venerdì 29 gennaio 2016

COMMENTO AL PADRE NOSTRO DI SAN TOMMASO D'AQUINO


COMMENTO AL PADRE NOSTRO

 DI SAN TOMMASO D'AQUINO
Introduzione

Il Pater è la più perfetta tra le formule di preghiera, avendo tutte e cinque le doti che un'orazione ben fatta dovrebbe possedere.

I. Innanzitutto, essa deve elevarsi fiduciosa, sorretta cioè da un tranquillo abbandono. E' infatti un accedere fidente al trono della divinità, per implorarne le grazie (cf. Eb 4, 16). Deve poggiare su una fede che non conosca esitazioni (cf. Gc l, 16).
Ebbene, a buon diritto la preghiera del Pater è atta a infondere la massima sicurezza essendo stata composta dal nostro miglior difensore, sapientissimo (cf. Col 2, 3), che sta in veste d'avvocato dinanzi al Padre per placarne l'ira accesa dalle continue trasgressioni: Gesù Cristo, il Giusto (cf. I Gv 2, 1). Nel suo commento al Pater san Cipriano ne deduce che, dovendo noi implorare perdono per le nostre colpe, nulla di meglio possiamo fare che ripetere le parole suggeriteci dal nostro patrono.
Ancor più sicura la rende il fatto che, a chiedere nella maniera più opportuna, ce l'ha insegnato proprio colui che assieme al Padre esaudisce le preghiere, adempiendo alle parole del salmo: «Griderà, rivolto a me, e io lo esaudirò» (Sal 90, 15). Sempre san Cipriano definisce «amichevole, familiare [alle sue orecchie] e devota» quella preghiera che si rivolge al Signore servendosi delle sue stesse parole. Non è possibile quindi che un uomo termini la preghiera del «Padre nostro» senza riportarne qualche frutto: come minimo ne otterrà - insegna sant'Agostino - la remissione dei peccati veniali.

2. Ogni preghiera, poi, dev'essere onesta, ossia deve chieder qualcosa di conveniente. Il Damasceno (92) la definisce, appunto, «una richiesta che abbia le doti dell'accettabilità». Molto spesso non siamo esauditi proprio perché alle nostre preghiere manca tale elemento condizionante (cf. Gc 4, 3).
D'altra parte è assai difficile sapere esattamente cosa sia opportuno chiedere e cosa no, dal momento che siamo in difficoltà di fronte alla selezione dei desideri. Ne era consapevole l'Apostolo scrivendo ai romani: «Ignoriamo quel che [in particolare e in un dato momento] ci convenga chiedere» (Rm 8, 26). Ma c'è chi può insegnarcelo, Gesù, cui gli apostoli si eran rivolti: «Signore, insegnaci a pregare!» (Lc 11, 1). Sicché, quanto entra a far parte della preghiera del Cristo, è petizione irreprensibile. Se preghiamo in modo giusto e opportuno qualunque siano le frasi che andiamo dicendo (conclude sant'Agostino), nient'altro esprimiamo con esse di ciò che si trova in questa preghiera del Signore.

3. Ci dev'essere un determinato ordine, nelle richieste come nei desideri che esse esprimono. Prima di tutto dobbiamo anteporre le suppliche che riguardino i beni spirituali, e quelle che si realizzano in cielo a quelle terrene: «Cominciate a cercare il regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato per giunta» (Mt 6, 33). Ed è volontà esplicita del Signore, come si rileva chiaramente dalle due sezioni che compongono il Pater.

4. Fervente orazione: la religiosità intensa, difatti, rende gradito a Dio il sacrificio dell'orante, come faceva il salmista: «Invocando il tuo nome alzerò le mie mani: come di midollo e di grasso, sia ripiena l'anima mia» (93).
Siccome però non di rado la devozione si affievolisce a causa dell'eccessiva lunghezza di una preghiera, il Signore ci ha raccomandato d'evitare le prolissità: «Non ripetete macchinalmente le stesse parole» (Mt 6, 7). E Agostino, in una lettera a Proba, ricorda che «l'orazione non ha bisogno di lunghi discorsi; però non facciamoci scrupolo d'insistere se il fervore ci sostiene». Anche in tema di concisione, il Pater ci è di esempio.
La devozione è un po' il fervore della carità, sia verso Dio che verso il prossimo; ed entrambi vengono raccomandati nel Pater.
Convinti che egli ci ama, lo chiamiamo «Padre», mentre la carità che nutriamo per il prossimo vien espressa dall'aggettivo che segue la parola iniziale: «nostro».

5. Infine, la preghiera dev'essere umile poiché Dio «ascolta le suppliche degli umili» (Sal 101, 18), come possiamo rilevare dall'episodio evangelico che ha per protagonisti un fariseo e un pubblicano (cf. Lc 18, 9-14), o nelle parole di Giuditta: «A te, Signore, piacque sempre la preghiera degli umili e dei mansueti» (Gdt, 9, 16).
L'umiltà ha un posto d'onore nel «Padre nostro», dato che tale virtù può dirsi autentica quando un uomo, riconoscendosi inetto a compiere il bene o [a meritare alcunché) con le proprie forze, si ripromette di conseguire tutto dalla divina potenza.
Ecco adesso i vantaggi d'una preghiera ben fatta.
E' rimedio efficace contro i mali, operando la liberazione dal peccato. Davide ne è testimone: «Tu perdonasti l'empietà della mia colpa; perciò ti pregherà ogni fedele» (Sal 31, 5-6). In croce, il rapinatore implorò il perdono e lo ottenne, e in quello stesso giorno fu accolto in paradiso (cf. Lc 23, 43). Il pubblicano, pregando [rettamente], se ne tornò assolto a casa sua (cf. Lc 18, 14).
Inoltre essa libera dal timore di poter essere ancora [fatalmente] schiavi del peccato, quindi dall'angosce e dalle tribolazioni [che vi son connesse] (94). San Giacomo esorta: «C'è qualcuno tra voi che soffre? Preghi!» (Gc 5, 15). Ed è utile, quale scampo dalle persecuzioni dei nemici. Mentre gli avversari lo calunniano e minacciano di morte, Davide, ad esempio, ricorre alla preghiera (cf. Sal 108, 4).
E' il mezzo più efficace ad ottenerci le buone cose che desideriamo. Sta scritto, infatti: «Tutto ciò che chiederete nella preghiera, abbiate fede d'ottenerlo e l'otterrete» (Mc 11, 24); che se talvolta non siamo esauditi, questo dipende o perché non abbiamo chiesto con la necessaria insistenza laddove «bisogna pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18, 1), oppure perché non stavamo chiedendo ciò che più conviene alla nostra salvezza. Osserva in proposito sant'Agostino: «Il Signore è buono a non dare, spesso, quel che vorremmo, concedendoci in cambio ciò che più dovrebbe starci a cuore». Lo si può dedurre [anche] dal caso di Paolo che, pur avendo implorato in tre diverse circostanze la liberazione dal tormento che l'affliggeva nel corpo, non venne esaudito (95).
La preghiera, infine, ci rende familiari a Dio, e con maggior confidenza potremo ripetere: «Salga come incenso, Signore, la mia preghiera fino a te» (Sal 140, 2).

Padre nostro

Vanno fatte qui due considerazioni: Dio ci è «Padre» per diversi motivi. Quali, allora, i nostri doveri di figli?
Egli è nostro Padre perché ha riservato a noi la singolare attenzione di crearci a propria immagine e somiglianza, cosa che non concesse alle creature inferiori. Ce lo rammenta la Scrittura: «Non è lui il tuo Padre, che ti ha fatto esistere creandoti?» (Dt 32, 6).
Anche per il modo di governarci, egli agisce come un padre: non lo fa quasi ci considerasse suoi servi, bensì padroni [delle nostre scelte]. La sua provvidenza guida verso un fine tutte le cose, ma s'interessa di noi con molta delicatezza (cf. Sap 14, 3; 12, 18).
Si dimostrò Padre, ancora, nell'adottarci. Quel che elargisce alle restanti creature sembrano, in confronto, dei regalucci: per noi -figli ed eredi - c'è l'eredità [del suo regno] (cf. Rm 8, 17). Possiamo quindi chiamarlo «Abba, Padre!» (Rm 8, 15).
Ne conseguono alcuni doveri, da parte nostra.

I. Onorarlo. Pose egli stesso tale quesito al suo popolo: «Se io sono il Padre, dov'è l'onore che mi spetta?» (Ml 1, 6). Onorarlo con la lode devota in quanto Dio («Chi offre il sacrificio della lode mi onora» (Sal 49, 23), mediante parole che sgorghino dall'intimo, non semplicemente con le labbra (cf. Is 29, 13) e conservandoci anche fisicamente irreprensibili (cf. I Cor 6, 26) nonché imparziali nel giudicare il prossimo, come esige l'equità divina (cf. Sal 98, 4).

2. Dobbiamo poi imitarlo, come si segue l'esempio paterno. E' il gran desiderio di Dio: d'essere riconosciuto Padre e di non vedersi continuamente abbandonato dai figli d'elezione (cf. Ger 3, 19).
Ricalcando i suoi esempi, dobbiamo «camminare nell'amore» (Ef 5, 1) con sincerità d'affetto, ed essere concretamente misericordiosi (cf. Lc 6, 36), cercando in tutto la perfezione: «Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre che sta nei cieli» (Mt 5, 48).

