venerdì 31 gennaio 2014

Domenica 2 Febbraio 2014, Presentazione del Signore, festa


"Prendete, prendete quest’opera e ‘non sigillatela’, ma leggetela e fatela leggere"
Gesù (cap 652, volume 10), a proposito del
"Evangelo come mi è stato rivelato"
di Maria Valtorta

Domenica 2 Febbraio 2014, Presentazione del Signore, festa

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 2,22-40.

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. 

Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». 
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima». 

C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. 
Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.
Traduzione liturgica della Bibbia


Corrispondenza nel "Evangelo come mi è stato rivelato" 
di Maria Valtorta : Volume 1 Capitolo 32 pagina 190.

Vedo partire da una casetta modestissima una coppia di persone. Da una scaletta esterna scende una giovanissima madre con un bambino fra le braccia, avvolto in un panno bianco.Riconosco questa Mamma nostra. È sempre Lei, pallida e bionda, snella e tanto gentile in ogni suo atto. È vestita di bianco, col manto in cui si avvolge di un pallido azzurro. Sul capo un velo bianco. Porta con tanta cura il suo bambino.

Ai piedi della scaletta l’attende Giuseppe presso ad un ciuchino bigio. Giuseppe è vestito tutto di color marrone chiaro, sia nella tunica che nel mantello. Guarda Maria e le sorride. Quando Maria giunge presso il ciuchino, Giuseppe si passa la briglia dell’asinello sul braccio sinistro e prende per un momento il Bambino, che dorme tranquillo, per permettere a Maria di accomodarsi meglio sulla sella del ciuchino. Poi le rende Gesù e si incamminano. 

Giuseppe cammina al fianco di Maria, tenendo sempre per la briglia il somarello e facendo attenzione che questo vada dritto e senza inciampi. Maria tiene in grembo Gesù e, come per tema che il freddo gli posa nuocere, gli stende addosso un lembo del suo mantello. Parlano pochissimo i due sposi, ma si sorridono sovente. 

La strada, che non è un modello stradale, si snoda fra una campagna che la stagione fa nuda. Qualche altro viaggiatore si scontra coi due o li raggiunge, ma sono rari.Poi ecco delle case che si mostrano e delle mura che serrano una città. I due sposi entrano in essa da una porta e comincia il percorso sul selciato (molto sconnesso) cittadino. Il cammino diviene molto più difficile, sia perché vi è del traffico che fa fermare tutti i momenti il ciuchino, sia perché lo stesso sulle pietre e sulle buche che sostituiscono le pietre mancanti ha continue scosse, che disturbano Maria e il Bambino.

La strada non è piana. Sale, sebbene lievemente. È stretta fra case alte dalle porticine strette e basse e dalle rade finestre sulla via. In alto il cielo si affaccia con tante fettine di azzurro fra case e case, anzi fra terrazze e terrazze. In basso sulla via vi è gente e vocio, e si incrociano altre persone a piedi, o su somarelli, o conducenti somarelli carichi, e altre dietro ad unaingombrante carovana di cammelli. 

Ad un certo punto passa con molto rumore di zoccoli e di armi una pattuglia di legionari romani, che scompaiono oltre un arco posto a cavalcione di una via molto stretta e sassosa.Giuseppe piega a sinistra e prende una via più larga e più bella. Vedo la cinta merlata, che già conosco, in fondo ad essa.

Maria smonta dal ciuchino presso la porta dove è una specie di posteggio per altri somarelli. Dico «posteggio» perché è una specie di capannone, meglio, di tettoia, dove è paglia sparsa e dei paletti con degli anelli per legare i quadrupedi.Giuseppe dà alcune monete ad un ometto accorso e con esse acquista un poco di fieno, e attinge un secchio d’acqua da un pozzo rudimentale che è in un angolo, e li dà al ciuchino. 

Poi raggiunge Maria ed ambedue entrano nel recinto del Tempio. Si dirigono prima verso un porticato, dove vi sono quelli che Gesù poi fustigò egregiamente: i venditori di tortore e agnelli e i cambiavalute. Giuseppe acquista due colombini bianchi. Non cambia il denaro. Si capisce che ha già quello che gli occorre.Giuseppe e Maria si dirigono ad una porta laterale che ha otto gradini, come mi pare abbiano tutte le porte, quasi che il cubo del Tempio sia sopraelevato dal resto del suolo. 

Questa porta ha un grande atrio, come i portoni delle nostre case di città, per darle un’idea, ma più vasto e ornato. In esso vi sono a destra e a sinistra due specie di altari, ossia due costruzioni rettangolari, di cui sul principio non capisco bene lo scopo. Sembrano delle basse conche, perché l’interno è più basso dell’orlo esterno, che si sopraelevava di qualche centimetro. Non so se chiamato da Giuseppe o se venuto di suo, accorre un sacerdote. Maria offre i due poveri colombi ed io, che capisco la loro sorte, volgo altrove lo sguardo. 

