giovedì 28 febbraio 2019

Mensajes De Dios A Su Iglesia Remanente: EL FUTURO DE UN HIJO ES OBRA DE LA MADRE - "La inf...

Mensajes De Dios A Su Iglesia Remanente: EL FUTURO DE UN HIJO ES OBRA DE LA MADRE - "La inf...: MADRE CATÓLICA: «RAÍZ» DEL HEROÍSMO “EL FUTURO DE UN HIJO ES OBRA DE LA MADRE” (NAPOLEÓN BONAPARTE) Papel de la madre en...


LE PROMESSE DI GESU' ai devoti del Suo Santo volto



"PER L’IMPRONTA DELLA MIA UMA­NITÀ LE LORO ANIME SARANNO PENETRATE DA VIVIDA LUCE SULLA MIA DIVINITÀ IN MODO CHE,  PER LA SOMIGLIANZA DEL MIO VOLTO, SPLENDERANNO PIÙ DEGLI ALTRI NELL’ETERNITÀ".
(Santa Geltrude, Libro IV Cap. VII)

-   Santa Matilde, chiedeva al Signore che coloro i quali celebravano la memoria del dolce Suo Volto, non andassero privi dell'a­mabile Sua compagnia, ebbe in risposta: "NON UNO DI ESSI ANDRÀ DA ME DIVISO".
(Santa Matilde, Libro 1 - Della grazia spiri­tuale - Cap. XII)

-   "NOSTRO SIGNORE", dice Suor Maria Saint-Pierre: MI HA PROMESSO D'IM­PRIMERE, NELLE ANIME DI COLORO CHE ONORERANNO IL SANTISSIMO
SUO VOLTO, I TRATTI DELLA SUA DIVINA SOMIGLIANZA".
(21 gennaio 1844)

- "PER IL SANTO MIO VOLTO OPERE­RETE PRODIGI". (27 ottobre 1845)

- "PER IL SANTO MIO VOLTO OTTER­RETE LA SALVEZZA DI MOLTI PEC­
CATORI: PER L'OFFERTA DEL MIO VOLTO NULLA VI SARÀ RIFIUTATO.
OH SE SAPESTE QUANTO IL MIO VOLTO SIA GRADITO AL PADRE MIO! (22 novembre 1846)

- "COME IN UN REGNO TUTTO SI ACQUISTA  CON  UNA  MONETA,
SULLA QUALE SIA IMPRESSA LEFFI­GE DEL PRINCIPE, COSÌ CON LA PRE­ZIOSA MONETA DELLA SANTA MIA UMANITÀ, CIOÈ COL MIO VOLTO ADORABILE, VOI OTTERRETE NEL REGNO  DEI  CIELI  QUANTO  VI AGGRADA". (29 ottobre 1845)

- "TUTTI COLORO CHE ONORERANNO IL SANTO MIO VOLTO IN SPIRITO DI
RIPARAZIONE, FARANNO CON CIO’ L’OPERA MEDESIMA DELLA VERONI­CA". (27 ottobre 1845)

- "SECONDO LA PREMURA CHE POR­RETE NEL RESTAURARE LE MIE SEMBIANZE    SFIGURATE    DAI BESTEMMIATORI, IO AVRÒ CURA DELLE  SEMBIANZE DELL’ANIMA VOSTRA, SVISATA DAL PECCATO: VI RISTABILIRÀ LA MIA IMMAGINE E LA RENDERÒ COSÌ BELLA COME ERA QUANDO USCÌ DAL FONTE BAT­TESIMALE". (3 novembre 1845)

- "IO DIFENDERÒ INNANZI AL PADRE MIO LA CAUSA DI TUTTI COLORO,
CHE MERCÉ L'OPERA DI RIPARAZIO­NE, SIA CON PREGHIERE, SIA CON PAROLE, SIA CON ISCRITTO DIFEN­DERANNO LA MIA CAUSA, IN MORTE ASCIUGHERÒ LA FACCIA DELLA LORO ANIMA, TERGENDONE LE MACCHIE DEL PECCATO RIDANDO­LE LA SUA PRIMITIVA BELLEZZA". (12 marzo 1846)

Le ingiunse inoltre di scrivere queste pro­messe: dichiarando che, qualora le tenesse segrete e non ne parlasse, commetterebbe un’ingiustizia, (Sua vita, Cap. XX, p. 246).
A così tante lusinghiere promesse chi non si darà tutto al servizio del Santo Volto di N.S. Gesù Cristo? Del resto a dimostrare l'efficacia di que­sta devozione basterebbe leggere i miracoli senza numero operati dal Servo di Dio Leone Dupont e che tuttora si operano al maggior incremento della medesima non solo in Francia, ma in Italia ed in ogni parte del mondo.

AVE MARIA PURISSIMA!

mercoledì 27 febbraio 2019

IMMENSITA' ED ETERNITA' di D I O

Dio non è in un luogo o in un tempo, ma tutte le cose sono in lui



Anselmo di Aosta
1078
Proslogion, XVIII-XXII
In questo brano estratto dal Proslogion — opera che deve la sua notorietà all' "argomento ontologico” circa l’esistenza di Dio che viene lì sviluppato — sant’Anselmo d’Aosta espone il modo in cui intendere gli attributi della immensità e della eternità di Dio, considerati sullo sfondo di quanto appartiene alla creazione.
18. Che cosa sei, o Signore, che cosa sei, cosa capirà di te il mio cuore? Certamente sei vita, sei sapienza, sei verità, sei bontà, sei beatitudine, sei eternità e sei ogni vero bene. Questi beni sono molteplici, non può il mio limitato intelletto vederli tutti insieme con un solo sguardo, per godere di tutti simultaneamente. Come dunque, o Signore, tu sei tutti questi beni? Sono forse tue parti, o piuttosto ciascuno di essi è tutto ciò che tu sei? Tutto ciò che è composto di parti, infatti, non è totalmente uno, ma è in un certo modo molteplice e diverso da se stesso, e può venire dissolto sia in realtà sia col pensiero; cose che sono estranee a te, di cui nulla può essere pensato migliore. Dunque in te, Signore, non vi sono affatto parti, né tu sei molteplice, ma sei talmente uno e identico a te stesso, che in nulla sei dissimile da te stesso, che in nulla sei dissimile da te stesso; anzi tu sei l'unità stessa che nessun intelletto può dividere. Dunque, la vita, la sapienza e gli altri beni non sono tue parti, ma sono tutti una cosa sola, e ciascuno di essi è tutto ciò che tu sei e ciò che sono tutti gli altri. Poiché, dunque, né tu hai parti né le ha la tua eternità, che tu sei, in nessun luogo e in nessun tempo vi è una parte di te o della tua eternità, ma tu sei tutto dovunque e la tua eternità, ma tu sei tutto dovunque e la tua eternità è tutta sempre.

19. Ma se, per la tua eternità, tu sei stato, sei e sarai, e se l'essere stato non è l'essere futuro e l'essere presente non è l'essere stato o l'essere futuro, in che modo la tua eternità è tutta sempre?
O forse della tua eternità nulla passa, in modo che poi non sia più, né qualcosa è futuro, quasi che ancora non sia? Tu dunque non sei stato ieri o sarai domani, ma ieri, oggi e domani sei. Anzi, non sei né ieri né oggi né domani, ma sei semplicemente, al di fuori di ogni tempo. Infatti, ieri, oggi e domani non sono altro che un essere nel tempo; tu invece, benché nulla sia senza di te, non sei tuttavia nello spazio o nel tempo, ma tutte le cose sono in te. Infatti nulla ti contiene, ma tu contieni tutte le cose.

20. Tu dunque riempi e cingi tutte le cose, tu sei prima e al di là di tutte le cose. Certamente sei prima di tutte le cose, poiché tu sei da prima che le cose venissero fatte. Ma in quale modo sei al di là di tutte le cose? Come, infatti sei al di là di quelle cose che non avranno fine?
Forse perché senza di te quelle cose in nessun modo possono essere, mentre tu non diminuisci in alcun modo, anche se essere ritornano nel nulla? Così, infatti, in certo modo tu sei al di là di esse. O forse anche perché si può pensare che quelle cose abbiano una fine, mentre di te non lo si può affatto pensare? Infatti così quelle cose hanno sicuramente, in un certo modo, una fine, tu invece in nessun modo. E certamente ciò che in nessun modo ha fine è al di là di ciò che, in qualche modo, finisce. O forse, anche in questo modo tu superi tutte le cose, anche quelle eterne: per il fatto che la tua e la loro eternità ti sono totalmente presenti, mentre quelle cose non hanno ancora presente ciò che della loro eternità deve venire, così come non hanno più presente ciò che di essa è passato? Così, per l'appunto, sei sempre al di là di quelle cose, poiché sei sempre presente a te stesso e ti è sempre presente ciò a cui esse non sono ancora pervenute.

