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giovedì 4 febbraio 2016

La grande sorpresa di Giovanni (Gv 1,13)

La grande sorpresa di Giovanni

di Vittorio Messori
(Il Timone - Settembre 2012)
 
Ignace de la Potterie, biblista


Il padre Ignace de la Potterie  (Waregem24 giugno 1914 – Heverlee11 settembre 2003), gesuita, ebbe a lungo la cattedra di Nuovo Testamento giudicata (a ragione) la più importante nell’Istituto, a sua volta conisiderato (anche qui, a ragione) come il più autorevole della Chiesa per gli studi sulla Scrittura.

Parliamo del Pontificio Istituto Biblico, emanazione di quella Università Gregoriana il cui Rettore – a conferma della sua importanza- è nominato dal Papa stesso. Il “Biblico“, come viene abitualmente chiamato, fu fondato nel 1909 da san Pio X per rispondere, con le stesse armi di rigore scientifico, all’attacco alle basi stesse della fede portato dal cosiddetta “critica indipendente“. Quella, cioè, che sezionava i testi dell’Antico e soprattutto del Nuovo Testamento, concludendo – assai spesso – che non si trattava di storia bensì di miti, simboli, leggende e che il “Gesù della storia“, quello realmente vissuto, era un oscuro personaggio, dalla biografia incerta, che poco o nulla aveva a che fare con il “Cristo della fede“. Insomma, il Credo aveva basi abusive e storicamente insostenibili e il cristianesimo null’altro era che una tardiva costruzione nata tra ellenisti ed elementi marginali di un giudaismo oscuro.

Davanti a un simile assalto, la Chiesa si rese finalmente conto che non bastava indignarsi e lanciare invettive contro i “miscredenti“ ma che occorreva replicare con i medesimi strumenti, con la medesima erudizione. A questo si dedicò dunque il Pontificio Istituto, con buoni risultati che, innanzitutto, tolsero ai cattolici il timore che le fondamenta della loro fede non fossero più difendibili davanti alla Scienza (con la maiuscola, ovviamente, come volevano i professori delle università laiche) e tolsero loro il sospetto, magari inespresso ma tormentoso, che proprio l’incarnazione di Dio nella storia fosse improponibile secondo le rigorose categorie della storia moderna.

Il professor de la Potterie, morto pochi anni fa, fu parte eminente e del tutto degna della schiera degli studiosi che hanno illustrato il Biblico per oltre un secolo, avendo tra l’altro fra i docenti e poi tra i direttori un Carlo Maria Martini. Ovviamente coltissimo, padrone di molte lingue sia moderne che antiche, il padre Ignace mi onorava della sua amicizia e condivideva quanto cercavo di fare (ovviamente al mio livello di non specialista, seppure informato della materia quanto più mi era possibile) per trovare conferme della storicità dei vangeli. E quando, ormai molto anziano, si ritirò nel suo Belgio natale, ogni tanto mi sorprendeva con una telefonata che mi rallegrava e al contempo un poco mi rattristava. In effetti, si sfogava con me, disapprovando un certo “ modernismo” e “razionalismo“ che era entrato anche tra i biblisti cattolici, spesso per imitazione dei troppo venerati docenti delle facoltà teologiche protestanti che, in Germania , esistono ancora nelle università pubbliche.

Non potevo non dargli ragione anche perché l’ottimo padre Ignace era tutt’altro che un chiuso tradizionalista, era anzi a conoscenza di tutti i metodi e di tutte le teorie moderne, di cui accettava ciò che non tendeva a trasformare in mito o in simbolo il realismo storico dei vangeli. Professori per i quali nulla, nella Scrittura, andava preso così come sta scritto e le sole cose indiscutibili erano le loro note e le loro introduzioni “demitizzanti“.

Pur muovendosi con padronanza in tutta la Scrittura e in particolare nel Nuovo Testamento, de la Potterie era conosciuto soprattutto come il miglior conoscitore di Giovanni: il Vangelo, ovviamente, ma anche le tre lettere che gli sono attribuite. E proprio nel quarto evangelista aveva individuato, chiarito e messo in rilievo, con sicurezza sino ad allora mai raggiunta, un aspetto tanto importante quanto pochissimo conosciuto. E cioè, nientemeno che questo: nel celeberrimo Prologo (<< In principo era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio …. >>), Giovanni ci darebbe testimonianza esplicita e precisa della triplice verginità di Maria: prima, durante e dopo il parto. Lo stesso padre de La Potterie mi diceva, e scriveva nei suoi articoli, che tra i biblisti d’oggi (persino, purtroppo, in certe università cattoliche) si preferisce sorvolare su questo aspetto, pur così importante, della storia della redenzione. In alcuni ambienti, chi ancora parli con fede convinta della semper Virgo suscita diffidenza quasi fosse un “integrista“, oppure provoca ironia, come si addice a un vecchio retrogrado. E invece, ecco quel docente illustre di un illustre ateneo pontificio scrutare il “suo“ Giovanni e, proprio all’inizio del vangelo scoprire (o riscoprire, lo vedremo) che il testo era stato manipolato già in tempi antichi, nascondendo così la verità con un semplice passaggio di un verbo dal singolare al plurale.

Il professor de la Potterie aveva esposto la sua documentatissima tesi in due articoli di ben 50 pagine ciascuno su Marianum, la rivista dell’omonima facoltà teologica pontificia, già nel 1978 e aveva ripreso il discorso, arricchito da nuove ricerche, nel 1983. Quelle cento pagine, fitte di note e di citazioni in latino, in greco, in ebraico erano state molto lette dagli specialisti i quali, però, avevano scelto il silenzio.

Succede spesso, nel mondo dei biblisti: ciò che può mettere in discussione gli schemi e i pregiudizi egemoni del momento è rimosso, se non ne è possibile una stroncatura, vista (come in questo caso) la rigorosa serietà critica delle ricerca e l’autorevolezza dell’autore. 
Ricordo come in una delle sue ultime telefonate, il vecchio studioso si rammaricasse del silenzio attorno a un tema così importante. Mi parve che, in lui, vi fosse un inespresso ma esplicito, cortese invito ad aiutarlo a fare conoscere una simile scoperta, tanto rilevante per la fede stessa e tale da appoggiare con l’autorevolezza del quarto evangelista il dogma delle perenne verginità di Maria. 

Ebbene, con queste pagine, cercherò di aderire al desiderio del padre Ignace, dando notizia di quella ricerca di cui è stato l’efficace strumento ma che non riguarda certo lui e la sua carriera scientifica, bensì la fede di noi tutti. 
Qui darò, ovviamente, solo una sintesi divulgativa seppur (così almeno spero) corretta, vista l’attenzione con cui ho esaminato quel centinaio di pagine. Ma sarà bene che chi vuole approfondire vada ai due articoli di de la Potterie, magari facendoseli inviare via mail dalla stessa rivista (marianum@marianum.it): assicuro che ne vale la pena. Non si tratta qui di una sorta di curiosità ma di un modo per rafforzare, basandosi sulla Scrittura stessa, una verità su Maria che la Chiesa ha sempre creduto e proclamato.

Vediamo, dunque, come stiano le cose, riproducendo il breve versetto su cui tutto si basa. E’ il tredicesimo del primo capitolo, quel Prologo giovanneo cui sopra accennavamo e che diamo nell’ultima versione (quella del 2007) della Conferenza Episcopale Italiana. Ma per comprendere, dobbiamo prima riprodurre anche i due versetti precedenti, l’undicesimo e il dodicesimo: <<Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome>>. Seguono le righe su cui si è appuntata la ricerca del nostro studioso: <<I quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati>>.