Osservo gli ornati del pesantissimo portale, del soffitto, dell’atrio. Mi pare però di vedere, con la coda dell’occhio, che il sacerdote asperga Maria con dell’acqua. Deve essere acqua, perché non vedo macchie sul suo abito. Poi Maria, che insieme ai colombini aveva dato un mucchietto di monete al sacerdote (mi ero dimenticata di dirlo) entra con Giuseppe nel Tempio vero e proprio, accompagnata dal sacerdote. 

Io guardo da tutte le parti. È un luogo ornatissimo. Sculture a teste d’angeli e palme e ornati corrono sulle colonne, le pareti e il soffitto. La luce penetra da curiose finestre lunghe, strette, naturalmente senza vetri, e tagliate diagonalmente alla parete. Suppongo che sia per impedire agli acquazzoni di entrare. Maria si inoltra sino ad un certo punto. Poi si arresta. A qualche metro da Lei vi sono degli altri gradini e su questi sta un’altra specie di altare, oltre il quale vi è un’altra costruzione. 

Mi accorgo che credevo essere nel Tempio e invece ero in ciò che contorna il Tempio vero e proprio, ossia il Santo, oltre il quale pare che nessuno, fuorché i sacerdoti, possono entrare. Quello che io credevo Tempio non è perciò che un chiuso vestibolo, che da tre parti cinge il Tempio, dove è chiuso il Tabernacolo. Non so se mi sono spiegata per bene. Ma non sono architetto o ingegnere.

Maria offre il Bambino – che si è svegliato e gira i suoi occhietti innocenti intorno con lo sguardo stupito degli infanti di pochi giorni – al sacerdote. Questo lo prende sulle braccia e lo solleva a braccia tese, volto verso il Tempio, stando contro a quella specie di altare che sta su quei gradini. Il rito è compiuto. Il Bambino viene restituito alla Mamma e il sacerdote se ne va. Vi è della gente che guarda curiosa. 

Fra questa si fa largo un vecchietto curvo e arrancante, che si appoggia ad un bastone. Deve essere molto vecchio, direi certo oltre gli ottant’anni. Egli si accosta a Maria e le chiede di dargli per un attimo il Piccino. Maria lo accontenta sorridendo. Simeone, che io ho sempre creduto appartenesse alla casta sacerdotale e invece è un semplice fedele, almeno a giudicare dalla veste, lo prende, lo bacia. Gesù gli sorride con la smorfietta incerta dei poppanti. Sembra che lo osservi curioso, perché il vecchietto piange e ride insieme, e le lacrime fanno tutto un ricamo di luccichii insinuandosi fra le rughe e imperlando la barba lunga e bianca, verso la quale Gesù tende le manine. È Gesù, ma è sempre un bambinello, e ciò che gli si muove davanti attira la sua attenzione e gli dà velleità di afferrare quella cosa per capire meglio cosa è. Maria e Giuseppe sorridono, e anche i presenti, che lodano la bellezza del piccino.Sento le parole del santo vecchio e vedo lo sguardo stupito di Giuseppe, quello commosso di Maria, e anche quelli della piccola folla, in parte stupita e commossa e in parte, alle parole del vecchio, presa da ilarità. Fra questi vi sono dei barbuti e tronfi sinedristi, che scuotano il capo, guardando Simeone con compatimento ironico. Lo devono pensare andato fuor di cervello per l’età. 

Il sorriso di Maria si spegne in un più vivo pallore quando Simeone le annuncia il dolore. Per quanto Ella sappia, questa parola le trafigge lo spirito. Si avvicina di più a Giuseppe, Maria, per confortarsi, si stringe con passione il suo Bambino al seno e beve, come anima assetata, le parole di Anna, a sua volta sopraggiunta, la quale, donna come è, ha pietà del suo soffrire e le promette che l’Eterno le addolcirà di una forza soprannaturale l’ora del dolore. «Donna, a Chi ha dato il Salvatore al suo popolo non mancherà il potere di dare il suo angelo a confortare il suo pianto. Non è mai mancato l’aiuto del Signore alle grandi donne d’Israele, e tu sei ben più di Giuditta e di Giaele. Il nostro Dio ti darà cuore di oro purissimo per resistere al mare di dolore, per cui sarai la più grande Donna della creazione, la Madre. E tu, Bambino, ricordati di me nell’ora della tua missione». E qui mi cessa la visione.

Estratto di "l'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta ©Centro Editoriale Valtortiano http://www.mariavaltorta.com/


"Parlare di Maria SS. è come vederLa, e vedere Maria è gioire"





AVE GRATIA PLENA, DOMINUS TECUM!

Dal "Sermone Angelico - Rivelaz. Celesti S. Brigida" -Domenica - Lezione Seconda (Capitolo 2) Assoluzione:

Soccorrici, o Madre di Cristo,
che gioia portasti al mondo tristo.
Amen.

