domenica 24 agosto 2014

I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Virtù (III)

 I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Virtù (III)

 11. Chi pratica la virtù è felice. 

 12. Ricompense della virtù. 
 13. Parentela e gradi della virtù
 14. Per acquistare la virtù bisogna fare sacrifizi. 
 15. Mezzi per praticare la virtù.





11. CHI PRATICA LA VIRTÙ È FELICE. - La vera felicità si trova nella vittoria su le passioni, e siccome tale vittoria dipende dalla virtù, ne segue che arriva alla felicità chi esercita la virtù. A lui conviene quel detto dell'Apocalisse: «A tutti quelli che seguiranno questa regola, pace e misericordia» (Gal. VI, 16). 

La virtù produce pace, serenità, gioia, tranquillità di coscienza, allegrezza, confidenza, sicu­rezza della salute. Dove trovare stato più felice e invidiabile? La Sacra Scrittura dice che la virtù ci nutrisce del pane della intelli­genza e della vita, ci abbevera dell'acqua della sapienza e della sa­lute, ci consolida, ci rinforza, ci sostiene, non permette che siamo confusi, ci copre di gloria, accumula su l'uomo che l'ama la gioia e la letizia (Eccli. XIII, 3-6). La virtù procura la pace, l'unione con Dio, col prossimo, con noi medesimi. Con la pratica della virtù, l'uomo si assicura la grazia e l'amicizia di Dio, una vita santa, una buona morte, una splendida corona per il cielo. Ecco la vera la somma, l'incontestabile felicità!... 

Con ragione pertanto S. Agostino dice che la virtù rende felici tutti quelli che la praticano (De Civit.); e noi possiamo metterle in bocca quelle parole che lo Spirito Santo fa dire alla Sapienza: Beato l'uomo che mi dà orecchio, che passa i suoi giorni su la soglia di mia casa e che veglia sul limitare della mia porta! Chi trova me, trova la vita e la salute (Prov. VIII, 35-36)


Questa verità non fuggì del tutto alle considerazioni dei saggi pagani. «Solo la virtù, scriveva Seneca, procura una gioia perpetua e sicura (Epist. XXVII)». La virtù mi basta per essere felice, diceva Antistene (Ita LAERT., l. VI). Platone invita a considerare la contraria indole della virtù e del vizio; per un momento di piacere nella vita, ci get­tiamo in rammarichi, in dolori, in pene, che non hanno fine; ma la virtù, dopo brevi dolori, vede nascere gioie vere e grandi, che l'ac­compagnano anche dopo morte e durano eterne (Dialog. III). Il medesimo autore nota ancora che i savi dànno il primo luogo allo spirito, il secondo al corpo, il terzo alle ricchezze; ed egli vuole che nello Stato la virtù tenga il primo posto, poi le forze del corpo, finalmente la ricchezza (De Repub.). 

Del resto tutto il mondo sa che i più sensati dei filosofi antichi, gli stoici, insegnavano che la vera felicità in questa vita non si trova che nella virtù, e ne recavano le seguenti ragioni: 
1° Il sommo bene, la suprema felicità sta nell'anima; ma per l'anima non vi è niente di meglio, di più salutare e di più ricco della virtù... 

2° Il sommo bene è quello che ci rende perfetti; ora la virtù è questo bene, perché essa perfeziona l'uomo... 

3° Si deve chiamare sommo bene quello che è bene in se stesso e che rende buoni gli altri beni; ora la virtù, buona in se stessa, ci rende buoni ed utili i beni, di fortuna e di natura, i quali se sono disgiunti da essa, ci tornano piuttosto di danno che di vantaggio... 

4° Si deve chiamare sommo bene quello che, separato da ogni altro bene, rende felice chi lo possiede, e che, se viene a mancare, rende infelice chi ne è privo, ancorché fosse largamente provvisto di ogni altro bene; ora tale è il bene della virtù: perché l'uomo che ha la virtù, sebbene sia privo di tutto il resto, è chiamato uomo probo; ma se gli manca la virtù, ancorché ricchissimo, non è chiamato né buono, né probo... 

5° Il sommo bene deve comunicare la forza e la potenza; ora tale è la virtù e chi ne è for­nito trionfa delle avversità, delle traversie, dei disastri della fortuna, delle incomodità della natura, della voluttà, ecc... 
6° Il sommo bene deve essere fisso e sicuro; ora la virtù sola è costante e durevole... Dunque, ne conchiudevano, la virtù forma il sommo bene e quindi la felicità di colui che la possiede.


12. RICOMPENSE DELLA VIRTÙ. - Le ricompense della virtù, sono ac­cennate in quel versetto di Davide: «Quelli che seminano nel pianto, mieteranno nell'allegrezza; andavano e piangevano spargendo le loro semenze, ma ritorneranno festosi portando su le braccia i covoni» (Psalm. CXXV, 6-8).
La semenza è la virtù; i covoni sono le ricompense. E quale ricompensa! Ci è indicata dallo stesso Salvatore: «Suvvia, servo buono e fedele, perché ti sei mantenuto fedele nel poco, ti costituirò padrone di molto; entra nel gaudio del tuo Signore» (MATTH. XXV, 21).
«Venite, o benedetti del Padre mio, al possesso del regno che vi fu preparato fin dall'origine del mondo» (Ibid. 34). E infatti che il paradiso, l'eterna felicità, il sommo bene, stia preparato per i virtuosi, si vede da ciò, che Gesù Cristo assicurò che il regno dei cieli soffre violenza e che solo i violenti lo rapiscono (MATTH. XI, 12).
Ora chi è che fa violenza a se stesso e sforza l'entrata del cielo, se non l'uomo virtuoso?.. E dire regno dei cieli, vuol dire possesso di Dio, godimento di Dio; a buon diritto adunque il Nazianzeno riassume le ricompense che aspettano l'uomo virtuoso, nel dire che la virtù lo fa diventare Dio (In Distich.).


