lunedì 28 marzo 2011

"DEL GRAN MEZZO DELLA PREGHIERA"

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Ecco un libretto che sant'Alfonso desiderava in mano a tutti i cristiani del mondo. Potrete scaricarlo anche da:  http://www.grupporosariovivente.it/del%20gran%20mezzo%20della%20preghiera.pdf


S. ALFONSO M. DE' LIGUORI




DEL GRAN MEZZO DELLA PREGHIERA

Per conseguire la salute eterna e tutte le grazie che desideriamo
Al Verbo Incarnato Gesù Cristo
diletto dall'eterno Padre benedetto del Signore, autore della vita, re
della gloria, Salvatore del mondo, aspettato dalle genti, desiderio dei
colli eterni, Padre celeste, giudice universale, mediatore tra Dio e gli
uomini, maestro delle virtù, agnello senza macchia, uomo dei dolori,
sacerdote eterno e vittima d'amore, speranza dei peccatori, fonte delle
grazie, pastore buono, innamorato delle anime,
ALFONSO
peccatore quest'opera consacra
Dedica a Gesù ed a Maria

O Verbo Incarnato, voi avete dato il sangue e la vita per ottenere alle nostre
preghiere (come già avete promesso) tanto di valore, che impetrano quanto
chiedono; e noi, oh Dio! siamo così negligenti della nostra salute che neppure
vogliamo domandare le grazie che ci abbisognano per salvarci! Voi, con tal
mezzo di pregare, ci avete data la chiave di tutti i vostri divini tesori, e noi per



non pregare vogliamo restare miseri quali siamo! Deh, Signore, illuminateci e
fateci conoscere quanto valgono appresso il vostro Eterno Padre le suppliche
fatte in nome di Voi e per i vostri meriti. Io vi consacro questo mio libretto,
beneditelo Voi, e fate che tutti quelli che l'avranno nelle mani s'invoglino a
sempre pregare, e si adoprino ad infiammare anche gli altri affinché si valgano
di questo gran mezzo della loro salute.
A Voi anche raccomando questa mia operetta, o gran madre di Dio Maria: Voi
proteggetela con ottenere a tutti coloro, che la leggeranno, lo spirito di pregare
con ricorrere sempre in tutti i loro bisogni al vostro Figlio, ed a Voi, che siete la
dispensatrice delle grazie, e siete la Madre della misericordia, che non sapete
lasciare scontento alcuno che a Voi si raccomanda, e siete all'incontro la
Vergine potente, che ottenete da Dio ai vostri servi, quanto chiedete.

INTRODUZIONE

Io ho dato alla luce diverse operette spirituali, ma stimo di non aver fatta opera
più utile di questo libretto, in cui parlo della preghiera, per essere ella un
mezzo necessario e sicuro, al fine di ottenere la salute, e tutte le grazie che per
quella ci bisognano. Io non ho questa possibilità, ma se potessi, vorrei di
questo libretto stamparne molte copie, quanti sono tutti i fedeli che vivono
sulla terra, e dispensarle ad ognuno, affinché ognuno intendesse la necessità,
che abbiamo tutti di pregare per salvarci.
Dico ciò, perché vedo da una parte quest'assoluta necessità della preghiera,
tanto per altro inculcata da tutte le Sacre Scritture, e da tutti i Santi Padri; ed
al contrario vedo, che i cristiani poco attendono a praticare questo gran mezzo
della loro salute. E quel che più mi affligge, vedo che i predicatori e confessori
poco attendono a parlarne ai loro uditori e penitenti; e vedo che anche i libri
spirituali, che oggidì corrono per le mani, neppure ne parlano abbastanza.
Mentre invece tutti i predicatori, confessori e tutti i libri, non dovrebbero
insinuare altra cosa con maggior premura e calore, che questa del pregare.
Essi infatti inculcano tanti buoni mezzi alle anime per conservarsi in grazia di
Dio: la fuga delle occasioni, la frequenza dei Sacramenti, la resistenza alle
tentazioni, il sentir la divina parola, il meditare le Massime eterne, ed altri
mezzi (non lo nego) utilissimi: ma a che servono, io dico, le prediche e
meditazioni e tutti gli altri mezzi che danno i maestri spirituali senza la
preghiera, quando il Signore si è dichiarato che non vuol concedere le grazie se
non a chi prega? Chiedete ed otterrete (Gv 16,24). Senza la preghiera
(parlando secondo la Provvidenza ordinaria) resteranno inutili tutte le
meditazioni fatte, tutti i nostri propositi, e tutte le nostre promesse. Se non
preghiamo saremo sempre infedeli a tutti i lumi ricevuti da Dio, ed a tutte le
promesse da noi fatte. La ragione sta qui: che a fare attualmente il bene, a
vincere le tentazioni, ad esercitare le virtù, insomma ad osservare i divini
precetti non bastano i lumi da noi ricevuti, e le considerazioni e i propositi da
noi fatti, ma vi è bisogno di una grazia attuale di Dio; e il Signore questo aiuto
attuale (come appresso vedremo) non lo concede, se non a chi prega. I lumi
ricevuti, le considerazioni ed i buoni propositi concepiti, servono a stimolarci a
pregare nei pericoli e nelle tentazioni per ottenere il divino soccorso, che ci
preservi poi dal peccato. Ma se allora non preghiamo, saremo perduti.
Ho voluto, lettore mio, premettere questo mio sentimento a tutto quello che



appresso scriverò, affinché ringraziate il Signore, che, per mezzo di questo mio
libretto, vi dona la grazia di riflettere maggiormente sull'importanza di questo
gran mezzo della preghiera; poiché tutti quelli che si salvano (parlando degli
adulti), ordinariamente per questo unico mezzo si salvano. E perciò dico,
ringraziatene Dio; perché è una misericordia troppo grande quella che Egli fa a
coloro ai quali dà la luce e la grazia di pregare. Io spero che voi, amato mio
fratello, dopo aver letta questa breve operetta, non sarete più trascurato d'ora
innanzi a ricorrere sempre a Dio coll'orazione, quando sarete tentato ad
offenderlo. Se mai per il passato vi trovaste aggravata la coscienza di molti
peccati, intendiate che questa n'è stata la cagione: la trascuratezza di pregare
e di cercare a Dio l'aiuto per resistere alle tentazioni, che vi hanno assalito. Vi
prego intanto di leggerlo e rileggerlo e con tutta l'attenzione, non già perché è
frutto del mio ingegno, ma perché egli è mezzo che il Signore vi porge per
bene della vostra eterna salute: dandovi con ciò ad intendere in modo
particolare, che vi vuol salvo. E dopo averlo letto; vi prego di farlo leggere ad
altri (come potrete) amici o paesani, con cui converserete. Or cominciamo in
nome del Signore.

Scrisse l'Apostolo a Timoteo: Raccomando adunque prima di tutto, che si
facciano suppliche, orazioni, voti, ringraziamenti (1 Tm 2,1). Spiega l'Angelico
san Tommaso (2, 2.ae, q. 83, art. 17), che l'orazione è propriamente il
sollevare la mente a Dio. La postulazione poi è propriamente la preghiera; la
quale, quando la domanda contiene cose determinate, come quando diciamo:
Muoviti, o Dio, in mio soccorso... si chiama supplica. La obsecrazione è una pia
adiurazione, ossia contestazione, per impetrare la grazia, come quando
diciamo: Per la tua croce e passione, liberaci, o Signore. Finalmente l'azione di
grazie è il ringraziamento per i benefici ricevuti, col quale, dice san Tommaso,
che noi meritiamo di ricevere benefici maggiori: Rendendo grazie meritiamo
beni maggiori. L'orazione presa in particolare, dice il santo Dottore, significa il
ricorso a Dio; ma presa in generale, contiene tutte le altre parti di sopra
nominate; e tale noi l'intenderemo nominandola da qui in avanti col nome di
orazione o di preghiera.
Per affezionarci poi a questo gran mezzo della nostra salute quale è la
preghiera, bisogna considerare, quanto sia ella a noi necessaria, e quanto
valga ad ottenerci tutte le grazie che da Dio desideriamo, se sappiamo
domandarle come si deve. Quindi parleremo prima della necessità e del valore
della preghiera, e poi delle condizioni della medesima, affinché ella riesca
efficace appresso Dio.

CAPO I
DELLA NECESSITA DELLA PREGHIERA

I. - LA PREGHIERA E' NECESSARIA ALLA SALUTE,
DI NECESSITA DI MEZZO.


Fu già errore dei pelagiani il dire, che l'orazione non è necessaria a conseguire
la salute. Diceva l'empio loro maestro Pelagio, che l'uomo in tanto solamente si
perde, in quanto trascura di riconoscere le verità necessarie a sapersi. Ma gran



cosa! diceva Santo Agostino: “Pelagio d'ogni altra cosa voleva trattare, fuorché
dell'orazione” (De natura et orat. c. XVII), ch'è l'unico mezzo, come teneva ed
insegnava il santo, per acquistare la scienza dei santi, secondo quel che scrisse
già S. Giacomo: “Se alcuno di voi è bisognoso di sapienza, la chieda a Dio, che
dà a tutti abbondantemente e non lo rimprovera, e gli sarà concesso” (Gc 1,5).
Sono troppo chiare le Scritture, che ci fan vedere la necessità che abbiamo di
pregare, se vogliamo salvarci. Bisogna sempre pregare, né mai stancarsi (Lc
18,1). Vegliate ed orate per non cadere in tentazione (Mt 26,41). Chiedete ed
otterrete (Mt 7,7). Le suddette parole bisogna, chiedete, orate, come vogliono
comunemente i teologi, significano ed importano precetto e necessità. Vicleffo
diceva, che questi testi s'intendevano non già dell'orazione, ma solamente della
necessità delle buone opere, sicché il pregare in suo senso non era altro che il
bene operare: ma questo fu suo errore e fu condannato espressamente dalla
Chiesa. Onde scrisse il dotto Leonardo Lessio, “non potersi negare senza errare
nella fede, che la preghiera agli adulti è necessaria per salvarsi; constando
evidentemente dalle Scritture, essere l'orazione l'unico mezzo per conseguire
gli aiuti necessari alla salute” (De Iust. 1, 2, c. 37, dub. 3, n. 9).
La ragione è chiara. Senza il soccorso della grazia, noi non possiamo fare alcun
bene. Senza di me non potete far nulla (Gv 15,5). Nota S. Agostino su queste
parole, che Gesù Cristo non disse: niente potete compire, ma niente potete
fare. Per darci con ciò ad intendere il nostro Salvatore, che noi senza la grazia,
neppure possiamo cominciare a fare il bene. Anzi scrisse l'Apostolo: Da per noi
neppure possiamo avere desiderio di farlo (2 Cr 3,5). Se dunque non possiamo
neanche pensare al bene, tanto meno possiamo desiderarlo. Lo stesso ci
significano tante altre Scritture. Lo stesso Dio è quegli che fa in tutti tutte le
cose (1 Cr 12,6). Farò che camminiate nei miei precetti, ed osserviate le mie
leggi, e le pratichiate (Ez 36,27). In modo che, siccome scrisse san Leone I:
“Noi non facciamo alcun bene, fuori di quello che Dio con la sua grazia ci fa
operare”. Onde il Concilio di Trento nella Sess. 6, can. 3, disse: “Se alcuno
avrà detto, che senza una preventiva ispirazione, ed aiuto dello Spirito Santo,
l'uomo può credere, sperare, amare o pentirsi, come bisogna, per ottenere la
grazia della giustificazione, sia scomunicato” (Sess. 6, can. 3).
L'autore dell'Opera imperfetta, parlando dei bruti ci dice che il Signore altri ha
provveduto di corso, altri di unghie, altri di penne, affinché possano così
conservare il loro essere; ma l'uomo poi l'ha formato in tal stato, che esso
solo, Dio, fosse tutta la di lui virtù (Hom. 18). Sicché l'uomo è affatto
impotente a procurarsi la sua salute, poiché ha voluto Iddio, che quanto ha, e
può avere, tutto lo riceva dal solo aiuto della sua grazia.
Ma questo aiuto della grazia, il Signore per provvidenza ordinaria, non lo
concede se non a chi prega, secondo la celebre sentenza di Gennadio:
“Crediamo che niuno giunga a salute, se Dio non lo invita; niuno invitato operi
la salute, se non è da Dio aiutato; niuno meriti aiuto, se non per mezzo della
preghiera” (De Eccl. dogm. cap. 26). Posto dunque da una parte, che senza il
soccorso della grazia niente noi possiamo; e posto dall'altra che tale soccorso
ordinariamente non si dona da Dio se non a chi prega, chi non vede dedursi
per conseguenza, che la preghiera ci è assolutamente necessaria alla salute? E'
vero che le prime grazie, le quali vengono a noi senza alcuna nostra
cooperazione, come sono la vocazione alla fede, alla penitenza, dice S.
Agostino, che Dio le concede anche a coloro che non pregano; tuttavia il santo



tiene poi per certo che le altre grazie (e specialmente il dono della
perseveranza) non si concedono se non a chi prega (De Dono pers. c. 16).
Ond'è che i teologi comunemente con san Basilio, san Giovanni Crisostomo,
Clemente Alessandrino, ed altri col medesimo S. Agostino, insegnano che la
preghiera agli adulti è necessaria non solo di necessità di precetto, come
abbiamo veduto, ma anche di mezzo. Vale a dire che di provvidenza ordinaria,
un fedele senza raccomandarsi a Dio, con cercargli le grazie necessarie alla
salute, è impossibile che si salvi. Lo stesso insegna san Tommaso dicendo:
“Dopo il battesimo poi è necessaria all'uomo una continua orazione, affine di
entrare in cielo; poiché quantunque per mezzo del battesimo si rimettano i
peccati, ciò nondimeno rimane il fomite del peccato che ci fa guerra
internamente e il mondo e i demoni, che ci guerreggiano esternamente” (3 p.
q. 39, art. 5). La ragione dunque, che ci fa certi, secondo l'Angelico, della
necessità che abbiamo della preghiera, eccola in breve: Noi per salvarci
dobbiamo combattere e vincere: Colui che combatte nell'agone non è coronato,
se non ha combattuto secondo le leggi (1 Tm 2,5). All'incontro senza l'aiuto
divino non possiamo resistere alle forze di tanti e tali nemici: or questo aiuto
divino solo per l'orazione si concede; dunque senza orazione non v'è salute.
Che poi l'orazione sia l'unico ordinario mezzo per ricevere i divini doni, lo
conferma più distintamente il medesimo santo dottore in altro luogo dicendo
che il Signore tutte le grazie che ab aeterno ha determinato di donare a noi,
vuol donarcele non per altro mezzo che per l'orazione (2, 2.ae, q. 83, 2). E lo
stesso scrisse S. Gregorio: “Gli uomini pregando meritano di ricevere ciò che
Dio avanti i secoli dispone loro di dare” (Lib. i. Dial. cap. 8). Non già, dice S.
Tommaso, è necessario di pregare, affinché Iddio intenda i nostri bisogni, ma
affinché noi intendiamo la necessità, che abbiamo di ricorrere a Dio, per
ricevere i soccorsi opportuni per salvarci, e con ciò riconoscerlo per unico
autore di tutti i nostri beni (Ibid. ad 1 et 2). Siccome dunque ha stabilito il
Signore che noi fossimo provveduti di pane col seminare il grano, e del vino col
piantare le viti; così ha voluto che riceviamo le grazie necessarie i alla salute
per mezzo della preghiera, dicendo: "Chiedete ed otterrete, cercate, e
troverete" (Matth. 7,7).
Noi insomma, altro non siamo che poveri mendicanti, i quali tanto abbiamo,
quanto ci dona Dio per elemosina. Io per me sono mendico e senza aiuto (Ps.
39,18). Il Signore, dice S. Agostino, bene desidera e vuole dispensare le sue
grazie, ma non vuol dispensarle se non a chi le domanda (In Ps. 102). Egli si
protesta con dire: “Chiedete ed otterrete”. Cercate, e vi sarà dato; dunque dice
santa Teresa, chi non cerca, non riceve. Siccome l'umore è necessario alle
piante per vivere e non seccare, così dice il Crisostomo, è necessaria a noi
l'orazione per salvarci. In altro luogo, dice il medesimo santo, che: “siccome il
corpo senza dell'anima non può vivere, così l'anima senza l'orazione è morta, e
manda cattivo odore” (De or. D. l. i.). Dice, manda cattivo odore, perché chi
lascia di raccomandarsi a Dio, subito comincia a puzzare di peccati. Si chiama
anche l'orazione cibo dell'anima perché “senza cibo non può sostentarsi il
corpo, e senza l'orazione, dice S. Agostino, non può conservarsi in vita l'anima”
(De sal. doc. c. 28). Tutte queste similitudini che adducono questi santi Padri,
denotano l'assoluta necessità, ch'essi insegnano d'esservi in pregare per
conseguire la salute.