3. Fare quanto ci ordina. «Se siamo ubbidienti ai nostri padri terreni, non saremo ancor più sottomessi al Padre [creatore] degli spiriti?» (96). Prima di tutto gli ubbidiremo perché egli è il Signore. Diremo anche noi, con Mosè: «Tutto ciò che il Signore ci ha ordinato lo eseguiremo, ubbidienti» (Es 27, 4).
Poi per l'esempio datoci dal Figlio [unigenito], ubbidiente al Padre sino alla morte in croce (cf. Fil 2, 8). E non va trascurato il vantaggio che ne deriva, sì che potremo ripetere [partecipando a tanti beni soprannaturali]: «Danzerò davanti al mio Signore, che mi ha eletto» (2 Sam 6, 21).

4. Accettare, infine, pazientemente, i castighi che avremo meritato. «Figlio mio - dice l'autore dei Proverbi - non disprezzare la disciplina di Jahvè e non scoraggiarti quando da lui sei castigato, perché Dio corregge chi ama e in esso pone il proprio affetto, come un padre nel suo figliolo» (Prv 3, 11-12).

Nostro. Quest'aggettivo riassume i doveri che abbiamo verso il prossimo: amore e rispetto. Amore in quanto, essendo loro come noi figli di Dio, sono nostri fratelli (cf. I Gv 4, 20). «Non abbiamo forse un Padre unico, noi tutti? Non ci ha creati un unico Dio? E allora perché ci comportiamo con reciproca perfidia? » (Ml 2, 10). E alla voce del profeta si aggiunge quest'altra, dell'Apostolo: «Amatevi con vicendevole fraternità» (Rm 12, 10), facendo a gara nel mutuo rispetto; che è dovuto a tutti i figli di Dio.
Non piccolo sarà il frutto, dal momento che Cristo è divenuto, per chi adempie ai suoi precetti, «causa di salvezza eterna» (Eb 5, 9).


Che sei nei cieli

La fiducia occupa un posto eminente tra i requisiti di chi voglia ben pregare, affinché il suo risulti un chiedere «senza ombra di perplessità» (Gc I, 6). Perciò, volendo insegnarci la preghiera perfetta, il Signore comincia da quei motivi che possono generare la fiducia, e cioè la benignità del Padre, e il suo illimitato potere. [Parlando alla folla, Gesù diceva:] «Se voi, che pure siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, guanto più saprà darle il Padre celeste a chi gliele chiede?» (Lc 11, 13). E questo «Padre», se sta «nei cieli», avrà di certo una grandissima potenza (cf. Sal 122, 1).
Sono varie le considerazioni che possiamo fare sull'espressione «che sei nei cieli».

I. E' un pensiero che dispone l'anima alla preghiera, secondo l'invito dell'Ecclesiastico (cf. Sir 18, 23), e che suggerisce all'orante l'idea della gloria in cui abita la divinità.
La nostra preparazione alla preghiera deve prender l'avvio dalla coscienza di ciò che in noi stessi abbiamo di originario del cielo [cioè l'impronta di Dio nel nostro spirito]; come infatti portiamo in noi la natura dell'Adamo terreno, così dobbiamo riprodurre, imitandolo, l'immagine di quello celeste (cf. I Cor 15, 49).
La meditazione delle realtà soprannaturali [ci dispone ancor meglio]; tutti noi torniamo frequentemente col pensiero dove stanno i nostri genitori e altre persone care («Dov'è il tuo tesoro, lì c'è pure il tuo cuore») (Mt 6, 21).
I nostri desideri, infine, rivolti al cielo, chiederanno dal Padre che vi abita, di preferenza «le cose di lassù» (Col 3, l).

2. «Che sei nei cieli» può anche, riferito al Padre comune, indicare la compiacenza con cui egli ci ascolta: egli che ci è accanto [oltretutto] per la sua inabitazione nelle anime in grazia. «Tu, o Signore, abiti in noi» (Ger 14, 5), esclama il profeta, mentre quei «cieli che narrano la gloria di Dio» di cui parla l'autore di un salmo possono esser presi, qui, in senso figurato: i santi, cioè, testimoni della bontà e maestà divina (cf. Sal 18, 1).
Dio abita nel giusto mediante la fede di costui (cf. Ef 3, 17), mediante la carità (cf. Gv 4, 18) e l'osservanza dei comandamenti (cf. Gv 14, 23).

3. L'espressione «che sei nei cieli» può, infine, richiamare alla nostra mente la potenza di colui che ci ascolta. Prendendo i «cieli» nella loro realtà fisica (ma non certo nel senso che questi riescano a delimitare l'Essere infinito (cf. I Re 8, 27)), affiora l'immagine del Dio dalla vista acutissima, propria di chi può considerare le cose da molto in alto: onnisciente, oltre che onnipotente ed eterno (97). Aristotele medesimo rileva come, per l'immutabilità (98), tutti gli uomini hanno indicato il cielo quale sede degli esseri spirituali.
Così, le parole «che sei nei cieli», ci infondono una fiducia [più salda] nell'atto del pregare. Infatti un Padre che abita nei cieli ci ispira confidenza in virtù del suo potere e della bontà con cui esaudirà ogni conveniente desiderio.
La potenza dell'Essere cui rivolgiamo le preghiere è adombrata nel testo di Geremia: «Non riempio forse, io, il cielo e la terra? » dice Jahvè (Ger 23, 24). Sapere che egli pervade gli spazi stellari dà la sensazione della divina maestà, di una sublime natura. Diviene così inattendibile la tesi di quanti sostengono che tutto accada per fatalità di un destino governato dagli astri: in tal caso, sarebbe perfettamente inutile rivolgere a Dio una qualunque preghiera. Ma pensarla a questo modo è da stolti, proprio perché Dio sta nei cieli precisamente in qualità di signore degli spazi celesti e dei corpi astrali (cf. Sal 102, 19).
Altro errore è quello di coloro che non riescono a pregare senza fare ricorso a immaginazioni sensibili della divinità; ebbene, affermando che Dio «è nei cieli», ossia al di sopra della creazione terrestre, la preghiera del Pater rivela la natura sublime di un Dio che trascende qualunque altra realtà, compresi i pensieri e i desideri degli uomini. Qualsiasi cosa riescano a concepire il cuore o la mente umana, sarà sempre al di sotto della sublime realtà che è Dio. Giobbe ne era convinto: «Ecco, Dio è grande e sorpassa la nostra intelligenza» (Gb 36, 26), mentre un salmo lo chiama «eccelso sopra tutta l'umanità» (Sal 112, 4).
Anche la familiarità di Dio [verso gli uomini] è messa qui in risalto, se vogliamo intendere per «cieli» le anime dei giusti. Avendo insegnato taluni che Dio, a motivo della propria trascendenza, non potrebbe abbassarsi per prendersi cura delle vicende umane, [mediante questa interpretazione mistica ma fondata] egli stesso ci rassicura che ci è vicino, anzi è intimo nostro! È nei cieli, negli uomini cioè santificati dalla grazia (99).
La fiducia dell'uomo in preghiera se ne avvantaggia per due ragioni: sappiamo infatti che «il Signore è vicino a quanti lo invocano» (Sal 144, 18); e addirittura, raccomandando di raccoglierci in orazione dentro la stanza più segreta, il Signore allude alla possibilità di incontrarlo nell'intimità del cuore (cf. Mt 6, 6).
Inoltre, siamo incoraggiati a pregare fiduciosamente sapendo che potremo ottenere quanto desiderato grazie al patrocinio di altri, davvero santi, nei quali Dio inabita familiarmente (100).
Ulteriore capacità impetratoria acquista la preghiera se diamo al termine «cieli» - in cui Dio abita - il significato di beni spirituali, eterni, nei quali consiste la nostra felicità. Per due motivi. Le aspirazioni umane tenderanno così verso l'alto, dove sappiamo di avere un Padre e la sua eredità. San Paolo ci esorta in tal senso a ricercare «le cose di lassù» (Ef 3, 1) e l'apostolo Pietro benedice Dio, «Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il quale, conforme alla sua grande misericordia, ci ha rigenerati (...) ordinandoci al godimento di un'eredità incorruttibile, immacolata e inalterabile, riservata per voi nei cieli» (I Pt I, 4).
L'umana esistenza vien così sollecitata a rendersi degna del cielo e del Padre che sta nei cieli (cf. 1 Cor 15, 48).
Desideri elevati e vita di perfezione rendono l'uomo in preghiera degno d'essere esaudito. La supplica non resterà senza risposta.