 <<Anche tu, Maria, degnissima fra tutte le creature, eri dal principio davanti a Dio, prima che ti creasse, come l'arca di Noè era davanti allo stesso Noè, dopo ch'ebbe notizia della sua fabbricazione, prima di costruirla come gli era stata ordinata.



Seppe, infatti, Noè nel tempo che piacque a Dio, come doveva esser fatta la sua arca, e seppe anche Dio, prima dei tempi, come doveva esser fatta la sua arca, cioè il tuo glorioso corpo.




Godeva Noè della sua arca, prima che fosse fabbricata, e sommamente godeva di te, o Vergine, lo stesso Dio, prima che ti creasse.

Godeva Noè, perché la sua arca doveva essere talmente solida e ferma, da resistere a tutti gli urti delle tempeste; godeva Dio perché il tuo corpo doveva esser fatto così virtuoso e forte, da non dover mai essere piegato al peccato per qualsiasi malvagio assalto del futuro inferno.

 

Godeva Noè che la sua arca dovesse essere così ben bitumata dentro e fuori, da non poter fare acqua per alcuna fessura; e godeva Dio perché prevedeva la tua volontà talmente derivata buona dalla sua, da meritare d'essere permeata dentro e fuori dallo Spirito Santo, in modo che nel tuo cuore non vi fosse alcun adito ad ambizione delle cose temporali che sarebbero state create nel mondo. Perché la cupidigia mondana nell'uomo era così odiosa a Dio, come a Noè un'incrinatura nell'arca.

 Cimabue: Maestà (Madonna col Bambino)

Godeva Noè della spaziosa ampiezza della sua arca; godeva Dio della tua larghissima e misericordiosissima pietà, per la quale avresti amato tutti e non odiato irragionevolmente alcuna creatura, specialmente perché tale tua pietà benignissima doveva dilatarsi in modo che potesse dimorare nel tuo benedetto seno l'immenso Dio, dalla grandezza incomprensibile.



 

Godeva ancora Noè che la sua arca doveva esser fatta abbastanza luminosa; godeva Dio che la tua verginità doveva esser conservata fino alla morte talmente illibata, che nessun contagio di peccato potesse offuscarla. 

 

Godeva Noè del fatto che avrebbe avuto nella sua arca tutto il necessario alla vita del corpo; godeva Dio del fatto che avrebbe ricevuto dal tuo solo corpo tutto il suo corpo, senza alcun difetto.




Ma anche più che Noè della sua arca, si compiaceva Dio di te, o castissima Vergine. Perché Noè prevedeva di dover uscir dalla sua arca con lo stesso corpo con cui vi era entrato; e prevedeva Dio di dover entrare senza corpo nel tuo castissimo corpo, e da esso uscire col corpo assunto dalla tua mondissima carne e purissimo sangue.





 Noè sapeva che avrebbe lasciata vuota l'arca, dopo esserne uscito per non rientrarvi più; e sapeva anche Dio, prima dei secoli, che quando sarebbe nato da te fattosi uomo, tu Vergine e Madre gloriosa, non saresti rimasta vuota come l'arca di Noè, ma pienissima di tutti i doni dello Spirito Santo.

 

E sebbene il suo corpo, nella nascita sarebbe rimasto separato dal tuo, tuttavia previde che saresti rimasta inseparabilmente con lui sempre.>>


“ O Santa Vergine Maria, non c’è al mondo creatura bella come Te.
O Figlia ed Ancella del Padre celeste,
o Madre santissima di Gesù Cristo e Sposa dello Spirito Santo,
prega per noi con il santo Arcangelo Michele e con tutti i Santi, il tuo Figlio, nostro dilettissimo Signore e Maestro. Amen."
(Antif. del Serafico Padre San Francesco d'Assisi)



AMDG et BVM 

giovedì 30 gennaio 2014

Il posto di Atanasio. Rudolf Graber.

serve un nuovo Sant'Atanasio

Il posto di Atanasio. Rudolf Graber
tratto dal Settimanale di Padre Pio dal Numero 38 del 29 settembre 2013
di Paolo Risso
Vescovo per trent’anni, mons. Graber vive anni difficili per la Chiesa. Si trova a dover denunciare una “teologia” sempre più lontana da Cristo, snaturata a partire dalla Liturgia, che ha distrutto ormai il senso del “Sacro”. Crisi tutt’altro che risolta, dati i nostri stessi tempi bui.
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    Lo sguardo luminoso dietro le lenti. Il volto sereno atteggiato a sorriso. Uno stile serio e lieto con la sicurezza della Verità. Così si presentava già al primo incontro mons. Rudolf Graber, vescovo di Ratisbona, il quale nella sua lunga vita si distinse per le virtù e per le opere. Una vita incentrata in Gesù Cristo e tutta “giocata” per Lui e per la sua Chiesa.