II. - SENZA LA PREGHIERA E' IMPOSSIBILE RESISTERE ALLE
TENTAZIONI E PRATICARE I COMANDAMENTI.


L'orazione inoltre è l'arma più necessaria per difenderci dai nemici: chi di
questa non s'avvale, dice S. Tommaso, è perduto. Non dubita il Santo di
ritenere che Adamo cadde perché non si raccomandò a Dio allora che fu
tentato (P. I. q. 94, a. 4). E lo stesso scrisse S. Gelasio parlando degli angeli
ribelli: “Che cioè ricevendo invano la grazia di Dio, senza pregare non seppero
rimanere fedeli” (Epist. adversus Pelag. haeret.). San Carlo Borromeo in una
lettera Pastorale (Litt. pastor. De or. in com.) avverte, che tra tutti i mezzi che
Gesù Cristo ci ha raccomandati nel Vangelo, ha dato il primo luogo alla
preghiera: ed in ciò ha voluto che si distinguesse la sua Chiesa e Religione
dalle altre sette, volendo che ella si chiamasse specialmente casa d'orazione.
La casa mia sarà chiamata casa d'orazione (Mt 21,13).
Conclude S. Carlo nella suddetta lettera, che la preghiera è il principio, il
progresso e il complemento di tutte le virtù. Sicché nelle tenebre, nelle miserie
e nei pericoli, in cui ci troviamo (diceva re Giosafat) non abbiamo in che altro
fondare le nostre speranze, che in sollevare gli occhi a Dio e dalla sua
misericordia impetrare colle preghiere la nostra salvezza (2 Cron 20,12). E così
anche praticava Davide; non trovando altro mezzo per non esser preda dei
nemici, che pregare continuamente il Signore a liberarlo dalle loro insidie: “Gli
occhi miei sono sempre rivolti al Signore perché Egli trarrà dal laccio i miei
piedi (Sal 24,15). Sicché altro egli non faceva che pregare dicendo: “A me volgi
il tuo sguardo, e abbi pietà di me, perché io son solo e son povero” (Ibid.
24,16). “Gridai a te: dammi salute affinché osservi i tuoi precetti” (Sal
118,146). Signore, volgete a me gli occhi, abbiate pietà di me, e salvatemi:
mentre io non posso niente, e fuori di Voi non ho chi possa aiutarmi.
Ed infatti come potremmo noi resistere alle forze dei nostri nemici, ed
osservare i divini precetti, specialmente dopo il peccato di Adamo, che ci ha
resi così deboli ed infermi, se non avessimo il mezzo dell'orazione, per cui
possiamo già dal Signore impetrare la luce e la forza bastante per osservarli?
Fu già bestemmia quella che disse Lutero, cioè che dopo il peccato di Adamo
sia assolutamente impossibile agli uomini l'osservanza della divina legge.
Giansenio ancora disse che alcuni precetti ai giusti erano impossibili secondo le
presenti forze che hanno. E sin qui la sua proposizione avrebbe potuto
spiegarsi in buon senso; ma ella fu giustamente condannata dalla Chiesa per
quello che poi vi aggiunse, dicendo che mancava ancora la grazia divina a
renderli possibili. E' vero, dice S. Agostino, che l'uomo per la sua debolezza
non può già adempiere alcuni precetti con le presenti forze e con la grazia
ordinaria, ossia comune a tutti; ma ben può con la preghiera ottenere l'aiuto
maggiore, che vi bisogna per osservarli: “Iddio non comanda cose impossibili,
ma nel comandare ti avvisa di fare quel che puoi, e chiedere quel che non puoi,
ed aiuta affinché tu lo possa” (De nat. et grat. cap. XLIII). E' celebre questo
testo del Santo, che poi fu adottato e fatto dogma di fede dal Concilio di Trento
(Sess. VI, cap. II). Ed ivi immediatamente soggiunse il santo Dottore:
“Vediamo in che modo... (cioè, come l'uomo può fare quel che non può). Per
mezzo della medicina potrà quello che non può per la sua infermità” (Ibid. cap.
LXIX). E vuol dire che con la preghiera otteniamo il rimedio alla nostra



debolezza; poiché pregando noi, Iddio ci dona la forza a far quel che noi non
possiamo.
Non possiamo già credere, segue a parlare S. Agostino, che il Signore, abbia
voluto imporci l'osservanza della legge, e che poi ci abbia imposto una legge
impossibile; e perciò dice il Santo, che allorché Dio ci fa conoscere impotenti ad
osservare tutti i suoi precetti, egli ci ammonisce a far le cose difficili con l'aiuto
maggiore che possiamo impetrare per mezzo della preghiera (Sess. VI, cap.
LXIX). Ma perché, dirà taluno, ci ha comandato Dio cose impossibili alle nostre
forze? Appunto per questo, dice il Santo, affinché noi attendiamo ad ottenere
con l'orazione l'aiuto per fare ciò che non possiamo (De gr. et lib. arb. c. 16). E
in altro luogo: “La legge fu data affinché domandassimo la grazia; la grazia fu
donata, affinché fosse adempita la legge” (De sp. et lit. c. 19). La legge non
può osservarsi senza la grazia; e Dio a questo fine ha dato la legge, affinché
noi sempre lo supplicassimo a donarci la grazia per osservarla. In altro luogo
dice: “La legge è buona per chi ne usa legittimamente. Che vuol dire dunque
servirsi legittimamente della legge?” (Serm. 156).
E risponde: “riconoscere per mezzo della legge la propria infermità e
domandare il divino aiuto onde conseguire la salute” (Serm. 156). Dice dunque
S. Agostino, che noi dobbiamo servirci della legge, ma a che cosa? a conoscere
per mezzo della legge (a noi impossibile) la nostra impotenza ad osservarla,
affinché poi impetriamo, col pregare, l'aiuto divino che sana la nostra
debolezza.
Lo stesso scrisse S. Bernardo, dicendo: “Chi siamo noi, e qual è la nostra forza
che possiamo resistere a tante tentazioni? Questo certamente ricercava Iddio
che, vedendo noi la nostra debolezza, e che non abbiamo in pronto altro aiuto,
ricorressimo con tutta umiltà alla sua misericordia” (Serm. v. De Quadrag.).
Conosce il Signore, quanto utile sia a noi la necessità di pregare, per
conservarci umili e per esercitarci alla confidenza: e perciò permette che ci
assaltino nemici insuperabili dalle nostre forze, affinché noi con la preghiera
otteniamo dalla sua misericordia l'aiuto a resistere.
Specialmente, si avverta che niuno può resistere alle tentazioni impure della
carne, se non si raccomanda a Dio quando è tentato. Questa nemica è sì
terribile, che quando ci combatte, quasi ci toglie ogni luce: ci fa scordare di
tutte le meditazioni e buoni propositi fatti e ci fa vilipendere ancora le verità
della fede, quasi perdere anche il timore dei castighi divini: poiché ella si
congiura con l'inclinazione naturale, che con somma violenza ne spinge ai
piaceri sensuali. Chi allora non ricorre a Dio, è perduto. L'unica difesa contro
questa tentazione è la preghiera; dice S. Gregorio Nisseno: “L'orazione è il
presidio della pudicizia” (De or. Dom. I.). E lo disse prima Salomone: 'Tosto
ch'io seppi come non poteva essere continente se Dio non mel concedeva, io
mi presentai al Signore, e lo pregai" (Sap 8,21). La castità è una virtù che non
abbiamo forza di osservare se Dio non ce la concede, e Dio non concede
questa forza, se non a chi la domanda. Ma chi la domanda certamente l'otterrà.
Pertanto dice S. Tommaso contro Giansenio, che non dobbiamo dire essere a
noi impossibile il precetto, poiché quantunque non possiamo noi osservarlo con
le nostre forze, lo possiamo nondimeno con l'aiuto divino (1, 2, q. 109, a. 4, ad
2). Né dicasi, che sembra un'ingiustizia il comandare ad uno zoppo che
cammini diritto; no, dice S. Agostino, non è ingiustizia, sempre che gli sia dato
il modo di trovare rimedio al suo difetto; onde se egli poi segue a zoppicare, la



colpa è sua (De perfect. iust. c. III).
Insomma, dice lo stesso santo Dottore, che non saprà mai vivere bene chi non
saprà ben pregare (S. 55. in app.). Ed all'incontro, dice S. Francesco d'Assisi,
che senza orazione non può sperarsi mai alcun buon frutto in un'anima. A torto
dunque si scusano quei peccatori che dicono di non aver forza di resistere alla
tentazione. Ma se voi, li rimprovera S. Giacomo, non avete questa forza,
perché non la domandate? Voi non l'avete, perché non la cercate (Gc 4,2). Non
vi è dubbio, che noi siamo troppo deboli per resistere agli assalti dei nostri
nemici, ma è certo ancora, che Dio è fedele, come dice l'Apostolo, e non
permette che noi siamo tentati oltre le nostre forze: "Ma fedele è Dio, il quale
non permetterà che voi siate tentati oltre il vostro potere, ma darà con la
tentazione il profitto, affinché possiate sostenere" (1 Cr 10,13). Commenta
Primasio: “Con l'aiuto della grazia farà provenire questo, che possiate
sopportare la tentazione”. Noi siamo deboli, ma Iddio è forte: quando noi gli
domandiamo l'aiuto, allora egli ci comunica la sua fortezza, e potremo tutto,
come giustamente vi prometteva lo stesso Apostolo dicendo: "Tutte le cose mi
sono possibili in Colui che è mio conforto" (Fil 4,13). “Non ha scusa dunque,
dice S. Giovanni Crisostomo, chi cade perché trascura di pregare, poiché se
avesse pregato, non sarebbe restato vinto dai nemici” (Serm. De Moyse).

III. - DELLA INVOCAZIONE DEI SANTI.


E' utile ricorrere alla intercessione dei Santi?
Qui cade poi il dubbio, se sia necessario il ricorrere ancora all'intercessione dei
Santi, per ottenere le divine grazie. In quanto al dire che sia cosa lecita ed utile
l'invocare i Santi, come intercessori ad impetrarci per i meriti di Gesù Cristo,
quel che noi per nostri demeriti non siamo degni di ottenere; questa è dottrina
già della Chiesa, come ha dichiarato il Concilio di Trento (In Decr. de invoc.
Ss.).
Tale invocazione era condannata dall'empio Calvino, ma troppo ingiustamente.
Se è lecito e profittevole l'invocare in nostro soccorso i santi viventi, e pregarli
che ci assistano con le loro azioni, come faceva il profeta Baruch che diceva: E
per noi pure pregate il Dio nostro... (Bar 1,13). E S. Paolo: '"Fratelli, pregate
per noi" (1 Ts 1,25). E Dio medesimo volle, che gli amici di Giobbe si
raccomandassero alle di lui orazioni, acciocché per i meriti di Giobbe egli li
favorisse: Andate a trovare Giobbe mio servo... e Giobbe mio servo farà
orazioni per voi, e in grazia di lui non sarà imputata in voi la vostra stoltezza
(Gb 42,8). Se è lecito dunque raccomandarsi ai vivi, perché non ha da esser
lecito l'invocare i Santi, che in cielo più da vicino godono Dio? Ciò non è
derogare all'onore che a Dio si deve, ma duplicarlo, com'è l'onorare il re non
solo nella sua persona, ma ancora nei suoi servi. Che perciò dice S. Tommaso,
essere bene che si ricorra a molti Santi, “perché con le orazioni di molti alle
volte si ottiene ciò che non si consegue per l'orazione di un solo”. Che se poi
dicesse taluno: ma che serve ricorrere ai Santi affinché preghino per noi,
quando essi già pregano per tutti coloro che ne sono degni? Risponde lo stesso
santo Dottore, che alcuno non sarebbe già degno che i Santi preghino per lui,
ma ne è appunto fatto degno, perché ricorre con devozione al Santo medesimo



(In 4 Sent. d. 45, q. 3 a. S.).
E' conveniente ricorrere alle anime del Purgatorio?
Si controverte poi, se giovi il raccomandarsi alle anime del Purgatorio. Alcuni
dicono che le anime purganti non possono pregare per noi, indotti dell'autorità
di S. Tommaso, il quale dice che quelle anime stando a purgarsi tra le pene,
sono a noi inferiori, e perciò, non sono in stato di pregare, ma bensì che si
preghi per esse (2, 2.ae, q. 83, a. 2). Ma molti altri Dottori, come il Bellarmino,
Silvio, il Cardinale Gotti ecc., molto probabilmente l'affermano, dovendosi
piamente credere, che Dio manifesta loro le nostre orazioni, affinché quelle
sante anime preghino per noi, e così tra noi e loro si conservi questo bel
commercio di carità, cioè che noi preghiamo per esse, ed esse per noi. Né osta,
come dicono Silvio e Gotti, quel che ha detto l'Angelico, di non essere le anime
purganti in stato di pregare: perché altro è il non essere in stato di pregare,
altro il non poter pregare. E' vero, che quelle anime sante non sono in stato di
pregare, perché, come dice S. Tommaso, stando a patire sono inferiori a noi, e
più presto bisognose delle nostre orazioni; nulladimeno in tale stato ben
possono pregare, perché sono anime amiche di Dio. Se mai un padre ama
teneramente un figlio, ma lo tiene carcerato, affine di punirlo di qualche difetto
commesso, il figlio allora non è in stato di pregare per sé, ma perché egli non
può pregare per gli altri? E non sperare di ottenere ciò che chiede, sapendo
l'affetto che gli porta il padre? Così essendo le anime del Purgatorio molto
amate da Dio, e confermate in grazia, non v'è impedimento che possa loro
vietare di pregarlo per noi. La Chiesa per altro non suole invocarle, ed
implorare la loro intercessione, perché ordinariamente esse non conoscono le
nostre orazioni. Ma piamente si crede, come si è detto, che il Signore faccia
loro note le nostre preghiere, ed allora esse che sono piene di carità, non
lasciano certamente di pregare per noi. Santa Caterina di Bologna, quando
desiderava qualche grazia, ricorreva alle anime del Purgatorio, e ben presto si
vedeva esaudita. Anzi attestava, che molte grazie che non aveva ottenute per
intercessione dei Santi, le aveva poi conseguite per mezzo delle anime del
Purgatorio.

