mercoledì 28 giugno 2017

SANTA TERESA DI LISIEUX

A casa di Teresa

pellegrinaggio dei giovani a Lisieux 28 31 agosto 2015
s. teresa di gesù bambino ci invita a casa sua per stare con noi e raccontarci di sè


Teresa di Gesù bambino del Volto santo: ricordi e testimo­nianze

«Suor Teresa di Gesù bambino. 20 anni [...]. Alta e forte con un’aria da bambina, tono di voce ed espressione idem, che celano in lei una saggezza, una perfezione, una perspicacia di cinquantenne. Animo sempre calmo e perfettamente con­trollato, in tutto e con tutte. Santina dall’aria candida, alla quale si da­rebbe il Buon Dio senza confessio­ne, ma la cui cuffia è piena di furbi­zia da farne a chi vuole. Mistica, co­mica, le va bene tutto … saprà farvi piangere di devozione e altrettanto bene farvi svenire dal ridere nelle nostre ricreazioni». (Sr Maria degli An­geli1Lettera alla Visitazione di Le Mans, aprile-maggio 1893)

« Quando rifletto sulle virtù di questa serva di Dio, mi vien voglia di paragonarla al cielo: più ne con­templo le stelle, più mi capita di scoprirne delle nuove » (Sr Maria degli Angeli al processo ordinario, p. 4192)


« Quest'angelo di figliuola ha di­ciassette anni e mezzo, e la ragione di trenta, la perfezione religiosa di una novizia consumata, e la padro­nanza di una perfetta religiosa » (m. Maria di Gonzaga, Lettera al Carmelo di Tours, 9 settembre 1890, in: G. Papasogli, Teresa di Lisieux, p. 349).


« Il suo impegno di piacere a Dio non conosceva soste. Anche tra le occupazioni più distraenti, era sem­pre sulle alte quote della grazia. Mai che l'abbia sorpresa nella più piccola dissipazione. Quando l'avvi­cinavo, essa mi comunicava il suo raccoglimento, pur dicendomi le cose più indifferenti. Mai che si la­mentasse delle cose che doveva soffrire. […] (m. Agnese di Gesù3, PO, pp. 150 ss.)
La comunione era la sua felicità, anche se non le recasse mai conso­lazioni sensibili. […]
Penso che respirava l'amore di Dio come io respiro l'aria (m. Agnese di Gesù, PO, p. 156).
«Ho conosciuto molte carmelita­ne davvero ferventi, che amavano realmente il buon Dio e temevano di offenderlo, ma lo stato d’animo della S.d.D. mi sembra così diverso da ciò che ho visto in altre, che pa­re non vi sia niente in comune. Si sarebbe detto che vedeva Dio conti­nuamente, tanto era grande la sua unione con lui» (m. Agnese di Gesù, POt, p. 158).


« Se si dovesse scegliere una priora in tutta la comunità, senza pensarci due volte sceglierei suor Teresa, nonostante la sua giovane età. È perfetta in tutto; ha il solo di­fetto di avere tre sorelle suore » (m. Maria di Gonzaga, PO, p. 472)


1889 – All'inizio dell'autunno, essendo assenti il sacrestano e le sorelle incaricate, le novizie Marta e Teresa vengono incaricare di pulire la cappella esterna del monastero. Sr Marta racconta che un giorno, mentre spazzavano, presa da uno slancio d'amore, sr Teresa andò a inginocchiarsi all'altare e, bussando alla porta del tabernacolo, disse: “Ci sei, Gesù? Rispondimi, ti suppli­co” (PA, p. 413).


Teresa, sul letto di morte, sente la novizia suor Maria della Trinità manifestare la sua tristezza di vederla tanto soffrire: «Ma no! La vita non è triste, risponde. Se voi mi diceste: “L'esilio è triste”, vi com­prenderei. Si fa un errore nel dare il nome di “vita” a ciò che deve finire. È solo alle cose del Cielo, a quello che non deve mai finire, che si deve dare questo vero nome e, intesa co­sì, la vita non è triste ma lieta, mol­to lieta!»4.


Suor Maria dell'Eucaristia, cugina di s. Teresa, scriveva al padre, il Sig. Isidoro Guérin, dandogli il reso­conto della malattia di Teresa. Leg­giamo, fra l’altro: «Ha sempre pron­ta la parola per far ridere... Se ve­dessi la nostra cara malatina, non potresti ritenerti dal ridere; bisogna che dica sempre qualcosa d'allegro. Dal momento che si è vista sicura di morire, è gaia quanto un frin­guello. Ci sono dei momenti nei quali si pagherebbe il posto per es­serle accanto... Quanto al morale, è sempre la stessa cosa, la stessa al­legria, facendo ridere tutti coloro che l'avvicinano … ».


Come baciare il crocifisso
La sorella suor Genoveffa5 ricorda:
Durante la sua malattia, avendo fatto uno sbaglio ed essendomene pentita profondamente, mi disse: «Adesso bacia il tuo crocifisso». Lo baciai ai piedi.
«E lì che una bambina bacia suo padre? Via, via, si bacia il viso! ». Lo baciai. Aggiunse: «E ora ci si fa ba­ciare da lui». Dovetti appoggiare il crocifisso sulla mia guancia.
Allora Teresa concluse, «Così va bene, ora tutto è dimenticato!».”


Dottrina di Teresa di Lisieux
Pio XI raccomanda al vescovo di Bayeux6:
«Dite e fate dire che si è resa un po’ troppo insipida la spiritualità di Teresa. Com’è maschia e virile, in­vece! Santa Teresa di Gesù Bambi­no, di cui tutta la dottrina predica la rinuncia, è un grand’uomo».

A chi gli faceva notare che in Te­resa del Bambino Gesù non c'era nulla di straordinario, Pio X rispon­deva: "La sua estrema semplicità è la cosa più straordinaria e degna di attenzione in quest'anima. Ristudia­te la vostra teologia".


Giovanni Paolo II, lettera apostolica per la proclamazione a Dottore della Chiesa di s. Teresa di Gesù bambino e del santo Volto, 19 ottobre 1997, 8:
La dottrina di Teresa di Lisieux, se colta nel suo genere letterario, corrispondente alla sua educazione e alla sua cultura, e se misurata con le particolari circostanze della sua epoca, appare in una provvidenzia­le unità con la più genuina tradizio­ne della Chiesa, sia per la confes­sione della fede cattolica sia per la promozione della più autentica vita spirituale, proposta a tutti i fedeli in un linguaggio vivo e accessibile.
Essa ha fatto risplendere nel no­stro tempo il fascino del Vangelo; ha avuto la missione di far conosce­re ed amare la Chiesa, Corpo misti­co di Cristo; ha aiutato a guarire le anime dai rigori e dalle paure della dottrina giansenista, più incline a sottolineare la giustizia di Dio che non la sua divina misericordia. Ha contemplato ed adorato nella mise­ricordia di Dio tutte le perfezioni divine, perché «perfino la giustizia di Dio (e forse più di ogni altra per­fezione) mi sembra rivestita d'amo­re» (Ms A 83 v). È divenuta così un'i­cona vivente di quel Dio che, secon­do la preghiera della Chiesa, «omni­potentiam suam parcendo maxime et miserendo manifestat» (cfr Missale Romanum, Collecta, Dominica XXVI «per an­num»).
[…] Il nucleo del suo messag­gio, infatti, è il mistero stesso di Dio Amore, di Dio Trinità, infini­tamente perfetto in se stesso. Se la genuina esperienza spirituale cri­stiana deve coincidere con le verità rivelate, nelle quali Dio comunica se stesso e il mistero della sua vo­lontà(cfr Dei Verbum, n. 2), occorre af­fermare che Teresa ha fatto espe­rienza della divina rivelazione, giungendo a contemplare le realtà fondamentali della nostra fede uni­te nel mistero della vita trinitaria. Al vertice, come sorgente e termine, l'amore misericordioso delle tre Di­vine Persone, come essa lo espri­me, specialmente nel suo Atto di offerta all'Amore misericordioso.Alla base, dalla parte del soggetto, l'esperienza di essere figli adottivi del Padre in Gesù; tale è il senso più autentico dell'infanzia spiritua­le, cioè l'esperienza della figliolan­za divina sotto la mozione dello Spirito Santo. Alla base ancora e di fronte a noi, il prossimo, gli altri, alla cui salvezza dobbiamo colla­borare con e in Gesù, con lo stes­so suo amore misericordioso.
Mediante l'infanzia spirituale si sperimenta che tutto viene da Dio, a Lui ritorna e in Lui dimora, per la salvezza di tutti, in un mistero di amore misericordioso. Tale è il messaggio dottrinale insegnato e vissuto da questa Santa.
Come per i santi della Chiesa di tutti i tempi, anche per lei, nella sua esperienza spirituale, centro e pienezza della rivelazione è Cristo. Teresa ha conosciuto Gesù, lo ha amato e lo ha fatto amare con la passione di una sposa. È penetrata nei misteri della sua infanzia, nelle parole del suo Vangelo, nella pas­sione del Servo sofferente, scolpita nel suo Volto santo, nello splendore della sua esistenza gloriosa, nella sua presenza eucaristica. Ha canta­to tutte le espressioni della divina carità di Cristo, come sono propo­ste dal Vangelo (cfr PN 24, Jésus, mon Bien-Aimé, rappelle-toi!).
Teresa è stata illuminata in ma­niera particolare sulla realtà del Corpo mistico di Cristo, sulla varie­tà dei suoi carismi, doni dello Spiri­to Santo, sulla forza eminente della carità, che è come il cuore stesso della Chiesa, nella quale ella ha tro­vato la sua vocazione di contempla­tiva e di missionaria (cfr Ms B 2 r·- 3 v).
Finalmente, fra i capitoli più ori­ginali della sua scienza spirituale è da ricordare la sapiente esplorazio­ne che Teresa ha sviluppato del mi­stero e del cammino della Vergine Maria, giungendo a risultati molto vicini alla dottrina del Concilio Va­ticano II nel cap. VIII della Costitu­zione Lumen Gentium e a quanto io stesso ho proposto nella mia Enci­clicaRedemptoris Mater, del 25 marzo 1987.


Giovanni Paolo II, discorso all'Angelus, GMG Parigi 1997, 24 Agosto 1997:
« Questa giovane carmelitana fu interamente presa dall'amore di Dio. Visse radicalmente l'offerta di se stessa in risposta all'Amore di Dio. Nella semplicità della vita quo­tidiana, seppe allo stesso tempo praticare l'amore fraterno. Imitando Gesù, accettò di sedersi «alla tavola dei peccatori», suoi «fratelli», per­ché essi fossero purificati dall'amo­re, giacché era animata dall'ardente desiderio di vedere tutti gli uomini «rischiarati dalla luminosa fiamma della fede» (cfr Ms C, 6 r). [...]
Il libro dei Vangeli non lasciava mai Teresa (cfr Lettera 193). Ne pene­trò il messaggio con straordinaria sicurezza di giudizio. Comprende che nella vita di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, «misericordia e verità si incontrano» (Sal 85/84, 11). In pochi anni percorse «una corsa da gigan­te» (Ms A, 44 v). Scoprì che la sua vo­cazione era quella di essere nel cuore della Chiesa l'amore stesso. Teresa, umile e povera, traccia la «piccola via» dei fanciulli che si ab­bandonano al Padre con una «auda­ce fiducia». Centro del suo messag­gio, il suo atteggiamento spirituale è proposto a tutti i fedeli.
L'insegnamento di Teresa, vera scienza dell'amore, è l'espressione luminosa della sua conoscenza del mistero di Cristo e della sua espe­rienza personale della grazia.


Giovanni Paolo II, discorso ai giovani religiosi e religiose, 30 settembre 1997:
[…] santa Teresa di Lisieux, con la sua «piccola via» che è un’auten­tica teologia dell’amore. Questa gio­vane come voi è riuscita a trasmet­tere a tantissime anime la bellezza della confidenza e dell’abbandono in Dio, della semplicità dell’infan­zia evangelica [...] con la «teologia del cuore» ha saputo indicare, in termini accessibili a tutti, una stra­da sicura per cercare Dio e lasciarsi trovare da lui.


Antonio M. Sicari:
Nel prologo [del manoscritto A] Teresa aveva svelato a tutti i cri­stiani le sue persuasioni più pro­fonde e universali, condensandole in quattro principi:
1. “La perfezione consiste nel fa­re la volontà di Dio: nell’essere ciò che Lui vuole che noi siamo”.
2. “L’amore di Nostro Signore si rivela altrettanto bene nell’anima più semplice quanto nell’anima più sublime. E poiché è proprio dell’A­more abbassarsi misericordiosa­mente... quanto più il buon Dio di­scende fino alle anime più piccole, tanto più dimostra la sua grandez­za infinita”.
3. “Come il sole rischiara allo stesso tempo i grandi cedri e ogni piccolo fiore, come se ciascuno fosse solo sulla terra, così Nostro Signore si occupa in particolare di ciascuna anima, con tanto amore come se fosse unica al mondo”.
4. “E come nella natura tutte le stagioni sono regolate in modo da far sbocciare nel momento stabilito anche la più umile pratolina, così tutto è regolato in modo da corri­spondere al bene di ciascuna ani­ma”.



«“Piccola Via” della fiducia e dell'infanzia spirituale» : dot­trina specifica

1. nel magistero recente
Giovanni Paolo II, omelia, Lisieux, 2 giugno 1980, 2-3:
2. “Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ri­cevuto uno spirito da schiavi per ri­cadere nella paura, ma avete rice­vuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!” (Rm 8,14-15).
Sarebbe forse difficile trovare parole più sintetiche e nello stesso tempo più incisive per caratterizza­re il carisma particolare di Teresa Martin, vale a dire ciò che costitui­sce il dono tutto speciale del suo cuore […]. Di Teresa di Lisieux, si può dire con convinzione, che lo Spirito di Dio ha permesso al suo cuore di rivelare direttamente, agli uomini del nostro tempo, il mistero fondamentale, la realtà del Vangelo: il fatto di aver ricevuto realmente “uno spirito da figli adottivi che ci fa gridare: Abbà! Padre!” La “picco­la via” è la via della “santa infanzia”. In questa via c’è qual­che cosa di unico, il genio di san­ta Teresa di Lisieux. C’è nello stesso tempo la conferma e il rin­novamento della verità più fonda­mentale e più universale. Quale ve­rità del messaggio evangelico è infatti più fondamentale e più universale di questa: Dio è nostro Padre e noi siamo suoi figli?
[...] Sì. Teresa fu figlia. Fu la fi­glia “confidente” fino all’eroismo e di conseguenza “libera” fino all’e­roismo. Ma è proprio perché lo fu fino all’eroismo che ella sola ha co­nosciuto il sapore interiore ed an­che il prezzo interiore di quella fi­ducia che impedisce di “ricadere nella paura”: di quella fiducia che anche nelle oscurità e nelle soffe­renze più profonde dell’anima, per­mette di gridare: “Abbà! Padre!”.
Sì, ella ha conosciuto questo sa­pore e questo prezzo. Per chi legge attentamente la sua “Storia di un’a­nima”, è evidente che questo sapo­re della confidenza filiale, provie­ne, come il profumo delle rose dal fiore che porta anche spine. Infatti se “siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, dal momento che soffriamo con Lui per essere con Lui glorificati” (Rm 8,17). È precisamente per questo che la fi­ducia filiale della piccola Teresa, santa Teresa del Bambin Gesù ma anche “del Volto Santo”, e così “eroica” perché essa proviene dalla fervida comunione con le sofferen­ze di Cristo. […]
3. Aver confidenza con Dio come Teresa di Lisieux significa seguire la “piccola via” dove ci guida lo Spi­rito di Dio: egli guida sempre verso la grandezza di cui partecipano i fi­gli e le figlie di adozione divina. [...] Essere fanciulli, diventare come fanciulli, significa entrare nel cen­tro stesso della più grande missio­ne alla quale l’uomo è stato chiama­to da Cristo, una missione che at­traversa il cuore stesso dell’uomo. Teresa lo sapeva perfettamente.
Questa missione trae la sua ori­gine dall’amore eterno del Padre. Il Figlio di Dio come uomo, in una maniera visibile e “storica” e lo Spi­rito Santo in modo invisibile e “ca­rismatico” la compiono nella storia dell’umanità.


Giovanni Paolo II, omelia per la procla­mazione a Dottore della Chiesa di s. Tere­sa di Gesù bambino e del santo Volto, 19 ottobre 1997:
«Teresa aveva un solo ideale, co­me lei stessa afferma: "Quel che gli chiediamo è di lavorare per la sua gloria, è di amarlo e di farlo amare(Lettera 220, in Opere complete, 559).
La strada da lei percorsa per rag­giungere questo ideale di vita non è quella delle grandi imprese riserva­te a pochi, ma è invece una via alla portata di tutti, la "piccola via", strada della confidenza e del totale affidamento alla grazia del Signore. Non è via da banalizzare, come se fosse meno impegnativa. Essa è in realtà esigente, come lo è sempre il Vangelo. Ma è via permeata di quel senso di fiducioso abbandono alla divina misericordia, che rende leggero anche il più arduo impegno dello spirito.
Per questa sua via, in cui tutto è sentito come "grazia", per la centra­lità che assume in lei il rapporto con Cristo e la scelta dell'amore, per lo spazio che ella dà anche agli affetti e ai sentimenti nel cammino spirituale, Teresa di Lisieux è una santa che resta giovane, nonostante il passare degli anni, e si propone come singolare modello e guida nel cammino cristiano per questo no­stro tempo che si affaccia sul terzo millennio.»


