martedì 26 ottobre 2021

FIGURA DI SAN PAOLO ---C. A Lapide

 

Quarta virtù

Invitta speranza e confidenza in Dio

16. I. Paolo credette e sperò nella speranza e contro la speranza, quando

intraprese molte cose superiori alle forze umane e naturali, e con

l’invocazione e l’aiuto di Dio le condusse a termine. Infatti, come egli

stesso dice (Romani 8, 24): «Sperare quel che si vede non è più speranza.

E come sperare quel che già si vede?». E (Romani 8, 26): «Lo stesso

Spirito chiede per noi con gemiti inenarrabili».


17. II. Paolo, con questa speranza, superò non soltanto tutte le difficoltà,

ma anche tutte le impossibilità della natura. Infatti come lui dice (Romani

8, 31): «Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?»

 Di tali uomini scrive con verità san Bernardo (46): «Essi osano grandi

cose, poiché sono uomini grandi; e ciò che osano, ottengono. Giacché una

grande fede merita cose grandi, e fin dove sarai progredito col piede della

fiducia nei beni del Signore, altrettanti ne possederai. A tali spiriti grandi

occorre uno sposo grande, e magnificherà l’operare con essi».

 Il medesimo (47): «La sola speranza, soggiunge, presso di te (o Signore)

tiene il posto della compassione; non poni l’olio della misericordia, se non

nel vaso della fiducia».


 18. III. Paolo, per questa speranza, si gloriava nelle persecuzioni: «Ci

gloriamo, scrive, nelle tribolazioni, sapendo come la tribolazione produce

la pazienza, la pazienza l’esperienza, l’esperienza la speranza. Or la

speranza non ci lascerà confusi» (Romani 5, 3-5).

Speranza onnipotente


19. IV. Paolo, non solo per sé, ma anche per i suoi fedeli, sperò, in ogni

afflizione, e con la speranza ottenne da Dio aiuto, forza e vittoria. Volendo

ispirare questa speranza ai Corinti, scrive (2 Corinti l, 6 s.): «(La speranza

che in voi) opera la tolleranza delle stesse sofferenze che anche noi

soffriamo, affinché la nostra speranza sia ferma per voi, sapendo noi che,

come siete compagni delle nostre sofferenze, sarete pure compagni nella

consolazione».

Splendidamente osserva San Cipriano (48): «Nelle persecuzioni nessuno

pensi al pericolo che ci procura il demonio, ma consideri l’aiuto che darà

Dio; né la mente resti stordita dall’infestazione umana, anzi resti la fede

corroborata dalla protezione divina; poiché ciascuno, secondo le promesse

divine, e secondo i meriti della sua fede, tanto riceve di aiuto da Dio,

quanto crede riceverne. Non vi è cosa che l’Onnipotente non possa

concedere se non l’impedisce la deficienza e caducità della fede di chi

deve ricevere».


20. V. Paolo, reso dalla continua esperienza edotto dell’aiuto divino,

rimaneva sicuro in ogni frangente, riguardo al prospero esito eventuale di

ogni cosa. «Ma noi, scrive, abbiamo avuto dentro noi stessi risposta di

morte, affinché non confidiamo in noi, ma in Dio che risuscita i morti.

Egli ci ha liberati e tolti da tanti pericoli e speriamo che ci libererà

ancora» (2 Corinti l, 9 s.).

S. Cipriano (49) segue Paolo, quando scrive a Demetriano, giudice e

nemico, dei cristiani: «Vige presso di noi la forza della speranza e la

fermezza della fede. Tra le stesse rovine del crollante secolo, la mente

resta eretta, immobile la virtù, mai cessa di essere lieta la pazienza;

l’anima è sempre fidente nel suo Dio, come lo Spirito Santo ci ammonisce

ed esorta per bocca del Profeta, il quale corrobora, con celeste voce, la

fermezza della nostra fede e della nostra speranza: Io godrò nel Signore,

ed esulterò in Dio mio Salvatore. I cristiani esultano sempre nel Signore, e

si allietano e godono nel loro Dio, e sopportano con fortezza i mali e le

avversità del mondo, mentre mirano al premio ed alla felicità futura».

Così fecero i Santi, come Giobbe (Giobbe 13, 15): «Anche se mi

ammazzasse, disse, spererò in Lui». E Geremia (Geremia 17, 7):

«Benedetto l’uomo che confida nel Signore, e di cui Dio sarà sua fiducia».

«La mia porzione è il Signore − ha detto l’anima mia − per questo lo

aspetterò. Il Signore è buono per chi spera in lui, per l’anima che lo cerca»

(Lamentazioni 3, 24 s.).

Si legga pure la dissertazione che fa Paolo su questa forza della speranza,

come di àncora, parlando agli Ebrei (Ebrei 6. 17; 10, 23. 35 s.).

