistrati a farlo. La stragrande maggioranza dei magistrati minorili, senza la base di un supporto normativo, perché il bambino non è suscettibile di essere sequestrato, tantomeno nelle ipotesi di conflitto tra i genitori”. Continuava il giudice: “Non c’è nessun supporto normativo che  giustifichi un prelievo contro la volontà del bambino”. “Però lo fate, non capisco, cioè è un po’ un paradosso: non esiste una normativa però viene fatto”, replicava la Panicucci. “È paradossale– ha proseguito l’ex giudice- è  paradossale in cui in situazioni di disagio sia sociale sia economico si interviene con strumenti autoritativi che sono simili a quelli dei regimi totalitari Status di cose definito come inammissibilesia dallo stesso Morcavallo sia da Federica Panicucci. 

Bambini strappati alle famiglie per essere riaffidati, l’interesse economico che c’è dietro alla questione

Perché questo succede? Perché i bambini vengono strappati alle loro famiglie anche quando non ce n’è realmente bisogno? “Le cause sono di tipo economico e di controllo sociale. Questi bambini che vengono prelevati forzosamente entrano in un circuito di mercato, il mercato degli affidamenti, il mercato delle adozioni”, spiega ancora nel video Francesco Morcavallo. Alla Panicucci che gli chiede se quindi ci sia dietro a tutto ci un interesse maggiore, Morcavallo inizia a parlare di cifre: “C’è un interesse enorme, un interesse di tipo economico di un miliardo e mezzo due miliardi di euro ogni anno in italia”. La conduttrice chiede quindi all’ex giudice di spiegare bene a chi e a cosa si riferisca e Morcavallo risponde che “Mi riferisco Agli enti privati e agli istituti religiosi che gestiscono le cosiddette comunità, che sono in realtà istituti, in cui questi bambini prelevati forzosamente vengono  ricoverati e con l’effetto di attribuire denaro pubblico a ciascuno di questi istituti per ciascun bambino ricoverato, per ciascuno giorno di ricovero”. I bambini venivano quindi strappati con facilità alle famiglie per alimentare questo circuito economico. Vi proponiamo il video dell’intervento di Francesco Marcavallo a Mattino 5, video che in queste ore è stato riproposto su Facebook.
Maria Mento

Dominica VIII Post Pentecosten

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Lettura del santo Vangelo secondo Luca
Luc 16:1-9
In quell'occasione: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: C'era un uomo ricco, che aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui, di dissipargli i beni. Eccetera.

Omelia di san Girolamo Prete
Lettera 151 ad Algasia, quest. 6 tom. 3
Se il dispensatore di una ricchezza iniqua è lodato dal Signore perché si è fatta una specie di giustizia coi frutti della sua iniquità; e se il padrone, leso nei suoi diritti, loda la previdenza dell'economo che sa provvedere ai suoi propri interessi sia pure con frode; quanto più Cristo, che non può risentire alcun danno ed è sempre inchinato a clemenza, loderà i suoi discepoli se useranno misericordia a quelli che crederanno in lui?


Infine dopo la parabola, aggiunse: «E io vi dico: Fatevi degli amici colla mammona iniqua». Ora non l'Ebraico ma il Siriaco chiama le ricchezze mammona, perché sono accumulate con mezzi ingiusti. Se dunque l'iniquità, per una saggia dispensazione, si cangia in giustizia; quanto più la parola di Dio, nella quale non c'è ingiustizia e di cui gli  Apostoli hanno ricevuto la dispensazione, sarà capace, saggiamente dispensata, di sollevare al cielo i suoi dispensatori?

Perciò soggiunge: «Chi e fedele nel poco» cioè nelle cose materiali, «è fedele anche nel molto», cioè nelle cose spirituali. E chi e ingiusto nel poco, cioè non mette a servizio dei suoi fratelli ciò che Dio ha creato per tutti, sarà ingiusto anche nel dispensare le ricchezze spirituali, non guardando, nel comunicare la dottrina del Signore, alla necessità,  sibbene alle persone. Ora, dice egli, se non sapete dispensare saggiamente i beni materiali e perituri, chi vi affiderà le vere ed eterne ricchezze della dottrina di Dio?

