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giovedì 7 maggio 2015

SOLITUDINE


+ G.M.G.

Solitudine, i miei momenti preferiti.
Solitudine, ma sempre con Te, o Gesù e Signore.
Accanto al Tuo Cuore il tempo mi passa piacevolmente
E la mia anima trova il suo riposo.
Quando il cuore è colmo di Tè e pieno d'amore,
E l'anima arde d'un fuoco puro,
Anche nel massimo abbandono non sente la solitudine,
Poiché riposa nel Tuo grembo.
O solitudine, momenti della più intensa compagnia,
Benché abbandonata da tutte le creature,
M'immergo tutta nell'oceano della Tua Divinità,
E Tu ascolti dolcemente le mie confidenze.

venerdì 25 ottobre 2013

La solitudine



I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: La solitudine


Data: Domenica, 12 ottobre @ 16:34:35 CEST
Argomento: Vita cattolica: Matrimonio, laicato...


 1. I Santi e i grandi uomini praticarono la solitudine. 
2. Eccellenza e vantaggi della solitudine. 
 3. Motivi di cercare e amare la solitudine. 
 4. Come bisogna diportarsi nella solitudine. 





1. I SANTI E I GRANDI UOMINI PRATICARONO LA SOLITUDINE.

Davide fuggiva, ancor ragazzo, la città e la moltitudine, dice S. Giovanni Crisostomo; abitava i deserti e non teneva commercio col secolo; non occupandosi né di negozi, né di compre, né di vendite, viveva silenzioso nella solitudine, e là, come in tranquillo porto, riposando in pace nel suo isolamento, guardava il gregge; meditava il regno dei cieli abbatteva e ammazzava gli orsi e i leoni che si gettavano su le sue pecore; li atterrava non tanto con, la forza delle sue braccia, quanto col vigore della sua fede, che attingeva nella solitudine (Homil. ad pop.). Di Giuditta narra la Sacra Scrittura, che si era scelto nel piano superiore della sua casa un piccolo e segreto appartamento, dove se ne stava ritirata con le sue ancelle (IUDITH. VIII, 5). 

 La Chiesa canta in onore di S. Giovanni Battista, ch'egli ancora tenero fanciullo, era andato a nascondersi negli antri del deserto, fuggendo le turbe dei cittadini, per non imbrattare della menoma macchia, nemmeno solo di parola, la sua vita (Hym. in fest. S. Ioann. B.). S. Giovanni si ritirò nella solitudine per imitare, ad esempio di Mosè e di Elia, lo spirito e la virtù di Gesù Cristo; cioè per quel suo allontanamento dal mondo e dai vizi del mondo, acquistò la perfezione della santità e si rese degno di essere in seguito creduto allorché mostrò Gesù Cristo. Perciò i Padri chiamano Giovanni Battista il capo, il modello, il duce dei monaci e degli eremiti. Egli abita la solitudine, anche per mostrare i pericoli del secolo e la sua corruzione, e per provare alle età future che il deserto, nido di belve feroci e di rettili velenosi, è meno pericoloso che il tumulto del mondo. 

Quanti milioni di uomini e di donne di ogni età, di ogni stato, si appartarono nella solitudine per lavorare alla loro santificazione! Leggete la vita dei Santi, e specialmente quella dei Padri del deserto... Le persone pie e contemplative hanno sempre desiderato, amato, cercato la solitudine.

I più grandi fra i Santi, dice l'Autore dell'Imitazione di Gesù Cristo, hanno sempre evitato quanto potevano il commercio con gli uomini, e scelto la solitudine per vivere di Dio e per Iddio (Lib. I, c. XX, n. 1). I grandi uomini hanno in ogni tempo guardato la solitudine come un soggiorno di vere ricchezze, di felicità, di delizie, di pace, di sicurezza, di virtù, di perfezione, come un luogo sicuro dai pericoli e dalle seduzioni... I gentili medesimi conobbero la vita solitaria, l'ebbero in pregio e parecchi la praticarono. Per testimonianza di Plutarco, Scipione l'Africano diceva ch'egli non era meno solo che quando era solo; e non mai meno ozioso che nella solitudine.
 2. ECCELLENZA E VANTAGGI DELLA SOLITUDINE. -

Come la terra nasconde nelle sue viscere l'oro, come il mare tiene sepolte nel suo seno le perle, come il suolo copre le radici degli alberi, così la virtù degli umili e dei Santi è sempre nascosta in questo mondo, sia da essi, sia da Dio, sia principalmente dall'amore alla solitudine... E Gesù medesimo non opera egli forse in segreto con la sua grazia e con i suoi doni?... La vita degli anacoreti, degli eremiti, fu vita nascosta nella solitudine. Il Salmista medesimo diceva: « Io sono fuggito, mi sono allontanato, ed ho fissato la mia dimora nella solitudine» - E perché ciò? «Perché ho veduto la violenza e la discordia correre da padrone il mondo, l'iniquità sedervi regina. Il delitto, la frode, l'usura e l'inganno non si partono mai dalle pubbliche piazze» (Psalm. LIV, 8-12).

 Nell'Apocalisse si legge che alla donna perseguitata dal dragone furono date due ali, affinché volasse nel deserto, lontano dalla vista del serpente (Apoc. XII, 14). Ecco il precetto che Dio fa ad ogni cristiano, sottrarsi alle insidie del serpente infernale, riparando alla solitudine.

Perciò, S. Gerolamo diceva a Rustico: «Abbiti la cella in conto di paradiso. Per me la città è un carcere, la solitudine un paradiso (Epist.)». E S. Nilo, discepolo del Crisostomo, afferma che ha l'anima invulnerabile alle saette del nemico chi ama la solitudine; ma chi ama di stare con la moltitudine, riporterà frequenti, crudeli ferite (In Vit. Patr.).

 Ascoltate come stupendamente descrive Isaia, al capo XXXV, l'eccellenza ed i molteplici vantaggi della solitudine: Il deserto si allieterà; la solitudine sarà nell'allegrezza e fiorirà come un giglio. Essa germinerà da tutte le parti e tripudierà cantando inni di lode. A lei è data la gloria del Libano, la bellezza del Carmelo, la fertilità di Saron; riconoscerete la gloria del Signore e la grandezza del mio Dio. Ecco il vostro Dio, viene egli in persona e vi salverà. Allora gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi si apriranno; lo zoppo correrà agile come un cervo; la lingua dei muti parlerà spedito e chiaro; i macigni del deserto si spaccheranno e fiumi d'acqua correranno ad irrigare la solitudine. La terra più arida sarà convertita in uno stagno, fontane zampillanti bagneranno zolle arse e disseccate; là ove tenevano loro giaciglio i serpi, verdeggeranno le canne e i giunchi. E là vi sarà una via, la via santa; l'impuro non vi passerà, gl'insensati non vi cammineranno. Né leoni, né bestie feroci vi porranno piede; è il cammino degli uomini che furono liberati. Il Signore li ha riscattati; essi ritornano a lui, si affollano a Sionne cantando le sue lodi; una gioia perpetua corona loro il capo; essi vivranno nell'allegrezza e nell'estasi; il dolore e il gemito sono partiti per sempre dal loro cuore.