Profilo di un uomo
    Era nato il 13 settembre 1903. Intelligentissimo e lucido, presto appassionato di Gesù, il giovane si avvia rapidamente al Sacerdozio con l’intento di prolungare Gesù in primo luogo nel servizio alla Verità. A soli 23 anni, il 1° agosto 1926, è ordinato sacerdote.
    Vorrebbe dedicarsi subito all’apostolato diretto, ma i superiori lo mandano a Roma a laurearsi in Sacra Teologia all’Angelicum, l’ateneo dei Domenicani che sulla scia del Fondatore, il beato padre Giacinto Cormier (†1916) e dei suoi illustri docenti, tra i quali il padre Reginaldo Garrigou-Lagrange (†1964), allora era assai prestigiosa scuola di Filosofia e di Teologia, alla sequela di san Tommaso d’Aquino.
    Addottoratosi in modo brillante, don Rudolf, dal 1929 al 1962, lavorerà nella sua diocesi di Eichstâtt in Baviera. Dal 1941 è professore di Storia della Chiesa, di Teologia fondamentale, di Ascetica e Mistica all’Università. Intraprende la sua attività scientifica di studi e ricerche e le sue pubblicazioni, tradotte in diverse lingue, lo rendono noto in Germania e nel mondo.
    Nello studio della Teologia intorno a Gesù Cristo, don Rudolf scopre in modo singolare il posto della Madonna e di Lei si innamora a fondo, intravedendo presto una forza di irradiazione sulle anime che solo Maria Santissima può donare. Così dal 1957 al 1962 diventa capo della redazione del Bote von Fatima (Messaggero di Fatima). Sale su molti pulpiti e cattedre a parlare della Madonna: la sua identità, i suoi privilegi, il suo ruolo nell’opera della Salvezza, nella conversione delle anime e del mondo a Gesù, il Figlio suo e nostro unico Salvatore. Nel 1973 vengono pubblicati due volumi delle sue splendide omelie mariane e di altri suoi scritti sui grandi problemi della Chiesa, da lui sempre studiati e illuminati.
    Un grande avvenimento è accaduto intanto nella sua vita. Il 28 marzo 1962, da papa Giovanni XXIII è elevato alla dignità di vescovo e insediato nella antica e illustre Ratisbona. Come vescovo ratisbonese partecipa al Concilio Vaticano II, impegnandosi nella difesa della Verità.

Centenario di sant’Atanasio
 
Sarà un nobile Presule, ma a renderlo ancora celebre a più di 20 anni dalla sua morte avvenuta il 31 gennaio 1992 (un trentennio di Episcopato!), è il suo libro Sant’Atanasio e la Chiesa del nostro tempo (edizioni Civiltà, Brescia 1973), pubblicato nel XVI centenario della morte di sant’Atanasio (†373), vescovo di Alessandria d’Egitto, il grande difensore della Divinità di Gesù Cristo contro l’eresia di Ario, al Concilio di Nicea (325) e sino alla sua fine, subendo attacchi, condanne, esilio e sofferenze di ogni genere.

    Mons. Rudolf Graber, partendo dalla crisi ariana del IV secolo d.C. e presentando la figura e l’opera gigantesca di sant’Atanasio, passa poi a illustrare come una gravissima crisi sta dilagando ora nel secolo XX, nella Chiesa, crisi tutt’altro che risolta. Egli osserva lucidamente che il pericolo che ci sovrasta e ci minaccia nel nostro tempo è assai peggiore dell’assalto di Ario nell’epoca dell’intrepido Atanasio.

    È entrato ora nel popolo già cristiano-cattolico un veleno mortale. Noi sappiamo qual è il canale di infiltrazione: sul popolo hanno presa non tanto le idee astratte, ma ciò che tocca con mano, ciò che in pratica gli è proposto, ciò che vive. In una parola, la Liturgia. Gli incessanti cambiamenti, le inattese e, per la maggioranza, non motivate sorprendenti novità liturgiche, hanno gettato l’allarme hanno confuso gli spiriti semplici e retti, pronti a ricevere tutto, in modo indiscriminato. Attraverso una riforma liturgica, condotta spesso in modo scanzonato, è stata scossa e sofisticata la fede retta e semplice nei Sacramenti: il Battesimo e la Confessione, soprattutto l’Eucaristia. 

    Si è diffusa – denuncia mons. Graber – una deplorevole confusione nelle coscienze, che è la causa principale dello smarrimento del “Sacro”. Una desacralizzazione, voluta e imposta da certo clero progressista, che fa parte del “complotto” delle forze sovversive (leggi: Massoneria) che vogliono rovinare la fede e la preghiera. Cambiata la regola della preghiera (lex orandi), si cambia in modo facilissimo la regola della fede (lex credendi), e viceversa, per cui a un certo punto, nulla più regge. 