Dell'obbligo di pregare per le anime del Purgatorio
Ma qui mi si permetta di fare una digressione a beneficio di quelle sante anime!
Se vogliamo noi il soccorso delle loro orazioni, è bene che ancora noi
attendiamo a soccorrerle con le nostre orazioni ed opere. Dissi, è bene, ma
anche deve dirsi essere questo uno dei doveri cristiani, poiché richiede la
carità, che noi sovveniamo il prossimo quando il prossimo sta in necessità del
nostro aiuto, e noi possiamo aiutarlo senza grave incomodo. Or è certo che i
nostri prossimi sono ancora le anime del Purgatorio, le quali benché non siano
più in questa vita, nulladimeno non lasciano d'essere nella comunione dei
Santi, dice S. Agostino. E più distintamente lo dichiara S. Tommaso a nostro
proposito, dicendo che la carità dovuta verso i defunti, i quali sono passati
all'altra vita in grazia, è un'estensione di quella stessa carità, che dobbiamo
verso i nostri prossimi viventi (In Ps. 37). Ond'è che noi dobbiamo soccorrere
secondo possiamo quelle sante anime come nostri prossimi. Ed essendo le loro



necessità maggiori di quelle degli altri prossimi, maggiore ancora per questo
riguardo par che sia il nostro dovere di sovvenirle.
Ora in quali necessità si ritrovano quelle sante prigioniere? E' certo, che le loro
pene sono immense. “Il fuoco che le cruccia, dice S. Agostino, è più
tormentoso di qualunque pena, che possa affliggere l'uomo in questa vita” (In
4 Sent. d. 45, q. 2, s. 2). E lo stesso stima S. Tommaso, aggiungendo essere
quello il medesimo fuoco dell'inferno. E ciò è in quanto alla pena del senso, ma
assai più grande è poi la pena del danno, cioè la privazione di Dio, che affligge
quelle sue sante spose; mentre quelle anime, non solo dal naturale, ma anche
dal soprannaturale amore, di cui ardono verso Dio, sono tirate con tal impeto
ad unirsi col loro Bene, che vedendosi poi impedite dalle loro colpe, provano
una pena sì acerba che se esse fossero capaci di morte, morirebbero in ogni
momento. Sicché, secondo dice il Crisostomo, questa pena della privazione di
Dio tormenta immensamente più che la pena del senso. Ond'è che quelle sante
spose vorrebbero patire tutte le altre pene, anziché esser private d'un sol
momento di quella sospirata unione con Dio. Dice pertanto il maestro Angelico,
che la pena del Purgatorio eccede ogni dolore che può patirsi in questa vita. E
riferisce Dionisio Cartusiano, che un certo defunto, poi risorto per intercessione
di S. Girolamo, disse a S. Cirillo Gerosolimitano, che tutti i tormenti di questa
terra sono sollievi e delizie a rispetto della minor pena, che v'è nel Purgatorio.
E soggiunse, che se un uomo avesse provato quelle pene, vorrebbe più presto
soffrire tutti i dolori di questa vita che hanno patito gli uomini fino al giorno del
giudizio, che patire per un giorno solo la minor pena del Purgatorio. Onde
scrisse il nominato S. Cirillo, che quelle pene, in quanto all'asprezza, sono le
stesse che quelle dell'Inferno; in questo solo differiscono, che non sono eterne.
Le pene dunque di quelle anime sono troppo grandi; dall'altra parte non
possono aiutarsi da sé; esse, secondo quel che dice Giobbe, sono in catena ed
annodate dai lacci di povertà (Gb 36,8). Sono già destinate al regno quelle
sante regine, ma sono trattenute sin tanto che non giunge il termine della loro
purga; sicché non possono aiutarsi (almeno a sufficienza, se vogliamo credere
a quei Dottori, i quali vogliono che quelle anime ben possano anche con le loro
orazioni impetrare qualche sollievo) per sciogliersi da quelle catene, finché non
soddisfano interamente la divina giustizia. Così appunto disse dal Purgatorio un
monaco Cistercense al sacrestano del suo monastero: “Aiutatemi, vi prego, con
le vostre orazioni, perché io da per me niente posso ottenere”. E ciò è secondo
quel che dice S. Bonaventura, cioè che quelle anime sono sì povere, che non
hanno come soddisfare.
All'incontro essendo certo, anzi di fede, che noi possiamo coi nostri suffragi, e
principalmente con le orazioni approvate od anche praticate dalla Chiesa,
sollevare quelle sante anime; io non so come possa essere scusato da colpa,
chi trascura di porgere loro qualche aiuto, almeno con le sue orazioni. Ci
muova almeno a soccorrerle, se non ci muove il dovere, il gusto che si dà a
Gesù Cristo, in vedere che noi ci applichiamo a sprigionare quelle sue dilette
spose, acciocché le abbia seco in Paradiso. Ci muova almeno finalmente
l'acquisto dei gran meriti che possiamo fare, con usare questo grande atto di
carità verso di quelle sante anime, le quali all'incontro sono gratissime, e ben
conoscono il gran beneficio che noi loro facciamo, sollevandole da quelle pene,
e ottenendo con le nostre orazioni l'anticipo della loro entrata alla gloria; onde
non lasceranno, allorché elle saranno ivi giunte, di pregare per noi. E se il



Signore promette la sua misericordia a chi usa misericordia al suo prossimo:
beati i misericordiosi, perché questi troveranno misericordia (Mt 5,7), con
molta ragione può sperare la sua salute chi attende a sovvenire quelle sante
anime così afflitte, e così care a Dio. Gionata, dopo aver procurata la salute
degli Ebrei con la vittoria che ottenne dei nemici, fu condannato a morte da
Saul suo padre per essersi cibato del miele, contro l'ordine da lui dato. Ma il
popolo si presentò al re, e disse: E dovrà adunque morire Gionata, il quale ha
salvato Israele (1 Re 14,45). Or così appunto dobbiamo sperare che se mai
alcuno di noi ottiene con le sue orazioni, che un'anima esca dal Purgatorio e
vada in Paradiso, quell'anima dirà a Dio: Signore, non permettere che si perda
colui che mi ha liberato dalle pene. E se Saul concesse la vita a Gionata per le
suppliche del popolo, non negherà Iddio la salute eterna a quel fedele per le
preghiere di un'anima che gli è sposa. Inoltre, dice S. Agostino, che coloro che
in questa vita avranno più soccorso quelle sante anime, nell'altra, stando nel
Purgatorio, farà Dio che siano più soccorsi degli altri.
Si avverta che il più gran suffragio per le anime purganti è il sentir la Messa
per esse, ed in quella raccomandarle a Dio per i meriti della Passione di Gesù
Cristo, dicendo così: Eterno Padre, io vi offro questo sacrificio del Corpo e
Sangue di Gesù Cristo, con tutti i dolori ch'egli patì nella sua vita e morte; e
per i meriti della sua Passione vi raccomando le anime del Purgatorio e
specialmente... ecc. Ed è atto di molta carità raccomandare nello stesso tempo
anche le anime di tutti gli agonizzanti.

L'invocazione dei Santi è necessaria

Quanto si è detto delle anime purganti circa il punto, se esse possono o no
pregare per noi, e se pertanto a noi giovi o no il raccomandarci alle loro
orazioni, non corre certamente a rispetto dei Santi. Poiché in quanto ai Santi
non può dubitarsi essere utilissimo il ricorrere alla loro intercessione, parlando
dei Santi già canonizzati dalla Chiesa, che già godono la vista di Dio. Nel che il
credere fallibile la Chiesa, non può scusarsi da colpa o da eresia, come vogliono
S. Bonaventura, il Bellarmino, ed altri, o almeno prossima all'eresia, come
tengono il Suarez, l'Azorio, il Gotti ecc., poiché il sommo Pontefice nel
canonizzare i Santi, principalmente come insegna l'Angelico (Quodlib. 9, art.
16, ad. l), è guidato dall'istinto infallibile dello Spirito Santo.
Ma ritorniamo al dubbio di sopra proposto, se vi sia anche obbligo di ricorrere
all'intercessione dei Santi. lo non voglio entrare a decidere questo punto, ma
non posso lasciare di esporre una dottrina dell'Angelico. Egli primieramente in
più luoghi rapportati di sopra, e specialmente nel libro delle Sentenze, suppone
per certo esser tenuto ciascuno a pregare; poiché in altro modo non possono,
come asserisce, ottenersi da Dio le grazie necessarie alla salute, se non si
domandano (in 4 sent. d. 15, q. 4, a. l). In altro luogo poi dello stesso libro, il
Santo propone appunto il dubbio: Se dobbiamo pregare i Santi, affinché
interpellino per noi (in 4 sent. dist. q. 3, a. 2). E risponde così (per far bene
capire il sentimento del santo bisogna riferire l'intero suo testo): “E' l'ordine
divinamente istituito nelle cose (secondo Dionisio), che per via dei mezzi ultimi
si riconducano a Dio.
“E però i Santi che sono nella Patria, essendo vicinissimi a Dio, l'ordine della
divina legge richiede questo, che noi, i quali rimanendo nel corpo pellegriniamo



lungi dal Signore, veniamo ricondotti a Lui per la mediazione dei Santi. Il che
appunto avviene, quando per mezzo di essi la divina bontà diffonde gli effetti
suoi. E perché il nostro ritorno a Dio deve corrispondere al procedimento della
bontà di lui verso di noi; (Siccome i benefici di Dio ci provengono mediante i
suffragi dei Santi), così fa d'uopo che noi siamo ricondotti a Dio, affinché di
nuovo riceviamo i benefici di Lui per la mediazione dei Santi. E quindi è che noi
li stabiliamo nostri intercessori appresso Dio e quasi mediatori quando loro
domandiamo che preghino per noi”.
Si notino quelle parole: l'ordine della divina legge richiede questo; e
specialmente poi si notino le ultime: siccome per intercessione dei Santi
provengono in noi i benefici del Signore; così fa d'uopo che noi ci riconduciamo
a Dio affinché dì nuovo riceviamo benefici per la mediazione dei Santi.
Sicché secondo S. Tommaso, l'ordine della divina legge richiede, che noi
mortali per mezzo dei Santi ci salviamo, col ricevere per mezzo loro gli aiuti
necessari alla salute. Ed all'opposizione che si fa l'Angelico, cioè: che par
superfluo ricorrere ai Santi, mentre Iddio è infinitamente più di loro
misericordioso e propenso ad esaudirci, risponde, che ciò ha disposto il
Signore, non già per difetto della sua clemenza, ma per conservare l'ordine
retto, ed universalmente stabilito di operare per mezzo delle cause seconde.
E secondo quest'autorità di S. Tommaso, scrive il continuatore di Tournely con
Silvio, che sebbene solo Dio deve pregarsi come autore delle grazie,
nulladimeno noi siamo tenuti di ricorrere anche all'intercessione dei Santi, per
osservare l'ordine che circa la nostra salute il Signore ha stabilito, cioè che
gl'inferiori si salvino implorando aiuto dai superiori.

Della intercessione della Madonna

E se così corre parlando dei Santi, similmente deve dirsi dell'intercessione della
divina Madre, le cui preghiere appresso Dio valgono certamente più che quelle
di tutto il Paradiso. Dice infatti S. Tommaso, che i Santi a proporzione del
merito con cui si guadagnarono le grazie, possono salvare molti altri; ma Gesù
Cristo e Maria SS. si sono meritati tanta grazia, che possono salvare tutti gli
uomini (Expos. in salut. Ang.). E S. Bernardo parlando di Maria SS. scrisse:
“Per te abbiamo accesso al Figlio, o inventrice di grazia, madre di salute,
affinché per tuo mezzo ci riceva Colui, che per tuo mezzo fu dato a noi” (In
adv. Dom. 1, 2). Col che volle dire: siccome noi non abbiamo l'accesso al Padre
se non per mezzo del Figlio che è mediatore di giustizia; così non abbiamo
l'accesso al Figlio se non per mezzo della Madre, ch'è mediatrice di grazia, e
che ci ottiene con la sua intercessione i beni che Gesù Cristo ci ha meritati.
E in conseguenza di ciò il medesimo S. Bernardo in altro luogo dice, che Maria
ha ricevuto da Dio due pienezze di grazia. La prima è stata l'Incarnazione nel
suo seno del Verbo eterno fatto Uomo. La seconda è stata la pienezza delle
grazie, che per mezzo delle preghiere d'essa divina Madre noi riceviamo da
Dio. Quindi soggiunse il Santo: “Iddio pose in Maria la pienezza di ogni bene in
guisa che se in noi è qualche speranza, qualche grazia' qualche salute,
riconosciamo ridondare da Lei, che ascende dal deserto ricolma di delizie. Orto
di delizie, affinché d'ogni parte si spargano e si dilatino gli aromi di Lei, i
carismi, cioè, delle grazie” (Serm. De Aquaed.).

Sicché quanto noi abbiamo di bene dal Signore, tutto lo riceviamo per mezzo



dell'intercessione di Maria. E perché mai ciò? perché (risponde lo stesso S.
Bernardo) così vuole Dio. Ma la ragione più specifica si ricava da ciò che dice S.
Agostino. Egli scrisse, che Maria giustamente si dice nostra madre, perché ella
ha cooperato con la sua carità, affinché nascessimo alla vita della grazia nei
fedeli, come membri del nostro capo Gesù Cristo (De S. Virginit. e. 6). Ond'è
che siccome Maria ha cooperato con la sua carità alla nascita spirituale dei
fedeli, così vuole Dio, ch'ella cooperi anche alla sua intercessione a far loro
conseguire la vita della grazia in questo mondo, e la vita della gloria nell'altro.
E perciò la Santa Chiesa ce la fa chiamare e salutare con termini assoluti: la
vita, la dolcezza, e la speranza nostra.

