mercoledì 1 agosto 2012

CAPITOLO XIV Caritas omnia suffert. Chi ama Gesù Cristo soffre tutto per Gesù Cristo, e specialmente le infermità, la povertà e i disprezzi.




CAPITOLO XIV

Caritas omnia suffert.
Chi ama Gesù Cristo
soffre tutto per Gesù Cristo,
e specialmente le infermità,
la povertà e i disprezzi.


1. Parlammo nel capo V della virtù della pazienza in generale. Qui tratteremo di alcune cose particolari circa le quali bisogna specialmente esercitar la pazienza.
Diceva il P. Baldassarre Alvarez che non pensasse un cristiano di aver fatto alcun profitto se non è giunto a tener fissi nel cuore i dolori, la povertà e i disprezzi di Gesù Cristo, per soffrir con pazienza amorosa ogni dolore, ogni povertà ed ogni disprezzo per amor di Gesù Cristo.
Parliamo in primo luogo de' dolori e delle infermità del corpo, le quali fanno acquistarci una gran corona di meriti, quando le soffriamo con pazienza.
S. Vincenzo de' Paoli dicea: «Se conoscessimo il prezioso tesoro che si racchiude nelle infermità, le riceveressimo con quel giubilo con cui si ricevono i maggiori benefici». E quindi il santo, essendo continuamente travagliato da tante infermità che spesso non lo lasciavano riposare nè di giorno nè di notte, le sopportava con tanta pace e serenità di volto, senza lamentarsene, che sembrava di non aver alcun male. Oh che bella edificazione dà un infermo che con volto tranquillo tollera le malattie, come facea S. Francesco di Sales! Egli, stando infermo, esponea semplicemente al medico il suo male, l'ubbidiva puntualmente nel prendere tutti i rimedi quantunque dispiacevoli che gli prescriveva, e poi se ne restava in pace senza lamentarsi di quel che pativa. A differenza di taluni che per ogni picciolo incomodo che soffrono non si saziano di lamentarsene con tutti, e vorrebbero che tutti, parenti ed amici, loro stessero d'intorno a compatire i lor mali. Ma S. Teresa esortava le sue religiose: «Sorelle, sappiate soffrir qualche cosa per amor del Signore senza che tutti la sappiano». Il Ven. P. Luigi da Ponte in un venerdì santo fu regalato da Gesù Cristo con tanti dolori corporali che non vi era parte del corpo che non patisse il suo particolar tormento; egli narrò questo suo patimento sì acerbo ad un amico, ma, dopo averlo detto, talmente se ne pentì che fece voto di non mai palesare più a verun altro i suoi patimenti.
2. Ho detto che fu regalato; sì, perchè i santi stimano regali le infermità e i dolori che Dio lor manda. Un giorno S. Francesco d'Assisi stava sul letto molto cruciato da dolori; gli disse un compagno che l'assisteva: «Padre, pregate Dio che vi alleggerisca questo travaglio, e non calchi tanto la mano sovra di voi». In udire ciò il santo subito sbalzò dal letto e, inginocchiato a terra, si pose a ringraziare Iddio di quei dolori; e poi rivolto al compagno: «Sentite, gli disse, se non sapessi che voi avete parlato per semplicità, io non vorrei vedervi più».
3. Dirà quell'infermo: A me non tanto dispiace il patire questa infermità, quanto mi dispiace che non posso andare alla chiesa a far le mie divozioni, a comunicarmi, a sentir la Messa; non posso andare al coro a dir l'officio co' miei fratelli, non posso celebrare, non posso neppure fare orazione, perchè tengo la testa tutta addolorata e svanita. Ma ditemi, di grazia: Voi perchè volete andare alla chiesa, o al coro? perchè volete comunicarvi e dire o sentire la Messa? per dar gusto a Dio? Ma il gusto di Dio ora non è che voi diciate l'officio, vi comunichiate o udiate la Messa; ma che con pazienza vi tratteniate in questo letto e sopportiate le pene di questa infermità. Ma questo mio parlare a voi non piace; dunque voi non cercate di fare quel che piace a Dio, ma quel che piace a voi. Il Ven. P. Maestro d'Avila scrisse (Epist. II) ad un sacerdote che appunto di ciò si lagnava: «Amico, non istate a fare il conto di quel che fareste essendo sano, ma contentatevi di stare infermo per quanto a Dio piacerà. Se voi cercate la volontà di Dio, che cosa più v'importa lo star sano che infermo?»