    Oggi, a 45-50 anni dall’inizio di queste cose, ne vediamo la gravità, ma chi pone mano ad esse? L’attenzione, purtroppo, continua a essere rivolta più all’uomo che a Dio.
    Mons. Graber, in questo suo capolavoro, accusa e documenta tale complotto, ripetendo il monito dello statista barone Von Hertling, uomo pio e saggio, che già nel 1905 aveva scritto: «Gli indecisi, i titubanti, gli uomini di poca fede sogliono subire l’assalto senza possibilità di opporre resistenza; così si spezzano gli ultimi legami che li tenevano uniti alla Chiesa. Credono di avere il diritto di condannare tutta la pietà cattolica».

   
Queste parole dette del modernismo d’inizio secolo XX, mons. Graber le applica in modo ancora più denso al modernismo del nostro tempo che giunge alla negazione piena di Gesù Cristo stesso e del Cattolicesimo che viene da Lui: «Del Cattolicesimo così non resta più nulla» (ven. Pio XII), solo un umanitarismo come vogliono la Massoneria e gli “utili idioti” che di essa fanno il gioco, sorridendo alle “aperture”, all’“aria aperta” fatta entrare nella Chiesa!

    Il servirsi della “tavola” come faceva Cranmer (1489-1556) all’inizio dell’anglicanesimo, al posto del vero altare ormai trascurato e disprezzato, nuoce assai in questo senso. “Assemblea” e celebrante si “autocelebrano” a vicenda, incentrandosi sull’uomo e non su Dio. è sminuita la realtà del Sacrificio di Gesù e si fa risaltare invece la convivialità.

    Con lo pseudo-altare non più sacro, perde poco alla volta il carattere sacro anche Quello che si mette sopra: il Figlio di Dio, Gesù Cristo eucaristico è dimenticato e persino negato. Le molte, irriverenti e diverse maniere di dare la Comunione
(“sulla mano”, ma si poteva trovare una cosa peggiore?) fanno il resto. E il continuo chiasso di vario genere, musiche e canti stolti e brutti, persino da osteria, uccidono lo spirito di preghiera, che non può esserci senza raccoglimento.
 
    Dal lucido libro di mons. Graber, questi sono soltanto appunti. Ciò che qui viene chiamata «crisi della Chiesa», papa Paolo VI ha chiamato «autodistruzione della Chiesa»: occorre ascendere alle sue cause, per correggere e riemergere, ma chi lo fa? Ci si illude ancora in un falso ottimismo che aggrava il male, senza rimedio.

Una teologia senza Cristo
    Mons. Graber addita il “documento” della Società segreta (si trova nell’Archivio Vaticano), che suona così: «Noi cerchiamo di distogliere il prete dall’altare e procuriamo di occuparlo in altre cose; rendiamolo politicante e gaudente; in breve diverrà ambizioso, intrallazzatore e perverso. La nostra impresa mira alla corruzione del popolo per mezzo del clero. E con questa corruzione siamo certi di vedere la Chiesa precipitare nella tomba». Nel suo libro, mons. Graber fa vedere (scrive ai primi anni ’70 del secolo scorso) che il programma della Massoneria si sta realizzando. In tutti i Paesi marciano «i pornoteologi», come li definì padre Cornelio Fabro (1911-1995), uno dei maggiori filosofi italiani del nostro tempo. Tutto va a rotoli, si difendono, si giustificano le relazioni pre-matrimoniali, gli adulteri, l’amore di gruppo, gli atti contro natura e quant’altro di perverso possa esistere.

    Si pensi ora quanto più tutto ciò si è realizzato oggi, ma la Chiesa come ai tempi di sant’Atanasio, non scenderà nella tomba, perché Essa appartiene a Gesù, l’Uomo-Dio che l’ha acquistata con il suo Sangue e con il medesimo Sangue la nutre.

    Infine, mons. Graber rammenta Karl Rahner, prima del Concilio Vaticano II: già allora non era senza macchia. Infatuato di Heidegger e di tutta la filosofia esistenzialistica, portò fin dal principio una nascosta (neppur troppo) contraddizione di se stesso, che si è aggravata negli anni del Concilio e del post-Concilio, quando tutto è stato posto in discussione. Oggi, anche rileggendo il Rahner pre-conciliare, lo si vede come un vero camaleonte che prende sempre il colore dell’ambiente, a dir poco un opportunista.

    Quindi è passato alla testa della schiera attivissima non solo in Germania, ma nel mondo intero, lanciatasi all’assalto del Cristo stesso e della sua Chiesa. Sotto un linguaggio fine e persino a volte edificante, egli elabora una “teologia” incentrata sull’uomo e sul mondo, una teologia senza Cristo. Altri “teologi”, altre “cattedre” lo hanno seguito, così che oggi una triste, tristissima gloria resta a Rahner. Egli ha minato e quasi distrutto la fede nel Battesimo – imposto e voluto da Cristo – con il suo slogan: «Ogni uomo è cristiano».

