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lunedì 20 maggio 2019

Panoramica illuminante atei e non



L’ATEISMO, OSSIA LA LOGICA DELL’AUTODISTRUZIONE 

Augusto Guerriero (1893-1981), narratore e giornalista molto celebre, con lo pseudonimo di Ricciardetto, scriveva sul settimanale "Epoca", in cui teneva pure una fitta e interessante corrispondenza con i lettori. 
Ebbene una lettrice, nel settembre 1970, gli scrisse invitandolo a non trattare di religione perché i suoi articoli critici «hanno contribuito - diceva - a scuotere la religiosità di un ragazzo che sta perdendo la fede» e forse anche di altri lettori sprovveduti. 

   L’onesto giornalista rispose, confessando tra l’altro: «Ha ragione. E tante volte ho fatto voto di non scrivere più di religione proprio per le considerazioni, che fa lei. Ma, poi, ci ricado, purtroppo; ma per una ragione molto profonda. Veda, gentile signora, la mancanza di fede non è come la mancanza di un qualsiasi altro bene morale o materiale. Per me è un dramma. Sa che a volte, se ci penso, mi commuovo? Sì, proprio così, mi commuovo, e piango su me stesso e sulla mia miseria» (1). 
Augusto Guerriero, Ricciardetto, pubblicò poi un volume intitolato Quaesivi et non inveni: Ho cercato e non ho trovato... Dio (2). Non sappiamo se sia morto senza aver risolto un tale "dramma". 

Resta tuttavia la sua confessione, che penso potrebbe fare chiunque si professi ateo: l’ateismo nella vita di un uomo non può non essere che un dramma, che può culminare in una tragedia se vissuto nella sua logica esistenziale. Jacques Maritain (1882-1973), grande filosofo francese, nel 1906 passò dall’ateismo alla fede cattolica. Una tale esperienza lo spinse a scrivere in un suo celebre libro, intitolato Umanesimo integrale, quanto segue: 
«L’ateismo, se potesse esser vissuto sino alla radice del volere, disorganizzerebbe, ucciderebbe metafisicamente la volontà; e ogni esperienza assoluta dell’ateismo, non per accidente ma per effetto strettamente necessario, inscritto nella natura delle cose, se è coscientemente e rigorosamente condotta, provoca alla fine la dissoluzione psichica. Potrebbe citarsi, come testimonianza, la tragica esperienza di Nietzsche; si potrebbe anche invocare la grande intuizione di Dostoievskij realizzata nel personaggio Kirilloff
Kirilloff incarna proprio, agli occhi di Dostoievskij, lo sforzo dell’uomo per vivere l'ateismo nelle sue radici metafisiche, nelle sue più profonde radici ontologiche. 
Ricordiamo, nel romanzo intitolato I demoni, il dialogo di Kirilloff con Pietro Stepanovicth, qualche minuto prima di suicidarsi. 

«Se Dio esiste - dice Kirilloff - tutto dipende da lui e io non posso niente al di fuori della sua volontà. Se non esiste tutto dipende da me e io sono tenuto ad affermare la mia indipendenza. Ho cercato durante tre anni l’attributo della mia divinità e l’ho trovato. L’attributo della mia divinità è l’indipendenza, è tutto ciò mediante cui posso mostrare al più alto grado la mia insubordinazione, la mia nuova e terribile libertà, giacché essa è terribile. Mi ammazzerò per affermare la mia insubordinazione, la mia nuova e terribile libertà»Senza aver letto San Tommaso d’Aquino, Dostoievskij sapeva bene che il più profondo attributo metafisico della divinità è l’aseità. Ed è questo attributo che Kirilloff, perché esistenzialmente ateo, deve manifestare in se stesso: sottomettendo la propria esistenza alla sua indipendenza assoluta»(2). 