Con verità il Salmista diceva (Salmo 31, 10): «Colui che spera nel Signore

è avvolto dalla misericordia». E sant’Agostino (50) scrisse: «Mortale è

veramente la vita, immortale è la speranza della vita». S. Bernardo (51)

soggiunge: «Se sorgeranno guerre contro di me, se inferocirà il mondo, se

fremerà il maligno, se la stessa carne si rivolterà contro lo spirito, io

spererò in te».


21. VI. Paolo con questa speranza assalì audacemente ogni pericolo della

vita. Così, nel tumulto sollevato contro di lui ad Efeso, volle salire al

teatro, pur sapendo che volevano soltanto lui e la sua testa (Cfr.: Atti 19,

30). Così andò a Gerusalemme, nonostante che ovunque i Profeti gli

avessero predetto le catene. Ad essi rispose: «Perché piangete e mi

spezzate il cuore? Quanto a me son pronto non solo ad essere legato, ma

anche a morire... per il nome del Signore Gesù» (Atti 21, 13).

Per questa speranza, superò tutti i pericoli suoi, e di quelli che erano con

lui. Nel naufragio gli apparve un angelo, che promise la liberazione e la

salvezza non solo a lui, ma, in vista di lui, a tutti i naviganti: «Non temere,

Paolo, disse l’angelo, tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco Dio ti

ha fatto dono di tutti quelli che navigano con te» (Atti 27, 24).


22. VII. Paolo, con certa speranza, si appropriava la gloria e la corona

celeste: «So bene in chi credetti, scrive, e son certo che Egli è sì potente

da conservare il mio deposito sino a quel giorno» (2 Timoteo l, 12). E:

“Ho combattuto la buona battaglia, ho finito la mia corsa, ho conservato la

fede, e non mi resta che ricevere la corona di giustizia, che mi darà in quel

giorno il Signore, giusto giudice» (2 Timoteo 4, 7 s.).

Quinta virtù

Esimio amore a Dio ed a Cristo

23. I. Paolo ardeva di amore verso Dio e verso Cristo, tanto che scriveva ai

Romani (5, 5): «La carità di Dio è stata diffusa nei nostri cuori per mezzo

dello Spirito Santo, che ci è stato donato». Ottimamente Origene (52),

interprete san Girolamo: «Io sono ferito dalla carità − scrive − Come è

bello, come è onorevole ricevere una ferita dalla carità! Chi riceve il dardo

dell’amore carnale, chi è ferito dalla cupidigia terrena; tu invece offri le tue

membra scoperte, offri te stessa al dardo eletto, al dardo grazioso: giacché

il saettatore è Dio. Pose me, dice, come saetta eletta. Quale felicità è essere

ferita da tale dardo!».

24. II. Paolo desiderava morire, per godere il suo Cristo: «Sono messo alle

strette da due lati, dice: desidero di morire e di essere con Cristo»

(Filippesi 1, 23). E: «Oh me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di

morte?» (Romani 7, 24). Paolo era una colomba gemente e sospirante al

cielo, e, per testimonianza di sant’Agostino (53), diceva con la Sposa:

«Sostenetemi coi fiori, confortatemi coi frutti, perché io languisco

d’amore» (Cantico dei Cantici 2, 5).

25. III. Paolo, per amore dì Cristo, sfidava come a duello i suoi nemici, le

afflizioni, i pericoli, i diavoli, tutto l’inferno e il mondo: «Chi potrà

separarci dall’amore di Cristo? − dice − La tribolazione forse, o l’angoscia,

la fame, la nudità, il pericolo, la persecuzione, la spada? (Come sta scritto:

per te noi siamo ogni giorno messi a morte, siamo considerati come pecore

da macello). Ma tutte queste cose noi le superiamo, in virtù di Colui che ci

ha amati... Io poi sono sicuro che né la morte, né la vita, né gli angeli, né i

principati, né le virtù, né le cose presenti, né le future, né la potenza, né

l’altezza, né la profondità, né altra cosa creata potrà separarci dalla carità

di Dio, che è in Gesù Cristo Signor nostro» (Romani 8, 35-39).

26. IV. Da sì infiammato amore a Dio scaturiva quell’ardente amore verso

il prossimo, che si struggeva di convertire a Cristo il mondo intero. Di ciò

diremo più lungamente avanti.

Giustamente san Girolamo (54) scrive: «Gran forza possiede il vero

amore; chi è perfettamente amato vincola a sé tutta la volontà dell’amante.

Niente è più imperioso della carità. Se noi amiamo veramente Cristo, se

pensiamo che siamo stati redenti dal suo sangue, non dobbiamo più nulla

desiderare, più nulla fare, all’infuori di ciò che sappiamo essere di suo

volere».

