sabato 9 gennaio 2016

Com’era il viso di Gesù? Com’era il suo aspetto?

IL VERO VOLTO DI GESÙ

Paul Badde“Die Welt” del 23 settembre 2004

 E’ una delle reliquie più preziose della Cristianità che per molto tempo era considerata dispersa: il Telo della Veronica. Il nostro autore ha fatto una scoperta in Abruzzo.
Com’era il viso di Gesù? Forse come Jim Caviezel nel film “La Passione”? O forse come i ritratti di Cristo di Dürer o El Greco appesi sui muri del palazzo papale? Tutti questi artisti non hanno mai visto Gesù! E allora, com’era il suo aspetto? Esiste una risposta molto molto antica a questa domanda: si tratta di un telo con la “vera immagine” di Cristo, che neanche il Papa ha mai visto.

E’ difficile parlare di questo argomento in Vaticano, poiché questa immagine è diversa. Fino all’anno 1600 era custodita nella vecchia basilica costantiniana di San Pietro ed stata vista da milioni di persone. Ma da allora quasi nessuno ha potuto più vedere questa “vera icona”. Nella nuova cattedrale di San Pietro l’immagine di Gesù era custodita con tre catenacci. Il Cardinale Marchisano, arciprete della basilica, disse a “Die Welt” che “l’immagine nel corso dei secoli si è notevolmente sbiadita.” Ma non è soltanto sbiadita, deve trattarsi piuttosto di un’imitazione (di una finta) di cui non esiste nessuna valida fotografia. Per questa ragione, negli ultimi tempi, a coloro che desideravano venerare l’icona di Cristo veniva mostrata un'altra immagine che si trova nella sacrestia del Papa di cui si dice che sia la più antica del mondo.  
E dal suo aspetto si direbbe proprio. Perché con il tempo l’immagine è diventata quasi nera, come molti antichi dipinti in tempera su tela. La “vera immagine” di Cristo però non presenta alcuna traccia di colore. Prima di arrivare a Roma si trovava a Costantinopoli, e prima ancora in Oriente; infatti, un testo siriano di Camulia in Cappadocia del VI secolo d. C. parla di un’immagine “tirata fuori dall’acqua” e “non dipinta dalla mano dell’uomo”. Ma quando giunse a Roma attirava gli uomini come una calamita.
 I pellegrini che tornavano da Gerusalemme nella prima metà dello scorso millennio si decoravano con una palma; simbolo dei pellegrini di Santiago de Compostela fino ad oggi è la conchiglia; ma i pellegrini che si recavano a Roma spillavano alle loro mantelle miniature della “Sancta Veronica Ierosolymitana”, la santa Veronica di Gerusalemme. Le fondamenta della nuova Cattedrale di San Pietro, secondo il volere di Papa Giulio II, dovevano comprendere anche quelle di un’enorme “camera blindata” per custodire questo tesoro unico.
Durante il periodo di costruzione della Cattedrale, la cui architettura sfarzosa all’epoca era molto discussa, l’immagine sparì in modo misterioso. Ne rimase soltanto una cornice veneziana con vetri antichi frantumati, che si vede ancora oggi nel Tesoro di San Pietro. In realtà l’immagine non è scomparsa: da più di 400 anni la più preziosa reliquia della cristianità, davanti alla quale l’Imperatore di Bisanzio si poteva inginocchiare una volta all’anno, è conservata tra due lastre di cristallo nella piccola chiesa - spesso vuota per ore - dei frati Cappuccini a Manoppello, un paese montano dell’Abruzzo. È l’immagine che guidava l’Europa e che si credeva perduta. Oggi finalmente si può dire che è stata ritrovata: contro luce sbiadisce, nell’ombra si scurisce, ma non svanisce né si rovina.
L’immagine mostra il viso barbuto di un uomo con i riccioli alle tempie, al quale è stato rotto il naso, trattamento che oggi subiscono gli ostaggi nelle camere di tortura dei moderni “guerrieri di Dio” - o i prigionieri di Abu Ghraib. La guancia destra è gonfia, la barba parzialmente strappata. Ad un più attento esame si vede che la fronte e le labbra mostrano il colore roseo delle ferite appena guarite. Lo sguardo di quegli occhi esprime una calma inspiegabile. Sbalordimento, stupore, meraviglia sono nei tratti del suo volto. C’è dolce pietà, ma non c’è né disperazione, né dolore, né ira. Sembra il viso di un uomo che si è appena svegliato dal sonno e guarda verso un nuovo mattino. La bocca è semiaperta. Si vedono addirittura i denti. Se si volesse determinare quale suono stanno pronunciando quelle labbra, si direbbe che stiano formando una lieve A.
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Le proporzioni del volto dell’immagine sulla tela della misura 17 x 24 cm sono esattamente quelle di un volto umano. Il velo è sottilissimo e trasparente come una calza di seta. Da vicino sembra più una diapositiva che un immagine dipinta.
 Contro luce è trasparente; nell’ombra, senza luce, appare color ardesia. Una piccola scheggia di cristallo è attaccata al tessuto in basso a destra della cornice. Alla luce delle lampadine fa apparire il sottile telo colore dorato e color miele. Esattamente come Gertrude di Helfta nel XIII secolo ha descritto il volto di Cristo. Infatti, soltanto con i contrasti di luce il sottile telo mostra il volto con effetti di luce tridimensionali, quasi oleografici - su entrambi i lati, cioè sia nel recto che nel verso. Sembra tessuto in maniera così fine che, ripiegato, potrebbe entrare in un guscio di noce.