Questa, dunque, la versione tradizionale e questa, invece, secondo il docente del Biblico, la versione autentica: <<Non da sangui, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio egli (Gesù) è stato generato>>.

Come si vede, il verbo “generare“ è al singolare e non al plurale come nella versione delle nostre edizioni della Scrittura. In effetti, il soggetto è uno solo: Gesù. Mentre nella versione tradizionale, è al plurale, il soggetto essendo <<quelli che credono nel suo nome>>. Dunque, per ripeterci ma per maggior chiarezza, in questo punto decisivo: messo al singolare, il versetto parla della generazione divina del Cristo; messo al plurale parla della trasformazione dei credenti in lui. 
Da notare subito, anche, che – in tutti i manoscritti antichi che abbiamo – “sangue“, in greco, è al plurale ma, mentre nella Vulgata latina il plurale è stato rispettato (ex sanguinibus), in italiano è stato sempre tradotto al singolare. Eppure (si controlli anche su dizionari classici come quello del Tommaseo), “sangui “ in italiano è raro ma esiste ed è impiegato anche da buoni autori. Se nelle traduzioni italiane non lo si è usato e non lo si usa tuttora, non è (come molti hanno detto) perché “sangui“ non c’è nella nostra lingua, ma perché non si è compreso quale fosse la sua importanza nel pensiero di Giovanni. Come vedremo.

La prima domanda da fare è questa: i documenti antichi che abbiamo del Nuovo Testamento, autorizzano a usare la terza persona singolare del verbo “generare “ (attribuendola a Gesù) invece della terza persona plurale, attribuendola ai cristiani?

Va subito detto: tutti, o quasi, i manoscritti greci hanno il plurale. Ma i più antichi di essi risalgono solo al quarto secolo, se si escludono dei frammenti casuali su papiro. E, invece, abbiamo testi di scrittori cristiani e poi di padri della Chiesa, risalenti al secondo secolo, che citano questo versetto al singolare. Per risalire ai più antichi, Sant’Ireneo di Leone, verso il 190, usa il singolare. Addirittura, il sempre polemico Tertulliano, attorno all’anno 200 , imbastisce una disputa proprio attorno a questo brano e accusa una setta di eretici di avere falsificato le parole di Giovanni, mettendole- appunto- al plurale. Cioè, quello che è entrato nel testo ufficiale del Vangelo e che ancora usano le nostre edizioni attuali. Oltre al latino, abbiamo la testimonianza del singolare nei testi più antichi in siriaco, in copto, in etiope.

Va precisato per coloro che non hanno familiarità con la critica biblica: la ricostruzione del testo originale della Scrittura condotta solo sui documenti superstiti è detta “critica esterna“. Ma questa va completata (tutti gli studiosi moderni concordano) con la “critica interna“, che scende più in profondo e che, in questo nostro caso, porta a preferire un “è stato generato“ piuttosto che un “sono stati generati“.

Insomma, la situazione è tale che padre de la Potterie poteva scrivere, già nel 1978 e poi ribadire nel 1983, nel suo secondo articolo-saggio, che proprio la ricerca non solo sugli antichi manoscritti evangelici ma anche sulle citazioni dei primissimi autori cristiani, sembra rendere necessario tornare al <<da Dio è stato generato >> , avendo per soggetto Gesù. 
Rileggiamoci il versetto in quella che sembra essere davvero la versione originaria finalmente restaurata secondo le intenzioni dell’evangelista e ci renderemo subito conto (come vedremo ancor meglio qui sotto) che qui abbiamo una testimonianza preziosissima sulla triplice verginità di Maria. Eravamo convinti che Giovanni si riferisse a quella che non chiama mai col suo nome, ma con quello di “madre di Gesù”, soltanto per l’episodio di Cana e per la presenza ai piedi della croce: ecco invece riemergere una terza testimonianza mariana, di importanza davvero primaria.

Chiediamoci ora: perché già prima del IV secolo è sparito il riferimento all’origine divina di Gesù e nei testi evangelici si è imposto quel plurale che è giunto sino a noi e che, a ben guardare, inserisce una sorta di corpo estraneo? In effetti, tutto il prologo di Giovanni è un inno solenne alla incarnazione del Verbo ed ecco apparire a sorpresa e in modo che non sembra giustificato <<quelli che credono nel suo nome>>, cioè i membri della Chiesa. E in che modo, poi, questi battezzati, uomini concreti in carne ed ossa e non eterei angeli, sarebbero stati generati <<non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomini >>?

Sembra che sia avvenuto questo: nella Chiesa primitiva infieriva la setta detta dei “doceti“, i quali negavano la natura umana di Gesù e di conseguenza, il suo concepimento da parte di Maria . Questa sarebbe stata non la madre che ha per nove mesi la creatura nel ventre, ma una sorta di tubo dell'acqua attraverso il quale il Cristo – la cui immagine umana era soltanto apparente - sarebbe passato. 

Il docetismo (il cui “spiritualismo” era particolarmente pericoloso, rendendo Gesù non una persona, ma una sorta di superarcangelo) si appoggiava proprio sul versetto 13 del prologo che stiamo esaminando: il Cristo era venuto tra noi non solo in modo verginale, come attestato dal <<né da volere di carne>> e dal <<né da volere di uomo>>. Ma, soprattutto, la tesi doceta sarebbe provata da quel <<nec ex sanguinibus>>. 

Ma che cosa sono quei “sangui“ ? Come dicevo sopra, che questo plurale faccia parte del testo originale non c’è alcuna discussione, tutte le testimonianze lo riportano, sia quelle in cui Gesù è il soggetto, sia quelle in cui soggetto sono i suoi discepoli. Ma se (come Giovanni doveva avere scritto nel suo prologo) soggetto era il Messia, questa espressione poteva essere utilizzata facilmente dal docetismo: se Egli non era stato “generato da sangui“, era perché non aveva un corpo come ogni altra persona umana, non c’era stato un parto, sempre accompagnato da effusione di sangue da parte della donna. 

Dunque, per citare testualmente il nostro padre de la Potterie, <<per risolvere radicalmente la questione e togliere agli eretici un’arma, probabilmente all’inizio del III secolo, gli scrittori ecclesiastici cominciarono a cambiare il verbo al plurale, spostando il tutto sui cristiani ma interrompendo così, tra l’altro, l’unità del Prologo giovanneo, tutto incentrato sul mistero del Logos fattosi carne>>. 
Il “ritocco“ ecclesiale finì per coinvolgere anche l’originale del Vangelo ed è giunto sino a noi.

Ma riflettiamo soprattutto su quel “sangui“, facendoci aiutare dalla sintesi del padre Domenico Marcucci, uno dei pochi studiosi che ha avuto il coraggio di rompere il conformismo dei colleghi, prendendo radicalmente sul serio lo studio del biblista della Gregoriana: <<Nei testi greci, aima, sangue, si trova solo al singolare. Ma Giovanni usa il plurale. Perché? Per capire, de la Potterie si è rivolto all’ebraico, visto che il quarto evangelista è intriso profondamente della sua cultura, quella giudaica.

Nell’Antico Testamento in ebraico, la parola “sangui“ (damim) sta a significare il sangue versato dalla donna durante le mestruazioni e durante il parto. Esso la rendeva impura, per cui doveva recarsi al tempio per la purificazione>>. Dunque: <<Il “non da sangui“ sta a significare che la nascita di Gesù è avvenuta, a differenza di ogni altra, senza l’effusione del sangue, dunque verginalmente >>.