21. È forse questo, dunque, il significato di «secolo del secolo» o di «secoli dei secoli»? Come, infatti, il secolo dei tempi contiene tutte le cose temporali, così la tua eternità contiene anche gli stessi secoli dei tempi. La tua eternità è poi detta «secolo» per la tua indivisibile unità, è invece detta «secoli» per la sua interminabile immensità. E sebbene tu sia così grande, o Signore, che tutte le cose sono piene di te e sono in te, sei tuttavia così privo di ogni spazio che in te non vi è né medio né metà né parte alcuna.

22. Tu solo dunque, o Signore, sei ciò che sei, e tu solo sei colui che sei. Infatti, ciò che è altro nel tutto e altro nelle parti, e nel quale qualcosa è mutevole, non è completamente ciò che è. E ciò che è iniziato dal non essere e può essere pensato non esistente, e se un altro non lo sostiene ritorna nel non essere, che ha un passato non più esistente e un futuro che non è ancora, questo non esiste in senso proprio e assoluto. Tu invece sei ciò che sei, perché qualsiasi cosa tu sia in qualche momento o in qualche modo, lo sei tutto e sempre.
E tu sei colui che sei propriamente e semplicemente, perché ne hai un essere passato o futuro, ma un essere soltanto presente, né puoi essere pensato talvolta non esistente. E tu sei vita, luce, sapienza, beatitudine, eternità e molti beni di questo genere, e tuttavia non sei che un unico e sommo bene, tu che sei totalmente autosufficiente, di nulla bisognoso, di cui tutte le cose hanno bisogno per esistere e per esistere bene.

Proslogion, XVIII-XXII, tr. it. a cura di Italo Sciuto, Rusconi, Milano 1996, 125-131.
AMDG et DVM

La "morte cerebrale" è una finzione - Parte 1 - Gennaio 2019

Sanctus Sanctus Sanctus




martedì 26 febbraio 2019

Virtù, Scienze e Teologia

Le virtù necessarie allo studio delle scienze e della teologia





Ugo di san Vittore
1125 c.
Didascalicon, lib. III, capp. VI-XIII
In questo brano tratto dal Didascalicon, Ugo di s. Vittore espone l’importanza delle virtù morali, della contemplazione e dell’umiltà nel lavoro intellettuale di coloro che si dedicano allo studio. «La meditazione — scrive il teologo — è l’attività di pensiero della persona che riflette per un tempo prolungato e con saggezza, ricercando prudentemente le cause e l’origine, il modo e l’utilità di ogni cosa».
VI. Tre cose sono necessarie a coloro che si dedicano allo studio: doti naturali, esercizio e disciplina. Per quanto attiene alle doti naturali, esse si rivelano quando lo studente capisce con facilità ciò che ascolta e lo conserva con memoria tenace; per quanto riguarda l'esercizio, l'allievo dovrà perfezionare con laboriosità e zelo le proprie disposizioni naturali; per quanto concerne la disciplina, lo studente, con una vita virtuosa, dovrà accordare il proprio comportamento alla sua cultura.
Esporrò in sintesi alcune considerazioni di carattere introduttivo su questi tre requisiti.

VII. Coloro che si impegnano nell'apprendimento, devono disporre sia d'ingegno sia di memoria: infatti queste due cose sono tanto collegate nell'attività di chi studia e nell'oggetto di studio che, se una di esse è insufficiente, l'altra da sola non potrà portare nessuno studente alla perfezione. Similmente il guadagno non serve a nulla, se non può essere conservato; d'altra parte ingrandisce invano il suo magazzino colui che non ha nulla da custodirvi. L'ingegno acquista e la memoria conserva il sapere.
L'ingegno è una forza naturale dello spirito, che da sé sola costituisce un valore: esso è una dote naturale, che viene favorita dal buon uso e mentre la fatica esagerata lo consuma, il moderato esercizio lo raffina. A questo proposito si ricordi l'accorto avvertimento di quell'educatore che disse: Ora voglio che tu risparmi le tue forze: ci si affatica chini sui libri, va' a correre all'aria aperta.
Vi sono due attività che esercitano l'ingegno: la lettura e la meditazione. La lettura avviene quando apprendiamo qualcosa, secondo determinate regole e norme, da ciò che è stato scritto. La lettura si attua in tre modi: per opera del docente, per opera del discente o nello studio personale. Infatti si dice: “Leggo il libro per gli studenti”, oppure: “Leggo il libro spiegato dal docente” e infine: “Leggo il libro da solo”. Quando si studia si deve fare attenzione all'ordine e al metodo.

VIII. L'ordine concerne le materie d'insegnamento (la grammatica infatti precede la dialettica e così l'aritmetica precede la musica); in secondo luogo i libri (ad esempio lo scritto di Sallustio su Catilina precede nel tempo quello su Giugurta); poi la narrazione (che si sviluppa in una continuità collegata e connessa) ed infine il commento.
Nelle materie d'insegnamento esiste un ordine di successione secondo una disposizione naturale. Per i libri, si considera la persona dell'autore oppure l'argomento trattato. Nella narrazione si osserva un ordine secondo l'esposizione della materia, che può essere naturale, quando gli avvenimenti vengono riferiti così come si sono svolti, oppure artificiale, quando vien narrato prima ciò che effettivamente è avvenuto dopo e viceversa. Nel commento di un testo l'ordine è determinato dai livelli di ricerca; il commento comprende tre oggetti: la struttura grammaticale, il significato delle parole e l'intendimento del pensiero dell'autore.
La struttura grammaticale è la disposizione ordinata delle parole, che noi designiamo anche come costruzioni del periodo. Il significato è il facile e chiaro senso della frase, come si offre ad una prima lettura. L'intendimento del pensiero dell'autore attiene ad un piano di comprensione più profonda, che non può essere raggiunta senza commento ovvero interpretazione. L'ordine si applica quando si considera e si esamina prima la struttura grammaticale, poi il significato ed infine il pensiero dell'autore: fatto ciò, il commento è compiuto.

IX. Il metodo opportuno per studiare un testo consiste nella sua suddivisione in parti. Ogni suddivisione comincia da parti definite e procede indefinitamente. Ogni realtà delimitata risulta più chiara e di essa si può conseguire una conoscenza sicura.
L'apprendimento comincia dalle cose più note, attraverso di esse si raggiunge la conoscenza dell'ignoto. Inoltre ci serviamo della ragione (il cui compito specifico è suddividere), quando discendiamo dagli universali ai particolari, suddividendo e indagando la natura delle cose individuali. Ogni universale infatti è più definito e determinato dei singoli particolari. Quando dunque cerchiamo d'imparare qualcosa, dobbiamo incominciare da quelle nozioni che sono più conosciute, più determinate e di ambito più generale e poi, discendendo a poco a poco e distinguendo con varie suddivisioni le singole realtà, potremo evidenziare la natura delle cose particolari.

X. La meditazione è l'attività di pensiero della persona che riflette per un tempo prolungato e con saggezza, ricercando prudentemente le cause e l'origine, il modo e l'utilità di ogni singola cosa. La meditazione prende origine dalla lettura, ma non è vincolata dalle norme precise che regolano lo studio dei testi; infatti si compiace a spaziare in campi aperti, ove liberamente può fissare la forza del pensiero nell'indagine speculativa della verità, esaminando ora l'una ora l'altra causa delle cose, indagando anche le realtà più profonde, non lasciando nulla di incerto ed oscuro.
L'inizio del sapere si trova dunque nella lettura, ma il suo compimento perfetto si realizza nella meditazione: coloro che sanno amarla con familiare consuetudine e vi si applicano a lungo, rendono la loro vita assai lieta e trovano grandissimo conforto nelle avversità.
La meditazione riesce efficacemente ad allontanare lo spirito dal frastuono delle cose terrene e permette di pregustare, in qualche modo, già in questa vita, la dolcezza della pace eterna. Quando infine si saprà cercare e trovare oltre tutte le cose create il loro Creatore, lo spirito si arricchirà di luce intellettuale e di gioia: allora la meditazione conseguirà il suo massimo risultato.
Vi sono tre specie di meditazione: la prima consiste nell'attento esame delle azioni umane, la seconda nello studio accurato dei comandamenti divini, la terza nella valutazione delle opere di Dio. I comportamenti umani presentano vizi e virtù; i precetti divini contengono comandi, promesse ed ammonimenti; le opere divine sono tutte quelle cose che l'onnipotenza di Dio crea, la Sua sapienza governa e la Sua bontà dispone.
Solo colui che sa meditare attentamente sulle mirabili opere di Dio, potrà capire quanto esse siano degne di profonda considerazione.