4. Dite che non potete neppur far orazione perchè la testa non vi regge. Sì, signore, non potete meditare; ma perchè non potete far atti di uniformità alla volontà di Dio? E se fate questi atti, questa è la più bella orazione che mai potete fare, abbracciando con amore i dolori che vi affliggono. Così faceva S. Vincenzo de' Paoli; quando egli stava gravemente infermo, si metteva dolcemente alla presenza di Dio senza far violenza di applicar la mente a qualche punto particolare; e solamente si esercitava in fare qualche atto da quando in quando or di amore, or di confidenza, or di ringraziamento, e più spesso poi di rassegnazione sempre che incalzavano i dolori. Dicea S. Francesco di Sales: «Le tribulazioni considerate in se stesse sono spaventose; ma considerate nella volontà di Dio sono amore e delizie». Non potete fare orazione? E che più bella orazione che andar rimirando il Crocifisso da quando in quando, ed offerirgli le pene che soffrite, unendo quel poco che voi patite ai dolori immensi che patì Gesù Cristo sulla croce?
5. Stando in letto una santa donna travagliata da molti mali, una sua domestica le diede in mano un Crocifisso, e poi le disse che 'l pregasse a liberarla da quelle pene. Rispose l'inferma: «Ma come volete ch'io cerchi di scendere dalla croce, mentre tengo nelle mani un Dio crocifisso? Iddio me ne guardi. Voglio patir per colui che ha voluto patire per me dolori molto più grandi de' miei». E questo appunto disse Gesù medesimo a S. Teresa, mentr'ella stava inferma e molto travagliata; egli le apparve tutto impiagato, e poi così le disse: «Mira, figlia, l'acerbità delle mie pene, e considera se le tue posson paragonarsi colle mie». Quindi la santa solea poi dire, allorchè era afflitta dalle infermità: «Quando io penso in quanti modi patì il Signore essendo affatto innocente, non so dov'io mi abbia il cervello in lamentarmi de' miei patimenti». — S. Liduvina per 38 anni patì continuamente molti mali, febbre, podagra, chiragra, schiranzia e piaghe per tutta la vita; e, perchè tenea sempre davanti gli occhi i dolori di Gesù Cristo, sempre se ne stava nel suo letto allegra e gioviale. Parimente S. Giuseppe da Leonessa cappuccino, dovendo il cerusico dargli un gran taglio e volendo i frati ligarlo colle funi, acciocchè non facesse moto per la veemenza del dolore, egli prese in mano il Crocifisso e disse: «Che funi, che funi! Ecco chi mi lega a soffrire con pace ogni dolore per amor suo»; e così soffrì il taglio senza lagnarsi. S. Giona martire, essendo stato una notte dentro il ghiaccio per ordine del tiranno, disse la mattina di non avere avuta notte più tranquilla di quella, perchè si avea rappresentato Gesù pendente in croce, e così i suoi dolori, a paragone di quelli di Cristo, gli erano sembrati più tosto carezze che tormenti.
6. Oh quanti meriti si possono acquistare col solo soffrir con pazienza le infermità! Al P. Baldassarre Alvarez fu data a vedere la gran gloria che Dio avea preparata ad una divota religiosa per un'infermità da lei sofferta con gran pazienza; e disse ch'ella aveva meritato più in otto mesi di quell'infermità che alcune altre religiose divote in più anni. — Col patire pazientemente i dolori delle nostre infermità si compisce una gran parte e forse la maggior parte della corona che Dio ci apparecchia in paradiso. Ciò appunto fu rivelato a S. Liduvina. Ella dopo aver patito tante infermità così dolorose, come di sopra si disse, desiderava di morir martire per Gesù Cristo; or mentre un giorno stava sospirando questo martirio, vide una bella corona, ma non ancor finita, ed intese che quella per lei si preparava: onde la santa, anelando che si compisse, pregò il Signore ad accrescerle i dolori. Il Signore la esaudì, mentre le mandò alcuni soldati che non solo con ingiurie, ma anche con bastonate molto la maltrattarono. Indi le apparve un angiolo colla corona già compita, e le disse che quegli ultimi strapazzi vi avean poste le gemme che vi mancavano, e poco appresso se ne morì.