Proviamo a rivedere il versetto 13 nella versione che sarebbe quella originale e vediamone le conseguenze: Gesù <<è stato generato da Dio>> e, dunque, <<non da volere di carne, né da volere di uomo>> (virginitas ante partum). Inoltre, il parto si svolse <<non da sangui>>, dunque senza le consuete lesioni corporali, il che sottintende sia la virginitas in partu che quella post partum, non avendo il passaggio del corpo del figlio provocato sanguinamenti e avendo dunque lasciata intatta la madre. Come si vede, un risultato di straordinaria importanza: e questo, soltanto rimettendo al singolare un verbo, come pare proprio fosse nelle intenzioni di Giovanni. 
Questi, tra l’altro, chiarisce subito che ciò non mette in discussione la materialità corporea, la realtà umana di Gesù. E, in effetti, il prologo prosegue con le parole: <<E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…>>. Sta di fatto che, come nota giustamente de la Potterie, se i primi Padri della Chiesa trovavano già in Matteo e in Luca elementi per la concezione verginale, è proprio nel primo capitolo di Giovanni che trovavano non solo conferma ad essa, ma anche un riferimento diretto a un dare alla luce verginale, senza perdite che l’ebraismo considerava impure come quelle di tutte le partorienti.

Ora: perché tanta noncuranza, tanto silenzio su questa riscoperta del possibile, preciso fondamento scritturale di una verità come la semper Virgo, già presente nella Tradizione cristiana nel secondo secolo e divenuta poi dogmatica nella Chiesa? 

Un punto di fede considerato così importante che, in Oriente, tra le rigide regole date agli iconografi vi è quella di non rappresentare mai la Theotokos senza tre stelle - una sul capo e due sulle spalle –a segno della triplice verginità. 

Il padre Ignace non aveva torto nel denunciare il conformismo di tanti suoi colleghi, per i quali un simile tema è fonte di imbarazzo, tanto che, come dice padre Marcucci : <<In molti manuali di mariologia usati nei seminari cattolici, la verginità ante, in, post è oggetto di silenzi imbarazzati più che di seria trattazione>>. Ma, attenzione! In uno dei suoi ultimi libri, il padre Stefano De Fiores – forse il nostro (più recente) maggior mariologo, purtroppo scomparso da poco, docente anche alla Gregoriana– citava gli studi di la Potterie e ne accettava con convinzione i risultati, giudicandoli fondati non solo sui documenti ma anche sulla dinamica di Giovanni. Un riconoscimento davvero importante.

Ma l’ultimo studio in proposito del docente della Gregoriana è, come dicevo, del 1983. Perché la traduzione della Bibbia, rivista e aggiornata della CEI e che è di 24 anni dopo, non segnala almeno in nota a Gv 1,13 la possibilità, che sembra avvicinarsi alla certezza, che il testo primitivo avesse Gesù e non il suo popolo come soggetto? 
[In verità P. Marco Sales commentando nel 1914 questo versetto 1,13 di san Giovanni nota: "Alcuni antichi Padri e parecchi critici moderni, leggono questo versetto al singolare e lo applicano interamente alla concezione verginale di Gesù: Che credono nel nome di lui che non per via di sangue, ecc., ma da Dio è nato. V. Durand. L'Enfance de Jésus, p. 106 e Calmes. - Ed anche gli esegeti recenti (1950): Mollat, F.M.Braun, MèlG, Boismard, Martìn Nieto - NDR].

Una cosa, comunque è confermata per l’ennesima volta: la Scrittura è ancora in grado di riservarci sorprese, alcune delle quali –come nel caso di cui parliamo– riguardano quella Madre di Dio il cui mistero è al contempo discreto e inesauribile.



lunedì 17 agosto 2015

LA VERGINITA' DI MARIA, OGGI


La verginità di Maria, oggi 
...A modo di Prefazione. Introduzione. Limiti dell'argomento. Maria Santissima perfetta Vergine e perfetta Madre. Il concetto preciso della Verginità in genere. La formula ternaria della Verginità di Maria. Divisione della trattazione....

LA VERGINITA' DI MARIA, OGGI

 

A MODO DI PREFAZIONE

Ha scritto San Pietro Canisio, Dottore della Chiesa; "Come Abramo viene appellato Padre, perché è sopra tutti i padri; come Paolo viene appellato l'Apostolo, perché è sopra tutti gli apostoli; così Maria viene appellata, fra tutte, la Vergine, e viene predicata dalla Chiesa "Vergine tra le vergini" ("Virgo virginum") " (De Maria Virgine incomparabili et Dei Genitrice sacrosanta, L, II, Praef, presso Bourassé, Summa aurea, t. VIII, col. 792). Ella fu sempre, "Vergine di corpo, vergine di anima, vergine di professione ": " Virgo carne, virgo mente, virgo professione " (ibid. col. 794). Ella fu " il modello più completo della vergine ": " absolutum exemplar virginis " (ibid.), la " sola vergine insieme e madre ": " Madre di Cristo e Vergine di Cristo "; sola mater simul et virgo, Mater Christi et Virgo Christi " (ibid.).
Dopo questi elogi il S. Dottore fa una riflessione ." Satana - dice - " turpissimo e impurissimo principe delle tenebre ", non solo " non dorme ", " ma cerca tutti i modi per aggredire e per distruggere la somma purità di Maria e la verginità della medesima ". " Sotto la guida di un tale duce ", molti - dice il Santo Dottore - " si scagliano per impedire che il mondo riconosca costantemente e la Chiesa predichi che la Madre del Signore è rimasta incorrotta prima del parto, nel parto e dopo il parto" (ibid., col. 795). Questa amarissima constatazione del Santo Dottore, se era vera e opportuna per i suoi tempi, appare particolarmente vera e opportuna per i  nostri tempi. Allora infatti erano i nemici della Chiesa coloro dei quali si serviva l'immondo serpente infernale per combattere la perpetua verginità di corpo e di anima di Maria; oggi invece sono gli stessi cattolici coloro dei quali si serve Satana per lo stesso turpissimo scopo. Come si può ancora parlare, infatti, di verginità di corpo se si ammette (come è stato ammesso da alcuni che pur si dicono cattolici) che Gesù è il frutto non già dello Spirito Santo in Maria, ma delle sue relazioni sessuali con San Giuseppe? e che Gesù è nato da Maria come tutti gli altri bambini, ledendo la verginità corporale di sua Madre?... Come si può ancora parlare di verginità di mente, se si ammette che Maria, prima dell'annunziazione, non solo non ebbe il fermo proposito o voto di consacrarsi tutta (anima e corpo) a Dio, ma ebbe intenzione di consumare, come qualsiasi altra sposa, il suo matrimonio con San Giuseppe?... Tacere, dinanzi a simili aberrazioni che intaccano il dogma della perpetua verginità (di corpo e di anima) della Madre di Dio, equivarrebbe a un delitto. E' perciò dovere di ogni vero cattolico difendere con San Pietro Canisio la perpetua verginità di Maria " contro i nemici della Chiesa e contro i corruttori della parola di Dio " (ibid., col. 796).
Ci rendiamo pienamente conto della singolare delicatezza dell'argomento.
Nel luglio passato, ebbi l'agio di compiere una visita dettagliata all'incantevole Duomo di Siena, dedicato all'Assunzione. Mi colpì molto l'iscrizione posta proprio all'ingresso del Tempio:

