mercoledì 5 febbraio 2014

SANT'AGATA, VERGINE E MARTIRE



L’età di S. Agata al momento del martirio

La vicenda del martirio di s. Agata è certo che dev'essere

collocata nel tempo in cui essa aveva raggiunto l'età della giovinezza.
Il testo e il contesto del racconto del suo martirio, infatti, rivelano in Agata la perfetta identità d'una giovane, che aveva varcato l'arco d'età che va dai 18 anni compiuti ai 25 non ancora compiuti.
I punti significativi del testo e del contesto di quel racconto sono i seguenti.

Sul piano del linguaggio proprio e dell'esperienza personale di Agata si rileva: che nel vers. 57 della redazione latina è anzitutto detto che Agata nel protestare contro Quinziano che aveva ordinato di infliggerle la tortura dello strappo della mammella, dice le parole: "non ti vergogni di stroncare in una donna (in foemina) ciò che tu stesso hai succhiato" . Se Agata fosse stata ancora una quindicenne, avrebbe dovuto dichiararlo, per così stigmatizzare ancora di più la crudeltà di Quinziano; e poi nel vers. 67, allorché s. Pietro apparso in carcere ad Agata, la invita ad acconsentire che egli la risanasse, mentre Agata si rifiutava e s. Pietro invece insisteva perché Agata non avesse rossore della sua presenza, ecco che cosa Agata risponde e replica: "E che rossore posso io avere di te, che sei già troppo avanzato in età? E poi, sebbene io sia giovane, il mio corpo è talmente lacerato, che le mie stesse piaghe non permettono che alcuno stimolo sensuale possa eccitare il mio animo, in modo che il mio pudore possa essere turbato": questo linguaggio denota età ed esperienza umano-personale, che solo una diciottenne-ventenne potrebbe avere.

Sul piano giuridico si rileva che, durante il processo cui s. Agata fu sottoposta, il magistrato tradì dei segni di incertezza e di perplessità sulla legittimità del suo potere nel trattare quella causa: tale perplessità era dovuta al fatto che s. Agata dimostrava di trovarsi nell'arco di età che andava dai 18 ai 25 anni, durante i quali anni la "Lex Laetoria" proteggeva con speciale tutela le giovani donne, dando a chiunque la facoltà di contrapporre un'"actio polularis" contro gli abusi di potere perpetrati da un giudice: difatti il processo di s. Agata si chiuse con una sollevazione popolare che costrinse Quinziano a fuggire per sottrarsi dal linciaggio della folla ; ancora sul piano giuridico risulta che s. Agata aveva il titolo di proprietaria di "poderi" cioè di beni immobili; e per avere quel titolo le leggi romane esigevano il raggiungimento dell'età di 18 anni .

Sul piano della normativa canonico ecclesiastica si rileva che s. Agata notoriamente era considerata, dai testi narrativi del suo martirio, e ripetutamente designata e qualificata come "vergine consacrata a Dio": ora, le leggi della Chiesa, allora, consentivano la consacrazione ufficiale delle vergini a Cristo solo dopo il raggiungimento del loro diciottesimo anno di età .

- Sul piano delle fonti storico-iconografiche 

si rileva che la più antica raffigurazione iconografica di s. Agata è il mosaico, che riproduce la figura di s. Agata in piedi presso la chiesa di s. Apollinare Nuovo in Ravenna: quel mosaico è dell'anno 550 circa; e in esso s. Agata è raffigurata con indosso l'abito ufficiale delle diaconesse con la tunica lunga, con la dalmatica defluente dai ginocchi in giù e con la stola a tracollo. Il volto di s. Agata che vi si rivela è proprio di una donna più che ventenne .
Da ciò si evince che la prima tradizione orale catanese designava Agata come diaconessa: e dalla tradizione orale catanese gli artisti ravennati appresero che Agata svolgeva a Catania il ministero di diaconessa: pertanto essa doveva necessariamente aver superato i 20 anni di età.