Il Signore consolerà Sionne, dice il medesimo Profeta in altro luogo (LI, 3), ne ristorerà le rovine; i suoi deserti diventeranno luogo di delizie, la sua solitudine un nuovo Eden. Tutto spirerà gioia ed allegrezza; si udiranno risonare da ogni lato azioni di grazie e cantici di lode. « Perciò uscite di mezzo al mondo e separatevi, dice il Signore; e non toccate nulla d'impuro; ed io vi accoglierò e sarò padre e voi sarete miei figli e mie figlie» (II Cor VI, 17-18).

 Quante grazie, quanti favori particolari ed abbondanti promette e concede il Signore alle anime elette e privilegiate perché lasciano il mondo per ritirarsi nella solitudine! «La solitudine è la forma e la regola della sapienza, scrive S. Gerolamo; la solitudine è di per se stessa una predicazione ed esortazione alla virtù; allora ci prepariamo il cielo quando ci allontaniamo dal mondo (Epl. ad Theresiam.) ».

Un altro amante della solitudine esclamava: O quanto bassi e spregevoli mi paiono tutti gli onori, tutte le altezze del mondo! solo i deserti mi attirano; mi danno noia le città e il mondo intero. O beata solitudine! o sola beatitudine, compagna ed emula degli Angeli!... Perciò Iddio dice per bocca di Osea: «Io la condurrò nella solitudine, e le parlerò al cuore!» (OSE. II, 14). Ecco quello che trasse gli Antoni, i Paoli, gli Ilarioni, gli Stiliti, i Macarii a lasciare il mondo e internarsi nella solitudine dove, liberi dal commercio degli uomini, dai pericoli, dagli allettamenti, dagli inganni, dagli scandali, si consecrarono all'orazione, allo studio delle cose celesti; e dove bruciando di amore, pieni di santi desideri, non respirarono che per il cielo, per Gesù Cristo, in Gesù Cristo, di Gesù Cristo.

 «Io porrò la vera strada nella solitudine » (ISAI. XLIII, 19), dice il Signore per bocca d'Isaia, e i deserti si cambieranno in laghi, e le aride lande saranno bagnate da canali di acqua che farò scaturire sul pendio dei colli e in mezzo ai campi. Farò nascere nel deserto il cedro, il legno di Sethin, il mirto e l'olivo. L'abete, l'olmo e il bosso intrecceranno l'ombra del loro fogliame in mezzo alla solitudine. Sappiano i mortali che la mano di Dio ha fatto questi prodigi (ISAI. XLI, 18-20).

«O solitudine, esclama S. Gerolamo, primavera carica dei fiori di Gesù Cristo! O solitudine, nella quale nascono le pietre preziose di cui dice l'Apocalisse che è costrutta la città del gran Re! O solitudine che parli familiarmente a Dio nella gioia! Che fai tu, fratello mio, nel secolo, tu più grande del mondo tutto? Per quanto tempo ancora ti schiaccerà l'ombra dei tetti? Fino a quando tuttavia, o Eliodoro, la bella prigione delle città ti terrà prigioniero? (Epist. ad Heliod.)».

 Volete altre prove degli immensi vantaggi che procura la solitudine? Eccovi Abramo, Isacco, Giacobbe: Dio compare a loro e li ammaestra dei suoi misteri nella solitudine. Quivi essi apprendono la venuta e l'incarnazione del Messia, nel quale tutte le nazioni sarebbero benedette.
Nella solitudine Dio sceglie Mosè a capo e liberatore del popolo d'Israele: nella solitudine il Signore gli appare in mezzo al roveto ardente e gli palesa le sue volontà. Nella solitudine di quarant'anni egli impara a governare la nazione giudea. Il deserto è per lui una terra santa nella quale il Signore gli svela meraviglie non mai più vedute.
Nella solitudine gli Ebrei furono nutriti miracolosamente, per quarant'anni, di un pane disceso dal cielo; nella solitudine ebbero a guida una colonna di fuoco che rischiarava loro i passi la notte, e li difendeva come una. nube il giorno, dagli ardenti raggi del sole; nel deserto videro le acque zampillare dai macigni e il serpente di bronzo che li salvò dallo sterminio. Nel deserto, non nell'Egitto, Dio si manifestò ad essi e diede loro la sua legge.

Nella solitudine Elia si vede rapito e portato al cielo sopra un carro di fuoco; Davide è scelto ad essere re; Giovanni Battista è addestrato al suo ministero. Nella solitudine l'angelo compare a Maria e le annunzia che il cielo l'ha eletta a madre del Redentore. Nella solitudine Gesù Cristo nasce e passa i primi trent'anni di sua vita. Nella solitudine gli Apostoli ricevono tutti i doni dello Spirito Santo e sono trasformati in uomini divini. Nella solitudine si formano le vergini di Gesù Cristo, perla del suo popolo, gemma e gloria della Chiesa.

«O anima santa, esclama S. Bernardo, sii sola, affinché ti conservi a quel Dio unico, che solo hai scelto per tuo. Credi a chi ti parla per esperienza, la solitudine è lo steccato ed il bastione delle virtù. Molte più cose apprenderai nelle foreste che non nei libri; gli alberi e i macigni t'insegneranno quello che non potresti imparare dai maestri » (Serm. XL, in Cant.).

Non solamente la solitudine toglie l'occasione di peccare, ma di più innalza l'anima fino a Dio. «Sederà solitaria e taciturna, perché si leverà sopra se stessa» (Lament. III, 28). «Chi in te dimora, o solitudine, esclama S Basilio, s'innalza sopra se stesso, perché l'anima avendo fame di Dio, si solleva al di sopra di tutto ciò che è terreno; ella si aggrappa e sta sospesa alla rocca della contemplazione; divisa dal mando, vola verso il cielo e sforzandosi di vedere colui che sta al di sopra di tutte le cose, s'innalza, con nobile disprezzo, sopra di se medesima e di tutte le creature» (De Laud. vitae solitariae). La solitudine rende l'anima tranquilla, raccolta e presente a se stessa; la riempie dell'unzione delle cose celesti.

*Ma nessuno meglio del gran solitario S. Basilio ci descrive la felicità della solitudine.