Benedetto XVI, Catechesi all'udienza generale del 6 aprile 2011:
Teresa è uno dei "piccoli" del Vangelo che si lasciano condurre da Dio nelle profondità del suo Miste­ro. Una guida per tutti, soprattutto per coloro che, nel Popolo di Dio, svolgono il ministero di teologi. Con l'umiltà e la carità, la fede e la speranza, Teresa entra continua­mente nel cuore della Sacra Scrittu­ra che racchiude il Mistero di Cri­sto. […].
Nel Vangelo, Teresa scopre so­prattutto la Misericordia di Gesù, al punto da affermare: "A me Egli ha dato la sua Misericordia infinita, at­traverso essa contemplo e adoro le altre perfezioni divine! (...) Allora tutte mi paiono raggianti d'amore, la Giustizia stessa (e forse ancor più di qualsiasi altra) mi sembra rivesti­ta d'amore" (Ms A, 84r). Così si espri­me anche nelle ultime righe della Storia di un'anima: "Appena do un'occhiata al Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre... Non è al primo posto, ma all'ultimo che mi slancio… Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, per­ché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui" (Ms C, 36v-37r). "Fi­ducia e Amore" sono dunque il pun­to finale del racconto della sua vita, due parole che come fari hanno il­luminato tutto il suo cammino di santità, per poter guidare gli altri sulla stessa sua "piccola via di fidu­cia e di amore", dell’infanzia spiri­tuale (cf Ms C, 2v-3r; LT 226). Fidu­cia come quella del bambino che si abbandona nelle mani di Dio, inse­parabile dall'impegno forte, radica­le del vero amore, che è dono totale di sé, per sempre, come dice la San­ta contemplando Maria: "Amare è dare tutto, e dare se stesso" (Perché ti amo, o Maria, P 54/22). Così Teresa indi­ca a tutti noi che la vita cristiana consiste nel vivere pienamente la grazia del Battesimo nel dono totale di sé all'Amore del Padre, per vivere come Cristo, nel fuoco dello Spirito Santo, il Suo stesso amore per tutti gli altri.


2. in studiosi contemporanei
J. Castellano Cervera, Santa Teresa di Gesù Bambino "Dottore della Chiesa", da: L'Osservatore Romano, 22 ottobre 1997
Benché in maniera non sistema­tica, Teresa di Lisieux, oltre alle sue fondamentali intuizioni di carattere teologico, di forte venatura evange­lica, ha saputo esprimere una sinte­si della fede e della vita cristiana pienamente cattolica. Nel suo tem­po la sua originalità è stata subito colta perché era caratterizzata da un provvidenziale rigetto della mentalità giansenistica che incute­va il terrore nelle anime. Sul finire del secolo dei lumi e del trionfo della ragione, Teresa riproponeva la luce splendente del Vangelo. Antici­pava per il nostro secolo il ritorno alla Scrittura, interpretata dall'istin­to e dal senso di una fede schietta, proposta come Parola di vita. Nella sua dottrina si trovava la riscoperta del senso profondo della grazia, della fede che è più luminosa quan­to più è provata, della speranza cri­stiana, dell'amore di Dio per tutti, della vocazione di tutti alla santità nel sereno e quotidiano compimen­to della volontà di Dio. [...]
[In Teresa...] emerge la fede [...] che cerca di obbedire alla grazia nel dono consapevole della libertà, che si abbandona totalmente a Dio, con una risposta vitale che accoglie il mistero dell'amore divino nel quoti­diano. È una fede illuminata dalla carità, che si esprime in una totale risposta di fiducia e di amore. Si tratta del caso di Teresa di una dot­trina teologica e spirituale che na­sce dalla vita e porta alla perfezio­ne della carità, risanando così una certa cesura storica fra teologia e santità.


Laici OCDS:
«Se non diventerete come bambi­ni, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 3).
Un Gesuita, il padre Almire Pi­chon, centrava tutta la sua spiritua­lità su queste parole tratte dal van­gelo di Matteo. I genitori, e soprat­tutto le sorelle di Teresa, furono sue discepole, sue figlie spirituali. Non lo fu invece Teresa, la quale aveva scritto più volte, esplicita­mente, che il suo “Direttore” è stato Gesù, e solo Gesù.
Thérèse [...] nei suoi scritti origi­nali, pur citando quasi mille volte i testi della Sacra Scrittura non citò mai quel testo. Eppure le sue sorel­le per cinquant’anni anni hanno condotto tutti, Papi compresi, a ve­dere in lei una perfetta realizzazio­ne di quell’ “infanzia spirituale” che era stata insegnata loro dal pa­dre Pichon. Lo hanno fatto non solo nella divulgazione devozionale, nella presentazione degli scritti di Teresa, molto spesso cambiati a questo scopo, ma anche nelle testi­monianze ai Processi canonici e nella corrispondenza che intratten­nero con la Santa Sede per la prepa­razione dei discorsi di Benedetto XV e di Pio XI […]
La vera dottrina, la fede pensata e vissuta da Teresa di Lisieux, non è la dottrina dell’«infanzia spiritua­le», bensì quella che mostra al cre­dente l’«Enfant de Dieu», Gesù fi­glio di Dio, che per grazia «diviniz­za» la creatura umana con l’invasio­ne d’amore del suo Spirito, trasfor­mandola in sé stesso, come Teresa aveva esplicitamente scritto in una lettera a Celina: «siamo chiamate a divenire noi stesse divine (devenir des Dieux nous-memes)». Ne segue che amare Dio e amare il prossimo diventa un unico amore, in cui il modello è lo stesso amore che è Dio, la fiamma dello Spirito Santo che trasforma la creatura e la rende, per grazia, una sola cosa con sé. [...]
Ma, sottolinea Teresa, questo non è per coloro soltanto che ne so­no trovati degni; non avviene a se­guito di un lungo percorso di ascesi e purificazione. L’ascesi semmai è risposta, non presupposta, al dono. È una manifestazione della comu­nione di affetti, della simbiosi che esiste tra noi e Dio nella vita nuova dell’umanità del Risorto. Non voler fare ascesi o simmetricamente, sce­gliere di fare “penitenza come be­stie”, significa rifiutare quel che ci viene donato da Dio. Ciascuno darà « secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per for­za, perché Dio ama chi dona con gioia»(2Cor 9, 7), la quale è frutto dello Spirito del Signore (cfr. Gal. 5, 22). Questa risposta è, in fondo, una richiesta a Dio: che continui e porti a termine ciò che ha iniziato in noi. [...]
Di questa fede, Teresa, guidata dallo Spirito di Dio, come figlia di Dio (cfr. Rom 8, 14), dovette dare pro­va «alla tavola dei peccatori» (MC 6r°). Lì colse per esperienza la possi­bilità di credere, data a ciascuno; di restare cioè fedeli al "Dio della spe­ranza, che ci riempie di ogni gioia e pace nella fede" (Rm 15,13).
Teresa sapeva di non avere un compito da svolgere, ma una vita da vivere come enfant de Dieu.

Sostenuta dalle braccia del Pa­dre, da questa percezione chiara del suo essere Misericordioso, Tere­sa, crescendo, mostrava sempre più la forza di Lui nell’affrontare la vi­ta. Finì per interpretare la fede co­me un «totale abbandono» allo Spi­rito di Gesù. Non prospetta il recu­pero di una presunta innocenza dell’età infantile. Per lei, segnata da ipersensibilità ed eccessivo attacca­mento a sé, chiese la grazia della “conversione”, quel cercare e trova­re in sé la forza di un Altro, che de­scrive proprio come uscita dall’in­fanzia, sulla scia di Cristo “Enfant de Dieu”.


Contemplative cottolenghine:
Nei Manoscritti di S. Teresina si trova 491 volte il termine “bambi­no”, 75 “infanzia”.
È abbastanza facile confondere la via d’infanzia con l’infantilismo. Non c’è nulla di più sbagliato ed è facile scivolare in questo errore. Te­resa Martin [...] ebbe chiara coscien­za del pericolo corso nel momento in cui venne liberata la notte della sua conversione: “Il 25 Dicembre 1886 ricevetti la grazia di uscire dall’infanzia; in una parola, la gra­zia della mia completa conversione…Dovevo spogliarmi dei difetti dell’infanzia (Man. A, 45).
È chiaro che l’infanzia spirituale è tutt’altra cosa dell’infantilismo. L’infanzia spirituale è quella di cui Gesù disse: “Se non diventerete co­me bambini…” (Mt. 18,3) certamente Gesù non orienta i suoi discepoli verso l’infantilismo. Quando disse anche: “Lasciate che i bambini ven­gano a me…” (Mt. 9, 14), quando li abbraccia, li benedice è toccato dal­la loro debolezza, dalla loro fiducia. Sono i segni della vita filiale che Ge­sù stesso vive in rapporto al Padre. Egli vorrebbe che tutti gli uomini vi­vessero in questa confidenza totale. […]
Secondo il suo carisma fonda­mentale, essa fa volgere progressi­vamente il cuore umano, centrato su se stesso, verso il Padre celeste, verso Cristo che dà senso alla vita e la apre all’universalità. […]
Le espressioni: granello di sab­bia, atomo, rosa sfogliata traduco­no i sentimenti della carmelitana che desidera nascondersi nel Volto di Gesù, perché Egli stesso ce ne ha indicato la strada: “Occorre rasso­migliare a Gesù il cui Volto fu vela­to”.
Il Padre svela il suo Volto attra­verso il Volto di Gesù: questa è una dimensione nuziale che si vive nel deserto, anticipando le Nozze del Cielo. “Io penso semplicemente che il Cuore del mio Sposo mi appartie­ne come io appartengo a Lui solo; Gli parlo nella solitudine di questo Cuore e cuore, in attesa di contem­plarlo un giorno viso a viso”.
Tutto ciò si vive oltre il senti­mento, in un atto di fede affinato da uno sguardo ostinatamente fisso su Gesù. Allora tutto si semplifica e fugge la paura di ritrovarsi soli con se stessi, perché “io è un Altro” (M. Zundel).
Solo nella misura in cui si acco­glie questo “Altro” si può passare dal sembrare all’essere in tutta la sua pienezza. […] Teresina rinunciò ad apparire per permettere a Dio di vivere in lei e ritrovare in Lui tutti gli uomini. […]
La grande scoperta di S. Teresi­na: Dio è essenzialmente, fonda­mentalmente Amore misericordioso che s’abbassa sino all’uomo, col­mando l’abisso che separa il Crea­tore (Es. 3,14) dalla sua creatura.
Questo abisso è colmato dal mi­stero dell’Incarnazione del Verbo nel grembo di Maria. Egli s’è tal­mente abbassato da farsi piccolo bambino nella greppia di Betlemme.
L’abbassamento di Dio s’accen­tua nella vita di Gesù sino a con­durlo a quello della Croce. (cfr. Fil. 2,5-8) [...]
L’Amore vuole ancora scendere più in basso: ecco il terzo, ultimo grado di abbassamento: l’Eucari­stia. In questo Sacramento non c’è neppure più la realtà umana (un bambino, un crocifisso); rimangono solo del pane e del vino: Dio ci do­na un cibo. Potrebbe l’Amore scen­dere più in basso? […]
Teresa sa per scienza ed espe­rienza, ormai dottorale, che non è saper vivere ad introdurci nella Ke­nosi del Cristo, ma un modo di vi­vere in relazione agli altri che di­venta propositivo. [...] Un modo nuovo di stare con gli altri che “Cancella” di colpo il nostro io po­stosi al centro, per collocarlo al suo giusto luogo, come creatura in di­pendenza da Dio. Non siamo noi a sceglierci il posto nella vita; ce lo ha dato il Creatore: in Lui noi siamo chiamati a riposare d’un riposo atti­vo, compiendo le opere dell’Amore. […]
Andando a Dio, non come al giu­dice supremo, ma come alla miseri­cordia e all’Amore assetato di co­munione, come Padre infinitamente amante dei suoi figli, Teresa ha ri­baltato il fondamento stesso della teologia del suo tempo. […]
Sr Teresa non si lascia abbaglia­re dalle opere ammirate dal mondo: l’umiltà profonda e le illuminazioni della fede le ricordano che le opere più grandi senza l’amore sono nul­la.
[…] Con l’infanzia spirituale, sia­mo al cuore della folgorante realtà evangelica. Nel cuore del Padre non si può che trovare Amore e misericordia. Teresa comprese ciò assai bene, capì che compito primario dei figli è lasciarsi amare, cioè lasciarsi salvare e divinizzare per rassomigliare sempre di più a Lui, perciò si consacrò non alla giustizia divina, come s’usava all’epoca, ma all’Amore.
[…] Restare sempre fanciulli, ri­corda la Santa di Lisieux, cioè rico­noscere il proprio nulla, aspettare tutto da Dio, non affliggersi per le proprie debolezze, anzi, goderne, perché esse glorificano il Padre: tocchiamo qui uno dei punti più importanti della spiritualità cristia­na. […]
Ella è tanto intelligente da prefe­rire alle umiliazioni e al disprezzo l’oblio: “essere il granellino di sab­bia oscuro, calpestato dai passanti”.
E quando il Signore le manifestò il mistero del “volto velato” nel tempo della malattia del padre, Te­resa si inabissò con Gesù nell’oscu­rità totale che l’aveva colta. […]
La via dell’infanzia spirituale, la piccolezza evangelica, si può conci­liare con la magnanimità più ardita, perché la spinta ad agire proviene unicamente dall’Amore di Dio. L’A­more é il maestro per eccellenza, insegna tutto ed è il mezzo più effi­cace e sicuro per giungere alla per­fezione. “Alla fine della vita saremo esaminati sull’Amore”. (S. Giovanni della Croce) […]
Un prelato ha detto argutamente di lei: “Teresa nei suoi rapporti con Dio ha soppresso la matematica”. […]

Teresa di Lisieux:
tracce della vita
e dell'itinerario spirituale

Teresa nacque7 il 2 gennaio 1873 e morì a 24 anni e 9 mesi, nel tardo pomeriggio del 30 settembre 1897.
Nel periodo della sua nascita la madre già lottava con il tumore al seno che la portò alla morte.

La mamma scrisse di lei in una lettera:
« La piccola Teresa mi domanda­va l'altro giorno se sarebbe andata in Cielo. Io le ho detto che sì, ci sa­rebbe andata, se fosse stata molto brava. Mi risponde: “Si, ma, se non fossi brava e andassi all'inferno... Oh, so ben io ciò che farei: me ne verrei con te che sarai in Cielo; e come farebbe il Buon Dio a pren­dermi?... non mi terresti forte forte tra le braccia?” Ho visto dai suoi oc­chi che essa credeva davvero che il Buon Dio non avrebbe potuto nulla, se fosse stata nelle braccia di sua madre » 8.

Acuta contemplativa, ricca, seb­bene giovane, di esperienza e di di­vina saggezza, ella ci indica l’itine­rario più semplice e sicuro per rag­giungere la meta soprannaturale: entrare in intimità con Dio come con un Padre amatissimo, Padre mi­sericordioso e tenero verso chi, persuaso della propria debolezza e delle proprie miserie, si volge a lui con illimitata confidenza.
Ella mai si illuse circa il mistero della nostra salvezza, il quale, se comincia a Betlemme, si consuma però sul Calvario.

Secondo la testimonianza di ma­dre Agnese la «madre durante il giorno ci faceva sovente elevare il cuore a Dio; ci accompagnava a fare visita al SS. Sacramento. Era piutto­sto risoluta nell’educarci e non la­sciava passare niente, specialmente a riguardo della vanità. Nostro pa­dre era di carattere più dolce, ama­va particolarmente la sua piccola Teresa e nostra madre diceva: “Tu la perderai!”
Domanda: Perché la S.d.D. era par­ticolarmente amata dal padre?
Era la sua figlia più giovane, ed an­che singolarmente intelligente e af­fettuosa. Ancora piccina, indovina­va i sentimenti di mio padre che dopo la morte di mia madre trovò conforto in lei.
Domanda: La S.d.D. da questa pre­dilezione trasse a volte motivo di vanagloria?
Affatto. D’altronde nostro padre l’a­mava, m non la viziava. […] Non ho mai notato che avesse orgoglio ver­so le sorelle, al contrario. Dopo la morte di nostra madre, considerava le sue sorelle maggiori, e special­mente me, come la propria madre. Non ricordo che abbia mai disobbe­dito una sola volta; chiedeva il per­messo per tutto. Quando mio padre la invitava ad uscire con sé, rispon­deva sempre: “Vado a chiedere il permesso a Paolina” 
[cfr Ms A 64]. Mio padre stesso la esortava a questa sottomissione» (POt, p. 31).

Bambina egocentrica, considera­ta quasi di carattere difficile, la pic­cola Teresa stava modellando il suo cuore nella ricerca vera che non si accontenta.
Ogni passaggio della sua giovi­nezza veniva filtrato, combattuto, come se non volesse perdere ogni istante per capire cosa stava per sbocciare.


I Martin di Alençon sono un esempio della piccola e prospera borghesia del lavoro specializzato. Il padre ha imparato l’orologeria in Svizzera. La madre dirige merletta­ie che a domicilio fanno i celebri pizzi di Alençon. Conti in ordine, leggendaria puntualità nei paga­menti come alla Messa, stimatissi­mi. E compatiti per tanti lutti in fa­miglia: quattro morti tra i nove fi­gli.

1877 - Dopo la morte della mo­glie a causa di un tumore al seno, il 28 agosto, Luigi Martin (già in pensione) vende la ditta cui Zelie aveva dato vita.
Luigi ha 54 anni, la figlia mag­giore, Maria, ha 17 anni; quella mi­nore, Teresa, ha 4 ani e mezzo.
Lo zio materno, Isidoro Guerin, fu nominato co-tutore delle cinque sorelle Martin.
Il 15 novembre 1877, Luigi Mar­tin si trasferì a Les Buissonnets, nella periferia di Lisieux, per stare più vicino al cognato, che in quella città gestiva una farmacia. La cugi­na minore, Marie, fu compagna di giochi di Teresa e ne diventò una delle sue allieve quando alla santa fu affidato l'incarico di aiuto-mae­stra delle novizie.
Un legame quasi filiale legava Teresa alle sue sorelle maggiori, Paoline e Maria.

1882, Paoline, all’età di 20 an­ni, entra nel monastero carmelitano di Lisieux.

