lunedì 27 aprile 2015

Pace amore fratellanza


C’era una volta…

 
C’era una volta un mondo felice, dove tutti volevan la pace e condannavano la guerra, facevan l’amore ed eran fra loro fratelli, cantavan canzoni al suon della chitarra per costruire ponti da un continente all’altro… Una volta fermato il conflitto del Vietnam, finita la crisi energetica e passati gli anni di piombo, una nuova èra paradisiaca sembrava ormai sul punto d’instaurarsi. Quei cattivoni  del far west da una parte e deigulag dall’altra, certo, continuavano a farsi la guerra fredda, ma chi avrebbe mai creduto che, un giorno, sarebbe pur caduta la ferrea cortina che spaccava il Vecchio Continente in due fortezze fieramente opposte? A questo punto il vento della libertà soffiò ormai incontrastato; gli uomini dei due mondi, non più trattenuti da muri, poterono scambiarsi entusiasti i doni delle rispettive ricchezze – il materialismo teorico e pratico – con i loro specifici effetti, i quali, sommandosi, avrebbero prodotto un meraviglioso risultato: un assoluto disprezzo per la verità, la giustizia, la legge, l’onestà e la vita stessa.
 
Nel frattempo, la bella addormentata nel bosco dei suoi documenti, convegni, programmi, discorsi e istruzioni per l’uso celebrava trionfalmente la propria trasformazione da crisalide in… lepidottero orribile e sgraziato, elaborando a mo’ di giustificazione una nuova teoria del sublime convertito in laida, banale e offensiva celluloide. Scaricata nella spazzatura la ricchissima eredità del passato come fosse ingombrante ciarpame, libera da qualsiasi zavorra corse incontro al nuovo mondo che nasceva, agile e leggera come un’innamorata. Per mirabile prodigio, non s’era accorta che non era ancor giunto alcun principe a svegliarla; così non vedeva né sentiva quanto il nuovo mondo, tanto amato, tramava a suo danno – e a quello dell’umanità intera. Ma no, non c’era nulla da temere: come per incanto, eravamo diventati tutti buoni; bastava avere le idee giuste. Che importa che, nelle cosiddette comuni, i bambini fossero costretti ad assistere all’accoppiamento selvaggio e promiscuo di uomini e donne, fra cui il papà e la mamma (sempre che sapessero chi erano)? In fin dei conti, un fondo di bene c’è in tutti, compreso chi si batte per divorzio, aborto, contraccezione, fecondazione artificiale, manipolazioni genetiche, eutanasia e quant’altro… Così i fautori radicali di questa barbarie bestiale, zitti zitti, occuparono a poco a poco i posti-chiave della società civile e dei poteri mediatici; venuti oggi allo scoperto, impongono ormai apertamente, anche agli infanti dell’asilo, masturbazione e pratiche omosessuali.
 
In simile temperie socio-culturale, non ricordo che qualcuno – nemmeno al catechismo – m’abbia fatto imparare a memoria (che parolaccia!) i Dieci Comandamenti… tant’è vero che, adolescente, li confondevo ancora. Eppure la Bibbia era stata la base di tutto: catechesi, predicazione, preghiera… tutto era biblico. Il gruppo-giovani della parrocchia meditava ogni settimana il santo Vangelo, sul quale ognuno metteva a parte gli altri dei propri elevati pensieri, compresi i quotidiani diverbi col babbo o con la mamma… Poi ci si sposò, si divorziò, ci si riaccoppiò… come da manuale. È impressionante come certe storie di ferventi cattolici assomiglino a quelle di gente che a Messa c’è stata, l’ultima volta, il giorno della prima comunione – a parte la farsa degli sponsali che, un po’ per le foto, un po’ per la suocera, veniva meglio in chiesa. Che qualcosa sia andato storto?… non dico nel privato, ma in tutto l’insieme. Eppure sembrava che fosse solo questione di comprendere e accettare determinate idee (tanto che, sempre nell’adolescenza, i Sacramenti mi sembravano, stando così le cose, un sovrappiù abbastanza superfluo); il tutto della salvezza e delle promesse divine, del resto, era qui sulla terra e consisteva nel nostro stare insieme – talvolta un tantino conflittuale, ma contenente pur sempre la pienezza assoluta del bene supremo.
 