«La vita solitaria è scuola di celeste dottrina e di arti divine. Là non s'impara che Dio, la strada che conduce a Dio, e tutto ciò che bisogna sapere per giungere alla cognizione del sommo vero. L'eremo è paradiso di delizie, dove esalano gli aromi delle virtù, dove le rose della carità fiammeggiano del calore di fuoco; dove i gigli della castità risplendano di niveo candore e frammiste ai gigli e alle rose olezzano le viole dell'umiltà. Qui stilla la mirra della mortificazione non solo della carne ma, gloria più grande, della volontà propria, e svapora del continuo l'incenso di una assidua orazione. O solitudine, delizia delle anime sante e dolcezza inesauribile d'interne consolazioni! Tu sei quella fornace caldea nella quale i santi fanciulli smorzano con la potenza delle loro preghiere le fiamme dell'incendio che li investe. Tu sei il forno nel quale il re superno mette a cuocere i suoi vasi di gloria, battuti col martello della penitenza, perché sieno perfetti e puliti con la lima della salutare correzione, affinché acquistino lucentezza.

O cella solitaria in cui si negozia il cielo! Felice commercio in cui si cambia la terra col paradiso, quello che passa con quello che eternamente resta! O solinga cella, mirabile officina di spirituali esercizi, in cui l'anima umana ristora in sé l'immagine del suo Creatore e la fa ritornare alla sua originale purità e bellezza! O solitudine, tu procuri che vegga Dio con puro cuore quell'uomo che poco fa, avvolto in dense tenebre, ignorava Dio e se medesimo: tu fai sì che l'uomo, appostato su la torre della sua mente, vegga scorrere sotto a sé e scomparire quanto vi è di terreno, e se stesso, passare con le altre cose.

O solitudine, o celletta, campo di Dio, torre di Davide, spettacolo degli Angeli, dimora di quelli che valorosamente combattono! O deserto, morte dei vizi, focolare e alimento delle virtù!

Mosè deve a te l'aver ricevuto per due volte il Decalogo; per te, Elia vide passare il Signore; per te, Eliseo ricevette il duplice spirito del suo maestro. Tu sei la scala di Giacobbe, che porti gli uomini al cielo, e riporti il soccorso degli Angeli alla terra! O vita solitaria, bagno delle anime, purgatorio che lavi le macchie! O cella, tu sei il luogo, dove vengono a consiglia Dio e l'uomo. O eremo, felice ricovero contro le persecuzioni del mondo, riposo dei travagliati, consolazione degli afflitti, frescura contro gli ardori del secolo, divorzio dal peccato, reclusione dei corpi, libertà delle anime, deposito di gemme celesti, curia dei divini senatori! Dove l'uomo vincitore dei demoni, diventa compagno degli Angeli; esule dal mondo, diventa erede del paradiso; rinnegando sé, diventa seguace di Gesù Cristo (De laud. Eremi)».


*Udite anche S. Bernardo: «L'abitazione di una cella e l'abitazione del cielo sono sorelle: poiché siccome il cielo e la cella paiono avere una certa affinità di nome, così l'hanno di pietà. Infatti cielo e cella sembrano derivare dal verbo celare, e ciò che sta celato o nascosto nei cieli, sta pure celato a nascosto nelle celle.
Quello che si cerca nei cieli, si trova nelle celle. Qual è la vita che si vive nel cielo, e quale quella che si tiene nelle celle? Non altra in verità, se non occuparsi di Dio, godere Dio. Quando nelle celle si adempie ogni cosa, seconda l'ordine, piamente e fedelmente, io non dubito di affermare che i santi Angeli di Dio trovano i cieli nelle celle; e tanto si dilettano nelle celle, quanto nei cieli.

Per l'ordinario dalle celle si ascende al cielo, e non quasi mai dalla cella si discende nell'inferno, perché di rado avviene che uno resti nella cella fino alla morte, se non è predestinato al cielo. La cella è una terra santa, un luogo sacro nel quale l'anima fedele si unisce frequentemente col Verbo di Dio; la sposa si congiunge con lo sposo, la terra col cielo, il divino con l'umano.

La cella del servo di Dio è come il tempio santo di Dio; infatti nel tempio e nella cella si trattano le cose divine, ma più di frequente nella cella. Se per Iddio voi in terra vi appartate dalla società degli uomini, otterrete da Dio nel cielo la società degli Angeli (Epist. ad Fratres de Monte Dei)». O fortunata solitudine, esclama Musio Cornelio, o unica beatitudine che gustano quelli che ti amano! Come sono felici le anime privilegiate e candide che volano nelle tue braccia e si allontanano da questo mondo, tutta perfidia! (In Laud. Vitae solitariae).

 3. MOTIVI DI CERCARE E AMARE LA SOLITUDINE. -
I motivi che devono indurci a cercare la solitudine ci sono accennati sotto figura in quelle parole d'Isaia: Si ode una voce gridare nel deserto: Preparate le strade al Signore, raddrizzate le vie che conducono a lui, abbassate i colli, colmate le valli, appianate quello che è montuoso. Una voce mi ordina di gridare: e che cosa griderò io? Tutti i mortali non sono che erba, e la loro bellezza rassomiglia al fiore del campo. Il Signore manda un soffio ardente, e l'erba del prato langue appassita, il suo fiore cade spento (ISAI. XL, 3-4, 6-8). Ah! scostatevi, partite, allontanatevi, uscite dal tumulto degli uomini, non toccate nulla d'impuro, mondatevi. Il Signore camminerà dinanzi a voi (Id. LII, 11-12).

O con quanta verità si può dire, di chi abita in mezzo al tumulto del secolo, quello che Geremia lamentava del popolo ebreo: «Giuda abitò in mezzo alle nazioni, incontrò afflizione e schiavitù e non trovò riposo; i suoi persecutori lo colsero tra le angustie» (Lament. I, 3). No, non vi è riposo in mezzo al mondo, ma afflizione, schiavitù, persecuzioni, ambasce. La solitudine non è funestata da questi mali. Ah! gridiamo pure anche noi col medesimo Profeta: Ora perché non mi è dato di andarmi a seppellire in fondo a un deserto, per essere con Dio o con gli Angeli suoi, e non funestarmi l'animo con la vista di tanti delitti e prevaricazioni? (IEREM. IX, 2).

 «Fuggi il pubblico, scriveva S. Bernardo, fuggi perfino i tuoi familiari, allontanati dagli amici anche più intimi. Non sai tu che hai uno sposo così verecondo e riservato, che non vuole mostrarsi a te in presenza d'altri? (Epist. CVII)».
«È difficile, dice S. Giovanni Crisostomo, che un albero piantato lungo una strada, conservi fino alla maturità i suoi frutti; così pure è cosa rara che un'anima conservi, in mezzo alla gente del secolo, la sua innocenza fino alla fine. Quanto meno una persona prende parte alle faccende del mondo, tanto più l'anima sua è infiammata di fervore e di amar di Dio (In Moral.) ». Come la peste mena strage fra un esercito o una città popolosa, lasciando immune la campagna e la solitudine, così è della peste dei vizi; essa serpeggia continuamente e miete vittime in mezzo al mondo.

