domenica 21 febbraio 2016

Emitte lucem tuam et veritatem tuam


Dall’alto del Tabor

Emitte lucem tuam et veritatem tuam: ipsa me deduxerunt, et adduxerunt in montem sanctum tuum et in tabernacula tua (Sal 42, 3).
Non per gusto dell’orrido, ma per essere lucidamente consapevoli dell’ora presente abbiamo cercato di analizzare, nelle ultime settimane, la strategia dell’Anticristo, così da esser pronti a riconoscerlo nel momento in cui si manifesterà. Il Signore stesso, nel deserto, ha voluto guardare in faccia il nemico per insegnarci ad affrontarlo e a sconfiggerlo. Ora, tuttavia, per non soccombere all’opprimente visione della cruda realtà, volgiamo di nuovo lo sguardo verso la luce. Seguiamo Gesù sul monte appartato e lasciamoci inondare dalla luce che si irradia dal Suo volto trasfigurato, di una bellezza insostenibile. Certo, questa contemplazione è riservata ai cuori puri, i cui occhi possono sopportarne lo splendore. Ma, se anche il processo di purificazione interiore non fosse ancora a buon punto, non scoraggiamoci: guardiamo ugualmente, e la luce ci penetrerà nella misura in cui siamo in grado di accoglierla e, per mezzo dei nostri sforzi di santificazione, ci purificherà gradualmente. Chiunque sia ben disposto è irresistibilmente attirato dalla bellezza di Cristo e già il semplice desiderio di possederla in modo sempre più pieno lo fa avanzare, trasformandolo interiormente.

Sulla cima del Tabor, dove la Verità incarnata l’aveva guidato, san Pietro avrebbe voluto erigere tre tende per poter gustare senza sosta quell’anticipo di Paradiso (cf. Lc 9, 33). Il nuovo Tempio vivente di Dio era là, in carne e ossa, e la Gloria rifulgeva in quel corpo in cui abita la pienezza della Divinità (cf. Col 2, 9). Ma era ancora troppo presto, Pietro: il Figlio di Dio, da te riconosciuto per la grazia permanente a te concessa dal Padre (cf. Mt 16, 16-17), doveva prima morire e risorgere per liberare l’umanità dal peccato. Dopo la Sua Pasqua, però, che il Maestro aveva da poco oscuramente profetizzato (cf. Mt 16, 21), il tuo desiderio si sarebbe compiuto. Ogni giorno, nell’offrire il Sacrificio redentore, saresti salito sul monte santo e avresti adorato il Signore nella Sua dimora. Beati noi, che come te possiamo compiere questa breve ascesa quotidiana e vivere alla Sua presenza! Chi mai potrebbe valutare adeguatamente questo dono? Non c’è prezzo per essere membri della Chiesa Cattolica, così come non c’è nulla che non si possa dare per rimanere tali.

È indubbio che, per gustare appieno la bellezza del Salvatore e favorire le migliori disposizioni per ricevere la Sua grazia, non ci sia mezzo più efficace della santa Messa di sempre. Sì, a molti la partecipazione ad essa impone un piccolo pellegrinaggio; per altri essa è semplicemente impossibile. Cercate allora chiese in cui la nuova Messa sia almeno celebrata in modo degno e con la dovuta intenzione. Non metto in discussione la sua validità. Secondo la dottrina tradizionale, è sufficiente che il sacerdote pronunci le parole consacratorie con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa. Talvolta, però, è proprio quest’ultima che potrebbe far difetto. Non voglio certo lanciare falsi allarmismi o incrementare scrupoli già frequenti nel popolo fedele, ma mi è capitato due o tre volte di avere la netta sensazione, davanti al tabernacolo di una chiesa o cappella, che dentro non ci fosse nulla, quando invece la presenza del Signore mi si fa sempre percepire in modo sensibile. È un argomento meramente empirico, ma non mi è facile ignorarlo…