2 ottobre: Teresa inizia a fre­quentare la scuola dell'Abbazia be­nedettina9 da semiconvittrice.


La crisi innescata dalla morte della madre si acuì e Teresa giunse a somatizzare il suo stato psichico.
In dicembre una strana malattia, forse un’encefalite tubercolare. Terresa è presa continuamente da emicranie, dolori ai fianchi. Mangia poco, dorme male, appaiono delle pustole. Anche il suo carattere cambia: talvolta si arrabbia con Maria, spesso ha qualche battibecco con Céline malgrado proprio lei le stia così vicina. Il mal di testa è persistente, seguito da tremori e svenimenti, si aggrava in modo misterioso fino a ridurla quasi in fin di vita.

Durante la prima fase di questa malattia, la più virulenta, Teresa soffriva anche di allucinazioni.
La sorella Maria, racconta:
« Alcuni chiodi attaccati al muro della camera le apparivano all'im­provviso sotto forma di dita carbo­nizzate. Gridava allora:
– Ho paura, ho paura!
I suoi occhi così calmi e dolci ave­vano un'espressione di spavento...
Una volta, mio padre venne a seder­si presso il letto di Teresa. Aveva il cappello in mano. Teresa lo guar­da... poi, in un batter d'occhio, cam­bia espressione, i suoi occhi fissano il cappello e getta un lugubre grido:
– Oh, la grossa bestia! 
(Deposizione di Maria Martin10 al processo di canonizzazione, in Summarium).
Vedendola sfinita, volli darle da bere ma Teresa gridò in preda a terrore:
– Vogliono avvelenarmi » . 
(ibidem)

1883 – Disperato, papà Martin aveva scritto alla chiesa di Nostra Signora delle Vittorie a Parigi per chiedere una novena di Messe per la guarigione della figlia.
Teresa guarisce. Maria narra il momento della guarigione nel maggio:
« Vidi Teresa guardare la statua della Santa vergine... come in estasi per quattro o cinque minuti, poi il suo sguardo si posò su di me con tenerezza » . (ibidem)11

Le vacanze estive sono per Thé­rèse l'occasione di lasciare Lisieux e di fare la sua “ entrata nel mondo “. Per la prima volta ritrova Alençon e i luoghi della sua infanzia ma anche la tomba di sua madre. Dappertutto i Martin sono ricevuti dagli amici di famiglia, la buona borghesia di Ale­nçon.


1884 - In occasione della pre­parazione alla prima comunione, in cui fu seguita dalla sorella Maria, la sorella Paolina, ormai al Carmelo, le preparò un quadernetto ove anno­tare « ogni sera i sacrifici e le aspi­razioni d’amore verso Gesù. In tre mesi annotò 818 sacrifici e 2773 at­ti o aspirazioni d’amore» (m. Agnese di Gesù, POt, p. 32).

4 maggio, giovedì: Teresa riceve la prima comunione presso l'Abba­zia delle Benedettine.
Secondo una delle sue maestre benedettine, «un istinto divino la portava, specialmente durante la preparazione alla cresima – 14 giu­gno 1884 -, ad applicarsi in modo particolare nello studio dei doni dello Spirito Santo. Dopo quella da­ta, come primo effetto di un'irru­zione divina nella sua anima, non ricorse più all'uso di libri per prega­re. La sua preghiera s'interiorizzò da sembrare una contemplazione» (D. Mondrone, cit., pp. 32-33).

Al Carmelo, la famiglia Martin, grazie a un permesso speciale, po­teva fare una visita (un “parlatorio”) ogni settimana. Ciascuna visita du­rava 30 minuti, il tempo di svuotare una clessidra.

1885 - 21 maggio, giovedì: celebrazione dell’anniversario della prima Comunione, per quella che in quei tempi chiamavano "la seconda comunione". Durante il ritiro, se­guendo il modo di pensare di una parte del clero dell'epoca, l'abate Domin insiste in modo particolare sui peccati che non si devono asso­lutamente commettere e che nell'ul­timo giudizio ci costeranno la mor­te dell'anima. Le “pene dell'anima”, che sembravano essere scomparse, si risvegliano bruscamente. La ra­gazza si adombra di nuovo e ricade nella “terribile malattia degli scru­poli”: Thérèse si crede in stato di peccato e sviluppa un forte senso di colpa a proposito di tutto. « Ogni sorta di azioni e pensieri tra i più semplici divennero invece per lei fonte di turbamenti. » Per di più non osa confidarsi con Paolina, che le pare così distante nel suo Carme­lo. Non le resta per confidarsi che Maria, la sua « ultima madre », ed è a lei che ormai racconta tutto, compreso i pensieri più « strava­ganti » che le passano per la testa. Quest'ultima l'aiuta a preparare le sue confessioni lasciando da parte tutte le sue paure. Docile Thérèse le obbedisce. Questo modo di procedere ha però come effetto di nascondere la sua « insistente malattia » ai suoi confessori privandola così dei loro consigli.

Durante le vacanze estive Thérè­se passa quindici giorni con sua zia e la sorella Céline a Trouville, in ri­va al mare.

1886, marzo: Teresa lascia la vita di semiconvittrice all’Abbazia delle Benedettine.

15 ottobre, venerdì: entrata al Carmelo di Lisieux di Maria (a 26 anni).
Fine ottobre: per intercessione dei fratelli in cielo, Teresa è guarita dagli scrupoli.

La "conversione" di Teresa av­venne nel Natale del 1886: nella notte della vigilia, rientrando dalla celebrazione della messa, Teresa ri­solse la sua nevrosi e maturò piena­mente in lei il desiderio (fino ad al­lora abbastanza infantile) di diven­tare monaca carmelitana, seguendo le orme delle sorelle. Teresa la chia­ma la “grazia di Natale”.
Da questo momento in poi, riesce a orientare verso l’amore tutte le sue grandi energie e la sua spiccata sensibilità.


1887, 17 marzo: avviene il de­litto delle tre donne a Parigi, di cui fu accusato Henri Pranzini.

Il 19 marzo 1887 Maria Martin compie la vestizione religiosa e di­viene suor Maria del Sacro Cuore.

L'1 maggio Luigi Martin ha il pri­mo attacco di congestione cerebrale sotto forma di emiplegia, mentre si prepara a uscire per partecipare alla messa. L'episodio si risolve ben presto con un po' di riposo a letto e sembra non avere particolari conse­guenze, tanto che quel giorno stesso, accompagnato dalle figlie, il sig. Martin va comunque alla s. messa in cattedrale.

Il 29 maggio 1887, Pentecoste, Teresa confida al padre di voler en­trare al Carmelo al più presto e ot­tiene il suo consenso.
Dopo alcuni giorni chiede il per­messo allo zio Isidoro, ma questi lo rifiuta, per poi ricredersi sponta­neamente dopo 4 giorni.
Gli ostacoli vengono posti dal superiore ecclesiastico del Carmelo e poi dal vescovo di Bayeux, a cau­sa della giovane età della richieden­te.
Teresa, con l'appoggio del padre e di tutta la famiglia, decide di ri­correre direttamente al Papa.

Al termine del processo, il 13 lu­glio 1887, Henri Pranzini viene condannato a morte. si mostra co­me sempre spavaldo e impenitente.
Prima della fine di luglio, una domenica: grazia di zelo per la sal­vezza delle anime, ricevuta con­templando un'immagine di Gesù crocifisso nella cattedrale.
Teresa inizia a pregare per la sua conversione, in seguito aiutata dal­la sorella Celina. Pranzini viene giu­stiziato il 1° settembre seguente, dopo aver improvvisamente voluto baciare il crocifisso.

31 ottobre, lunedì: visita al Ve­scovo di Bayeux per sollecitare l' autorizzazione a entrare al Carme­lo.

Nel 1887, per i 50 anni di sacer­dozio di papa Leone XIII, le diocesi di Coutances e di Bayeux organiz­zarono un pellegrinaggio a Roma, dal 7 Novembre al 2 Dicembre. Al viaggio partecipò un gruppo di 197 pellegrini, guidato dal vescovo di Coutances; a causa del costo eleva­to, un quarto dei pellegrini appar­tiene alla nobiltà; vi sono anche set­tantacinque preti e, in rappresen­tanza del vescovo di Bayeux, c'è l'a­bate Révérony, suo vicario genera­le.
La partenza era fissata a Parigi. Luigi Martin approfitta dell'occasio­ne per far visitare la capitale alle sue figlie. Durante una messa a No­stra-Signora delle Vittorie, Thérèse è infine liberata dall'ultimo dei suoi dubbi: è proprio la Vergine che le ha sorriso e che l'ha guarita dalla sua malattia. Thérèse le affida allo­ra il viaggio e la sua vocazione.
Lungo il percorso, dopo aver at­traversato la Svizzera, tra le altre città italiane, Teresa fece sosta a Milano, Firenze, Pisa, Assisi, Pom­pei, Genova.
A Roma, durante l'udienza con Leone XIII il giorno 20 novembre, nonostante il divieto di parlare in presenza del Papa imposto dal ve­scovo di Bayeux, Teresa si inginoc­chiò davanti al Pontefice, chieden­dogli di intervenire in suo favore per l'ammissione in monastero. Il Papa tuttavia non diede l'ordine au­spicato, ma le rispose che, se la sua entrata in monastero era scritta nel­la volontà di Dio, questo desiderio si sarebbe certamente adempiuto.


1888, l'1° gennaio Teresa è in­formata della riposta favorevole di Mons. Hugonin, ma le carmelitane fissano la sua entrata per il 9 aprile per delicatezza verso le riserve espresse dal loro cappellano e su­periore, don Delatroette. Teresa ha 15 anni.
Don Delatroette dice alla Priora e alla comunità: “Reverende Madri, possono cantare un Te Deum! Come delegato di Monsignor Vescovo pre­sento Loro questa fanciulla di quin­dici anni, che Loro hanno voluto far entrare. Auspico che non deluda le loro speranze, ma faccio presente che se dovesse accadere altrimenti, ne porteranno Loro sole la respon­sabilità”12.

« Nel corso del suo pellegrinag­gio a Roma, Teresa aveva incontra­to dei preti mediocri; invece di cri­ticarli, aveva preso la decisione di situarsi non alla periferia, ma al centro, nel solo amore. » (Jean Guit­ton intervista papa Paolo VI)

Nonostante le opposizioni del clero, l’entrata al Carmelo di Thérè­se era stata auspicata da molte suo­re, tra cui la priora, madre Maria di Gonzaga. Questa adotta verso di lei un atteggiamento severo e distante.
Thérèse deve abituarsi a uno stile di vita ben più austero di quel­lo familiare e confrontarsi con i so­spetti che possa attirare su di sé troppe attenzioni e, essendo ormai tre sorelle Martin, con suor Agnese di Gesù e suor Maria del Sacro Cuo­re, ricostituire nel Carmelo quella stessa comunità familiare dei Buis­sonnets13. Questo è certamente uno dei motivi dell’atteggiamento della priora, assieme al desiderio di im­pedire che quella ragazza simpatica e vivace diventasse “la bambolina” della comunità e all’impegno di educarla ad amare tutte le sorelle secondo la carità e senza attacca­menti troppo “naturali”.

« Domanda 16a: Origine della sua vocazione carmelitana. A quale età si è sentita chiamata? Quali segni dava dell’autenticità della sua voca­zione?Fin dalla più tenera infanzia, la S.d.D. diceva che voleva vivere in un deserto per pregare meglio il buon Dio. Quando accompagnava mio padre nelle sue passeggiate in campagna dove egli si dedicava alla pesca, ella amava ritirarsi in disparte – diceva – per pensare all’eternità. Quando nel 1882 entrai al Carmelo le sue aspirazioni si orientarono verso questa forma di vita religiosa. Dall’età di nove anni desiderò entrare al Carmelo, e il suo desiderio si delineò sempre più fino ai quattordici anni, quando fece i primi passi per realizzare il suo proposito » (m. Agnese di Gesù, POt, p. 33).

In monastero conobbe la fonda­trice del Carmelo di Lisieux, madre Genoveffa, al secolo Claire Ber­trand. Quest'anziana monaca fu modello di vita monastica e riferi­mento teologico per Teresa. Fu lei infatti che la esortò a coltivare il valore della pace: “Serva Dio con pace e con gioia, si ricordi, figlia mia, che il nostro Dio è il Dio della pace” (Ms A f.78r).

« Quando la S.d.D. entrò al Car­melo, si cercava di uscire da un cer­to rilassamento. La maggior parte delle religiose era senza dubbio os­servante, ma un buon numero si la­sciava andare ad abusi. La S.d.D. si applicava al suo dovere, senza oc­cuparsi di ciò che facevano le altre. Non l’ho mai vista fermarsi nei gruppi che si formavano attorno al­la priora quando si usciva dal parla­torio, per sapere notizie, né ascolta­re chi parlava contro la carità. Nelle nostre grandi sofferenze familiari fu molto più coraggiosa di noi. Do­po aver saputo in parlatorio di tali notizie penose, ad esempio sulla salute di nostro padre, invece di cercare conforto intrattenendosi con noi, riprendeva subito gli eser­cizi di comunità.
Mi sembrava così perfetta già dai primi anni di vita religiosa, che non ho mai notato i progressi di cui par­la quando scrive: “Quando penso al tempo del mio noviziato, come con­stato la mia imperfezione!” [Scritti, Ms C 294]. Questa imperfezione la vede­va soltanto lei. La sua attenzione per far piacere a Dio mi sembrava ininterrotta. Tra le occupazioni più dispersive, si sentiva che si abban­donava completamente solo alla grazia. Non l’ho mai sorpresa in qualche dissipazione. Quando l’avvicinavo mi comunicava questo raccoglimento, anche quando diceva cose indifferenti. Non si lamentava mai di quello che la faceva soffrire. Le sue prove personali, interiori ed esteriori, non allentavano la generosità dei suoi sforzi: era proprio quando la si vedeva più gaia in ricreazione, più attenta nel lavoro, che si poteva arguire che si trovava in qualche sofferenza. […] Era sempre nella pace, nonostante le aridità e le sofferenze; era tutta dolcezza, la grazia era diffusa sulle sue labbra con un sorriso continuo. Molto spesso questo sorriso non esprime­va una gioia naturale, ma il frutto del suo amore per il buon Dio, che le faceva guardare alla sofferenza come motivo di gioia. Il suo fervore così generoso era però senza rigi­dezza, né ostentazione, ma colmo di semplicità » (m. Agnese di Gesù, POt, pp. 43-44).

Teresa «guardava a Nostro Si­gnore soprattutto nella sua Infanzia e nella sua Passione, conformando­si così al suo nome religioso: ‘Suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo’. Il suo amore a Gesù Bambi­no la portava ad offrirsi a lui per essere fra le sue mani come un gio­cattolo in quelle di un bimbo. Con questa espressione infantile voleva significare che doveva abbandonar­si interamente alla volontà di No­stro Signore ed essere trattata da lui secondo il suo beneplacito. Ve­deva nel Volto Santo l’espressione di tutte le umiliazioni sopportate da Nostro Signore per noi, e qui at­tingeva la volontà costante di sof­frire e di umiliarsi per suo amore. Un giorno, davanti ad un’immagine del Volto Santo, le dicevo: “Che peccato che abbia le palpebre ab­bassate e non ne possiamo vedere lo sguardo!”, Mi rispose: “Oh no, è meglio così, altrimenti che cosa di­venteremmo? Non potremmo vede­re il suo sguardo divino senza mo­rire d’amore”» (m. Agnese di Gesù, POt, pp. 50-51).

Circa l'amore di suor Teresa per il Volto santo, madre Agnese ricor­da: “L’avevo condotta in coro, dove si trova una statua di Gesù Bambino e le feci osservare la bellezza di questo nome unito a quello di Teresa. Poi le spiegai la bellezza e l’onore di portare anche il nome del Volto Santo. Le parlai allora del mistero del Volto Santo, come lei lo rappresenta nella “Storia di un’anima” e vedevo nel suo sguardo che comprendeva tutto ciò che le stavo dicendo… ella mi fece l’effetto di un angelo”.


1889, 10 gennaio: Vestizione. Teresa ormai è Suor Teresa di Gesù Bambino (e) del Volto Santo14.
Avvolta in un bellissimo abito di velluto bianco, ornato di trine di Alençon e di penne di cigni, con i capelli biondi sciolti sulle spalle, Thérèse Martin fa la sua vestizione religiosa.
Il vescovo Mons. Hugonin sba­glia il cerimoniale e, invece del Ve­ni Creator, intona il Te Deum, che si riserva come ringraziamento alle professioni15.

Nel 1889 Luigi Martin ebbe due infarti con gravi conseguenze sulle sue funzionalità mentali. Il 12 feb­braio fu ricoverato per tre anni al ricovero Bon Sauveur di Caen. Du­rante i periodi di remissione, si oc­cupa degli ammalati che lo circon­davano. Paralizzato, nel 1892 fece ritorno a Lisieux dove le figlie Céli­ne e Léonie lo assistettero fino alla sua morte sopraggiunta due anni dopo, quando aveva 71 anni, nella proprietà La Musse nell’Eure.

Luglio: Teresa ha una grazia di unione alla Santa Vergine nell’ere­mitaggio di Santa Maddalena.


1890, L'8 settembre si celebra la Professione religiosa di Teresa, dopo una breve ma intensa fase di dubbi sulla sua vocazione. Teresa è felice, ma vive già nell’aridità spiri­tuale.

Gli anni che seguono sono quelli della maturazione della sua voca­zione. Thérèse prega senza grandi emozioni sensibili ma con fedeltà.
Evita anche di mischiarsi nella dialettica interna alla comunità di monache che talvolta turba la stes­sa vita comunitaria preferendo sta­re in disparte e invece moltiplica i piccoli atti di carità e di attenzione alle altre monache, rendendo dei piccoli servizi senza segnalarlo. Ac­cetta in silenzio le critiche, anche quelle che possono essere ingiuste e sorride alle sorelle che le sono sgradevoli16.