XI. Riguardo alla memoria, penso di non dover tralasciare ora di dire che, come l'ingegno, analizzando, indaga e trova, così la memoria, sintetizzando, custodisce. È opportuno sintetizzare ed affidare alla memoria quanto abbiamo analizzato nell'apprendimento. Sintetizzare significa ridurre ad un compendio breve e schematico ciò su cui ampliamente si è letto o discusso: con parola d'origine antica ciò si dice riepilogare, cioè riassumere.
Infatti ogni trattazione sistematica ha un suo pensiero dominante, sui quale si basa il valore di tutta l'esposizione e la forza del discorso; a questo si collegano e si riferiscono tutti gli argomenti. Raccogliere, ossia sintetizzare, è appunto cercare e prendere in considerazione questo pensiero dominante.
La sorgente è una sola, ma i ruscelli che ne derivano sono molti: perché si dovrebbero seguire tutte le tortuosità dei vari corsi d'acqua? Nella sorgente c'è tutto. Mi esprimo così, perché la memoria umana è limitata, predilige la concisione, e quando si estende a molti oggetti, è meno efficace su un singolo argomento.
Da ogni oggetto di studio bisogna ricavare un pensiero breve e chiaro, indi è opportuno riporlo nello scrigno della memoria: quando poi le circostanze lo richiederanno sarà possibile derivare da esso le altre idee. Questo deve venir spesso ripetuto e richiamato alla mente, per così dire, come dal ventre della memoria al palato, affinché non perda la sua chiarezza ed il suo vigore a causa di un lungo e ininterrotto abbandono.
Ti consiglio, o mio studente, di non compiacerti se avrai letto molto, ma se sarai riuscito a capire molto, e non soltanto se avrai capito, ma se sarai capace anche di ricordare: altrimenti, l'aver letto ed anche l'aver compreso non ti recheranno gran vantaggio.
Per questo motivo ribadisco quanto ho affermato e cioè che coloro i quali si dedicano allo studio devono poter disporre di ingegno e di memoria.

XII. Un saggio, interrogato sulle disposizioni migliori per apprendere, rispose: Spirito umile, impegno nella ricerca, vita tranquilla, indagine silenziosa, povertà, terra straniera; queste circostanze rendono più agevole il superamento delle difficoltà che si incontrano durante gli studi.
Egli conosceva, penso, quel detto: Il buon comportamento morale impreziosisce la cultura , e per tale motivo collegò avvertimenti sul modo di vivere alle norme riguardanti lo studio, affinché l'allievo potesse venire a conoscere non solo il metodo del suo lavoro, ma anche lo stile della sua vita.
Non merita plauso la scienza di una persona disonesta: perciò e di massima importanza che colui che si dedica alla ricerca del sapere non trascuri le regole di una vita corretta.

XIII. L'umiltà è la condizione preliminare di un comportamento disciplinato; di questa virtù esistono molte testimonianze: le seguenti riguardano specialmente gli studenti. Prima di tutto essi non devono sottovalutare nessuna scienza e nessun libro, in secondo luogo non devono affatto vergognarsi di accettare un insegnamento da qualsiasi persona, infine, se riusciranno ad acquisire la cultura, non dovranno mai disprezzare nessuno.
Molti sbagliano perché vogliono sembrare sapienti prima del tempo: si abbandonano così alla vanità dell'orgoglio, cominciano a fingere di essere ciò che non sono ed a vergognarsi di ciò che sono: tanto più si allontanano dalla sapienza, quanto più bramano di essere considerati sapienti e non di esserlo. Ho conosciuto diverse persone di questo genere, le quali, prive ancora dei rudimenti della cultura, giudicavano sola cosa degna di loro occuparsi di altissimi problemi: credevano di poter diventare grandi, soltanto leggendo i libri ovvero ascoltando le parole di autori celebri e sapienti.
“Noi — dicevano — li abbiamo visti, noi siamo stati ad ascoltare le loro lezioni, spesso essi solevano conversare con noi, siamo stati conosciuti da uomini tanto eccellenti e famosi!” Io vi dico invece: “Volesse il cielo che nessuno al mondo mi conoscesse, ma che io potessi conoscere quanto umanamente è conoscibile”.
Voi vi vantate di aver visto, ma non dite di aver capito Platone: a questo punto credo che non sia per voi occasione di prestigio venire ad ascoltare le mie lezioni. Io non sono Platone, né ho avuto la fortuna di incontrarlo. Voi avete bevuto alla fonte della filosofia, eppure sarebbe un gran bene se aveste ancora sete! Persino un re, che pur ha bevuto da calici d'oro, beve anche da un vaso di coccio, se ha sete. Perché dovreste ritirarvi? Avete ascoltato Platone, ascoltate ora anche Crisippo. È diventato proverbiale il detto: Forse ciò che tu non sai, lo sa Ofello [Orazio, Satire II, II,2].
Non vi è nessuna persona cui sia stato dato di sapere tutto e non vi è nessuna persona che non abbia ricevuto dalla natura qualche dono speciale: pertanto gli studenti devono ascoltare volentieri tutti, devono sforzarsi di leggere tutto e non devono disprezzare nessuno scritto, nessun autore, nessun insegnamento: senza pregiudizi devono cercare di imparare da qualsiasi persona ciò che non sanno; non devono pensare a quanto già conoscono, ma a quanto ancora ignorano.
In questo senso si dice che Platone avesse un tempo preferito imparare con umiltà, piuttosto che insegnare con presunzione. Perché dovresti vergognarti d'imparare e non hai pudore di essere ignorante? Ciò è molto più disonorevole. Perché aspiri a cose tanto grandi, quando sei tanto piccolo? Considera realmente fin dove possono arrivare le tue forze.
Procede nel modo migliore colui che cammina con passo regolare. Taluni hanno voluto fare un gran salto in avanti e poi sono caduti in un burrone. Non aver dunque troppa fretta: solo così raggiungerai prima la sapienza.
Impara volentieri da tutti ciò che non sai, perché l'umiltà può farti partecipare del possesso di quel bene speciale che la natura ha riservato ad ogni singolo essere umano. Sarà più sapiente di tutti colui che avrà voluto imparare qualcosa da tutti: chi riceve qualcosa da tutti, finisce per diventare più ricco di tutti.

Didascalicon. I doni della promessa divina, l'essenza dell'amore, discorso in lode del divino amore, trad. di Vincenzo Liccaro, Rusconi, Milano 1987, pp. 130-138.

AMDG et DVM

lunedì 25 febbraio 2019

Rosario evangelico meditato



Primo mistero: L’Annunciazione

(da L'Evangelo come mi è stato rivelato, Vol. 1)
Padre Nostro...

(Maria Valtorta scrive una visione di Maria, a Nazareth...)
Ciò che vedo. Maria, fanciulla giovanissima, quindici anni al massimo all'aspetto, è in
una piccola stanza rettangolare. Una vera stanza di fanciulla. È seduta su uno sgabello
basso la Vergine. Fila del lino candidissimo e morbido come una seta. Le sue piccole
mani, solo di poco più scure del lino, prillano sveltamente il fuso. Il visetto giovanile, e
tanto tanto bello, è lievemente curvo e lievemente sorridente, come se accarezzasse o
seguisse qualche dolce pensiero.
1. Ave Maria...

Vi è molto silenzio nella casetta e nell'orto. Vi è molta pace tanto sul viso di Maria
quanto nell'ambiente che la circonda. Maria si mette a cantare sottovoce e poi alza lievemente la voce. Non va al gran canto. Ma è già una voce che vibra nella stanzetta e
nella quale si sente una vibrazione d'anima. Non capisco le parole, dette certo in ebraico. Ma, dato che ripete ogni tanto: «Jehovà», intuisco che sia qualche canto sacro, forse un salmo. Forse Maria ricorda i canti del Tempio. E deve essere un dolce ricordo…
2. Ave Maria...

Perché posa sul grembo le mani sorreggenti il filo e il fuso e alza il capo appoggiandolo
indietro alla parete, accesa da un bel rossore nel viso, con gli occhi persi dietro a chissà
quale soave pensiero, fatti lucidi da un'onda di pianto che non trabocca ma che li fa più
grandi. Eppure quegli occhi ridono, sorridono al pensiero che vedono e che l'astrae dal
sensibile. Il viso di Maria, emergente dalla veste bianca e semplicissima, così rosato e
cinto dalle trecce che porta avvolte come corona intorno al capo, pare un bel fiore…
3. Ave Maria...

8
Il canto si muta in preghiera: «Signore Iddio Altissimo, non tardare oltre a mandare il
tuo Servo per portare la pace sulla terra. Suscita il tempo propizio e la vergine pura e
feconda per l'avvento del tuo Cristo. Padre, Padre santo, concedi alla tua serva di offrire la sua vita a questo scopo. Concedimi di morire dopo aver visto la tua Luce e la tua
Giustizia sulla terra e di aver conosciuto che la Redenzione è compiuta. O Padre santo,
manda alla terra il Sospiro dei Profeti. Manda alla tua serva il Redentore. Che nell'ora
in cui cessi il mio giorno, si apra per me la tua Dimora, perché le sue porte sono state
già aperte dal tuo Cristo per tutti coloro che hanno sperato in Te. Vieni, vieni, o Spirito
del Signore. Vieni ai tuoi fedeli che ti attendono. Vieni, Principe della Pace!.. -». Maria
resta assorta così...
4. Ave Maria...