La sua bellezza fu la vera causa del martirio

Il testo della redazione latina del martirio di s. Agata così descrive il crescendo con cui Quinziano, il proconsole che

reggeva la Sicilia intorno all'anno 251, si innamorò della bellezza di Agata. Al vers. 2 il testo nota che "egli venne a conoscenza della illibatezza di Agata e che fece di tutto perché subito potesse vederla" . Il vers. 3 rileva che Quinziano, al vedere Agata non seppe frenarsi dal "provocare nel suo proprio animo, l'ardore passionale d' ogni sua depravata tendenza" . Il vers. 6 rileva ancora che, dopo aver visto la prima volta Agata, "non poteva più reggere perché avrebbe voluto pascere i suoi occhi del fascino che emanava dall'aspetto della vergine bellissima" . Il vers. 9 dice che Quinziano "così travolto dalla furia della sua passione" ed, evidentemente, avendo già dovuto subire la prima ripulsa all'improntitudine d'una sua malcelata profferta d'amore, al vedersi respinto, come un toro ferito, reagisce e fa partire come una freccia la sua prima minaccia di arresto che provvide subito a formalizzare e a fare eseguire .


Quell'ordine di arresto non conteneva il motivo giuridico, quale formale capo di imputazione: pertanto esso rivestiva il carattere d'un semplice provvedimento poliziesco di custodia preventiva. A tale titolo Quinziano dispose che Agata fosse affidata alla cura rieducativa d'una matrona, chiamata Afrodisia, per la durata d'un mese. Dopo quel mese, il provvedimento poliziesco fu trasformato in un atto coercitivo di comparizione giudiziaria, durante la quale Agata fu formalmente sottoposta a processo: nella prima udienza di tale processo, Quinziano contestò ad Agata lo specifico reato di vilipendio della religione pagana e perciò la incriminò dello speciale delitto di lesa maestà della religione dello Stato Romano, emanato dall'imperatore Decio .

Ed è questo il punto, in cui l'esame storico di quella vicenda avverte il configurarsi della prima ingiustizia, con cui fu intentato e impiantato quel processo: l'anacronismo del suo appiglio all'effettiva permanenza in vigore dell'editto persecutorio di Decio.

A testimonianza infatti di s. Cripriano, alla fine dell'anno 250 e già all'inizio del 251 il cielo cupo della persecuzione si era rasserenato. Tra la fine dell'anno 250 e i primi del 251, l'imperatore Decio aveva già archiviato il suo editto di persecuzione contro i cristiani, ed anzi sollecitava la solidarietà di tutti per riorganizzare il suo esercito, con cui subito andò ad affrontare i Goti, che avevano violato le frontiere di nord-est dell'impero. Nei primi mesi di quel 251, anno in cui fu martirizzata s. Agata, in Alessandria già era tornato dall'esilio il vescovo s. Dionigi, il quale attestò che proprio in quel momento si godeva nell'impero di un clima di piena serenità e di prosperità, dovuta alla saggezza dell'imperatore Decio: ciò è riferito dallo storico Eusebio, il quale aggiunge che proprio in quel particolare momento del principio del 251 c'era perfetta pace nella Chiesa.
Stanti così le cose, ci si chiede: come mai in quel 5 febbraio del 251, Quinziano potè giustiziare s. Agata?
La risposta è una: Quinziano martirizzò s. Agata non perché c'era in corso la persecuzione di Decio; ma egli volle cercare appiglio a quella persecuzione, che ormai non era più in vigore, per sfogare la sua vendetta contro Agata, che aveva respinta la sua profferta d'amore.

L'arresto
S. Agata fu arrestata mentre si trovava cautelativamente rifugiata in una sua abitazione di campagna, sita a nord-ovest di Catania, nel sobborgo di Galermo.
Se alcuni testi della redazione greca del racconto del martirio di s. Agata (uno dei quali è quello contenuto nel manoscritto greco n. 999 della Biblioteca Nazionale di Parigi) riferiscono che s. Agata era oriunda di Palermo e che, al momento in cui essa fu arrestata, risiedeva a Palermo, bisogna dire che tali notizie, fornite dalla redazione greca, furono interpolate da monaci "sciti", che, nel tradurre la redazione del martirio di s. Agata dal latino in greco, per fare cosa gradita ai Palermitani, inserirono la notizia riferente che s. Agata era oriunda da Palermo e che al momento dell'arresto risiedeva a Palermo .
Tale notizia era falsa perché se s. Agata avesse avuto la cittadinanza di Palermo, per le leggi di allora, essendo Palermo una città libera , non poteva essere giudicata secondo le leggi romane, ma secondo la legge propria di quella città; e, se s. Agata al momento dell'arresto risiedeva a Palermo, non poteva essere estradata e processata a Catania, perché allora Palermo era una delle quattro città della Sicilia, sede di uno dei quattro così detti "Conventus" (Collegi) forensi, cui era demandata la competenza giurisdizionale d'un quarto del territorio dell'isola, che era sottoposta a quel "Conventus" e s. Agata, in quanto appartenente al "Conventus" forense di Palermo, non poteva essere processata a Catania