«Carità eroica verso Dio.
Penso che respirasse l’amore di Dio come io respiro l’aria. […]
Benché avesse una natura sensi­bilissima, molto amante e ardente, nella sua permanenza al Carmelo fu provata da aridità continue. Il suo amore per il buon Dio si manifesta­va allora in un’attenzione generosa a cogliere tutte le occasioni per compere atti a lui graditi. Non se ne lasciava sfuggire alcuno. Cercava tali occasioni di compiere atti di ca­rità soprattutto nei dettagli della vi­ta comune. Desiderava trovare le occasioni più difficili per testimo­niare più amore, ma si lasciava gui­dare dall’obbedienza ». (madre Agnese di Gesù, POt, pp. 49-50)


Madre Agnese testimonia: « Al Carmelo l’ho conosciuta come una creatura tutta celestiale; la terra non era più niente per lei. Mi ha detto in mille modi diversi che ciò che pensava soprattutto a riguardo del cielo non era la gioia personale che avrebbe provato in quel luogo, ma il fatto che avrebbe amato di più il buon Dio; sarebbe stata amata da Dio e avrebbe trovato il mezzo di farlo amare meglio » (m. Agnese di Gesù, POt, p. 48).

«Generalmente giudicava ogni cosa dal punto di vista della fede; non si fermava mai alle circostanze terrene e umane degli avvenimenti» (m. Agnese di Gesù, POt, p. 44).

« La fiducia in Dio era diventata la caratteristica speciale della sua anima. Vi si era sentita attirata fin dalla sua più tenera infanzia, ed io avevo fatto tutto il possibile per sviluppare questa disposizione. Mi diceva un giorno che fin dalla sua infanzia era stata colpita da quel versetto di Giobbe: “Anche se mi uccidesse, spererei in lui” (13,15) [Opere, QG 7.7, p. 1005]. Gli scrupoli vennero a paralizzare questi slanci. Più tardi, al Carmelo, nei primi anni della sua vita religiosa, soffrì pene interiori dovute in parte a quanto aveva sentito dire in certe istruzio­ni: che era molto facile offendere Dio e perdere la purezza della co­scienza. Ciò era per lei causa di tor­mento. Il predicatore del ritiro del 1891 le ridonò la pace [Scritti, Ms A 227].
A partire da questo ritiro si die­de interamente alla fiducia in Dio. Cercò nei Libri Santi la conferma della sua audacia. Ripeteva con gio­ia le parole di S. Giovanni della Cro­ce: “Si ottiene da Dio tanto quanto si spera” [Notte oscura, II, 21, 8]. Di­ceva ancora di aver trovato “un ascensore” per andare in cielo, os­sia le braccia di Gesù. In esse si ri­posava senza paura, senza temere assolutamente nulla di tutti i mali della vita. Diceva che le grandi ten­tazioni contro la fede non facevano altro che togliere ai suoi desideri del cielo quanto vi sarebbe stato di troppo naturale. […] Sperava tanto dalla giustizia del buon Dio quanto dalla sua misericordia […] Diceva anche che preferiva vivere senza consolazione perché pensava di da­re così al buon Dio una più grande testimonianza di fiducia.
In tutto la S.d.D. contava unica­mente sul soccorso del buon Dio. »(POt, pp. 48-49)


1891, 8-15 ottobre: esercizi spirituali della comunità predicati da padre Alexis Prou, recolletto, che stimola Teresa sulla via della confi­denza e dell’amore.

Durante la malattia del papà Te­resa si convince sempre più che so­lo la croce può salvare le anime.


189210 maggio: Il signor Martin è riportato a Lisieux.


189320 febbraio, lunedì: Suor Agnese è eletta priora del Carmelo.
Pochi giorni dopo, Teresa viene affidata a madre Maria di Gonzaga come aiuto per la formazione delle novizie: «all’età di vent’anni fu in­caricata della formazione delle no­vizie a titolo di ausiliaria. Questo incarico le fu dato da me, che ero priora, nel 1893 e lo tenne fino alla morte (1897), perché le fu confer­mato da madre Maria di Gonzaga, diventata priora nel 1896.
Domanda: Perché fu nominata sol­tanto aiuto al noviziato e non mae­stra delle novizie?
Diventata priora nel 1893, cedet­ti bene di dare il titolo di maestra delle novizi a madre Maria di Gon­zaga che scadeva in quel tempo dalla carica di priora.
Domanda: Perché ha deciso di nomi­nare la S.d.D. come aiuto di madre Maria di Gonzaga, maestra delle novizie?
Essendo madre Maria di Gonzaga scaduta dalla carica di priora, per convenienza mi credetti obbligata a nominarla maestra delle novizie. Però a reali doti, si univano in lei la­cune e difetti il cui influsso spiace­vole speravo controbilanciare met­tendole vicino suor Teresa nell’e­sercizio dell’incarico. […]
Domanda: La S.d.D. come si com­portava nell’esercizio di questa cari­ca?
Non temeva la fatica, ammoniva senza timore alcuno, nonostante che questo le costasse, tuttavia lo faceva con prudenza e discerni­mento. Mi diceva in modo diverten­te: “Alcune le devo prendere per la pelle, altre per la punta delle ali”. Non parlava mai delle sue pene e dei suoi fastidi; non faceva mai alle novizie delle domande che potessero soddisfare la sua curiosità: non cercava di attirarsi i loro cuori. Nelle difficoltà metteva tutta la sua fiducia in Dio e allora implorava particolarmente il soccorso della Vergine Santa. A questo riguardo mi disse una frase che subito annotai per iscritto:“Getto a destra e a sinistra ai miei uccellini i buoni granelli che il buon Dio mi mette in mano, poi avvenga quello che vuole, non me ne occupo più. A volte è come se non avessi seminato niente, ma il buon Dio mi dice: - Dà, dà sempre, senza occuparti d’altro – (Opere, QG 15.5, p. 976). Lasciava dire alle novizie quello che pensavano contro di lei. Esse lo facevano con molta libertà, perché la S.d.D. non era la maestra titolare ed era più giovane di alcune di loro. » (m. Agnese di Gesù, POt, pp. 38-39)

Oltre all’incarico di aiuto mae­stra delle novizie, s. Teresa «in mo­nastero ha adempiuto successiva­mente diverse obbedienze ordina­rie, come sacrestana, portinaia, re­fettoriera e guardarobiera: quasi tutti gli uffici, eccetto quello di in­fermiera, che tuttavia desiderava assai. Si dimostrava indifferente al­le occupazioni e si dedicava con molta cura a compierle, essendo l’espressione della volontà di Dio in ogni momento. » (m. Agnese di Gesù, POt, p. 39)


1894il 29 luglio, a 71 anni,dopo una lunga e umiliante malat­tia mentale causata dall’arterioscle­rosi e da una progressiva paralisi, il padre, Luigi Martin muore.
Celine, che lo aveva accudito as­sieme alla sorella Leonia17, entra al Carmelo il 14 settembre 1894 por­tando con sé la sua apparecchiatura fotografica e i quaderni con gli ap­punti dei libri della bibbia. Prende il nome di suor Maria del Volto San­to.

In quest’anno viene celebrato il centenario del martirio delle carme­litane di Compiègne (all'epoca non ancora beate). Questo avvenimento ha una grande ripercussione in tut­ta la Francia, e ancora di più nel Carmelo di Lisieux. Le religiose del Carmelo di Compiègne chiesero alle consorelle di Lisieux di contribuire alla decorazione della cappella. Suor Teresa ne fu molto felice.


189521 gennaio: Teresa inter­preta la sua seconda pia ricreazione su Giovanna d’Arco.


Thérèse è entrata al Carmelo con il desiderio di divenire una grande santa. Ma già alla fine del 1894, al termine di sei anni di vita carmelitana si trova costretta a riconoscere che questo obiettivo è praticamente impossibile da raggiungere. Ha ancora numerose imperfezioni e non ha il carisma di Teresa d'Avila, Paolo da Tarso e tanti altri. Soprattutto, essendo molto volenterosa, vede bene i limiti di tutti i suoi sforzi, sentendosi piccola e ben lontana da questo amore senza difetti che lei vorrebbe praticare. Comprende allora che è su questa piccolezza stessa che può appoggiarsi per domandare l'aiuto di Dio.
Il versetto « Se qualcuno è picco­lo, che venga a me! » (Proverbi 4, 9) le offre un principio di risposta. Lei che si sente così piccola e incapace può così rivolgersi a Dio con fidu­cia. Ma allora che cosa accadrà? Un passaggio del Libro di Isaia le offre una risposta profondamente inco­raggiante: « Come una madre acca­rezza i suoi bambini, così io vi con­solerò, io vi porterò sul mio seno e vi cullerò sulle mie ginocchia. » (Isaia66, 12-13).
Thérèse ne trae le conclusioni che sarà quindi lo stesso Gesù che la innalzerà alle somme cime della santità.
La piccolezza di Teresa, i suoi li­miti divengono così motivo di gio­ia, piuttosto che di scoraggiamento. Proprio perché è nei suoi limiti che si va ad esercitare l'amore miseri­cordioso di Dio per lei. Nei suoi ma­noscritti Thérèse dà a questa sco­perta teologica il nome di « piccola via » e a partire dal febbraio 1895, inizia a firmare regolarmente le sue lettere aggiungendovi «piccolissi­ma» prima del suo nome.
Fino a quel momento, Thérèse impiegava il vocabolario della "pic­colezza" per richiamare il suo desi­derio di una vita nascosta e discre­ta. A partire da questo momento, lo utilizza anche per manifestare la sua speranza: quanto più si sentirà piccola davanti a Dio, tanto più po­trà contare su di lui18.


5 febbraio: Vestizione di Celina. Cambia il nome in suor Genoveffa di Santa Teresa e del Volto Santo.

25 febbraio, Teresa compone di getto, durante l’adorazione eucari­stica, la poesia “Vivere d’amore”.

Il 9 giugno 1895, durante la mes­sa della ss.ma Trinità, Teresa si sente spinta a offrirsi vittima di olocausto all'amore misericordioso del suo Dio. La sorella suor Geno­veffa narra: « Uscendo da quella Messa, mi trascinò dietro di sé alla ricerca di nostra madre . Sembrava come fuori di sé e non mi parlava. Finalmente, dopo aver trovato nostra madre, che era allora madre Agnese di Gesù, le chiese il permes­so di offrirsi con me come vittima all’Amore misericordioso. Gliene diede una breve spiegazione. No­stra madre aveva fretta, mi parve che capisse poco di che cosa si trattasse e permise tutto, tanto aveva fiducia nella discrezione di suor Teresa di Gesù bambino. Fu al­lora che compose l’atto di “Dona­zione all’Amore”19, che da quel mo­mento portò sempre sul suo cuore.» (sr Genoveffa di S. Teresa, POt, p. 123).
11 giugno - compie la sua offerta con Celina-sr Genoveffa.

Venerdì 14 giugno 1895, durante la via crucis, riceve una ferita d’ amore, di cui subito parla a madre Agnese.


Il 17 ottobre 1895 riceve l’incari­co di seguire un “fratello missiona­rio”, il seminarista Maurice Bellière20, entrato in seguito fra i Padri Bianchi (Missionari d’Africa).


189624 febbraio, lunedì: Pro­fessione religiosa di Celina, divenu­ta suor Genoveffa di Santa Teresa.

21 marzo 1896: madre Maria di Gonzaga è rieletta priora. Conserva la responsabilità del noviziato ma chiede a Teresa di occuparsi intera­mente delle novizie.

Notte dal 2 al 3 aprile 1896: ha la prima emottisi.
Viene curata a lungo per raucedi­ne e mal di gola.

La “notte della fede” inizia in oc­casione della Pasqua 1896 e termi­na alla morte nel settembre 1897.
1886 - la "grazia di Natale": Dio uomo le da la sua forza e le sue ar­mi.
1896 - la "grazia di Pasqua" - unione alla passione di Gesù me­diante malattia e "notte della fede" offerta per gli atei.

30 maggio 1896: la priora madre Maria di Gonzaga le affida come se­condo fratello spirituale, padre Adolfo Roulland21 delle Missioni Estere.

«Prima di entrare al Carmelo mi diceva che voleva farsi carmelitana per salvare una sola anima, e che per questo scopo non sarebbe stata di troppo una vita di sofferenza. In seguito però i suoi desideri crebbe­ro ben diversamente: guadagnare anime al buon Dio era la sua preoc­cupazione costante; me ne parlava di continuo. Al momento della sua professione, quando, nell’esame ca­nonico, le chiesero per quale moti­vo si sentiva portata ad intrapren­dere la vita carmelitana, rispose: “Soprattutto per salvare le anime e pregare per i sacerdoti’.
Mi diceva che avrebbe voluto partecipare alla vocazione dei sa­cerdoti, dei missionari, per portare il nome del buon Dio in tutti i luo­ghi della terra ed essere martire di Gesù Cristo. Ma non potendo fare questo, pensava di supplirvi con l’ardore dei suoi sentimenti d’amo­re e dei suoi desideri, e se questi desideri fossero stati ardenti, sa­rebbero stati efficaci come le azio­ni. In un giorno di grande prova in­teriore mi disse: “Madre mia, quale gioia che Dio si sia fatto uomo per­ché lo possiamo amare! Come ha fatto bene! Senza di ciò non ose­remmo”». (m. Agnese di Gesù, POt, p. 50).

Nel settembre del 1896 [...] scri­verà: «Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa e questo, mio Dio, me l'hai dato tu … nel cuore della Chie­sa, mia madre, io sarò l’Amore … così sarò tutto ... e il mio sogno sarà realizzato».

Con l'aggravarsi della malattia, ai primi di luglio 1897, era stata trasferita all'infermeria. Lì aveva scritto a matita le ultime righe del Manoscritto C. Con la febbre che la divorava, ma ancor più con un amo­re che la consumava tutta, aveva concluso il suo quadernetto «d'ob­bedienza», mormorando parole di fuoco sulla carità e sull'abbandono fiducioso nella misericordia di Dio. Era un po' il suo testamento. Il te­stamento che la legava alle sorelle e alla Chiesa. Ché in quei giorni i suoi panorami sembravano allargarsi in­credibilmente. I Processi di beatifi­cazione trasmettono espressioni profetiche che hanno dello strano sulla sua bocca. Si tratta di certezze che non ammettono dubbi o discus­sioni. Teresa parla dei suoi scritti autobiografici come di qualcosa che deve servire a fare amare Dio; ac­cenna a difficoltà che la loro pub­blicazione potrebbe incontrare; an­nuncia con termini chiari una sua missione. Il sabato 17 luglio si era lasciata sfuggire: « Sento che sto per entrare nel riposo... Ma sento so­prattutto che sta per cominciare la mia missione, la mia missione di fa­re amare il buon Dio come l'amo io, di comunicare la mia piccola via alle anime. Se il buon Dio esaudirà i miei desideri, il mio cielo scorrerà sulla terra sino alla fine del mondo. Si, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra. Ciò che non è impossibile, perché gli Angeli, pur restando immersi nella visione bea­tifica, vegliano su di noi. Non potrò godere del riposo finché ci saranno anime da salvare. Ma quando l'An­gelo avrà detto: Il tempo non è più!, allora mi riposerò, potrò gioire, per­ché il numero degli eletti sarà com­pleto, e tutti saranno entrati nella gioia e nel riposo. Il mio cuore tra­salisce a questo pensiero» ...
Erano le idee che la possedevano in pieno in quei giorni. Il 13 luglio aveva scritto al chierico M. Bellière:
« Oh! fratello mio, come sono fe­lice di morire!... Sono felice di mori­re, perché sento che questa è la vo­lontà del buon Dio e che, molto più d'ora, potrò essere utile alle anime... Quando il mio caro fratellino parti­rà per l'Africa, lo seguirò, e non solo col pensiero... Più che parlargli nel linguaggio della terra, sarò di conti­nuo accanto a lui, vedrò tutto quello che gli è necessario e non darò pace al buon Dio finché non mi avrà dato quanto desidero».
Il giorno seguente si rivolgeva al p. M. Roulland:
«Conto molto di non stare inatti­va in cielo, il mio desiderio è di lavo­rare ancora per la Chiesa e per le anime. È quello che domando al buon Dio, e sono sicura che egli mi esaudirà. Forse che gli Angeli non si occupano continuamente di noi sen­za cessare mai di contemplare il volto di Dio, di perdersi nell'oceano senza rive dell'Amore? Perché Gesù non mi dovrebbe permettere d'imi­tarli?... Ciò che mi attira verso la patria dei cieli, è la chiamata del Si­gnore, è la speranza di amarlo fi­nalmente come ho tanto desiderato e il pensiero che potrò farlo amare da una moltitudine di anime che lo benediranno in eterno».
Mentre queste speranze sboccia­no nel suo spirito, Teresa è immer­sa nella notte più oscura.
Dalla Pasqua del 1896 la sua fe­de è sottoposta alle tentazioni più violente. È una specie di agonia, ben più terribile di quella fisica, che l'accompagnerà fino alla morte. Anche se esternamente pare nella letizia, se le sue poesie e le sue let­tere paiono riflettere la gioia di una creatura per la quale il velo della fe­de già si è squarciato, essa è in un “tunnel” di tenebra, senza un rag­gio di luce. Colpita dalla condizione dei fratelli senza fede, perché essi potessero giungere alla luce dell'in­contro con Cristo, aveva pregato il Signore di essere ammessa «alla ta­vola dei peccatori». Il Signore l'ave­va presa in parola, e i suoi ultimi mesi più che mai diventarono una laboriosa ricerca di Dio nell'oscuri­tà e nelle tenebre, un cantare ciò che voleva credere, un abbandonar­si generoso a Colui che si nascon­deva per farsi cercare di più.
Comunque, anche legata al letto, ancor «prigioniera», già si dava apostolicamente con un fervore commovente. Se, ancora in piedi, nonostante la spossatezza, si tra­scinava ogni giorno nella «passeg­giata» impostale dall'obbedienza, «camminando per un missionario», ora, convinta dell'inutilità delle me­dicine, continua ugualmente a prenderle, «per un missionario che non ha possibilità di procurarsele»; per le anime offre tutto quello che ha, anche se questo la porterà a presentarsi a Dio «a mani vuote»; per un suo confratello carmelitano che ha lasciato l'Ordine e percorre la Francia seminando l'errore, pre­ga, soffre e offre la sua ultima co­munione il 17 agosto, festa di San Giacinto e onomastico del povero ex padre Loyson.