SE UN ATEO AMA PUÒ ARRIVARE SINO ALLE RADICI DEL MISTERO 

Jan Paul Sartre (1905-1980), filosofo francese caposcuola dell’esistenzialismo, uomo politico attivissimo, premio Nobel per la letteratura, religiosamente ritenuto ateo, si vide costretto a scrivere: «Dio è morto, ma l’uomo non è diventato ateo. Questo silenzio del trascendente, congiunto alla permanenza del bisogno religioso presso l’uomo moderno, ecco il grande problema di ieri e di oggi. Tutto tace e tutto in me esige Dio» (3). Storicamente e secondo l’esperienza di non pochi uomini di pensiero, un tale problema può avere una soluzione: ci vuole onestà e sincerità anzitutto con se stessi. 
Un esempio. 
Pieter Van Der Meer fu letterato e uomo politico olandese dello scorso secolo. Passò dall’ateismo e dalla militanza politica marxista alla fede cattolica. In un suo libro, tradotto in italiano col titolo La verità vi farà liberi, sintetizzò così il suo travaglio di ateo inquieto e sincero: «Son passato, lottando, attraverso tutte le forme di ateismo. Ma c'è un ateismo positivo e un ateismo negativo che è stupido, ad uso esclusivo dei “ruminanti”. L’ateismo positivo è una ricerca torturante della risposta al perché della vita, dell’evoluzione senza fine di miliardi di soli e di stelle, della sofferenza degli uomini, dell’arte e della bellezza: è la nostalgia della Risposta assoluta. E se non si persiste appassionatamente in questa ricerca per una risposta positiva, l’ateismo diviene un passatempo, un atteggiamento snob e una letteratura pseudo-tragica. Tutte queste fasi le ho sperimentate nel mio corpo e nella mia intelligenza. Perciò quando sento parlare un ateo, non mi fido affatto di lui. Un atteggiamento di esistenza tragica fatto di incredulità sembra avere maggior grandezza umana della fede. Ma è un errore. Se l’ateismo non è una fase transitoria, ma un atteggiamento definitivo, è una casa vuota in cui ci si stabilisce, e allora diventa puramente negativo. Il vero ateismo sbocca nell’umano con tutto il tragico e la meravigliosa felicità dell’amore. In realtà, l’ateismo dovrebbe mancare d’amore. E se un ateo ama, allora continua a cercare fino alle radici del mistero» (4). 

Avevano ragione i filosofi d’un tempo di definire l’uomo animal religiosum: un animale religioso. Cioè a dire, la religiosità è naturalmente insita nella natura dell’essere umano. L’apertura verso il mistero e la relativa ammissione di Qualcuno che la riempia sono elementi essenziali perché l’uomo possa dirsi uomo; che questo mondo debba pur avere un senso è un postulato della logica più elementare, anche se resta impossibile capire tutto. Nella Bibbia è detto che solo lo stolto può avere la presunzione di affermare che Dio non c’è. E stolto è chi non sa usare o non vuole usare lo strumento ragione mettendo a base il principio di causalità sufficiente, senza del quale è impossibile qualsiasi ragionamento. 

UNA RELIGIONE... ATEA? 

Albert Einstein, uno tra i più grandi scienziati dello scorso secolo, scrisse: «Difficilmente troverete uno spirito profondo nell’indagine scientifica senza una caratteristica religiosità. Il sapiente, infatti, è compenetrato dal senso della causalità per tutto ciò che avviene. La sua religiosità consiste nell’ammirazione estasiata delle leggi della natura; gli si rivela una mente così superiore che tutta l’intelligenza messa dagli uomini nei loro pensieri non è al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo. Questo sentimento è il leit-motiv della vita e degli sforzi dello scienziato nella misura in cui può affrancarsi dei suoi egoistici desideri» (5). 

La religiosità è così radicata nell’uomo, da esserci chi ipotizza che non sia neppure necessario credere in Dio. Tra questi lo scrittore, molto conosciuto in Italia e fuori, Leonardo Sciascia; il quale in un libro intervista affermava: «Non occorre nemmeno essere certi dell’esistenza di Dio per essere religiosi o credere nell’immortalità dell’anima: basta soltanto essere certi che la nostra esistenza, questo nostro mondo, deve avere un qualche senso, un qualche significato... Per parte mia, credo che la 3 nostra epoca celi una ricerca disperata, ancorché spesso sotterranea, di Dio, sete di misticismo, bisogno di quell’assoluto che Dio solo può dare» (6). Leonardo Sciascia però non si pose la domanda, che era la conseguenza logica della sua affermazione, e sarebbe stata la seguente: Se necessariamente “questo mondo deve avere un senso, un significato", se lo è dato da sé o gli è stato dato da Qualcun’altro? Speriamo che, almeno prima di morire, se la sia posta e se ne sia data la “logica” risposta. 

Più radicale di Sciascia, anzi più logico di lui, c’era stato già qualcuno: Paul-Louis Couchoud (1879-1959), storico francese delle religioni ma scettico. In un’opera intitolata Le dieu Jésus (Parigi 1951), aveva avuto la presunzione di dimostrare che Gesù non era esistito; e che la sua religione sarebbe una derivazione della letteratura apocalittica giudaica. 
Nell’anno accademico 1926-27 all’Ecole des Hautes Etudes Sociales, a Parigi, «si tenne una serie di conferenze dal titolo generale: La renaissance religeuse. Vi parlò anch’egli su un tema a lui congeniale: Adieu au Christianisme, Addio al Cristianesimo, che poi si rivelò un "addio a Dio stesso”, poiché egli professava di navigare come l’umanità verso l’ateismo; ma soggiungeva subito: non addio alla religione, no, questa resterà, trasformandosi in una religione atea. 
Perché, ci chiediamo questo desiderio persistente di avere una religione qualunque, sia pure atea? Perché voler salvare un nome ad ogni costo, anche mettendosi in contraddizione con tutti i dizionari e con la storia? Perché tutti (atei compresi) sanno che avere la sensibilità religiosa è una garanzia di quelle capacità spirituali, senza delle quali nessuno ha il diritto, e non deve avere neppure il coraggio di essere ricevuto nel consorzio umano» (7). 