La tenda palpita più forte, come se qualcuno dietro ad essa ventilasse con qualcosa o
la scuotesse per scostarla. E una luce bianca di perla fusa ad argento puro… e l'Arcangelo si prosterna. Deve necessariamente assumere aspetto umano. Ma è un aspetto
trasumanato. Di quale carne è composta questa figura bellissima e folgorante? Di quale sostanza l'ha materializzata Iddio per renderla sensibile ai sensi della Vergine? Solo
Dio può possedere queste sostanze e usarle in tal maniera perfetta. E' un volto, è un
corpo, sono occhi, bocca, capelli e mani come le nostre. Ma non sono la nostra opaca
materia. E' una luce che ha preso colore di carne, di occhi, di chioma, di labbra, una luce che si muove e sorride e guarda e parla.
5. Ave Maria...

«Ave, Maria, piena di Grazia, ave!». La voce è un dolce arpeggio come di perle gettate
su un metallo prezioso. Maria trasale e ab-bassa lo sguardo. E più trasale quando vede
la fulgida creatura inginocchiata ad un metro circa di distanza da Lei e che, con le mani
incrociate sul petto, la guarda con una venerazione infinita. Maria balza in piedi e si
stringe alla parete. Diviene pallida e rossa alternativamente. Il suo viso esprime stupore e sgomento. Si stringe inconsciamente le mani sul seno nascondendole sotto le larghe maniche, si curva quasi per nascondere il più possibile il suo corpo.
6. Ave Maria...

Dice l'Angelo: «Non temere, Maria!» ripete l'Arcangelo. «Io sono Gabriele, l'Angelo di
Dio. Il mio Signore mi ha mandato a te. Non temere, perché tu hai trovato grazia presso Dio. Ed ora tu concepirai nel seno e partorirai un Figlio e gli porrai nome "Gesù".
Questi sarà grande, sarà chiamato Figlio dell'Altissimo (e tale sarà in vero) e il Signore
Iddio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e
il suo Regno non avrà mai fine. Comprendi, o santa Vergine amata dal Signore, Figlia
benedetta di Lui, chiamata ad esser Madre del suo Figlio, quale Figlio tu genererai».
7. Ave Maria...

Maria domanda: «Come può avvenire questo se io non conosco uomo? Forse che il Signore Iddio più non accoglie l'offerta della sua serva e non mi vuole vergine per amor
di Lui?». «Non per opera di uomo sarai Madre, o Maria. Tu sei l'eterna Vergine, la Santa di Dio. Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà. Perciò Santo si chiamerà Colui che nascerà da te, e Figlio di Dio. Tutto può il Signore Iddio 
9
nostro. »
8. Ave Maria...

(L’Angelo continua...)
Elisabetta, la sterile, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio che sarà il Profeta del
tuo Figlio, colui che ne prepara le vie. Il Signore ha levato a questa il suo obbrobrio, e la
sua memoria resterà nelle genti congiunta al nome tuo, come il nome della sua creatura a quello del tuo Santo, e fino alla fine dei secoli le genti vi chiameranno beate per la
Grazia del Signore venuta a voi ed a te specialmente; venuta alle genti per mezzo tuo.
Elisabetta è nel suo sesto mese ed il suo peso la solleva al gaudio, e più la solleverà
quando conoscerà la tua gioia. Nulla è impossibile a Dio, Maria, piena di Grazia.».
9. Ave Maria...

Che devo dire al mio Signore? Non ti turbi pensiero di sorta. Egli tutelerà gli interessi
tuoi se a Lui ti affidi. Il mondo, il Cielo, l'Eterno attendono la tua parola!». Maria, incrociando a sua volta le mani sul petto e curvandosi in un profondo inchino, dice: «Ecco
l'ancella di Dio. Si faccia di me secondo la sua parola». L'Angelo sfavilla nella gioia. Adora, poiché certo egli vede lo Spirito di Dio abbassarsi sulla Vergine curva nell'adesione,
e poi scompare senza smuover tenda, ma lasciandola ben tirata sul Mistero santo.
10. Ave Maria...

Gloria al Padre...
Gesù mio...
Secondo mistero: La Visitazione

http://www.scrittivaltorta.altervista.org/testi/rosario.pdf

Andrea modello ideale del sacerdote.


CXXXIII. Andrea modello ideale del sacerdote. Una lettera della Madre. Gesù costretto a lasciare l'Acqua Speciosa. 

18 marzo 1945

 1 L'Acqua Speciosa è senza pellegrini. E pare strano vederla così, senza bivacchi di chi sosta una notte o almeno consuma il suo pasto sull'aia o sotto la tettoia. Non vi è che nitore e ordine oggi, senza nessuna di quelle tracce che un affollamento lascia di se.
   I discepoli occupano il loro tempo in lavori manuali, chi intrecciando vimini per farne nuove trappole ai pesci, e chi lavorando intorno a piccoli lavori di sterro e di incanalamento delle acque dei tetti perché non stagnino sull'aia. Gesù è ritto in mezzo ad un prato e sbriciola del pane ai passerotti. 
   A perdita d'occhio non un vivente, nonostante la giornata sia serena. 
   Viene verso Gesù Andrea, di ritorno da qualche incombenza: «Pace a Te, Maestro». 
   «E a te, Andrea. Vieni qui un poco con Me. Tu puoi stare vicino agli uccellini. Sei come loro. Ma vedi? Quando essi sanno che chi li avvicina li ama, non temono più. Guarda come sono fiduciosi, sicuri, lieti. Prima erano quasi ai miei piedi. Ora ci sei tu e stanno all'erta... Ma guarda, guarda... Ecco quel passero più audace che viene avanti. Ha capito che non c’è nessun pericolo. E dietro lui gli altri. Vedi come si satollano? Non è uguale di noi, figli del Padre?    Egli ci satolla del suo amore. E quando siamo sicuri di essere amati e di essere invitati alla sua amicizia, perché temere di Lui e di noi? La sua amicizia deve farci audaci anche presso gli uomini. Credi: solo il malvivente deve avere paura del suo simile. Non il giusto come tu sei». Andrea è rosso e non parla. Gesù lo attira a Sé e dice ridendo: «Bisognerebbe unire te e Simone in un solo filtro, sciogliervi e poi riformarvi. Sareste perfetti. Eppure... Se ti dico che, tanto dissimile in principio, sarai perfettamente uguale a Pietro alla fine della tua missione, lo crederesti?». 
   «Tu lo dici e certo è. Non mi chiedo neppure come ciò possa essere. Perché tutto quello che Tu dici è vero. E sarò contento di essere come Simone, fratello mio, perché lui è un giusto e ti fa felice. É bravo Simone! Io sono tanto contento che egli sia bravo. Coraggioso, forte. Ma anche gli altri! .. E tu no?». 
   «Oh! io!... Solo Tu puoi essere contento di me...». 
   «E accorgermi che lavori senza rumore e più profondamente degli altri.

 2 perché nei dodici c'è chi fa tanto rumore per quanto lavora. C'è chi fa molto più rumore di quanto non faccia lavoro, e c'è chi non fa altro che lavoro. Un lavoro umile, attivo, ignorato... Gli altri possono credere che egli non faccia nulla. Ma Colui che vede sa. Queste differenze sono perché ancora non siete perfetti. E ci saranno sempre fra i futuri discepoli, fra quelli che verranno dopo di voi, sino al momento che l'angelo tuonerà: "Il tempo non è più". 
   Sempre ci saranno i ministri del Cristo che saranno pari nell'opera e nell'attirare su di loro lo sguardo del mondo: i maestri. E vi saranno, purtroppo, quelli che saranno solo rumore e gesto esteriori, solo esteriori, i falsi pastori dalle pose istrioniche... 
   Sacerdoti? No: mimi. Nulla di più. Non è il gesto che fa il sacerdote e non lo è l'abito. Non è la sua mondana cultura né le relazioni mondane e potenti che fanno il sacerdote. É la sua anima. Un'anima tanto grande da annullare la carne. Tutto spirito il mio sacerdote... Così lo sogno. Così saranno i miei santi sacerdoti. Lo spirito non ha voce né ha pose da tragedo. É inconsistente perché spirituale, e perciò non può mettere pepli e maschere. É ciò che è: spirito, fiamma, luce, amore. Parla agli spiriti. Parla con la castità degli sguardi, degli atti, delle parole, delle opere. L'uomo guarda. E vede un suo simile. Ma oltre e sopra la carne che vede? Qualcosa che lo fa arrestare dal suo andare frettoloso, meditare e concludere: "Quest'uomo, a me simile, ha di uomo solo l'aspetto. L'anima è di angelo". E, se miscredente, conclude: "Per lui credo che ci sia un Dio e un Cielo". E, se lussurioso, dice: "Questo mio uguale ha occhi di Cielo. Freno il mio senso per non profanarli". E se è un avaro decide: "Per l'esempio di costui che non ha attacco alle ricchezze, io cesso di essere avaro". E se è un iracondo, un feroce, davanti al mite si muta in più pacato essere. Tanto può fare un sacerdote santo. E, credilo, sempre ci saranno fra i sacerdoti santi quelli che sapranno anche morire per amore di Dio e di prossimo, e sapranno farlo così pianamente, dopo avere esercitato la perfezione per tutta la vita ugualmente pianamente, che il mondo neppure si accorgerà di loro. 
   Ma se il mondo non diverrà tutto un lupanare e una idolatria, sarà per questi: gli eroi del silenzio e della operosità fedele. E avranno il tuo sorriso: puro e timido. Perché ci saranno sempre degli Andrea. Per grazia di Dio e per fortuna del mondo ci saranno!». 
   «Io non credevo di meritare queste parole... Non avevo fatto nulla per suscitarle... »
   «Mi hai aiutato ad attirare a Dio un cuore. Ed è il secondo che tu conduci verso la Luce». 
   «Oh! perché ha parlato? Mi aveva promesso...». 
   «Nessuno ha parlato. Ma Io so. Quando i compagni riposano stanchi, tre sono gli insonni all'Acqua Speciosa.    L'apostolo dal silenzioso e attivo amore verso i fratelli peccatori. La creatura che l'anima pungola verso la salvezza. E il Salvatore che prega e veglia, che attende e spera... La mia speranza: che un'anima trovi la sua salute... Grazie, Andrea. Continua e siine benedetto». 
   «Oh! Maestro!... Ma non dire nulla agli altri... Da solo a sola, parlando ad una lebbrosa in una spiaggia deserta, parlando qui ad una di cui non vedo il volto, io ancora so fare un pochino. Ma se gli altri lo sanno, Simone più di tutti, e vuole venire... io non so fare più nulla... Non venire neppure Te... Perché di parlare davanti a Te mi vergogno». 
   «Non verrò. Gesù non verrà. Ma lo Spirito di Dio è sempre venuto con te. Andiamo a casa. Ci chiamano per il pasto». E tutto ha fine fra Gesù e il mite discepolo. 