«Quante volte io sono stato fra gli uomini, tante ne sono tornato meno uomo», dice l'autore dell'Imitazione, e conchiude: «Quegli adunque che intende di arrivare al raccoglimento ed alla spiritualità, bisogna che con Gesù si allontani dalla moltitudine (Imit. Christi, p. I, c. XX, n. 2)». Sì, leviamoci e andiamo nella solitudine, perché in mezzo al mondo non abbiamo riposo (MICH. II, 10). Fuggiamo da Babilonia, e ciascuno scampi l'anima sua (IEREM. LI, 6).

Utile a tutti, la solitudine è specialmente vantaggiosa a quelli che devono deliberare su la scelta dello stato. Ecco l'avviso di S. Bernardo su questo punto: «Chi desidera udire la voce di Dio, si ritiri nella solitudine. Chi prepara l'orecchio interiore ad ascoltare la voce del cielo, voce più dolce del miele, fugga i negozi esteriori affinché l'anima spigliata e libera possa dire con Samuele: Parlate, o Signore, che il vostro servo vi ascolta. Questa voce di Dio non suona già su le piazze, né si ode fra i pubblici ridotti; un consigliere segreto richiede un uditore segreto. Questo gran Dio vi darà certamente la consolazione e la gioia, se lo udite attenti e raccolti. Così si preparava Davide allorché diceva: lo ascolterò quello che parlerà il Signore, perché egli parlerà il linguaggio della pace al suo popolo ai suoi Santi ed a quelli che rientrano in se stessi; significando con questo, che Dio non discorre con quelli che stanno al di fuori di se stessi, occupati in faccende esteriori, ma bensì a quelli che stanno raccolti in pensieri interni» (De Vita contempl.).

Consultiamo le Scritture, scrive Ugo da S. Vittore, e noi vedremo che Dio non ha quasi mai parlato in mezzo alla moltitudine. Quando volle dare al mondo qualche suo ordine, si manifestò non ad un popolo, o ad una nazione intera, ma soltanto ad alcuni in particolare ed a questi ancora non in mezzo allo strepito, ma o nel silenzio della notte, o nella solitudine, su le montagne, nelle foreste, nelle valli deserte. Così parla a Noè, ad Abramo, ad Isacco, a Giacobbe, a Mosè, a Samuele, a Davide, a tutti i Profeti. Ora perché Dio parla solamente nella solitudine, se non per chiamarci ad essa? e perché parla a poche persone, se non per incoraggiarci a vivere nella solitudine e a unirci a lui? (Lib. IV, de Arca Noe, c. IV). O quanto potenti ragioni ci stringono ad allontanarci dallo strepito del mondo corrotto, a ritirarci e a vivere, per quanto è possibile, in mezzo alle ricchezze ed alle dolcezze della solitudine!

 Né altrimenti la pensarono intorno a questo punto i sapienti pagani. «La tranquilla sicurezza della solitudine tiene lontano il dolore; temere il tumulto procura consolazione», dice Tolomeo (Protog. Almagesti). Poche persone mi bastano, dice Democrito, mi contento di una, sto benissimo senza nessuna. Io mi sono appartato non solamente dagli uomini, ma dagli affari e primieramente dalle molteplici mie occupazioni. Bisogna che tratti duramente il corpo, chi non vuol perdere l'anima miseramente.

Tu mi chiedi, scriveva Seneca a Lucilio, che cosa si debba fuggire più di tutto? Io ti rispondo: La folla; poiché non ci potrai stare mai con sicurezza. Io confesso schiettamente la mia debolezza: non riporto mai intera a casa, la misura di bontà che ho portato di casa in mezzo alla moltitudine; quello che di bene ho stabilito di fare, sfuma; e qualche briciola di quello che aveva risolto di evitare, mi si attacca di nuovo. Il pubblico con cui conversiamo è fiero nostro nemico; tutti cercano di parteciparci qualche vizio, d'inocularlo in noi, senza che né noi né essi ce ne accorgiamo. È poi cosa assai riprovevole l'assistere, senza sufficienti motivi, a qualche spettacolo; perché allora i vizi s'impadroniscono di noi per mezzo del piacere.

Che cosa dirai di me, se ti dico che mi ritiro sempre dalla moltitudine più inclinato all'ambizione, all'avarizia, alla lussuria? che ne esco più crudele, più inumano, perché sono stato in mezza agli uomini? Ah! credimi: nessuno di noi ha in sé tanta forza che basti a sostenere l'urto impetuoso dei vizi che giungono accompagnati da tanta caterva di uomini; un parlatore fino ed accorto snerva ed infiacchisce a poco a poco; un vicino ricco eccita la cupidigia; un compagno cattivo ti attacca il suo male, per quanto candido ed innocente tu possa essere. Raccogliti per quanto puoi in te stesso; non accompagnarti se non con quelli che possono renderti migliore, non ammettere alla tua società se non quelli che credi possano renderti tale. Questo si fa vicendevolmente; gli uomini imparano istruendosi gli uni gli altri (Epist. ad Lucil. c. VII).


 4. COME BISOGNA DIPORTARSI NELLA SOLITUDINE. -

Bisogna, dice S. Gerolamo, che il cristiano, ad imitazione di Abramo il quale uscì dalla sua terra e abbandonò la sua parentela, si allontani dai Caldei che sono i demoni, e vada ad abitare nella regione dei vivi. Non gli basta uscire dal suo paese; deve ancora dimenticare il suo popolo, la casa del padre suo, affinché, disprezzando i legami della carne, si possa congiungere in celeste abbracciamento con lo sposo divino (In Gen.)... La terra che dobbiamo abbandonare, ad esempio di Abramo, è anche la nostra carne che bisogna mortificare e castigare... È necessario tener ci pronti a sostenere e soffrire le diverse prove che si incontrano nella solitudine... Una volontà annichilata..., un'obbedienza pronta, costante, cieca..., un'umiltà profonda..., il silenzio...; ecco i fondamenti della vita solitaria... Come S. Antonio ebbe veduto e udito S. Paolo, primo eremita, disse rivolto ai suoi discepoli: Misero me peccatore, che indegnamente porto il nome di monaco! Ho veduto Elia, ho veduto Giovanni nel deserto ed ho veduto in verità S. Paolo nel paradiso (Vit. Patr.).