RADICI PSICOLOGICA E METAFISICA DEL SENTIMENTO RELIGIOSO 

A questo punto non possiamo non affermare che il prepotente permanere, perfino nello scettico, del sentimento religioso al punto di sfociare addirittura in una religione "atea", o alla Leonardo Sciascia o alla Paul-Louis Couchoud, indica chiaramente la sua universalità e la sua radice psicologica e metafisica nell’uomo, in ogni uomo. 

Radice psicologica. Secondo San Tommaso d’Aquino l’uomo tende alla religiosità, e quindi alla religione, a causa dei difetti e dei limiti che avverte in se stesso: non esiste l’uomo che non li avverta, eccetto che non sia un pazzo. Ogni uomo che riflette, infatti, non può non trovarsi in deficit in tutte le partite, sia in quella fisica che etica. La coscienza e la conoscenza di questo deficit lo sprona immancabilmente alla ricerca di Qualcuno o di un Qualcosa con cui stabilire un rapporto che lenisca il suo dramma esistenziale: questa esigenza psicologica la si chiama sentimento religioso; che può sfociare nella religione, dal latino religare (legare), legare insieme l’uomo a Qualcuno o a Qualcosa a lui superiore al fine di stabilire quei rapporti nei quali consiste appunto la religione. 
«In questo laborioso travaglio psicologico possiamo distinguere due momenti: quello negativo, della pura insoddisfazione; e quello positivo, della ricerca di ciò che può colmare il vuoto che ci affligge; il momento del disagio umano e quello dell’aspirazione al divino. 
Nel primo l’uomo guarda se stesso, nel secondo scruta il cielo; nel primo è pessimista, nel secondo è ottimista; nel primo teme, nel secondo spera e ama; nel primo si sente cadere nel nulla, nel secondo si avvinghia con tutte le forze alla mano misteriosa che lo salva» (8). 

Radice metafisica. La radice psicologica rimanda a quella metafisica, ossia postula un rapporto con Qualcuno che è al di là e al di sopra dell’uomo: insomma, «il nulla della creatura - diciamo noi credenti - si scopre di fronte al Creatore. Tutti i nostri difetti sono radicati in questo difetto metafisico, che è il nostro nulla originario; e il sentimento religioso, visto in queste profondità, può essere chiamato il sentimento della creatura, cioè il sentimento del nulla dal quale Dio ci ha tratti e nel quale siamo sempre in atto di cadere; dal quale però continuamente ci salva l’onnipotenza divina. La base metafisica della religione è dunque in quel fiat potente, che Dio pronunciò - e pronuncia - nel silenzio dell’eternità e nel frastuono dei secoli chiamando all’essere le cose che non sono; e il sentimento religioso è l’eco di quel fiat; eco vivente e affettuosa, ripercossa nel cuore di ogni essere intelligente» (9). 

LA POESIA DI OGGI: UN RIMPIANTO DI UNA RELIGIONE PERDUTA 

Purtroppo non tutti dal sentimento religioso passano alla religione, anche se vivono in un contesto cristiano e cattolico, e addirittura ispirano le loro opere alla religione. Un esempio: Goffredo Petrassi, che fu tra i maggiori compositori di musica del ‘900, sovrintendente de La Fenice di Venezia e direttore artistico dell’Accademia filarmonica romana. 

Riproduciamo un tratto di una intervista pubblicata su La Stampa di Torino del 14.7.1984: - Maestro, lei ha scritto il Magnificat, ha musicato i Salmi. La fede, che ruolo ha nella sua vita? - Non potrei dire di essere un uomo di fede al cento per cento. In tutta la mia vita ho avuto dei dubbi. Per questo non parlo mai di fede, ma di religiosità. - Ma questa religiosità ha ancora spazio nella vita e nell’arte? - Io penso di sì. La religiosità sarà sempre una tendenza dell’uomo. L’uomo capace di pensiero desidererà sempre vedere oltre se stesso, oltre la natura, oltre la realtà delle cose. In questo senso sono religioso. Penso alla divinità, malgrado i miei dubbi in proposito. 