 3 Stanno ancora mangiando 


Curiosità e tabella Ascii

La GRAZIA !!!


Cap. CLXX. Secondo discorso della Montagna: il dono della Grazia e le beatitudini.

  24 maggio 1945

 1 Gesù parla agli apostoli mettendoli ognuno al loro posto per dirigere e sorvegliare la folla, che sale fin dalle prime ore del mattino con malati portati a braccio o in barella o trascinantisi sulle grucce. Fra la gente è Stefano ed Erma.
   L'aria è tersa e un poco freschetta, ma il sole tempera presto questo frizzare di aria montanina che, rendendo mite il sole, se ne avvantaggia però, facendosi di una purezza fresca ma non rigida. La gente si siede sui sassi e pietroni che sono sparsi nella valletta fra le due cime, altri attendono che il sole asciughi l'erba rugiadosa per sedersi sul suolo. E’ molta la gente e di tutte le plaghe palestinesi e di tutte le condizioni. Gli apostoli si sperdono nella moltitudine ma, come api che vanno e vengono dai prati all'alveare, ogni tanto tornano presso il Maestro per riferire, per chiedere, per il piacere di essere guardati da vicino dal Maestro.
   Gesù sale un poco più in alto del prato che è il fondo della valletta, addossandosi alla parete, e inizia a parlare.

 2 «Molti mi hanno chiesto, durante un'annata di predicazione: "Ma Tu, che ti dici il Figlio di Dio, dicci cosa è il Cielo, cosa il Regno, cosa è Dio. Perché noi abbiamo idee confuse. Sappiamo che vi è il Cielo con Dio e con gli angeli. Ma nessuno è mai venuto a dirci come è, essendo chiuso ai giusti". Mi hanno chiesto anche cosa è il Regno e cosa è Dio. Ed Io mi sono sforzato di spiegarvi cosa è il Regno e cosa è Dio. Sforzato non perché mi fosse difficile a spiegarmi, ma perché è difficile, per un complesso di cose, farvi accettare la verità che urta, per quanto è il Regno, contro tutto un edificio di idee venute nei secoli e, per quanto è Dio, contro la sublimità della sua Natura.
   Altri ancora mi hanno chiesto: "Va bene. Questo è il Regno e questo è Dio. Ma come si conquistano questo e quello?". Anche qui Io ho cercato di spiegarvi, senza stanchezze, l'anima vera della Legge del Sinai. Chi fa sua quell'anima fa suo il Cielo. Ma per spiegarvi la Legge del Sinai bisogna anche far sentire il tuono forte del Legislatore e del suo Profeta, i quali, se promettono benedizioni agli osservanti, minacciano tremende pene e maledizioni ai disubbidienti. La epifania del Sinai fu tremenda e la sua terribilità si riflette in tutta la Legge, si riflette su tutti i secoli, si riflette su tutte le anime.
   Ma Dio non è solo Legislatore. Dio è Padre. E Padre di immensa bontà.
   Forse, e senza forse, le vostre anime, indebolite dal peccato d'origine, dalle passioni, dai peccati, da molti egoismi vostri e altrui - facendovi gli altrui un'anima irritata, i vostri un'anima chiusa - non possono elevarsi a contemplare le infinite perfezioni di Dio, meno di ogni altra la bontà, perché è la virtù che con l'amore è meno dote dei mortali. La bontà! Oh! dolce essere buoni, senza odio, senza invidie, senza superbie! Avere occhi che solo guardano per amare, e mani che si tendono a gesto d'amore, e labbra che non profferiscono che parole d'amore, e cuore, cuore soprattutto che colmo unicamente d'amore sforza occhi, mani e labbra ad atti d'amore!

 3 I più dotti fra voi sanno di quali doni Dio aveva fatto ricco Adamo, per sé e per i suoi discendenti. Anche i più ignoranti fra i figli d'Israele sanno che in noi vi è lo spirito. Solo i poveri pagani lo ignorano questo ospite regale, questo soffio vitale, questa luce celeste che santifica e vivifica il nostro corpo. Ma i più dotti sanno quali doni erano stati dati all'uomo, allo spirito dell'uomo.
   Non fu meno munifico allo spirito che alla carne e al sangue della creatura da Lui fatta con poco fango e col suo alito. E come dette i doni naturali di bellezza e integrità, di intelligenza e di volontà, di capacità di amarsi e di amare, così dette i doni morali con la soggezione del senso alla ragione, di modo che nella libertà e padronanza di sé e della propria volontà, di cui Dio aveva beneficato Adamo, non si insinuava la malvagia prigionia dei sensi e delle passioni, ma libero era l'amarsi, libero il volere, libero il godere in giustizia, senza quello che fa schiavi voi facendovi sentire il mordente di questo veleno che Satana sparse e che rigurgita, portandovi fuor dell'alveo limpido su campi fangosi, in putrefacenti stagni, dove fermentano le febbri dei sensi carnali e dei sensi morali. Perché sappiate che è senso anche la concupiscenza del pensiero. Ed ebbero doni soprannaturali, ossia la Grazia santificante, il destino superiore, la visione di Dio.

 4 La Grazia santificante: la vita dell'anima. Quella spiritualissima cosa deposta nella spirituale anima nostra. La Grazia che ci fa figli di Dio perché ci preserva dalla morte del peccato, e chi morto non è "vive" nella casa del Padre: il Paradiso; nel regno mio: il Cielo. Cosa è questa Grazia che santifica e che dà Vita e Regno? Oh! non usate molte parole! La Grazia è amore. La Grazia è, perciò, Dio. E Dio che ammirando Se stesso nella creatura creata perfetta si ama, si contempla, si desidera, si dà ciò che è suo per moltiplicare questo suo avere, per bearsi di questo moltiplicarsi, per amarsi per quanti sono altri Se stesso.
   Oh! figli! Non defraudate Dio di questo suo diritto! Non derubate Dio di questo suo avere! Non deludete Dio in questo suo desiderio! Pensate che Egli opera per amore. Se anche voi non foste, Egli sarebbe sempre l'Infinito, né sarebbe sminuita la sua potenza. Ma Egli, pur essendo completo nella sua misura infinita, immisurabile, vuole non per Sé e in Sé - non lo potrebbe perché è già l'Infinito - ma per il Creato, sua creatura, Egli vuole aumentare l'amore per quanto esso Creato di creature contiene, onde vi dà la Grazia: l'Amore, perché voi in voi lo portiate alla perfezione dei santi, e riversiate questo tesoro, tratto dal tesoro che Dio vi ha dato con la sua Grazia e aumentato di tutte le vostre opere sante, di tutta la vostra vita eroica di santi, nell'Oceano infinito dove Dio è: nel Cielo.
   Divine, divine, divine cisterne dell'Amore! Voi siete, né vi è data al vostro essere morte, perché siete eterne come Dio, dio essendo. Voi sarete, né vi sarà data al vostro essere termine, perché immortali come gli spiriti santi che vi hanno supernutrite, tornando in voi arricchiti dei propri meriti. Voi vivete e nutrite, voi vivete e arricchite, voi vivete e formate quella santissima cosa che è la Comunione degli spiriti, da Dio, Spirito perfettissimo, al piccolo pargolo testé nato, che poppa per la prima volta il materno seno.
   Non criticatemi in cuor vostro, o dotti! Non dite: "Costui è folle, Costui è menzognero! Perché come folle parla dicendo la Grazia in noi, privi di essa per la Colpa. Perché mente dicendoci già uni con Dio". Sì, la Colpa è; sì, la separazione è. Ma davanti al potere del Redentore, la Colpa, separazione crudele sorta fra il Padre e i figli, crollerà come muraglia scossa dal nuovo Sansone; già Io l'ho afferrata e la scrollo ed essa vacilla, e Satana trema d'ira e di impotenza non potendo nulla contro il mio potere e sentendosi strappare tanta preda e farsi più difficile il trascinare l'uomo al peccato. Perché quando Io vi avrò, attraverso di Me, portato al Padre mio, e nel filtrare dal mio Sangue e dal mio dolore voi sarete divenuti mondi e forti, tornerà viva, desta, potente la Grazia in voi, e voi sarete i trionfatori, se lo vorrete.
   Non vi violenta Iddio nel pensiero e neppure nella santificazione. Voi siete liberi. Ma vi rende la forza. Vi rende la libertà sull'impero di Satana. A voi riporvi il giogo infernale o mettere all'anima le ali angeliche. Tutto a voi, con Me a fratello per guidarvi e nutrirvi del cibo immortale.