7. Ah che all'anime che ardentemente amano Gesù Cristo, son troppo graditi e soavi i dolori e l'ignominie! E perciò con tanta allegrezza andavano i santi martiri ad incontrare gli eculei, le unghie di ferro, le piastre infuocate e le mannaie. S. Procopio martire, mentre il tiranno lo tormentava, gli disse: «Tormentami quanto vuoi, ma sappi, che a chi ama Gesù Cristo non vi è cosa più cara che il patire per suo amore». Similmente S. Gordiano anche martire disse al tiranno che gli minacciava la morte: «Tu mi minacci la morte, ma a me dispiace che non posso morire più d'una volta per Gesù Cristo mio». Ma che forse, dimando, questi santi parlavano così perchè erano insensibili a' tormenti o erano stupidi di mente? No, risponde S. Bernardo: Hoc non fecit stupor, sed amor. Non erano già stupidi, ben sentivano essi i dolori de' tormenti che loro davano; ma, perchè amavano Dio, stimavano gran guadagno il patir tutto e 'l perder tutto, sin anche la vita, per amore di Dio.
8. Sovra tutto in tempo d'infermità dobbiamo esser pronti ad accettar la morte, e quella morte che piace a Dio. Si ha da morire, e nell'ultima infermità ha da finir la nostra vita, e non sappiamo quale sarà l'ultima infermità per noi. Onde bisogna che in ogni malattia ci apparecchiamo ad abbracciar la morte che da Dio ci sta determinata. — Dice quell'infermo: Ma io ho fatti tanti peccati e niente di penitenza. Vorrei vivere non per vivere, ma per rendere a Dio qualche soddisfazione prima di morire. Ma ditemi, fratello mio, come sapete voi che vivendo farete penitenza, e non farete peggio di prima? Ora ben potete sperare che Dio v'abbia perdonato; che più bella penitenza è questa che accettar con rassegnazione la morte, se Dio così vuole? S. Luigi Gonzaga, morendo giovine di 23 anni, con questo pensiero abbracciò allegramente la morte: «Ora, disse, io mi trovo, come spero, in grazia di Dio. Appresso non so che ne sarebbe di me; onde contento io muoio, se ora piace a Dio di chiamarmi all'altra vita». Era sentimento del P. Giovanni d'Avila che ognuno il quale si ritrova con buona disposizione, ancorchè mediocre, dee desiderar la morte per uscir dal pericolo in cui viviamo sempre su questa terra di poter peccare e perdere la grazia di Dio.
9. Inoltre in questo mondo non si può vivere, per la nostra natural fragilità, senza commettere peccati almeno veniali; onde almeno a questo riguardo, per non offendere più Dio, dobbiamo abbracciare con allegrezza la morte. Di più, se noi veramente amiamo Dio, dobbiamo ardentemente sospirare di andare a vederlo e ad amarlo con tutte le forze in paradiso, il che niuno può farlo perfettamente in questa vita: ma se la morte non ci apre la porta, non possiamo entrare in quella beata patria d'amore. Perciò esclamava l'innamorato di Dio S. Agostino: Eia moriar, Domine, ut te videam: Signore, fatemi morire, perchè se non muoio non posso venire a vedervi e ad amarvi da faccia a faccia.
10. In secondo luogo bisogna esercitar la pazienza nel soffrire la povertà.
È certo che bisogna molto esercitar la pazienza allorchè ci mancano i beni temporali. Dice S. Agostino: «Chi non ha Dio ha niente; chi ha Dio ha tutto». Chi ha Dio e sta unito colla divina volontà, in Dio trova ogni bene. Ecco un S. Francesco, scalzo, vestito di un sacco, e povero di tutto, che in dire Deus meus et omnia, si trova più ricco che tutti i monarchi della terra. Povero si chiama chi desidera quei beni che non ha; ma chi non desidera alcuna cosa e si contenta della sua povertà è ricco appieno. Di costoro dice S. Paolo: Nihil habentes et omnia possidentes (II Cor. VI, 10). Niente hanno ed hanno tutto i veri amanti di Dio; perchè, quando mancan loro i beni temporali, dicono: Gesù mio, tu solo mi basti, e così restano contenti.
I santi non solo hanno avuto pazienza nella loro povertà, ma han cercato di spogliarsi di tutto per vivere distaccati da tutto ed uniti solamente a Dio. Se noi non abbiamo lo spirito di rinunziare a tutti i beni di questa terra, almeno contentiamoci di quello stato in cui ci vuole il Signore; e la nostra sollecitudine non sia per le ricchezze terrene, ma per quelle del paradiso che sono immensamente più grandi e sono eterne; e persuadiamoci di ciò che dice S. Teresa: «Quanto meno avremo di qua, tanto più godremo di là».