" Castissimum Virginis templum caste ingredi memento "

Questo invito ad entrare " nel castissimo Tempio della Vergine " " in modo casto ", vale, in modo tutto particolare, per la questione sulla perpetua verginità di Maria. E' necessario parlare della " Vergine " per antonomasia con parole verginali. " L'uomo – ammonisce San Bonaventura - deve aver monde labbra nel trattare questa materia " (1). Labbra monde e, soprattutto, cuore mondo, verginizzato, poiché le parole riflettono il cuore.
Ce lo conceda l'Onnipotente, Mediatrice la sua Vergine-Madre!...
Roma, 25 marzo 1970
P. GABRIELE M. ROSCHINI O.S.M.
Professore della Pontificia Università Lateranense
Editrice "Cor unum " Figlie della Chiesa, Roma 1970

 

INTRODUZIONE

1. LIMITI DELL'ARGOMENTO

L'argomento preciso del nostro studio è stato formulato in questi termini:
La verginità di Maria, oggi. Non si tratta perciò di tutta la verginità di Maria in tutta la sua estensione, ma solo dinanzi agli errori di oggi. Si hanno negazioni o dubbi in tutte e tre le fasi della verginità di Maria: prima del parto (concepimento verginale di Cristo), nel parto (parto verginale) e dopo il parto (vita verginale). E ciò non solo da parte di acattolici, ma anche - non si vede con quale coerenza - da parte di alcuni cattolici.
Questo discredito della verginità mariana non è che una logica conseguenza del discredito della verginità in genere, proprio dei nostri tempi. Quanto più è apprezzata da Dio, tanto più è disprezzata dall'uomo.

 

2. MARIA SANTISSIMA PERFETTA VERGINE E PERFETTA MADRE

Maria SS. è la Vergine-Madre: perfetta vergine e perfetta madre, Verginità e Maternità: sono due termini esprimenti due realtà le quali, naturalmente, si escludono a vicenda, come il fiore esclude il frutto e il frutto esclude il fiore. Se si accentua troppo il concetto di verginità, si corre il rischio di compromettere il concetto di maternità; se, al contrario, si accentua troppo il concetto di maternità, si corre il rischio di compromettere il concetto di verginità. L'abbinamento e l'armonioso incontro di queste due grandi realtà (verginità perfetta e maternità perfetta) nella persona di Maria, per un miracoloso intervento divino, costituiscono appunto il mistero che l'ha resa, simultaneamente, vergine e madre, perfetta vergine e perfetta madre, come c'insegna la fede. " Buona parte - ha detto S. Bernardino da Siena - è a essere maritata e vivere nel santo matrimonio. Migliore parte è a vivere nella santa verginità! Ma l'ottima qual è? E' quella di Maria la quale elesse l'una e l'altra, d'essere vergine e madre... " (Prediche volgari, ed. L. Bianchi, 1880-1888, II, p. 406).
Il problema di armonizzare queste due grandi realtà è stato percepito in tutti i venti secoli dell'era cristiana. Nessuna meraviglia perciò se alcuni, per salvare la perfetta verginità, hanno negato la realtà della maternità (per es. gli Gnostici i quali negavano la realtà umana di Cristo: cfr. S. IRENEO, Adv. haer. I. 24, 2; 30, 12); e se altri, al contrario, per salvare la perfetta maternità, han negato la realtà della verginità (per es. gli Ebioniti, i quali soppressero, nel loro Vangelo, il cosiddetto " Vangelo dell'infanzia " ove si parla esplicitamente della verginità di Maria (cfr. S. IRENEO, Adv. haer. I, 26, 1).

 

3. IL CONCETTO PRECISO DELLA VERGINITÀ IN GENERE

La verginità teologicamente considerata perciò si può distinguere in verginità corporale e verginità spirituale: 1) la verginità corporale (o materiale) importa l'integrità del corpo e l'immunità del medesimo dalla soddisfazione venerea liberamente ammessa; 2) la verginità spirituale, invece, importa l'integrità dello spirito, ossia il fermo proposito di astenersi dalla soddisfazione venerea anche lecita, come si ha nel matrimonio.
Ciò premesso si può dare il caso che una donna sia vergine spiritualmente, non già corporalmente (per es. a causa di una operazione chirurgica che distrugga l'integrità corporale); e, al contrario, può anche darsi il caso che una donna sia corporalmente vergine, ma non lo sia più spiritualmente (peccando, per es., in diversi modi, contro la castità).
Secondo il Mitterer e i suoi seguaci, invece, la verginità comprenderebbe i seguenti quattro elementi, due psichici e due somatici:
a) l'astensione affettiva (la volontà di astenersi) dalla soddisfazione venerea;
b) l'astensione effettiva dalla soddisfazione venerea;
c) l'astensione da ogni atto sessuale con tutte le funzioni psicologiche che l'accompagnano;
d) che il germe vitale femminile non abbia alcun contatto col germe vitale maschile (cfr. A. MITTERER, Dogme und Biologie der heiligen Familiè nach dem Weltbild des hl. Thomas von Aquin und dem der Gegenwart, Wien, Herder, 1948, p. 106).
Secondo questa nuova teoria della verginità (fondata sui soli dati biologici, prescindendo dal Ministero e dalla Tradizione della Chiesa) la integrità corporale (la verginità corporale) non sarebbe necessaria per avere il concetto ed il fatto della verginità, per cui si potrebbe sostenere una verginità perfetta senza l'integrità corporale. Un tale concetto essi l'applicano a Maria SS., la quale, per loro, sarebbe sempre vergine, pur non avendo, a causa del parto, la verginità del corpo (ma solo quella dello spirito). Costoro, evidentemente, si mettono contro il Magistero e la Tradizione della Chiesa. Non è già la fede (la verità rivelata) che si deve conformare alla scienza, ma è la scienza che si deve conformare alla Fede, nel caso che Fede e scienza fossero in conflitto.

 

4. LA FORMOLA TERNARIA DELLA VERGINITÀ DI MARIA

II fatto (rivelato) della perpetua verginità di Maria è stato espresso dalla Chiesa (a cominciare dalla Costituzione " Cum quorundam " di Paolo IV, del 1555) con la formola ternaria chiara e popolare: Maria fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto.
Questa triplice divisione - è bene rilevarlo subito – anziché una divisione scientifica, è piuttosto una divisione pratica, ordinata ad esprimere, in modo facile e popolare, la realtà della verginità o integrità, corporale e morale, di Maria in tutte le fasi della sua vita. Il fondamento, il perno di una tale divisione è la nascita di Cristo, la quale - secondo il concetto tradizionale - fu verginale, ossia, avvenne senza compromettere l'integrità corporale della Madre. Ciascuna delle tre parti della divisione - è bene rilevarlo - ha un suo proprio significato, parzialmente diverso da quello delle altre. Siccome l'espressione " sempre vergine " è generica, per questo è stata poi specificata dalla suddetta formola ternaria. Se non vi fosse qualcosa di intermedio tra la verginità prima del parto e dopo il parto, inutilmente si sarebbe introdotto un membro intermedio (la verginità " nel parto ") (2).