Quindi S. Bernardo ci esorta di ricorrere sempre a questa divina Madre, perché
le sue preghiere sono certamente esaudite dal Figlio: “Fa' ricorso a Maria; lo
dico francamente, certo il Figlio esaudirà la Madre”. E poi soggiunse: “Questa,
o figlioli, è la scala dei peccatori, questa la mia massima fiducia, questa tutta la
ragione di mia speranza” (Serm. De Aquaed.). La chiama scala il Santo, perché
siccome nella scala non si ascende al terzo gradino, se prima non si mette il
piede al secondo; e non si giunge al secondo, se non si mette piede al primo,
così non si giunge a Dio che per mezzo di Gesù Cristo, e non si giunge a Gesù
Cristo che per mezzo di Maria. La chiama poi la massima sua fiducia, e tutta la
ragione di sua speranza, perché Iddio, come suppone, tutte le grazie che a noi
dispensa, vuol che passino per mano di Maria. E conclude finalmente dicendo,
che tutte le grazie che desideriamo, dobbiamo domandarle per mezzo di Maria,
perché ella ottiene quando cerca, e le sue preghiere non possono essere
respinte.

E con sentimento conforme a san Bernardo parlano anche sant'Efrem: “Noi non
abbiamo altra fiducia se non quella che è da te, o Vergine sincerissima” (De
Laud. B. M. V.). San Ildefonso: “Tutti i beni che la divina Maestà decretò di loro
compartire, stabilì di consegnarli nelle tue mani. Perciocché a te sono affidati i
tesori e gli ornamenti delle grazie” (De Cor. Virg. c. 15). S. Germano: “Se tu ci
abbandoni, che sarà di noi, o vita dei Cristiani?” (De Zon. B. V.). S. Pier
Damiani: “Nelle tue mani sono tutti i tesori delle divine commiserazioni” (De
Nat. S. I.). S. Antonio: “Chi domanda senza di essa tenta di volare senza ali”
(P. 4 tit. 15. c. 22). San Bernardino da Siena in un luogo dice: “Tu sei la
dispensatrice di tutte le grazie; la nostra salute è in tua mano”. In altro luogo
non solo dice, che per mezzo di Maria si trasmettono a noi tutte le grazie, ma
anche asserisce, che la Beata Vergine, da che fu fatta madre di Dio, acquistò
una certa giurisdizione sopra tutte le grazie, che a noi si dispensano (Serm. De
Nativ. B. M. V. c. 8). E poi conchiude: “Perciò si è che tutti i doni, le virtù, le
grazie si dispensano per le mani della medesima a chi vuole, e come vuole”. Lo
stesso scrisse S. Bonaventura: “Tutta la divina natura essendo stata nell'utero
della Vergine, ardisco dire, che questa Vergine dal cui seno come da un oceano
della divinità derivano i fiumi di tutte le grazie, acquistò una tal quale
giurisdizione sopra tutte le effusioni delle grazie”.

Onde poi molti teologi fondati sulle autorità di questi santi piamente e
giustamente hanno difesa la sentenza, che non vi è grazia che a noi si
dispensa, se non per mezzo dell'intercessione di Maria; così il Vega, il
Mendozza, il Paciucchelli, il Segneri, il Poirè, il Crasset, e molti altri autori col
dotto Padre Natale di Alessandro, il quale scrisse: “Dio vuole che tutti i beni
aspettiamo da Lui, mediante la potentissima intercessione della Vergine Madre,



quando la invochiamo come conviene” (Epist. 76 in calce, t. 4, Moral.). E ne
adduce in conferma il riferito passo di S. Bernardo: “Questo è il volere di Colui
che il tutto volle darci per Maria” (Serm. De Aquaed.). E lo stesso dice il P.
Contensone, il quale sulle parole di Gesù in croce dette a S. Giovanni: Ecco la
tua madre, così soggiunse: “Quasi dicesse, niuno sarà partecipe del mio
sangue se non per intercessione di mia madre. Le piaghe sono fonti di grazie,
ma a nessuno deriveranno i rigagnoli, se non per il canale di Maria. O Giovanni
discepolo, tanto sarai da me amato, quanto avrai amato Lei” (Theol. ment. et
cord. t. 2, 1. 10. d. 4. C. l.). Del resto è certo, che se Dio gradisce, che noi
ricorriamo ai Santi, tanto più gli piacerà che ci avvaliamo dell'intercessione di
Maria, acciocché ella supplisca col suo merito la nostra indegnità, secondo parla
S. Anselmo. Parlando poi S. Tommaso della dignità di Maria, la chiama quasi
infinita (1 part. q. 25. a. 6. ad 4.). Onde a ragione dicesi, che le preghiere di
Maria sono più potenti appresso a Dio, che le preghiere di tutto il Paradiso
insieme.

Conclusione
Terminiamo questo primo punto, concludendo insomma da tutto quel che si è
detto, che chi prega, certamente si salva; chi non prega certamente si danna.
Tutti i beati, eccettuati i bambini, si sono salvati col pregare. Tutti i dannati si
sono perduti per non pregare; se pregavano non si sarebbero perduti. E questa
è, e sarà la loro maggiore disperazione nell'inferno, l'aversi potuto salvare con
tanta facilità, quant'era il domandare a Dio le di lui grazie, ed ora non essere i
miseri più a tempo di domandarle.

CAPO II
DEL VALORE DELLA PREGHIERA
I. - DELL'ECCELLENZA DELLA PREGHIERA E DEL SUO POTERE PRESSO
DIO

Sono sì care a Dio le nostre preghiere, che Egli ha destinati gli Angeli a
presentargli subito quelle che da noi gli vengono fatte: "Gli Angeli, dice S.
Ilario, soprintendono alle orazioni dei fedeli, e ogni giorno le offrono a Dio"
(Cap. 18, in Matth.). Questo appunto è quel sacro fumo d'incenso, cioè le
orazioni dei Santi, che S. Giovanni vide ascendere al Signore, offertogli per
mano degli Angeli (Ap c. 8). Ed altrove (Ibid. c. 5), scrive il medesimo santo
Apostolo, che le preghiere dei Santi sono come certi vasetti d'oro pieni di odori
soavi, e molto graditi a Dio.

Ma per meglio intendere quanto valgano presso Dio le orazioni, basta leggere
nelle divine scritture le innumerabili promesse che fa Dio a chi prega, così
nell'antico come nel nuovo Testamento: Alza a me le tue grida, ed io ti
esaudirò (Ger 33,3). Invocami, ed io ti libererò (Sal 49,15). Chiedete; ed
otterrete: cercate, e troverete: picchiate, e vi sarà aperto (Mt 7,7). Concederà
il bene a coloro che glielo domandano (Mt 7,11). Imperciocché chi chiede
riceve, e chi cerca trova (Lc 11,10). Qualsiasi cosa domanderanno, sarà loro
concessa dal Padre mio (Mt 18,19). Qualunque cosa domandiate nell'orazione,



abbiate fede di conseguirla, e la otterrete (Mr 11,24). Se alcuna cosa
domanderete nel nome mio, io la darò (Gv 14,14). Qualunque cosa vorrete, la
chiederete, e vi sarà concessa (Gv 15,7). In verità, in verità vi dico, che
qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve la concederà (Gv
16,23). E vi sono mille altri testi consimili, che per brevità si tralasciano.
Iddio ci vuol salvi, ma per nostro maggior bene ci vuol salvi da vincitori. Stando
adunque in questa vita, abbiamo da vivere in una continua guerra, e per
salvarci abbiamo da combattere e vincere. "Nessuno, dice S. Giovanni
Crisostomo, potrà essere coronato senza vittoria" (Serm. I De Martyr.). Noi
siamo molto deboli, ed i nemici sono molti, ed assai potenti: come potremmo
loro far fronte, e superarli? Animiamoci, e dica ciascuno, come diceva
l'Apostolo: Tutte le cose mi sono possibili, in Colui che è mio conforto (Fil
4,13). Tutto potremo con l'orazione, per mezzo della quale il Signore ci darà
quella forza che noi non abbiamo. Scrisse Teodoreto, che l'orazione è
onnipotente; ella è una, ma può ottenere tutte le cose. E S. Bonaventura asserì
che per la preghiera si ottiene l'acquisto di ogni bene, e lo scampo da ogni
male (In Luc. 2). Diceva san Lorenzo Giustiniani, che noi per mezzo della
preghiera ci fabbrichiamo una torre fortissima dove saremo difesi e sicuri da
tutte le insidie e violenze dei nemici (De cast. connub. c. XXII). Sono forti le
potenze dell'inferno, ma la preghiera è più forte di tutti i demoni, dice san
Bernardo (Serm. 49, De modo bene viv. 5). Sì, perché con l'orazione l'anima
acquista l'aiuto divino, che supera ogni potenza creata. Così si animava Davide
nei suoi timori: Io, diceva, chiamerò il mio Signore in aiuto, e sarò liberato da
tutti i nemici (Sal 17,4). Insomma, dice S. Giovanni Crisostomo, l'orazione è
un'arma valevole a vincere ogni assalto dei demoni, è una difesa, che ci
conserva in qualunque pericolo; è un porto, che ci salva da ogni tempesta; ed
è un tesoro insieme, che ci provvede d'ogni bene (In Ps. 145).


II. - DELLA FORZA DELLA PREGHIERA CONTRO LE TENTAZIONI.

Dio, conoscendo il gran bene che apporta a noi la necessità di pregare, a
questo fine, (come si dice nel capo I) permette, che siamo assaliti dai nemici,
affinché gli domandiamo l'aiuto che egli ci offre, e ci promette. Ma quanto si
compiace allorché noi ricorriamo a Lui nei pericoli, altrettanto gli dispiace
vederci trascurati nel pregare. Come il re, dice S. Bonaventura, stimerebbe
infedele quel capitano, che trovandosi assediato nella piazza, non gli chiede
soccorso; così Dio si stima come tradito da colui, che vedendosi insidiato dalle
tentazioni, non ricorre a Lui per aiuto: mentre Egli desidera, e sta aspettando,
che gli si domandi, per soccorrere abbondantemente. Ben lo dichiarò Isaia,
allorché da parte di Dio disse al re Achaz, che gli avesse domandato qualche
segno affine di accertarsi del soccorso, che il Signore voleva dargli: Domanda a
tua posta un segno al Signore tuo Dio (Is 7). L'empio re rispose: Io non voglio
cercarlo, perché non voglio tentare Dio (Ibid. 12). E ciò disse perché confidava
nelle sue forze di vincere i nemici senza l'aiuto divino. Ma il profeta indi lo
rimproverò con dire: Udite dunque, casa di Davide: E' egli adunque poco per
voi il far torto agli uomini, che fate torto anche al mio Dio? (Ibid. 13).
Significandoci con ciò, che si rende molesto ed ingiurioso a Dio, chi lascia di
domandargli le grazie che il Signore gli offre.



Poveri figli miei, dice il Salvatore, che vi trovate combattuti dai nemici, e
oppressi dal peso dei vostri peccati, non vi perdete d'animo, ricorrete a me con
l'orazione, ed io vi darò la forza di resistere, e darò riparo a tutte le vostre
disgrazie (Mt 11,28). In altro luogo dice per bocca d'Isaia: "Uomini, ricorrete a
me, e benché abbiate le coscienze assai macchiate, non lasciate di venire: e vi
do licenza anche di riprendermi, per così dire, se mai dopo che sarete a me
ricorsi, io non farò con la mia grazia, che diventiate candidi come la neve" (Is
1,18).
Che cos'è la preghiera? "La preghiera, dice il Crisostomo, è un'ancora sicura a
chi sta in pericolo di naufragare; è un tesoro immenso di ricchezze a chi è
povero; è una medicina efficacissima a chi è infermo; ed è una custodia certa a
chi vuol conservarsi in santità" (Hom. De Consubst. cont. Anon.). Che fa la
preghiera? La preghiera, dice S. Lorenzo Giustiniani, placa lo sdegno di Dio,
che perdona a chi con umiltà lo prega; ottiene la grazia di tutto ciò che si
domanda; supera tutte le forze dei nemici: insomma muta gli uomini da ciechi
in illuminati, da deboli in forti, da peccatori in santi (De Perfect., c. 12). Chi ha
bisogno di luce, la domandi a Dio, e gli sarà data: subito ch'io sono ricorso a
Dio, disse Salomone, egli mi ha concesso la sapienza (Sap 7,7). Chi ha bisogno
di fortezza, la chieda a Dio, e gli sarà donata: subito ch'io ho aperta bocca a
pregare, disse Davide, ho ricevuto da Dio l'aiuto (Sal 118,131). E come mai i
santi Martiri acquistarono tanta fortezza da resistere ai tiranni, se non con
l'orazione, che ottenne loro il vigore da superare i tormenti, e la morte?
Chi si serve insomma di questa grande arma dell'orazione, dice san Pier
Crisologo, non cade in peccato; perde affetto alla terra, entra a dimorare nel
Cielo, e comincia sin da questa vita a godere la conversazione di Dio (Serm.
45). Che serve dunque angustiarsi col dire: Chi sa se io sono scritto o no nel
libro della vita? Chi sa se Dio mi darà la grazia efficace e la perseveranza? Non
vi affannate per niente, dice l'Apostolo, ma in ogni cosa siano manifestate a Dio
le vostre richieste per mezzo dell'orazione e delle suppliche unite al rendimento
di grazie (Fil 4,6). Che serve, dice l'Apostolo, confondervi in queste angustie e
timori? Via, discacciate da voi tutte queste sollecitudini, che ad altro non
valgono che a scemarvi la confidenza, e a rendervi più tiepidi e pigri a
camminare per la via della salute. Pregate, e cercate sempre, e fate sentire le
vostre preghiere a Dio, e ringraziatelo sempre delle promesse che v'ha fatte, di
concedervi i doni che bramate, sempre che glieli cerchiate: la grazia efficace, la
perseveranza, la salute e tutto quello che desiderate.
Il Signore ci ha posti nella battaglia a combattere con nemici potenti, ma Egli è
fedele nelle sue promesse, né sopporta che noi siamo combattuti più di quel
che valiamo a resistere (1 Cr 10,13). E' fedele perché subito soccorre chi
l'invoca. Scrive il dotto eminentissimo cardinale Gotti, che il Signore non è già
tenuto per altro a darci sempre una grazia che sia uguale alla tentazione, ma è
obbligato, quando siamo tentati, e a Lui ricorriamo, di somministrarci per
mezzo della grazia che a tutti tiene apparecchiata, ed offre la forza bastante
con cui possiamo attualmente resistere alla tentazione (De div. grat. q. 2 d. 5,
par. 3). Tutto possiamo col divino aiuto, che si dona a ciascuno che umilmente
lo chiede, onde non abbiamo scusa, allorché noi ci lasciamo vincere dalla
tentazione. Restiamo vinti solo per nostra colpa, perché non preghiamo. Con
l'orazione, scrive S. Agostino, ben si superano tutte le insidie e forze dei nemici
(De sal. doc. c, 28).