11. Dicea S. Bonaventura che l'abbondanza de' beni temporali non è altro che un vischio all'anima, che l'impedisce di volare a Dio. E così all'incontro scrisse S. Giovan Climaco che la povertà è una via di camminare a Dio senza impedimento. — Disse il Signore: Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum caelorum (Matth. V, 3). Alle altre beatitudini, de' mansueti, de' mondi di cuore, sta promesso il cielo in futuro; ma ai poveri sta promesso il cielo, cioè il gaudio celeste, anche in questa vita, ipsorum est regnum caelorum; sì, perchè anche in questa vita i poveri godono un paradiso anticipato. Poveri di spirito, viene a dire che non solo son poveri di beni terreni, ma che neppure li desiderano; ed avendo quanto loro basta per alimentarsi e vestirsi, come esorta l'Apostolo, vivono contenti: Habentes autem alimenta et quibus tegamur, his contenti simus (I Tim. VI, 8).
«O beata povertà, esclamava S. Lorenzo Giustiniani, che niente possiede e niente paventa! Ella è sempre allegra e sempre abbondante, mentre ogni incomodo che prova lo fa servire al profitto dell'anima». Scrive S. Bernardo: Avarus terrena esurit ut mendicus, pauper contemnit ut dominus (Serm. 2 in Cant.): l'avaro sempre sta famelico qual mendico, perchè non mai arriva a saziarsi de' beni desiderati; il povero all'incontro, qual signore del tutto, li disprezza, perchè niente desidera.
12. Disse un giorno Gesù Cristo alla B. Angela da Foligno: «Se la povertà non fosse un gran bene, io non l'avrei eletta per me nè l'avrei lasciata per porzione a' miei eletti». Ed infatti i santi vedendo Gesù povero, perciò hanno tanto amata la povertà. Dice S. Paolo che il desiderio di farsi ricco è un laccio del demonio col quale ha fatti perdere più uomini: Qui volunt divites fieri, incidunt... in laqueum diaboli, et desideria... nociva, quae mergunt homines in interitum et perditionem (I Tim. VI, 9). Infelici, che per li miseri beni di questo mondo perdono un infinito bene ch'è Dio!
Ben dunque ebbe ragione S. Basilio martire, quando Licinio imperatore gli fe' proporre che se lasciava Gesù Cristo lo faceva principe de' suoi sacerdoti, ebbe ragione, dico, di rispondergli: «Dite all'imperatore che se volesse darmi tutto il suo imperio non mi potrebbe dar tanto quanto mi toglierebbe, facendomi perdere Dio». Ci basti dunque Iddio, e ci bastino quei beni che ci dà, rallegrandoci di vederci poveri allorchè ci manca quel che vorressimo e non l'abbiamo: poichè qui sta il merito. Non paupertas, dice S. Bernardo, virtus reputatur, sed paupertatis amor (Epist. ad Duc. Conrad.). Molti son poveri, ma, perchè non amano la loro povertà, niente meritano; perciò dice S. Bernardo che la virtù della povertà non consiste nell'esser povero, ma nell'amare la povertà.
13. E quest'amore alla povertà debbono specialmente averlo le persone religiose che han fatto voto di povertà. Molti religiosi, dice il medesimo S. Bernardo: Pauperes esse volunt, eo tamen pacto ut nihil eis desit (Serm. de adv. Dom.): vogliono esser poveri, ma non vogliono che lor manchi niente. Sicchè, dice S. Francesco di Sales, «vogliono l'onore della povertà, ma non gl'incomodi della povertà». Per costoro vale quel che dicea la B. Solomea monaca di S. Chiara: «Sarà burlata dagli angeli e dagli uomini quella monaca che vuol esser povera e poi si lamenta quando le manca qualche cosa». Non fanno così le buone religiose: amano la loro povertà più d'ogni ricchezza. La figlia dell'imperator Massimiliano II, monaca scalza di S. Chiara, chiamata Suor Margarita della Croce, comparendo all'arciduca Alberto suo fratello con un abito rappezzato, quegli se ne ammirò come di cosa sconvenevole alla di lei nobiltà; ma ella gli rispose: «Fratello, io sto più contenta con questo straccio che tutti i monarchi colle loro porpore». Dicea S. Maria Maddalena de' Pazzi: «Oh fortunati i religiosi che, staccati da tutto per mezzo della santa povertà, possono dire: Dominus pars hereditatis meae! (Ps. XV, 5): Dio mio, tu sei la mia parte, ed ogni mio bene!» — S. Teresa, avendo ricevute più limosine da un mercante, gli mandò a dire che il suo nome stava scritto nel libro della vita, e per segno di ciò le cose di questa terra gli sarebbero mancate; ed in fatti il mercante fallì e fu povero sino alla morte. Dicea S. Luigi Gonzaga che non vi è segno più certo per uno che sia del numero degli eletti, quanto in vederlo timorato di Dio e nel tempo stesso esercitato con travagli e desolazioni in questo mondo.