 5 "Come si conquista Iddio e il suo Regno attraverso

AMDG et DVM

giovedì 21 febbraio 2019

Pietro e Giuda. - Benedetto XVI spiega il passo del Vangelo «Volete andarv...

LA PASSIONE DEL SIGNORE VISTA DAI MISTICI

LA PASSIONE DEL SIGNORE VISTA DAI MISTICI
Teresa Neumann (1898-1962)

E' guarita miracolosamente da S. Teresa di Gesù Bambino. La stimmatizzata di
Konnersreuth vive solo di eucaristia, senza cibarsi e in anuria come Maria Alexandrina
da Costa e Marthe Robin.

Descrive e rivive, nel rapimento estatico, l'intera Passione del Signore, in modo cruento.
Il sangue della flagellazione, della coronazione di spine, della Via Crucis e della
crocifissione è visibile, come in S. Gemma Galgani, ed è stato visto ripetutamente da molti
testimoni.

Per la ripetizione delle sue visioni - 700 volte ognuna - e per la loro descrizione
dettagliata, è forse la testimone più privilegiata della Passione del Signore.

Ogni visione è da lei narrata nella sosta tra una visione e l'altra. Gesù viene flagellato
prima posteriormente, poi anteriormente.

Anche Teresa, come Caterina Emmerick, indica tre coppie di sgherri che flagellano Gesù
e il dolore del Salvatore nel non riuscire a ricoprirsi dopo la flagellazione, perché per
gioco gli sono gettati via gli indumenti.

La corona di spine è descritta come un casco, un copricapo dei patriarchi orientali.

Per quanto è stato possibile controllare, queste visioni corrispondevano così bene al
paesaggio di Gerusalemme, all'abbigliamento dell'epoca, agli oggetti dell'arredamento usati
allora, che anche il resoconto delle visioni ne acquista in verosimiglianza. A ciò si aggiunge
che le visioni non comparvero una volta sola, ma si ripeterono tutti gli anni e, quella della
Passione, addirittura ogni settimana sempre con lo stesso decorso. Questi elementi, pur
tenendo conto dei fattori d'incertezza riguardo alle visioni, nel nostro caso depongono perciò
a favore della fedeltà storica di molte visioni.

La visione più impressionante e anche più conosciuta in tutto il mondo, perché per alcuni
decenni i visitatori affluirono da ogni parte per assistervi, era la visione del venerdì, la
cosiddetta Passione del venerdì.

A differenza delle altre, che si ripetevano nel giro dell'anno liturgico ed erano stret
Il primo caso si verificò mentre stava nel castello di Zeil, il secondo mentre era ad Eichstätt.

Le visioni del venerdì si distinguevano dalle altre, per il fatto che Teresa soffriva anche nel
corpo. Con la contemplazione del Monte Oliveto il sangue cominciava a scorrere dagli
angoli degli occhi sulle guance, sanguinavano le stimmate, le ferite della flagellazione
impregnavano la camicia e la giacca da notte, quelle delle spine sulla fronte sanguinavano
da nove punti più o meno profondi intridendo il bianco fazzoletto da testa. Durante il
trasporto della Croce, nella settimana Santa, la spalla si gonfiava e formava una macchia
visibile sulla giacca.

Chi ha potuto assistere a quella visione ne ha riportato l'immagine di un martire perfetto e
impressionante, ma pur sempre nobile, commovente e composto. Si vedevano le mani
muoversi intorno alla fronte, come per allontanare le spine, le dita delle mani contrarsi nello
spasimo doloroso dei chiodi della crocifissione, la lingua che cercava di umettare le labbra
arse. Non tutti i venerdì la comparsa del sangue era uguale, ma aumentava nella settimana
Santa per raggiungere il colmo il venerdì Santo. Nei giorni di giovedì e venerdì Santo le
contemplazioni avevano un'estensione più ampia del solito. Mentre abitualmente
incominciavano poco prima della mezzanotte con la salita sul Monte Oliveto e finivano
all'una dopo mezzogiorno del venerdì con la morte di Gesù, il giovedì Santo
incominciavano con i preparativi dell'ultima Cena e finivano il venerdì con la deposizione
nel sepolcro. L'ora della morte, cioè l'una dopo mezzogiorno, corrisponde esattamente
all'ora della morte di Gesù, cioè le 3, per la differenza del fuso orario. All'epoca dei Romani
quella era chiamata "ora nona", perché le ore si contavano incominciando dalle 6 del
mattino.

Le ultime visioni della morte di Gesù avvenivano talvolta già prima della domenica delle
Palme, cioè il cosiddetto venerdì doloroso (che liturgicamente commemora i sette dolori di
Maria). La lavanda dei piedi e l'istituzione del SS. Sacramento si ripetevano non solo il
giovedì Santo sera, ma qualche volta anche la mattina del Corpus Domini.

Col passare degli anni le sofferenze del venerdì vennero talvolta a mancare, oltre che nei
periodi festivi, anche nell'Avvento, o quando Teresa era ammalata o esausta per le pene di
espiazione. Negli ultimi anni di vita, oltre che nella Quaresima, la visione della Passione si
verificava solo nel venerdì del S. Cuore di Gesù.

Un'unica volta i patimenti del venerdì si presentarono in modo diverso dal solito e fu il
venerdì Santo 1951. (In quel giorno io mi trovavo, come tanti altri venerdì, a Konnersreuth;
N.d.A.). Teresa vide allora la Passione come al solito, ma non vi partecipò con sofferenze
fisiche, per modo che né gli occhi, né le stimmate, né le altre parti del corpo sanguinarono.
Quel giorno migliaia di curiosi (e non curiosi) si presentarono, ma ebbero la delusione di
non poter vedere Teresa. La stampa s'impadronì dell'episodio sensazionale, annunciando
che lo stato di grazia di Teresa Neumann era evidentemente finito. 

30 Visione

Teresa esterrefatta volge il capo da destra a sinistra. Vede la flagellazione. Il Salvatore,
spogliato degli abiti, si guarda intorno molto rattristato.

Gli legano di nuovo i polsi e poi, con la faccia rivolta alla colonna, lo legano a questa con la
corda che gli stringe i polsi. Le braccia sono così tirate che tocca terra solo con la punta dei
piedi. Tre gruppi di sgherri ubriachi (di due uomini ciascuno), cominciano a flagellarlo a
tutta forza con sferze di diverse forme. Quando vedono che ogni parte del corpo
raggiungibile è gonfia e comincia a lacerarsi, lo voltano e riprendono a flagellarlo sul
davanti. Alla fine il Salvatore è tanto spossato che non può neanche chinarsi per raccogliere
le proprie vesti. Per beffa un ragazzotto gliele getta lontano con un calcio. Teresa è
furibonda contro quel ragazzo e si esprime vivacemente dicendo: "Se potessi acchiapparlo,
gliene darei una…!". Durante la flagellazione a Teresa si aprono ferite sul petto e sulla
schiena impregnando di sangue la giacca.

31 Visione

La coronazione di spine. Non è la corona di spine che viene rappresentata abitualmente, ma
una specie di copricapo chiuso, come quello dei patriarchi orientali; una sorta di cesta con
molte spine lunge e acute, che i servi calcano sulla testa del Salvatore con bastoni, per non
ferirsi le mani. Da quel momento sanguinano le ferite della fronte di Teresa, intridendo il
fazzoletto da testa su cui spiccano, come tutti i venerdì, nove grosse macchie di sangue.

32 Visione

Condanna di Gesù. "L'uomo calvo" (Pilato, che altre volte sarà chiamato "quello che non
vuol impicciarsi") si lava le mani. Gesù viene consegnato ai Giudei.