 La solitudine del corpo non basta, se non le è congiunta la solitudine dell'anima; e questa non si ottiene, se l'anima si trattiene in ciò che ha veduto od inteso fuori della solitudine, se stando il corpo nella solitudine, ella si divaga e passeggia per il mondo; se ad imitazione del popolo ebreo nel deserto, si rammarica tuttavia della schiavitù d'Egitto da cui si è sciolta, se rimpiange i vantaggi materiali che ne ricavava...

Dio è spirito, osserva S. Bernardo, egli domanda dunque a noi la solitudine spirituale anziché la corporale.... Sola e vera solitudine è quella dell'anima e dello spirito. Tu sei solo, se non pensi alle cose terrene e spregevoli, se non tieni il cuore nei beni presenti, se non t'importa nulla di ciò che il mondo desidera di più, se ti fa schifo quello di cui gode la maggior parte degli uomini, se eviti le discordie, se non ti lasci abbattere dai danni temporali, se dimentichi le ingiurie. Diversamente, se anche sei solo di corpo, non sei mai solo.

Bisogna che ti sollevi sopra di te per sposarti al Signore degli Angeli. Non è forse tuo dovere innalzarti sopra te stesso, per abbracciarti a Dio ed essere con lui un solo e medesimo spirito? Sii dunque solitario come la tortorella; non vi sia nessuna relazione tra te e il mondo; dimentica il tuo popolo e la casa paterna, e il Re del cielo sarà vinto dalla tua spirituale bellezza. O anima eletta, sii sola per servire degnamente al Dio unico che solo hai preferito. Sii dunque nella solitudine, ma con lo spirito, con l'anima, col cuore, e non col corpo solamente. Sii nella solitudine con l'intenzione e con la divozione: siivi tutta intera senza riserva (De vita contempl.).


 Chi ha lasciato l'onagro in libertà, chi ne ha sciolto i legami? dice Giobbe: Chi gli ha dato per dimora la solitudine e per ritiro il deserto? Egli si ride dello strepito delle città, non ode le grida di nessun padrone; corre per i pascoli dei monti cercando l'erba fiorita (IOB. XXXIX, 5-8). Sopra queste parole S. Gregorio Papa fa il seguente commento: Le persone contemplative abitano la solitudine dell'anima come onagri e, sciolti dai tumultuosi affari del secolo, hanno sete di Dio solo; infatti che cosa vale la solitudine del corpo se è disgiunta dalla solitudine del cuore? Perciò è necessario il raccoglimento, il ritiro dell'anima, a chi vuol menare una vita conforme alla propria vocazione, attutire l'interno moto dei terreni desideri che si contrastano, sedare con la grazia divina le cure e le sollecitudini estranee alla salute, scacciare dagli occhi dello spirito tutte le distrazioni che gli volano dinanzi come mosche velenose. Per ciò bisogna cercare di essere solo in segreto con Dio, e, spogliandoci dì tutto ciò che sa di esteriore, studiarci di parlargli in silenzio con ardenti affetti interiori (Moral. 1. XXX, c. XII).

 Iddio sparge i suoi dolci profumi soltanto dove incontra un'anima sciolta affatto da ogni impaccio di terra, e principalmente staccata da se stessa, un'anima pura e morta a tutte le cose del mondo. E ciò è giusto. È dunque necessario per chi intenda profittare di tutti i vantaggi della solitudine: 1° rinunziare al mondo esteriore, al corpo, ai parenti, agli amici, alla casa, al paese, ai beni, alle ricchezze, agli onori; 2° rinunziare al mondo interiore, ai propri desideri e affetti e voleri. 

*Qui torna a proposito una singolare osservazione dell' Abate Giovanni Malburnio, che vogliamo riportare anche a titolo di documento storico. Egli adunque constata che per più ragioni diversi ordini religiosi erano ai suoi giorni decaduti dal loro splendore e dalla loro santità primitiva. I Bernardini caddero per oziosità; il terz'ordine si sciolse. per le troppo grandi occupazioni rurali; i Premonstratensi si rilassarono per il troppo smisurato numero di messe e le troppe occupazioni di coro; i mendicanti non si sostennero a motivo della loro troppo grande familiarità coi secolari: essi frequentavano troppo la moltitudine e avvenne loro quello che dice il Profeta: «Si mescolarono tra le nazioni, ne appresero le opere, e questo fu la loro ruina» (Psalm. CV, 35-36); i Benedettini decaddero per le loro troppo grandi ricchezze. Se i Certosini conservarono sino al presente il primiero lustro e vigore, ne vanno debitori all'amore della solitudine e del silenzio ed alla rigorosa osservanza delle visite ordinate dalla regola. Queste tre cose sono racchiuse nel verso latino "Per tria: si so vi, permanet Cartusia in vi!" (In Roseto lib. I, c. III). Si, indica silenzio; so, la solitudine; vi, la visita (dei religiosi ispettori-visitatori).






sabato 11 maggio 2013

642. Maria Ss. / dopo l'ASCENSIONE DI GESU' / prenderà dimora al Getsemani con Giovanni, che le predice l’Assunzione.




642. Maria Ss. prenderà dimora al Getsemani con Giovanni, che le predice l’Assunzione.


Maria è ancora nella casa del Cenacolo. Sola, nella sua solita stanza, cuce dei lini finissimi, simili a tovaglie lunghe e strette. Ogni tanto alza il capo per guardare nel giardino e rilevare così, dalla posizione del sole sulle muraglie di questo, l’ora del giorno. E, se sente un rumore nella casa, o nella via, ascolta attentamente. 
Sembra che attenda qualcuno.
Passa così del tempo. Poi si sente un colpo alla porta di casa, al quale fa seguito un fruscio di sandali che di corsa vanno ad aprire. Delle voci d’uomo risuonano nel corridoio facendosi sempre più forti e vicine.

Maria ascolta... Poi esclama: «Loro qui?! Che sarà mai accaduto?!». Mentre sta ancora pronunciando queste parole, qualcuno bussa all’uscio della stanza. «Venite avanti, fratelli in Gesù mio Signore», risponde Maria.
Entrano Lazzaro e Giuseppe d’Arimatea, che la salutano con profonda venerazione dicendole: «Benedetta tu fra tutte le madri! I servi del tuo Figlio e nostro Signore ti salutano», e si prostrano per baciarle il lembo della veste.

«Il Signore sia sempre con voi. Per qual ragione, e mentre ancora non cessa il fermento dei persecutori del Cristo e dei suoi seguaci, a me venite?».
«Per vederti anzitutto. Perché vedere te è ancora vedere Lui e sentirci, così, meno afflitti per la sua dipartita dalla Terra. E poi per proporti quanto, dopo una riunione, nella mia casa, dei più amorosi e fedeli servi di Gesù, tuo Figlio e nostro Signore, abbiamo deliberato di fare», le risponde Lazzaro.

