lunedì 13 gennaio 2020

Deo Gratias





Dal libro a quattro mani di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI e del cardinale Robert Sarah, di cui il post precedente ha dato la notizia e un primo estratto, sono qui riportati cinque passaggi, tutti riguardanti la questione del celibato dei sacerdoti.
I primi due hanno per autore il papa emerito, i successivi il cardinale Sarah. Con in più alla fine un "Post scriptum".
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1. CELIBI O CONTINENTI, PER CELEBRARE L’EUCARISTIA
Molto presto – non sappiamo esattamente quando, ma in ogni caso molto rapidamente – la celebrazione regolare, e anche quotidiana, dell’eucaristia è divenuta essenziale per la Chiesa. Il pane “soprasostanziale” è nello stesso tempo il pane “quotidiano” della Chiesa. E ciò ebbe una conseguenza importante, che, appunto, assilla oggi la Chiesa.
Nella coscienza comune di Israele, i sacerdoti erano rigorosamente tenuti a rispettare l’astinenza sessuale nei periodi in cui esercitavano il culto ed erano dunque in contatto col mistero divino. La relazione tra l’astinenza sessuale e il culto divino fu assolutamente chiara nella coscienza comune di Israele. A titolo di esempio, vorrei ricordare l’episodio di Davide che, fuggendo da Saul, pregò il sacerdote Achimelek di dargli del pane: “Il sacerdote rispose a Davide: ‘Non ho sottomano pani comuni, ho solo pani sacri per i tuoi giovani, se si sono almeno astenuti dalle donne’. Rispose Davide al sacerdote: ‘Ma certo! Dalle donne ci siamo astenuti da tre giorni’” (1 Sam 21, 5s). Dato che i sacerdoti dell’Antico Testamento non dovevano dedicarsi al culto se non durante dei periodi determinati, il matrimonio e il sacerdozio erano compatibili.
Ma a motivo della celebrazione eucaristica regolare e spesso anche quotidiana, la situazione dei sacerdoti della Chiesa di Gesù Cristo si trova radicalmente cambiata. Ormai, la loro vita intera è in contatto col mistero divino. Ciò esige da parte loro l’esclusività a riguardo di Dio. Ciò esclude di conseguenza gli altri legami che, come il matrimonio, abbracciano tutta la vita. Dalla celebrazione quotidiana dell’eucaristia, che implica uno stato di servizio di Dio permanente, nacque spontaneamente l’impossibilità di un legame matrimoniale. Si può dire che l’astinenza sessuale che era funzionale si è trasformata essa stessa in una astinenza ontologica. Così, la sua motivazione e il suo significato erano cambiati dall’interno e in profondità.
Ai giorni nostri, si afferma troppo facilmente che tutto ciò non sarebbe che la conseguenza di un disprezzo della corporeità e della sessualità. La critica secondo la quale il fondamento del celibato sacerdotale sarebbe una concezione manichea del mondo è già stata formulata nel IV secolo. Essa fu tuttavia immediatamente respinta in modo decisivo dai Padri della Chiesa che le misero fine per un certo tempo.
Un tale giudizio è erroneo. Per dimostrarlo, è sufficiente ricordare che la Chiesa ha sempre considerato il matrimonio come un dono elargito da Dio fin dal paradiso terrestre. Tuttavia, lo stato coniugale coinvolge l’uomo nella sua totalità, ma dato che anche il servizio del Signore esige ugualmente il dono totale dell’uomo, non sembra possibile realizzare simultaneamente le due vocazioni. Così, l’attitudine a rinunciare al matrimonio per mettersi totalmente a disposizione del Signore è divenuto un criterio per il ministero sacerdotale.
Quanto alla forma concreta del celibato nella Chiesa antica, conviene ancora sottolineare che gli uomini sposati non potevano ricevere il sacramento dell’ordine se non si erano impegnati a rispettare l’astinenza sessuale, dunque a vivere il matrimonio detto “di san Giuseppe”. Una tale situazione sembra essere stata del tutto normale nel corso dei primi secoli. C’era un numero sufficiente di uomini e di donne che consideravano che era ragionevole e possibile vivere in questo modo donandosi assieme al Signore.
Papa Benedetto XVI.