 

5. DIVISIONE DELLA TRATTAZIONE

Ciò premesso, di ciascuna delle tre fasi della verginità di Maria SS. (prima del parto, nel parto e dopo il parto) esporremo tre cose:
I     Il concetto preciso
II    Gli errori di oggi
III   La loro confutazione.
Note alla prima parte
(1) "Homo habere debet munda labia in hac materia" (S, BONAVENTURA, in Sent. III,
d. 4, a. 3, q. 1, ad 2; ed. Quaracchi, III, p. 1136).
(2) L'iconografia-bizantina suole esprimere le tre fasi della verginità di Maria dipingendo tre stelle sul capo e sulle spalle della Vergine col Bambino. Ciascuna di queste tre stelle ha il suo particolare splendore.


AVE MARIA!

domenica 17 agosto 2014

LA VERGINITA' DI MARIA, OGGI (5)

LA VERGINITA' DI MARIA, OGGI (5)

PARTE   SECONDA

"NATO DA MARIA VERGINE"


LA VERGINITÀ DI MARIA "NEL PARTO"




II. LE NEGAZIONI E I DUBBI DI OGGI


"Fra tutti i punti della dottrina mariana - ha rilevato giustamente il Prof. Laurentin - questo è il più misconosciuto" [Court Traité de Théologie mariale, P. II, nota 5). Questo misconoscimento è stato ed è fonte di errori e di dubbi. La verginità di Maria " nel parto " infatti è, oggi, la più bersagliata.

1) II Prof. Sac. ALBERT MITTERER, specializzato nel campo delle scienze biologiche, nel 1952 pubblicava un'opera dal titolo: Dogme und Biologie der heiligen Familien nach dem Weltbild des hl. Thomas von Aquin und dem der Gegenwart ("Wien, Herder, 1952, pp. 224).

Quest'opera consta di una introduzione e di quattro libri. Nel primo libro tratta dell'Immacolata Concezione di Gesù e di Maria (Gesù fu concepito senza macchia di peccato originale perché Maria, Madre sua, fu concepita, a sua volta, senza una tale colpa); nel secondo libro parla dell'Incarnazione del Verbo nel seno di Maria; nel terzo parla della divina maternità di Maria; e nel quarto, infine, tratta della soprannaturale paternità di San Giuseppe.

Parlando, nel terzo libro, della divina maternità di Maria, il Mitterer, contro l'opinione comune (di S. Tommaso e di altri) ammette in Maria sia la frattura dell'integrità fisica (dell'imene) nel parto, sia i dolori del parto per la semplice ragione che - secondo lui – la frattura dell'integrità fisica e i dolori del parto, mentre non si richiedono per la perfetta verginità, si richiedono invece per la perfetta maternità. La frattura dell'integrità fisica (dell'imene) - secondo il Mitterer - non va per se stessa contro la perfetta verginità se non quando è conseguenza dell'atto sessuale (non già quando è conseguenza del parto) (op. cit., p. 106).

Si tratterebbe perciò di integrità morale, non già di integrità fisica.
L'integrità fisica è soltanto un segno (e neppure sicuro) della perfetta verginità.
L'integrità fisica - secondo il Mitterer - va contro la perfetta maternità. La frattura dell'integrità fisica a causa del parto – dice Mitterer - è invece uno dei segni della perfetta maternità. Se per la perfetta verginità si esige il segno della verginità (l'integrità fisica), con lo stesso diritto - dice il Mitterer - per la perfetta maternità si potrà esigere il segno della maternità (la frattura dell'integrità fisica).

Segno per segno. Alla perfetta verginità - dice - appartiene che l'integrità fisica non sia violata da un atto sessuale. Alla perfetta maternità appartiene che l'integrità fisica sia violata dal bambino che nasce o dall'atto del parto (op. cit., p. 116) (4). L'integrità fisica o corporale - secondo lui - non rientra nel concetto di verginità, di modo che il parto che avviene nel modo ordinario non toglierebbe la verginità. Egli è costretto a coniare questo nuovo concetto della verginità (del tutto contrario a quello tradizionale) per salvare la perpetua verginità di Maria. Ma... la salva realmente?... Egli non salva la perfetta verginità di Maria (che è morale insieme e corporale). Conseguentemente se egli salva la verginità prima del parto, non salva, anzi distrugge, la verginità (l'integrità fisica) nel parto, ossia, la svuota del suo contenuto. L'effato tradizionale (verginità " prima " del parto, " nel " parto e " dopo " il parto) esprime una verità rivelata con un contenuto specifico proprio. Se il parto di Maria SS. si realizzò come quello di qualsiasi altra donna, l'espressione " vergine nel parto " non avrebbe più nessun proprio contenuto. Sarebbe verginale solo perché sussegue il concepimento verginale, e perciò si identificherebbe col concepimento verginale (con la verginità " prima del parto ").
Il concetto di " verginità " va stabilito partendo dai dati forniti dalla rivelazione e dalla tradizione, non già dai dati della scienza biologica moderna (come ha fatto il Mitterer, onde accusare i Padri e i Teologi di aver attribuito alla verginità una cosa - l'integrità fisica - che non le appartiene).

Non omette poi il Mitterer di svuotare le prove che si è soliti addurre in favore della verginità di Maria nel parto.

Riguardo all'argomento desunto dalla tradizione, il Mitterer si chiede: i Santi Padri, allorché parlano di una tale prerogativa, parlano come testimoni di una verità rivelata ricevuta per eredità, oppure parlano come teologi i quali tirano le loro conclusioni guidati dalle proprie speculazioni? Si dà, in realtà, la unanimità che si richiede perché costituiscano un criterio teologico? Il Mitterer lascia la risposta agli specializzati nella teologia positiva (come se la risposta non fosse stata già data). Si domanda, inoltre: perché insistere nella piena maternità meno tenacemente che nella verginità (prima del parto, nel parto e dopo il parto) dal momento che la sua maternità appartiene ad un ordine superiore a quello della sua verginità. E risponde dicendo che ciò dipende forse dal fatto che nei tempi passati era più conveniente mettere in risalto la verginità ed era meno urgente che ai nostri tempi insistere di più sull'aspetto della maternità!...

Questa nuova teoria del Mitterer ha suscitato le simpatie di Padre Jean Galot S. ., di Carlo Davis, di P. Schillebeeckx, di P. Carlo Rahner S.J., di Clifford E.L. Henry, ecc.


2) Il P. JEAN GALOT S.J., si è lasciato impressionare dalla Opera del Prof. A. Mitterer, e ha ritenuto suo dovere tendergli una mano, sforzandosi di dimostrare che la teoria del Professore viennese non si oppone alla tradizione (cfr. La virginité de Marie et la naissance de Jésus, in " Nouv. Rev. Théol. ", 82, 1960, pp. 449-725). Egli presenta la questione della " verginità nel parto " come un " problema teologico delicatissimo " (mentre in realtà si tratta non già di un " problema " ma di una verità rivelata da Dio, proposta dalla Chiesa per lo mero col suo Magistero ordinario e universale, infallibile come quello straordinario).

P. Galot ritiene che " l'idea di una nascita miracolosa " pare che non sia richiesta dalla verginità corporale considerata in se stessa, ma che è stata spesso affermata dopo il sec. V, dagli scrittori ecclesiastici ".
Il Mitterer - dice P. Galot - ha preso di fronte il problema, e si è sforzato di dimostrare che la verginità, non solo non esigeva in Maria che la nascita di Gesù avvenisse in modo miracoloso, ma anche che la maternità corporale, per essere vera e completa, supponeva una nascita in condizione normale, col dolore che vi è ordinariamente unito.

