sabato 5 aprile 2014

Riflessioni d'una sorella cristiana sui nostri fratelli carcerati



VISITARE I CARCERATI

Prima Esperienza* “Siamo in carcere, soffriamo, piangiamo e dobbiamo condividere il 
nostro star male, perché chi forse ha ancora un po’di fede sa benissimo che questa è una realtà passeg- 
gera, ma che ci può essere di aiuto in fin dei conti, naturalmente se lo vogliamo. Ma torniamo a noi, 
oggi mi sono ricreduto, ho sentito davvero qualcosa che mi arrivava dal dentro, qualcosa forse di 
sconosciuto ma che intendo con lei conoscere, imparare, capire, sono stato male e bene nello stesso 
tempo, certe parole sulla famiglia mi hanno fatto rabbrividire, piangere. pensare cosa ho buttato via dei 
miei 27 anni. Ho pensato, ho riflettuto e non voglio buttare la mia vita dietro quattro sbarre verdi ibride che non riescono che a suscitare in me solo una rabbia bestiale, che qui difficilmente riuscirasti a sfogare.
Non mi sembrava di essere in chiesa, pensavo di essere a casa mia, dove mio padre 
mi diceva le parole che io, incredulo di me stesso, ascoltavo e le facevo mie. 
Il tutto si conclude con una comunione, di cui non sapevo se fare, ma io in quel momento mi sentivo, 
anche senza confessione, pentito del male che avevo fatto a tante persone. 




Lei dice quello che pensa e pensa che il carcere, così come è, non sia Seconda Esperienza * 
giustizia, ma vendetta. “In carcere ci stanno soprattutto i poveri, ma la povertà si potrebbe preve- 
nire. E non mi si venga a parlare di rieducazione: chi vuoi rieducare in quelle celle sovraffolla- 
te, in quei corridoi lugubri, senza la possibilità di un lavoro, senza strumenti, senza rispetto?”. 



Terza Esperienza* “E la prima cosa da chiarire è che in prigione ci sono soprattutto i 
poveri. Se non ci fossimo noi che distribuiamo indumenti, dalle tute alle mutande, molti 
detenuti sarebbero letteralmente nudi. Il carcere non passa vestiti e per chi non ha famiglia né 
soldi: è dura. C’è gente arrestata d’estate che rimarrebbe in sandali e maglietta anche a dicembre. 
Se non ci fossimo noi che diamo i gettoni per il telefono, ci sono persone che non potrebbero fare 
nemmeno le due telefonate al mese concesse. E così via per i francobolli, per la carta, per il 
dentifricio, per un cibo diverso, perfino per il ticket necessario per le visite mediche: un problema, 
questo ultimo, che lo Stato deve decidersi a risolvere. Ecco un altro dei nostri compiti: 
sensibilizzare i legislatori, perché intervengano sul sistema. In prigione vanno soprattutto i poveri 
perché partono svantaggiati e perché, la prima cosa che ho imparato in carcere, la pena è 
inversamente proporzionale alla ricchezza. Più si è ricchi e meno si sta in prigione e questo vale 
per qualunque reato, dal furto all’omicidio. La difesa non è tutelata: c’è chi ruba miliardi, ma ha 
dieci avvocati e prende una condanna di un anno e c’è chi ruba automobili oppure ruba nei 
supermercati e si becca due anni per ogni automobile. E poi una persona di un certo stato 
sociale offre più garanzie e quindi accede più facilmente ai benefici e alle pene alternative. 
Si concedono arresti domiciliari a chi non ha una casa e allora? I volontari proprio per questo, 
gestiscono anche una casa alloggio per i detenuti in permesso domiciliare. 


“Ero in carcere e non mi hai visitato”. È questa una parola di Gesù Quarta Esperienza* 
che io, a differenza dei volontari, che si sono organizzati per offrire assistenza ai carcerati, certa- 
mente mi sentirò dire dal Signore nel giorno del giudizio. Infatti, solo una volta in vita mia an- 
dai a portare del vestiario e del cibo a un conoscente che era in prigione, ma non mi fecero passa- 
re: mi dissero che ci voleva l’autorizzazione del giudice e tante altre carte e capii, una volta per 
sempre, che era un affare piuttosto complicato. Mi resi conto allora che era proprio l’isolamento 
il terribile genio del carcere. Così quest’opera di misericordia è inibita ai più. 
Ma sono tanti i poveri cristi in stato di isolamento, anche senza essere in prigione. Ci sono
muri più alti e invalicabili di quelli delle patrie galere e, dietro altre non meno tenebrose muraglie, 
vivono innumerevoli uomini e donne che gli altri non vogliono vedere, né incontrare e che 
nessuno mai cerca. 

Molti si isolano da sé, perché hanno i loro motivi segreti di melanconia: c’è chi si porta dietro 
troppe delusioni e c’è chi soffre di quella debolezza interiore che ti fa temere la vita e aver paura 
della gente. Altri invece vengono isolati dagli uomini: tante volte basta non riuscire ad essere 
piacevoli per essere giudicati antipatici ed equivale a una condanna. Altri ancora restano fuori dal 
giro delle amicizie e dei normali rapporti umani, perché sembrano pericolosi, gente di cui non ci si 
può fidare: si pensi al dramma degli ex-carcerati, ai quali praticamente è quasi impossibile un 
reinserimento nella normale vita civile. 