Sia santificato il tuo nome

E' la prima delle sette domande rivolte al Padre, ed esprime il nostro desiderio di poter conoscere [e far conoscere] in una luce sempre più chiara il nome di Dio.
Nome meraviglioso, capace di operare meraviglie, fino a mettere in fuga gli spiriti del male (cf. Mc 16, 17).
Nome amabile, dato che «non esiste nel creato un altro nome dal quale gli uomini possano attendersi la salvezza» (At 4, 12): e salvarsi è desiderio universale. In sant'Ignazio martire (101) trovi uno splendido esempio d'amore per il nome di Cristo. Invitato dall'imperatore Traiano a rinnegarlo, rispose che nessuno sarebbe riuscito nell'intento, neppure se (come l'imperatore minacciava di fare) gli avessero mozzato il capo. «Potresti sigillarmi le labbra, senza togliermi nondimeno Cristo dal cuore; lo porto scolpito in me: quindi l'invocazione al Cristo è incessante». Desiderando di verificare quanto aveva sentito, fattolo decapitare, Traiano comandò che gli strappassero il cuore. E ognuno poté vedere che Ignazio recava davvero in sé, scritto a lettere d'oro, il nome di Cristo.
Nome degno di venerazione, a tal punto che «ogni ginocchio in cielo, in terra e nell'inferno si dovrà piegare nel sentirlo» (Fil 2, 9-10). In cielo, gli angeli e i beati; qui in terra, dove gli uomini adorano il Cristo mossi dal desiderio di conseguire la beatitudine [eterna] o, quanto meno, dal timore di esser condannati; nell'inferno, i reprobi che vedono nel Cristo giudice l'autore della divina giustizia (102).
Nome che nessuno potrà mai pienamente interpretare a fondo, neppure gli angeli. Si ricorre perciò a delle metafore. Così viene detto pietra per indicare la stabilità su cui, ad esempio, si sostiene la Chiesa (cf. Mt 16, 18). Oppure lo paragoniamo al fuoco, nel senso che come la fiamma separa le scorie dal metallo, così Dio purifica il cuore dei peccatori. Leggiamo nel Deuteronomio: «Il Signore, tuo Dio, è simile a un fuoco divoratore» (103). A volte è chiamato luce. Il nome divino è infatti capace di rischiarare le tenebre dell'umano intelletto. Toccante l'invocazione [né resterà senza risposta]: «Dio mio, illumina le mie tenebre!» (Sal 17, 29).
Noi stessi [ripetendo «sia santificato il tuo nome»] chiediamo che il nome di Dio [Padre] sia noto, a tutti e, quindi, tenuto nella venerazione dovuta alle sacre realtà.
Santo può prendersi secondo vari significati [e tutti convengono al nome di Dio].
I. E' santo ciò che è stato sancito, dichiarato inviolabile (104). In tal senso, i beati del cielo, confermati nell'eterna beatitudine son detti per questo motivo santi. Quaggiù, soggetti come siamo all'instabilità terrena, nessuno può esser detto santo. Lo riconosceva Agostino, scrivendo: «Son andato alla deriva, Signore, lontano da te; troppo spesso ho sbagliato strada, sviandomi dalla via maestra che sei tu, ove avrei potuto procedere con passo sicuro».

2. Santo può equivalere anche a tutto ciò che non è terreno, e nei santi che sono in cielo manca ogni attaccamento ai beni mondani; fin d'ora chi cerca di santificarsi e Paolo, tra gli altri - si priva di tanti vantaggi e prerogative, e le stima come spazzatura pur di guadagnare Cristo con tutti i suoi beni (105). Al contrario, con il nome «terra» [nella Scrittura] vengono designati i peccatori: difatti, come il terreno non coltivato germinerà soltanto spine e triboli (cf. Gn 3, 18), l'anima dell'empio - finché non sia lavorata dalla grazia altro non produrrà che tormenti e acuti rimorsi. Di più, come la terra è scura e non si lascia attraversare dalla luce, l'anima in peccato è ottenebrata e resiste all'opera della grazia. E' infine un elemento asciutto, tendente a polverizzarsi se l'umidità dell'acqua non le dia compattezza. Altrettanto può dirsi del peccatore: la sua anima sembra essersi fatta arida e assetata. Ne fece Davide l'esperienza: «Dinanzi a te, l'anima mia è come il deserto che ha sete di pioggia» (Sal 142, 6).

3. Una terza etimologia della parola 'santo' la farebbe risalire a: tinto nel sangue (106). Si applica in particolare ai santi che sono in paradiso, dei quali l'Apocalisse dice: «Costoro hanno superato la grande tribolazione [terrena] e han lavato le loro stole, purificandole grazie al sangue dell'Agnello» (Ap 7, 14); di Cristo, cioè, che amando ci «ha operato la liberazione dai nostri peccati, mediante il proprio sangue» (Ap I, 5).
[Dunque, il tuo nome, Signore, è degno d'essere venerato quanto merita: nome santo e santificante].


Venga il tuo regno

Abbiam detto che lo Spirito Santo ci indirizza [con la preghiera del Pater] ad amare, desiderare e chiedere rettamente, oltre che ispirarci un santo timore, in forza del quale domandiamo che il nome di Dio venga santificato.
Segue, qui, un altro dono, il dono della pietà: dolce e devoto affetto verso chi ci ha generati, nonché verso chiunque si trovi in condizioni di miseria.
Essendo Dio il nostro Padre, come si è dimostrato, noi lo dobbiamo non solo riverire e temere, ma verso di lui nutrire una devota tenerezza. È questo sentimento che ci inclina a chiedere la venuta del regno di Dio. Nella lettera a Tito si legge: «Viviamo nel presente con moderazione, giustizia e pietà... in attesa della beata speranza e della gloriosa manifestazione del grande Dio e nostro salvatore, Gesù Cristo» (Tt 2, 12-13).
Potremmo chiederci: «Ma, dato che il regno di Dio è a lui coeterno, che senso ha chieder che venga?» Invece può avere un triplice significato.

I. Innanzi tutto può accadere che un re abbia l'autorità sovrana, la facoltà cioè di dominare senza che in effetti il suo dominio si eserciti compiutamente, perché non tutti gli si sono assoggettati. In tal caso il suo regno potrà dirsi realizzato appieno solo allorché i sudditi ne sosterranno la sovranità.
Per sua natura Dio è il Signore universale, come pure lo è Cristo per l'unione ipostatica. Di lui ha scritto Daniele: «Gli venne conferito il potere, la maestà e il regno, sì che tutti i popoli, le nazioni e le genti di ogni lingua lo servivano» (Dn 7, 14).
Quindi è giusto che ogni cosa stia sotto il dominio di colui che è il Signore; siccome però non si tratta d'una realtà attuale, lo diverrà [pienamente] al dissolversi di questo mondo. Ce lo conferma san Paolo: «E' necessario che Cristo governi [la Chiesa] 'fino a che non abbia debellato tutti i nemici'» (107).
Perciò glielo chiediamo, dicendo «venga il tuo regno», con tre intenti : [che] la conversione dei giusti si rinnovi incessantemente, [che] i peccatori ricevano il castigo (108) e la morte sia annientata. Volenti o nolenti, gli uomini debbono sottomettersi al Cristo. Poiché la volontà divina è di tale efficacia da conseguire un completo successo - ed essendo stabilito che tutto ceda il passo alla sovranità del Messia -, i casi sono due: o l'uomo farà la volontà di Dio spontaneamente, sottomettendosi ai suoi voleri - ed è quanto fanno i giusti; oppure Dio compirà lo stesso i propri disegni a dispetto dei suoi nemici, punendo gli ostinati peccatori alla fine dei tempi. Dice profeticamente il salmo 108: «Siedi alla mia destra, mentre che io pongo gli oppositori come sgabello sotto i tuoi piedi» (Sal 108, 1).
Per i giusti, chiedere che venga il regno di Dio, ossia disporsi nel modo più perfetto a compiere la divina volontà, è cosa gradita. Ma ai peccatori una simile richiesta incute spavento, coincidendo con 1'esecuzione inflessibile della sentenza condannatoria. Amos li avverte: «Guai a voi che state in attesa del giorno di Dio! A che potrà giovarvi, quel giorno? Sarà giorno di tenebre, non di luce... Giorno d'oscurità, senza splendore!» (Am 5, 18).
E nel medesimo istante verrà annientata la morte, questa nemica della vita. Nella prima lettera ai Corinti è detto: «L'ultimo avversario a essere distrutto sarà la morte» (I Cor 15, 26), e ciò accadrà nel momento della risurrezione finale; l'istante in cui, secondo l'espressione dell'Apostolo: «Gesù Cristo trasformerà il nostro miserevole corpo rendendolo simile al suo corpo glorioso, per mezzo della potenza che egli ha di assoggettarsi ogni cosa» (Fil 3, 21).

2. Regno dei cieli, poi, è lo stesso che dire gloria del paradiso, e non deve far meraviglia dal momento che l'idea del regno sottintende quella di governo. Ora il miglior regime si ha dove non esistono motivi d'opposizione contro chi governa. Principale intento di Dio è di procurare agli uomini la salvezza; egli desidera che tutti si salvino; e ciò sarà vero soprattutto in paradiso, dove non può trovarsi alcunché di avverso al bene dell'uomo. Accadrà quanto dice l'evangelista: «Gli angeli elimineranno dal suo regno tutti gli scandali e quelli che avranno compiuto iniquità» (Mt 13, 41).
Quaggiù, invece, sono tante le cose che minacciano la salvezza dell'uomo. Perciò, quando chiediamo «venga il tuo regno», stiamo pregando d'essere fatti partecipi del regno celeste e della gloria del paradiso.
Tre caratteristiche [del regno celeste] ci devono spingere a desiderarlo intensamente:
Per la somma giustizia che vi regna. Ne sottolinea la portata Isaia: «Il tuo popolo sarà un popolo di giusti» (Is 60, 21). Quaggiù infatti i cattivi sono frammisti ai buoni, mentre lassù non si troverà un solo malvagio, un solo peccatore;
Per la libertà autentica [che vi si gode]. In terra non c'è una vera libertà, sebbene tutti vi aspirino istintivamente; là, invece, la liberazione da ogni forma di condizione servile sarà assoluta, secondo la promessa di Paolo: «Il mondo [soggetto fino a quel momento alle leggi della disgregazione] ne verrà affrancato» (Rm 8, 21). E ciascuno non soltanto diverrà libero, ma somiglierà a un re; attesta l'Apocalisse: «Ci hai fatti, per il nostro Dio, re e sacerdoti; e regneremo sopra la terra [rinnovata]» (Ap 5, 10). E questa è la ragione: che ognuno sarà concorde col divino volere: Dio vuole ciò che vogliono i santi, e i santi ciò che a lui piace. Sicché nel compiere la volontà di Dio si adempirà il volere dei singoli, e Dio sarà come il diadema che cingerà la fronte del giusto: la «splendida corona, il serto magnifico» di cui parla Isaia (Is 28, 5).
Infine, [il regno celeste è oggetto di desiderio] per la sua meravigliosa ricchezza; una ricchezza tale da far dire al profeta: «Nessun orecchio ha mai sentito, nessun occhio ha veduto mai un altro Dio far tanto per coloro che in lui han riposto la propria speranza» (Is 64, 4); e il salmo 102 rassicura che «Egli sazierà di beni i tuoi giorni e tu rinnoverai, come l'aquila, la tua giovinezza» (Sal 102, 5).
Nota inoltre che l'uomo troverà in Dio, esclusivamente, e nella misura più eccellente e perfetta, ciò che quaggiù ora va elemosinando.
Tu cerchi la gioia? Ne troverai, in Dio, una insuperabile. Brami le ricchezze? In lui le avrai da soddisfarti, ché son ricchezze divine.
Nelle Confessioni, Agostino ha scritto: «Finché s'intorbida staccandosi da te, Signore, l'anima cercherà, ma non in te, cose limpide e pure, che non riuscirà a trovare se non quando ti si sarà riaccostata».