 III. - DIO E' SEMPRE PRONTO AD ESAUDIRCI.

Dice S. Bernardino da Siena, che la preghiera è un'ambasciatrice fedele, ben
nota al Re del Cielo, e solita d'entrare fin dentro al suo cuore, e di piegare con
la sua importunità l'animo pietoso del Re a concedere ogni soccorso a noi
miserabili, che gemiamo fra tanti combattimenti e miserie in questa valle di
lacrime (I. 4 in Dom. 5 p. Pasc.). Ci assicura ben anche Isaia, che quando il
Signore sente le nostre preghiere, subito si muove a compassione di noi e non
ci lascia molto piangere, ma nello stesso punto ci risponde e concede quanto
domandiamo (Is 30,19). Ed in altro luogo parla il Signore per bocca di
Geremia, e di noi lagnandosi, dice: Perché voi dite che non volete più ricorrere
a me, forse la mia misericordia è terra sterile per voi, che non sappia darvi
alcun frutto di grazie? o terra tardiva che renda il frutto molto tardi? (Ger
2,31). Con ciò il nostro amoroso Signore volle darci ad intendere ch'egli non
lascia mai d'esaudire, e subito, le nostre preghiere; e con ciò vuol anche
rimproverare coloro che lasciano di pregarlo per diffidenza di non essere
esauditi.

Se Dio ci ammettesse ad esporgli le nostre suppliche una volta al mese,
sarebbe pur un gran favore. I re della terra danno udienza poche volte
all'anno, ma Dio dà sempre udienza. Scrive il Crisostomo, che sta
continuamente apparecchiato a sentire le nostre orazioni né si dà mai caso, che
egli essendo pregato come si deve, non esaudisca chi lo prega (Hom. 52 in
Matth.). E altrove dice, che quando noi preghiamo Dio, prima che terminiamo
di esporgli le nostre suppliche, egli già n'esaudisce. Anzi di ciò ne abbiamo la
promessa da Dio medesimo. Prima che abbiano finito di dire, li avrò uditi (Is
65,24). Il Signore, dice Davide, sta dappresso a tutti coloro che lo invocano
con cuor verace. Egli farà la volontà di coloro che lo temono, ed esaudirà la
loro preghiera, e li salverà (Sal 144,18). Ciò era quello di cui si gloriava Mosé
dicendo: Non v'ha certo altra nazione, per grande che ella sia, la quale abbia
tanto vicini a sé i suoi dei, come il Dio nostro è presente a tutte le nostre
preghiere (Dt 4,7). Gli dei dei Gentili erano sordi a chi li invocava, perché
erano misere creature che niente potevano; ma il nostro Dio, che può tutto
non è già sordo alle nostre preghiere, ma sta sempre vicino a chi lo prega, e
pronto a concedere tutte le grazie che gli si domandano. Signore (diceva il
Salmista), ho conosciuto che Voi siete il mio Dio tutto bontà e misericordia,
perché ogni volta che a Voi ricorro, subito mi soccorrete (Sal 55,10).


IV. - DOMANDIAMO A DIO COSE GRANDI

E' meglio pregare che meditare

Noi siamo poveri di tutto, ma se domandiamo non siamo più poveri. Se noi
siamo poveri, Dio è ricco, e Dio è tutto liberale, dice l'Apostolo, con chi lo
chiama in aiuto (Rm 12). Giacché dunque, ci esorta S. Agostino, abbiamo a che
fare con un Signore d'infinita potenza, e d'infinita ricchezza; non gli cerchiamo
cose piccole e vili, ma domandiamogli qualche cosa di grande (In Ps. 62). Se
uno cercasse al re una vile moneta, un quattrino, mi pare che costui farebbe al
re un disonore. All'incontro noi onoriamo Dio, onoriamo la sua misericordia e la



sua liberalità, allorché vedendoci miseri come siamo, ed indegni di ogni
beneficio, gli cerchiamo nondimeno grazie grandi, affidati alla bontà di Dio, ed
alla sua fedeltà per la promessa fatta di concedere a chi lo prega qualunque
grazia che gli domanda: qualunque cosa vorrete, la chiederete e vi sarà
concessa (Gv 15,7). Diceva S. Maria Maddalena de' Pazzi, che il Signore si
sente così onorato, e tanto si consola quando gli cerchiamo le grazie, che in
certo modo egli ci ringrazia, poiché così allora par che noi gli apriamo la via a
beneficarci ed a contentare il suo genio, ch'è di fare bene a tutti. E
persuadiamoci, che quando noi cerchiamo le grazie a Dio, egli ci dà sempre più
dì quello che domandiamo: Che se alcuno di voi è bisognoso di sapienza, la
chieda a Dio, che dà a tutti abbondantemente e non lo rimprovera (Gc 1,5).
Così dice S. Giacomo, per dimostrarci che Dio non è come gli uomini, avaro dei
suoi beni. Gli uomini ancorché ricchi, ancorché pii e liberali, quando dispensano
elemosine, sono sempre stretti di mano, e per lo più donano meno di ciò che
loro si domanda, perché la loro ricchezza, per quanto sia grande, è sempre
ricchezza finita, onde quanto più danno, tanto più loro viene a mancare. Ma Dio
dona i suoi beni, quando è pregato, abbondantemente, cioè, con la mano larga,
dando sempre più di quello che gli si cerca, perché la sua ricchezza è infinita;
quanto più dà, più gli resta da dare. Perché soave sei tu, o Signore, e benigno
e di molta misericordia per quei che t'invocano (Sal 85,4). Voi, mio Dio, diceva
Davide, siete troppo liberale e cortese con chi v'invoca. Le misericordie che voi
gli usate sono tanto abbondanti, che superano le sue domande.
In questo adunque, dice il Crisostomo, ha da consistere tutta la nostra
attenzione, in pregare con confidenza, sicuri che pregando si apriranno a
nostro favore tutti i tesori del Cielo. L'orazione è un tesoro: chi più prega, più
ne riceve. Dice S. Bonaventura, che ogni volta che l'uomo ricorre devotamente
a Dio con la preghiera, guadagna beni che valgono più che tutto il mondo (De
perf. vitae, c. S). Alcune anime devote impiegano gran tempo nel leggere e in
meditare, ma poco attendono a pregare. Non v'ha dubbio, che la lettura
spirituale, e la meditazione delle verità eterne siano cose molto utili, ma assai
più utile, dice S. Agostino, è il pregare. Nel leggere e meditare noi intendiamo i
nostri obblighi, ma con l'orazione otteniamo la grazia di adempirli (In Ps. 75).
Che serve conoscere ciò che siamo obbligati a fare, e poi non farlo, se non
renderci più rei innanzi a Dio? Leggiamo e meditiamo quanto vogliamo, non
soddisferemo mai le nostre obbligazioni, se non chiediamo a Dio l'aiuto per
adempirle.
E perciò, riflette S. Isidoro, che in nessun altro tempo il demonio più s'affatica
a distoglierci col pensiero delle cure temporali, che quando si accorge, che noi
stiamo pregando, e cercando le grazie a Dio (Lib. 3, Sent. e. 7). E perché?
perché vede il nemico che in nessun altro tempo noi guadagniamo più tesori di
beni celesti che quando preghiamo. Il frutto più grande dell'orazione mentale è
questo: il domandare a Dio le grazie che ci abbisognano per la perseveranza, e
per la salute eterna. Per questo principalmente l'orazione mentale è
moralmente necessaria all'anima per conservarsi in grazia di Dio, se la persona
non si raccoglie in tempo della meditazione a domandare gli aiuti che gli sono
necessari per la perseveranza, non lo farà in altro tempo. Infatti senza
meditare, non penserà al bisogno che ha di chiederli. All'incontro chi ogni
giorno fa la sua meditazione ben vedrà i bisogni dell'anima, i pericoli in cui si
trova, la necessità che ha di pregare; e così pregherà ed otterrà le grazie che



lo faranno poi perseverare e salvarsi. Diceva parlando di sé Padre Segneri, che
a principio della meditazione egli più si tratteneva in fare affetti, che in
preghiere; ma conoscendo poi la necessità, e l'immenso utile della preghiera,
d'indi in poi per lo più, nella molta orazione mentale ch'egli faceva, si applicava
a pregare.
Io strideva come un tenero rondinino, diceva il devoto re Ezechia (Is 38,14). I
pulcini delle rondini non fanno altro che gridare, cercando con ciò l'aiuto e
l'alimento alle loro madri. Così dobbiamo sempre gridare, chiedendo a Dio
soccorso per evitare la morte del peccato, e per avanzarci nel suo santo
amore. Riferisce il padre Rodriguez, che i padri antichi, i quali furono i nostri
primi maestri di spirito, fecero consiglio fra di loro, per vedere qual fosse
l'esercizio più utile e più necessario per la salute eterna, e risolsero esser il
replicare spesso la breve orazione di Davide: Muoviti, o Dio, in mio soccorso
(Sal 69,1). Lo stesso (scrive Cassiano) deve fare chi vuol salvarsi, dicendo
sempre: Dio mio, aiutatemi, Dio mio, aiutatemi. Questo dobbiamo fare dal
principio che ci svegliamo la mattina, poi seguitarlo a fare in tutti i nostri
bisogni e in tutte le applicazioni in cui ci troviamo, così spirituali, come
temporali; e più specialmente poi quando ci vediamo molestati da qualche
tentazione o passione. Dice S. Bonaventura, che alle volte più presto si ottiene
la grazia con una breve preghiera, che con molte altre opere buone (De prof.
rel. 1. 2. c. 65).
Soggiunge S. Ambrogio, che chi prega, già ottiene, poiché lo stesso pregare è
ricevere. Quindi scrisse S. Crisostomo che non vi è uomo più potente di un
uomo che prega; perché costui si rende partecipe della potenza di Dio. Per
salire alla perfezione, diceva S. Bernardo, vi bisogna la meditazione e la
preghiera; con la meditazione vediamo quel che ci manca, con la preghiera
riceviamo quel che ci bisogna (De S. Andr. Serm. I).

Conclusione

Il salvarsi insomma senza pregare è difficilissimo, anzi impossibile, come
abbiamo veduto, secondo la divina Provvidenza ordinaria, ma pregando, il
salvarsi è cosa sicura e facilissima. Non è necessario per salvarsi andare tra gli
infedeli e dar la vita; non è necessario ritirarsi nei deserti a cibarsi di erbe. Che
ci vuole a dire: Dio mio, aiutami, assistimi, abbi pietà di me? Vi è cosa più
facile di questa? e questo poco basterà a salvarci, se saremo attenti a farlo.
Specialmente esorta S. Lorenzo Giustiniani, a sforzarci di fare orazione almeno
in principio di qualunque azione (Lig. vit. de or. e. 16). Attesta Cassiano, che i
Padri esortavano sommamente a ricorrere a Dio con brevi ma frequenti
preghiere. "Niuno faccia, diceva S. Bernardo, poco conto della sua orazione,
giacché ne fa conto Iddio il quale, o ci dona allora ciò che cerchiamo, o ciò che
è più utile per noi" (Serm. v, De Quadrag.). Ed intendiamo, che se non
preghiamo, per noi non v'è scusa, perché la grazia di pregare è data a ognuno:
in mano nostra sta l'orare, sempre che vogliamo, come di sé parlando, diceva
Davide: Meco avrò l'orazione a Dio, che è mia vita; dirò a Dio: tu sei mio aiuto
(Sal 41,9-10). Dio dona a tutti la grazia di pregare, acciocché pregando
possiamo poi ottenere tutti gli aiuti, anche abbondanti, per osservare la divina
Legge, e perseverare sino alla morte; se non ci salveremo, tutta la colpa sarà
nostra, perché non avremo pregato.



 CAPO III
DELLE CONDIZIONI DELLA PREGHIERA

I. - PREGARE PER SE STESSO

In verità, in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate al Padre nel nome
mio, ve la concederà (Gv 16,23). E' promessa adunque di Gesù Cristo, che,
quando, in nome suo, domanderemo al Padre, tutto il Padre ci concederà; ma
sempre si intende quando domanderemo con le dovute condizioni. Molti, dice
S. Giacomo, cercano e non ottengono, perché malamente cercano (Gc 4,3).
Onde S. Basilio, seguendo il detto dell'Apostolo, dice: "Appunto talvolta chiedi,
e non ottieni, perché malamente hai domandato, o infedelmente, o con
leggerezza, o chiedesti cose non convenienti, o hai desistito" (Const. mon. e. i,
vers. fin.). Infedelmente, cioè con poca fede, ossia poca confidenza: con
leggerezza; con poco desiderio di avere la grazia: cose non convenienti,
cercando beni non giovevoli alla salute: hai desistito, senza perseveranza.
Pertanto S. Tommaso riduce a quattro le condizioni richieste nella preghiera,
acciocché si ottenga il suo effetto; cioè che l'uomo domandi: per se stesso, le
cose necessarie alla salute, devotamente e con perseveranza (Qu. 83, a. 7, ad
2).
Ha Dio promesso di esaudire la preghiera fatta per gli altri?
La prima condizione dunque della preghiera è che si faccia per sé; poiché
l'Angelico tiene che un uomo non può impetrare agli altri ex condigno (a titolo
di giustizia) la vita eterna, e per conseguenza neppure quelle grazie che
appartengono alla loro salute; mentre la promessa, come dice, sta fatta non
per gli altri ma solamente a coloro che pregano: Ve la concederà (Gv 16,23).
Ma ciò nonostante, vi sono molti dottori (CORN. A LAPID., Sylvest., Tolet.,
Habert et alii) che tengono l'opposto, appoggiati all'autorità di san Basilio, il
quale insegna che l'orazione in virtù della divina promessa, ha infallibilmente il
suo effetto, anche per gli altri per cui si prega, purché gli altri non vi mettano
positivo impedimento. E si fondano sulle Scritture: Orate l'un per l'altro per
essere salvati; imperciocché molto può l'assidua preghiera del giusto (Gc
5,16). Orate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano (Mt 5,44). E meglio
sul testo di S. Giovanni: Chi sa che il proprio fratello pecca di peccato, che non
mena a morte, chieda, e sarà data la vita a quello che pecca non a morte (Gv
5,16). Spiegano quel che pecca non a morte, S. Agostino, Beda, sant'Ambrogio
ed altri, purché quel peccatore non sia tale che intenda di vivere ostinato sino
alla morte; poiché per costui si richiederebbe una grazia molto straordinaria.
Del resto per gli altri peccatori non rei di tanta malizia, l'apostolo promette a
chi per essi prega, la loro conversione: chieda, sarà data la vita a quello che
pecca (Mt 5,44).