A madre Maria di Gonzaga confi­da: «Non mi rimane nulla in mano. Tutto quello che ho, tutto quello che guadagno è per la Chiesa e per le anime».

Teresa, la quale confessa candi­damente di non capire nulla della sua malattia, si abbandona tranquil­lamente. Attende che giunga il «la­dro»: «Il ladro è alla porta, le si di­ce; ne ha timore?». Per nulla, ri­sponde. Non è alla porta, ma già dentro. Ma cos'è che lei chiede, Ma­dre? Se ho paura del ladro? Come vuole che abbia paura di uno che amo tanto! [...]
Tuttavia è felice di soffrire. Non si pente di essersi consacrata all'a­more. Vuole vivere fino in fondo la sua grazia di sofferente. Ed è perfi­no lieta d'una giocondità contagio­sa.

Si sente il bambino al quale il Pa­dre dà momento per momento quel poco che può sopportare. E ritorna di frequente a questo riferimento al bambino, tanto che madre Agnese le chiede in agosto il significato dell'immagine. E Teresa:
«Restare piccolo è riconoscere il proprio nulla, è attendere tutto dal buon Dio, è non inquietarsi a dismi­sura delle proprie colpe. Infine non è guadagnare fortuna, non inquie­tarsi di nulla. Anche presso i poveri, finché il bimbo è piccolo, gli si dà quanto è necessario. Ma appena di­venta grande, suo padre non vuole più mantenerlo, e gli dice: «Adesso lavora! Puoi bastare a te stesso». Proprio per non sentire questo non ho mai voluto crescere. Non mi sen­to capace di guadagnarmi la vita, la vita eterna».
Questo suo modo di interpretare la vita si riflette sul suo modo di in­terpretare la s. Scrittura. Ad esem­pio, si interroga si significato del versetto: “Faremo per te pendenti d’oro con grani d’argento” (Ct 1, 11) , poiché non si accresce certo il valore di un oggetto d’oro aggiun­gendo parti in un metallo di minor valore. E scrive:
Gesù mi ha dato la chiave del mistero. Egli mi ha fatto compren­dere che le collane d’oro sono l’amo­re, la carità, ma che queste collane d’oro gli sono gradite solo se sono fi­lettate d’argento, cioè con semplici­tà e spirito d’infanzia. Chi può co­noscere il valore che Dio attribuisce alla semplicità poiché essa è l’unica cosa ad essere trovata degna d’im­preziosire la luce della carità?”

La sua carità amabile e sorriden­te è l'espressione della gioia pro­fonda di cui ci rivela il segreto: "Ge­sù, la mia gioia è amare Te" (P 45/7)» (cfr MB, 3v°).
Alla scuola di Gesù, Teresa assi­mila «la scienza dell'amore divino», che è «un dono concesso ai piccoli e agli umili, perché conoscano e proclamino i segreti di Dio nascosti ai dotti e ai sapienti» (DAS, 1).
Nelle sue riflessioni, illuminate da una profonda passione per la Sa­cra Scrittura (nei suoi scritti si con­tano più di mille citazioni bibliche), Teresa di Lisieux riconduce le veri­tà fondamentali della fede alla sco­perta dell'Amore misericordioso, al­la contemplazione del Cuore di Dio, il quale «è più tenero di una madre» (Ms A, 80 v).
Dai testi di Isaia, del Vangelo e di S. Paolo, si irradia sul cammino spirituale di Teresa questo sugge­stivo annuncio: «Dio è Amore; ogni uomo è amato da Dio di un amore soffuso di tenerezza materna».
All'amore paterno-materno di Dio deve corrispondere il nostro amore di figli, impregnato di fidu­cia e di abbandono sconfinato in Lui, perché «l'amore si paga soltan­to con l'amor» (Manoscritto B, 4r).
Lanciandosi sulla via che porta all'Amore misericordioso, visibile nel cuore del Figlio Gesù, Teresa può svelare questa via nei tre mano­scritti autobiografici, editi poi con il titolo di "Storia di un'anima", e negli altri suoi scritti. È la via del­l'infanzia spirituale «che tutti posso­no praticare, perché tutti sono chia­mati alla santità» (DAS, 6). È però una via impegnativa: non favorisce l'i­nerzia né incoraggia la passività, ma - al contrario - è crescita nella fede, è potenziamento delle virtù evangeliche, è dinamismo interiore che si traduce in azione, in testimo­nianza.

Essere santa senza diventar grande ... […]
«I bambini non lavorano per far­si una posizione», diceva; «se sono saggi lo fanno per far contenti i loro genitori. Allo stesso modo non oc­corre lavorare per diventare santi, ma per fare piacere a Dio».
«Da tempo ho compreso che il Buon Dio non ha bisogno di nessu­no per fare del bene sulla terra». “Capisco e so per esperienza che "il regno di Dio è dentro di noi (cfr. Lc 17,21)”. Gesù non ha bisogno né di libri né di dottori per istruire le ani­me. Lui, il Dottore dei dottori, inse­gna senza rumore di parole.
«Non l'ho mai sentito parlare, ma so che è dentro di me, in ogni istante, è Lui che mi guida, mi ispira ciò che devo dire o fare. Scopro, proprio nel momento in cui ne ho bisogno, delle luci che non avevo ancora visto. Questo non capita più spesso nelle mie orazioni, anche se vi dedico più tempo, ma piuttosto durante le occupazioni della giorna­ta… ».


Mette la preghiera come cardine della sua vita, sia prima che dopo l'entrata al Carmelo di Lisieux.
Solo diciottenne, comincia a comporre preghiere per la sua de­vozione, cioè per il bisogno di esprimere al Signore con parole proprie i sentimenti della sua fede giovane e forte. In questo periodo, sono importanti i testi che riguar­dano la sua professione religiosa e l'offerta - gesto di straordinario pe­so teologico e mistico - all'Amore Misericordioso.
Divenuta a circa vent'anni, inca­ricata di seguire la formazione delle novizie, tutte più adulte di lei, pro­pone loro delle preghiere "pedago­giche", che aiutano le consorelle a focalizzare i loro bisogni e i loro propositi. Ella non si limita a pre­ghiere in prosa, ma ne scrive anche in poesia, usando uno stile assai fruttuoso. [...]
Ci mette all'erta di fronte alla fa­cile inflazione di formule di pre­ghiera. "Oltre all'Ufficio Divino, che sono davvero indegna di recitare, non ho il coraggio di costringermi a cercare nei libri le belle preghiere: ciò mi fa male alla testa. E poi ce ne sono tante e sono tutte una più bella dell'altra!" In verità ella non manca di una sottile ironia quando affer­ma questo. [...] "Non disprezzo i pensieri profondi che nutrono l'ani­ma e la uniscono a Dio, ma è da lungo tempo che ho compreso che non bisogna appoggiarsi ad essi".La sua nozione di preghiera è infatti molto evangelica: "Per me la pre­ghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo lanciato verso il Cielo: è un grido di riconoscenza e d'amore sia in mezzo alla prova co­me in mezzo alla gioia: insomma è qualcosa di grande e soprannatural­e, che mi dilata l'anima e mi unisce a Gesù". In tale dialogo o rapporto con Dio, Teresa sente che non solo la parola, ma anche il silenzio è fondamentale. "Spesso solo il silen­zio è capace di esprimere la mia preghiera; e l'Ospite divino del ta­bernacolo capisce tutto, anche il si­lenzio di un'anima di un bambino che sia pena di riconoscenza".22

1897 - il 2 gennaio Thérèse, nel compiere ventiquattro anni, scrive: «Credo che la mia corsa ormai non sarà più molto lunga». Malgrado l' aggravamento della malattia duran­te l'inverno, Thérèse riesce ancora a dare il cambio alle altre carmelitane e a mantenere il suo posto all'inter­no della comunità.
Con la primavera, i vomiti, i forti dolori al petto e gli sputi di sangue divengono quotidiani. Thérèse si indebolisce.

Nell'aprile 1897 subisce i con­traccolpi del caso Diana Vaughan.

In giugno, madre Maria di Gon­zaga, su suggerimento di madre Agnese di Gesù, le chiede di prose­guire nella redazione delle sue me­morie. Continua nella scrittura nel giardino, questa volta sulla sedia di infermo che era stata già utilizzata da suo padre negli ultimi anni della sua malattia e ceduta in sèguito al Carmelo.

Dall'8 luglio Teresa lascia defini­tivamente la sua cella per l'inferme­ria del monastero.

Nonostante la giovane età riesce a fare suo il mistero della morte. Il 17 luglio scrive: “Io non muoio, io entro nella vita”.
La sua grande missione: di far amare Dio come lei l'aveva amato, d'insegnare alle anime la sua picco­la via di umiltà e di abbandono.

Il 17 agosto, il dottor F. La Néele visita Thérèse: si tratta di una tu­bercolosi in stadio avanzato, un polmone è perso e l'altro è minato, anche gli intestini sono coinvolti. Adesso le sue sofferenze si fanno estreme, poi si placano in un'ultima fase di remissione; Thérèse ripren­de un po' di forze e ritrova anche il suo humour.
Le viene chiesto come invocarla quando la pregheranno più tardi; e lei risponde che bisognerà chiamar­la «piccola Thérèse».

Teresa patisce atroci sofferenze fisiche: la tubercolosi polmonare al­l'ultimo stadio aveva coinvolto an­che l'intestino, per cui è divorata dalla sete, inverosimilmente dima­grita, fa grande fatica a respirare, patisce esageratamente il caldo e ha l'addome molto gonfio e fortissimi dolori addominali. Ad esse si uni­scono le sofferenze spirituali dovu­te alla prova della fede e alla persi­stente aridità. Tuttavia, Teresa non perse il suo sorriso, la sua amabili­tà e a volte la sua allegria, con bat­tute di spirito. Questa gamma di battute appare molto bene nei suoi Ultimi colloqui.
Il giorno 30 settembre trascorse la giornata senza un attimo di ripo­so. Alle cinque il suo volto ebbe un cambiamento improvviso: fu con­vocata al suo letto tutta la Comuni­tà. Ad un tratto reclinò verso destra il suo capo, gli occhi fissi estatici: rimase così per il tempo di un Cre­do, con il volto esprimente una feli­cità indescrivibile. Poi chiuse gli oc­chi ed esalò l'ultimo respiro. Era il 30 settembre 189723, verso le 19 e 20.
Il giorno dopo il suo corpo venne esposto nel coro, dietro le grate. Davanti al feretro sfilarono fino alla Domenica sera parenti, amici e fe­deli facendo toccare al corpo esani­me di Teresa rosari e medaglie, se­condo l'usanza di quei tempi.
La mattina del 4 ottobre (anniversa­rio della morte di s. Teresa di Gesù) un carro funebre trainato da due cavalli condusse la salma nel cimi­tero cittadino, nella nuova tomba delle Carmelitane e ne occupò il primo posto. L’unico membro della famiglia che potè accompagnarla in quest’ultimo viaggio fu la sorella Leonia.
La croce che sormontava la tomba24, oltre al nome e alle date di nascita e morte, recava scritta una sua frase: “Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra”.


Il corpo di suor Teresa fu riesu­mato al cimitero di Lisieux il 6 set­tembre 1910, in presenza del ve­scovo di Bayeux e di centinaia di persone. I resti vennero deposti in una bara di piombo e trasferiti in un’altra tomba.
Una seconda esumazione ebbe luogo il 9-10 agosto 1917.
Il 26 marzo 1923, ebbe luogo la traslazione solenne della bara dal cimitero alla cappella appositamente costruita nella chiesetta del Carmelo di Lisieux.

La beatificazione di suor Teresa avvenne a Roma il 29 aprile 1923, la canonizzazione ebbe luogo a Roma il 17 maggio 1925.

A Lisieux, il 30 settembre 1925, il legato del Papa, il cardinal Anto­nio Vico25, si inginocchiò davanti al reliquiario semiaperto in cui riposa il corpo di santa Teresa, per deposi­tare nella mano della statua una ro­sa d’oro, inviata dal Papa, realizza­ta nel 1920 dal monaco Maria Ber­nardo della Trappa di Soligny.




Teresa di Lisieux – scritti:

L'edizione critica delle Opere Complete (1992 e poi 1997), fonda­mentale per un approccio al pensie­ro di Santa Teresa di Lisieux, com­prende i seguenti scritti:
  • Manoscritto autobiografico A (1895)
  • Manoscritto autobiografico B (1896)
  • Manoscritto autobiografico C (1897)
  • 54 Poesie (1893-1897)
  • 21 Preghiere (1884-1897)
  • 266 Lettere (1877-1897)
  • 8 Pie Ricreazioni (1894-1897).


Madre Agnese di Gesù, in quanto priora, chiese a Teresa di scrivere i suoi ricordi d’infanzia nel dicembre 1894. Il quaderno le fu consegnato il giorno della sua festa onomasti­ca, il 21 gennaio 1896. Oggi questo quaderno è indicato come “mano­scritto A”.

La stessa Madre Agnese fece in modo che la priora madre Maria di Gonzaga chiedesse a Teresa di scri­vere quello che è il “manoscritto C”, nel 1897.
«All’inizio del 1895, due anni e mezzo prima della morte di suor Teresa, una sera d’inverno mi tro­vavo con due mie sorelle (Maria e Teresa), Suor Teresa Gesù Bambino m raccontò parecchi episodi della sua infanzia, e suor Maria del Sacro Cuore (mia sorella maggiore, Maria) mi disse: “Ah, madre mia, che pec­cato non avere per iscritto queste cose! Se lei chiedesse a suor Teresa di Gesù Bambino di scrivere per noi i suoi ricordi d’infanzia, come ci fa­rebbe piacere! ». Risposi: «Non chiedo di meglio» e, voltandomi verso suor Teresa che rideva come se ci fossimo burlate di lei, le dissi: «Le ordino di scrivere tutti i suoi ri­cordi d’infanzia».
La S.d.D. si mise all’opera per obbedienza, perché allora io ero la sua madre priora. Scrisse solo du­rante il tempo libero. […]
Trovi la narrazione incompleta. Suor Teresa di Gesù Bambino aveva insistito particolarmente sulla sua infanzia e prima giovinezza, come le avevo chiesto. La sua vita religio­sa era appena accennata. […]
Pensai che era davvero un pecca­to che non fosse redatto con la stessa estensione quello che si rife­riva alla sua vita nel Carmelo, ma nel frattempo avevo finito il mio periodo di priorato e madre Maria di Gonzaga era ritornata a questa carica. Temevo che non desse a questo scritto la stessa importanza che aveva per me e non osai dirle nulla. Ma poi, vedendo suor Teresa di Gesù Bambino molto malata, vol­li tentare l’impossibile, la sera del 2 giugno 1897, quattro mesi prima della morte di suor Teresa, verso mezzanotte andai a trovare la no­stra madre priora: “Madre mia – le dissi – non posso addormentarmi prima di averle confidato un segre­to. Mentre ero priora suor Teresa, per farmi piacere e per obbedienza, scrisse alcuni ricordi d’infanzia. Ho riletto tutto l’altro giorno. È grazio­so, ma non se ne potrà ricavare molto perla circolare dopo la mor­te, perché non vi è quasi nulla sulla sua vita religiosa. Se lei glielo ordi­nasse, potrebbe scrivere qualcosa di più serio e sono certa che quello che avrà lei sarà incomparabilmen­te migliore di quanto ho io”. Il buon Dio benedisse i miei passi e la mat­tina dopo nostra Madre ordinò a suor Teresa di Gesù Bambino di continuare lo scritto. […] Riprese a scrivere di getto, sempre senza can­cellature, ma così disturbata a cau­sa della sua malattia e anche dal­l’andirivieni delle infermiere e delle novizie, che volevano approfittare dei suoi ultimi giorni, che mi dice­va: “Non so che cosa scrivo”. Un giorno in cui era stata particolar­mente importunata, mi disse: “Scri­vo sulla carità, ma non ho fatto ciò che volevo; non c’è niente di così mal detto. In fin dei conti però il mio pensiero c’è. Bisognerà che lei ritocchi tutti; le assicuro che questo non avrà importanza”. Ancora un’ altra volta: “Madre mia, tutto quello che le parrà bene togliere o aggiun­gere nel quaderno della mia vita, sono io che lo tolgo e lo aggiungo. Si ricordi questo più tardi e non ab­bia nessuno scrupolo al riguardo”.
Smise di scrivere all’inizio di lu­glio di quell’ultimo anno 1897. L’ul­tima pagina non le fu possibile scri­verla che a matita, a causa della grande debolezza […]. Siccome le esprimevo il mio rincrescimento perché non aveva potuto continua­re, mi disse: “Ce n’è abbastanza, ce ne sarà per tutti, eccetto per le vie straordinarie”.