3. L'avvento del regno [di Dio] va implorato inoltre perché, sia pure temporaneamente, tra gli uomini regna il peccato ogni volta che uno di noi segue, acconsentendo, i suoi istinti sregolati. Nel vostro essere mortale - ci raccomanda san Paolo - non lasciate che regni la concupiscenza (cf. Rm 6, 12); deve regnare Dio, nel tuo cuore (cf. Is 52, 7). E questo sarà vero se ti mostrerai pronto a ubbidire a Dio, mettendo in pratica. i suoi precetti: dunque, quando chiediamo che venga il suo regno, esprimiamo il desiderio che su di noi non regni il peccato, ma Dio stesso.
Attraverso questa petizione attingiamo [anche] quella beatitudine che il Signore riserva ai miti (109).
Secondo la prima interpretazione del passo, infatti, desiderando che Dio sia il Signore universale, l'uomo non provvederà da sé a vendicarsi delle offese che avesse ricevuto, ma ne lascia a Dio il compito. Se ti facessi giustizia da te medesimo, non sarebbe segno che tu brami davvero l'avvento del regno di Dio.
In base poi alla seconda interpretazione [che abbiamo segnalato], se tu attendi la venuta del regno - cioè la gloria del paradiso -, non ti devi dolere per la perdita di un qualche bene terreno. Paolo poteva lodare i cristiani della Giudea, per aver accettato con gioia la confisca dei beni da parte delle autorità civili (110).
Nel terzo significato su esposto, se chiedi che in te regni Dio, assieme al Cristo che fu mitissimo, anche tu devi essere mansueto, prendendo esempio da lui (cf. Mt 11, 29).


Sia fatta la tua volontà, 
come in cielo così in terra

Il terzo dono [connesso con le invocazioni del Pater] è il dono della scienza. L'azione dello Spirito Santo non soltanto rende l'uomo riverente e affezionato nei confronti di Dio, ma lo fa diventare saggio. Era quanto desiderava Davide: «Insegnami la bontà, una condotta disciplinata e il discernimento [per agire nel migliore dei modi]» (Sal 118, 66). Si tratta dunque della sapienza che insegna a ben vivere.
Tra le cose che concorrono a renderci sapienti, questa superiore saggezza fa sì che l'uomo non confidi troppo nel proprio parere. Anche il libro dei Proverbi ammonisce: «Non appoggiarti [oltre il ragionevole] alla tua intelligenza» (111). Quelli, infatti, che presumono eccessivamente di sé al punto da non far conto dei consigli altrui, comportandosi da stolti, sono giudicati come tali. «Hai visto di quelli che si credono persone sagge? Uno stolto può più di loro nutrire speranza [di rinsavire]» (Prv 26, 12). Che invece l'uomo non faccia credito [esclusivamente] a se stesso, è segno di umiltà, e quindi di sapienza (112). I superbi, al contrario, san pieni di sé.
Mediante il dono della scienza, lo Spirito ci insegna dunque a preferire la volontà di Dio alla nostra. Perciò chiediamo che ogni divina intenzione si realizzi, appieno, nel cielo e sulla terra. Ecco il dono della scienza. Diciamo: «Sia fatta la tua volontà» allo stesso modo in cui un malato, rivolgendosi al medico senza una precisa idea [di quale sia il rimedio opportuno], semplicemente si rimette al parere dell'esperto. Volersi imporre a quest'ultimo sarebbe una sciocchezza.
Così, da Dio non dobbiamo chiedere altro che questo: che - in qualunque situazione ci troviamo implicati abbia il sopravvento il suo volere; che la sua volontà si compia per intero.
L'animo umano è in regola quando si accorda con la divina volontà. Cristo fece a questo modo: «Io son disceso dal cielo per eseguire non la mia, ma la volontà di chi mi ha inviato» (Gv 6, 38).
In quanto Dio egli stesso, la sua volontà coincideva con quella del Padre; distinta invece la facoltà volitiva del Verbo da quella dell'uomo Gesù (113). Ed è di quest'ultima, che egli parla allorché afferma che intende conformarsi alla volontà del Padre. Di conseguenza insegna, anche a noi, a pregare: «Sia fatta, o Padre, la tua volontà».
Leggendo però in un salmo (cf. Sal 134, 6) che il Signore compie tutto ciò che vuole, viene spontaneo chiederci: se ogni cosa, in cielo e sulla terra, si compie conforme a quanto egli ha stabilito, che senso può avere il nostro fiat?
Bisogna sapere in proposito che Dio desidera, per il bene degli uomini, tre cose; quelle appunto di cui, nel Pater, noi chiediamo il compimento.

I. La vita eterna. Chiunque tenda verso un qualsiasi fine, dispone anche i mezzi adatti a conseguirlo. E così Dio, creando l'uomo, non poteva avviarlo verso il nulla. « È possibile che tu, Signore, abbia creato l'umanità senza uno scopo?» (Sal 88, 48). Ma nostro fine [specifico] non potranno mai essere i piaceri sensibili, che anche i bruti appetiscono; bensì una vita [felice] che non abbia termine. Ecco cosa vuole Dio, per l'uomo: che giunga a godere la vita eterna.
Quando un essere raggiunge lo scopo al quale era destinato, diciamo che è riuscito a salvarsi (114); mentre all'opposto, di qualunque realtà che non arrivi a buon fine, dobbiamo concludere che sia andata in rovina; la consideriamo perduta. Avendoci Dio creati in ordine alla vita eterna, chiunque di noi che la raggiunga ha conseguito la salvezza. Ed è quanto il Padre desidera, sulla parola di Gesù: «Questa è la volontà del Padre mio che mi ha mandato: che qualunque persona giunga a conoscere il Figlio e accetti di credere in lui, abbia la vita eterna» (Gv 6, 40).
Tale suo desiderio si è di già realizzato negli angeli e nei santi, in cielo, i quali vedono Dio, lo conoscono e vi trovano la loro beatitudine. Noi, chiedendo che sia fatta la sua volontà, desideriamo che essa ci trovi disponibili ad attuarla, come accade negli spiriti beati.

2. Poi, Dio desidera da noi l'osservanza dei suoi comandamenti. Chi si prefigge un fine, vuole anche i relativi mezzi. Simile al medico che, in ordine alla salute da riacquistare prescrive la dieta, le medicine e altre necessità del caso, Dio chiede che osserviamo i suoi precetti se ci sta a cuore la vita eterna (cf. Mt 19, 17). In un testo paolino, la volontà del Padre è definita «buona, gradevole e perfetta» (Rm 12, 2).
Volontà buona, ossia tutta indirizzata a nostro vantaggio, come si rileva da diversi passi della Scrittura (115). Volontà accettevole, che ad altri apparirà ripugnante, non però a colui che ama [il Signore]: luce, cioè, per il giusto, letizia per chi possiede un animo retto (cf. Sal 96, 11). Volontà perfettiva, che rendendo perfetto l'uomo, gli conferisce bellezza interiore. «Cercate d'essere perfetti, come perfetto è il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48).
Dicendo: «Sia fatta la tua volontà» chiediamo di saper compiere quanto Dio si attende da noi. I giusti s'ingegnano di farlo, non altrettanto i peccatori; e i primi richiamano alla mente l'idea del cielo, i secondi quella della terra [pesante e oscura] (116). Vogliamo quindi che la volontà di Dio sia realizzata «in terra», ossia dai peccatori, come lo è «nei cieli», grazie al retto agire dei giusti.
C'è per noi - sotteso alla formula di cui parliamo - un insegnamento. Infatti non dice fai [tu, Padre], e neppure noi [uomini]faremo, ma «sia fatta». Per meritare la vita eterna sono necessarie due cose: grazia di Dio e buon volere da parte dell'uomo. Sebbene abbia saputo crearlo senza che l'uomo [inesistente] vi cooperasse, Dio non ti salverà se non collabori alla tua propria salvezza (117). Esplicita, nelle parole del profeta, la condizione: «Convertitevi a me! ... Così io mi volgerò a voi» (Zc I, 3). E altrettanto chiaro il pensiero dell'apostolo Paolo: «Son quel che sono per misericordia di Dio; e una tale grazia io non l'ho ricevuta invano» (1 Cor 15, 10).
Perciò non esser presuntuoso, ma fai assegnamento sull'aiuto della grazia; d'altra parte non mostrarti negligente ma sollecito [nel metterla a frutto].
Non usa, intenzionalmente, la formula faremo, noi [uomini] perché non si pensi che l'azione della grazia sia affatto superflua; e neanche [Padrefai tu, interamente da te, quasi che la nostra volontà, il nostro sacrificio non conti per nulla.
«Sia fatta», invece, mette bene in luce la cooperazione tra grazia divina e libero arbitrio nel realizzarsi della volontà del Padre.