Mario Soldati (1906-1999), scrittore, giornalista e regista di cinema scriveva sul Corriere della Sera del 10.1.1982: «Tutto il guaio del mondo, oggi, è proprio questo: tutto il mondo soffre di avere perduto la religione. E quasi tutta la poesia di oggi non è, in un modo o in un altro, che il rimpianto di una religione perduta. Montale, per esempio: la sua ispirazione continua non è che il dolore di una mancanza, l’orrore di un vuoto. Leopardi non aveva mai perdonato a Gesù di non esistere. Ma Leopardi non soltanto era rimasto religioso: era diventato più religioso ancora, l’aveva trasformato in un immenso, disperato amore per la bellezza dell’Universo e per la vita intera». 
Per certuni, purtroppo, quel che si suol chiamare sentimento religioso può essere (magari incoscientemente) una moda per liberarsi dal giogo del Credo e da quello, anche più incomodo, del Decalogo. 

C’È ANCHE UN SURROGATO... DI DIO 

Il semplice sentimento religioso può portare, per pigrizia mentale nella ricerca della verità, a sostituire a Dio dei surrogati, che sembrano dare un senso alla vita, ma sono una illusione. Vittorio Mathieu, docente di filosofia morale all’Università di Torino asserisce: «L’ateismo, sul piano strettamente filosofico - come è stato sostenuto - è probabile che non esista, non sia praticabile. È indubbio, però, che ci sono persone che dicono (e forse in buona fede ne sono convinte) di essere atee. Ma in realtà rinunciano a riconoscere Dio per trasferire le caratteristiche sull’universo, sulla natura, sul caso, sulla legge, sullo Stato, sull’uomo» (10); non solo, ma anche sul Partito, l’ideologia, il Sesso, ecc. 
Qualche esempio. La Classe Operaia, ossia il Partito, al posto di Dio. Secondo Marx, infatti, la vera realtà è il Proletariato, la Classe operaia, che si identifica con il Partito comunista, che è il depositario e il custode della verità: nella coscienza del comunista, perciò, il Partito prende il posto di Dio; e si regola perciò secondo i suoi ordini e i suoi interessi; e così moralità è uguale a fare l’interesse del Partito, senza discutere né possibilità di critica. 
A tale proposito è illuminante la testimonianza di Ignazio Silone (1900-1978). 

Ignazio Silone fu celebre scrittore di romanzi e di drammi. Come uomo politico fu tra i fondatori del Partito Comunista Italiano nel 1921, che rappresentò a Mosca nel Komintern con Togliatti. Esule in Svizzera, pur rischiando la vita per mano dei compagni comunisti, nel 1931 abbandonò il partito, spiegandone le motivazioni etiche in un suo libro intitolato: Uscita di sicurezza, del quale citiamo solo un’affermazione che spiega tutto: 

«Il Partito comunista, per i suoi militanti, non è solo, né principalmente, un organismo politico, ma scuola chiesa caserma famiglia: è un’istituzione totalitaria nel senso più completo e genuino della parola, e impegna interamente chi vi si sottomette. È un regime di umanità coatta e implica una buona dose di menzogne, di doppiezza, d’insincerità. Il comunista sincero, pertanto, il quale conservi per miracolo il nativo spirito critico, e persista ad applicarlo ai fatti del Partito, si espone alle penose e contraddittorie traversie del nonconformista, e prima di consumare la definitiva sottomissione o l’abiura liberatrice deve soffrire ogni specie di triboli» (11).

 All’opposto di Silone troviamo Giancarlo Pajetta (1911-1990), che fu partigiano comunista, deputato alla Costituente e al Parlamento, direttore dell’Unità. 
Quando Kruscev rivelò i terrificanti crimini di Stalin, fu intervistato da un giornalista (1.12.1961). Alla domanda: “Lei, Pajetta, riconosce che la verità deve venire prima della rivoluzione?”, rispose da perfetto comunista: “Tra la verità e la rivoluzione, io scelgo la rivoluzione”. 

LA SESSUALITÀ SENZA PRINCIPI MORALI UCCIDE DIO 

Il Sesso al posto di Dio. Il sesso vissuto come fine a se stesso induce a vivere come se Dio non ci fosse; e, quindi, Dio non interessa. Albert Camus (1913-1960), premio Nobel per la letteratura, fu lo scrittore francese le cui opere hanno per tema centrale l’assurdità del vivere