Domanda: Lei sa se, scrivendo que­ste memorie, la S.d.D. prevedeva che un giorno sarebbero state pub­blicate o almeno utilizzate per la re­dazione della circolare inviata abi­tualmente ai monasteri alla morte di una monaca?
Non immaginava niente di que­sto nella composizione della prima parte, che riguarda soprattutto la sua infanzia e giovinezza; credeva di scrivere per me e le sue altre due sorelle Maria e Celina presenti nel Carmelo. Era anche questa la nostra convinzione. Così è per le pagine che sono diventate la terza parte26: sono state scritte esclusivamente per la sorella Maria che gliele aveva chieste. Ma quando la madre priora, Maria di Gonzaga, le ordinò di scri­vere quanto si riferiva alla sua vita al Carmelo, le feci capire che que­sto manoscritto poteva servire all’e­dificazione di molti e che la sua pubblicazione sarebbe stata un mezzo di cui il Signore si sarebbe servito per realizzare il suo deside­rio di fare del bene dopo la sua morte, ed ella accettò questo con molta semplicità. Siccome le dicevo che poteva succedere anche che il manoscritto fosse bruciato dalla nostra madre priora, rispose: “Ma che cosa importa? Significa che il buon Dio non vuole servirsi di que­sto mezzo, ma che ce ne saranno altri.
Domanda: La S.d.D. cambiò qualco­sa nel suo modo di scrivere, dopo aver saputo che il suo lavoro sareb­be forse stato pubblicato?
Continuò a scrivere molto sem­plicemente quelle ultime pagine del suo manoscritto. D’altronde basta leggerle per riconoscere che sono scritte quasi senza ordine e di get­to. Mi chiedeva anche: “Su quale ar­gomento vuole che scriva?” Le ri­spondevo: “Sulla carità, sulle novi­zie ecc.”. Lo faceva subito, senza cercare altro.

Domanda: Gli scritti della S.d.D. so­no già stati pubblicati?
Durante il 1898 (ottobre), è stato pubblicato dapprima un libro inti­tolato: “Suor Teresa di Gesù Bambi­no e del Volto Santo: Storia di un’a­nima, scritta da lei stessa”. Quest’o­pera contiene la vita scritta da lei stessa, con una scelta delle sue let­tere e poesie. Sono stata io a pren­dere l’iniziativa di proporre tale pubblicazione dopo la sua morte. Rileggendo i manoscritti che avevo tra mano, ebbi l’impressione di possedere un tesoro che avrebbe potuto fare un gran bene alle ani­me. Per questo pensai di pubblicar­lo con l’autorizzazione della madre priora. Ella diede la mia copia a pa­dre Godefroy Madelaine, dell’Ordi­ne dei premonstratensi. […] Sul suo rapporto mons. Hugonin, vescovo di Bayeux e Lisieux, diede il per­messo di stampa (7 marzo 1898). […]
Domanda: Il libro stampato (Storia di un’anima) concorda esattamente con l’autografo della S.d.D. in modo che si possa leggere con sicurezza l’uno per l’altro?
Vi sono alcuni cambiamenti, ma di poca importanza e che non alte­rano il senso generale e sostanziale dello scritto. Sono: 1° la soppressio­ne di qualche passo assai breve ri­guardante particolari intimi della vita familiare durante la sua infan­zia; 2° la soppressione di una o due pagine il cui contenuto mi sembra­va meno interessante per i lettori estranei al Carmelo; 3° infine, sicco­me la storia manoscritta era com­posta di tre parti, una indirizzata a me (sua sorella Paolina), l’altra a sua sorella Maria e l’ultima a madre Maria di Gonzaga, allora priora, quest’ultima, che presiedette alla pubblicazione del manoscritto, vol­le alcuni ritocchi nelle parti rivolte alle sue sorelle affinché, per mag­giore uniformità, tutto sembrasse indirizzato a lei» (madre Agnese di Gesù, POt, pp. 40-43).

La «S.d.D. quando le ordinai di scrivere i suoi ricordi d’infanzia, mi rispose: “Che cosa vuole che scriva che lei già non sappia? » (madre Agne­se di Gesù, POt, p. 48).


Così, con un necrologio, comin­cia la seconda parte della vita di Te­resa di Lisieux.
In vista del primo anniversario della morte di suor Teresa, infatti, come d’uso, era necessario inviare il suo necrologio agli altri monaste­ri delle Carmelitane Scalze in Fran­cia e agli amici del monastero di appartenenza.
Come anticipato alla defunta in occasione della richiesta del terzo manoscritto, fu utilizzato quello che ella stessa aveva scritto. Madre Agnese venne incaricata di compiere l’opera.

Il 1º marzo 1898 padre Godefroy Madelaine, che la priora del Carme­lo aveva incaricato di rivedere il te­sto, comunica le sue conclusioni esprimendo un giudizio molto posi­tivo. Egli ha riferito al Tribunale di aver scritto a madre Maria di Gonzaga:
« Mia rev. Madre,
ho letto tutto il manoscritto e le poesie … Lo conservo ancora, per­ché ci tengo a rileggerlo, così segne­rò a matita blu quanto crederò bene che venga tralasciato per la stam­pa. Tutto, assolutamente tutto è pre­zioso per lei in questo manoscritto; ma per il pubblico ci sono particola­ri così intimi, così al di sopra del li­vello comune, che è meglio, credo, non farli stampare. Ci sono anche piccoli errori del francese o di stile: non sono che macchie leggere che è facile cancellare. Infine abbiamo notato qua e là qualche lungaggine. Per i lettori è meglio sopprimere al­cune ripetizioni che segnalerò. Ecco la parte riguardante la critica. Però, mia buona Madre, non saprei dirle con quale gusto spirituale abbia let­to queste pagine tutte profumate di amore di Dio » (p. G. Madelaine, POt, p. 268).
Il 7 marzo seguente Monsignor Hugonin riceve una comunicazione dal Padre Godefroy Madelaine e dà il suo nullaosta per la pubblicazio­ne dei manoscritti della giovane carmelitana. Lo stesso padre Godefroy ha narrato:
« Ecco quanto è avvenuto. Mon­signore, sentendo parlare di un ma­noscritto di suor Teresa, obiettò su­bito che bisognava diffidare del­l’immaginazione delle donne. Lo as­sicurai in tutta coscienza e dopo uno studio approfondito che, nel caso presente, io stesso avevo do­vuto riconoscere che tutto il mano­scritto portava i segni evidenti del­lo spirito di Dio e non vi si poteva notare alcun errore dottrinale. Su questa testimonianza, monsignore diede subito l’autorizzazione per la stampa » (p. G. Madelaine, Pot, p. 268)
Subito dopo lo zio di Teresa, Isi­dore Guérin, dà la propria autoriz­zazione alla stampa e inizia a occu­parsi di trovare un editore per il li­bro.

Il 30 settembre 1898, in occasio­ne del primo anniversario della morte della giovane monaca, inizia la diffusione della prima pubblica­zione della Storia di un'anima.
Per venire incontro alle esigenze del tipografo, ne furono stampate 2000 copie e vennero distribuite prima di tutto ai Carmeli di Francia; le molte rimaste vennero inviate ad amici e conoscenti del Carmelo. In poco tempo arrivarono richieste sempre più numerose del libro e la prima stampa andò letteralmente a ruba.

Il 2 aprile 1899, poiché la prima edizione è terminata, se ne pubbli­ca una seconda, sempre in 2000 copie. Alcuni esemplari vengono fatti pervenire a Papa Leone XIII. La ristampa del 1900 è di 6000 copie.
La prima traduzione fu quella in­glese, realizzata nel 1901. Nei suc­cessivi quattro anni si contarono già altre otto traduzioni in altret­tante lingue.
A seguito della diffusione della “Storia di un’anima”, iniziarono i pellegrinaggi sulla tomba di suor Teresa di Gesù bambino nel cimite­ro cittadino di Lisieux, presso la quale molti lasciavano fiori, invoca­zioni e anche ex-voto.

Padre Eugène Prévost, canadese, sul transatlantico che lo portava a Roma dal Canada s'imbatte in un esemplare di "Storia di un'anima" e decide di fare visita al Carmelo di Lisieux. In seguito sarà tra coloro che maggiormente si occuperanno della propaganda e divulgazione della figura e degli scritti di Teresa di Lisieux.


A partire dall’edizione del 1927, il volume fu completato con le No­vissima Verba.
A seguito della pubblicazione, arrivavano al Carmelo di Lisieux lettere da tutto il mondo, media­mente 50 al giorno.
In occasione del PO madre Agne­se, unica fino a quel momento in possesso dei manoscritti autobio­grafici e degli altri scritti principali di Teresa, rivelò che non vi era per­fetta corrispondenza fra i mano­scritti e il testo pubblicato, essendo stati soppressi o modificati diversi passi dagli originali, ma senza alte­rare la sostanza. Su ordine del tri­bunale ecclesiastico, quindi, pre­sentò una copia autentica dell'origi­nale nella quale erano state rico­struite le parti alterate o raschiate. Questa copia fu inserita fra i docu­menti del PO e fu poi pubblicata in fac-simile nel 1956.

I circa 7000 interventi correttivi sui manoscritti autobiografici della santa, di rilevanza molto diversa fra loro, sono in gran parte opera di madre Agnese di Gesù.
Molti sono stati operati anche da Padre Godefroy Madelaine, su incarico di madre Maria di Gonzaga, quando compì la revisione del testo della Storia di un’anima pubblicato nel 1898.

La diffusione del libro ebbe una vastissima e positiva influenza su ogni strato del popolo di Dio, anche su coloro che erano più indifferenti agli argomenti religiosi o non si ri­conoscevano cristiani.
Malgrado la grande popolarità che Thérèse Martin ebbe subito do­po la sua morte, fu soltanto a parti­re dal 1957 che si cominciò a lavo­rare alla pubblicazione critica dei suoi scritti, in parte precedente­mente censurati, se non manomes­si, da chi ne aveva curato le pubbli­cazioni. Tale lavoro di recupero e di demistificazione è stato portato a termine nel 1973 con la prima edi­zione critica del centenario della nascita di Teresa sulla Terra.
A distanza di venti anni da quel­la prima edizione, nel 1992 esce la nuova edizione critica del centena­rio in otto volumi delle opere com­plete di Thérèse Martin.

« La sua fortuna è dovuta soprat­tutto alla ricchezza, alla originalità, alla profondità del messaggio affi­dato a quelle pagine. Il segreto di Teresa, tutto sommato, sta nell'aver rivoluzionato il concetto stesso di santità e del cammino per raggiun­gerla. La sua non è la santità che non tocca mai terra e scoraggia le buone volontà. Anzi! …» (D. Mondro­ne, Santa Teresa di Lisieux nelle testimonian­ze dei suoi processi canonici, in: La Civiltà Cattolica, quad. 2965, 5 gennaio 1974, pp. 25-26)

1909 (nov?) –M. Agnese, rieletta priora, su richiesta del vicepostula­tore, can. mons. de Teil, scrive in 10 giorni 5 quaderni scolastici (i "quaderni verdi", "chaiers verts"), 132 pagine, che sono la più antica versione pervenuta degli "ultimi colloqui".


Teresa di Lisieux
processo di beatificazione
e canonizzazione:

Importanza delle testimonianze:
  • André Combes: “Senza di esso, nessuna storia di san­ta Teresa di Gesù bambino è criticamente possibile. Ciò non vuol dire – e non si insi­sterà mai abbastanza su questo punto – che baste­rebbe ‘rubare’ materialmen­te da questa sorgente per fa­re opera critica. Insomma, se questo documento non è sufficiente, è necessario” (cit. in: I testimoni di Teresa di Gesù bambino, Dai Processi di Beatificazione e Canonizzazio­ne, Roma Morena, 2004, ed. OCD, p. 16)
  • Il Processo Informativo Or­dinario, istruito nel 1910, “venne istituito e varato in un clima di immediatezza riguardo ai fatti e in un’at­mosfera non ancora turbata dalla febbre di apoteosi deformante riguardo alla figura della protagonista”(Tomas Alvarez, cit. in: I testimoni …, cit. p. 18)

Il processo ordinario informativo istruito nella diocesi di Bayeux ini­ziò il 3 agosto 1910 e di concluse il 12 dicembre 1911, dopo 109 ses­sioni e avendo escusso 48 testimo­ni, fra cui le 4 sorelle e una cugina della serva di Dio. La sola deposi­zione di madre Agnese di Gesù co­pre 93 pagine su due colonne.

26 maggio 1908: Sulla tomba di suor Teresa, guarigione di Reine Fauquet, bambina cieca di 4 anni di Lisieux.

«Nel mese di agosto 1910 il ve­scovo di Bayeux apre un processo informativo che dura più di un an­no. Il 10 dicembre 1913 la Congre­gazione dei Riti approva, con decreto, gli scritti di Suor Teresa. Il 10 giugno 1914 il santo padre Pio X ne introduce la causa.
Scoppia la guerra e Teresa non si smentisce.
La si vede per le trincee a pro­teggere, consolare, sviare i proietti­li, attutire lo scoppio delle granate grazie a una delle sue reliquie o delle medaglie.
Suggerisce a un soldato di lascia­re il rifugio un istante prima che esploda, guida un altro per mano nel momento dell’assalto. Riconfor­ta i soldati, consiglia i generali, si curva visibilmente sui morenti. Si contano a migliaia quelli che credo­no di doverle la vita. E quanti le de­vono la fede! Aviatori, fanti, canno­nieri, portaferiti francesi. Non si può impedirle di amare la sua pa­tria, di vegliare sul suo popolo in pericolo.
Ma un’anima è un’anima, e un uomo è un uomo. Un soldato bava­rese, amputato di tutte e due le gambe, sta per morire in mezzo ai suoi nemici, il cappellano francese lo assiste e lo invita a raccomandar­si a Suor Teresa, di cui il soldato non ha mai sentito parlare, e questi le si rivolge con inatteso fervore. Così la santa gli appare, le piaghe gli si cicatrizzano e il moribondo guarisce». 27


1918, 10 dicembre: papa Bene­detto XV accettò la proposta della dispensa, per la causa della Ven. Teresa di Gesù Bambino, dai cin­quant'anni che dovevano passare dalla morte dei servi di Dio per la discussione delle loro virtù a nor­ma del Codice di Diritto Canonico vigente,.
1921: Benedetto XV promulga il decreto sull’eroicità delle virtù del­la Venerabile Serva di Dio.
29 aprile 1923: Beatificazione di suor Teresa di Gesù Bambino da parte di Pio XI e traslazione delle reliquie dal cimitero di Lisieux al Carmelo.
17 maggio 1925: Solenne cano­nizzazione da parte di Pio XI, durante l’anno santo; 500.000 pellegrini riempiono la città di Roma.
Pio XI - cosa eccezionale nel Pon­tificato Romano - fu il Papa che di­chiarò Teresa di Lisieux la prima beata e la prima santa del suo Pon­tificato.

Miracoli:
Nel 1923 la Chiesa ha approvato due guarigioni spontanee inspiega­bili in base ai trattamenti medici. Suor Luisa di San Germano era stata guarita dalle ulcere allo stomaco di cui aveva sofferto fra il 1913 e il 1916.
La seconda guarigione riguardò Charles Anne, un seminarista di 23 anni che stava morendo a causa di una tubercolosi polmonare avanza­ta. Egli, gravemente ammalato, riu­scì a far visita alla tomba della Ser­va di Dio nel cimitero di Lisieux. La notte in cui pensava di essere in punto di morte, Charles pregò Thé­rèse. In seguito, il medico testimo­niò: "I polmoni distrutti e danneg­giati sono stati rimpiazzati da nuo­vi polmoni, che esplicano le loro normali funzioni e stanno facendo rivivere l’intero organismo. Persiste un leggero dimagrimento, ma scomparirà in pochi giorni di dieta regolare."
Per la beatificazione è stato an­che approvato il primo miracolo operato dalla Serva di Dio a favore delle Carmelitane Scalze di Gallipoli (vedi oltre).

Una volta dichiarata Beata, furo­no necessari solo due anni per il ri­conoscimento dei successivi due miracoli.
Nel 1925, due guarigioni ottenu­te per l’intercessione della Beata Teresa furono esaminate e giudica­te come supernaturali.
La prima riguardò Gabriella Trimusi di Parma. Gabriella aveva sofferto per artrite alle ginocchia e lesioni tubercolari alle vertebre.
L’ultima guarigione fu quella di Maria Pellemans di Schaerbeck, Bel­gio. Maria soffriva di una tubercolos­i polmonare che si era diffusa, come aveva fatto la malat­tia di Thérèse, all’intestino. La dia­gnosi di tubercolosi polmonare e intestinale era stata fatta dal Dott. Vandensteene, il quale esaminò Ma­ria anche dopo che ella tornò dopo aver visitato la tomba di Thérèse. Il dottore testimoniò: "Trovai la Si­gnorina Pellemans letteralmente trasformata. Questa giovane donna, che rimaneva senza fiato per il mi­nimo movimento, ora si muoveva attorno senza fatica; mangia di buon appetito tutto ciò che le viene offerto. L’addome non presenta punti dolenti, mentre in precedenz­a la minima pressione produceva dolori severi. Tutti i sintomi di ul­cerazioni tubercolari dell’intestino sono scomparsi." Nelle relazioni precedenti il ritorno di Maria alla salute, due altri medici avevano confermato la diagnosi del Dott. Vandensteen di tubercolosi polmo­nare e intestinale.



Teresa di Lisieux
influenze:

Patronati:
È patrona dei missionari cattolici dal 1927, assieme a san Francesco Saverio.
Dal 1944, assieme a Giovanna d'Arco, è patrona secondaria di Francia, restandone patrona principale la Madonna.
È Patrona anche di Australia e Russia; dei malati di AIDS, di tuber­colosi e di altre malattie infettive; aviatori; fiorai; orfani; missionari; vocazioni.
Il 19 ottobre 1997 fu dichiarata Dottore della Chiesa da Papa Gio­vanni Paolo II, la terza donna a rice­vere tale titolo.


1947 - 50° anniversario della morte di Teresa. La cassa reliquia­rio è portata in pellegrinaggio nella maggior parte delle diocesi Francia.

11 luglio 1954: Consacrazione della Basilica di Lisieux.

1956 - Edizione in fac-simile dei Manoscritti autobiografici (gli origi­nali de Storia de un’Anima).

2 giugno 1980: Giovanni Paolo II è pellegrino a Lisieux.

1988 - Pubblicazione dell’Edizio­ne del Centenario (Opere complete di Teresa in edizione critica).
1992 - Pubblicazione della Nuo­va Edizione del Centenario che vie­ne offerta a Giovanni Paolo II il 18 febbraio 1993.