Secondo il P. Galot, la tradizione patristica, fino alla fine del sec. IV, ossia, fino a S. Ambrogio, avrebbe affermato che Gesù è nato da Maria SS. come tutti gli altri uomini. A partire poi da S. Ambrogio, si sarebbe cominciato a parlare, contro Gioviniano, di un parto prodigioso, verginale. S. Ambrogio sarebbe poi stato seguito in ciò da Sant'Agostino, dal Papa S. Ormisda, da S. Gregorio M. e da molti altri. Secondo il P. Galot, sarebbero stati gli apocrifi (l'Ascensione di Isaia, della fine del sec. I; le Odi di Salomone, dell'inizio del sec. II; il Protovangelo di Giacomo, della metà del sec. II) a parlare, per primi, di un parto prodigioso, verginale. Ciò nonostante la verginità di Maria - secondo il P. Galot - " non si opporrebbe minimamente ad una nascita (di Cristo) in modo normale " (art. cit., p. 465). Una nascita prodigiosa - si domanda P. Galot - " sarebbe ancora una vera nascita? " (ibid.). E risponde: " Se si ammette un parto prodigioso, si ha pena a darne una rappresentazione possibile e intelligibile, e si rischia di sfociare in un certo docetismo " (ibid., p. 466). E conclude asserendo che sarebbe erroneo pensare che per un tale parto (anche normale, ordinario), la maternità di Maria abolirebbe il segno della verginità. Se un segno deve rimanere scolpito nel corpo di Maria, e persistere attualmente nel suo corpo glorioso, è quello della sua maternità verginale; questo segno è quello dell'apertura, da parte di Gesù, del seno materno, seno chiuso agli uomini, e che non ha lasciato il passaggio altro che di Dio " (art. cit., p, 467). Al " segno " della verginità (proprio di Maria), P. Galot preferisce, evidentemente, il " segno " della maternità (comune a Maria e a tutte le altre donne!...).

P. Galot, ammette anche che il parto della Vergine è stato accompagnato da dolori. E termina il suo articolo asserendo che un tale parto normale, anziché diminuire l'onore della Vergine, sembra che l'aumenti (p. 469). Va anzi più in là, e arriva ad asserire che, con l'abbassamento di Maria al livello di tutte le altre madri, " la dignità di tutte le madri viene rialzata " !... (ibid.).
Ci troviamo perciò dinanzi ad un parto ordinario (uguale a quello di tutte le altre madri). Questo parto, tuttavia, si deve dire verginale, ma solo perché il concepimento del divin Bambino è stato verginale, per opera cioè dello Spirito Santo, e perciò la verginità " nel parto " viene identificata con la verginità " prima del parto ".

Queste stesse idee, il P. Galot l'ha ripetute, recentemente, nell'articolo: Nato dalla Vergine Maria, in " Civiltà Cattolica " 120 (1969) p. 134-144. Egli ha cercato di appoggiare la sua tesi con argomenti presi dal Magistero Ecclesiastico, dalla S. Scrittura, dalla Tradizione e dalla convenienza; ma invano, come vedremo. Nel surriferito articolo, dopo aver difeso il concepimento verginale di Cristo (la verginità " ante partum "), P. Galot passa a parlare della verginità " nel parto ", e dice: " Tuttavia, è necessario aggiungere che nella dottrina della verginità perpetua, un problema non ha ancora ricevuto una definitiva soluzione; concerne la verginità di Maria nel parto ". E lo prova appellandosi alla primitiva tradizione patristica. " Fin verso la fine del IV secolo [asserisce con impressionante sicumera] i Padri non vedevano alcuna difficoltà ad affermare, per Gesù, un modo di nascere uguale a quello degli altri bambini " (p. 137). E adduce le testimonianze di Origene, di S. Ireneo e di S. Epifanio (nelle quali si asserisce che Gesù " aprì il seno " della madre). Però - aggiunge - " Fin dalla fine del IV secolo, ha cominciato a prevalere un'altra rappresentazione della nascita: si è legata l'idea della nascita verginale a quella d'un parto miracoloso. Questa rappresentazione è diventata tradizionale e si è spesso paragonata al raggio di sole che attraversa il cristallo senza lederlo" (ibid.). Dopo questa candida ammissione, P. Galot passa a parlare di alcuni i quali, recentemente, han negato una tale interpretazione. " Recentemente - dice - alcuni autori hanno proposto un modo di intendere il parto verginale che, in effetti, si ricollega a quello dei primi secoli [cioè, alle pretese asserzioni dei Padri fin verso la fine del secolo IV]: il bambino Gesù sarebbe nato come nascono gli altri bambini e non avrebbe tolto nulla alla verginità, anche fisica, di sua madre, perché la verginità corporale consiste nella preservazione del corpo non nei riguardi di qualsiasi azione fisica, ma nei riguardi delle relazioni sessuali [si noti qui, di passaggio, la deplorevole confusione tra verginità corporale e verginità morale).


Un parto non potrebbe togliere, per se stesso, la verginità [quella morale: toglie però quella corporale] e d'altra parte è logico che Maria, perché sia veramente e pienamente madre, abbia veramente partorito il suo bambino [ come se il modo o processo ordinario della nascita sia essenziale alla maternità, mentre è evidente che il modo della nascita non appartiene all'essenza. Se un bambino, per esempio, nasce per parto chirurgico, ossia, cesareo, non per questo la madre di lui cessa di essergli " veramente e pienamente " madre].


Secondo questo modo di vedere, Maria porterebbe nel suo corpo, in seguito al parto, il segno della sua maternità verginale [ma non già - si può e si deve aggiungere - il segno del parto verginale], e questo segno risponderebbe all'intenzione fondamentale della verginità che è apertura a Dio [ma è anche consacrazione totale, anima e corpo, a Dio]... Bisogna tuttavia stare attenti a non identificare l'affermazione della nascita verginale [ma può dirsi " verginale " una nascita ordinaria?! ] con la rappresentazione di un parto miracoloso [se il parto è " verginale ", non ordinario, non è forse necessariamente miracoloso?] (art. cit., p. 137-138). " Questa rappresentazione – conclude P. Galot - non è implicata nella fede [eppure la Tradizione e il Magistero Ecclesiastico han parlato - come vedremo - ripetutamente di parto verginale, mirabile, miracoloso!...]. E non è necessariamente legata all'affermazione della verginità di Maria [è però legata all'affermazione della verginità corporale). E' necessario dunque distinguere bene tra la certezza di fede e il valore da attribuire ad una rappresentazione, che pur avendo una lunga tradizione [dunque, per tanti secoli, la Chiesa avrebbe creduto ad una "rappresentazione" falsa] non si impone come una verità da credere [e allora quale verità è da credere?!] " (art. cit., p. 138).


3) CARLO DAVIS (recentemente, apostata dal sacerdozio e dalla fede), dopo aver riferito sinteticamente la sentenza del Mitterer, si è limitato a dire; " In molti modi le idee del Mitterer sono molto attrattive: al giorno d'oggi noi troviamo particolarmente difficile vedere la rilevanza della verginità in par fu come è abitualmente esposta. Similmente, la reinterpretazione della tradizione coinvolge, al momento, un augurio non tollerato " (cfr. " Clergy Review " 41, 1956,p. 543).

4) II P. ENRICO SCHILLEBEECKX O.P., in una lettera (o " Memorandum ") inviata all'Episcopato Olandese nonché ai Provinciali e agli Abati dei monasteri di quella nazione, metteva in dubbio la verginità fisica della Madonna.