«Parlate. Sarà il vostro amore che mi parla, ed io col mio amore vi ascolterò».

Prende ora la parola Giuseppe d’Arimatea, che dice: «Donna, tu non ignori, e lo hai detto, che il fermento, e peggio ancora, dura tuttora verso tutti quelli che sono stati prossimi al Figlio tuo e di Dio, o per parentela, o per fede, o per amicizia. 

E noi non ignoriamo che tu non intendi di lasciare questi luoghi, dove hai visto la perfetta manifestazione della natura divina e umana del Figlio tuo, la sua totale mortificazione e la sua totale 187 glorificazione, mediante la Passione e Morte di Lui, vero Uomo, e mediante la gloriosa Risurrezione e Ascensione di Lui, vero Dio. 

E anche non ignoriamo che tu non vuoi lasciare soli gli apostoli, ai quali vuoi essere Madre e Guida nelle loro prime prove, tu, Sede della Sapienza divina, tu, Sposa dello Spirito rivelatore delle verità eterne, tu, Figlia diletta da sempre dal Padre che ti elesse ab eterno a Madre del suo Unigenito, tu, Madre di questo Verbo del Padre, che certamente ti istruì delle sue infinite e perfettissime Sapienza e Dottrina prima ancora che fosse in te, Creatura che si formava, o che fosse con te come Figlio che cresce in età e sapienza sino a divenire Maestro dei maestri. Giovanni ce lo disse il dì dopo la prima stupefacente predicazione e manifestazione apostolica, avvenuta dieci giorni dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo. 

Tu, a tua volta, sai, per averlo visto nel Getsemani il dì dell’Ascensione del Figlio tuo al Padre, e per averlo saputo da Pietro, Giovanni ed altri apostoli, come io e Lazzaro, subito dopo la Morte e Risurrezione, iniziammo dei lavori di muratura intorno al mio orto presso il Golgota e al Getsemani sul monte degli Ulivi, perché quei luoghi, santificati dal Sangue del Martire divino, gocciato, ahimè!, ardente di febbre nel Getsemani, e ghiacciato e grumoso nel mio orto, non siano profanati dai nemici di Gesù. Ora i lavori sono ultimati, e sia io che Lazzaro, e con lui le sorelle e gli apostoli, che troppo dolore avrebbero nel non averti più qui, ti diciamo: “Prendi dimora nella casa di Giona e Maria, i custodi del Getsemani”».

«E Giona e Maria? Piccola è quella casa, ed io amo la solitudine. Sempre l’amai. E più ancora l’amo ora, perché ho bisogno di questa per perdermi in Dio, nel mio Gesù, onde non morire d’ambascia per non averlo più qui. Sui misteri di Dio, perché Egli è ora Dio più che mai, non è giusto che si posi occhio umano. Donna io, Uomo Gesù. Ma la nostra fu, ed è, una Umanità diversa da ogni altra, e per immunità da colpa, anche d’origine, e per rapporti con Dio uno e trino. Noi siamo unici in queste cose tra tutti i creati passati, presenti e futuri. Ora l’uomo, anche il più buono e prudente, è naturalmente, inevitabilmente curioso, specie se ha vicino una manifestazione straordinaria. E solo io e Gesù, finché fu sulla Terra, sappiamo quale sofferenza, quale... sì, anche vergogna, disagio, tormento si provi quando la curiosità umana scruta, sorveglia, spia i nostri segreti con Dio. È qualcosa come se ci mettessero nudi in mezzo ad una piazza. Pensate al mio passato, e come sempre cercai nascondimento, silenzio, e come sempre celai, sotto le apparenze di una vita comune di povera donna, i misteri di Dio in me. Ricordatevi come, per non svelarli neppure al mio sposo Giuseppe, per poco di lui, giusto, non feci un ingiusto. Solo l’intervento angelico impedì questo pericolo. (Prospettato anche in Matteo 1, 18-21, viene illustrato da Maria Ss. come “la nostra prima Passione” al Vol 1 Cap 25). Pensate alla vita così umile, nascosta, comune, condotta da Gesù per trent’anni, al suo facile appartarsi, isolarsi quando divenne il Maestro. Doveva fare miracoli ed istruire, perché tale era la sua missione. Ma, io lo so da Lui stesso, Egli soffriva - uno dei molti motivi della sua severità e tristezza che balenavano dai suoi grandi e potenti occhi - Egli soffriva, dicevo, per l’esaltazione delle folle, per la curiosità più o meno buona con cui era osservato in ogni suo atto. Quante volte non comandò ai suoi discepoli e miracolati: “Non dite ciò che avete visto. Non dite ciò che vi ho fatto”!... Ora io non vorrei che occhio umano indagasse sui misteri di Dio in me, misteri che non sono, no, cessati con il ritorno al Cielo di Gesù, mio Figlio e mio Dio, ma anzi durano, e direi che crescono, per sua bontà e per tenermi in vita sino a che l’ora, tanto da me desiderata, di ricongiungermi a Lui, per l’eternità, non sarà venuta. Vorrei solo Giovanni con me. Perché è prudente, rispettoso, amoroso con me come un secondo Gesù. Ma Giona e Maria sapranno...».

Lazzaro la interrompe: «È già fatto, o Benedetta! Abbiamo già provveduto. Marco, figlio di Giona, è ora tra i discepoli. Maria, sua madre, e Giona, suo padre, già sono a Betania».

«Ma l’uliveto? Ha ben bisogno di cure!», gli risponde Maria.

«Solo nel tempo del potare, scassare e cogliere. Pochi giorni in un anno, quindi, e che saranno meno ancora, perché manderò i miei servi di Betania insieme a Marco, in quei periodi. Tu, Madre, se ci vuoi fare felici, io e le sorelle, vieni a Betania in quei giorni, nella solitaria casa dello Zelote. Saremo vicini, ma l’occhio nostro non sarà indiscreto sui tuoi incontri con Dio».

«Ma il frantoio?...».

«È già stato trasportato a Betania. Il Getsemani, completamente cintato, proprietà ancor più riservata di Lazzaro di Teofilo, ti attende, o Maria. E ti assicuro che i nemici di Gesù non oseranno, per tema di Roma, violarne la pace del luogo e tua».