Papa San Pio X (+ 1914):
Rivolgendosi a un vescovo mis­sionario, che gli aveva recato in do­no un ritratto della Serva di Dio, fu: "Ecco la più grande santa dei tempi moderni".


Papa Pio XI (+ 1939):
Furono innumerevoli le grazie che attribuiva a Teresa da Lui chia­mata "il suo medico". Vicino al letto del dolore che lo portò alla tomba, volle il reliquiario di Teresa e vi po­sava spesso la mano, dicendo: "Io non sono solo, la piccola santa è con me".
Teresa era la “stella del suo Pon­tificato”, come disse lui stesso28.


Papa Pio XII (+ 1958), Venerabile:
L'11 luglio 1954 approfondì il te­ma della dottrina d'infanzia spiri­tuale nel radiomessaggio per la consacrazione della Basilica di Li­sieux. Dopo aver ricordato con commozione l'11 luglio 1937 quan­do, a nome di Pio XI, Egli stesso be­nediceva la Basilica della santa, proseguiva: "Se la divina Provviden­za ha permesso la straordinaria dif­fusione del suo culto, è perché ella ha trasmesso e trasmette al mondo un messaggio di una sorprendente penetrazione spirituale, una testi­monianza unica di umiltà, di confi­denza e di amore! [...]. È il Vangelo stesso, il cuore del Vangelo che es­sa ha ritrovato, ma con quanto fa­scino e freschezza! [...]. Figlia di un cristiano ammirevole, ella ha impa­rato sulle ginocchia paterne i tesori di indulgenza e di compassione che si nasconde nel cuore del Signore! [...]. Dio è un padre le cui braccia sono costantemente rivolte ai figli. Perché non rispondere a questo ge­sto? Perché non gridare senza posa verso di lui la nostra immensa an­goscia? Bisogna fidarsi della parola di Teresa, quando invita, sia il più miserabile che il più perfetto, a non far valere davanti a Dio che la debo­lezza radicale e la povertà spiritua­le di una creatura peccatrice".


Beato Giovanni XXIII (+1963):
Il 16 ottobre 1960, in un Udienza generale, dopo aver parlato di S. Teresa d'Avila, aggiungeva in forma colloquiale: "… Grande fu Teresa di Avila per aver attestato, in maniera splendente, quale forza viva di san­tificazione ci sia nel Cristianesimo; grande fu Teresa di Lisieux per aver saputo nella umiltà, nella semplici­tà, nell'abnegazione costante, coo­perare alle imprese e al lavoro della grazia per il bene di innumerevoli fedeli".
Al P. François de Sainte Marie OCD, diceva: "Santa Teresa la Gran­de, io l'amo molto ... ma la Piccola: ella ci conduce alla riva [...]. Biso­gna predicare la sua dottrina così necessaria".


Papa Paolo VI (+ 1978):
Il suo pensiero sulla dottrina di S. Teresa di Gesù Bambino viene ampiamente sviluppato in occasio­ne del primo centenario della nasci­ta della santa (1873-1973). In una lettera indirizzata a Mons. J. Badé, vescovo di Bayeux e Lisieux, il 2 gennaio 1973. Nella dottrina e spiri­tualità di Teresa di Lisieux mette in risalto tre aspetti:
- la preghiera: "Alla nostra epoca la intimità con Dio rimane come un obiettivo capitale, ma difficile. È stato infatti gettato il sospetto su Dio; si è qualificata di alienazione ogni ricerca di Dio per se stesso". Da qui "la necessità di una preghie­ra contemplativa, disinteressata, gratuita si fa maggiormente sentire".
Teresa "rimane quella che ha creduto appassionatamente all'amore di Dio, che ha vissuto sotto il suo sguardo i più piccoli dettagli quotidiani, camminando alla sua presenza, che ha fatto di tutta la sua vita un colloquio con il suo Diletto".
- la speranza: "Al giorno d'oggi molti provano duramente i limiti delle loro forze fisiche e morali; si sentono impotenti dinanzi agli im­mensi problemi del mondo con cui essi si stimano a giusto titolo soli­dali. Il lavoro quotidiano sembra lo­ro opprimente, oscuro e inutile". Da qui la mancanza della speranza: "la debolezza, la piccolezza e la de­pressione [...]. Alcuni si rassegnano con passività; altri si rinchiudono nel loro egoismo e nel godimento immediato; altri si incupiscono e si rivoltano; altri infine si disperano". A tutti "Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo insegna a non con­tare su stessi, sia che si tratti di vir­tù o di limitatezza, ma sull'amore misericordioso del Cristo, che è più grande del nostro cuore e ci associa all'offerta della sua passione e la di­namismo della sua vita. Possa essa insegnare a tutti la «piccola via re­gale» dell'Infanzia spirituale, che è agli antipodi della puerilità, della passività e della tristezza".
- l'inserimento nella comunità: "Molti cristiani non vedono come conciliare concretamente lo svilup­po personale e le esigenze dell'ob­bedienza religiosa o della vita co­mune; la libertà e l'autorità; la san­tità e l'istituzione; la verità dei rap­porti e la carità; la diversità dei ca­rismi e la unità". Paolo VI osserva che "l'inserzione realista della co­munità cristiana, ove si è chiamati a vivere l'istante presente, Ci sembra una grazia sommamente desidera­bile per il nostro tempo". E guar­dando a santa Teresa scrive: "Tere­sa si è trovata costantemente di fronte a tali problemi [...]. Con la ni­tidezza della sua sensibilità, la luci­dità del suo giudizio, il suo deside­rio di semplificazione, il suo attaccamento personale all'essen­ziale, si può dire che essa ha segui­to lo Spirito, segnato una via origi­nale, sviluppato la propria persona­lità e permesso a molte anime di prendere uno slancio nuovo e adat­to a ognuno di esse. Ma - continua Paolo VI - per fare questo Teresa non si è allontanata dall'obbedien­za: ella ha saputo utilizzare gli umi­li mezzi che le offriva la sua comu­nità e che la Chiesa metteva a sua disposizione. Essa non attese, per iniziare ad agire, un modo di vita ideale, un ambiente di convivenza più perfetto, diciamo piuttosto che essa ha contribuito a cambiarli dal di dentro. L'umiltà è lo spazio del­l'amore. Il valore degli atti si misura dalla loro carica d'amore. La sua ri­cerca dell'Assoluto e la trascenden­za della sua carità le hanno permes­so di vincere gli ostacoli, o piutto­sto di trasfigurare i suoi limiti".


card. Albino Luciani (Giovanni Paolo I; 1912-1978), Illustrissimi:
Cara piccola Teresa, avevo di­ciassette anni, quando lessi la vo­stra autobiografia. Fu per me un colpo di fulmine. "Storia di un fio­rellino di maggio" l’avevate defini­ta. A me parve la storia di una "spranga d’acciaio" per la forza di volontà, il coraggio e la decisione, che da essa sprizzavano. Scelta una volta la strada della completa dedi­zione a Dio, niente v’ha più sbarra­to il passo: né malattia, né contrad­dizioni esterne, né nebbie e tenebre interiori. Me ne ricordai, quando mi portarono ammalato al sanatorio, in anni in cui, penicillina e antibiotici non essendo ancora stati inventati, al degente si prospettava, più o me­no vicina, la morte. Mi vergognai di provare un po’ di paura: "Teresa ventitreenne, fino allora sana e pie­na di vitalità, mi dissi, fu inondata di gioia e di speranza, quando sentì salire alla bocca la prima emottisi. Non solo, ma, attenuando il male, ottenne di portare a termine il di­giuno con regime di pane secco e acqua, e tu vuoi metterti a tremare? Sei sacerdote, svegliati, non fare lo sciocco!".
[…] Teresa, l’amore che avete portato a Dio (e al prossimo per amor di Dio) fu veramente degno di Dio. Così dev’essere l’amore nostro: fiamma, che si alimenta di tutto ciò che in noi è grande e bello; rinuncia a tutto ciò, che in noi è ribelle; vit­toria, che ci prende sulle proprie ali e ci porta in regalo ai piedi di Dio.

Lo stesso Cardinale, per il Cente­nario della nascita di S. Teresa del Bambino Gesù, il 10 ottobre 1973, lesse una dotta conferenza alla Scuola Grande dei Carmini a Vene­zia. Afferma che un altro aspetto positivo suggerito agli uomini di oggi da Teresa è "il suo amore alla Sacra Scrittura e c'è da godere che essa abbia in qualche modo preve­nuto questi nostri tempi di risco­perta biblica". Né va dimenticato il ricordo dei santi e della loro dottri­na.
Poi, concludendo: osserva che "negli scritti di santa Teresa del Bambino Gesù si trovano tesori di dottrina ascetica [...]. Essa, avendo acuta intelligenza e doni speciali, ha visto chiarissimo nelle cose di Dio e si è anche espressa chiarissi­mamente, cioè con somma sempli­cità e andando all'essenziale".



Madeleine Delbrel (1904-1964):
« Di santa Teresa di Lisieux è stato detto: ha elargito la sua vita! Questa santa generosità sembra re­lativamente semplice nei grandi ge­sti, ma risulta incomparabilmente più ardua nei piccoli! Donare il pro­prio perdono è molto più difficile che bruciare delle banconote. Eppu­re, nel paese degli innamorati, si preferisce un anello di rame donato da chi si ama che uno d’oro donato da chi è indifferente. Dio vuole i nostri anelli di rame… fare cose grandi attraverso le piccole… tutte le nostre azioni hanno una settima dimensione che è quella dell’amo­re».


«Simone Weil [1909-1943] ribadi­sce quanto anche esponenti autore­voli della Chiesa cattolica, pur rico­noscendo i meriti di Teresa di Li­sieux, le rimproverano:
  • l'aver completamente igno­rato i problemi di giustizia sociale, proprio nel momento in cui la Chiesa cominciava ad occuparsene sempre più.
  • l'aver completamente eluso quelli inerenti al lavoro di riforma e rinnovamento del­la Chiesa come istituzione.
Costoro danno per scontato, in quanto più moderni, di possedere una visione più ampia e quindi più realistica delle problematiche in gioco; viene tuttavia da chiedersi se, denunciando questo aspetto della carmelitana, si evidenzia una ristrettezza della sua visione o for­se si mette in luce una sua grandez­za di visione così profonda (e celata in parte a lei stessa) da essere in­comprensibile o "follia", come lei stessa diceva, non solo per il mon­do secolare ma anche per la Chiesa: Teresa era orientata a quella che dovrebbe essere l'unica ragione d'essere della Chiesa: la salvezza delle anime, dalle quali consegue l'operosità anche fisicamente bene­fica. » (web source, aug2015: https://it.wi­kipedia.org/wiki/ Teresa_di_Lisieux#Beata.2 C_santa_e_dottore:_cronistoria_della_carriera_ecclesiastica_di_Th.C3.A9r.C3.A8se_Martin)


Maria Josefa Alhama Valera, beata madre Speranza di Gesù (1893-1983):
"Vede, Padre: questa qui io l'ho conosciuta che avevo dodici anni". Io feci subito un calcolo: la Madre è nata il 30 settembre 1893, Teresa del Bambin Gesù è morta il 30 set­tembre 1897, dico: "Madre, come ha fatto a conoscerla se, quando lei aveva dodici anni, questa era morta da otto anni?". Lei sorrise e prose­guì: "Stavo in casa dello zio sacer­dote, sentii suonare il campanello, scesi giù e vidi una Suora tanto bel­la che mai avevo visto. Mi meravi­gliai che non portasse le bisacce per raccogliere l'elemosina, pensa­vo infatti che fosse una suora que­stuante e le dissi subito: "Suora, do­ve mette la roba che le do se non ha neanche le bisacce?". E lei mi rispo­se: Bambina, io non sono venuta per questo! "Ma sarà stanca del viaggio? Prenda una sedia!" – Non sono affatto stanca. "Con questo caldo avrà sete!" – Non ho sete. – "Allora che vuole da me?" E lei mi disse: "Vedi bambina, io sono venu­ta a dirti da parte del buon Dio che tu dovrai cominciare dove ho finito io". E mi parlò a lungo della devo­zione all'Amore Misericordioso che avrei dovuto diffondere in tutto il mondo. Ad un certo punto mi voltai e la suora non c'era più. "Era pro­prio Lei, sa! Era proprio Lei". E di­cendo questo additava la statua di Santa Teresa del Bambino Gesù che era lì in mezzo a noi.
Mi colpì quell'espressione "son venuta a dirti da parte del Buon Dio", le Bon Dieu dei francesi; gli spagnoli non avrebbero detto il Buon Dio, ma el Buen Jesús.
Anche questo particolare mi ha fatto sempre pensare alla genuinità della notizia e parlando della devo­zione all'Amore Misericordioso aggiunse anche il particolare: "Dio non vuol essere più sentito come un giudice di tremenda maestà, ma come un Padre buono. È questa la missione che io ho ricevuto da diffondere per il mondo intero. 30



I miracoli per la comunità delle Carmelitane Scalze di Gallipoli e la conferma della “piccola via”31:
« Siamo nel 1897. Due giovani carmelitane conversano nel Carme­lo di Lisieux. Una di loro, Suor Tere­sina del Bambin Gesù, si approssi­ma alla fine della sua vita e all'apice della santità. L'altra, che nutre per lei vera ammirazione, è una novizia proveniente da Parigi, Suor Maria della Trinità.

Innanzitutto è necessario credere nel Papa
Le due conversano sulla via spirituale che Suor Teresina insegnava: "la piccola via". Di fronte alle insistenti domande della novizia, la santa e dottore della Chiesa afferma con assoluta sicurezza:
- Se ti sto inducen­do in errore con la mia piccola via d'amore, non temere che io ti permetta di seguirla per molto tempo. Apparirei subito per dirti di pren­dere un'altra direzione. Se io non torno, credi nella verità delle mie parole: nel buon Dio tanto potente e miseri­cordioso, non si confida mai troppo. Da Lui si ot­tiene tutto quanto si spera. [...]

Un angoscioso problema fi­nanziario
Sfogliando gli atti del processo di beatificazione della Serva di Dio, abbiamo trovato, ol­tre ai suoi scritti e alle dichiara­zioni dei testimoni, anche la rela­zione dei miracoli da lei realizzati post mortem.
In uno di questi, operato nel monastero carmelitano di Gallipoli, Santa Teresina conferma la sicurezza e la santità della sua "piccola via".

Nel mese di gennaio del 1910, il Carmelo di Gallipoli si trovava in una situazione econo­mica catastrofica. A causa di un periodo di carestia, ad ogni suora era concesso un chilo di pane alla settimana; c'erano giorni in cui, non avendo nulla da mangiare al posto di andare al refettorio, si recavano in cappella a pregare.
È passata di lì una religio­sa della Congregazione delle Mar­celline, di Milano, la quale ha par­lato loro della giovane Serva di Dio Teresina del Bambin Gesù ed ha donato loro la traduzione ita­liana della Storia di un'Anima.
Le carmelitane di Gallipo­li entusiasmate per la loro sorella d'abito, morta in odore di santità in Francia, hanno iniziato, con la sua intercessione, un triduo alla Santissima Trinità, chiedendo la soluzione del loro angoscioso problema finanziario.
Il giorno 16 dello stesso mese di gennaio, Suor Maria Car­mela del Cuore di Gesù, si è seria­mente ammalata, per le preoccu­pazioni riguardo i debiti del suo monastero. La stessa narra quello che è accaduto quella notte.

"Ecco, tieni 500 lire per pagare i debiti"
Verso le tre del mattino - racconta - ho sentito che una ma­no mi copriva, teneramente, con la coperta che era caduta. Pensan­do che fosse una suora del con­vento, le ho detto senza aprire gli occhi:
- Lasciami, sto sudando molto!
Ho sentito allora una vo­ce dolce e sconosciuta che mi di­ceva:
- No, quello che sto facendo è una cosa buona. Ascolta, il buon Dio si serve degli abi­tanti del Cielo, come di quelli della terra, per soccorrere i suoi servito­ri. Prendi, ecco qui 500 lire per pagare i debiti della comunità.
Ho risposto:
- I debiti della comunità sono solo di 300 lire.
- Bene, - ribattè - ne resteranno 200; adesso, visto che non puoi tenere denaro nel­la cella, vieni con me.
Allora, ho pensato: "Come faccio ad alzarmi? Sono piena di sudori".
In quel momento la cele­ste visione ha aggiunto sorriden­do:
"La bilocazione ci aiuterà".
Mi sono trovata immedia­tamente fuori dalla cella in com­pagnia di una giovane carmelitana il cui abito e velo lasciavano tra­sparire una luce paradisiaca che ci illuminava il cammino.
Lei mi ha condotto nella sala dove custodivamo il denaro in una piccola cassetta. Lì c'era la nota dei debiti della comunità, e lei vi ha depositato le 500 lire. L'ho guardata con un'ammirazio­ne e piena di gioia mi sono pro­stata per ringraziarla, dicendo:
"Oh! Mia Santa Madre!" (È così che le carmelitane si rivolgo­no a Santa Teresa d'Avila).
Lei, però, accarezzando­mi con molto affetto, mi ha detto:
"No, non sono la nostra Santa Madre, so­no la Serva di Dio Suor Teresina di Lisieux".
Quindi la giovane religio­sa, dopo avermi accarezzato an­cora una volta con amore, si è al­lontanata soavemente.

"La mia via è sicura e non mi sono sbagliata seguendola"
Attonita per quello che era appena accaduto, e pensando che Santa Teresina non avesse trovato la porta per uscire dal Carmelo, la Priora le ha detto un po' ingenuamente:
- Attenzione potrebbe sbagliare il cammino!
  • No, no, la mia via è sicura e non mi sono sbagliata se­guendola -
ha risposto la Santa con un sorriso celestiale.
Suor Maria Carmela si è alzata immediatamente ed è anda­ta alla Cappella. Le religiose, no­tando in lei qualcosa di diverso, le hanno chiesto cosa fosse suc­cesso. Allora lei ha narrato la me­ravigliosa visione così tutte insie­me sono andate a vedere la cas­setta dove era custodito il denaro del Carmelo e là hanno trovato la banconota di 500 lire!