5) II P. CARLO RAHNER S.J., nella rivista " Zeitschrift fur Katholische Theologie " 75, 1953, p. 500 s., ammetteva che gli argomenti addotti dal Mitterer sono forti e si impongono all'attenzione dei teologi positivi. Nei " Saggi di Cristologia e di Mariologia " (Roma, Ediz. Paoline, II ediz., 1967), nel capitolo " Virginitas in partu ", un contributo al problema dello sviluppo e della tradizione del dogma (p. 361-411), ha precisato meglio il suo pensiero sulla teoria del Mitterer. Pur riconoscendo in lui un errore fondamentale di metodo, e pur allontanandosi da lui in cose più o meno accidentali, dimostra come la verginità nel parto, praticamente sia senza solido fondamento. Dopo aver sintetizzato il pensiero del Mitterer e dopo aver riferito, brevemente, il giudizio di alcuni teologi intorno al medesimo, P. Rahner si limita ad aggiungere " alcune osservazioni a questo nuovo problema "(p. 365).
P. Rahner rileva, innanzitutto, " nella più recente teologia cattolica ", " una maggiore riservatezza nella qualificazione teologica e (soprattutto) nella determinazione del suo contenuto ": cosa falsa, come vedremo.

Riguardo poi al " contenuto " della verginità nel parto (come pure riguardo alla definizione della medesima) " è consigliabile – dice P. Rahner - prudenza e riservatezza " (p. 368). Non sappiamo però quanta " prudenza e riservatezza " abbia usato egli stesso quando asseriva: " se si vuole vedere espressa " (la " virginitas in partu ") " nel semper virgo " della tradizione e anche in molte espressioni dell'insegnamento del Magistero della Chiesa, allora non bisogna soltanto chiedersi se il magistero con un tale titolo (" semper virgo ") col quale caratterizza Maria, voglia già definire il contenuto del titolo stesso, ma bisogna specialmente far notare che il contenuto più preciso della " virginitas "in partu" forse in esso incluso rimane ancora completamente aperto " (Le., p. 368), ossia, completamente indeterminato. Dopo aver Svuotato i vari documenti del Magistero Ecclesiastico sulla verginità nel parto, P. Rahner conclude: " Tenendo presente la posizione del Magistero quindi, è perfettamente comprensibile questa maggiore riservatezza nella recente teologia per quanto riguarda la qualifica e la definizione del contenuto della dottrina... " (l.c. p. 372-3). Bisogna... far rilevare... che il problema della più esatta definizione del contenuto non è ancora risolto... Infatti attraverso un'accurata storia della dottrina si potrebbe mostrare che la definizione del suo contenuto non è stata sempre unitaria, chiara e non sempre priva di elementi sospetti, per cui non si può dire semplicemente: la prudente, un po' indefinita e globale affermazione della " virginitas in partu " nel magistero ordinario, nelle posizioni prese finora dal magistero straordinario e nella normale predicazione della fede intende proprio e sempre quello che viene espresso rigorosamente e in particolare dai Padri e dai Teologi (e in qualche scritto edificante) " (l.c., p. 373).

Passa quindi a dimostrare come la " virginitas in partu " non si possa provare con certezza né per via storico-critica (dimostrando cioè che risale al tempo degli apostoli) (p. 376-390) né per via dogmatica (dimostrando che è implicita in verità rivelate dagli apostoli) (pagine 390-395). "Non dobbiamo considerare come dogma e verità vincolante tutto quello che al riguardo (nella "virginitas in partu") la tradizione dice " (p. 409).

Dopo aver proposto varie riflessioni sopra " difficoltà e su questi problemi insoluti ", P. Rahner conclude: " Non possiamo certo dire che ci troviamo con evidenza di fronte alla necessità o di poter dedurre e di dedurre questi elementi concreti ("esenzione dal dolore, permanenza dell'imene, il " sine sordibus ", che i Padri identificano anzitutto con la placenta"), dal nostro punto di partenza, oppure di abbandonarlo come insufficiente e non conforme alla tradizione. Noi perciò non diciamo (come Mitterer): questi elementi concreti non ci sono stati. Diciamo soltanto: la dottrina della Chiesa dice con il vero nocciolo della Tradizione: il parto attivo di Maria - visto da parte del bambino e di sua madre - considerato nell'insieme della realtà è come atto integralmente umano di questa "Vergine", è anche in sé (e non soltanto in virtù della fecondazione, come per Mitterer) corrispondente a questa madre e perciò unico, misterioso, "verginale", senza che da questa proposizione (se in sé però è comprensibile) abbiamo la possibilità di dedurre, in maniera sicura e obbligante per tutti [é P. Rahner che sottolinea] delle osservazioni circa le particolarità concrete di questo processo " (p. 411) (5).
Anche P. Rahner perciò tende a svuotare completamente la verginità di Maria " nel parto ", ossia, ad identificarla con la verginità " prima del parto " (col concepimento verginale), ammettendo in Maria SS. la sola incorruzione morale, non già quella corporale.

6) CLIFFORD E.L. HENRY, M.D., considera il parto verginale (preso in senso stretto, astraendo dal concepimento verginale) come qualcosa che in se stessa è in pieno accordo con le leggi comuni della natura, e come miracoloso soltanto in causa, vale a dire, " per mezzo della concezione " (A Doctor considers the Birth of Jesus, in " The Homiletic and Pastoral Review ", 54, 1953, p. 219-223) (6).
Il retto insegnamento sulla verginità fisica " nel parto " viene riferito, dall'Henry, come una mera "congettura" (art. cit., p. 222-223).

7) P. Rahner ci fa sapere che è stata presentata all'Università di Innsbruck una tesi di laurea (non pubblicata) nella quale W. ZAUNER (Untersuchungen zum Begriff der Virginitas in partu, Innsbruck 1955) avrebbe confermato, " cautamente ", usando un metodo del tutto diverso, più storico-dogmatico e speculativo, la teoria del Mitterer.

8) II " Nuovo Catechismo Olandese " non ha neppure un accenno alla verginità " nel parto ". Dopo aver messo in discussione il concepimento verginale, era logico evitare di prendere in considerazione il parto verginale (7).

9) VECCHI ERRORI PRESENTATI COME NUOVE CONQUISTE

Anche tutti questi odierni contestatari della Verginità di Maria " nel parto " non hanno neppure il pregio della novità, poiché non han fatto altro che ripetere un errore già proposto nei secoli III e IV. Tertulliano, nel secolo III, nella sua lotta contro gli Gnostici e i Doceti (i quali ritenevano che il corpo di Cristo non era reale, ma apparente), nell'intento dì provare la realtà del corpo di Cristo, negò la verginità di Maria nel parto (De carne Christi, c. 23, PL 2, 790). Negò perciò il prodigioso parto di Maria, e ammise un parto comune a tutti gli uomini, con lesione dell'integrità fisica. Conseguentemente, insegnò che la Madonna " fu vergine riguardo all'uomo, non già riguardo al parto " (il quale non può essere, per se stesso, verginale) (8).

Altrettanto ripeteva a Roma, nel 392, con le stesse parole di Tertulliano, l'eretico Gioviniano, il quale poneva sullo stesso piano la donna vergine e la donna maritata. La Madonna, secondo Gioviniano, " fu vergine riguardo all'uomo, non già riguardo al parto ". Gioviniano - riferisce S. Agostino - impugnava la dottrina cattolica del parto verginale, perché per lui dire che Cristo era nato dalla madre lasciando incorrotta la sua verginità equivaleva a credere, coi Manichei, che Cristo era un fantasma (9).