*E tu, o Signore, abbi pietà di noi.

IL MEDICO DI ...TUTTI

San Pantaleone Medico e martire


m. 305 c.
Pantaleone nacque nella seconda metà del III secolo a Nicomedia, nell’odierna Turchia. Diventerà successivamente medico e sarà perseguitato dall'imperatore di Costantinopoli Galerio per la sua adesione alla fede cristiana. Fu condannato a morte nel 305: gli furono inchiodate le braccia sulla testa, che poi il boia gli mozzò. È il patrono di medici (insieme ai santi Cosma e Damiano) e delle ostetriche. Viene considerato uno dei quattordici santi ausiliatori (viene invocato contro le infermità di consunzione).
Patronato: Ostetriche, Crema (CR), Miglianico (CH), Ravello (SA), Pianella (PE)
Etimologia: Pantaleone = interamente leone, forte in tutto, dal greco
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nicomedia in Bitinia, nell’odierna Turchia, san Pantaleone, martire, venerato in Oriente per avere esercitato la sua professione di medico senza chiedere in cambio alcun compenso. 

Pantaleone (Pantoléon, Pantaleémon in greco; Pantaleo in latino) godette fin dall'antichità di un vasto culto in Oriente e in Occidente, al pari dei celebri Cosma e Damiano o Ciro e Giovanni, coi quali divise nella rappresentazione agiografica il modello martiriale e taumaturgico di santi medici "anargiri" e molti tratti leggendari stereotipi, e al pari di altri santi intercessori (gruppo dei quattordici Ausiliatori in Occidente). La sua popolarità è testimoniata dalla Passio giuntaci in varie redazioni e vaneggiamenti in greco, armeno, georgiano, copto, arabo.

Secondo la leggenda Pantaleone, nativo di Nicomedia in Bitinia, educato cristianamente dalla madre Eubule (ricordata nel Sinassario Costantinopolitano al 30 marzo), ma non ancora battezzato, è affidato dal padre pagano al grande medico Eufrosino e apprende la medicina tanto perfettamente da meritarsi l'ammirazione e l'affetto dell'imperatore Massimiano. 


Si avvicina alla fede cristiana da esempio e dalla dottrina di Ermolao, presbitero cristiano che vive nascosto per timore della persecuzione, il quale lo convince progressivamente ad abbandonare l'arte di Asclepio, garantendogli la capacità di guarire ogni male nel solo nome di Cristo: di ciò fa esperienza lo stesso Pantaleone, il quale, dopo aver visto risuscitare alla sola invocazione dei Cristo un bambino morto per il morso di una vipera, si fa battezzare. La guarigione di un cieco, che si era rivolto a lui dopo aver consumato tutte le sostanze appresso ad altri medici, provoca la guarigione spirituale e la conversione sia del cieco che del padre del santo. 

Alla sua morte Pantaleone, distribuito il patrimonio ai servi e ai poveri, diventa il medico di tutti, suscitando per l'esercizio gratuito della professione l'invidia e il risentimento dei colleghi e la conseguente denunzia all'imperatore. Il cieco, chiamato a testimoniare, nell'evidenziare la gratuità e la rapidità della guarigione, nonché l'incapacità e la venalità degli altri medici, fa l'apologia di Cristo contro Asclepio, guadagnandosi perciò il martirio.

Il racconto a questo punto segue la struttura propria di una passio: l'imperatore con lusinghe e dolci rimproveri tenta di dissuadere il giovane dal preferire Cristo ad Asclepio. 