Coraggio: Dio non lascerà mai la Sua Chiesa priva del Sacrificio e di sacerdoti che lo offrano come si deve. I tempi sono particolarmente burrascosi per chi vuol rimanere innestato sulla Tradizione, ma, sia pure disseminati, siamo in tanti e, grazie ai moderni mezzi di comunicazione, ci teniamo in contatto. Nessuno può impedirci di incontrarci e di celebrare i divini misteri (magari nelle case come i primi cristiani, se un giorno non ci fosse più concesso nelle chiese). Nessuno potrà strapparci la ricchezza che abbiamo ricevuto né dissuaderci dal farla ulteriormente conoscere con quella carità e misericordia di cui per primi siamo stati oggetto. Tanti giovani sinceramente alla ricerca di Dio non aspettano altro, delusi come sono da belle parole che, nelle loro “comunità cristiane”, tali sono rimaste o sono state crudamente smentite dai fatti. I nuovi Pastori non vogliono ammetterlo, ma la loro “pastorale” è un fallimento completo: la vita della Chiesa non è fatta di teorie imparate in seminario, né ognuno può dipingersi la realtà come gli piacerebbe vederla. Soprattutto, non si può far evaporare il cristianesimo in fantasie puerili.

Una presentazione della fede centrata sulla soddisfazione di esigenze soggettive ha coagulato una massa disarticolata di persone avvezze a selezionare ambienti, sacerdoti ed esperienze in base ai loro gusti o capricci. Ma un naufrago non sceglie la tavola a cui aggrapparsi: afferra quella che la Provvidenza gli offre. Dal punto di vista morale, la società odierna affoga in un oceano di melma e sterco; gli individui che la compongono, tuttavia, continuano a fare gli schizzinosi. La salvezza eterna non è la carta del ristorante; che piaccia o no, la via è una: conversione, preghiera, Messa, confessione, osservanza dei Comandamenti, lotta al peccato e pratica delle virtù evangeliche. E non si va alla Messa dove c’è il prete simpatico, le canzonette alla moda e un gioviale clima da ritrovo mondano: si va là dove si è moralmente certi che il Sacrificio della Croce sia realmente rinnovato. Se il latino ti richiede uno sforzo, fàllo: non sei forse pronto a farne di ben più gravosi per scopi molto meno vitali? Chi ha detto che evitare l’Inferno non debba costare la minima fatica?

In realtà i giovani amano le sfide; ma ci vuole pur chi le proponga loro con convinzione. Quelli che vengono in chiesa solo quando ci sono i loro canti o celebra “il loro prete” (che regolarmente svicola sulle questioni morali o è di ampie vedute in campo sessuale) inevitabilmente andranno a convivere; poi, se si sposeranno, divorzieranno, si riaccoppieranno e via dicendo… cioè saranno sempre infelici e rischieranno pure la dannazione eterna. Ma il gruppo giovani andava a gonfie vele, vescovo e parroco gongolavano di soddisfazione e, nel caso, chiudevano un occhio – o tutti e due. Chi ha mai verificato se quei ragazzi così attivi ed entusiasti avevano effettivamente la fede e si sforzavano di vivere secondo le esigenze della vocazione cristiana? Per farlo, però, avrebbero dovuto almeno conoscerle… Come potranno mai avere un cuore sufficientemente puro per fissare lo sguardo sul volto di Gesù trasfigurato onde assorbirne la luce e la bellezza? Che orrendo destino: campare tutta una vita senza fare mai quest’esperienza!

Saliamo, saliamo sulla santa montagna e trasciniamo con noi quelli che amiamo. All’inizio, forse, si sentiranno un po’ a disagio, ma col tempo, se hanno una coscienza retta, si abitueranno all’altitudine e saranno conquistati. L’uomo è fatto per Dio – e Dio non è un’idea (tanto meno una di quelle oggi più in voga). Non è giusto promettere beni spirituali eccelsi senza indicare i mezzi per raggiungerli, come se la pace e la gioia del Vangelo fossero accessibili a chi vive stabilmente nel peccato e non ha alcuna intenzione di venirne fuori. Così non si fa altro che provocare pericolose illusioni e conseguenti frustrazioni, lasciando le persone completamente indifese di fronte ai pericoli di questo mondo, in cui i demoni scorrazzano ormai indisturbati. Chi invece sta sul monte non sarà raggiunto dall’inondazione di fango che si sta riversando sul pianeta. Da lassù si vede il male standone a debita distanza; se si scende, è solo per chiamare chi annaspa nel gorgo e tendergli la mano. Questa è misericordia.
 

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