mercoledì 1 agosto 2012

CAPITOLO XII Caritas non irritatur. Chi ama Gesù Cristo non mai si adira col prossimo.




CAPITOLO XII

Caritas non irritatur.
Chi ama Gesù Cristo
non mai si adira col prossimo.


1. La virtù di non adirarsi nelle cose contrarie che avvengono è figlia della mansuetudine. Degli atti appartenenti alla mansuetudine già ne abbiam dette più cose ne' capi antecedenti; ma perchè questa è una virtù che continuamente dee esercitarsi da chi vive in mezzo agli uomini, ne diremo qui alcune altre cose più particolari e più utili alla pratica.
2. L'umiltà e la mansuetudine furono le virtù care a Gesù Cristo, onde disse a' suoi discepoli che ciò avessero appreso da lui, l'essere umili e mansueti: Hoc discite a me, quia mitis sum et humilis corde (Matth. XI, 29). Il nostro Redentore fu chiamato agnello, Ecce Agnus Dei (Io. I, 29), sì per ragion del sagrificio che di lui avea da farsi sulla croce per soddisfare i nostri peccati, sì per ragion della mansuetudine ch'egli dimostrò in tutta la sua vita e specialmente in tempo della sua Passione. Quando in casa di Caifas ricevè lo schiaffo da quel ministro che nello stesso tempo lo trattò da temerario dicendogli: Sic respondes pontifici? (Io. XVIII, 22), Gesù altro non rispose che queste parole: Si male locutus sum, testimonium perhibe de malo, si autem bene, quid me caedis? (Io. XVIII, 23). Questa mansuetudine poi seguì ad esercitarla sino alla morte: stando in croce, mentre tutti lo schernivano e bestemmiavano, egli altro non faceva che pregare l'Eterno Padre a perdonarli: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt (Luc. XXIII, 34).
3. Oh come son cari a Gesù Cristo i cuori mansueti che nel ricevere gli affronti, le derisioni, le calunnie, le persecuzioni, ed anche le battiture e le ferite, non si adirano con chi l'ingiuria o percuote! Mansuetorum semper tibi placuit deprecatio (Iudith. IX, 16). Le preghiere de' mansueti son sempre gradite a Dio, viene a dire che sono sempre esaudite. A' mansueti sta con modo speciale promesso il paradiso: Beati mites, quoniam ipsi possidebunt terram (Matth. V, 4). Diceva il P. Alvarez che il paradiso è la patria dei disprezzati, perseguitati e calpestati; sì, perchè a costoro, non già a' superbi che sono onorati e stimati dal mondo, sta riserbato il possesso di quel regno eterno. Scrisse Davide che i mansueti non solo otterranno l'eterna beatitudine, ma anche in questa vita godranno una gran pace: Mansueti... haereditabunt terram, et delectabuntur in multitudine pacis (Ps. XXXVI, 11). Sì, perchè i santi non conservano rancore con chi gli maltratta, ma l'amano più di prima; ed il Signore, in premio della loro pazienza, accresce loro la pace interna. Dicea S. Teresa: «Colle persone che diceano male di me parmi ch'io ponessi in loro un nuovo amore». Onde poi la sagra Ruota scrisse della santa: Offensiones ipsi amoris escam ministrabant: le offese le porgevano materia di più amare chi più l'offendeva. Una tal mansuetudine però non può aversi se non da chi è dotato d'una grande umiltà e basso concetto di sè, per cui crede di meritare ogni disprezzo; e perciò all'incontro i superbi son sempre iracondi e vendicativi, perchè han concetto di se stessi e stimansi degni di ogni onore.
4. Beati mortui qui in Domino moriuntur (Apoc. XIV, 13). Bisogna dunque morir nel Signore per esser beato e per cominciare a godere la beatitudine sin da questa vita: s'intende quella beatitudine che può aversi prima di andare in cielo, quale certamente è molto minore di quella del cielo, ma è tale che supera tutti i piaceri sensibili di questa vita: Et pax Dei quae exsuperat omnem sensum custodiat corda vestra, così scrisse l'Apostolo a' suoi discepoli (Philip. IV, 7). Ma per giungere ad ottener questa pace, anche in mezzo agli affronti ed alle calunnie, bisogna esser morto al Signore.
Il morto, per quanto è maltrattato e calpestato dagli altri, niente si risente; e così il mansueto, come morto che più non vede nè sente, dee soffrire tutti i disprezzi che gli son fatti. Chi ama di cuore Gesù Cristo a ciò ben arriva, poichè, tutto uniformato alla di lui volontà, riceve con quella stessa pace ed animo eguale così le cose prospere come le avverse, così le consolazioni come le afflizioni, così le ingiurie come le cortesie. Così facea l'Apostolo, onde poi dicea: Superabundo gaudio in omni tribulatione nostra (II Cor. VII, 4). — Oh felice chi giunge a questo grado di virtù! Egli gode una continua pace, la quale è un bene che avanza tutti gli altri beni di questo mondo. Dicea S. Francesco di Sales: «Che vale tutto il mondo in paragone della pace del cuore?» Ed in verità, a che servono tutte le ricchezze, tutti gli onori del mondo a chi vive inquieto e non ha il cuore in pace?