33 Visione

Teresa crede che si carichi sulla schiena del Salvatore legna da costruzione; sono invece i tre
pezzi della croce non ancora congiunti, ma legati con una corda. Il tronco più lungo non è
squadrato, i due pezzi più corti sì. (Anzi essi appaiono squadrati già da qualche tempo,
perché Teresa nota che portano il segno delle intemperie). Le spalle, già lacerate dalla
flagellazione, cominciano a sanguinare sotto quel peso. Sulla giacca di Teresa compare una
grossa macchia di sangue alla spalla destra. 

34 Visione

Gesù va verso il Calvario. Cade sotto il legno della croce e viene rialzato con violenza.
35 Visione
Lungo la strada Gesù vede sua Madre accompagnata da Giovanni e da alcune donne. Teresa
lo sente chiamare "Immi" (mia madre). Uno dei monelli che accompagnano i carnefici,
scorgendo la Madre di Gesù, toglie dalla cassetta degli arnesi due chiodi da crocifissione e
glieli mostra per scherno. Maria sviene ed è sorretta da Giovanni. 

http://www.passionisti.org/wp-content/uploads/downloads/2012/03/Teresa-Neumann.pdf
https://it.wikipedia.org/wiki/Teresa_Neumann#Biografia
AMDG et DVM

mercoledì 20 febbraio 2019

Il modernismo proponeva «un’apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della Chiesa»

 
Il vero volto di san Pio X
31 Agosto 2014 adminAttualità
di Roberto de Mattei

Cento anni dopo la sua morte la figura di san Pio X si erge dolente e maestosa, nel firmamento della Chiesa. La tristezza che vela lo sguardo di Papa Sarto nelle ultime fotografie, non lascia solo intravedere le catastrofiche conseguenze della guerra mondiale, iniziata tre settimane prima della sua morte. Ciò che la sua anima sembra presagire è una tragedia di portata ancora maggiore delle guerre e delle rivoluzioni del Novecento: l’apostasia delle nazioni e degli stessi uomini di Chiesa, nel secolo che sarebbe seguito.

Il principale nemico che san Pio X dovette affrontare aveva un nome, con cui lo stesso Pontefice lo designò: modernismo. La lotta implacabile al modernismo caratterizzò indelebilmente il suo pontificato e costituisce un elemento di fondo della sua santità. «La lucidità e la fermezza con cui Pio X condusse la vittoriosa lotta contro gli errori del modernismo – affermò Pio XII nel discorso di canonizzazione di Papa Sarto – attestano in quale eroico grado la virtù della fede ardeva nel suo cuore di santo (…)».

Al modernismo, che si proponeva «un’apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della Chiesa», san Pio X opponeva un’autentica riforma che aveva il suo punto principale nella custodia e nella trasmissione della verità cattolica. L’enciclica Pascendi (1907),con cui fulminò gli errori del modernismo, è il documento teologico e filosofico più importante prodotto dalla Chiesa cattolica nel XX secolo. Ma san Pio X non si limitò a combattere il male nelle idee, come se esse fossero disincarnate dalla storia. Egli volle colpire i portatori storici degli errori, comminando censure ecclesiastiche, vigilando nei seminari e nelle università pontificie, imponendo a tutti i sacerdoti il giuramento antimodernista.

Questa coerenza tra la dottrina e la prassi pontificia suscitò violenti attacchi da parte degli ambienti cripto-modernisti. Quando Pio XII ne promosse la beatificazione (1951) e la canonizzazione (1954), Papa Sarto fu definito dagli oppositori estraneo ai fermenti rinnovatori del suo tempo, colpevole di aver represso il modernismo con metodi brutali e polizieschi. Pio XII affidò a mons. Ferdinando Antonelli, futuro cardinale, la redazione di una Disquisitio storica dedicata a smontare le accuse rivolte al suo predecessore sulla base di testimonianze e di documenti,. Ma oggi queste accuse riaffiorano perfino nella “celebrazione” che l’“Osservatore Romano” ha dedicato a san Pio X, per la penna di Carlo Fantappié, proprio il 20 agosto, anniversario della sua morte.

Il prof. Fantappié recensendo sul quotidiano della Santa Sede, il volume di Gianpaolo Romanato Pio X. Alle origini del cattolicesimo contemporaneo (Lindau, Torino 2014), nella sua preoccupazione di prendere le distanze dalle «strumentalizzazioni dei lefebvriani», come scrive in maniera infelice, utilizzando un termine privo di qualsiasisignificato teologico, arriva ad identificarsi con le posizioni degli storici modernisti. Egli attribuisce infatti a Pio X, «un modo autocratico di concepire il governo della Chiesa», accompagnato «da un atteggiamento tendenzialmente difensivo nei confronti dell’establishment e diffidente nei riguardi degli stessi collaboratori, della cui fedeltà e obbedienza non di rado dubitava». Ciò «fa comprendere anche come sia stato possibile che il Papa abbia sconfinato in pratiche dissimulatorie o esercitato una particolare sospettosità e durezza nei confronti di taluni cardinali, vescovi e chierici. Avvalendosi delle indagini recenti sulle carte vaticane, Romanato elimina definitivamente quelle ipotesi apologetiche che cercavano di addebitare le responsabilità delle misure poliziesche agli stretti collaboratori anziché direttamente al Papa». Si tratta delle medesime critiche riproposte qualche anno fa, in un articolo dedicato a Pio X flagello dei modernisti, da Alberto Melloni, secondo cui «le carte ci consentono di documentare l’anno con cui Pio IX era stato parte cosciente ed attiva della violenza istituzionale attuata dagli antimodernisti» (“Corriere della Sera”, 23 agosto 2006).

Il problema di fondo, non sarebbe «quello del metodo con cui fu represso il modernismo, bensì quello della opportunità e validità della sua condanna». La visione di san Pio X era “superata” dalla storia, perché egli non comprese gli sviluppi della teologia e dell’ecclesiologia del Novecento. La sua figura in fondo ha il ruolo dialettico di un’antitesi rispetto alla tesi della “modernità teologica”. Perciò Fantappié conclude che il ruolo di Pio X sarebbe stato quello di«traghettare il cattolicesimo dalle strutture e dalla mentalità della Restaurazione alla modernità istituzionale, giuridica e pastorale».

Per cercare di uscire da questa confusione possiamo ricorrere ad un altro volume, quello di Cristina Siccardi, appena pubblicato dalle edizioni San Paolo, con il titolo San Pio X. Vita del Papa che ha ordinato e riformato la Chiesa, e con una preziosa prefazione di Sua Eminenza il cardinale Raymond Burke, prefetto del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica.

Il cardinale ricorda come fin dalla sua prima Lettera enciclica E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903, san Pio X annunciava il programma del suo pontificato che affrontava una situazione nel mondo di confusione e di errori sulla fede e, nella Chiesa, di perdita della fede da parte di molti. A questa apostasia egli contrapponeva le parole di san Paolo: Instaurare omnia in Christo, ricondurre a Cristo tutte le cose. «Instaurare omnia in Christo – scrive il cardinale Burke – è veramente la cifra del pontificato di san Pio X, tutto teso a ricristianizzare la società aggredita dal relativismo liberale, che calpestava i diritti di Dio in nome di una “scienza” svincolata da ogni tipo di legame con il Creatore» (p. 9).


E’ in questa prospettiva che si situa l’opera riformatrice di san Pio X, che è innanzitutto un’opera catechetica, perché egli comprese che agli errori dilaganti occorreva contrapporre una conoscenza sempre più profonda della fede, diffusa ai più semplici, a cominciare dai bambini. Verso la fine del 1912, il suo desiderio si realizzò con la pubblicazione del Catechismo che da lui prende il nome, destinato in origine alla Diocesi di Roma, ma poi diffuso in tutte le diocesi di Italia e del mondo.

La gigantesca opera riformatrice e restauratrice di san Pio X si svolse nella incomprensione degli stessi ambienti ecclesiastici. «San Pio X – scrive Cristina Siccardi – non cercò il consenso della Curia romana, dei sacerdoti, dei vescovi, dei cardinali, dei fedeli, e soprattutto non cercò il consenso del mondo, ma sempre e solo il consenso di Dio, anche a danno della propria immagine pubblica e, così facendo, è indubbio, si fece molti nemici in vita e ancor più in morte» (p. 25).

Oggi possiamo dire che i peggiori nemici non sono coloro che lo attaccano frontalmente, ma quelli che cercano di svuotare il significato della sua opera, facendone un precursore delle riforme conciliari e postconciliari. Il quotidiano “La Tribuna di Treviso”, ci informa che in occasione del centenario della morte di san Pio X, la diocesi di Treviso ha «aperto le porte a divorziati e coppie di fatto», invitandole, in cinque chiese, tra cui la chiesa di Riese, paese natale di Papa Giuseppe Sarto, al fine di pregare per la buona riuscita del Sinodo di Ottobre sulla famiglia, di cui il cardinale Kasper ha dettato la linea, nella sua relazione al Concistoro del 20 febbraio. Fare di san Pio X il precursore del cardinale Kasper è un’offesa di fronte a cui la sprezzante definizione melloniana di «flagello dei modernisti» diviene un complimento.