Eppure, nei sui Taccuini pubblicati postumi, fa una osservazione che fa pensare: 
«C’è un momento - egli scrisse - in cui la sessualità sembra una vittoria, quando si libera degli imperativi morali. Ma presto diventa una disfatta, e la sola vittoria è quella che si consegue su di essa: la castità. La sessualità sfrenata conduce a una filosofia della non significazione del mondo. La castità invece restituisce un  significato al mondo» (12). 
La sessualità, senza limiti né razionali né morali, è come un sonnifero, una droga, che rende ottusa la ragione. La forza dell’istinto prende il dominio sulla persona e la rende schiava; l’animale, che nonostante tutto, dorme in fondo alla coscienza dell’uomo si sveglia e non serve la ragione (secondo la logica della creazione), ma si fa servire da essa per inventare sempre più forti esperienze del piacere sessuale: a questo punto Dio non solo non interessa, ma lo si dimentica perché Dio è... un rischio per i propri comodi animaleschi. 
L’influsso spaventoso del disordine sessuale nella perdita della fede o nella sua negazione è una constatazione dolorosa che è davanti agli occhi di tutti: la carne uccide lo spirito. 

François Coppée (1842-1908) era poeta e drammaturgo francese. Nella prefazione a un suo libro, tradotto in italiano col titolo Saper soffrire, confessa: «Ciò che mi staccò dalla fede furono, lo dico schiettamente, le crisi dell’adolescenza e la vergogna di dovermi confessare di certe cose. Molti uomini converranno con me, se sono sinceri, che le regola imposta dalla Religione ai sensi li mosse ad allontanarsi da essa: e più tardi, solo più tardi, domandarono alla ragione e alla scienza gli argomenti che permettessero loro di non darsene pensiero» (13). 

Georges Bernanos (1888-1948) è il famoso scrittore francese il cui capolavoro è il romanzo: Diario di un curato di campagna. In una sua splendida pagina si legge: 
«La castità non ci è prescritta come un castigo, è invece una delle condizioni misteriose ma evidenti - l’esperienza lo attesta - di quella conoscenza soprannaturale di se stessi, di se stessi in Dio, che si chiama fede. L’impurità non distrugge questa conoscenza ma ne annulla il bisogno. Non si crede più, perché non si desidera più credere. Non desiderate più conoscervi. Questa verità profonda non vi interessa più. Questa verità profonda, la vostra, non vi interessa più. E avrete un bel dirvi che i dogmi, i quali ieri ottenevano la vostra adesione, sono sempre presenti al vostro pensiero e che soltanto la ragione li respinge; ciò non conta! Non si possiede veramente che ciò che si desidera; giacché per l’uomo non c’è possesso reale, assoluto. Non vi desiderate più. Non desiderate più la vostra gioia. Non potevate amarvi che in Dio, non vi amerete più. E non vi amerete più, né in questo mondo né nell’altro, eternamente» (14). 

DIO MIO, PERCHÉ NON ESISTI? 

«Dio mio, perché non esisti?/Dove rimani?/Vieni, finalmente, vieni!/Qui è tanto difficile senza di te!». Ho trascritto il grido di un grande scettico, scrittore e filosofo: Aleksandr Zinovev. Egli, nato nel 1922 a Mosca, fu, quando ancora c’era l’Unione Sovietica, un dissidente; e, quindi, perseguitato per i suoi scritti di satira e di critica al regime. 

Nel suo romanzo Cime abissali, pubblicato in russo a Losanna nel 1976 con grande successo internazionale, si legge quella che qualche critico chiamato la Preghiera dell’uomo ateo, che inizia appunto con i versi sopra riportati. Nel contesto della situazione tragica del feroce regime comunista egli, pur essendo agnostico convinto, non si arrende all’assenza di Dio, ma ne invoca accoratamente l’esistenza, anzi la esige. 
   Ma ecco i suoi versi: 
«L’han provato i ciclotroni nei laboratori/lo dàn per sicuro negli auditori:/di cromosomi ed elettroni è pieno il mondo,/non c’è proprio posto per te, o Dio./Ma che m’importa?/ Sopravvivenze e frode del pretume./Eppure ti scongiuro, Dio mio:/sii per me almeno qualcosa!/ Quanto vuoi debole e miserello,/non tutto misericordie e onnisciente,/non tutto amoroso e previdente,/sii pur sordastro e tardo nel reagire./ Signore, mi basta ben poco,/una piccolezza, non me la negare:/per amor di Dio, sii onniveggente!/ Per favore, ti scongiuro, vedi!/Vedi soltanto, semplicemente vedi;/vedi continuamente, a tutt’occhi vedi/quanto nel mondo si fa pro o contro./D’una sola cosa ti devi occupare:/ vedi ciò che faccio io - che fanno gli altri./Sono disposto a farti sconto:/se ti è difficile vedere proprio tutto,/vedi almeno di tutto un centesimo,/sii almeno per questo, Signore!/A viver senza uno che veda/più non ce la faccio. Perciò/grido a squarciagola: Padre!!!/Io non prego, io esigo: sii!/ Sussurro e urlo a perdifiato:/Sii, Padre, sii!/No, non pretendo, ti scongiuro:/ Sii!!!» (15). 

