martedì 27 gennaio 2015

La leggenda del Santo Graal

La leggenda del Santo Graal
tra mito, storia e letteratura
 
     Eccomi ad un argomento pieno di fascino e che lega ancora lo spirito dell’uomo medievale al nostro spirito. Infatti ancora negli occhi abbiamo Indiana Jones , lo spericolato archeologo che in un film si imbatte in una grotta piena di vasi e calici, e tra i molti sceglie a colpo sicuro il vero Graal, un povero calice di legno, di provenienza francescana. Eppure l’epopea del Graal inizia proprio in quell’ambiente letterario della Francia meridionale, la Langue d’oc, la Provenza, dove già le Crociate, la ricerca delle reliquie, l’amore cortese, il mito dei cavalieri e l’avventura spirituale diventano letteratura, nostalgia, elegia. 

Già nel Perceval di Chretien de Troyes, poema incompiuto dove per la prima volta appare la preziosa coppa dell’Ultima Cena, si sente la nostalgia per un mondo giunto ormai alle sue ultime espressioni di civiltà. Secondo questa tradizione letteraria, Giuseppe d’Arimatea avrebbe conservato in questa coppa il sangue del Redentore raccolto sul Calvario e l’avrebbe misteriosamente trasportata in Francia, dove si trova nel castello del Re Pescatore. 

La stessa tradizione è ripresa da Robert de Boron nel suo Giuseppe d’Arimatea, e giunge in Germania. Qui viene ripreso da Wolfram von Eschenbach's , nel suo Parzival, che diventerà la base per le opere sinfoniche di Wagner. Quello che sorprende è ancora quanta letteratura ancor oggi fantastica sulla mitica coppa, mai ritrovata, ma che sarebbe tenuta ben nascosta da qualche parte. 

Anche la rete dà il suo contributo, con una serie di siti dalla grafica affascinante, ma che sfortunatamente danno per veritiere fonti giornalistiche che puntualmente non trovano conferma se non in romanzi che mescolano fantasie e manipolazioni storiche costruite ad arte a scopo di lucro, un po’ come il famoso romanzo Il Codice da Vinci
La leggenda del Graal si inserisce quindi nei grandi cicli di romanzi e leggende cavalleresche, che caratterizzano l’ultimo periodo del Medio evo: ciclo arturiano, ciclo della Chanson de geste, ciclo del Perceval caratterizzano la celebrazione massima e la fine del mito della cavalleria, proprio quando nasce il nuovo ordine dei templari, così affascinante e controverso.

    E’ interessante chiedersi però quale legame profondo spinge ancora verso questa leggenda, quale valore positivo possiamo trovare. E le risposte sono diverse e a vari livelli. Alcune hanno un aspetto storico accertato, e fanno da sottofondo all’invenzione letteraria del mito.

Quando Chretien de Troyes scrive il Perceval ( o Conte du Graal) siamo durante la grande epopea delle Crociate, verso il 1190. In questo periodo i pellegrini e i crociati che si recano in Terra Santa, ritornano con un gran numero di reliquie, frutto di un movimento di fede che ha pochi riscontri nella storia. 

La ricerca delle reliquie corrisponde alla ricerca del legame con le vita di Gesù Cristo e delle tracce che egli ha lasciato del suo passagium. Questo legame o ricerca di esso spinge spesso gli uomini medievali ad alimentare leggende in cui la fondazione delle più importanti chiese, o la formazione di stati e dinastie è legata alla predicazione apostolica ed alla presenza di testimoni diretti della vita di Cristo e dei suoi primi discepoli. Questi testimoni lasciano nelle terre dove avrebbero predicato tracce del loro passaggio, della loro predicazione. 
Così S. Andrea, fratello di S. Pietro, predica nei dintorni di Kiev e profetizza sul grande futuro della nazione russa, secondo la più antica cronaca russa. Oppure S. Marco, redattore del Vangelo, predica nella Venezia Giulia, e quella predicazione è la base della potenza veneziana. O ancora S. Dionigi, discepolo greco di S. Paolo, si spinge in Francia fino all’Ile di Cité,  a conferma della futura grandezza del popolo franco.

   
La presenza di preziose reliquie nelle varie basiliche è una conferma di ciò che già è creduto, e che costituisce la base religiosa  della nascita di santuari, movimenti religiosi e poteri politici. La ricerca delle reliquie corrisponde quindi, a livello spirituale, ad un cammino di fede alla ricerca e della propria dimensione spirituale, della propria vocazione e di quel legame unico ed irripetibile che si attua tra la vita di Cristo, quella dei santi e della Chiesa pellegrina. Quel legame è vissuto dall’uomo medievale, soprattutto dal cavaliere crociato, come un giuramento personale molto simile a quello di vassallaggio, che lega cioè in maniera indissolubile la persona al suo Signore e padrone. 

In tal senso la ricerca del Graal è un po’ come la ricerca del legame il più profondo possibile con Cristo sofferente e salvatore. Oggi questa ricerca così profonda di verità spirituale e di fede non fa più parte della società, ma è spesso chiusa nel privato o fuorviata dalla ricerca di misterioso e di magico. Infatti, come sempre, è difficile accettare il mistero di sofferenza e di gloria legato all’estrema e totale offerta di sé a Dio, che si attua nella figura di Cristo e nella sua Passione, e che si rinnova nell’Eucarestia, di cui il Graal rappresenta l’istituzione.
 
     Oltre a questo, la ricerca del Graal ed i romanzi cavallereschi a cui essa si riferisce, si inserisce in quel momento di crisi di fede nella presenza di Cristo nell’Eucarestia  che trova espressione nell’eresia catara ed albigese.  
Ma questa crisi sembra attuarsi anche oggi, quando si vuole identificare il Graal non più con il calice della Passione, ma con un pensiero fuorviante e del tutto privo di testimonianze storiche coeve o vicine alla vita di Cristo. 
Un pensiero che si è sviluppato molto più tardi, e che è legato alla Massoneria, quindi al Sette-Ottocento, quando il Medio evo era finito da molto tempo. Eppure questo pensiero ancor oggi è presente, erroneamente attribuito al Medio evo. In effetti scientismo e magia, potere e arti misteriche sono quanto mai estraei alla cultura letteraria, civile  e religiosa, che produsse nel Medio evo la leggenda del Santo Graal.  

La vera  ricerca del Graal, come la sentirono i medievali, o per lo meno come ci risulta dai romanzi del ciclo arturiano o di Chrétien de Troys , o di Von Eschenbach , fu una ricerca di spiritualità, una ricerca di verità di fede. Da quella preziosissima reliquia, il calice della Passione, nasce per colui che la possiede non tanto una sorta di potere magico, quanto una più profonda consapevolezza di se stesso. E come si acquista questa consapevolezza secondo lo spirito dell’uomo medievale?

Ecco la bella  risposta che essi  ci hanno tramandato: alla luce del Graal, cioè alla luce di Cristo, del suo mistero di Passione, morte e Risurrezione. Alla luce dell’Eucarestia si ritrova  e si accetta il proprio essere, con pregi e difetti, con grandezza e miseria, e si è capaci di intraprendere il cammino verso Dio, quel cammino di ricerca che tanti uomini medievali attuarono nei pellegrinaggi, nella ricerca teologica, nelle vocazioni monastiche.

Fonte: il poema Perceval di Chrètien de Troyes.

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