    Ci troviamo così di fronte a una nuova “strage degli innocenti”: i bimbi morti senza Battesimo, perché le nuove pratiche e la svalutazione del Battesimo hanno preso forza dalle tesi di Rahner. Ma tutta una pastorale (che è la negazione della pastorale vera), proprio a causa di Rahner professata da legioni, non si occupa più della Salvezza delle anime, della lotta al peccato, della vita in grazia di Dio, della Confessione frequente e della necessaria, indispensabile, continua conversione a Gesù Cristo. Una realtà terribile: sembra non esistere il problema più urgente, l’unico vero problema, la Salvezza delle anime. Al punto che malati e morenti sono spesso lasciati morire senza Sacramenti: certi preti e parroci non se ne interessano più!

    Conclude così il libro mons. Graber: «La terra tremi sotto i nostri piedi. Si può presagire con certezza che la Chiesa uscirà incolume da una tale rovina, ma nessuno può dire e congetturare chi e che cosa sopravvivrà. Noi, dunque, avvisando, raccomandando, alzando le mani, vorremmo impedire il male mostrandone i segni. Persino i giumenti che portano i falsi profeti, si impennano, arretrano e rinfacciano con linguaggio umano la loro ingiustizia a chi li batte e non vede la spada sguainata (da Dio), che chiude loro la strada. Operate dunque finché è giorno, perché di notte nessuno può operare. Non serve nulla l’aspettare: l’attesa non ha fatto altro che aggravare tutte le cose». 

    Ecco, ciò che serve oggi: un nuovo sant’Atanasio. O meglio: molti sant’Atanasio. Ma Gesù, per mezzo di Maria Santissima Immacolata, non mancherà di mandarceli quando Lui vorrà. A noi pregare, agire, soffrire e offrire per Lui e affrettare l’ora.
  

 

Dominus est!

Esperienze 'eucaristiche' per conservare la Fede

Traggo le pagine che seguono da un piccolo gioiello di spiritualità : Mons. Athanasius SchneiderDominus est, Libreria Editrice Vaticana, 2008, pagg.13-18. Riferiscono l'esperienza di una piccola comunità cattolica che ha conservato la fede in un momento storico ed in circostanze drammatiche, estreme. La differenza rispetto ad oggi è che la persecuzione veniva dal Regime politico e dunque dall'esterno della Chiesa. Oggi, purtroppo ci troviamo a vivere altro.
Interessante la prefazione del card Ranjith, allora Segretario della Congregazione del Culto Divino.

Maria Schneider, mia madre, mi raccontava: dopo la seconda guerra mondiale, il regime stalinista deportava molti tedeschi dal Mar Nero e dal fiume Volga ai monti Urali per impegnarli in lavori forzati. Tutti erano internati in poverissime baracche in un ghetto della città. C'erano alcune migliaia di tedeschi cattolici. Spesso, si recavano da loro, nella massima segretezza alcuni sacerdoti cattolici per amministrare i sacramenti. Lo facevano mettendo a repentaglio la loro vita. Tra quei sacerdoti, che venivano più frequentemente, c'era Padre Alexij Saritski (sacerdote ucraino greco-cattolico e biritualista, morto come martire il 30.10.1963 vicino a Karaganda e beatificato da Papa Giovanni Paolo II nell'anno 2001). I fedeli lo chiamavano affettuosamente « il vagabondo di Dio ». Nel mese di gennaio dell'anno 1958, nella città di Krasnokamsk vicino a Perm nei monti Urali, all'improvviso arrivò segretamente Padre Alexij, proveniente dal luogo del suo esilio, dalla città di Karaganda nel Kazakhstan.

Padre Alexij si adoperava perché il maggior numero possibile di fedeli fosse preparato per ricevere la sacra Comunione. Perciò lui si disponevo ad ascoltare la confessione dei fedeli letteralmente giorno e notte, senza dormire e senza mangiare. I fedeli lo sollecitavano dicendo: « Padre, deve mangiare e dormire! ». Lui invece rispondeva: « Non posso, perché la polizia mi può arrestare da un momento all'altro, e poi tante persone resterebbero senza confessione e quindi senza Comunione ». Dopo che tutti si furono confessati, Padre Alexij cominciò a celebrare la Santa Messa. Improvvisamente una voce risuonò: « La polizia è vicina! » Maria Schneider assisteva alla Santa Messa e disse al sacerdote: « Padre, io La posso nascondere, fuggiamo! ». La donna condusse il sacerdote in una casa fuori dal ghetto tedesco e lo nascose in una stanza, portando anche qualcosa da mangiare e disse: « Padre, adesso Lei può finalmente mangiare e riposare un po' e quando comincia la notte, fuggiremo nella città più vicina ». Padre Alexij era triste, perché tutti si erano confessati, ma non avevano potuto ricevere la sacra Comunione, perché la Santa Messa che aveva appena cominciato era stata interrotta a causa dell'irruzione della polizia. Maria Schneider disse: « Padre, tutti i fedeli faranno con molta fede e devozione la Comunione spirituale e speriamo che Lei potrà ritornare per darci la sacra Comunione ».