3. Dio vuole che l'uomo sia reintegrato in quella dignità in cui fu creato il capostipite del genere umano. Un dominio tale da far sì che lo spirito, l'anima, non subisse violenza alcuna da parte della sensualità (118).
Finché l'anima si tenne a Dio sottomessa, la carne restò soggetta allo spirito da non sentire la minima corruzione - inizio di morte -, nessuna infermità o passione. Quando invece lo spirito, (medio tra Dio e la carne) insorse peccando contro il Creatore, anche il corpo si ribellò allo spirito: e l'uomo sperimentò malattie, morte, e la continua rivolta dei sensi contro lo spirito (119). «Vedo - ammetteva san Paolo - un'altra legge nelle mie membra che fa guerra alla legge della mia mente» (Rm 7, 23), poiché «la carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito li ha contrari alla carne» (Gal 5, 17). Diuturno conflitto, tra la carne e lo spirito; e l'uomo si logora progressivamente nel peccato.
Pertanto è volontà di Dio che l'uomo riconquisti lo stato originario, in maniera che nulla, da parte della carne, si opponga alle esigenze dello spirito. «La volontà di Dio è questa: la vostra santificazione» (1 Ts 4, 3).
Un restauro del genere non può trovare piena realizzazione durante questa vita terrena, bensì con la risurrezione dei santi, quando cioè i corpi glorificati cominceranno a esistere incorruttibili e nobilissimi (cf. 1 Cor 15, 43).
Tuttavia [fin d'ora] il volere santificante di Dio si attua nei giusti mediante una vita saggia, informata ai dettami della giustizia. Nel Pater così, preghiamo affinché la sua volontà si adempia anche adesso, nella nostra condizione mortale.
Lo spirito umano è quasi un riflesso del cielo, come la carne richiama il pensiero della terra [da cui trasse origine]. La tua volontà, dunque, Signore, si compia in terra, ossia nel nostro corpo, come in cielo, nello spirito che - come è giusto - a te si sottomette.
Facendo la volontà del Padre sperimentiamo, in mezzo alle afflizioni, la beatitudine di cui parla Matteo: «Beati gli afflitti, poiché saranno consolati» (Mt 5, 5). Infatti: se davvero desideriamo la vita eterna, l'attesa dovrebbe risultare così pungente da indurci al pianto. Non esclamava il salmista: «Ahimé, perché il mio peregrinare si prolunga tanto?» (Sal 119, 5). Nei santi questo desiderio è tanto intenso da spingerli [talvolta] a bramare quella morte che, di per sé, anch'essi dovrebbero aborrire. «Sapendo che mentre siamo nel corpo, siamo come esiliati e lontani dal Signore... pieni di fiducia vorremmo dipartirci dal corpo e abitare accanto al Signore!» (2 Cor 5, 8).
Conoscono l'afflizione anche quanti osservano la legge di Dio, nel senso che, cara allo spirito, questa costituisce però una continua macerazione per la carne. Si applica benissimo il versetto del salmo: «Andavano camminando e piangevano - mortificando le passioni dei sensi -; ma tornando, verranno con allegrezza per la gioia che l'anima ne ricava» (Sal 125, 6).
Infine, un altro motivo di sofferenza deriva dalla lotta continua tra la carne e lo spirito: è impossibile che, nel combattimento, l'anima non rimanga in qualche modo scalfita [per così dire] dal peccato veniale; e tutto ciò si risana nella compunzione. Le parole di Davide: «Ogni notte bagnerò di pianto il mio giaciglio» (Sal 6, 7) sono vere: la «notte» rappresenta l'oscurità prodotta dai peccati e il «giaciglio» corrisponde alla coscienza.
Chi coltiva questo senso di compunzione giungerà in patria. Che Dio voglia accompagnarci, lassù.


Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Non di rado si dà il caso di uomini che restano come impacciati [davanti alla realtà concreta], a causa della grande cultura e della sapienza [entro la quale sono immersi]. Affinché non crollino nel confronto con certe difficoltà, è loro necessaria quella forza d'animo che è dono dello Spirito Santo. Il dono precisamente della fortezza, che «dà energie allo stanco, e a quelli che vengono meno accresce resistenza e vigore» (Is 40, 29). Anche il profeta Ezechiele sperimentò «una forza che - egli scrive - mi rimise in piedi» (Ez 2, 2).
Grazie a quest'altro dono, il cuore dell'uomo non si sgomenta nel timore di non riuscire a procurarsi le tante cose necessarie a noi mortali. Egli riacquisterà fiducia, nel convincimento che quanto è indispensabile gli verrà assicurato dalla provvidenza divina. Lo Spirito Santo perciò ci induce a chiedere, al Padre: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Così c'insegna lo Spirito che rinvigorisce [l'uomo, nel corpo e nell'animo].
Fin qui abbiamo preso in esame le tre petizioni spirituali che quaggiù vengono soddisfatte parzialmente, mentre troveranno pieno esito nella vita eterna. Chiedendo, difatti, che sia «santificato il nome di Dio, desideriamo che ne venga manifestata a chiunque la santità; quando preghiamo che venga il suo regno, mostriamo di bramare d'essere annoverati tra gli eletti che avranno parte alla vita beata; e allorché desideriamo che sia fatta la volontà divina, ci disponiamo noi stessi a eseguirla. Nobili desideri, ma realizzabili pienamente solo nella vita futura.
Era giusto perciò che un'orazione perfetta [qual'è questa, rivolta al Padre] considerasse in pari tempo alcune naturali esigenze, appagabili quaggiù per intero. Lo Spirito Santo così ci esorta a chiedere certe cose d'ordine temporale, di cui non possiamo fare a meno. Dio provvederà anche a questo.
Mediante le parole con cui chiediamo il pane quotidiano il Signore ci ammaestra come evitare i cinque errori più comuni, derivanti dall'appetito delle cose transitorie.

I. Primo eccesso in materia è una voglia smodata di beni temporali, che sorpassa le giuste esigenze della propria condizione sociale. Il soldato sogna di poter indossare la divisa d'ufficiale; il chierico non si contenta della [disadorna] talare e invidia i paludamenti del vescovo. Tale avidità distoglie gli uomini dagl'interessi dello spirito, invischiandoci nella pània dei beni effimeri.
Il Signore ci aiuta a evitare un simile sbaglio insegnando a chiedere il «pane», che simboleggia i beni sostanziali, necessari alla condizione terrena di chiunque. Non cose delicate, non la loro varietà e ricercatezza, ma semplicemente il pane. L'essenziale per poter sopravvivere, l'unico bene che ci accomuna. «Le prime necessità della vita umana sono l'acqua e il pane» (Sir 29, 28); e scrivendo a Timoteo, san Paolo aggiunge: «Quando abbiamo vitto e vestito, possiamo dirci contenti» (I Tm 6, 8).

2. Altra abitudine riprovevole: pur di accumulare beni temporali, vi son molti che non esitano a toglierli, con la violenza o con la frode, al prossimo. È una maniera d'agire assai pericolosa, dal momento che è poi difficile restituirli (120). Questa colpa - della sottrazione indebita - non può trovare assoluzione se, come insegna Agostino, non si restituisca il maltolto.
«Dacci - perciò - il pane nostro», non già quello che appartiene ad altri. Chi ruba o commette rapina, non mangia di certo un pane che possa dirsi suo, avendo lo sottratto al prossimo.

3. Altro errore sta nell'avere il culto del superfluo: c'è infatti chi non è mai contento di ciò che possiede e vorrebbe avere sempre di più. Questa sollecitudine è eccessiva, dato che i desideri vanno commisurati alle necessità. Un savio dice al Signore: «Non concedermi grandi fortune e scampami [nel medesimo tempo] dalla mendicità: dammi quel che è necessario per vivere» (Prv 30, 8). Pane «quotidiano» è quello del giorno corrente, quello proporzionato ai bisogni dell'oggi.

4. L'immoderata voracità spinge altri a consumare in un giorno ciò che potrebbe bastare a lungo: neppure costoro cercano il pane quotidiano ma quello di... dieci giorni consecutivi (121). Con delle spese pazze, sciupano i patrimoni. «Chi passa la vita a sbevazzare e organizzando banchetti finirà in rovina» (Prv 23, 21); «Un operaio ubriacone non diverrà mai ricco» (Qo 19, 1).