La custodia preventiva in casa di Afrodisia

La redazione latina del martirio di s. Agata nei versetti

 10-11 riferisce che Quinziano, fatta arrestare Agata, la fece sottoporre a custodia rieducativa, affidandola alle cure di Afrodisia e alla scorta delle sue figlie, persone corrottissime, per il periodo d'un intero mese .
Lo scopo di tale affidamento doveva essere quello di tenere Agata sotto una continua pressione di suggestioni psicologiche, di allettamenti, uniti a minacce, spinte fino a stancare e ad abbattere la resistenza morale di Agata per farla arrendere alle voglie di Quinziano.

Agata, durante quei giorni, agli attacchi pervertitori, che le venivano sferrati con accanimento, umano e sovrumano e con l'innegabile intervento di forze diaboliche, contrappose il fiducioso ricorso alla grazia e all'assistenza divina; e pertanto uscì da quella lotta non solo vittoriosa ma addirittura anche più gagliarda di prima, tanto da ridurre allo scoraggiamento le sue stesse tentatrici, che, riconosciutesi impari e debellate in quella lotta, decisero di deporre le armi e declinare l'impegno assuntosi, riconsegnando Agata a chi l'aveva loro affidata, Quinziano. Afrodisia, nel corso dei tentativi da lei operati per vincere Agata, giunse a farle delle offerte e ad esprimersi con tali termini, da tradire chiaramente la sua totale connivenza con Quinziano e anche l'iniziativa, certamente da lei tentata per trascinare la giovane Agata nei ritrovi dionisiaci e relative "orgie", allora in voga a Catania.

***
Il processo

Il processo giudiziario, cui Agata fu sottoposta, comportò i tre necessari momenti della istruttoria, del dibattimento e del pronunciamento della sentenza; esso fu svolto in tre distinte udienze e fu intercalato da inflizioni di varie torture e da due detenzioni in carcere.


L'istruttoria

L'istruttoria consentì di evidenziare l'identità personale, civile e religiosa di Agata. Agata vi si rivela in tutta la dignitosa fierezza della sua personalità di cittadina catanese, nata libera e da nobile famiglia; all'uopo essa fa appello alla presenza in Catania di tutta la sua parentela, che, con ciò, essa stessa chiama in causa per eventuale testimonianza .
Quinziano contesta che il proclamato stato di libertà e di nobiltà potesse conciliarsi con il modo, con cui Agata compare in tribunale vestita dell'abito proprio d'una schiava.
Agata spiega che quel suo abito era segno della sua consacrazione al servizio di Cristo e pertanto doveva essere considerato emblema della massima libertà umana.

Quinziano a tale dichiarazione si risente: accusa il primo colpo della dialettica di Agata e protesta perché sulla base delle di lei parole egli, magistrato romano, veniva ad essere

 offeso come persona dichiarata priva di libertà. Agata conferma la sua dichiarazione e, sfidando la suscettibilità del magistrato, gli dimostra di essere lui niente affatto libero ma schiavo di feticci idolatrici.
Quinziano, vistosi messo in imbarazzo da Agata, insorge, passa al contrattacco e rinfaccia ad Agata l'imputazione del suo reato: quello di vilipendio della religione dello Stato e perciò la dichiara incriminata del delitto di lesa maestà .