13. PARENTELA E GRADI DELLA VIRTÙ. - La virtù ha per padre la grazia; la volontà per madre e per famiglia i buoni pensieri, le sante ispirazioni; infatti la volontà guadagnata e fecondata dalla grazia divina produce le buone opere, la penitenza, il digiuno, la elemosina, la fede pratica, la carità, l'obbedienza, l'umiltà, la saviezza, lo zelo, ecc...

La virtù procede e sale per tre gradi:

Il primo è la virtù ordinaria, cioè quella che è comune ai fedeli i quali vivono onestamente, religiosamente, secondo i comandi di Dio...
Il secondo grado è quello dei cristiani che si spingono oltre questo limite ordinario, e studiano più di proposito a imitare Dio; le loro virtù si chiamano purgative; il che vuol dire che la prudenza, per la meditazione delle cose divine, lascia da parte le cose terrene e dirige tutti i pensieri dell'anima verso il cielo; che la temperanza abbandona, per quanto lo comporta la debolezza della natura, tutto ciò che l'agio e le comodità del corpo richiedono; che l'anima, per il suo allontanamento dal corpo e la sua vicinanza alle cose divine, non si lascia spaventare né distogliere dalla via della perfezione, da nessuna difficoltà...
Il terzo grado ed il più sublime sta nella somiglianza già acquistata, nell'unione con Dio; in questo grado le Virtù sono chiamate e sono realmente virtù di un'anima purificata e perfetta; sono le virtù dei perfetti in questo mondo e degli eletti nell'altro... Vi è dunque la virtù dei principianti, la virtù dei proficienti, la virtù dei perfetti.


14. PER ACQUISTARE LA VIRTÙ BISOGNA FARE SACRIFIZI. - Le ricchezze della virtù si devono guadagnare per mezzo della fatica... Il sentiero della virtù ha le sue spine; spine lunghe, acute, molteplici, che pungono e cagionano dolori; esse sono intralciate insieme; se ne strappate una, l'altra vi fora; questo forma la disperazione delle anime infingarde e pusillanimi, ma le anime forti e coraggiose, a poco a poco, con pazienza e rassegnazione, giungono a spuntarle, a strapparle e finiscono col distruggerle...

Il punto sta qui, che noi vogliamo essere umili senza patire disprezzo, pazienti senza provare dispiaceri, obbedienti senza assoggettarci al comando, poveri senza sentire disagio di nulla, virtuosi senza sudore e senza fatica, penitenti senza dolore e pentimento; vogliamo essere lodati senza meritarlo, essere amati senza essere buoni, essere onorati senza santità. Ma non sono questi né gl'insegnamenti né i fatti di Gesù Cristo... È ben altrimenti fecero anche i Santi...
Chi vuole praticare la virtù, deve rassegnarsi a portare la croce; e chi mai può portare la croce senza fatica e senza dolore? «Tutti coloro, dice S. Paolo, che vogliono vivere piamente in Gesù Cristo, soffriranno persecuzione» (II Tim. IlI, 12).
S. Giovanni Crisostomo, commentando questo passo, dice che sotto il nome di persecuzione bisogna intendere tutte le difficoltà, i travagli, i dolori, le pene, le prove, gli stenti che incontrano e sostengono quelli i quali praticano la virtù, quando si sforzano di soggiogare le concupiscenze; quando si studiano di conservare la continenza, di acquistare l'umiltà, l'ob­bedienza, la mortificazione, la temperanza; quando in una parola, si dedicano al bene e alla pietà. «La grazia di Dio nostro Salvatore, scrive S. Paolo, si mostrò a tutti gli uomini, istruendoci che rinun­ziando all'empietà e ai desideri del secolo, noi viviamo in questo mondo con temperanza, giustizia e pietà» (Tit. II, 11-12).


15. MEZZI PER PRATICARE LA VIRTÙ. - Per praticare la virtù sì richiede: l° una risoluzione generosa dell'anima ed una volontà effi­cace di metterla in esecuzione...; 2° ardore e zelo...; 3° il combatti­mento e la mortificazione delle passioni...; 4° la perseveranza nello studio e nell'amore della virtù...; 5° la penitenza esteriore, perché, come afferma S. Cirillo, nella mortificazione della carne sta la forza della virtù (Catech.). 
Le virtù sono come una fortezza inespugnabile: esse difendono l'uomo contro tutti i nemici. Qui è la città degli eletti i cui steccati, dice Ugo da S. Vittore, sono il disprezzo delle cose terrestri; i bastioni, la speranza; i forti avanzati, la pazienza; le torri, l'umiltà; le fontane, le lacrime; le sentinelle, la prudenza; le armi, la preghiera e i sacramenti; le porte, l'obbedienza; il duce, la carità; i soldati, la giustizia, la temperanza, la forza (Institut. Monastichad Novit. c. III).

Mater Boni Consilii, 
ora pro nobis.

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