5. L'ingratitudine, infine. Quando qualcuno si sente importante per via delle ricchezze che possiede e non riconosce di averle ricevute da Dio in usufrutto, fa qualcosa di assai scorretto. Ciò che possiamo avere - materiale o spirituale che sia - è tutta roba che appartiene al Signore (cf. I Cr 29, 14). Giustamente ci fa ripetere «dacci» e «il pane nostro», affinché ci ricordiamo che tutto il «nostro» è, in ultima analisi, suo.
Del resto è un fatto sperimentabile, appena vediamo qualcuno che, proprietario di grandi ricchezze, non ricava da esse un vero vantaggio ma solo danni e spirituali e materiali. Più d'uno è morto proprio per colpa delle sue fortune. Documenta una simile verità la lunga esperienza del Qoèlet. «C'è un altro guaio che ho riscontrato sotto il sole, ed è frequente tra gli uomini. A un tale, Dio ha permesso ricchezze e sostanze e onori; nulla gli manca di tutto ciò che il suo cuore desidera. Ma Dio non gli permette di goderne, per cui un estraneo gli divora ogni cosa, Una delusione, una vera disdetta» (Qo 6, 1-2). E a questo mondo non di rado accade che i beni, gelosamente custoditi dal padrone, d'un tratto si sciupano [impiegati in un cattivo affare].
Dobbiamo chiedere perciò [la grazia] che il benessere, se capita, concorra al nostro [spirituale o comunque onesto] profitto. Favorisce tale disposizione d'animo il ripetere: «Dacci [oggi] il nostro pane [quotidiano]», nel senso di: rendi giovevoli i beni di cui potrò disporre. Che non debba dirsi anche di noi quanto ha scritto Giobbe, dell'empio infelice: «Egli vomiterà le ricchezze che ha divorato... Porterà le conseguenze del male che ha fatto... in proporzione alla totalità dei suoi [disonesti] guadagni egli dovrà soffrire. Perché egli oppresse e spogliò i poveri, e rapì la casa che non aveva edificato. E il suo ventre non ne fu sazio; e quando avesse tutto quello che bramava, non potrà tenerlo» (Gb 20, 15; 18-20).
Non sarà inutile tornare sul difetto della sollecitudine eccessiva (122). C'è di quelli che si preoccupano, oggi, di affanni che saranno reali soltanto di qui a un anno. Vivono nell'inquietudine. Ma Gesù ci ricorda: «Non state a preoccuparvi, dicendo: 'Cosa mangeremo?', oppure: 'Avremo da bere?' o 'Di che ci vestiremo?'» (Mt 6, 31). Egli vuole cioè che si chieda, oggi, il pane dell'oggi, quello che fa bisogno al presente.
Ma vi sono altre due specie di pane, oltre a quello [puramente] materiale: l'eucaristia e la parola di Dio. «Io sono il pane venuto dal cielo» (Gv 6, 51).
Chiediamo dunque questo pane sacramentale, che ogni giorno è approntato sugli altari, e riceviamolo debitamente, come esige un bene [sacro] ordinato alla salute dello spirito. Diversamente «chi ne mangia... senza discernere [dal pane comune] il corpo del Signore, mangia... la sua propria condanna» (I Cor 11, 29).
L'altro pane [di cui ha fame il nostro spirito] è la parola di Dio. «L'uomo non vive di solo pane, ma d'ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4, 4). Nel «Padre nostro» chiediamo che ci venga somministrato anch'esso.
Ne deriverà la beatitudine che risponde alla fame di [un'esistenza ispirata alla] giustizia. «Beati gli affamati e gli assetati di giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5, 6). I beni spirituali infatti più si hanno e più sono bramati: una fame che è nobile desiderio, cui seguirà il più completo appagamento nella vita eterna.


E rimetti a noi i nostri debiti, 
come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Vi sono uomini di una viva intelligenza e intrepidi ma eccessivamente sicuri di sé, sicché finiscono per comportarsi in maniera non saggia e non sempre conducono in porto le loro imprese. «I progetti traggono nuovo slancio dai [saggi] consigli» (Prv 20, 18). Ebbene, lo Spirito Santo ci dà, oltre che il dono della fortezza, anche quello del consiglio. Ogni savia determinazione, profittevole all'umana salvezza, proviene da lui. Ne abbiamo bisogno, specie in mezzo alle miserie [dello spirito], come del consulto medico quando cadiamo infermi. Spiritualmente malati a causa del peccato, abbiamo necessità di conoscere come poter riacquistare [e serbare] la buona salute [dell'anima]. [Ecco il consiglio del profeta Daniele al re Nabucodonosor:] «Cancella i tuoi peccati con l'elemosina» (Dn 4, 24).
In effetti, sono ottimi - tra gli altri rimedi - l'elemosina e le diverse opere di misericordia. Lo Spirito Santo suggerisce ai peccatori di pregare così: «Rimetti a noi i nostri debiti».
A Dio va restituito ciò che, dei suoi diritti, possiamo avere illegalmente sottratto. E diritto fondamentale del Signore è che si adempia, piuttosto che il nostro, il suo volere. Noi facciamo l'opposto ogni volta che preferiamo agire discordi dalla sua legge. Questo è il peccato, e «nostri debiti» sono precisamente le nostre colpe. Chiedere che ci vengano condonati i debiti è, appunto, chieder perdono d'aver peccato.
A questo punto faremo alcune considerazioni, indagando sul motivo della petizione in esame, in quale modo essa trovi esaudimento, e a quali condizioni.

I. Bisogna sapere che risultano utilissime all'uomo viatore le virtù del timor di Dio, dell'umiltà [e della speranza] (123).
Non è mancato chi sostenesse che l'uomo può vivere, nella sua condizione di creatura decaduta, evitando il peccato senza l'appoggio della grazia. Ma questo si è verificato esclusivamente nel Cristo, il quale ebbe in sé lo Spirito [connaturale al Verbo] (124), e nella Vergine Maria - la piena di grazia - immune dalla minima colpa. Usava dire sant'Agostino che in materia di peccato egli non ammetteva neppure che si facesse il nome di Maria.
Un simile privilegio, di evitare perfino i peccati veniali, non fu concesso neanche ai più grandi tra i santi. Lo stesso Giovanni [il discepolo prediletto da Cristo] confessava umilmente: «Se dicessimo - me compreso - d'essere immuni da colpa, inganniamo noi stessi; non parliamo secondo verità» (I Gv I, 8).
La petizione di cui trattiamo ne è una riprova. Tutti, si sa, non esclusi gli uomini di santa vita, ripetono la preghiera del Pater, con il suo «rimetti a noi i nostri debiti». Dunque, ognuno si riconosce fallibile, debitore almeno nei riguardi di Dio. E allora, se sai d'essere tale, devi temere la divina giustizia.
Eppoi [occorre] vivere nella speranza. È vero, siamo peccatori, ma non dobbiamo lasciarci abbattere da questa verità, col rischio di abbandonarci poi ad altre e forse più gravi colpe. È quanto [descrivendo le miserevoli condizioni dei pagani] scrive san Paolo: «Privi di speranza (125), si sono abbandonati all'impudicizia, facendo a gara ogni sorta di azioni infami» (Ef 4, 19).
Quindi è assai utile non rinunciare mai a nutrire fiducia che Dio, vedendo contrito il peccatore e sinceramente disposto alla conversione, gli conceda il perdono. La speranza si ravviva con le parole: «rimetti a noi i nostri debiti».
Mortificarono tale speranza i novaziani (126), insegnando che le colpe commesse dopo il battesimo erano destinate a restare senza condono. È falso, in quanto la loro dottrina contrasta con le parole di Gesù [verità per essenza, nella parabola dei servi debitori]: «Io ti ho condonato il debito per intero» (Mt 18, 32).
Qualunque sia il tuo peccato, se sarai sinceramente pentito, troverai misericordia da parte di Dio (127). Timore, quindi, e speranza; contriti e fidenti, tutti gli uomini saranno accolti dalla misericordia divina.
Non poteva mancare nella preghiera del Signore questo invito a sperare.

2. Nel peccato vi sono due componenti: la colpa, come offesa di Dio, e la pena che ne deriva. Ora, la colpa è perdonata per effetto della contrizione dell'uomo che stabilisca di confessarsi nonché di riparare debitamente. Davide propose, tra sé: «Riconoscerò la mia iniquità, senza aver riguardo a me stesso» (Sal 31, 5), e il Signore gli accordò il perdono.
Nessun motivo, quindi, di lasciarsi prender dallo sconforto, sapendo che per la remissione della colpa bastano un dolore perfetto [unito al proponimento di non ricadere] (128), e l'intenzione ferma di ricorrere quanto prima al sacramento della penitenza.
Qualcuno potrà obiettare: «Ma se la contrizione è tanto essenziale da ottenerci il perdono, allora a che serve il confessore?».
Rispondiamo che Dio, apprezzando il pentimento di chi lo aveva offeso, gli perdona la colpa, commutando del pari la pena eterna in un'altra, temporanea. Ed a quest'ultima, da soddisfare, che resta obbligato il peccatore [assolto]. Se egli morisse prima d'aver potuto far ricorso al sacramento della penitenza (purché non vi sia disprezzo della medesima, ma solo un'imprevista mancanza di tempo), la sua anima andrebbe in purgatorio. Le cui pene, avverte sant'Agostino, son tutt'altro che trascurabili.
Allorché invece ti confessi, in virtù del potere delle chiavi (129) il sacerdote ti assolve dalla [residua] pena. Ha detto agli apostoli il Signore: «Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi li riterrete saranno ritenuti» (Gv 20, 22-23). Di conseguenza, confessandoci, la pena ci vien rimessa un po' ogni volta; e potrebbe darsi che essa risulti estinta per intero, nel corso di susseguenti confessioni (130).
I successori degli apostoli hanno ideato altri modi ancora per facilitare l'estinzione della pena [temporale]: il beneficio [ad esempio] delle indulgenze che, per un'anima già rientrata nel rapporto di grazia, hanno quel determinato valore indicato caso per caso, e nella misura in cui saranno adempite le relative condizioni.
Che ciò rientri nelle facoltà pontificie è abbastanza chiaro. Di molti santi sappiamo che vissero evitando la colpa grave e - compiendo anzi opere altamente meritorie. Il profitto eccedente torna in favore del corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, assommandosi ai meriti del Cristo e della beata Vergine, in un unico tesoro [di grazie]. Quindi il sommo Pontefice, e quelli a cui egli conceda la facoltà, possono distribuire i suddetti meriti secondo i nostri bisogni.
Resta così appurato che i peccati trovano remissione non solo quanto alla colpa, bensì riguardo alla pena: mediante il sacramento della penitenza e le indulgenze.