 Il Prof. Donato Vittore dell’Università di Bari e il Prof. Giulio Fanti dell’Università di Padova, hanno scoperto dai loro studi fotografici ad alta definizione che sull’intero tessuto non ci tracce di colore. Soltanto nel nero delle pupille le fibre sembrano quasi bruciacchiate, come se un calore avesse leggermente fuso i fili.
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Tutto questo però non è una novità! I contadini e i pescatori dell’Adriatico, da Ancona a Taranto, nel corso dei secoli hanno sempre venerato questo velo come il “Volto Santo”, come effige sacra. Sarebbero stati degli “Angeli” a portare l’immagine più di quattrocento anni fa, pensano i Manoppellesi (e si riferiscono a un’antica testimonianza). Potrebbe essere così, ma sembra più probabile che tra questi “angeli” fossero nascosti alcuni furbi che avevano semplicemente rubato la reliquia, commettendo il più azzardato furto nel periodo delle numerose e avventurose mascalzonate del Rinascimento. Il cristallo spezzato dall’antica cornice della Veronica di San Pietro sembra ancora denunciare questa trafugazione. La leggenda dunque presenta alcune caratteristiche tipiche di una farsa, di un giallo, di un romanzo poliziesco, di un dramma – o di un quinto Vangelo per la nostra epoca pazza per le immagini.
Quando anni fa il Prof. Heinrich Pfeiffer della Pontificia Università Gregoriana di Roma ha fatto le prime ricerche scientifiche sul telo, sia sotto l’aspetto della storia dell’arte che alla luce delle prime fonti cristiane, ha provato però che l’immagine di Manoppello era il punto di riferimento delle più antiche immagini di Cristo, prima in Oriente e poi in Occidente, la stampa mondiale ha pubblicato la scoperta semplicemente nella rubrica “Varie”, e tanti suoi colleghi, come molti prelati e cardinali del Vaticano hanno scosso il capo ad una tale fantasia debordante di un professore.
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 Era stata suor Blandina Paschalis Schlömer, una trappista tedesca, farmacista ed iconografa, a fornire lo spunto agli studi del professore, dopo aver scoperto e dimostrato con tenacia, diversi anni prima, che il volto del velo di Manoppello corrisponde esattamente in ogni particolare al volto dell’uomo della Sindone, sia nelle proporzioni, sia nelle misure, sia nei segni delle ferite, ad eccezione dell’aspetto aperto e fresco delle ferite che si trovano ancora nell’immagine della Sindone.
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 Ma tutto ciò ha lasciato indifferente coloro che dubitano dell’autenticità del velo di Manoppello – al contrario. La loro obiezione principale è semplice e convincente: si tratta di un dipinto. Non vale la pena vederlo da vicino. Sarebbe fatto in maniera troppo raffinata per non essere un dipinto: gli occhi, le ciglia (visibili solo ad ingrandimento), i sacchi lacrimali, i peli della barba, i denti (!) sono disegnati in maniera troppo definita per non tradire la mano di un artista e maestro. In sostanza questa immagine non sarebbe certo un modello, ma solo la copia di altre copie di un originale sconosciuto - o forse semplicemente la copia del volto della Sindone a Torino.
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 Una domanda posta fino ad oggi raramente, ma di primaria importanza è quella del tessuto. Dalla consistenza si direbbe che si tratti di nylon, se questa ipotesi non fosse assurda per un tessuto esposto da quattrocento anni. Cotone, lana, lino sono troppo spessi per permettere quella trasparenza immateriale e lo splendore madreperlato. Neppure la seta consente di ottenere questi effetti.
I frati Cappuccini di Manoppello non permettono ulteriori indagini scientifiche e chimiche, né di togliere il velo dai vetri dell’ostensorio, esposto nella loro chiesa sull’altare maggiore.
“Non è necessario!” mi ha detto Padre Germano, l’ultimo Padre Guardiano del convento, alcune settimane fa. “La scienza ci viene incontro! Si sviluppa così velocemente che dobbiamo soltanto aspettare.” E’ giusto. Molte foto che negli ultimi mesi ho potuto realizzare con la mia macchina fotografica digitale mostrano particolarità come non avevo mai visto prima in altre foto del tessuto. Il Vangelo di Giovanni parla di due teli rimasti nel sepolcro vuoto di Cristo a Gerusalemme. Secondo questa fonte Pietro e “l’altro discepolo” sono corsi al sepolcro di buon mattino; ”l’altro discepolo” arrivò per primo, si inchinò e vide le bende di lino, ma non entrò. Poi arrivò anche Simone Pietro, che lo aveva seguito ed entrò nel sepolcro. Vide le bende e il sudario che era stato posto sul capo di Gesù. Ma il sudario non era vicino alle bende di lino, ma da un’altra parte piegato a fagottino. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto prima al sepolcro e “vide e credette”.
Questo sudario, che si trovava nel sepolcro vuoto, per i manoppellesi è da sempre l’immagine custodita nel loro paese dai frati Cappuccini, anche se non vi si ravvisano le sia pur minime tracce di sudore. Del resto il velo è troppo sottile per assorbire una sola goccia di sudore o di sangue .