5. In somma per istarcene sempre uniti con Gesù Cristo, bisogna che facciamo tutto con tranquillità, senza inquietarci di alcuna avversità che incontriamo. Non in commotione Dominus (III Reg. XIX, 11): il Signore non abita ne' cuori turbati.
Udiamo i belli documenti che su questa materia ci dà il maestro della mansuetudine, S. Francesco di Sales: «Non vi mettete mai in collera nè le aprite mai la porta per qualunque pretesto, perchè entrata ch'è una volta in noi, non è più in nostra mano, quando vogliamo, il discacciarla nè il moderarla. I rimedi perciò sono: 1º Rigettarla subito con divertire altrove la mente, e senza dir parola. 2º Ad imitazione degli apostoli allorchè videro il mare in tempesta, ricorrere a Dio a cui s'appartiene di mettere il cuore in pace. 3º Se vedrete che la collera per vostra debolezza ha posto già il piede nel vostro spirito, in tal caso fatevi forza per rimettervi in calma, e poi procurate di praticare atti di umiltà e di dolcezza verso la persona contra cui vi sentite adirato; ma tutto ciò bisogna farlo con soavità e senza violenza, poichè molto importa il non inasprir le piaghe». Ed a tal proposito diceva il santo ch'egli ebbe da faticare in sua vita a superare due passioni che più lo predominavano, cioè la collera e l'amore: per superar la passione della collera confessava d'aver dovuto faticare per 22 anni affin di soggiogarla; in quanto poi alla passione dell'amore, avea procurato di mutare oggetto lasciando le creature e rivolgendo tutti gli affetti suoi a Dio. E così il santo si acquistò una pace interna sì grande che la dimostrava anche da fuori, facendosi vedere quasi sempre con volto sereno e colla bocca a riso.
6. Unde bella, nisi ex concupiscentiis vestris? (Iac. IV, 1). Quando alcuno per qualche incontro si sente agitato dalla collera, allora gli sembra di trovar sollievo e pace se dà sfogo all'ira cogli atti o almen colle parole; ma no, s'inganna, perchè dopo aver fatto quello sfogo si troverà molto più turbato di prima. Chi vuol conservarsi in una continua pace si guardi dallo star mai di mal umore. E quando si accorge di esser preso da mal umore, procuri di scacciarlo subito e non farlo dormire la notte seco, disviandosi con leggere qualche libro, col cantare qualche canzoncina divota o col discorrere di fatti ameni con alcuno amico.
Dice lo Spirito Santo: Ira in sinu stulti requiescit (Eccl. VII, 10). La collera nel cuore degli stolti che poco amano Gesù Cristo vi trova alloggio per lungo tempo; ma nel cuore degli amanti di Gesù Cristo, se mai vi entra di soppiatto, presto ne vien discacciata, e non vi dimora. — Un'anima che ama di cuore il Redentore non si trova mai di malo umore, perchè non volendo ella altro che quel che vuole Iddio, ha sempre tutto quel che vuole, e perciò si ritrova sempre tranquilla e sempre eguale a se stessa. Il divino volere la rasserena in tutte le avversità che le accadono: e quindi è ch'ella esercita una mansuetudine universale con tutti. Ma questa mansuetudine non si può ottenere senza un amor grande a Gesù Cristo. Si vede infatti che noi non mai siamo più mansueti e dolci cogli altri, se non quando proviamo maggior tenerezza verso Gesù Cristo.
7. Ma perchè questa tenerezza non sempre la proviamo, bisogna che nell'orazione mentale ci apparecchiamo a soffrire gl'incontri che mai ci possono avvenire. Così han fatto i santi, e si son trovati poi pronti a ricevere con pazienza e mansuetudine le ingiurie, gli schiaffi e le ferite. In quel tempo che ci troviamo insultati dal prossimo, se non ci troviamo preparati più volte da prima, difficilmente saremo atti a discernere quel che dobbiamo fare per non farci vincere dall'ira. Allora la passione ci farà vedere esser ragionevole che rintuzziamo con audacia l'audacia di chi ci maltratta a torto: ma scrive S. Gio. Grisostomo che non è mezzo giusto di spegnere il fuoco acceso nell'animo del prossimo col fuoco d'una risposta risentita, ma è causa di più accenderlo: Igne non potest ignis exstingui (Chrysost. Hom. 98 in Gen.). — Dirà taluno: Ma non è ragione di usar cortesia e dolcezza con un temerario che senza ragione ti offende. Ma risponde S. Francesco di Sales: «Bisogna usar mansuetudine non solo colla ragione, ma contra la ragione».