È questa del vivere isolati un’esperienza molto dura, che tanti provano fin da bambini, quando, 
in classe, sei quello che tutti prendono in giro, che nessuno invita alla festa del compleanno, che 
durante la ricreazione resta solo, appoggiato al muro ed è chiaro che per gli altri tu non esisti. Ora, 
per valicare questi muri non è necessario il permesso del giudice. Basta volerlo. Forse, per la 
maggioranza di noi, cittadini comuni, è questo che Cristo oggi ci chiede. Lo disse espressamente un 
giorno: “Quando offri un pranzo o una cena non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi 
parenti, né i ricchi vicini... Al contrario, quando dai un banchetto invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 
e sarai felice perché non hanno da ricambiarti. Riceverai la tua ricompensa alla risurrezione dei 
giusti” (Luca 12,12-14). 
Dietro questa esortazione un po’ ironica di Gesù sta un’esigenza evangelica molto impegnativa: 
invece di circondarti sempre e solo di tanti amici simpatici che rallegrano la tua vita, cerca la 
compagnia di chi ha bisogno di compagnia, renditi tu amico di chi ha bisogno di amicizia.



 Quinta Esperienza 

I condannati, che hanno bisogno di assistenza, non sono soltanto i carcerati. La giustizia penale 
del passato, quella del presente in una certa misura e anche quella del domani conosce pene di 
tormenti fisici, mutilazioni, morte ed esecuzioni capitali in forme diverse. Occorre prestare 
aiuto ai carcerati, a tutti coloro che si sono visti infliggere una pena, considerandoli in un duplice 
aspetto, come persone singole e come membri della comunità. 



San Giovanni Paolo II invitava: 


“Voi dovete conoscere i carcerati ed amarli” 


a) Innanzi tutto conoscerli. 

Per aiutare i carcerati è, infatti, indispensabile avere con loro un contatto come da anima ad anima, 
il quale suppone la comprensione dell’altro in quanto individuo qualificato dalla sua origine, dalla 
sua formazione, dallo svolgimento della sua vita, fino al momento in cui lo incontrate nella sua 
cella. Non basta dunque comprendere il carcerato e il suo stato, ma occorre anche condurlo 
a conoscere e a comprendere lui stesso i principi che dovranno aiutare il suo rinnovamento. L’idea 
fondamentale, che deve guidare il detenuto nel suo sforzo di rilevarsi, è la persuasione che egli può 
cancellare gli errori del passato e prendere le mosse per riformare e rifare la sua vita; che il 
presente castigo può aiutarlo ad effettuare questi due scopi e che lo sosterrà realmente, se si 
risolverà ad accettare la sofferenza con una giusta attitudine, vale a dire, a dare il senso della 
espiazione e della reintegrazione dell’ordine. 

b) Occorre poi amarli. 

Per aiutare realmente il carcerato, bisogna andare verso di lui non solo con idee rette, ma altresì, 
e forse anche più, col cuore, particolarmente, se si tratta di infelici creature, che mai forse, 
nemmeno in seno alla famiglia, hanno gustato le dolcezze di una sincera amicizia. Voi seguirete 
così l’esempio dell’amore comprensivo e devoto senza limiti, quello della madre. Ciò che 
conferisce alla madre un tale influsso sui suoi figli, anche adulti, anche se traviati o rei, non sono 
già le idee, per quanto giuste, che ella loro propone, ma il calore del suo affetto e il dono costante 
di sé stessa, che mai non si stanca, anche se incontra un rifiuto; sa invece pazientare ed attendere, 
rivolgendosi intanto a Colui al quale nulla è impossibile. E’ la parola dell’amore, che in tutti gli 
idiomi del mondo è compresa, e che non solleva né discussione né contraddizione; l’amore, di cui 
l’Apostolo Paolo ha cantato le lodi nel suo “inno alla carità” della prima lettera ai Corinti, 13,1-13. 
Ma, per quanto profondo e genuino, tale amore non indulge ad alcuna approvazione del male 
commesso nel passato, né incoraggia le volontarie cattive disposizioni che ancora perdurassero. 

Quando il Signore morente s’indirizza al ladrone che, pentito, espia la sua colpa, non lo fa 
discendere dalla croce e non impedisce che gli vengano spezzate le membra, ma gli dice una 
parola di luce, di conforto, di fortezza: “Oggi sarai con me in paradiso” (Luc. 23, 43). Ecco come 
il Signore intende che voi aiutate i carcerati; voi, facendo rivivere nei loro cuori la certezza di 
queste alte verità, direte loro le stesse parole, che illuminano, consolano e fortificano: “La tua 
sofferenza ti dà la purificazione, il coraggio e la più grande speranza di arrivare felicemente allo 
scopo, alle porte del cielo, a cui non conduce la via spaziosa del peccato. Tu sarai con Dio in 
paradiso; basta che ti affidi a Lui e al tuo Salvatore “. 



Come mani di Dio sulla Terra, aiutiamo le persone in carcere. 

Alcune proposte: 

* Come volontario visita le prigioni locali, molte di esse sono gestite dalle comunità cristiane; 

* Aiuta i programmi educativi e di tirocinio al lavoro per riabilitare i carcerati a riprendere il loro 
 ruolo utile nella società; 

* Prega per le famiglie dei carcerati, perché soffrono con loro; 

* Sostieni i programmi parrocchiali, che provvedono doni per i carcerati e per i loro bambini nel 
 periodo natalizio; 

* Incoraggia le vittime dei criminali e le vittime della violenza domestica a cercare una terapia 
 pastorale o consulenza professionale secolare; 

* Rifiuta il razzismo; pratica l’inclusione, non l’esclusione; 

* Impara ancor di più circa la condizione di coloro che ingiustamente sono in prigione per 
 situazioni politiche e credi religiosi, e anche come poterli liberare; 

* Ricordati che siamo tutti membri della razza umana e uguali agli occhi di Dio. 
ڇ Il Carisma di Maddalena 





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