All'arrivo della sera si cominciò a preparare la fuga. Maria Schneider lasciò i suoi due figli piccoli (un bambino di due anni e una bambina di sei mesi) a sua madre e chiamò Pulcheria Koch (la zia di suo marito). Le due donne chiamarono Padre Alexij e fuggirono per 12 km attraverso il bosco, nella neve e nel freddo a 30 gradi sotto zero. Arrivarono in una piccola stazione, comprarono il biglietto per Padre Alexij e si sedettero nella sala d'attesa, perché dovevano aspettare ancora un'ora l'arrivo del treno. Improvvisamente si aprì la porta ed entrò un poliziotto, che si diresse direttamente da Padre Alexij. Stando davanti al Padre gli domandò: « Lei dove è diretto? » Il Padre non fu in grado di rispondere a causa dello spavento. Egli non temeva per la sua vita, ma per la vita e il destino della giovane madre Maria Schneider. Invece, la giovane donna rispose al poliziotto: Questo è nostro amico e noi lo accompagniamo. Ecco il suo biglietto », e consegnò al poliziotto il biglietto. Questi, guardando il biglietto disse al sacerdote: « Per favore, non entri nell'ultimo vagone, perché questo sarà sganciato dal resto del treno alla prossima stazione. Buon viaggio! ». E subito il poliziotto uscì dalla sala. Padre Alexij guardò Maria Schneider e le disse: «Dio ci ha mandato un angelo! Non dimenticherò mai quello che Lei ha fatto per me. Se Dio me lo permetterà ritornerò per darvi la sacra Comunione ed in ogni mia Messa pregherò per Lei e suoi figli ».

Dopo un anno, Padre Alexij potè ritornare a Krasnokamsk. Questa volta poté celebrare la Santa Messa e dare la sacra Comunione ai fedeli. Maria Schneider gli chiese un favore: « Padre, potrebbe lasciarmi un'ostia consacrata, perché mia madre è gravemente malata e lei vorrebbe ricevere la Comunione prima di morire? ». Padre Alexij lasciò un'ostia consacrata a condizione che si amministrasse la sacra Comunione con il massimo rispetto possibile. Maria Schneíder promise dì agire in questo modo. Prima di trasferirsi con la sua famiglia nel Kirghistan, Maria amministrò a sua madre malata la sacra Comunione. Per far questo lei si mise dei guanti bianchi nuovi e con una pinzetta dette la Comunione a sua madre. Dopo bruciò la busta, nella quale era contenuta l'ostia consacrata.
* * *
Le famiglie di Maria Schneíder e di Pulcheria Koch si trasferirono poi in Kirghistan. Nel 1962 .Padre Alexij visitò segretamente il Kirghistan e trovò Maria e Pulcheria nella città di Tokmak. Lui celebrò la Santa Messa nella casa di Maria Schneider e, in seguito, ancora un'altra volta nella casa di Pulcheria Koch. Per gratitudine a Pulcheria, questa donna anziana che lo aveva aiutato a fuggire nel buio e nel freddo dell'inverno sui monti Urali, Padre Alexij le lasciò un'ostia consacrata, dando però un'istruzione precisa: «Le lascio un'ostia consacrata. Fate la devozione dei primi nove mesi in onore del Sacro Cuore di Gesù. Ogni primo venerdì del mese Lei faccia l'esposizione del Santissimo nella sua casa, invitando per l'adorazione persone di assoluta fiducia, e tutto dovrà svolgersi con la massima segretezza. Dopo il nono mese, Lei potrà consumare l'ostia, ma lo faccia con grande riverenza! ». Così fu fatto. Per nove mesi ci fu a Tokmak un'adorazione eucaristica clandestina. Anche Maria Schneider era tra le donne adoratrici.

Stando in ginocchio davanti alla piccola ostia, tutte le donne adoratrici, queste donne veramente eucaristiche, desideravano ardentemente ricevere la sacra Comunione. Ma, purtroppo, c'era soltanto una piccola ostia e allo stesso tempo numerose persone desiderose di comunicarsi. Per questo Padre Alexij aveva deciso che alla fine dei nove mesi la ricevesse solamente Pulcheria e tutte le altre donne facessero la Comunione spirituale. Comunque queste Comunioni spirituali erano molto preziose, perché rendevano queste donne « eucaristiche » capaci di trasmettere ai loro figli, per così dire con il latte materno, una profonda fede e un grande amore per l'Eucaristia.