La prima udienza

Agata si difende da quella imputazione, denunziando l'assurdità dell'idolatria pagana e la conseguente effettiva empietà di chi, adorando gli idoli, rifiuta il dovuto culto dell'unico vero Dio, creatore dell'universo . Quinziano allora mette a nudo le sue scadenti risorse culturali e, nell'impotenza di controbattere le argomentazioni di Agata ribadisce solo le sue reiterate minacce repressive giustificate, secondo lui, dal fatto che Agata si ostinava a rifiutare il culto agli dei di Roma.
Agata procede nel dibattito e affronta arditamente Quinziano sul piano dell'onore, dicendogli: "Ti auguro che tua moglie sia quale fu Venere e tu sia tale quale fu Giove, tuo dio". Quinziano, a quelle parole, si dichiara vittima di un procace attentato contro la sua dignità di magistrato e addirittura offeso nell'esercizio delle sue funzioni; pertanto reagisce e fa schiaffeggiare Agata.
Agata rinfaccia a Quinziano lo stato pietoso del suo disarmo e avvilimento intellettuale e morale e gli dice: "Mi meraviglio che tu, uomo saggio, sia giunto a tanta insipienza da stimare tuoi déi quelli la cui vita non vorresti fosse imitata da tua moglie e a tale incongruenza da dire allo stesso tempo che ti fa ingiuria chi ti augura di vivere secondo il loro esempio" .

Il carcere

Quinziano si rende conto che le sue velleità di sogni d'amore o comunque di sfruttamento di Agata, in fatti libidinosi, sono ormai sfumate e allora fa capire che vuol venire ai ferri corti e senz'altro impone ad Agata il dilemma: "O sacrifichi agli dei o ti sopprimo coi supplizi" .
Agata accetta la sfida e si esalta nella imminente prospettiva del martirio.
Quinziano la diffida a rinsavire.
Agata gli ritorce l'invito a scansare la vendetta divina.
Quinziano la invia al carcere.
Agata sussulta di gioia come se invitata al banchetto di nozze.

La seconda udienza

L'indomani ha luogo la seconda udienza.

Quinziano rivolge ad Agata l'ultimo invito a sacrificare agli dei, se vuol salvare - egli la ammonisce -la sua giovane vita. Agata ancora ritorce l'invito a Quinziano a salvarsi l'anima.

Le torture
Ritenuto concluso il dibattito, Quinziano procede alle torture: lo stiracchiamento delle membra e delle ossa sull'eculeo, la lacerazione con pettini di ferro, la scottatura con lamine infuocate e, infine, lo strappo della mammella e il rinvio in carcere.

***

La visita di S.Pietro


In carcere, dopo tre giorni, a mezzanotte l'apostolo s. Pietro sotto le sembianze di un vecchio, accompagnato da un bambino con una lanterna, appare ad Agata.

Al suo invito a consentirgli di risanarla, Agata rispose: "Mai ho apprestato al mio corpo medicina terrena e non conviene che io perda quello che ho conservato fin dalla prima età…il Signore Gesù Cristo, il quale con la sola parola cura ogni cosa e la sola sua voce tutto ristora:questi se vuole può rendermi sana".
Il vecchio le disse allora:" Ed è proprio lui che mi mandò da te: io non sono che il suo Apostolo; e nel nome di lui sappi che devi essere risanata."

Ciò detto S. Pietro scompare. S. Agata, prostrandosi in preghiera disse:" Ti ringrazio o Signore Gesù Cristo, che ti sei ricordato di me, e mi mandasti il tuo Apostolo che mi ha confortato ed ha risanate le mie membra.
Finita la sua preghiera, osservando tutte le ferite del suo corpo, s’accorse che era salva in tutte le sue membra:infatti perfino la sua mammella era rifatta".
Per tutta la notte il carcere fu inondato di splendida luce.
I carcerieri, che hanno visto aprirsi i cancelli da soli, scappano. I detenuti si accostano ad Agata e le propongono di scappare dal carcere. 

Ma lei li ferma: li persuade a non inguaiare i carcerieri. E cosi in quella notte Agata intrattiene i detenuti in fraterna conversazione e racconta le vicende della sua vita e del suo martirio . L'indomani mattina i carcerieri e i parenti dei detenuti diffondono la notizia dei prodigi avvenuti quella notte nel carcere. La notizia arriva agli orecchi di Quinziano, il quale riapre il processo e riconvoca Agata in aula.