Il vescovo ha perso e le car­melitane hanno guadagnato
Ma non è finito qui il mi­racolo. Nei mesi successivi, la Ser­va di Dio è apparsa diverse volte alla fortunata Priora, parlandole di "cose spirituali" e dandole aiuti economici. Nella notte del 15 giu­gno, narra la Madre Carmela, "lei mi ha promesso di portarmi 100 lire".
Tuttavia, l'aspetto più pit­toresco e grazioso di questo mo­do di fare di Santa Teresina è sta­to la maniera in cui ha fatto arri­vare questa somma alle carmelita­ne di Gallipoli. Un giorno, il ve­scovo di questa diocesi, Mons. Gaetano ha raccontato loro di aver notato che nella sua cassetta mancava una banconota da 100 li­re e sperava che Suor Teresina la portasse a loro...
E così è successo!

Il 6 agosto, la Santa di Li­sieux è apparsa nuovamente a Ma­dre Carmela, con in mano una banconota da 100 franchi, e le ha detto:
"Il potere di Dio toglie o dà con la stessa facilità tanto nelle cose temporali che in quelle spirituali".
La Priora si è affrettata a devolvere questa somma al Vesco­vo, ma questi l'ha ritornata alle religiose.

"Queste ossa benedette faran­no miracoli straordinari"
Il 5 settembre di quell'an­no - vigilia dell'esumazione dei suoi resti mortali - la Serva di Dio è apparsa ancora una volta.
"Dopo avermi parlato ri­guardo il bene spirituale della co­munità - narra Madre Carmela - lei mi ha annunciato che nell'esuma­zione si sarebbero trovate soltan­to ossa. Poi mi ha fatto capire i prodigi che avrebbe fatto in futu­ro.
"Stia sicura, mia cara Madre, che queste ossa benedette faranno miracoli straordinari e saranno armi potenti contro il demonio."
La Priora ha osservato che la Santa della "piccola via" ap­pariva sempre all'aurora, il suo aspetto era bello e luminoso, le sue vesti brillavano come argento trasparente e le sue parole risuo­navano come un coro angelico.

Una nuova conferma
Suor Teresina è tornata a manifestarsi in questo Carmelo l'anno seguente, questa volta a Mons. Nicola Giannattasio, Vesco­vo di Nardò, città vicina a Gallipo­li, il quale aveva studiato la vita della Serva di Dio. Senza avere avuto conoscenza delle parole che lei aveva rivolto a Suor Maria del­la Trinità nel 1897, pensava che la risposta data alla Priora nel 1910 -"la mia via è sicura" - doveva esse­re intesa nel senso spirituale e co­me una conferma della sua "picco­la via". Con l'idea di ottenere que­sta conferma, e di chiedere per sé e per la sua Diocesi la protezione della giovane Serva di Dio, ha de­ciso di fare un esperimento az­zardato; ha collocato in una busta una banconota di 500 lire, insie­me al suo biglietto da visita, nel quale ha scritto:
In memoriam
"La mia via è sicu­ra ed io non mi sono in­gannata" Suor Teresina del Bambin Gesù a Suor Carmela, Gallipoli, data 16 gennaio 1910.
Ora pro me quoti­die ut Deus misereatur mei (Prega per me tutti i giorni, affinché Dio ab­bia pietà di me).
Mons. Giannattasio ha si­gillato la busta e l'ha consegnata alle carmelitane di Gallipoli, chie­dendo loro di collocarla nella cas­setta dove Santa Teresina aveva operato i miracoli.
Poco tempo dopo è andato al Carmelo a predicare un ritiro, alla fine ha voluto vedere la busta. Essa era intatta, ma un pochino voluminosa... Aprendola, il vescovo ha trovato, non solo le 500 lire che aveva messo, ma ad­dirittura 800, che egli ha dato im­mediatamente alle religiose. Una delle banconote esalava un delicato profumo di rose.
Tanto Mons. Giannattasio quanto le carmelitane hanno com­preso che, tramite questo nuovo prodigio, Santa Teresina voleva manifestare chiaramente che la sua "piccola via" era sicura. Poche volte un cammino di perfezione è stato confermato da un'azione mi­racolosa così straordinaria.
Possiamo immaginare la gioia di Suor Maria della Trinità nel prendere atto di questi fatti narrati dalle sue sorelle di voca­zione del Carmelo di Gallipoli. "La Piccola Via" della sua cara maestra di novizie si confermava essere un cammino sicuro e che non por­tava all'errore … ».

La Normandia

Thérèse Martin è normanna, avendo vissuto ad Alençon e a Lisieux.


Normandia (fr. Normandie) - Regio­ne storica della Francia settentriona­le.
Fu abitata certamente sin dall’età del Bronzo e del Ferro.

Nel Medioevo divenne un ducato che si trovò unito all’Inghilterra con la presa di questa (battaglia di Ha­stings, 1066) da parte del duca nor­manno Guglielmo il Conquistatore. Alla Corona inglese rimase unito, le­gato però a un tempo da rapporto feudale verso la monarchia francese, con i discendenti di Guglielmo e con i Plantageneti, duchi di Normandia, saliti anch’essi sul trono d’Inghilter­ra. Riunita alla Corona francese nel 1204 dal re Filippo Augusto, la Nor­mandia divenne oggetto di lotta tra la Francia e l’Inghilterra, che nel cor­so della guerra dei Cent’anni (1339-1453) più di una volta ne tenne il possesso effettivo. Riconquistata de­finitivamente da Carlo VII dopo la battaglia di Formigny (1450), la sua storia si confonde con quella della Francia.

Sulle coste della Normandia le forze alleate, comandate dal generale sta­tunitense D. Eisenhower, compirono, durante la Seconda guerra mondiale (6-7 giugno 1944), una gigantesca operazione di sbarco (operazione Overlord), preceduta da una massic­cia offensiva aerea durata circa 5 mesi, fu compiuta anche con il con­corso di una flotta aerea di circa 11.000 apparecchi da caccia e da bombardamento. Quantunque le di­fese tedesche fossero presidiate da forze inizialmente superiori per numero alle attaccanti, alla sera del 7 gli Inglesi e gli Americani si erano largamente attestati presso Caen e presso Carentan. L’operazione, co­stantemente accompagnata da mas­sicci bombardamenti testi a in­debolire le difese tedesche, costituì la premessa per la conclusione vitto­riosa della battaglia per la riconqui­sta della Francia e aprì il fronte occi­dentale, decisivo per le sorti della guerra.
Specialmente il dipartimento del Calvados uscì molto danneggiato da questi eventi bellici.

Amministrativamente è divisa in due regioni: Alta Normandia (diparti­menti Eure e Seine-Maritime) e Bas­sa Normandia (dipartimenti di Cal­vados, Manche e Orne).
Lisieux si trova nella regione della Bassa Normandia, nel dipartimento del Calvados.


Dipartimento del Calvados
Dipartimento della Francia setten­trionale (5548 km2 con 666.500 ab. nel 2006), in Bassa Normandia; ca­poluogo Caen.
Occupa il bacino medio-inferiore del fiume Orne fra la penisola del Coten­tin e l’estuario della Senna. A S, una fascia di bassi rilievi (regione a boca­ge); a N, una regione pianeggiante che digrada verso la Manica.
Agricoltura (cereali, barbabietole, fo­raggi, mele da sidro con cui si produ­ce il liquore calvados) e allevamento di bovini e cavalli. Praticata la pesca. Si estraggono ferro (bacino di Caen) e scisti ardesiaci; attività industriali (settori metallurgico, tessile, mecca­nico e alimentare). Crescente il turi­smo.

Caen (50 km da Li­sieux)
Città della Francia settentrionale (108.900 ab. nel 2005), capoluogo del dipartimento di Calvados, situata in pianura, sul fiume Orne. Il suo porto fluviale comunica con il mare (Manica) per mezzo di un canale. Mercato agricolo e di bestiame; in­dustrie tradizionali quelle della lana e del lino; l’industria moderna com­prende stabilimenti siderurgici, chi­mici, elettromeccanici, alimentari. Attivo il commercio marittimo (im­portazione di carbone ed esportazio­ne di acciaio).
Nota nel 1027 come Cadomum, fu ingrandita e dotata di una fortezza verso il 1077 da Guglielmo il Conqui­statore.
Presa per la Corona di Francia da Fi­lippo Augusto (1204), fu contesa da­gli Inglesi durante la guerra dei Cen­to anni, fino alla definitiva riconqui­sta nel 1450.
Nel 16° sec. fu una delle roccaforti dei calvinisti ai quali dovette la sua prosperità economica.
Nella Seconda guerra mondiale, per la sua importanza strategica, costi­tuì, dopo lo sbarco in Normandia (1944), il perno della difesa tedesca.

Luoghi teresiniani:
Il Monastero della Visitazione: fu qui che Leonia visse da religiosa con il nome di suor Francesca Teresa. Oggi, la cripta accoglie la tomba di Leonia. L’attuale comunità perpetua in que­sti luoghi l’ordine della Visitazione. Ospedale Bon Sauveur: il signor Mar­tin vi restò dal 12 febbraio 1889 al 10 maggio 1892. Oggi è possibile vi­sitare una cappella di recente co­struzione.

Alençon (95 km a sud di Lisieux)
Città (28.800 ab. nel 2005) della Francia, capoluogo del dipartimento dell’Orne, in Normandia.
Famosa per l’industria dei pizzi e dei cristalli di quarzo (diamants d’A.). Fiorente mercato agricolo.
Ricordata la prima volta nel 717, fe­ce parte del ducato di Normandia si­no al sec. 10°; Enrico I la conquistò alla corona inglese nel 1113. Annes­sa alla Francia da Filippo II Augusto, fu ancora inglese durante la guerra dei Cent’anni (1417-49); ritornata ai duchi di Alençon, nel sec. 16° attra­versò un periodo di splendore. Du­rante le guerre di religione, A. fu roc­caforte del calvinismo; la revoca dell’editto di Nantes (1685), rovi­nandone le manifatture di pizzi che erano in mano ai calvinisti, determi­nò la sua decadenza.

Luoghi teresiniani:
Conserva due luoghi importanti del­l’infanzia di Teresa:
  • la casa natale in cui è nata il 2 gennaio 1873 (in: 50 rue Saint Blaise),
  • la Chiesa di Notre-Dame che conserva il battistero dove fu battezzata il 4 gennaio 1873.

Lisieux
Cittadina della Francia nord-occi­dentale (26.000 ab. circa), nel dipar­timento di Calvados, sul fiume Tou­ques.
Sede di industrie tessili, alimentari, meccaniche e petrolchimiche.
Oggi capoluogo del Pays d’Auge, è uno dei luoghi più incantevoli della Normandia. Conserva le sue case a graticcio e numerosi luoghi d’inte­resse storico e artistico. Si trova a 25 chilometri a sud della Côte Fleurie (Costa Fiorita), in posizione ideale per esplorare la regione.

Dalla nascita della Normandia fino alla Rivoluzione Francese, Lisieux è stata la sede del vescovato.
A quell'epoca, la città era ammini­strata da vescovi-conti che plasma­rono la città in quei secoli. Di quel periodo rimane tutto il quartiere, chiamato "Quartier Canonal", nel quale si può ancora oggi ammirare la Cattedrale, il Palazzo Episcopale, l'hôtel du Haut Doyenné, il Giardino del Vescovo, le canoniche...
La sede episcopale di Lisieux fu oc­cupata, dal 1432 al 1442, da Mons. Pierre Cauchon, collaboratore degli inglesi che in quel tempo occupava­no la zona; lo stesso che l’anno pre­cedente, nel 1431, aveva fatto con­dannare Giovanna d’Arco al rogo co­me eretica.

Lisieux è la seconda città meta di pellegrinaggio in Francia, dopo Lourdes, con un numero di visitatori valutato fra i 700.000 e oltre i 2 milioni ogni anno.
Ogni anno, l'ultima domenica di Set­tembre: si celebra la festa di Santa Teresa, con processione e ostensione delle reliquie.

Il Castello di Saint Germain de Livet
"La meraviglia dei Pays d'Auge" è og­gi proprietà della città di Lisieux. Piccola fortezza nascosta nel fondo di una valle, questo castello è un au­tentico gioiello grazie al colore delle sue pietre e dei suoi mattoni verni­ciati di verde. Costruito nel XVI seco­lo, è uno degli esempi più preziosi dell'architettura dei Pays d'Auge al­l'epoca del Rinascimento. Mobili del XVIII secolo e del XIX secolo così co­me affreschi del XVI secolo abbelli­scono l'interno. Numerosi disegni e pitture provengono dalla collezione Riesener, di cui uno dei rappresen­tanti, Léon, era cugino di Delacroix.

Bayeux (a 70 km da Lisieux)
Il 31 ottobre 1887, Teresa, accompa­gnata dal papà, si reca a Bayeux per sollecitare al vescovo mons. Hugonin la sua entrata al carmelo, che non ac­corderà il permesso.

Le Mans (54 km a sud di Alençon)
Le Mans è un comune francese di 146.670 abitanti, capoluogo del di­partimento della Sarthe nella regio­ne dei Paesi della Loira.
Famosa ai nostri giorni per la gara automobilistica delle “24 ore”, è un' antica città che custodisce mura ro­mane, una bella cattedrale e diversi interessanti musei, fra cui il Musée Automobile de la Sarthe, con una grande collezione di veicoli.
La Cattedrale dedicata a s. Giuliano è notevole. Il suo stupendo abside go­tico è rilevante per il sistema dei contrafforti rampanti. Il portale che affaccia sulla piazza Saint-Michel è affascinante. All'interno il coro (alto 34 m e illuminato da finestre con ve­trate istoriate) ha profondità e altez­za fra le maggiori e più belle in Fran­cia. La navata romanica mostra i maestosi capitelli, si noti la colorata e moderna finestra con vetri istoriati dedicata all'Ascensione, sorprenden­temente datata dal 1140. Anche il soffitto dipinto dell'abside è degno di rilievo.
Le mura Gallo-Romane lungo la sponda del fiume Sarthe sono state brillantemente restaurate e sono fra le meglio conservate del loro genere in Francia. Presentano un fronte di 300 mt, con 11 torri. La luce solare rivela l'alternanza di motivi decora­tivi bianchi e neri.
Fra i molti monumenti storici e arti­stici, noi rileviamo l'antico convento della Visitazione. La cappella fu co­struita verso il 1730 ed è situata nel cuore della città attuale; il muro sul lato della place de la République è sormontato da comignoli. La facciata principale è riccamente decorata con un portico a colonne corinzie che racchiude una porta in bugnato. La decorazione interna è della stessa epoca. In questo convento vissero la zia materna di s. Teresa, suor M. Do­sitea, e la sorella Leonia, suor Fran­cesca Teresa.



La campagna
Saint-Ouen-Le-Pin (a 9 km da Li­sieux) Teresa trascorrerà le sue va­canze con le cugine alla fattoria (luogo privato: non si visita), vec­chia proprietà della zia, la signora Guérin. In luglio e agosto del 1884, vi viene in convalescenza dopo una pertosse. Vi ritornerà nel 1885. Al­loggia nella casa del proprietario (luogo privato: non si visita) all’an­golo tra la strada per Roque-Bai­gnard e la stradina che conduce al­la chiesa del villaggio, dove Teresa va a messa.
Ouilly-le-Vicomte (a 5 km da Lisieux) In questo piccolo villaggio, il signor Martin, accompagnato da Teresa, va a pescare lungo le rive della Pâ­quine, affluente della Touques.
Rocques (a 3,5 km da Lisieux) Il si­gnor Martin vi fa delle passeggiate con Teresa per pescare lungo la Pâ­quine e per visitare la chiesa.
Saint-Martin-de-la-Lieue (a 4 km da Lisieux) Con il suo vecchio maniero Saint-Hippolyte del 16° secolo, Saint-Martin-de-la-Lieue è il luogo di pesca dove l’8 settembre 1879 il signor Martin prese anche una car­pa di 2,170 kg. .
Pont-l’Evêque (a 18 km da Lisieux) Il signor Martin vi si reca per pescare sul litorale della Touques. In un’e­scursione accompagnerà Teresa e le sorelle Leonia e Celina nei campi che circondano Pont-l’Evêque.



Il mare
Trouville - Deauville (a 30 km da Li­sieux) Fu l’8 agosto 1878, all’età di cinque anni e mezzo che Teresa vi­de per la prima volta il mare a Trouville dove suo padre l’aveva accompagnata. Nel 1885, Teresa soggiorna a Deauville dal 3 al 10 maggio allo chalet des Roses (luogo privato: non si visita) che ha so­prannominato lo chalet Colombe, ubicato al n. 17 sul lungofiume del­la Touques. All’inizio di luglio del 1886, viene sola a Trouville allo chalet des Lilas (luogo privato: non si visita). Vi resterà soltanto tre giorni, poiché si ammalerà avendo “nostalgia del Buissonnets”. Dal 20 al 26 giugno 1887, tornerà in va­canza allo stesso chalet, al n. 29 di via de la Cavée.
Honfleur (a 35 km da Lisieux) Nel giugno 1887, Teresa in compagnia di suo padre e delle sorelle Leonia e Celina, visita questa cittadina graziosa. Si reca in pellegrinaggio a Notre-Dame de Grâce per supplica­re la Madonna affinché le faccia ot­tenere il permesso di entrare al Carmelo.
Le Havre (a 58 km da Lisieux) Con il papà e le due sorelle Leonia di 24 anni e Celina di 18 anni, Teresa ar­riva a Le Havre per visitare l’Espo­sizione Marittima Internazionale che si estendeva lungo il Bassin du Commerce dove erano presenti im­barcazioni di 3000 espositori.



AMDG et BVM

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