14. Si appartiene ancora in qualche modo alla santa povertà l'esser privato in questa vita de' parenti e degli amici colla morte; ed in ciò parimente bisogna molto esercitar la pazienza. Taluni perdendo un parente, un amico, non sanno darsi pace, si chiudono in una camera a piangere, ed, abbandonandosi alla mestizia, diventano talmente impazienti che si rendono impraticabili. Vorrei saper da costoro, con affliggersi essi in tal modo e spargere immoderatamente tante lagrime, a chi danno gusto? A Dio? A Dio no, perchè Dio vuol che ci rassegniamo alla sua volontà. A quell'anima trapassata? Neppure. Quell'anima, se mai si è perduta, odia voi e le vostre lagrime; se si è salvata e già sta in cielo, desidera che ringraziate Dio per lei; se poi sta al purgatorio, desidera che la soccorriate colle vostre orazioni, e che voi vi uniformiate al divino volere e vi facciate santo, acciocchè un giorno vi abbia per compagno in paradiso. E così quel tanto piangere a che giova? Il Ven. P. Giuseppe Caracciolo teatino, essendogli morto un fratello e stando un giorno cogli altri suoi parenti che non cessavano di piangere, disse loro: «Eh via, serbiamo queste lagrime per migliore oggetto, per piangere la morte di Gesù Cristo che ci è stato padre, fratello e sposo, ed è morto per nostro amore». — In tali occasioni bisogna fare come fece Giobbe che ricevendo la notizia d'essergli stati uccisi i figli, egli tutto uniformato al voler divino disse: Dominus dedit, Dominus abstulit: Iddio mi ha dati questi figli e Dio me l'ha tolti: Sicut Domino placuit, ita factum est: sit nomen Domini benedictum (Iob. I, 21): quel che è avvenuto è piaciuto a Dio, e così piace ancor a me: ond'egli sempre sia da me benedetto.
15. In terzo luogo dobbiam esercitar la pazienza e dimostrare il nostro amore a Dio nel soffrire con pace i disprezzi che riceviamo dagli uomini.
Quando un'anima si dà tutta a Dio, Dio stesso fa o permette che sia dagli uomini vilipesa e perseguitata. Un giorno apparve un angelo al B. Errico Susone, e gli disse «Errico, sinora ti sei mortificato a modo tuo, da oggi avanti sarai mortificato come piacerà agli altri». E nel giorno seguente il beato, affacciandosi ad una finestra, vide un cane che teneva uno straccio in bocca e l'andava tutto lacerando; allora udì una voce che gli disse: «Così tu hai da essere lacerato dalle bocche degli uomini». Allora il B. Errico calò giù e si prese quello straccio conservandolo per suo conforto nel tempo de' travagli che gli erano stati prenunziati.
16. Gli affronti e le ingiurie sono le delizie bramate e cercate da' santi. S. Filippo Neri, perchè nella casa di S. Geronimo in Roma da 30 anni vi pativa molti maltrattamenti da alcuni, non volle lasciarla e passare al nuovo oratorio della Chiesa Nuova da lui fondata, dove già abitavano i suoi diletti figli che l'invitavano a ritirarsi con essi, finchè non si vide obbligato a passarvi per comando espresso del Papa. S. Giovanni della Croce dovendo mutar aria per causa di un'infermità che poi lo portò alla morte, pospose un convento più comodo in cui trovavasi un priore suo affezionato e si elesse un convento povero ove presiedea un priore suo nemico, il quale in fatti poi per molto tempo e quasi persino alla di lui morte lo vilipese e maltrattò in molti modi, proibendo ancora agli religiosi che l'andassero a visitare. Ecco come i santi giungono sino ad andar cercando di esser vilipesi. S. Teresa scrisse questa memorabil massima: «Chi aspira alla perfezione si ha da guardar bene di dire: Mi fecero ciò senza ragione. Se tu non vuoi portar croce, se non quella che sta appoggiata alla ragione, la perfezione non fa per te». È celebre la risposta ch'ebbe dal Crocifisso S. Pietro martire, mentr'egli lamentavasi che a torto stava carcerato senza aver fatto male; il Signore gli rispose: «Ed io che male ho fatto che ho avuto a star su questa croce a patire e morire per gli uomini?»