(Roberto de Mattei, per Corrispondenza Romana – 26/08/2014)

Rimproverare


Evitare gli eccessi

 In materia di educazione bisogna evitare due eccessi: il primo consiste nell’assenteismo completo; il secondo nella pignoleria. * I bambini, per definizione, mancano dì esperienza; è compito dei genitori avvisarli dei pericoli che possono incontrare. Ma le grida continue e sproporzionate di allarme finiscono con distogliere l’attenzione e la sensibilità; e quando ci sarà un vero pericolo da prevenire, l’intervento dei genitori non sarà preso sul serio.

* In materia di educazione bisogna evitare due eccessi: 
il primo consiste nell’assenteismo completo: “lasciar fare, lasciar passare“, o politica degli occhi chiusi: “fa’ ciò che vuoi, purché mi lasci in pace“, politica di rinuncia che può portare a conseguenze catastrofiche. 
Il secondo consiste nella pignoleria; essere sopra al ragazzo per ogni sciocchezza. Come sempre, il giusto sta nel mezzo: il fanciullo ha bisogno dell’aiuto dell’adulto, aiuto che a volte può anche consistere in una specie di continuo addestramento: il ricordo, per esempio, di un dolore (uno scapaccione o sgridata) in seguito ad un gesto o a un atteggiamento biasimevoli.

* I buoni esempi e gli incoraggiamenti al bene non sono sempre sufficienti nell’educazione. Il fanciullo non nasce perfetto. Ha tendenze anarchiche e, a volte, quando meno ci si pensa, può manifestare un carattere geloso, autoritario, indipendente, solitario, ecc… È dunque normale che babbo e mamma debbano incanalare e orientare nel senso giusto le giovani forze vive, con un rimprovero che, se ben proporzionato e dato a tempo e luogo, contribuirà a fargli toccare con mano i limiti del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto; in una parola, a formare il suo criterio morale.

* Perché un’ammonizione sia efficace bisogna che sia rara e breve. Se assume un atteggiamento teatrale, con strida convulse e acute, perde ogni effetto. Il bambino, dapprima impaurito, poi indifferente, lascerà passare la burrasca a scapito della vostra autorità e, ciò che è peggio, a danno della formazione della sua coscienza, poichè una coscienza non si forma da sola.

* I vostri interventi saranno più fruttuosi se avranno un carattere di pace e serenità, Allora, siatene certi, saranno uditi; e se lì per lì troveranno l’opposizione istintiva del bambino, lo aiuteranno però col tempo a padroneggiarla. 

* La maggior parte dei genitori non sospettano fino a qual punto usino della loro autorità per fare continue ed inutili osservazioni, ripetute raccomandazioni accessorie, sollecitudini esagerate contrarie al bene che si vorrebbe ottenere.
Per poco che si osservi su un treno, in un giardino o in una casa una madre col figlio, si rimane sbalorditi per la quantità di avvisi a volte contraddittori e di rimproveri spesso irragionevoli e ingiustificati che piovono sui poveri piccoli: “Enrico, non correre, ti riscalderai troppo…“, qualche istante dopo: “Non rimanere piantato come un albero, va’ a giocare… Non avvicinarti tanto all’acqua; cadrai… Attento alle scarpe; non sporcarle!.., Sarai ancora disubbidiente come sempre… Enrico, cosa ti ho detto?… È insopportabile un fanciullo così.,.! Sei un buono a nulla; non so che fare con te“. E va ancor bene quando la mamma, non considerando il valore delle parole, non aggiunge: “Mi accorgo che hai il carattere di tuo padre!“.

* La premura materna deve entrare in opera quando è veramente richiesta. Facendo rimproveri senza capo nè coda, si rischia di falsare la coscienza del bambino, che non impara a stimare nel loro giusto valore ordini e proibizioni, di impedirgli di svilupparsi nel suo stile e di fare la sua esperienza personale subendo le conseguenze delle sue sciocchezze o delle sue imprudenze. Naturalmente ciò lo dobbiamo permettere là dove il bambino non corre rischio grave.

* Tra i vantaggi che offre il sistema delle reazioni naturali, noi costatiamo che, in primo luogo, dà allo spirito, in fatto di condotta, l’esatta nozione del bene e del male che deriva dall’esperienza degli effetti buoni e cattivi, secondo, che il fanciullo, provando le conseguenze delle sue cattive azioni, deve riconoscere più o meno chiaramente la giustizia della punizione; terzo, che essendo riconosciuta la giustizia della punizione e questa punizione essendo applicata direttamente dalla natura e non da un individuo, il fanciullo non si irrita, mentre il padre, compiendo il suo dovere passivamente, e cioè lasciando che la natura compia il suo corso, conserva una calma relativa; quarto, che essendo così stornata la mutua esasperazione, tra padri e figli vengono a crearsi legami più dolci e fecondi di buone influenze.

* Quando un bambino cade o urta contro un tavolo, fa un’esperienza di dolore che lo rende più attento per l’avvenire. Se tocca la sbarra di ferro del camino, se passa con la mano sulla fiamma d’una candela o lascia cadere una goccia d’acqua bollente sulla pelle, la scottatura che ne prova è una lezione che non sarà facilmente dimenticata. Un bambino mai puntuale non lo si lascerà andare a passeggio; un bambino negligente, che trascura o rompe gli oggetti di suo uso, subisce dai genitori il rifiuto di sostituire gli oggetti perduti o rotti. Più tardi un bambino che trascura i suoi vestiti sarà privato d’una gita o duna visita agli amici con la famiglia. Infine un giovane spensierato e ozioso non ottiene un posto piacevole; questi sono i castighi delle reazioni naturali che seguono i falli commessi.

* Perchè il bambino diventi cosciente della sua responsabilità e comprenda in modo concreto il valore di ciò che ha detto o commesso, uno dei mezzi più efficaci consiste nell’indurlo a riparare – quando è possibile – materialmente o moralmente il male fatto.

* Meglio rimproverare un fanciullo a tu per tu e a voce bassa (a meno che lo sbaglio non sia stato pubblico).

* Si facciano poche parole col bambino colpevole, non si discuta. Meglio tagliar corto senza ulteriori spiegazioni, col sorriso di chi ha buone ragioni, ma non crede opportuno per il momento manifestarle. Allora il colpevole offeso si sforzerà di indovinare quanto gli nascondete. Le ragioni che ha così spontaneamente trovate gli gioveranno più delle vostre, avendole attinte dalla sua coscienza.

* Non si pretenda sempre che i bambini riconoscano immediatamente il loro torto, poiché è veramente assai difficile che riconoscano subito di aver sbagliato. È già molto quando cessano di dichiararsi innocenti; vuol dire che hanno già coscienza della loro colpevolezza e si arrenderanno alle vostre ragioni. 

* Rimproverando, bisogna evitare assolutamente di paragonare il fanciullo ad un altro: “Guarda come è delicato tuo fratello... — Ah! fossi sempre come il piccolo Giacomo !“, ecc. Ciò servirebbe solo a creare gelosie e inimicizie inconciliabili tra il fanciullo e il modello, 

* Cosa perdonata, cosa passata: non riandate per una sciocchezza da nulla a falli antichi. Ritornarci sopra vuol dire non aver dimenticato e tenere sempre in serbo un episodio umiliante, pronti a propalarlo. C’è da scoraggiare per sempre un bambino, impedendogli così ogni sforzo per correggersi.

* Una lite tra fratelli e sorelle richiama comunemente l’intervento energico dei genitori, Ordinariamente dopo quattro o cinque minuti uno dei figli cede o perché più debole, o perché più ragionevole dell’altro. Perché dunque intervenire quando la cosa si può risolvere da sé in modo soddisfacente?
Non sciupiamo l’autorità per dei nonnulla, a meno che non ci sia qualche prepotenza da parte d’un despota a cui bisogna dare una più esatta nozione della giustizia distributiva e della carità fraterna.

* Conosco due bambini che dormono nella stessa stanza. Naturalmente a volte vengono a lite e quando è ora di andare a dormire giocano. Si è loro raccomandato, ma inutilmente, che quando si va a letto bisogna far silenzio: quando la luce è spenta e la mamma è partita, incomincia la baldoria. Una sera la mamma ritorna per sgridare i disubbidienti. Mezzo conscia della necessità d’infliggere una punizione e semi-intenerita dal sorriso che legge ancora sui piccoli musini, dice: “È dunque così difficile ubbidire? Le mamme sono ben da compatire; devono fare degli uomini buoni e retti con dei fanciulli disubbidienti. Come ci riuscirò con voi? Oh! ve l’assicuro, non è bello”. Era una semplice osservazione e la mamma non prevedeva risposta; ma subito il più giovane dei futuri “uomini buoni e retti” scrolla il capo e dice in tono impacciato: “Sì, Credo che deve essere triste per te quando non siamo buoni“. E la madre si ritira contenta e riconoscente.

5 Marzo 2006 calogeroVita cattolica: Matrimonio, laicato...

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