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Roma, 1° settembre 2004, Aeroporto di Fiumicino: un venticello dal vicino Mar Mediterraneo rinfresca l’aria di una mattina di tarda estate. L’orologio all’interno dell’aeroporto segna le ore 07.35 quando il volo Alitalia AZ 1570 proveniente da Cagliari atterra sulla pista. Alcuni minuti prima i terroristi nella lontana città di Beslan avevano assalito una scuola commettendo il crimine più crudele dopo il l’11 settembre 2001.
L’orrore apocalittico di tante tragedie è diventato il pane quotidiano per molti giornalisti nel mondo. Ma io quella mattina non avevo sentito il notiziario, nemmeno più tardi alla radio sull’autostrada per Pescara. Mentre aspetto l’atterraggio dell’aereo mi viene da pensare che per i reporter le cose sono facili: non devono verificare niente, non sono giudici, avvocati o maestri, possono soltanto dare notizia di ciò che hanno visto e osservato sotto ogni luce nel corso dei giorni.
Quando Chiara Vigo varca l’uscita, la riconosco subito nonostante non l’avessi mai vista. Pier Paolo Pasolini avrebbe potuto assegnarle il ruolo di protagonista in ogni film. Le sue unghie sembrano dei fusi. Viene dalla piccola Isola di Sant’Antioco di fronte alla costa sarda, dove lei è l’ultima tessitrice del mondo che lavora il bisso marino in una tradizione tramandata da generazione in generazione.
Per il nostro popolo il bisso è un tessuto sacro”, dice in macchina. Che cosa vuole intendere con l’espressione ”nel popolo nostro? L’isola forse non fa parte della Sardegna? “No”, risponde con un riso roco. “Parlo l’italiano e il sardo e conosco molte canzoni in aramaico. La gente dell’isola dice di discendere dai caldei e dai fenici e riconduce l’arte di lavorare il bisso alla Principessa Berenice, una figlia del Re Erode che divenne l’amante dell’Imperatore Tito”. Poi alza un bioccolo di bisso naturale non filato verso la luce del mattino - è più fine dei capelli d’angelo. L’oro del mare! Nella sua mano risplende il colore bronzeo sotto il sole. Il bioccolo è stato ricavato dai fili della “Pinna nobilis”. Nel mese di maggio, sotto la luce della luna piena, Chiara Vigo si immerge nell’acqua in una profondità di cinque metri per prenderli e poi pettinarli, filarli e infine tesserne oggetti preziosi .
Il bisso è il tessuto il più prezioso dell’antichità. E’ stato rinvenuto nelle tombe dei faraoni e si conosce anche dalla Bibbia, dove se ne parla come tessuto obbligatorio per il tappeto all’interno del Santissimo e per l’efod, parte del vestito del sommo sacerdote. In un bagno di limone diventa color oro; anticamente si utilizzava l’urina delle vacche che rendeva il bisso più pallido, più chiaro. Voliamo sull’autostrada verso Manoppello.
Suor Blandina ci aspetta sulla collina del santuario. Quando ci lasciamo alle spalle le canne di un finto organo ed avanziamo lungo la navata centrale, l’immagine del Volto Santo risplende contro luce come una rettangolare ostia lattescente sopra il tabernacolo. La croce formata dal montante e dalla traversa di una finestra del coro dietro all’altare sembra attraversare la trama. Una volta salite le scale di fronte all’immagine Chiara Vigo cade in ginocchio. Un velo tessuto in maniera così sottile non lo ha mai visto: “Ha lo sguardo di un Agnello” dice e fa il segno della croce. “Anche di un leone!” e poi: “Questo è bisso!” Chiara Vigo lo dice una volta, due volte, tre volte.
In macchina aveva detto che il bisso può essere tinto solo con la porpora. “ Il bisso non può essere dipinto. È impossibile! O Dio! O Dio mio!”
Ma questo è bisso. Il che significa che questo non è un dipinto, è qualcosa di diverso, qualcosa prima di ogni immagine. 


AMDG et BVM

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