2. “IL SIGNORE È MIA PARTE DI EREDITÀ E MIO CALICE” (Salmo 16,5)
Nell’Antico Testamento, i leviti rinunciano a possedere una terra. Nel Nuovo Testamento, questa privazione si trasforma e si rinnova: i sacerdoti, poiché sono radicalmente consacrati a Dio, rinunciano al matrimonio e alla famiglia. […] Il vero fondamento della vita del sacerdote, il sale della sua esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso. Il celibato, che vale per i vescovi in tutta la Chiesa orientale e occidentale e, secondo una tradizione che risale a un’epoca vicina a quella degli apostoli, per i preti in generale nella Chiesa latina, non può essere compreso e vissuto in definitiva che su questo fondamento.
Papa Benedetto XVI.
3. NEI VILLAGGI REMOTI DELLA GUINEA
All’inizio del 1976, quando ero giovane prete, mi sono recato in alcuni villaggi remoti della Guinea. Alcuni di essi non avevano ricevuto la visita di un prete da quasi dieci anni, perché i missionari europei erano stati espulsi nel 1967 da Sékou Touré. Tuttavia, i cristiani continuavano a insegnare il catechismo ai bambini e a recitare le preghiere quotidiane e il rosario. Manifestavano una grande devozione per la Vergine Maria e si riunivano la domenica per ascoltare la Parola di Dio.
Ho avuto la grazia di incontrare quegli uomini e quelle donne che conservavano la fede senza alcun sostegno sacramentale, in mancanza di preti. Si nutrivano della Parola di Dio e alimentavano la vitalità della fede con la preghiera quotidiana. Non potrò mai dimenticare la loro gioia inimmaginabile quando io celebravo la messa che non avevano avuto da tanto tempo. Che mi sia consentito di affermare con certezza e con forza: io credo che se si fossero ordinati degli uomini sposati in ogni villaggio, si sarebbe estinta la fame eucaristica dei fedeli. Si sarebbe separato il popolo da questa gioia di ricevere, nel sacerdote, un altro Cristo. Perché, con l’istinto della fede, i poveri sanno che un prete che ha rinunciato al matrimonio fa loro dono di tutto il suo amore sponsale.
4. SUI PRETI SPOSATI DELL’ORIENTE
Dobbiamo ascoltare le testimonianze che promanano dalle Chiesa cattoliche orientali. Parecchi membri di queste Chiese hanno chiaramente sottolineato che lo stato sacerdotale entra in tensione con lo stato coniugale. […] Il clero sposato orientale è in crisi. Il divorzio dei preti è diventato un terreno di tensione ecumenica tra i patriarcati ortodossi. […] Perché la Chiesa cattolica accetta la presenza di un clero sposato in alcune Chiese orientali unite? Alla luce delle affermazione del recente magistero sul legame ontologico tra il sacerdozio e il celibato, penso che questa accettazione ha per fine di favorire una evoluzione progressiva verso la pratica del celibato, che avrebbe luogo non per via disciplinare ma per delle ragioni propriamente spirituali e pastorali.
5. SUI PRETI SPOSATI EX ANGLICANI O DELL’AMAZZONIA
Mi si potrebbe far notare che esistono già delle eccezioni, e che degli uomini sposati sono stati ordinati preti nella Chiesa latina continuando a vivere “more uxorio” con le loro spose. Si tratta effettivamente di eccezioni nel senso che questi casi procedono da una situazione particolare che non deve essere portata a ripetersi. È il caso dell’ingresso nella piena comunione di pastori protestanti sposati destinati a ricevere l’ordinazione sacerdotale. Un’eccezione è transitoria per definizione e costituisce una parentesi nello stato normale e naturale delle cose. Questo non è il caso di una regione remota che manca di preti. La loro scarsità non è uno stato eccezionale. Questa situazione è comune in tutti i paesi di missione, e anche nei paesi dell’occidente secolarizzato. Per definizione una Chiesa nascente manca di preti. La Chiesa primitiva si è trovata in questa situazione. Ma abbiamo visto che non ha rinunciato al principio della continenza dei chierici. L’ordinazione di uomini sposati, siano essi stati in precedenza diaconi permanenti, non è un’eccezione, ma una breccia, una ferita nella coerenza del sacerdozio. Parlare di eccezione sarebbe un abuso di linguaggio o una menzogna.
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