Dobbiamo pregare per i peccatori




Per altro non si mette in dubbio, che le orazioni degli altri molto giovano ai
peccatori, e sono molto gradite a Dio; e Dio si lamenta dei servi suoi che non
gli raccomandano i peccatori, come se ne lamentò con S. Maria Maddalena de'
Pazzi; onde le disse un giorno: "Vedi, figlia mia, come i cristiani stanno nelle
mani del demonio; se i miei diletti con le loro orazioni non li liberassero,
resterebbero divorati". Ma specialmente ciò lo desidera il Signore dai sacerdoti
e dai religiosi. Diceva la suddetta Santa alle sue monache: "Sorelle, Iddio non
ci ha separate dal mondo perché facciamo bene solo per noi, ma ancora perché
noi lo plachiamo a favore dei peccatori". E il Signore stesso un giorno disse alla
medesima: "Io ho dato a voi, elette spose, la città di rifugio, cioè la Passione di
Gesù Cristo, acciocché abbiate dove ricorrere per aiutare le mie creature:
perciò ricorrete ad essa, ed ivi porgete aiuto alle mie creature, che periscono, e
mettete la vita per esse". Quindi la Santa infiammata di santo zelo, cinquanta
volte al giorno offriva a Dio il Sangue del Redentore per i peccatori, e si
consumava per desiderio della loro conversione, dicendo: "Oh che pena è, o
Signore, il vedere di poter giovare alle tue creature, con mettere la vita per
esse, e non poterlo fare!". Del resto ella in ogni esercizio raccomandava i
peccatori a Dio, e si scrive nella sua vita, che quasi non passava ora del giorno,
che la Santa non pregasse per essi; frequentemente anche si levava di notte, e
andava al SS. Sacramento a pregare per i peccatori: e con tutto ciò una volta
fu ritrovata a piangere dirottamente, ed interrogata perché, rispose: "Perché
mi pare di non far niente per la salute dei peccatori". Giungeva ad offrirsi per la
loro conversione patire anche le pene dell'inferno, purché ivi non avesse a
odiare Dio; e più volte fu compiaciuta da Dio d'esser afflitta con gravi dolori ed
infermità per la salute dei peccatori. Specialmente pregava per i sacerdoti,
vedendo che la loro buona vita era cagione della salute degli altri, e la mala
vita cagione della rovina di molti; e perciò pregava il Signore, che punisse le
colpe sopra di lei, dicendo: "Signore, fammi tante volte morire, e tornare a
vivere, sino ch'io soddisfaccia per essi alla tua giustizia". E narrasi nella sua
Vita, che la Santa con le sue orazioni liberò molte anime dalle mani di Lucifero.
Ho voluto dire qualche cosa più particolare dello zelo di questa santa. Del resto
tutte le anime, che sono veramente innamorate di Dio, non cessano di pregare
per i poveri peccatori. E com'è possìbile, che una persona che ama Dio,
vedendo l'amore che porta alle anime, e quel che ha fatto e patito Gesù Cristo
per la loro salute, e il desiderio che ha questo Salvatore, che noi preghiamo per
i peccatori; com'è possibile, dico, che possa poi vedere con indifferenza tante
povere anime, che, vivono senza Dio, schiave dell'inferno, e non muoversi ed
affaticarsi a pregare frequentemente il Signore a dar luce e forza a quelle
infelici per uscire dallo stato miserabile in cui dormono, e vivono perdute? E'
vero, che Dio non ha promesso di esaudirci, quando coloro, per cui preghiamo,
mettono positivo impedimento alla loro conversione; ma molte volte il Signore
per sua bontà, a riguardo delle orazioni dei suoi servi, con grazie straordinarie
si è compiaciuto di ridurre a stato di salute i peccatori più accecati e ostinati.
Pertanto non lasciamo mai, nel dire o sentir la Messa, nel far la Comunione, la
Meditazione, o la visita del Santissimo Sacramento, di raccomandare sempre a
Dio i poveri peccatori. E dice un dotto autore, che chi prega per gli altri, tanto
più presto vedrà esaudite le preghiere che per se stesso. Sia detto ciò di
passaggio, ma ritorniamo a vedere le altre condizioni che richiede S. Tommaso,
affinché la preghiera abbia effetto.



 II. - CHIEDERE COSE NECESSARIE ALLA SALUTE ETERNA.

L'altra condizione che il Santo assegna è che si domandino quelle grazie, che
bisognano alla salute: cose necessarie alla salute; poiché la promessa alla
preghiera non è fatta per le grazie temporali, che non sono necessarie alla
salute dell'anima. Dice S. Agostino spiegando le parole del Vangelo, nel nome
mio, riferite di sopra, che "non si chiede nel nome del Salvatore, tutto ciò che
si chiede contro l'affare della salute" (Tract., 102 in Joan.). Alle volte noi
cerchiamo alcune grazie temporali, e Dio non ci esaudisce; ma non ci
esaudisce, dice lo stesso S. Dottore, perché ci ama, e vuole usarci misericordia
(Ap. S. Prosp. Sent. 212). Il medico che ama l'infermo, non gli concede quelle
cose, le quali vede che gli farebbero nocumento. Oh quanti se fossero infermi o
poveri, non cadrebbero nei peccati, in cui cadono essendo sani o ricchi! E
perciò il Signore taluni che gli cercano la sanità del corpo, o i beni di fortuna,
glieli nega, perché li ama, vedendo che quelli sarebbero loro occasione di
perdere la sua grazia, o almeno d'intiepidirsi nella vita spirituale. Del resto con
ciò non intendo dire, essere difetto il chiedere a Dio le cose necessarie alla vita
presente, per quanto convengono alla salute eterna, come lo chiedeva il Savio,
dicendo: Concedimi quel che è necessario al mio vivere (Pro 30,8). Né è -
difetto, dice S. Tommaso (2.a, 2.ae, q. 83. a. XVI) l'avere per tali beni una
sollecitudine ordinata. Il difetto sta nel desiderare e cercare questi beni
temporali, e l'aver per essi una sollecitudine disordinata; come in essi
consistesse tutto il nostro bene. Perciò quando noi domandiamo a Dio queste
grazie temporali, dobbiamo domandarle sempre con rassegnazione, e colla
condizione se sono per giovarci all'anima. E quando vediamo che il Signore non
ce le concede, teniamo per certo ch'egli ce le nega per l'amore che ci porta, e
perché vede che ci sarebbero dannose alla salute spirituale.
Molte volte noi chiediamo a Dio che ci liberi da qualche tentazione pericolosa, e
Dio neppure ci esaudisce, e permette che la tentazione seguiti a molestarci.
Intendiamo che allora Dio ciò permette anche per nostro maggior bene. Non
sono le tentazioni ed i mali pensieri, che ci allontanano da Dio, ma i mali
consensi. Quando l'anima nella tentazione si raccomanda a Dio, e col suo aiuto
resiste, oh, come avanza allora nella perfezione, e viene a stringersi di più con
Dio! e perciò il Signore non l'esaudisce. Pregava san Paolo istantemente per
essere liberato dalle tentazioni d'impurità: Mi è stato dato lo stimolo della
carne, un angelo di Satana che mi schiaffeggia. Sopra di che tre volte pregai il
Signore, che me ne fosse tolto (2Cr 12,7-8). Ma il Signore gli rispose: Basta a
te la mia grazia. Sicché anche nelle tentazioni dobbiamo pregare Dio con
rassegnazione, dicendo: Signore, liberatemi da questa molestia, se è
espediente il liberarmene: e se no, almeno datemi l'aiuto per resistere. E qui fa
quel che dice S. Bernardo, che quando noi cerchiamo a Dio qualche grazia, Egli
o ci dona quella, o qualche cosa più utile di quella. Dio molte volte ci lascia a
patire nella tempesta, al fine di provare la nostra fedeltà, e per nostro maggior
profitto. Sembra, che allora Egli sia sordo alle nostre preghiere; ma no, stiamo
sicuri, che Dio allora ben ci sente e ci aiuta di nascosto, fortificandoci con la sua
grazia a resistere ad ogni insulto dei nemici. Ecco come Egli stesso ce ne
assicura per bocca del Salmista: M'invocasti nella tribolazione, ed io ti liberai: ti
esaudii nella cupa tempesta: feci prova di te alle acque di contraddizione (Sal



80,7).
Le altre condizioni finalmente, che assegna S. Tommaso alla preghiera, sono
che si preghi devotamente, e con perseveranza. Devotamente, s'intende con
umiltà e confidenza; con perseveranza, senza lasciar di pregare sino al la
morte. Or di queste condizioni, cioè dell'umiltà, confidenza e perseveranza, che
sono le più necessarie alla preghiera, bisogna qui di ciascuna distintamente
parlare.

CAPO III (continuazione)
DELLE CONDIZIONI DELLA PREGHIERA

III. - PREGARE CON UMILTÀ.


Quanto l'umiltà sia necessaria alla preghiera.
Il Signore ben guarda le preghiere dei suoi servi, ma dei servi umili (Sal
101,18). Altrimenti non le riguarda, ma le ributta. Dio resiste ai superbi, e agli
umili dà la grazia (Gc 6,6). Dio non sente le orazioni dei superbi, che confidano
nelle loro forze, e perciò li lascia nella loro propria miseria; ed in tale stato essi,
privi del divino soccorso senza dubbio si perderanno. Ciò piangeva Davide: Io,
diceva, ho peccato, perché non sono stato umile (Sal 118,67). E lo stesso
avvenne a S. Pietro, il quale quantunque fosse stato avvisato da Gesù Cristo,
che in quella notte tutti essi discepoli dovevano abbandonarlo: Tutti voi
patirete scandalo per me in questa notte (Mt 26,31), egli nondimeno invece di
conoscere la sua debolezza, e di domandare aiuto al Signore per non essergli
infedele, troppo fidando nelle sue forze, disse, che se tutti l'avessero
abbandonato, egli non l'avrebbe mai lasciato: Quando anche tutti fossero per
patire scandalo per te, non sarà mai che io sia scandalizzato (Mt 26,33). E
ancorché il Redentore nuovamente gli predicesse, che in quella notte prima di
cantare il gallo l'avrebbe negato tre volte, pure fidando nel suo animo si vantò
dicendo:
Quand'anche dovessi morire teco, non ti negherò (Ibid. 35).
Ma che avvenne?
Appena il miserabile entrò nella casa del Pontefice e fu rimproverato per
discepolo di Gesù Cristo, egli tre volte infatti lo negò con giuramento, dicendo
di non averlo mai conosciuto (Ibid. 72). Se Pietro si fosse umiliato, e avesse
domandata al Signore la grazia della costanza, non lo avrebbe negato.
Dobbiamo tutti persuaderci, che noi stiamo come sulla cima di un monte
sospesi sull'abisso di tutti i peccati, e sostenuti dal solo filo della grazia; se
questo filo ci lascia, noi certamente cadiamo in tale abisso, e commetteremo le
scelleratezze più orrende: Se Dio non mi avesse soccorso, sarei caduto in mille
peccati, ed ora starei nell'inferno (Sal 93,17); così diceva il Salmista, e così
deve dire ognuno di noi. Questo intendeva ancora san Francesco di Assisi,
quando diceva, ch'esso era il peggiore peccatore del mondo. Ma, padre mio, gli
disse il compagno, questo che dite, non è vero; vi sono molti nel mondo che
certamente sono peggiori di voi. Sì che è troppo vero quel che dico, rispose il
Santo, perché se Dio non mi tenesse le mani sopra, io commetterei tutti i
peccati.



E' di fede che senza l'aiuto della grazia non possiamo noi fare alcuna opera
buona, e neppure avere un buon pensiero. “Gli uomini, dice S. Agostino, senza
la grazia, nulla possono fare di bene o col pensare, o con l'operare” (De
correct. et grat. c. II). Come l'occhio non può vedere senza la luce, così diceva
il Santo, l'uomo non può fare alcun bene senza la grazia. E prima già lo disse
l'Apostolo: Non perché noi siamo idonei a pensare alcuna cosa da noi come da
noi, ma la nostra idoneità è da Dio (2 Cr 3,5). E prima dell'Apostolo lo disse già
Davide: Se il Signore non edifica egli la casa, invano si affaticano quelli che la
edificano (Sal 126,1). Indarno si affatica l'uomo a farsi santo, se Dio non vi
mette la sua mano: Se il Signore non sarà egli il custode della città, indarno
vigila colui che la custodisce (Ibid.). Se Dio non custodisce l'anima dai peccati,
invano attenderà ella a custodirsi con le sue forze. E perciò si protestava poi il
santo Profeta: Dunque non voglio sperare nelle mie armi ma solo in Dio che
può salvarmi (Sal 42,7).

Onde chi ritrovasi fatta qualche cosa di bene, o non si trova caduto in maggiori
peccati di quelli che ha commessi, dica con san Paolo: Per la grazia del
Signore, sono quel che sono (1 Cr 15,10). E per la stessa ragione non deve
lasciar di tremare e temere di cadere in ogni occasione: Per la qual cosa chi si
crede di stare in piedi, badi di non cadere (1 Cr 10,12). E con ciò il santo
Apostolo vuole avvertirci, che sta in gran pericolo di caduta, chi si tiene sicuro
di non cadere. E ne assegna la ragione in altro luogo dove dice: Imperocché se
alcuno si tiene di esser qualche cosa, mentre non è nulla, questi seduce se
stesso (Gal 6,3). Onde scrisse saggiamente sant'Ambrogio “che in molti la
presunzione di esser fermi è di ostacolo alla loro fermezza; nessuno
certamente sarà fermo, se non chi si crede infermo” (Serm. 76, n. 6. E. Bn.).
Se taluno dice di non aver timore, è segno che costui fida in se stesso, e nei
suoi propositi fatti; ma questi con tal confidenza perniciosa da sé medesimo
viene sedotto, perché fidando nelle proprie forze, lascia di temere, e non
temendo, lascia di raccomandarsi a Dio ed allora certamente cadrà. E così
parimenti bisogna che ciascuno si guardi di ammirarsi con qualche vanagloria
dei peccati degli altri; deve allora più presto tenersi in quanto a sé, per
peggiore degli altri e dire: Signore, se voi non mi aveste aiutato avrei fatto
peggio. Altrimenti permetterà il Signore, in castigo della sua superbia, che cada
in colpe maggiori e più orrende. Pertanto ci avvisa l'Apostolo a procurarci
l'eterna salute; ma come? sempre temendo e tremando (Fil 2,12). Sì, perché
quegli che molto teme di cadere, diffida delle sue forze, perciò riponendo la sua
confidenza in Dio, a Lui ricorrerà nei pericoli; Dio lo soccorrerà, e così vincerà
le tentazioni, e si salverà.

S. Filippo Neri, camminando un giorno per Roma, andava dicendo: “Sono
disperato”. Un certo religioso lo corresse: ma il Santo allora disse: “Padre mio,
sono disperato di me, ma confido in Dio”. Così bisogna che facciamo noi, se
vogliamo salvarci; bisogna che viviamo sempre disperati delle nostre forze;
poiché così facendo, imiteremo S. Filippo, il quale, dal primo momento in cui si
svegliava la mattina, diceva a Dio: “Signore, tenete oggi le mani sopra Filippo,
perché se no, Filippo vi tradisce”.
Questa dunque per concludere, è tutta la grande scienza di un cristiano, dice
sant'Agostino, il conoscere che niente egli è, niente può (In Ps. 70). Perciò così
non cesserà di procurarsi da Dio con le preghiere quella forza che non ha, e
che gli bisogna per resistere alle tentazioni e per fare il bene, ed allora farà



tutto col soccorso di quel Signore, che non sa negare niente a chi lo prega con
umiltà. La preghiera di un'anima umile penetra i cieli, e presentandosi al trono
divino, di là non parte senza che Dio la guardi e l'esaudisca (Ecli 35). E siasi
quest'anima resa rea di quanti peccati si voglia, Dio non sa disprezzare il cuore
che si umilia (Sal 50,19). Quando il Signore è severo con i superbi e resiste alle
loro domande, altrettanto è benigno e liberale con gli umili (Gc 4,6). Questo
appunto disse un giorno Gesù a S. Caterina da Siena: “Sappi o figlia, che chi
umilmente persevera a chiedermi le grazie, farà acquisto di tutte le virtù" (Ap.
Blos in concl. c. 3).