Ma questo è disfattismo, qualunquismo, menefreghismo! È per partito preso che non vuoi vedere i magnifici frutti del rinnovamento post-conciliare… O è per ordine di scuderia – se è permesso replicare – che non si possono ammettere i suoi catastrofici risultati? La conoscenza del vero Dio, necessaria per vivere in modo a lui gradito e accogliere con frutto la grazia che salva, si è dileguata per fare spazio a un attivismo convulso e scomposto con il quale non di rado lo si offende o si dà scandalo, come se non bastassero i peccati mortali pacificamente ammessi o tollerati… Giusto per fare un esempio, uno studente che aveva passato in parrocchia infanzia, adolescenza e giovinezza, dirigendo il servizio dell’altare e facendo catechismo ai bambini, poté tranquillamente provare la vita a due, prima di sposarsi: visto che si volevan tanto bene, avrebbero fatto ancora in tempo a lasciarsi, se non avesse funzionato. Il suo fidato mentore (poi diventato direttore spirituale niente meno che nel seminario del Papa, che lo ha scelto di recente come vescovo ausiliare), interpellato sul fatto, risponderà candidamente: «E vabbè, tanto mo’ se sposano»…
 
Che potranno insegnare ai giovani i sacerdoti da lui “formati”? Tutt’al più i rudimenti di quel nebuloso nuovo umanesimo nel quale la retta fede e lo stato di grazia sono perfettamente irrilevanti: basta praticare un volontariato di cui anche gli atei sono capaci, dato che non esige alcun esercizio delle virtù teologali infuse nei battezzati, ma unicamente quello delle forze naturali, guidato oltretutto non dalla Parola divina, ma dalle idee umane del momento; così andiamo tutti d’amore e d’accordo, credenti o meno. Non c’è che dire: come antidoto contro il nichilismo imperante (grazie al quale un pilota depresso non ha scrupolo alcuno a schiantarsi con l’aereo e con tutti i passeggeri a bordo), questo ritrovato sarà certamente risolutivo. L’importante è sbracciarsi per fornire vitto e alloggio gratuiti a chiunque sbarchi sul nostro suolo, compresi i maomettani che buttano a mare i compagni di traversata di fede cristiana (oggi ospiti delle patrie galere a spese di chi lavora per non arrivare neanche a fine mese, domani liberi di scorrazzare indisturbati dovunque)… e se non concordi, ti bollano come razzista xenofobo.
 
Questa non è una favola, ahimé, è tutta storia vera, esperienza di vita di chi scrive e di chi legge. Se l’idiozia e l’indecenza dilagano entro il sacro recinto, figuriamoci fuori… A che pro strapparsi le vesti, a questo punto, per bullismo, pedofilia, violenza sulle donne, stragi stradali, criminalità organizzata, disastri ambientali, cataclismi naturali, sfruttamento selvaggio delle risorse e dei popoli, con le guerre, le guerriglie e il terrorismo che ne sono corollario? Poste certe premesse – e tolta ogni barriera – ci si poteva aspettare qualcosa di meglio?… Ma che c’entra? Chi convive, si sposa, si separa, si risposa, si rilascia… non fa del male a nessuno (a parte i figli). Il fatto è che, come qualunque ingegnere sa bene, se si tocca anche un solo pilastro si mette in pericolo la stabilità di tutto un edificio, il quale potrebbe anche polverizzarsi nel giro di pochi secondi con tutti gli abitanti che custodisce, come accadde a Roma una notte di dicembre del 1998. Dato che mancava poco a Natale, il giorno dopo capitai, senza saperlo, a casa di un’ammalata il cui figlio era rimasto sotto. Non ricordo cosa riuscii a dirle con la mia “formazione” del seminario…
 
Con buona pace dei “preti di strada” e affini, la legalità non basterà mai a correggere l’uomo e a salvare il mondo. A parte i legittimi dubbi circa i contenuti di detta legalità, sollevati dal fatto che le legislazioni civili permettono crimini orrendi come l’aborto e la selezione genetica, mi sembra che si dovrebbe piuttosto ricominciare a parlare di moralità. Che dire poi del fatto che l’esponenziale moltiplicarsi di leggi e regolamenti è inversamente proporzionale alla loro efficacia, vista pure l’inefficienza della giustizia? Al massimo è un tentativo di nascondere la marea di corruzione che ha travolto la società e lo Stato: corruptissima republica, plurimae leges, come già asseverato da Tacito. Chi non conosce né osserva la legge divina, per qual motivo dovrebbe sentirsi obbligato a rispettare le leggi umane? Non si farebbe prima, allora, ad andare alla radice dei comportamenti illeciti, cioè alla responsabilità morale dell’individuo? Ma chi è, oggi, in grado di educare a tale responsabilità? I preti del vabbè?… o non piuttosto quelli attualmente torchiati dalla stessa gerarchia a causa della loro fedeltà alla dottrina cattolica e alla vera liturgia della Chiesa? In ogni caso, degli uomini di Dio che non credano alle favole, ma a Lui.

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