La sentenza

La terza udienza
Agata compare in tribunale: è la terza udienza.
La giovane ha il volto raggiante di freschezza giovanile. Quinziano resta ammaliato di quell'aspetto: riprova la sensazione del primo giorno in cui la vide.
Egli, dimentico dello stato straziante, in cui aveva ridotto Agata quattro giorni prima, non riflettendo sulla funzione di magistrato che in quel momento svolgeva, soggiogato ancor più dall'accresciuto fascino della bellezza della giovane, riprova meccanicamente l'ultimo suo formale tentativo di insinuarsi e di minaccia e dice:"Fino a quando ti farai pazza a resistere agli ordini degli invitti imperatori? Sacrifica agli dei, se no, sappi che sarai sottoposta a gravi tormenti! " .

Agata lo compiange con senso di disprezzo e di disgusto. Poi gli esclama: "Come posso abbassarmi a riguardare dei feticci, voltando le spalle a Colui che mi ha risanato e ridonato la mammella?" .
Quelle parole furono una sferzata sullo stato di intontimento in cui si trovava Quinziano. Egli si riscuote, ripiglia coscienza e dice: "Chi ti ha risanata?" .
Agata: "Cristo, il figlio di Dio!".
Quinziano avverte il colpo tremendo della potenza invisibile di Cristo. Avrebbe potuto approfittare di quel provvidenziale segno rivelatore della divinità di Cristo e arrendersi a Lui. Invece satanicamente sceglie l'opposizione e biascica contro Agata:
"Ancora osi nominare Cristo?" .
Dallo sguardo bieco di Quinziano Agata intuisce che il momento decisivo del suo cimento è arrivato; e allora lancia il grido, che i martiri si riservavano per l'ultimo momento della loro lotta: "Io confesso Cristo con le labbra e col cuore non cesso mai di invocarlo!" .

La condanna al rogo

Quinziano dà atto ad Agata che tali sue parole costituivano un formale atto di autoconfessione del suo crimine di lesa maestà contro la religione dello Stato .

 La legge d'allora sanciva che "un reo confesso si doveva ritenere come un imputato per il quale il giudizio era da considerarsi ormai concluso, in quanto che il reo da sè stesso con propria sentenza si era autocondannato" .
Pertanto Quinziano alla fierezza di Agata contrappone le sue parole di sfida blasfema contro Cristo: "Vedrò ora se il tuo Cristo ti aiuterà" . In quel momento egli dà ordine all'assessore di verificare la regolare composizione del collegio giudicante e cioè del Consiglio Provinciale giudiziario. Formalizza il dispositivo della sentenza di condanna a morte, analogo al comune dispositivo di altre sentenze di condanna a morte per i cristiani: e fa redigere il testo in un'apposita tavoletta :
"Agata ha confessato di vivere secondo il rito cristiano: visto che le si è proposto di rientrare nella religione romana e visto che essa ha rifiutato con ostinazione, l'abbiamo condannata ad essere arsa viva tra cocci e carboni roventi".
Quinziano provvide a firmare la sentenza e a farla controfirmare da un assessore di nome Silvano e da un componente il Consiglio Provinciale di nome Falconio.
Fatto questo, Quinziano consegna la tavoletta all'araldo giudiziario perché ne leggesse il testo a voce alta e la notificasse al pubblico.
II pubblico ascoltò e fremette.

Esecuzione della sentenza
Nell'animo degli astanti covava già il risentimento. Adesso quel risentimento si rinfocola e dà segni di intolleranza e di esplosività. Quinziano intanto dà ordine che siano sparsi a

 terra acuti cocci mescolati a carboni ardenti e ad altro materiale rovente e poi comanda che Agata vi fosse "rivoltata a corpo nudo" . La sentenza viene eseguita.

Il terremoto e la fuga di Quinziano

Ma in quel momento un forte terremoto scuote il pretorio: crolla una parete e seppellisce l'assessore Silvano e il consigliere giudiziario Falconio. II popolo insorge e invade il pretorio. Quinziano dà ordine ai soldati di prendere Agata e trasferirla in carcere.
Egli riesce appena a fuggire per una porticina, assieme agli altri membri superstiti del collegio giudicante e alla sua scorta personale. Una parte del popolo invece segue i soldati, che portano Agata in carcere: tanti si introducono nel carcere e affiancano Agata.