Dobbiamo preferire la via comune alla via straordinaria

Giova qui addurre un bell'avvertimento, che fa alle anime spirituali che
desiderano di farsi sante, il dotto e piissimo mons. Palafox vescovo d'Osma,
nell'annotazione che fa sulla lettera XVIII di S. Teresa. Ivi la Santa scrive al
suo confessore, e gli dà conto di tutti i gradi d'orazione soprannaturale, con cui
il Signore l'aveva favorita. All'incontro il citato prelato scrive che queste grazie
soprannaturali, che Dio si degnò di fare a S. Teresa, ed ha fatte ad altri santi,
non sono necessarie per giungere alla santità, poiché molte anime senza di
esse vi sono giunte: e per contrario molte vi sono giunte, e poi si sono
dannate. Pertanto dice di esser cosa superflua anzi presuntuosa, il desiderare e
cercare tali doni soprannaturali, mentre la vera ed unica strada per diventare
un'anima santa è l'esercitarsi nelle virtù, nell'amare Dio; al che si arriva per
mezzo dell'orazione, e col corrispondere ai lumi ed aiuti di Dio, il quale altro
non vuole che vederci santi (1 Ts 4,3).
Quindi il suddetto pio scrittore, parlando dei gradi dell'orazione soprannaturale,
di cui scriveva la Santa, cioè dell'orazione di quiete, del sonno e sospensione
delle potenze, dell'estasi, del ratto, del volo ed impeto di spirito e della ferita
spirituale; saggiamente scrive e dice, che in quanto all'orazione di quiete, ciò
che noi dobbiamo desiderare e domandare a Dio è, che ci liberi dall'attacco e
dal desiderio dei beni mondani, che non danno pace, ma apportano
inquietudine ed afflizione allo spirito: vanità delle vanità, ben li chiamò
Salomone, afflizione di spirito (Ecli 1,2.14). Il cuore dell'uomo non troverà mai
vera pace, se non si vuota di tutto ciò che non è Dio, per lasciare luogo al di
Lui santo amore, affinché egli solo tutto lo possieda. Ma ciò l'anima da sé non
può farlo; bisogna che l'ottenga dal Signore con replicate preghiere.
In quanto al sonno e sospensione delle potenze, dobbiamo chiedere a Dio la
grazia di tenerle sopite per tutto il temporale, e solamente svegliate per
considerare la divina bontà e per ambire l'amor divino, ed i beni eterni.
In quanto all'unione delle potenze, preghiamo che ci doni la grazia di non
pensare, di non cercare, e di non volere se non quello che vuole Iddio; poiché
tutta la santità e la perfezione dell'amore consiste nell'unire la nostra volontà
con la volontà del Signore.
In quanto all'estasi e ratto, preghiamo Dio, che ci tragga fuori dall'amor
disordinato di noi stessi e delle creature per tirarci tutti a sé.
In quanto al volo di spirito, preghiamolo a darci la grazia di vivere tutti staccati
da questo mondo, e far come fanno le rondini che anche per alimentarsi non si
fermano sulla terra, ma volando prendono il loro alimento: viene a dire che ci
serviamo di questi beni temporali per quanto bisogna a sostenere la vita, ma



sempre volando, senza fermarci sulla terra a cercare i gusti mondani.
In quanto all'impeto di spirito, preghiamo Dio, che ci doni il coraggio e la
fortezza di farci violenza quanto bisogna per resistere agli assalti dei nemici,
per superare le passioni, per abbracciare il patire anche in mezzo alle
desolazioni e tedii spirituali.
In quanto finalmente alla ferita d'amore, siccome la ferita con il suo dolore
rinnova sempre la memoria del suo male, così dobbiamo pregare Iddio di ferirci
talmente il cuore col suo santo amore, che abbiamo sempre a ricordarci della
sua bontà, e dell'affetto che ci ha portato; e con ciò viviamo continuamente
amandolo e compiacendolo con le nostre opere ed affetti.
Ma tutte queste grazie non si ottengono senza l'orazione; e con l'orazione,
purché ella sia umile, confidente e perseverante, tutto si ottiene.

IV. - PREGARE CON FIDUCIA.


Eccellenza e necessità della fiducia

L'avvertimento principale che ci fa l'Apostolo S. Giacomo, se vogliamo con la
preghiera ottenere da Dio le grazie, è che preghiamo con confidenza sicura di
essere esauditi se preghiamo, come si deve, senza esitare: Ma chieda con fede
senza niente esitare (Gc 1,6). Insegna S. Tommaso, che l'orazione, siccome
prende la forza di meritare dalla carità, così all'incontro ha efficacia di
impetrare dalla fede e dalla confidenza (2, 2.ae, q. 83, a. 15). Lo stesso
insegna S. Bernardo, dicendo che la sola nostra confidenza è quella che ci
ottiene le divine misericordie (Serm. III, De annunt.).
Troppo si compiace il Signore della nostra confidenza nella sua misericordia
perché allora noi veniamo ad onorarlo ed esaltare quella sua infinita bontà, che
egli col crearci ha inteso di manifestare al mondo. Si rallegrino pure, o mio Dio,
dice il profeta regale, tutti quelli che sperano in voi, poiché essi saranno
eternamente beati, e voi sempre abiterete in essi (Sal 5,11). Iddio protegge e
salva tutti coloro che in Lui confidano (Sal 17,31; Sal 16,7). Oh, le gran
promesse che sono fatte nelle divine Scritture a coloro che sperano in Dio! Chi
spera in Dio non cadrà in peccato (Sal 33,22). Sì, perché dice David: il Signore
tiene gli occhi rivolti a tutti coloro che lo temono e confidano nella sua bontà
per liberarli col suo aiuto dalla morte del peccato (Sal 32,18-19). Ed in altro
luogo dice il medesimo Dio: Perché egli ha sperato in me, lo libererò, lo
proteggerò... lo trarrò (dalla tribolazione), e lo glorificherò (Sal 90,14-15). Si
noti la parola perché egli ha confidato in me, io lo proteggerò, lo libererò dai
suoi nemici, e dal pericolo di cadere; e finalmente gli darò la gloria eterna.
Parlando Isaia di coloro che ripongono la loro speranza in Dio dice: Questi
lasceranno di esser deboli come sono, ed acquisteranno in Dio una gran
fortezza; non mancheranno, anzi neppure proveranno fatica nel camminare la
via della salute, ma correranno e voleranno come aquile (Is 40,31). Tutta
insomma la nostra fortezza, ci avvisa lo stesso Profeta, consiste nel mettere
tutta la nostra confidenza in Dio, e nel tacere, cioè nel riposare nelle braccia
della sua misericordia, senza fidare alle nostre industrie, ed ai mezzi umani (Is
30,15).

E dove mai s'è dato il caso che alcuno abbia confidato in Dio, e si sia perduto?



(Ecli 2,11). Questa confidenza era quella che teneva sicuro Davide di non
aversi mai a perdere: In te ho posta la mia speranza, non resti io confuso
giammai (Sal 30,1). E che forse, dice sant'Agostino, Iddio può essere
ingannatore, mentre egli si offre a sostenerci nei pericoli, se a lui ci
appoggiamo, e poi vorrà da noi sottrarsi, quando ad esso ricorriamo? David
chiama beato chi confida nel Signore (Sal 33,13). E perché? Perché, dice lo
stesso profeta, chi confida in Dio, si troverà sempre circondato dalla divina
misericordia (Sal 31,10). Sicché costui sarà talmente d'ogni intorno cinto e
guardato da Dio, che resterà sicuro dai nemici e dal pericolo di perdersi.
Perciò l'Apostolo tanto raccomanda di conservare in noi la confidenza in Dio, la
quale (ci avvisa) certamente riporta da Lui una gran mercede (Eb 10,35).
Quale sarà la nostra fiducia, tali saranno le grazie che riceveremo da Dio; se
sarà grande la fiducia, grandi saranno ancora le grazie. Scrive S. Bernardo, che
la divina misericordia è una fonte immensa; chi vi porta il vaso più grande di
confidenza, quegli ne riporta maggior abbondanza di beni (Serm. 3, De
annunt.). E già prima lo espresse il Profeta dicendo: Sia sopra di noi, o
Signore, la tua misericordia conforme noi in te abbiamo sperato (Sal 32,22).
Ciò ben si avverò nel Centurione, a cui disse il Redentore, lodando la sua
confidenza: Va', e ti sia fatto conforme hai creduto (Mt 8,13). E rivelò il
Signore a S. Geltrude che chi lo prega con confidenza, gli fa in certo modo
tanta violenza, che egli non può non esaudirlo in tutto ciò che gli cerca. La
preghiera, dice S. Giovanni Climaco, fa violenza a Dio, ma violenza che gli è
cara e gradita (Scal. gr. 28).

Accostiamoci adunque, ci avvisa san Paolo, con fiducia al trono di grazia, a fine
di ottenere misericordia, e trovare grazia per opportuno sovvenimento (Eb
4,16). Il trono della grazia è Gesù Cristo, che al presente siede alla destra del
Padre, non in trono di giustizia, ma di grazia, per ottenerci il perdono, se ci
ritroviamo in peccato, e l'aiuto a perseverare, se godiamo la sua amicizia. A
questo trono bisogna che ricorriamo sempre con fiducia, cioè con quella
confidenza che ci dà la fede nella bontà e fedeltà di Dio, il quale ha promesso
di esaudire chi lo prega con confidenza, ma con confidenza stabile e sicura. Chi
all'incontro lo prega con esitazione, dice S. Giacomo, che costui non pensi di
ricevere niente: Imperocché chi esita è simile al flutto del mare mosso e
agitato dal vento. Non si pensi dunque un tal uomo di ottenere cosa alcuna dal
Signore (Gc 1,6-7). Niente riceverà perché la sua ingiusta diffidenza, da cui
viene agitato, impedirà alla divina misericordia di esaudire le sue domande.
“Non hai ricevuto la grazia, dice S. Basilio, perché l'hai domandata senza
confidenza” (Const. Monac. c. 2). Disse Davide, che la nostra confidenza in Dio
dev'essere ferma come un monte, che non si muove a qualunque urto di
vento: Coloro che confidano nel Signore, sono come il monte Sion; non sarà
vacillante in eterno chi abita in Gerusalemme (Sal 124,1). E ciò è quello di cui
ci ammonì il Redentore, se vogliamo ottenere la grazia che cerchiamo.
Qualsivoglia grazia che domandiate, state sicuri di averla e così l'otterrete (Mr
11,24).

Fondamento della nostra fiducia

Ma dove, dirà taluno, io miserabile debbo fondare questa confidenza certa di
ottenere quel che domando? dove? sulla promessa fatta da Gesù Cristo Cercate



ed avrete (Gv 16,24). Come possiamo dubitare, dice sant'Agostino, di non
essere esauditi, quando Iddio che è la stessa verità promette di concederci ciò
che pregando gli domandiamo? Certamente il Signore non ci esorterebbe a
chiedergli le grazie, se non ce le volesse concedere (Serm. 105). Ma questo è
quello a cui Egli tanto ci esorta, e tante volte ce lo replica nelle sacre Scritture:
pregate, domandate, cercate ecc., ed otterrete quanto desiderate. E perché noi
lo preghiamo con la confidenza dovuta, il Salvatore ci ha insegnato
nell'orazione del Pater noster, che noi ricorrendo a Dio per ricevere le grazie
necessarie alla nostra salute (che già nel Pater noster tutte si contengono), lo
chiamiamo non Signore, ma Padre, Pater noster. Mentre vuole, che noi
chiediamo a Dio le grazie con quella confidenza, con la quale il figlio povero o
infermo cerca il sostentamento o la medicina al suo proprio padre. Se un figlio
sta per morire di fame, basta che lo palesi al padre, e questi subito lo
provvederà di cibo. E se ha ricevuto qualche morso di serpe velenoso, basterà
che presenti al padre la ferita ricevuta, perché il padre applichi il rimedio che
già tiene.
Fidati dunque alle divine promesse, domandiamo sempre con confidenza, non
vacillanti, ma stabili e fermi, come dice l'Apostolo (Eb 10,23). Come è certo
intanto, che Dio è fedele nelle sue promesse, così deve essere certa ancora la
nostra confidenza, che egli ci esaudisca quando lo preghiamo. E se qualche
volta, ritrovandoci forse noi in stato di aridità, o disturbati da qualche difetto
commesso, non proviamo nel pregare quella confidenza sensibile che
vorremmo sentire, sforziamoci ugualmente a pregare, perché Dio non lascerà
di esaudirci. Anzi allora meglio ci esaudirà, poiché allora pregheremo più
diffidati da noi, e solo confidati nella bontà e fedeltà di Dio, il quale ha
promesso di esaudire chi lo prega. Oh, come piace al Signore in tempo di
tribolazioni, di timori e di tentazioni il nostro sperare, anche contro la speranza,
cioè contro quel sentimento di diffidenza che proviamo allora per causa della
nostra desolazione. Di ciò l'Apostolo loda il patriarca Abramo: il quale contro
alla speranza credette (Rm 4,18).
Dice S. Giovanni, che chi ripone una ferma confidenza in Dio, certamente si
santifica come egli pure è santo (1 Gv 3,3). Perché Dio fa abbondare le grazie
in tutti coloro che in lui confidano. Con questa confidenza tanti martiri, tante
verginelle, tanti fanciulli, nonostante lo spavento dei tormenti che loro
preparavano i tiranni, hanno superato i tormenti e le sofferenze.
Talvolta, dico, noi preghiamo, ma ci sembra che Dio non voglia ascoltarci; deh,
non lasciamo allora di perseverare a pregare ed a sperare! Diciamo allora con
Giobbe: Quand'anche mi desse la morte, in lui spererò (Gb 13,15). Quasi
dicesse: Dio mio, ancorché mi discacciaste dalla vostra faccia, io non lascerò di
pregarvi, e di sperare nella vostra misericordia. Facciamo così, e ne avremo
quel che vorremo dal Signore. Così fece la donna Cananea, ed essa ottenne
tutto ciò che volle da Gesù Cristo. Questa donna, avendo la sua figlia invasata
dal demonio, pregò il Redentore che ne la liberasse: Abbi pietà di me, Signore,
figlio di Davide: mia figlia è malamente tormentata dal demonio (Mt 15,22). Il
Signore le rispose ch'egli non era stato mandato per i Gentili, come ella era,
ma per i Giudei. Ma quella non si perdette d'animo, e ritornò a pregare con
confidenza: Signore, voi potete consolarmi, mi avete da consolare. Replicò
Gesù Cristo: Ma il pane dei figli non è bene darlo ai cani. Ma, Signor mio, ella
soggiunse, anche ai cagnolini si dispensano le briciole di pane che cadono dalla



mensa. Allora il Salvatore, vedendo la grande confidenza di questa donna, la
lodò, e le fece la grazia, dicendo: O donna, grande è la tua fede: ti sia fatto,
come desideri. E chi mai, dice l'Ecclesiastico, ha chiamato Dio in suo aiuto, e
Dio l'ha disprezzato e non l'ha soccorso? (Ecli 2,12).
Dice S. Agostino, che la preghiera è una chiave, la quale apre il cielo a nostro
bene: nello stesso punto in cui la nostra preghiera sale a Dio, discende a noi la
grazia che domandiamo (Serm. 47). Scrisse il profeta regale, che vanno unite
insieme le nostre suppliche con la misericordia di Dio: Benedetto Dio, il quale
non ha allontanato da me né la mia orazione, né la sua misericordia (Sal
65,19). E dice il medesimo S. Agostino, che quando noi ci troviamo pregando il
Signore, dobbiamo star sicuri, che egli già ci esaudisce (In Ps. 45).
Ed io, dico la verità, non mai mi sento più consolato nello spirito, e con
maggior confidenza di salvarmi, che quando mi trovo pregando Dio, ed a lui mi
raccomando. E lo stesso penso, che avvenga a tutti gli altri fedeli, poiché gli
altri segni della nostra salvezza sono tutti incerti e fallibili; ma che Dio
esaudisca chi lo prega con confidenza, è verità certa ed infallibile, com'è
infallibile, che Dio non può mancare alle sue promesse.