3. Noi, da parte nostra, dobbiamo perdonare al prossimo le offese che ci avesse fatto. S'arricchisce il significato del «rimetti a noi i nostri debiti». Diversamente Dio non condonerebbe i nostri. «Un uomo serba rancore verso un proprio simile e chiede a Dio che lo guarisca [nell'anima]?» (Sir 28, 3). «Perdonate - piuttosto -, e sarete perdonati» (Lc 6, 37). A questa sola domanda del Pater è posta accanto una condizione: chiedendo d'essere assolti dalle nostre mancanze come noi [cioè se noi] perdoneremo al prossimo, condizioniamo da noi medesimi l'esaudimento che ci sta a cuore.
Potresti tentare, forse, una scappatoia. Pensare cioè: «Dirò [al Padre]: 'Rimetti i nostri debiti', evitando però di pronunziare la frase successiva».
E tu credi di riuscire a ingannare il Cristo? Stai tranquillo che non ti riuscirà. Egli sa a mente la preghiera che ha composto per noi... E allora, se la dici, dilla [per intero], col cuore e coi propositi più concreti.
Altra questione. Ammesso che taluno decida nel suo intimo di negare il perdono a un altro, deve, costui, o no, aggiungere: «Come noi li rimettiamo ai nostri debitori?» Sembrerebbe meglio di no, altrimenti dirà una menzogna.
Ma il suo è uno scrupolo fuori luogo, dato che [pur astenendosi dall'aderirvi personalmente] egli continua la preghiera [del «Padre nostro»] quale membro della Chiesa, che non sarà delusa [nei suoi desideri]. Vi era una buona ragione, dunque, per esprimere anche questa petizione al plurale.
Infine, va tenuto presente che il perdono si può concedere in due maniere: quella preferita dai migliori che, divenendo oggetto d'offesa, cercano di promuovere essi stessi la riconciliazione con l'offensore, seguendo il suggerimento: «Cerca la pace e restale assiduamente vicino» (Sal 33, 15). L'altro modo, più comune impone l'obbligo a ciascuno di noi di non negare il perdono a chiunque lo chieda. «Perdona al tuo prossimo che ti ha fatto un torto: e allorché pregherai, ti saranno rimessi i peccati» (Sir 28, 2).
Ne proviene la beatitudine della misericordia: «Beati i misericordiosi» (Mt 5, 7). Troveremo misericordia, in cambio della misericordia [che] ci dispone ad aver pietà delle altrui miserie e debolezze.


E non c'indurre in tentazione

C'è della gente che desidera ricevere il perdono dei peccati di cui si confessa, senza fare peraltro un proposito sufficientemente fermo d'evitar nuove cadute. Il che non è bello: che cioè da una parte si pianga nel chiedere venia e nondimeno, dall'altra, si accumuli materia di rinnovate lacrime. Rivolto a tal genere di persone, Isaia diceva: «Lavatevi, mondatevi, togliete dagli occhi miei le vostre malvagie intenzioni: smettetela di agire male» (Is I, 16).
Tenendo presente questo contegno errato, dopo averci insegnato a chieder la remissione delle colpe, Cristo ci indica qui come dobbiamo domandare che ci venga concesso d'evitarle. «Non c'indurre in tentazione», che potrebbe significare una premessa di peccato.
Vediamo subito cosa sia la tentazione in se stessa; in quanti modi - e da parte di chi - l'uomo sia oggetto di tentazione; come possa esserne liberato.
Tentare altro non è che saggiare, mettere alla prova il valore [morale] di un individuo. La virtù, infatti, ha come fine il retto operare e la fuga dal disordine. È il concetto espresso in sintesi dal salmista: «Evita il male e fai ciò che è bene» (Sal 33, 15). Così, l'uomo è sottoposto a verifica, in entrambi i sensi.
Messo alla prova, si vedrà se un uomo è incline ad astenersi da determinati beni (131). Puoi considerarti virtuoso se con la debita prontezza fai quel che è giusto fare. Con questo intento Dio mette alla prova la virtù di taluni giusti: non certo nel senso che egli ignori le loro qualità, quanto piuttosto per renderle note agli altri uomini, additando i primi quale esempio. Mise così alla prova [la fede di] Abramo e [la pazienza di] Giobbe.
Questa ancora è la finalità in vista della quale permette che i giusti siano tentati: affinché, sopportando essi virtuosamente le tribolazioni, servano da modello, ed essi stessi crescano ulteriormente in virtù. «Il Signore, vostro Dio, vi mette alla prova affinché si veda se lo amate, o no, con tutto il cuore» (Dt 13, 3).
Inoltre, l'umana virtù subisce il suo collaudo dal contatto con il male. Se l'uomo resiste egregiamente, rifiutandosi di accordare la propria adesione, si può dire che la sua virtù è stata grande; in caso contrario, se egli cede, essa è inesistente.
Dio non tenta mai nessuno nella seconda maniera: «Dio non cerca di sedurre nessuno al male» (Gc 1, 13).
Tuttavia l'uomo trova un simile incentivo nella propria carne, oltre che da parte del diavolo e del mondo.

I. La carne ci sollecita al male nella sua ricerca insaziabile di soddisfare i sensi, e spesso qui si annida il peccato. Se non altro chi indugia nei godimenti del corpo trascura necessariamente le esigenze dello spirito. Così «ognuno è adescato dalla concupiscenza che reca in sé» (Gc l, 14).
Quasi non bastasse, le tentazioni della carne ci stornano dal bene che, per innata tendenza, l'anima cercherebbe diletto nei beni spirituali; appesantendola, la sensualità ne raffrena gli slanci. «Il corpo corruttibile - leggiamo nella Scrittura - aggrava lo spirito» (Sap 9, 15), e san Paolo, pur desiderando di restar sottomesso alla legge di Dio, sperimentava un'attrazione da parte degli istinti corrotti, che cercavano in tutti i modi di renderlo schiavo del peccato (cf. Rm 7, 22-23).
Questo tipo di tentazione proveniente dalle nostre membra è quanto mai pericoloso, trattandosi di un'insidia che cova dentro di noi. Boezio osserva in proposito che non esiste peggior flagello di un nemico che si nasconda tra le pareti domestiche (132). Bisognerà vigilare e pregare assiduamente (cf. Mt 26, 41).
2. Il diavolo poi è peritissimo nell'arte del tentare. Se un uomo ha saputo respingere gli assalti della carne, ecco farsi avanti un altro nemico - il Tentatore - contro cui il conflitto si fa ancor più drammatico. La lotta coinvolge i «dominatori di questo mondo pieno di tenebre [intellettuali e morali]» (133). Satana è indicato come «il tentatore» per antonomasia (134).
Egli è, ripeto, astutissimo. Ricorre alla tattica d'un consumato condottiero che, cinto d'assedio un castello, studia quali siano i punti più vulnerabili delle mura. Così fa Satana, che porta la tentazione dove sa che l'uomo è particolarmente indifeso. Nel caso di individui che, ad esempio, abbiano acquistato l'autocontrollo sopra gli impulsi della sensualità, li smuove mediante altre passioni, come l'ira, l'intemperanza nel parlare e altri vizi che più da vicino interessano lo spirito, verso i quali sono maggiormente proni.
Nel tentarci, il diavolo - che san Pietro paragona a un leone avido di preda (cf. 1 Pt 5, 8) - agisce in modo accorto: innanzitutto provvede a celare sotto una qualche apparenza di bene il fine cattivo cui vorrebbe piegarci. In tal modo ottiene di smuovere quasi impercettibilmente la volontà; dopo di che la seduce, ormai senza riparo. Satana ha saputo, una volta di più, trasfigurarsi «in angelo di luce» (2 Cor 11, 14).
Quando la colpa è stata commessa, allora egli afferra saldamente il peccatore impedendogli in tutte le maniere di rialzarsi. Dapprima ci piega con l'inganno, quindi rinsalda la schiavitù del peccato.