Pantaleone propone un'ordalia tra i sacerdoti pagani e lui: intorno a un paralitico, appositamente convocato, inutilmente si affannano i sacerdoti, invocando tra gli dei anche Asclepio, Galeno e Ippocrate; il santo invece dopo una tirata antiidolatrica guarisce nel nome di Cristo l'ammalato. 
Il miracolo suscita la conversione di molti e l'ostinazione dei sacerdoti e dell'imperatore, che alle lusinghe fa seguire una lunga serie di tormenti: raschiamento con unghie di ferro e bruciature ai fianchi con fiaccole, annegamento, esposizione alle fiere, ruota. 

Ogni tentativo risulta inefficace e provoca vieppiù l'ira del tiranno, che accusa il santo di “magia”. La Passio prende quindi l'andamento di un romanzo ciclico con l'inserimento di altri santi personaggi, perché su subdolo invito dell'imperatore Pantaleone ingenuamente non solo fa il nome del vecchio Ermolao e di altri due cristiani, ma li va a prendere lui stesso per condurli al cospetto del sovrano, che li fa morire. La sentenza di morte del giovane non esaurisce la fantasmagoria del meraviglioso: la punta ripiega come cera; i carnefici chiedono perdono al santo e una voce dall'alto cambia il nome del giovane: “non ti chiamerai più Pantoleon, ma il tuo nome sarà Pantaleémon, perché avrai compassione di molti: tu infatti sarai porto per quelli sballottati dalla tempesta, rifugio degli afflitti, protettore degli oppressi, medico dei malati e persecutore dei demoni”. Sul modello di altre passioni antiche è il santo a esortare i carnefici a colpirlo e due ultimi prodigi chiudono il racconto: dalla ferita esce sangue misto a latte, mentre l'albero al quale Pantaleone viene legato si carica di frutti.

La critica agiografica ha da tempo riconosciuto il carattere totalmente fabuloso della Passio, un racconto infarcito dell’elemento meraviglioso e miracolistico, di motivi ricorrenti nella letteratura del genere: un testo tipico delle passioni tarde o artificiali, tendente non a definire il profilo storico, ma a delineare il “tipo” sovrumano dei martire intrepido, del santo taumaturgo che opera gratuitamente la salvezza fisica e spirituale dei devoti. Molto evidenti sono in particolare i punti in comune con le Vite e Passioni di santi medici anargiri (specialmente Cosma e Damiano): l'opposizione tra medicina pagana venale ed evergetismo cristiano, il motivo dell'invidia dei colleghi... Ma assai più evidenti sono gli intenti di una simile letteratura, mirante a edificare e più ancora a infondere attraverso le figure dei santi medici conforto e fiducia nei fedeli.

Malgrado lo scarsissimo credito della narrazione, sono ben attestate le coordinate agiografiche. Il dies natalis di Pantaleone è prevalentemente fissato al 27 luglio, talora con oscillazione di qualche giorno. Il Martirologio Geronimiano al 28 luglio ha in Nicomedia Pantaleonis. Il Sinassario della Chiesa costantinopolitana ricorda Pantaleone al 27 luglio. Negli altri martirologi siriaci prevale la data bizantina del 27 luglio, ma il Martirologio di Rabban Sliba (Xlll sec.), oltre il 27 Tamouz (luglio), lo ricorda anche nei giorni 1 e 15 Tisrin I (ottobre). I martirologi storici medioevali dell'Anonimo Lionese, di Adone, di Usuardo, dipendenti dal Geronimiano, danno al 28 luglio una breve sintesi derivante dalla Passio latina, ricordando al 27 s. Ermolao e compagni. Il Calendario latino dei Sinai, probabilmente proveniente dall'Africa, dei sec. VIII o IX, ricorda Pantaleone il 25 febbraio, data forse di qualche fondazione o traslazione, che può essere accostata a quelle del 15 o del 19 febbraio rispettivamente del Calendario Marmoreo Napoletano (IX sec.) e del calendario mozarabico.
La diocesi di Crema, in provincia di Cremona, lo celebra il 10 giugno, giorno in cui per sua intercessione la città fu liberata dalla peste.


Autore: 
Antonello Antonelli