«Oh! quando è così!», esclama Maria. E si stringe le mani sul cuore, e li guarda, con un volto quasi estatico tanto è beato, con un sorriso d’angelo sulle labbra e delle lacrime di gioia sulle ciglia bionde. Prosegue: «Io e Giovanni! Soli! Noi due soli! Mi parrà d’esser di nuovo a Nazaret col Figlio mio! Soli! Nella pace! In quella pace! Là dove Egli, il mio Gesù, effuse tante parole e tanto spirito di pace! Là dove, è vero, soffrì sino a sudar sangue e a ricevere la suprema sofferenza morale del bacio infame e le prime...». Un singhiozzo e un ricordo dolorosissimo le spezzano la parola e sconvolgono il suo volto, che per brevi istanti riprende l’espressione dolente che aveva nei giorni della Passione e Morte del Figlio. Poi si riprende e dice: «Là dove Egli tornò nell’infinita pace del Paradiso! Manderò presto a Maria d’Alfeo l’ordine di custodire lei la mia casetta 188 di Nazaret, che mi è tanto cara perché là si compì il mistero e vi morì il mio sposo, così puro e santo, e vi crebbe Gesù. Tanto cara! Ma mai come questi luoghi dove Egli istituì il Rito dei riti, e si fece Pane, Sangue, Vita agli uomini, e patì, e redense, e fondò la sua Chiesa, e con la sua ultima benedizione (capitolo 638) rese buone e sante tutte le cose del Creato. Resterò. Si. Resterò qui. Andrò al Getsemani. E da lì potrò, seguendo le mura, dalla parte esterna di esse, andare al Golgota, e nel tuo orto, Giuseppe, dove tanto piansi, e venire alla tua casa, Lazzaro, dove sempre ebbi, nel mio Figlio prima, e a me dopo, tanto amore. Ma vorrei...».

«Che, Benedetta?», le chiedono i due.

«Vorrei poter tornare anche qui. Perché insieme agli apostoli avremmo deciso, sempre che Lazzaro lo permetta...».

«Tutto ciò che vuoi, Madre. Tutto quanto è mio è tuo. Prima lo dicevo a Gesù. Ora lo dico a te. E chi riceve grazia sono sempre io, se tu accetti il mio dono».

«Figlio, lascia che così ti chiami, vorrei che tu ci concedessi di fare di questa casa, anzi del Cenacolo, il luogo di riunione e dell’agape fraterna».

«È giusto. In questo luogo il Figlio tuo ha istituito il nuovo eterno Rito, ha costituito la nuova Chiesa elevando al novello Ponteficato e Sacerdozio i suoi apostoli e discepoli. Giusto è che quella stanza divenga il primo tempio della nuova religione. Il seme che domani sarà pianta, e poi foresta immensa, il germe che domani sarà organismo vitale, completo, e che sempre più crescerà in altezza, profondità e larghezza, estendendosi su tutta la Terra. Quale mensa e altare più santi di quelli su cui Egli spezzò il Pane e posò il Calice del nuovo Rito che durerà sinché durerà la Terra?».

«È vero, Lazzaro. E, vedi? Per esso sto cucendo le tovaglie monde. Perché io credo, come nessuno crederà con pari potenza, che il Pane e il Vino sono Lui, nella sua Carne e nel suo Sangue; Carne santissima e innocentissima, Sangue redentore, dati in Cibo e Bevanda di Vita agli uomini. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vi benedicano, o voi buoni, sapienti, pietosi sempre al Figlio e alla Madre».

«Allora è detto. Prendi. Questa è la chiave che apre i diversi cancelli della cinta del Getsemani. E questa è la chiave della casa. E sii felice, per quanto Dio te lo concede e per quanto il nostro povero amore vorrebbe che tu lo fossi».

Giuseppe d’Arimatea, ora che Lazzaro ha finito di parlare, dice a sua volta: «E questa è la chiave di cinta del mio orto».
«Ma tu... Hai ben diritto d’entrarvi, tu!».
«Ne ho un’altra, Maria. L’ortolano è un giusto, e così suo figlio. Potrai trovare là solo loro ed io. E saremo tutti prudenti e rispettosi».
«Dio vi benedica nuovamente», ripete Maria.
«A te grazie, o Madre. Il nostro amore e la pace di Dio a te, sempre». Si prostrano dopo quest’ultimo saluto, le baciano di nuovo l’orlo della veste e se ne vanno.

Sono appena usciti dalla casa che si sente un altro bussare discreto all’uscio della stanza dove è Maria.
«Entra pure», dice Maria.

Giovanni non se lo fa dire due volte. Entra e chiede, un poco agitato: «Che volevano Giuseppe e Lazzaro? C’è qualche pericolo?».

«No, figlio. C’è solo l’esaudimento di un mio desiderio. Desiderio mio e di altri. Tu sai come Pietro e Giacomo d’Alfeo, il primo Pontefice, l’altro capo della chiesa di Gerusalemme, siano desolati al pensiero di 
perdermi e spauriti dalla tema di non saper fare senza di me. Giacomo soprattutto. Neppure la speciale apparizione di mio Figlio a lui, la sua elezione per volere di Gesù, lo consolano e fortificano. Ma anche gli 
altri!... Ora Lazzaro soddisfa questo generale desiderio e ci fa padroni del Getsemani. Io e te. Soli là. Ecco le chiavi. E questa è quella dell’orto di Giuseppe... Potremo andare al Sepolcro, a Betania, senza passare per la città... E andare al Golgota... E venire qui ogni volta che ci sarà l’agape fraterna. Tutto ci concedono Lazzaro e Giuseppe».

«Sono due veri giusti. Lazzaro ebbe molto da Gesù. È vero. Ma, ancor prima di avere, dette sempre tutto a Gesù. Sei lieta, Madre?».

«Sì, Giovanni. Tanto! Vivrò, sinché Dio lo vorrà, assistendo Pietro e Giacomo e voi tutti, e aiuterò i primi cristiani in tutti i modi. Se i giudei, i farisei e i sacerdoti non saranno belve anche verso di me come lo furono 
per il Figlio mio, potrò esalare lo spirito mio là dove Egli ascese al Padre».

«Ascenderai tu pure, o Madre».

«No. Non sono Gesù, io. Nacqui umanamente».

«Ma senza macchia d’origine. Io sono un povero pescatore ignorante. Non so di dottrine e scritture altro che ciò che mi insegnò il Maestro. Però sono come un fanciullo, perché sono puro. E per questo, forse, so più dei rabbi d’Israele, perché, Egli lo disse, Dio nasconde le cose ai sapienti e le disvela ai piccoli, ai puri. E per questo penso, dico meglio, sento che tu avrai la sorte che avrebbe avuto Eva se non avesse peccato. E più 189 ancora, poiché tu non sei stata sposa di un Adamo-uomo, ma di Dio, per dare alla Terra il nuovo Adamo fedele alla Grazia. Il Creatore, nel creare i Progenitori, non li aveva destinati alla morte, cioè alla corruzione del corpo più perfetto da Lui creato, e reso il più nobile tra tutti i corpi creati perché dotato d’anima spirituale e dei doni gratuiti di Dio, per cui “figli adottivi di Dio” potevano dirsi, ma voleva per loro solo un passaggio dal Paradiso terrestre a quello celeste. Ora tu non hai mai avuto macchia di peccato alcuno sulla tua anima. 