Oh come i santi allorchè sono ingiuriati si consolano colle ignominie che patì per noi Gesù Cristo! S. Eleazaro richiesto dalla sua sposa, come facesse a soffrir con tanta pazienza le tante ingiurie che ricevea per fin da' suoi medesimi servi, rispose: «Io mi rivolgo a considerare Gesù disprezzato, e vedo che i miei affronti son niente a rispetto di quelli ch'egli ha sofferti per me, e così Dio mi dà forza a soffrir tutto con pace». In somma gli affronti, la povertà, i dolori e tutte le tribulazioni, cadendo sovra di un'anima che non ama Dio le sono occasioni di più allontanarsi da Dio; ma cadendo sovra di un'anima amante di Dio le son motivi di più stringersi con Dio e di più amarlo. Aquae multae non potuerunt exstinguere caritatem (Cant. VIII, 7). I travagli per quanto sieno molti e gravi non solo non ispegnono, ma di più aumentano le fiamme della carità in un cuore che non ama altro che Dio.
17. Ma perchè Iddio ci carica di tante croci e gode in vederci tribulati, vilipesi, perseguitati e maltrattati dal mondo? Che forse egli è un tiranno, di genio così crudele che si compiace di vederci patire? No, non è tiranno Dio nè è di genio crudele; egli è tutto pietà ed amore verso di noi; basta dire che ci ha amati sino a morire per noi. Gode sì in vederci patire, ma per nostro bene, acciocchè patendo qui, restiam liberati dalle pene che dovressimo patire nell'altra vita per li debiti da noi contratti colla divina giustizia; ne gode acciocchè non ci attacchiamo a' piaceri sensibili di questa terra: la madre quando vuole slattare il fanciullo mette fiele alle poppe, affinchè il figlio vi prenda abborrimento; ne gode acciocchè col patire con pazienza e rassegnazione gli diamo qualche prova del nostro amore; ne gode finalmente acciocchè col patire acquistiamo gloria maggiore in paradiso. Per questi fini, che son tutti fini di pietà e d'amore, gode il Signore di vederci patire.
18. Concludiamo questo capo. Affin di ben esercitare la santa pazienza in tutte le tribulazioni che ci occorrono, bisogna persuaderci che ogni travaglio viene dalle mani di Dio o direttamente o indirettamente per mezzo degli uomini; e perciò quando ci vediamo tribulati bisogna ringraziarne il Signore, ed accettar con animo allegro quanto egli dispone per noi di prospero o di avverso, perchè tutto lo dispone per nostro bene: Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum (Rom. VIII, 28). Di più, quando ci affligge qualche travaglio, giova dare un'occhiata all'inferno un tempo da noi meritato, poichè ogni pena a confronto dell'inferno sarà sempre immensamente minore. Ma per soffrire con pazienza ogni dolore, ogni obbrobrio ed ogni cosa contraria, più d'ogni considerazione giova la preghiera: l'aiuto divino che ci sarà dato dopo la preghiera, ci darà quella forza che noi non abbiamo. Così han fatto i santi, si son raccomandati a Dio ed han superati tutti i tormenti e le persecuzioni.
Affetti e preghiere.
Signore, io son persuaso già, che senza patire e patir con pazienza non posso acquistar la corona del paradiso. Dicea Davide: Ab ipso patientia mea (Ps. LXI, 6). Lo stesso dico ancor io: da voi ha da essermi concessa la pazienza nel patire. Io propongo di accettar con pace tutte le tribulazioni; ma poi, allorchè avvengono, subito mi attristo e mi sgomento; e se patisco, patisco senza merito e senza amore, perchè non so soffrirle per darvi gusto. Deh, Gesù mio, per li meriti della vostra pazienza in soffrir tante pene per amor mio, datemi la grazia di soffrire le croci per amor vostro.
Io v'amo con tutto il cuore, caro mio Redentore, v'amo, sommo mio bene, v'amo, mio amore, degno d'infinito amore.
Mi pento sovra ogni male di quanti disgusti vi ho dati.
Vi prometto di accettar con pazienza tutti i travagli che voi mi mandate; ma da voi spero il soccorso per eseguirlo, specialmente per soffrire con pace i dolori della mia agonia e morte.
Regina mia Maria, impetratemi voi una vera rassegnazione a quanto mi resterà da patire in vita ed in morte.

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