8. Allora bisogna procurar di rispondere con qualche parola benigna, e questa è la via di spegnere il fuoco: Responsio mollis frangit iram (Prov. XV, 1). Ma quando l'animo sta disturbato, il miglior espediente sarà allora il tacere. Scrive S. Bernardo: Turbatus prae ira oculus rectum non videt (Lib. 2. De cons. cap. 11). L'occhio quando è offuscato dallo sdegno non vede più quel ch'è giusto e quel ch'è ingiusto; la passione è come un velo che ci si pone davanti gli occhi e non ci fa più discernere il dritto dal torto, onde bisogna fare il patto che S. Francesco di Sales avea fatto colla sua lingua: «Io ho fatto il patto, egli scrisse, colla mia lingua, di non parlare quando è turbato il cuore».
9. Ma certe volte par che sia necessario il reprimere con parole aspre alcuno insolente. Disse Davide: Irascimini et nolite peccare (Ps. IV, 5). Dunque talvolta è lecito l'adirarsi, purchè si faccia senza colpa. Ma qui sta il punto. Speculativamente parlando alle volte sembra spediente il parlare o rispondere con asprezza ad alcuni per farli ravvedere; ma in pratica è molto difficile che ciò riesca senza nostra colpa; onde la via sicura è quella di ammonire o di rispondere sempre con dolcezza e stare attento a non mai risentirsi. Dicea S. Francesco di Sales: «Io non mi son mai risentito che appresso non me ne sia pentito». E quando in quell'incontro ci sentiamo ancor noi riscaldati, come ho detto di sovra, la via più sicura è di tacere, riserbando l'ammonizione o la risposta a tempo più opportuno, quando il cuore più non fuma.
10. Questa mansuetudine dobbiamo specialmente esercitarla poi quando siamo corretti da' nostri superiori o dagli amici. Scrive S. Francesco di Sales: «Il gradir le riprensioni fa vedere che uno ama le virtù contrarie a quei difetti de' quali vien ripreso, e perciò questo è un gran segno che profitta nella perfezione». Inoltre bisogna che usiamo la mansuetudine ancora con noi stessi. Il demonio ci fa vedere che sia cosa lodevole l'adirarci con noi quando commettiamo qualche difetto; ma no, ella è opera del nemico che cerca di tenerci inquieti, acciocchè non siamo atti a far niente di bene. Dicea S. Francesco di Sales: «Tenete per certo che tutti quei pensieri che ci danno inquietudine non sono da Dio ch'è principe di pace, ma provengono o dal demonio o dall'amor proprio, o dalla stima che facciamo di noi stessi. Questi sono i tre fonti da cui nascono tutti i nostri disturbi. E perciò quando ci vengono pensieri che c'inquietano, bisogna subito rigettarli e disprezzarli».
11. Inoltre ci è sommamente necessaria la mansuetudine quando dobbiamo far qualche riprensione agli altri. Le correzioni fatte con zelo amaro fanno spesso più danno che utile, specialmente quando colui che dee esser corretto sta turbato; allora bisogna trattenersi a correggerlo, ed aspettar il tempo che in esso siasi sedato il bollore dell'ira. E così anche bisogna che noi ci asteniamo di correggere altri quando stiamo di mal umore, perchè allora l'ammonizione riuscirà sempre fatta con asprezza, e 'l reo, vedendosi ripreso in tal modo, farà poco conto dell'ammonizione come fatta per passione. Ciò corre per quel che spetta al bene del prossimo, ma per quel che si appartiene al nostro profitto, facciamo vedere che amiamo Gesù Cristo sopportando con pace ed allegrezza i maltrattamenti, le ingiurie e i disprezzi.
Affetti e preghiere.
Gesù mio disprezzato, o amore, o gioia dell'anima mia, voi col vostro esempio avete renduti troppo amabili i disprezzi a' vostri amanti. Io vi prometto da ogg'innanzi di soffrire ogni affronto per amor di voi che siete stato in questa terra così vilipeso dagli uomini per amor mio. Datemi voi la forza di eseguirlo. Fatemi conoscere e fatemi operar tutto ciò che volete da me.
Mio Dio e mio tutto, io non voglio cercare altro bene fuori di voi che siete un bene infinito. Voi che avete tanta cura del mio profitto fate ch'io non abbia altra cura che di darvi gusto. Fate che tutti i miei pensieri s'impieghino sempre a fuggire ogni vostra offesa ed a trovar modo di piacervi in ogni cosa. Allontanate da me ogni occasione che mi diverte dal vostro amore. Io mi spoglio della mia libertà e la consagro tutta al vostro divino beneplacito.
V'amo, bontà infinita, v'amo, diletto mio, o Verbo Incarnato, io v'amo più di me stesso. Abbiate pietà di me e guaritemi da tutte le piaghe che patisce l'anima mia per l'offese che vi ha fatte. Io tutto mi abbandono nelle vostre braccia, o Gesù mio: io voglio esser tutto vostro, voglio soffrire ogni cosa per vostro amore, e da voi non voglio altro che voi.
Vergine santa e madre mia Maria, io v'amo, ed in voi confido, soccorretemi colla vostra potente intercessione.

Nessun commento:

Posta un commento