La consegna di quella piccola ostia consacrata a Pulcheria Koch nella città di Tokmak in Kirghistan fu l'ultima azione pastorale del Beato Alexij Saritski. Subito dopo il suo ritorno a Karaganda dal suo viaggio missionario in Kirghistan, nel mese di aprile dell'anno 1962, Padre Alexij fu arrestato dalla polizia segreta e messo nel campo di concentramento di Dolinka, vicino a Karaganda. Dopo tanti maltrattamenti e umiliazioni Padre Alexij ottenne la palma del martirio « ex aerumnis carceris », il giorno 30 di ottobre 1963. In questo giorno si celebra la sua memoria liturgica in tutte chiese cattoliche del Kazakhstan e della Russia; la Chiesa greco-cattolica ucraina lo celebra insieme con gli altri martiri ucraini il giorno 27 di giugno. Fu un Santo eucaristico, che poté educare donne eucaristiche. Queste donne eucaristiche erano come fiori cresciuti nel buio e nel deserto della clandestinità, rendendo così la Chiesa veramente viva.
(Mons. Athanasius Schneider, Dominus est, Libreria Editrice Vaticana, 2008, pagg.13-18)

13 - Il Cuore di Maria è il roveto ardente

Cor Mariae, Cor Jesu, 
INTERCEDE PRO NOBIS

13 - Il Cuore di Maria è il roveto ardente

Maria monte e terra santa. 
- Gersone, parlando del cuor di Maria, afferma ch'esso è:
raffigurato dal roveto ardente visto da Mosè sul monte Horeb. «Altare Cordis 
(Mariae) in quo semper ignis ardebat holocausti. Fuit enim rubus ardens 
incombustus».

Il monte del roveto è chiamato «Mons Dei» montagna di Dio. (Es 3, 1): 
«Locus in quo stas, terra sancta est» (Ibid., 5), «il luogo ove sei è una terra 
santa».

Qui dunque è indicata la SS. Vergine vera montagna di Dio, monte di santità,
montagna predetta da Isaia, posta sulla sommità di tutte le altre montagne: 
«Mons in vertice montium» (Is 2, 2) che ne sono le fondamenta: «Fondamenta 
ejus in montibus sanctis» (Sal 86, 1) perché Dio l'ha elevata in dignità, in 
santità, in potenza al di sopra dei più grandi Santi.

Piccolezza del roveto e umiltà di Maria.
- Non dobbiamo disprezzare questo roveto,
perché Dio, a differenza dei cedri del Libano, l'ha scelta per manifestare lo 
splendore della sua gloria. Il motivo? «Excelsus Dominus et humilia respicit, 
et alta a longe cognoscit» (Sal 137, 6). -  «Il Signore quantunque altissimo e 
infinitamente al di sopra di tutto e di tutti, si compiace riguardare da vicino 
con uno sguardo benigno ed amorevole le cose piccole e
basse: Egli non conosce che da lontano le cose grandi ed alte, come se 
le sdegnasse e le disprezzasse».

Ecco perché ha riguardato l'umiltà della sua serva; Respexit humilitatem ancillae 
suae: di Colei che nel proprio cuore si riteneva l'ultima delle creature; e fu fatta 
la prima, perché, quantunque fosse veramente prima, Ella si riteneva ultima.
La piccolezza del misterioso roveto rappresenta appunto la sua grande umiltà.

Il roveto ardeva e non si consumava.
- Come Dio è disceso dal cielo nel roveto d'Horeb per parlare «in flamma ignis» 
a Mosè, «dal centro del roveto», «de corde rubi» e dichiarargli che lo voleva 
compagno nel liberare i suoi figli dalla schiavitù di Faraone, così
il Figlio di Dio, dal seno del Padre, nell'eccesso del suo amore è disceso nel 
Cuore della Madre sua, ardente d'amore verso Dio e infiammato di carità 
verso gli uomini, per operare la nostra redenzione e associarselo nella grande impresa.

Dio è stato nel roveto pochissimo tempo, ma è sempre stato e sempre starà 
nel cuore di Maria. «Deus in medio ejus, non commovebitur» (Sal 45, 8) - o 
secondo altra versione - «Deus in intimo ejus, non amovebitur». Dio è nel più 
intimo di tale cuore e non ne uscirà mai.

Resta a considerare la parola di Mosè: «Vadam et videbo visionem hanc magnam, 
quare non comburatur rubus» (Es 3, 3). Andrò e vedrò coi miei occhi di che cosa 
si tratta e perché questo roveto arde e non s'incenerisce: «Videbat quod arderet, 
et non combureretur».

Prodigio grande questo; e pur pallida figura di un miracolo più grande ancora,
verificatosi nel Cuore di Maria. Mentre Ella era su questa terra, il suo cuore era 
così ardente d'amore di Dio, che le fiamme del sacro fuoco avrebbero ben presto 
consumata la sua vita corporea, se Dio non l'avesse conservata miracolosamente, 
più e meglio che non i tre fanciulli nella fornace di Babilonia.

Cor Jesu, Cor Mariae, 
miserere nobis