Neppure il grande, comune peccato, eredità di Adamo a tutti gli umani, ti colpì, perché Dio te ne preservò per singolare, unico privilegio, essendo tu, da sempre, destinata a divenire l’Arca del Verbo. E l’Arca, anche quella che, ahimé!, non contiene che cose fredde, aride, morte, perché in verità il popolo di Dio non le mette in pratica come dovrebbe, è, e deve essere, sempre mondissima. L’Arca sì. Ma chi, tra coloro che ad essa si accostano, Pontefice e Sacerdoti, lo sono realmente come tu lo sei? Nessuno. Per questo io sento che a te, seconda Eva, ed Eva fedele alla Grazia, non verrà data la morte».

«Mio Figlio, secondo Adamo, Grazia stessa, ubbidiente sempre al Padre, a me, in modo perfetto, morì. E di quale morte!».

«Era venuto per essere il Redentore, Madre. Lasciò il Padre, il Cielo, per prendere Carne onde redimere, col suo Sacrificio, gli uomini, rendere loro la Grazia, e quindi rielevarli al grado di figli adottivi di Dio, eredi del Cielo. Egli doveva morire. E morì con la sua Umanità Ss. E tu moristi nel cuore vedendo il suo supplizio atroce e la sua Morte. Hai già tutto patito per essere redentrice con Lui. Io sono un povero stolto, ma sento che tu, Arca vera del vero, vivente Iddio, non sarai, non puoi essere corruttibile. Come la nuvola di fuoco protesse e diresse l’Arca di Mosè verso la Terra promessa (Esodo 13, 21-22; Numeri 9, 15-23), così il Fuoco di Dio ti attrarrà al suo Centro. Come la verga di Aronne non seccò (Numeri 17, 23-26), non morì, ma anzi, benché staccata dall’albero, mise gemme, foglie e frutti, e visse nel Tabernacolo, così tu, eletta da Dio tra tutte le donne che abitarono e abiteranno la Terra, non morrai come pianta che secca, ma nell’eterno Tabernacolo dei Cieli vivrai in eterno, con tutta te stessa. Come le acque del Giordano si aprirono per lasciar passare l’Arca e i suoi portatori e il popolo tutto , ai tempi di Giosuè (3, 14-17), così per te si apriranno le barriere che il peccato di Adamo ha messo tra Terra e Cielo, a tu passerai da questo mondo al Cielo eterno. 
Ne sono certo. Perché Dio è giusto. E per te dura il decreto messo da Lui per chi non ha né peccato ereditario, né peccato volontario sull’anima».

«Ti ha rivelato ciò Gesù?».

«No, Madre. Me lo dice lo Spirito Paraclito, Colui che il Maestro ci avvisò che ci avrebbe rivelato le cose future e ogni verità. Il Consolatore già me lo dice, nello spirito, per rendermi meno amaro il pensiero di perderti, o Madre benedetta che amo e venero quanto e più della mia per quanto soffristi, per quanto sei buona e santa, solo inferiore al Figlio tuo Ss. tra tutti i santi presenti e futuri. La Santa più grande».Giovanni, commosso, si prostra venerandola.>>

<<Cor Mariæ Immaculatum, intercede pro nobis>>





domenica 7 agosto 2011

"Coraggio! Sono Io, non abbiate paura!" Jesùs camina sobre las aguas





All’Angelus, Benedetto XVI si è soffermato sulla pagina del Vangelo in cui Gesù, ritiratosi sul monte, prega per tutta la notte: “Il Signore, in disparte sia dalla gente che dai discepoli, manifesta la sua intimità con il Padre e la necessità di pregare in solitudine, al riparo dai tumulti del mondo”. Questo allontanarsi – ha detto il Papa - non deve però essere inteso “come un disinteresse verso le persone o un abbandono degli Apostoli”.

“Anzi - narra San Matteo – fece salire i discepoli sulla barca per ‘precederlo sull’altra riva’ (Mt 14,22), per incontrarli di nuovo. Nel frattempo, la barca ‘distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario’ (v. 24), ed ecco che ‘sul finire della notte [Gesù] andò verso di loro camminando sul mare’ (v. 25); i discepoli furono sconvolti e scambiandolo per un fantasma ‘gridarono dalla paura’ (v. 26), non lo riconobbero, non capirono che si trattava del Signore. Ma Gesù li rassicura: 
Coraggio, sono io, non abbiate paura!”

Su questo episodio – ha osservato il Papa – i Padri della Chiesa hanno colto una grande ricchezza di significato:
“Pietro cammina sulle acque non per la propria forza, ma per la grazia divina, in cui crede, e quando viene sopraffatto dal dubbio, quando non fissa più lo sguardo su Gesù, ma ha paura del vento, quando non si fida pienamente della parola del Maestro, vuol dire che si sta allontanando da Lui ed è allora che rischia di affondare nel mare della vita”.

Il Signore – ha affermato il Pontefice ricordando le parole del pensatore Romano Guardini– è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. "Tuttavia – ha aggiunto – dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova".




Il mare simboleggia la vita presente e l’instabilità del mondo visibile; la tempesta indica ogni sorta di tribolazione, di difficoltà, che opprime l’uomo. La barca, invece, rappresenta la Chiesa edificata su Cristo e guidata dagli Apostoli. Gesù vuole educare i discepoli a sopportare con coraggio le avversità della vita, confidando in Dio, in Colui che si è rivelato al profeta Elia sull’Oreb nel sussurro di una brezza leggera (1 Re 19,12)”.

Il passo del Vangelo prosegue poi con il gesto dell’apostolo Pietro che chiese a Gesù di andargli incontro camminando sulle acque. Ma vedendo che il vento era forte, Pietro si impaurì e, temendo di affondare, chiese al Signore di essere salvato:

“Cari amici, l’esperienza del profeta Elia che udì il passaggio di Dio e il travaglio di fede dell’apostolo Pietro, ci fanno comprendere che il Signore prima ancora che lo cerchiamo o lo invochiamo, è Lui stesso che ci viene incontro, abbassa il cielo per tenderci la mano e portarci alla sua altezza; aspetta solo che ci fidiamo totalmente di Lui”.



File:Amédée Varint - Christ marchant sur la mer.jpg  


JESÚS CAMINA SOBRE LAS AGUAS



#50871


AMDG et BVM