Morte di S.Agata

Tratta dal rogo, riportata in carcere, Agata fu deposta per terra: il suo corpo, come granellino di incenso, arso dal fuoco, fumava ancora e andava ad estinguersi; la sua anima invece ardeva d'amore a Dio.

Agata agonizzò per alcune ore.
Prima di morire , alla presenza di molti disse: "Signore, che mi hai creata e custodita dalla mia infanzia..., che togliesti da me l'amore del secolo, che preservasti il mio corpo dalla contaminazione, è tempo che io giunga alla tua misericordia".
Poi, gettando un forte grido, spirò.

 ***

Gli elogi Celesti rivolti a S.Agata

Appena s. Agata spirò, la sua vicenda si trasferì in cielo: per averne un ragguaglio, dalle attestazioni umane, nulla ci possiamo attendere; ma ci soccorrono all'uopo le rivelazioni celesti.

Dall'Apocalisse ci perviene il messaggio d'un angelo, che dice: "Vieni, ti mostrerò la fidanzata dell'Agnello" (Ap. 21,9).
Ed ecco quanto ci svela il redattore dell'Apocalisse:
"Udii poi come una voce di una immensa folla simile al fragore di grandi acque e al rombo di tuoni possenti, che gridavano: Alleluia! Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l'onnipotente! Rallegriamoci ed esultiamo; rendiamo a Lui gloria, perché son giunte le nozze dell'Agnello: la sua sposa è pronta; le hanno dato una veste di lino puro splendente. La veste di lino sono le opere giuste dei santi" (Ap. 19,6 ss.). "Poi vidi la sposa adorna per il suo sposo" (Ap. 21,5 ss).

Ci soccorre anche il messaggio, fornitoci dal Cantico dei Cantici, che svela e descrive Gesù lo sposo nel momento in cui dice ad Agata, sua sposa: "Come sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe dietro il tuo velo... in te nessuna macchia! Vieni con me dal Libano, o sposa... Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, con un solo sguardo... Quanto sono soavi le tue carezze... Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, fontana sigillata, fontana che irrora i giardini, pozzo d'acqua viva e ruscelli sgorganti dal Libano" (Cc. 4,1-15).


Un Angelo al suo sepolcro

Un'eco di tali messaggi Dio volle che pervenisse fin sulla terra: un messaggio espresso in linguaggio umano e redatto in termini leggibili e documentabili.
Eccolo:"Avvenne che, mentre il corpo di Agata veniva unto con aromi e con molta cura seppellito, si avvicinò un giovane, vestito di seta, seguito da più di cento fanciulli, tutti adorni e belli, che nessuno aveva mai visto in Catania, né dopo alcun vide, né altri si trovò che dicesse di conoscerlo. Questi dunque, venendo, entrò nel luogo, dove si componeva il corpo di lei e le pose vicino al capo una tavoletta di marmo, nella quale c'è scritto: "Mente Santa Spontanea , Onore a Dio e Liberazione della Patria".
 
Pose dunque questa scrittura, come abbiamo detto, dentro il sepolcro di lei, alla testa; e tanto stette là finché con ogni diligenza venne chiuso. Chiuso il sepolcro, se ne partì; e, come abbiamo detto, non fu più visto, né si sentì parlare di lui nella contrada o in tutta la regione siciliana. Donde noi arguimmo che fosse il suo angelo. E quelli che avevano vista questa scrittura, divulgandola resero premurosi e ferventi tutti i siciliani: tanto ché sia i giudei, sia i gentili, concordi ed insieme con i cristiani, cominciarono a venerare il sepolcro di lei".

Questo fu il messaggio, che il cielo, dopo che Agata vi era pervenuta, volle trasmettere alla terra. In tale messaggio è contenuto un triplice elogio di s. Agata: l'elogio della sua santità, l'elogio del suo zelo per l'onore di Dio e l'elogio della sua missione per la salvezza della patria.






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