Roma - riferisce San Girolamo - " non potè tollerare la scelleraggine di questa asserzione " (10), per cui Gioviniano fu condannato, prima nel Sinodo Romano sotto il Papa S. Siricio (a. 393) e poi, nello stesso anno (393) dal Sinodo di Milano sotto Sant'Ambrogio. " Dalla loro aberrazione - riferisce S. Ambrogio nella sua Lettera al Papa Silicio - sono indotti ad affermare: concepì vergine, ma non partorì vergine. Una vergine dunque avrebbe potuto concepire, pur restando vergine, ma non avrebbe potuto partorire, pur restando vergine, per la semplice ragione che il concepimento precede il parto? In tal caso, se non si vuole prestar fede agli insegnamenti dei sacerdoti, si creda almeno alle profezie riguardanti Cristo; si creda agli avvertimenti degli angeli, i quali dicono che nulla è impossibile a Dio. Si dovrebbe accettare in pieno il simbolo di fede degli apostoli, che la Chiesa romana ha sempre conservato intatto e ha sempre difeso " (11).

La negazione della verginità di Maria nel parto (a causa della condizione del medesimo) fatta nel sec. IV dall'eretico Gioviniano, fece inorridire, nel sec. V, persino l'eretico Giuliano, Vescovo di Belano, negatore, a sua volta, del peccato originale. Giuliano, in polemica con S. Agostino, gli opponeva che Egli, Agostino, con la sua teoria sulla universalità del peccato originale, cadeva in un'eresia ancora più detestabile di quella di Gioviniano: mentre infatti Gioviniano negava, " per la condizione del parto ", l'integrità del corpo di Maria, Egli, Agostino, negava invece, in Maria, " per la condizione della nascita ", l'integrità dello spirito (ancora più nobile) " assoggettandola al demonio " (facendola cioè nascere con la colpa originale) (12).
Anche nel sec. XI - come ci riferisce Radberto Pascasio – alcuni negavano il parto verginale di Cristo, perché, " se non fosse nato come nascono tutti gli altri bambini, non si avrebbe una vera nascita " (RADBERTO, De partu virginis, 1, PL 96, 208 A).

Si tratta perciò di ripetizione di errori antichi, già regressi, e perciò, si tratta di regressismo, non già di progressismo.
E qui è necessario rilevare che questi negatori della verginità di Maria " nel parto ", per difendere se stessi, si sono sentiti costretti persino a difendere gli eretici (Tertulliano, Gioviniano) asserendo che costoro non hanno errato negando la verginità fisica di Maria " nel parto ". Essi suppongono perciò che, fino ad oggi, ingiustamente, sarebbero stati considerati " eretici " perché non hanno combattuto la verginità " nel parto ". Avrebbero ammesso la verginità morale (a viro) non già quella corporale (a partu). Così, per esempio, P. Rahner ha scritto: " Tertulliano non combatte propriamente la " virginità in partu", ma semplicemente premette come ovvio il contrario... " (l.c., p, 387).

Eppure Tertulliano - come pure Gioviniano - era pienamente consapevole di aver negato la verginità nel parto, a causa della perdita dell'integrità fisica. Coloro che lo difendono, invece, non se ne vogliono rendere consapevoli. Per salvare quindi, per lo meno a parole, la verginità di Maria " nel parto ", si vedono costretti a dire che la Madre di Dio è " vergine ": corporalmente però non è più vergine e perciò non è più integralmente vergine (sia spiritualmente sia corporalmente).
Sembra perciò che abbiano fatto causa comune con gli eretici...

Note alla seconda parte

(4) II Mitterer travisa qui - a proprio comodo- il concetto stesso di verginità.
(5) Anche qui bisogna distinguere tra la realtà concreta del fatto (la non-frattura dell'integrità fisica) e la realtà concreta del modo (in che modo si è verificata la non-frattura dell'integrità fisica).
(6) L'Henry è stato confutato da MONS. JOSEPH C. FENTON (Our Lady's virginity in partu, in " American Ecclesiastical Review ", 130, 1953, p. 46-55) e dal P. J.B. CAROL O.F.M, (Mary's virginity in partu, in " The Homiletic and Pastoral Review ", 54, 1954, p. 446-447).
(7) Secondo il P. Galot, avrebbero accolto con simpatia la teoria del Mitterer, O. SEMMELROTH S.J. (in " Scholastik ", 28, 1953, p. 310), R. VALKANOVER O.F.M. (in " Antonianum ", 39, 1955, p. 71-74), H, DOMS (Ein Kapitel aus der gegenwàrtigen Beziehung zwischen Theologie und Biologie, in " Theologische Revue " 48, 1952, p. 201 e 212), W. DETTLOFF O.F.M. (Virgo-Mater; Kirchenvàter und moderne Biologie zur jungfraulichen Mutterschaft Mariens, in " Wissenschaft und Weisheit", 20, 1957, p. 221 e 226), D. RYAN (Perpetual virginity in K.M. Mc Namara, Mother of the Redeemer, Dublin, 1959, p. 119, n. 53). L. OTT menziona le idee di Mitterer, senza disapprovarle, nell'opera Grundriss der Katholischen Dogmatik, Freiburg, II ed., 1957, vers. it. Marietti, Torino.
(8) Ecco le parole di Tertulliano: " Peperit (Maria) et non peperit; virgo (fuit) et non virgo. Peperit enim, quae ex sua carne; et non peperit, quae non ex viri semine. Et virgo, quantum a viro; non virgo, quantum a partu " (TERTULLIANO, De carne Christi, 23, 2; C.S.E.L. 2, 914). Secondo il Mitterer e compagni, Tertulliano non avrebbe negato la verginità " nel parto ".
(9) " Tamquam Christum cum Manichaeis phantasma crederemus, si Matris incorrupta virginitate diceremus exortum " (S. AGOSTINO, Contra lulianum pelagianum, 1, 2, 4, PL  44, 643). È degna di nota la risposta data dallo stesso S. Agostino a Gioviniano: " (Catholici) nec sanctam Mariam pariendo fuisse corruptam, nec Dominum phantasmam fuisse crediderunt; sed et illam virginem mansisse post partum, et ex illa tamen verum Christi corpus exortum " (ibid.).
(10) " Si idipsum virgo putatur et nupta, cur piaculum vocis huius Roma audire non potuit? Virgo a viro, non vir a virgine generatur " (S. GIROLAMO, Apologeticum ad Pammachium, 2, PL 22, 494 a).
(11) "De via perversitatis produntur dicere: Virgo concepit, sed non virgo generavit. Potuit ergo virgo concipere, non potuit virgo generare, cum semper conceptus praecedat, partus sequatur? Sed si doctrinis non creditur sacerdotum, credatur oraculis Christi; credatur monitis angelorum dicentium: quia non est impossibile Deo omne verbum; credatur Symbolo apostolorum, quod Ecclesia Romana intemeratum semper custodit et servat " (S. AMBROGIO, Epist. 42, PL 16, 1173-1174).
(12) " Ille (lovinianus) virginitatem Mariae partus conditione dissolvit; tu (Augustine) ipsam Mariam diabolo nascendi conditione transcribis... " (S. AGOSTINO, Opus imperfectum contra lulianum, VI, 122, PL 45, 1417).




"Totus tuus ego sum, o Maria, 
et omnia mea tua sunt. [...] 
Accipio te in mea omnia, 
praebe mihi cor tuum, o Maria"


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