27. V. Paolo amava talmente Cristo, da sembrare trasformato in lui. Effetto

dell’amore, anzi la sua sommità, è l’unione intima, l’estasi, il rapimento

nell’amato. L’anima è più presente dove ama che non dove vivifica. Così

suonano quei detti di Paolo: «La mia vita è Cristo, e la morte è per me un

guadagno» (Filippesi l, 21). «Io sono stato confitto in croce con Cristo; io

vivo, ma non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me, e questa vita

che vivo nella carne, la vivo nella fede del Figliuolo di Dio, il quale mi ha

amato e ha dato se stesso per me» (Galati 2, 19 s.). E: «Quanto a me, lungi

da me gloriarmi d’altro se non della croce del Signor nostro Gesù Cristo,

per cui il mondo è crocifisso a me ed io al mondo» (Galati 6, 14). E: «Del

resto, nessuno m’inquieti, perché io porto le stimmate del Signore Gesù

nel mio corpo» (Galati 6, 17).

Cristo pertanto sembrava divenuto la mente, l’anima, la vita e lo spirito di

san Paolo, il quale per lui parlava, operava, soffriva. «Cercate forse, dice,

di far prova di colui che parla in me, di Cristo?» (2 Corinti 13, 3).

Perciò san Girolamo (55) prescrive a Pammachio le norme di tal vita e di

tale amore: «Cristo sia tutto; chi ha abbandonato ogni cosa per Cristo, trovi

una cosa sola per tutte, onde possa con libera voce gridare: Il Signore è la

mia porzione».

Infine, Paolo era crocifisso alla croce di Cristo con chiodi non di ferro, ma

di amore; in lui viveva la sua vita di amore, come dice san Dionigi (56);

poiché Cristo viveva in lui come principio, regola e fine di ogni suo

pensiero, desiderio, parola, e opera. Ciò espresse in quel1a frase: «Per me

vivere è Cristo», ossia: Cristo è la mia vita, Cristo è il mio pensiero, Cristo

è il mio desiderio, Cristo è il mio amore; il mio volere, il mio parlare, il

mio operare è ancora Cristo; non voglio altro, non gusto altro, non faccio

altro, non penso ad altro, non parlo d’altro che non sia Cristo.


Paolo ebbro di amor di Dio e di amore a Gesù

28. VI. Paolo e gli Apostoli, ebbri di amore di Dio, lasciavano trasparire

dovunque questo amore, celebrando così le grandezze di Dio (Cfr. Atti 2,

13). 

Osserva quanto dice san Paolo: «Se infatti andiamo fuori dei sensi, lo

facciamo per Iddio; se stiamo nei limiti, è per voi; perché la carità di Cristo

ci stringe, ecc.; affinché quelli che vivono non vivano già per loro stessi,

ma per colui che è morto e risuscitato per essi» (2 Corinti 5, 13 s, 15). 

Qua e là: questo amore lo fa trapelare e lo trasfonde negli altri: «Siate ripieni di

Spirito Santo, dice. Conversate tra di voi in salmi, inni e canti spirituali,

cantando e salmeggiando di tutto cuore al Signore, ringraziando sempre

Dio e Padre nel nome del Signore nostro Gesù Cristo per ogni cosa»

(Efesini 5, 18-20).

29. VII. Il nome di Gesù era per Paolo una delizia: miele nella bocca,

armonia nell’orecchio, giubilo nel cuore. Da ciò quel ripetere che fa nelle

poche e brevi sue lettere per ben duecento e diciannove volte il nome di

Gesù, e quattrocento e una volta quello di Cristo. «Non vi è alcuno, scrive

il Crisostomo (57), che abbia amato più ardentemente Cristo di Paolo; non

vi è alcuno che presso Dio sia stato più bene accetto di Paolo».

All’incontro Gesù lo accarezzava con le sue consolazioni, da indurlo a

disprezzare le voluttà della carne e del mondo, a detestarle anzi come

rifiuti. 

Ripeteva pertanto con la Sposa «L’anima mia era venuta meno

appena il mio diletto parlò» (Cantico dei Cantici 5, 6). E: «Il mio diletto è

per me ed io per lui, che si pasce tra i gigli, fino a che non raffreschi il

giorno e non si allunghino le ombre» (Cantico dei Cantici 2, 16).

   Leggiamo pure di sant’Efrem, che abbondava tanto di dolcezza divina, da

essere costretto ad esclamare: «Frena, o Signore, le onde della tua

dolcezza, poiché non posso più sostenerle». E del santo Saverio, apostolo

dell’India, che esclamava: «Basta, o Signore; basta». E del beato Luigi

Gonzaga che ripeteva: «Ritirati da me, o Signore».