3. Anche il mondo possiede svariati sistemi di seduzione: da un eccessivo, smodato desiderio di beni temporali «Radice di tutti i mali è l'amore al denaro» (I Tm 6, 10), al terrore esercitato da tiranni e persecutori («Quelli che vogliono vivere secondo la dottrina di Gesù Cristo, conosceranno la persecuzione») (2 Tm 3, 12). Ma non dobbiamo temere coloro che sono in grado di far del male unicamente al corpo (cf. Mt 10, 28).
Finora abbiamo esaminato in che consista la tentazione [e da quali e quanti nemici essa ci provenga]. Resta da sapere in che modo l'uomo può superarla.
Cristo - si badi - non ci esorta a pregare di non esser tentati, bensì di [aiutarci a] non soccombere alla prova. Difatti, se l'uomo vince, è proprio in forza della tentazione superata che egli merita d'esser premiato. «Stimate un motivo di gioia, fratelli miei - scrive l'apostolo Giacomo -, l'imbattervi in prove d'ogni genere, ben sapendo che ciò che mette alla prova la vostra fede contribuisce a rendere più ferma [e meritoria] la vostra pazienza» (Gc I, 2). Già nelle pagine dell'antico Testamento, il savio ammoniva: «Figlio, se ti impegni nel servizio del Signore, disponi la tua anima alla prova» (Sir 2, 1), cui fa eco la beatitudine enunciata da Giacomo: «Beato l'uomo che sopporta pazientemente una prova perché, una volta collaudato, riceverà la corona della vita, che il Signore promise a quelli che lo amano» (135).
La preghiera del Pater ci insegna a chiedere d'esser assistiti, nel corso della prova, affinché non acconsentiamo agli allettamenti del male.
Esser tentati - e Dio non permetterà che lo siamo al di sopra di quanto un uomo [con in più il soccorso della grazia) possa reggere (cf. 1 Cor 10, 13) -, esser tentati è conforme alla umana natura. Diabolico è l'aderire ostinatamente all'errore.
Ma è mai possibile che Dio, stando alle parole che diciamo («Non indurci in tentazione»), induca al male?
Si dice che Dio induce al male volendo intendere che lo permette. Ciò risalta meglio nel caso di chiunque abbia abbondantemente peccato. Dio sottrae la grazia [preveniente] e l'uomo cade ancor più in basso. Possiamo adattare le parole del salmi sta: «Quando verranno meno le mie forze, tu non mi abbandonare, Signore» (136).
Poi [Dio] sostiene l'uomo mediante il fervore della carità: per quanto piccola, la carità può opporsi al peccato (137). E lo sorregge col lume della retta ragione, per cui discerniamo il male dal bene. Anche per Aristotele, infatti, chiunque erra, agisce con la mente in qualche modo offuscata. Davide faceva bene perciò a implorare: «Dai luce ai miei occhi, perché non mi addormenti nella morte e il mio nemico possa dire: 'L'ho sopraffatto'» (Sal 12, 3-5).
Siamo esauditi grazie al dono dell'intelletto. E non acconsentendo alla tentazione, serbiamo integro il cuore, meritando perciò la visione di Dio. «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5, 8).


Ma liberaci dal male

Il Signore - dopo averci sollecitati a chiedere la remissione dei peccati e indicato in qual modo si possano vincere le tentazioni -, c'insegna a chiedere d'essere salvati dal male. Petizione di carattere quanto mai vasto, contro qualsiasi tipo di male: contro il peccato [e le sue cause], le infermità [fisiche], le avversità e le afflizioni [dello spirito], per citare Agostino.
Avendo già parlato delle prime due categorie, adesso tratteremo delle contrarietà e delle altre cause di tormento, che l'uomo sperimenta nel mondo. Dio ce ne può liberare in una di queste quattro maniere.

I. Impedendo che [avversità e tribolazioni] si verifichino. Un caso assai raro, dato che quaggiù han da portare la loro croce perfino i santi. «Quanti vogliono vivere fedelmente al seguito di Cristo Gesù, saranno perseguitati» (2 Tm 3, 12). Talvolta - simile al medico che non prescrive rimedi troppo violenti a un infermo eccessivamente debilitato -, Dio concede la cessazione o il lenimento della prova, quando giudica un soggetto incapace di resistere oltre. È il Padre che, come il Figlio di cui parla l'apostolo Giovanni, può ripetere a ciascuno di noi: «So che le tue forze non sono molte» (Ap 3, 8).
Un simile ristoro ci sarà per tutti gli eletti, poiché in cielo il dolore è sconosciuto. «Egli ti salverà da sei tribolazioni, e alla settima il male non ti toccherà» (Gb 5, 19). Le sei tribolazioni possono prendersi quale simbolo delle sei età in cui può dividersi la vita terrena (138). La settima età è l'esistenza eterna. Gli eletti «non soffriranno più la fame né la sete» (Ap 7, 14).

2. Consolando [interiormente] nel mezzo delle stesse afflizioni, altrimenti l'uomo finirebbe per soccombere. Anche san Paolo narra d'essere stato oppresso oltre misura [nell'Asia proconsolare], al di sopra delle sue forze, al punto da disperare perfino di salvare la vita (139); e tuttavia, aggiunge: «Dio, che infonde coraggio ai miseri, ci consolò» (2 Cor 7, 6). Prima di lui era accaduto all'autore del salmo 93: «Quando son molte le mie ansie interiori, le tue consolazioni rallegrano l'anima» (Sal 93, 19).

3. Concedendo agli afflitti una tale abbondanza di beni, da far dimenticare loro le tribolazioni appena trascorse. «Tu, Signore, dopo la tempesta fai tornare il sereno» (Tb 3, 22). Quand'è così, le disgrazie e i patimenti terreni non sono tali da giudicarsi intollerabili, se Dio ci dà, insieme, consolazioni di spirito; eppoi saranno sempre temporanee. «La nostra tribolazione, momentanea e tollerabile [con l'aiuto della grazia], ci procura un premio di gloria eterna al di sopra d'ogni misura» (2 Cor 4, 17).

4. Le tentazioni e gli affanni possono tramutarsi in occasioni di un bene [maggiore]. Non diciamo [nel Pater] d'essere esentati dalla tribolazione [cosa del resto impossibile], bensì: «liberaci dal male». Le croci sono via che conduce alla gloria, e i santi, considerando che esse potranno procurare loro la corona, si rallegrano al tempo delle tribolazioni. E non solo producono un collaudo della virtù (cf. Rm 5, 3; Tb 3, 13) ma ci ottengono la remissione delle colpe [precedentemente commesse] e delle pene.
In questi diversi modi, Dio libera l'uomo dal male e dalle afflizioni; così facendo egli manifesta la sua sapienza giacché è prerogativa del sapiente ordinare il male all'edificazione del bene. La pazienza nelle prove realizza questo prodigio; infatti mentre le altre virtù si esercitano sopra determinati beni (140), la pazienza aumenta nel [positivo] confronto con il male. Quindi è tanto necessaria. «Dalla pazienza si conosce il valore di un uomo» (Prv 19, 11).
Lo Spirito Santo, mediante il dono della sapienza, ci induce a chiedere: «Liberaci dal male». Affrontando saviamente le prove della vita arriveremo alla beatitudine, che qui incomincia [a gustarsi] con la pace dell'anima. Grazie alla virtù della pazienza conosceremo la quiete interiore sia nei momenti tranquilli, sia nei periodi dell'avversità.
Nella beatitudine evangelica i pacifici sono detti «figli di Dio» (Mt 5, 9), in quanto rassomigliano a lui, conservandosi imperturbabili tra le bufere dell'esistenza. «Beati i pacifici - dunque -, perché saranno chiamati figli di Dio ».
L'amen (141), infine, sigilla - una per una - le petizioni del Pater.


Riassunto del
Padre nostro

Volendo esporre in sintesi la preghiera del Pater, basterà osservare che in essa sono elencate tanto le cose che l'uomo deve desiderare, quanto quelle che dovremo e vorremmo evitare.
Tra le prime ci sono ovviamente quelle che risultano più amabili per l'animo umano, e Dio al primo posto. Perciò trovi, in apertura, la petizione riguardante la gloria di Dio: «Sia santificato il tuo nome».
Ti deve star a cuore che Dio esaudisca tre [dei tuoi molti] desideri:
che ti conduca alla vita eterna (e tu, per questo, dici: «Venga [anche in me] il tuo regno»).
Che - in ordine a quanto ora detto - tu sappia compiere la volontà divina; che è una vita ispirata alla giustizia: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra».
Che non venga a mancarti quanto è necessario per sostentare la tua esistenza terrena: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano».
Gesù stesso riassume tutto ciò nell'espressione: «Cercate prima di tutto il regno di Dio (e ti richiama alla mente la prima domanda rivolta al Padre); [praticate] la sua giustizia, (è la seconda) e tutte queste cose vi saranno date per giunta» (Mt 6, 33), (ed ecco la terza).
Occorre poi fuggire da tutto ciò che non realizza il bene che, innanzi tutto, è rappresentato:
dalla gloria di Dio, che nulla e nessuno potranno impedire. Disse Elihùd a Giobbe, in proposito: «Se tu pecchi, che cosa fai contro di lui? Se moltiplichi i tuoi delitti, gli rechi forse un danno? E se ti comporti da giusto, che gli dai? cosa riceve, lui, dalla tua mano?» (142). Ed è vero, nel senso che - sia che punisca, sia che premi - il male e il bene tornano sempre a gloria di Dio (143).
Dalla vita eterna cui si oppone il peccato, giacché ogni diritto a goderne si perde con la colpa [grave]. Per esserne liberati, diciamo allora: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori».
Dalla giustizia e dalle opere buone. Le tentazioni infatti ci vorrebbero allontanare dal retto agire. Contro questo pericolo, diciamo: «E non ci indurre in tentazione».
Infine, abbiamo bisogno di altri beni (144), che invece vengono a esserci sottratti dalle avversità e dalle tribolazioni. Chiediamo così di esserne scampati, ripetendo le parole: «[ma] liberaci dal male». Amen.

AMDG et BVM

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