GERLANDO LENTINI 

NOTE 1) Epoca, 20.9.1970, n. 1043; 2) J. Maritain, Umanesimo integrale, ed. Borra, Bologna 1962, pp. 109- 110; 3) Cit. da G. Bevilacqua, in Equivoci: mondo moderno e Cristo, ed. Morcelliana 1953, p. 89 - 4) P. Van Der Meer, La verità vi farà liberi, Ed Apollinee 1973, pp. 67-68; 5) A. Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton Editori, Roma 1975, pp. 23-24; 6) L. Sciascia, La Sicilia come metafora, ed. Mondadori, Milano 1979, p. 64; 7) G. Granire, in Il Simbolo, Ed. Pro civitate cristiana, Assisi 1953, p.22; 8) ivi, p. 23; 9) ivi, p. 23; 10) V. Mathieu in V. Messori, Inchiesta sul Cristianesimo, ed. Mondatori, Torino 1987, p. 345; 11) I. Silone, Uscita di sicurezza, Longanesi ed., Milano 1976, pp. 108-109; 12) A. Camus, Taccuini 1942-1951, ed. Bompiani; 13) F. Coppée, Saper soffrire, ed. S.A.S. Roma 1944, introduzione; 14) G. Bernanos, Diario di un curato di campagna, Mondadori 1965, pp. 126-127; 15) A. Zinovev, Cime abissali, Losanna 1976, ed. L’Age d’Omme; trad. it. e cit. in Russia Cristiana 1977, n. 3.

venerdì 1 maggio 2015

La mela!

venerdì 1 maggio 2015

Un «Terzo paradiso» per EXPO: la mela reintegrata

Milano - Nutrire il Pianeta, energia per la vita. Ecco, la tavola planetaria è apparecchiata. Dopo 109 anni, quando in eredità lasciò il parco Sempione e il meraviglioso Acquario civico, oggi l'Expo ritorna a Milano. Orgogliosa che l'evento sia toccato all'Italia, vorrei che ne scaturissero molti messaggi, frutto dell'italico genio. E, se oggi sembrano sommersi, speriamo che qualcuno riesca ad emergere. Nel frattempo, registro un po' di cronaca.
A proposito dell'accento sul cibo, annessi e connessi, avevamo già commentato unevento ecclesialeExpo: le religioni si interrogano sul menù della felicità”; il che costituisce l'ennesima riprova dell'ormai smascherata insistenza nel costringere le confessioni religiose negli angusti e innaturali spazi di un “minimo comun denominatore”, che non è altro che quello invocato dalla Massoneria a garanzia di un ordine politico nel quale la religione non deve avere alcuna influenza pratica. Ed è con questo che si vorrebbero vincere le schiavitù e la povertà. Ma chi ricorda più al mondo che la vera schiavitù è quella del peccato e che solo Cristo Signore è colui che salva ed è solo da questo e non dalle volontà umane che tutte le schiavitù possono essere eliminate? E che solo a partire da questa salvezza possono essere rimosse le cause di ogni ingiustizia e di ogni povertà non soltanto materiale? E la felicità cos'è: un diritto o un anelito?
Dunque l'EXPO è decollata. In piazza un'enorme mela verde alta otto metri, interamente ricoperto da zolle di vera erba e il segno di un gigantesco morso ricucito con grossi punti di acciaio. È «Il Terzo Paradiso. La mela reintegrata», dono per Expo del maestro dell'Arte povera Michelangelo Pistoletto.

Leggo su Fb: «L'apoteosi dell' apostasia a livello ormai cosmico /ambientale. L'ideologia del “ci salviamo da soli” e le campane del Duomo suonano a festa. Ecco... signori... a Gerusalemme entra il Re/Uomo» (Manuela).
La cifra investita dalla Chiesa nell'esposizione (3 milioni di euro) supera quella stanziata per iniziative di solidarietà, da Ebola all'alluvione di Genova, ai cristiani perseguitati in Iraq ed è stata equamente divisa tra il Pontificio Consiglio della Cultura, presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi, la Conferenza episcopale italiana e l’arcidiocesi di Milano. L'Osservatore romano rimarca che l'edificio sarà “solo” di 360 metri quadri. I media sottolineano che “fonti vicine a B. raccontano la sua irritazione”. Strano che questa venga fuori a posteriori mentre è difficile ipotizzare che si muova foglia che B. non voglia. E il card Ravasi dichiara: “Abbiamo sempre partecipato”... Del resto avremo presto una enciclica sull'ecologia che, visti gli autori, prevedibilmente non supererà una risoluzione ONU.