Sesta virtù

Profonda riverenza a Dio e religione

30. I. Paolo, avendo sempre davanti agli occhi Dio, lo venerava, e pensava

che era alla presenza di Dio e di tutti gli angeli; così agiva e parlava.

«Siamo fatti spettacolo al mondo, agli Angeli e agli uomini» scriveva (l

Corinti 4, 9). Anche san Bernardo si intratteneva ed abitava con Dio nella

nube. E san Gregorio (58) narra come san Benedetto parimenti morì

tenendo le mani alzate verso il cielo, ed esalò il suo spirito pronunziando

ancora parole di preghiera.

31. II. Paolo venerava ed adorava Dio con umile atteggiamento di cuore e

di corpo: «Abbiamo, dice, la grazia, per la quale possiamo servire a Dio in

un modo a lui gradito, con timore e riverenza; perché il nostro Dio è un

fuoco che divora» (Ebrei 12, 28). E: «Per questa causa piego le mie

ginocchia dinanzi al Padre del Signor nostro Gesù Cristo, da cui ogni

paternità e nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo

le ricchezze della sua gloria, di essere mediante lo Spirito potentemente

corroborati nell’uomo interiore» (Efesini 3, 14-16). Ed ancora: «Pregherò

con lo spirito e pregherò con la mente, salmeggerò con lo spirito e

salmeggerò con la mente» (l Corinti 14, 15).

32. III. Paolo invocava frequentemente Dio, e si raccomandava alle

preghiere dei cristiani, affinché Dio illuminasse le menti dei fedeli e degli

infedeli ai quali predicava: «Rendo grazie al mio Dio, dice, ogni volta che

mi ricordo di voi, e sempre, in ogni mia preghiera per tutti voi, con gioia

prego per voi» (Filippesi l, 3 s). E: «Del resto, o fratelli, pregate per noi

affinché la parola di Dio corra e sia glorificata come fra voi, e siamo

liberati dagli uomini importuni e cattivi» (2 Tessalonicesi 3, l s.). Ed

ancora: «Siate perseveranti nell’orazione, ecc.; pregando insieme anche

per noi, affinché Dio ci apra la porta della parola, per parlare il mistero

di Cristo» (Colossesi 4, 2 s.). Le stesse cose scrive agli Efesini (Efesini 6,

18-19).

Paolo triplice vittima

33. IV. «Paolo, dice san G. Crisostomo (59), immolava se stesso ciascun

giorno a Dio; e questa vittima l’offriva in due maniere, ora morendo ogni

giorno, ora circondando senza tregua il suo corpo con mortificazioni.

Infatti si preparava continuamente ai pericoli, consumando un martirio di

desiderio e mortificando in se la natura della carne: e ciò facendo

disimpegnava non solo le veci di un’ostia immolata a Dio, ma faceva

molto di più. Perciò diceva: Io sono immolato, riferendosi all’immolazione

del suo sangue. né si accontentò di questi soli sacrifici, ma essendosi

consacrato a Dio, si studiò di offrirgli anche tutto il mondo».

34. V. Paolo rimane stupito e muto di fronte a Dio, alla Trinità Santissima,

alle di lei opere ed ai di lei consigli. «O profondità delle ricchezze della

sapienza e della scienza di Dio! esclama. Quanto sono incomprensibili i

suoi giudizi, ed imperscrutabili le sue vie! Chi ha conosciuto il pensiero

del Signore? E chi gli è stato consigliere? Chi gli ha dato per il primo, per

averne da ricevere il contraccambio? Da lui e per lui e in lui son tutte le

cose. A lui gloria nei secoli. Così sia» (Romani 11, 33.36).

Soprattutto è ammirato per il mistero della redenzione, dell’incarnazione,

della passione e croce di Cristo, della vocazione dei gentili e della

riprovazione dei giudei. Tale mistero scruta profondamente, ed

elegantemente lo descrive, chiamandolo: «il mistero che fu taciuto per

secoli eterni, ma che ora è stato svelato e notificato per le Scritture dei

profeti, secondo l’ordine eterno di Dio, per trarre all’obbedienza della

fede» (Romani 16, 25 s.). «Mistero che l’occhio non vide, l’orecchio non

udì, che in cuore dell’uomo non entrò» (1 Corinti 2, 9). E nuovamente

chiama questo mistero: «le incomprensibili ricchezze di Cristo,...

attuazione del mistero ascoso da secoli in Dio,... la multiforme sapienza di

Dio;... affinché possiate, soggiunge, con tutti i santi, comprendere quale sia

la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, anzi possiate

conoscere ciò che supera ogni scienza, la stessa carità di Cristo, in modo

che siate ripieni di tutta la pienezza ai Dio» (Efesini 3, 8. 9. 10. 18 s.).


"Caritas Christi urget nos"

(2Cor 5,14

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