lunedì 27 aprile 2015

Pace amore fratellanza


C’era una volta…

 
C’era una volta un mondo felice, dove tutti volevan la pace e condannavano la guerra, facevan l’amore ed eran fra loro fratelli, cantavan canzoni al suon della chitarra per costruire ponti da un continente all’altro… Una volta fermato il conflitto del Vietnam, finita la crisi energetica e passati gli anni di piombo, una nuova èra paradisiaca sembrava ormai sul punto d’instaurarsi. Quei cattivoni  del far west da una parte e deigulag dall’altra, certo, continuavano a farsi la guerra fredda, ma chi avrebbe mai creduto che, un giorno, sarebbe pur caduta la ferrea cortina che spaccava il Vecchio Continente in due fortezze fieramente opposte? A questo punto il vento della libertà soffiò ormai incontrastato; gli uomini dei due mondi, non più trattenuti da muri, poterono scambiarsi entusiasti i doni delle rispettive ricchezze – il materialismo teorico e pratico – con i loro specifici effetti, i quali, sommandosi, avrebbero prodotto un meraviglioso risultato: un assoluto disprezzo per la verità, la giustizia, la legge, l’onestà e la vita stessa.
 
Nel frattempo, la bella addormentata nel bosco dei suoi documenti, convegni, programmi, discorsi e istruzioni per l’uso celebrava trionfalmente la propria trasformazione da crisalide in… lepidottero orribile e sgraziato, elaborando a mo’ di giustificazione una nuova teoria del sublime convertito in laida, banale e offensiva celluloide. Scaricata nella spazzatura la ricchissima eredità del passato come fosse ingombrante ciarpame, libera da qualsiasi zavorra corse incontro al nuovo mondo che nasceva, agile e leggera come un’innamorata. Per mirabile prodigio, non s’era accorta che non era ancor giunto alcun principe a svegliarla; così non vedeva né sentiva quanto il nuovo mondo, tanto amato, tramava a suo danno – e a quello dell’umanità intera. Ma no, non c’era nulla da temere: come per incanto, eravamo diventati tutti buoni; bastava avere le idee giuste. Che importa che, nelle cosiddette comuni, i bambini fossero costretti ad assistere all’accoppiamento selvaggio e promiscuo di uomini e donne, fra cui il papà e la mamma (sempre che sapessero chi erano)? In fin dei conti, un fondo di bene c’è in tutti, compreso chi si batte per divorzio, aborto, contraccezione, fecondazione artificiale, manipolazioni genetiche, eutanasia e quant’altro… Così i fautori radicali di questa barbarie bestiale, zitti zitti, occuparono a poco a poco i posti-chiave della società civile e dei poteri mediatici; venuti oggi allo scoperto, impongono ormai apertamente, anche agli infanti dell’asilo, masturbazione e pratiche omosessuali.
 
In simile temperie socio-culturale, non ricordo che qualcuno – nemmeno al catechismo – m’abbia fatto imparare a memoria (che parolaccia!) i Dieci Comandamenti… tant’è vero che, adolescente, li confondevo ancora. Eppure la Bibbia era stata la base di tutto: catechesi, predicazione, preghiera… tutto era biblico. Il gruppo-giovani della parrocchia meditava ogni settimana il santo Vangelo, sul quale ognuno metteva a parte gli altri dei propri elevati pensieri, compresi i quotidiani diverbi col babbo o con la mamma… Poi ci si sposò, si divorziò, ci si riaccoppiò… come da manuale. È impressionante come certe storie di ferventi cattolici assomiglino a quelle di gente che a Messa c’è stata, l’ultima volta, il giorno della prima comunione – a parte la farsa degli sponsali che, un po’ per le foto, un po’ per la suocera, veniva meglio in chiesa. Che qualcosa sia andato storto?… non dico nel privato, ma in tutto l’insieme. Eppure sembrava che fosse solo questione di comprendere e accettare determinate idee (tanto che, sempre nell’adolescenza, i Sacramenti mi sembravano, stando così le cose, un sovrappiù abbastanza superfluo); il tutto della salvezza e delle promesse divine, del resto, era qui sulla terra e consisteva nel nostro stare insieme – talvolta un tantino conflittuale, ma contenente pur sempre la pienezza assoluta del bene supremo.
 
Ma questo è disfattismo, qualunquismo, menefreghismo! È per partito preso che non vuoi vedere i magnifici frutti del rinnovamento post-conciliare… O è per ordine di scuderia – se è permesso replicare – che non si possono ammettere i suoi catastrofici risultati? La conoscenza del vero Dio, necessaria per vivere in modo a lui gradito e accogliere con frutto la grazia che salva, si è dileguata per fare spazio a un attivismo convulso e scomposto con il quale non di rado lo si offende o si dà scandalo, come se non bastassero i peccati mortali pacificamente ammessi o tollerati… Giusto per fare un esempio, uno studente che aveva passato in parrocchia infanzia, adolescenza e giovinezza, dirigendo il servizio dell’altare e facendo catechismo ai bambini, poté tranquillamente provare la vita a due, prima di sposarsi: visto che si volevan tanto bene, avrebbero fatto ancora in tempo a lasciarsi, se non avesse funzionato. Il suo fidato mentore (poi diventato direttore spirituale niente meno che nel seminario del Papa, che lo ha scelto di recente come vescovo ausiliare), interpellato sul fatto, risponderà candidamente: «E vabbè, tanto mo’ se sposano»…
 
Che potranno insegnare ai giovani i sacerdoti da lui “formati”? Tutt’al più i rudimenti di quel nebuloso nuovo umanesimo nel quale la retta fede e lo stato di grazia sono perfettamente irrilevanti: basta praticare un volontariato di cui anche gli atei sono capaci, dato che non esige alcun esercizio delle virtù teologali infuse nei battezzati, ma unicamente quello delle forze naturali, guidato oltretutto non dalla Parola divina, ma dalle idee umane del momento; così andiamo tutti d’amore e d’accordo, credenti o meno. Non c’è che dire: come antidoto contro il nichilismo imperante (grazie al quale un pilota depresso non ha scrupolo alcuno a schiantarsi con l’aereo e con tutti i passeggeri a bordo), questo ritrovato sarà certamente risolutivo. L’importante è sbracciarsi per fornire vitto e alloggio gratuiti a chiunque sbarchi sul nostro suolo, compresi i maomettani che buttano a mare i compagni di traversata di fede cristiana (oggi ospiti delle patrie galere a spese di chi lavora per non arrivare neanche a fine mese, domani liberi di scorrazzare indisturbati dovunque)… e se non concordi, ti bollano come razzista xenofobo.
 
Questa non è una favola, ahimé, è tutta storia vera, esperienza di vita di chi scrive e di chi legge. Se l’idiozia e l’indecenza dilagano entro il sacro recinto, figuriamoci fuori… A che pro strapparsi le vesti, a questo punto, per bullismo, pedofilia, violenza sulle donne, stragi stradali, criminalità organizzata, disastri ambientali, cataclismi naturali, sfruttamento selvaggio delle risorse e dei popoli, con le guerre, le guerriglie e il terrorismo che ne sono corollario? Poste certe premesse – e tolta ogni barriera – ci si poteva aspettare qualcosa di meglio?… Ma che c’entra? Chi convive, si sposa, si separa, si risposa, si rilascia… non fa del male a nessuno (a parte i figli). Il fatto è che, come qualunque ingegnere sa bene, se si tocca anche un solo pilastro si mette in pericolo la stabilità di tutto un edificio, il quale potrebbe anche polverizzarsi nel giro di pochi secondi con tutti gli abitanti che custodisce, come accadde a Roma una notte di dicembre del 1998. Dato che mancava poco a Natale, il giorno dopo capitai, senza saperlo, a casa di un’ammalata il cui figlio era rimasto sotto. Non ricordo cosa riuscii a dirle con la mia “formazione” del seminario…
 
Con buona pace dei “preti di strada” e affini, la legalità non basterà mai a correggere l’uomo e a salvare il mondo. A parte i legittimi dubbi circa i contenuti di detta legalità, sollevati dal fatto che le legislazioni civili permettono crimini orrendi come l’aborto e la selezione genetica, mi sembra che si dovrebbe piuttosto ricominciare a parlare di moralità. Che dire poi del fatto che l’esponenziale moltiplicarsi di leggi e regolamenti è inversamente proporzionale alla loro efficacia, vista pure l’inefficienza della giustizia? Al massimo è un tentativo di nascondere la marea di corruzione che ha travolto la società e lo Stato: corruptissima republica, plurimae leges, come già asseverato da Tacito. Chi non conosce né osserva la legge divina, per qual motivo dovrebbe sentirsi obbligato a rispettare le leggi umane? Non si farebbe prima, allora, ad andare alla radice dei comportamenti illeciti, cioè alla responsabilità morale dell’individuo? Ma chi è, oggi, in grado di educare a tale responsabilità? I preti del vabbè?… o non piuttosto quelli attualmente torchiati dalla stessa gerarchia a causa della loro fedeltà alla dottrina cattolica e alla vera liturgia della Chiesa? In ogni caso, degli uomini di Dio che non credano alle favole, ma a Lui.