Quando ci vediamo deboli ed impotenti a superare qualche passione o qualche
difficoltà, per eseguire ciò che il Signore da noi domanda, diciamo animosi con
l'Apostolo: Tutte le cose mi sono possibili in Colui che è mio conforto (Fil 4,13).
Non diciamo, come dicono alcuni: Non posso, non mi fido. Con le forze nostre
non possiamo certamente niente, ma col divino aiuto possiamo tutto. Se Dio
dicesse ad uno: prendi questo monte sulle tue spalle, e portalo, perché io ti
aiuto; non sarebbe colui uno sciocco, un infedele, se rispondesse: io non lo
voglio prendere, perché non ho forza di portarlo? E così, quando noi ci
conosciamo miseri ed infermi quali siamo, e ci troviamo più combattuti dalle
tentazioni, non ci perdiamo d'animo, alziamo gli occhi a Dio, e diciamo con
David: Con l'aiuto del mio Signore io vincerò, e disprezzerò tutti gli assalti dei
miei nemici (Sal 117,7). E quando ci troviamo in qualche pericolo di offendere
Dio, o in altro affare di conseguenza, e confusi non sappiamo che dobbiamo
fare, raccomandiamoci a Dio dicendo: Il Signore è la mia luce e mia salute: che
ho io da temere? (Sal 26,1). E siamo sicuri, che Iddio allora ben ci illuminerà, e
ci salverà da ogni danno.

Anche i peccatori debbono aver fiducia

Ma io sono peccatore, dice taluno, e nella Scrittura si legge: Iddio non
esaudisce i peccatori (Gv 9,31). Risponde S. Tommaso con Sant'Agostino che
ciò fu detto dal cieco, il quale parlava allorché non era stato illuminato ancora
perfettamente, e perciò non fa autorità (2, 2.ae, q. 83, art. 16. ad 1). Per
altro, soggiunge l'Angelico, che ciò sta ben detto, parlando della domanda che
fa il peccatore, in quanto è peccatore, cioè quando egli domanda per desiderio
di seguitare a peccare: per esempio, si chiedesse aiuto per vendicarsi del suo
nemico, o per seguire altra sua prava intenzione. E lo stesso dicesi di quel
peccatore che prega Dio a salvarlo, senza avere alcun desiderio di uscire dallo
stato di peccato... Vi sono alcuni infelici che amano le catene, con le quali il
demonio li tiene legati da schiavi. Le preghiere di costoro non sono esaudite da
Dio, perché sono preghiere temerarie e abominevoli. E qual maggior temerità
di colui che domanda grazia ad un principe, che non solo ha più volte offeso,



ma che pensa di seguitare ad offendere? E così s'intende quel che dice lo
Spirito Santo, esser detestabile e odiosa a Dio, la preghiera di colui che volta le
orecchie per non ascoltare ciò che Dio comanda (Pro 28,9). A questi tali dice il
Signore: Non occorre che voi mi preghiate, perché io volterò gli occhi da voi, e
non vi esaudirò (Is 1,15). Tale era appunto l'orazione dell'empio re Antioco,
che pregava Dio, e prometteva grandi cose, ma fintamente, e col cuore
ostinato nella colpa, pregando solo per sfuggire il castigo che lo sovrastava:
perciò il Signore non diede orecchio alle sue preghiere, ma lo fece morire roso
dai vermi (2 Mc 9,13).

Altri poi che peccano per fragilità, o per impeto di qualche gran passione, o
gemono sotto il giogo del nemico e desiderano di rompere quelle catene di
morte ed uscire da quella misera schiavitù, e perciò domandano aiuto a Dio;
l'orazione di costoro, se ella è costante, ben sarà esaudita dal Signore il quale
dice, che ognuno che domanda, riceve, e chi cerca la grazia, la ritrova (Mt
7,8). Ognuno, spiega l'autore dell'opera imperfetta, o giusto sia o peccatore
(Homil. XVIII). Ed in san Luca, parlando Gesù Cristo di colui che chiede tutti i
pani che aveva all'amico, non tanto per l'amicizia, quanto per la di lui
importunità disse: Vi dico che quando anche non si levasse a darglieli per la
ragione che quegli è un suo amico, si leverà almeno a motivo della sua
importunità, e gliene darà quanti gliene bisogna (Lc 11,8). Sicché la preghiera
perseverante ottiene da Dio la misericordia anche a coloro che non sono suoi
amici. “Quel che non si ottiene per l'amicizia, dice il Crisostomo, si ottiene per
la preghiera”. Anzi dice lo stesso Santo che “vale più appresso a Dio l'orazione,
che l'amicizia; e che l'orazione compie ciò che l'amicizia non aveva compiuta”
(Hom. Non esse desp.). E S. Basilio non dubita, che “anche i peccatori
ottengono quel che chiedono, se sono perseveranti in pregare” (Const. Monast.
c. i.). Lo stesso dice S. Gregorio: “Alzi le grida anche il peccatore, e la sua
orazione giungerà a Dio” (In Ps. 6, Paenitent.). Lo stesso scrive san Girolamo,
dicendo che anche il peccatore può chiamare Iddio suo Padre, se lo prega ad
accettarlo di nuovo per figlio, con l'esempio del figlio prodigo, che lo chiamava
padre. Padre, ho peccato, ancorché non fosse stato ancora perdonato (Epist.
ad Damas. De filio prod.). “Se Dio non esaudisse i peccatori, disse
sant'Agostino, invano il Pubblicano avrebbe domandato il perdono (In Io.
tract.). Ma ci attesta il Vangelo, che il Pubblicano col pregare, ben ottenne il
perdono (Lc 18,15).

Ma sopra tutti esamina più a minuto questo punto il Dottore Angelico (2, 2.ae,
q. 83, c. 16), e non dubita di asserire, che anche il peccatore è esaudito, se
prega; dicendo, che sebbene la sua orazione non è meritoria, ha nondimeno la
forza d'impetrare; poiché l'impetrazione non si appoggia alla giustizia, ma alla
divina bontà. Così appunto pregava Daniele: Porgi, Dìo mio, il tuo orecchio e
ascolta... poiché sulla fidanza non della nostra giustizia, ma delle molte tue
misericordie, queste preci umiliamo davanti alla tua faccia (Dn 9,18). Allorché
dunque preghiamo, dice S. Tommaso, non è necessario l'essere amici di Dio,
per impetrarne le grazie che cerchiamo; la stessa preghiera ci rende suoi amici
(Comp. Theol. p. 2, c. 2).
Inoltre aggiunge S. Bernardo una bella ragione,
dicendo che tal preghiera del peccatore di uscire dal peccato, nasce dal
desiderio di tornare in grazia di Dio; or questo desiderio è un dono che,
certamente non gli viene dato da altri, che da Dio medesimo. A che dunque,
dice poi il Santo, darebbe Iddio al peccatore un tal desiderio, se non volesse



esaudirlo? E ben di ciò ve ne sono tanti esempi nelle stesse divine Scritture, di
peccatori che pregando sono stati liberati dal peccato. Così fu liberato il re Acab
(1 Re 21). Così il re Manasse (1 Sam 33). Così il re Nabucco (Dn 6). Così il
buon ladrone. Gran cosa e gran valore della preghiera! Due peccatori muoiono
sul Calvario accanto a Gesù Cristo, uno perché prega (ricordati di me) (Lc
23,42), si salva; l'altro perché non prega, si danna!
Insomma dice il Crisostomo (Hom. De Moyse): “Nessun peccatore pentito ha
pregato il Signore e non ha ottenuto quanto ha desiderato”. Ma che servono
più autorità e ragioni a ciò dimostrare, mentre Gesù medesimo dice: Venite a
me tutti voi che siete affaticati e aggravati, e io vi ristorerò'? (Mt 11,28). Per
aggravati, s'intendono comunemente, secondo S. Gìrolamo, S. Agostino ed
altri, i peccatori che gemono sotto il peso delle loro colpe, i quali ricorrendo a
Dio ben saranno da lui, giusta tal promessa, ristorati e salvati colla sua grazia.
Ah! che non tanto noi, dice S. Giovanni Crisostomo, desideriamo d'esser
perdonati, quanto anela Dio di perdonarci! (In act., Hom. 36). Non vi è grazia,
soggiunge il Santo, che non si ottenga colla preghiera, ancorché questa si
faccia da un peccatore il più perduto che sia, se ella è perseverante (Hom. 33
in Matth.). E notiamo quel che dice San Giacomo: Se alcuno è bisognoso di
sapienza, la chieda a Dio, che dà a tutti abbondantemente, e nol rimprovera
(Gc 1,5). Tutti coloro adunque che ricorrono coll'orazione a Dio, egli non lascia
d'esaudirli e di colmarli di grazie: dà a tutti abbondantemente. Ma si faccia
special riflessione alla parola che segue: e nol rimprovera. Ciò significa che non
fa Iddio come fanno gli uomini, che quando viene a domandare loro qualche
favore, taluno, che prima in qualche occasione li ha offesi, subito gli
rimproverano l'oltraggio da lui ricevuto. Non fa così il Signore con chi lo prega,
fosse anche il maggior peccatore del mondo, quando gli domanda qualche
grazia utile alla sua eterna salute, non gli rimprovera già i disgusti che ha dati,
ma come se non l'avesse mai offeso, subito l'accoglie, lo consola, l'esaudisce, e
abbondantemente l'arricchisce dei suoi doni. Sopra tutto per animarci a
pregare, il Redentore dice: In verità, in verità vi dico, che qualunque cosa voi
domandiate al Padre nel nome mio, ve la concederà (Gv 16,23). Come dicesse:
Orsù peccatori, non vi disanimate, non fate che i vostri peccati vi trattengano
di ricorrere al mio Padre, e di sperare da esso la vostra salute, se la desiderate.
Voi non avete già i meriti di ottenere le grazie che chiedete, ma solo avete
demeriti per ricevere castighi; fate così, andate al Padre in nome mio, per i
meriti miei chiedete le grazie che volete, ed io vi prometto e vi giuro, in verità,
in verità vi dico (dice sant'Agostino esser questa una specie di giuramento),
che quanto domanderete, il mio Padre vi concederà.
 O Dio! e qual maggior
consolazione può avere un peccatore dopo le sue rovine, che sapere con
certezza che quanto chiederà a Dio in nome di Gesù Cristo, tutto riceverà?
Dico, tutto, circa la salute eterna, perché intorno ai beni temporali già abbiamo
detto di sopra che il Signore, anche pregato, alle volte non ce li concede,
vedendo che tali beni ci nuocerebbero all'anima. Ma in quanto ai beni spirituali
la sua promessa di esaudirci non è condizionata, ma assoluta; e perciò esorta
S. Agostino che quelle cose che Dio assolutamente promette, noi dobbiamo
domandarle con sicurezza di riceverle (Serm. 354, E. B.). E come mai, scrive il
Santo, può negarci qualcosa il Signore, allorché noi lo preghiamo con
confidenza, quando desidera più esso di dispensarci le sue grazie, che noi di
averle? (Serm. 105).



Dice il Crisostomo che il Signore si adira con noi solo quando noi trascuriamo di
cercargli i suoi doni (In Matth., Hom. 23). E come mai può succedere che Iddio
non voglia esaudire un'anima, che gli cerca cose tutte di suo gusto? Quando
l'anima gli dice: Signore, io non vi cerco beni di questa terra, ricchezze, piaceri,
onori; ma solo vi domando la grazia vostra, liberatemi dal peccato, datemi una
buona morte, datemi il Paradiso, datemi il Santo amor vostro (ch'è quella
grazia, come dice san Francesco di Sales, che deve chiedersi a Dio sopra tutte
le altre), datemi rassegnazione nella vostra volontà; com'è possibile che Dio
non voglia esaudirla? E quali domande mai, dice sant'Agostino, esaudirete voi,
mio Dio, se non esaudirete queste che sono tutte secondo il vostro cuore? (De
Civ. Dei, LXXII. c. 8). Ma sopratutto deve ravvivarsi la nostra confidenza,
allorché chiediamo a Dio le grazie spirituali, ciò che disse Gesù Cristo. Se voi,
dice il Redentore (Lc 11,13), che siete così cattivi, così attaccati ai vostri
interessi, perché pieni d'amor proprio, non sapete negare ai vostri figli ciò che
vi domandano; quanto più il vostro Padre celeste, che vi ama più d'ogni padre
terreno, vi concederà i beni spirituali, allorché voi lo pregherete?

CAPO III (continuazione)
DELLE CONDIZIONI DELLA PREGHIERA

V. - PREGARE CON PERSEVERANZA

Necessità della perseveranza

E' necessario dunque che le nostre preghiere siano umili e confidenti; ma ciò
non basta per conseguire la perseveranza finale e con quella la salute eterna.
Le preghiere particolari otterranno bensì le particolari grazie che a Dio si
chiederanno, ma se non sono perseveranti, non otterranno la perseveranza
finale, la quale, perché contiene il cumulo di molte grazie insieme, richiede
moltiplicate preghiere, e continuate sino alla morte. La grazia della salute non
è una sola grazia, ma una catena di grazie, le quali tutte poi si uniscono con la
grazia della perseveranza finale. Ora a questa catena di grazie deve
corrispondere un'altra catena, per così dire, delle nostre preghiere. Se noi
trascurando di pregare spezziamo la catena delle nostre preghiere, si spezzerà
ancora la catena delle grazie che ci devono ottenere la salute e non ci
salveremo.
E' vero che la perseveranza finale non si può da noi meritare, come insegna il
Concilio di Trento, dicendo: “Non può ottenersi da nessun altro, se non da Colui
che ha la potenza di rendere stabile quello che sta, acciocché
perseverantemente stia” (Sess. VI. c. 13). Nulladimeno, dice S. Agostino, che
questo gran dono della perseveranza in qualche modo ben può meritarsi con le
preghiere, cioè pregando impetrarsi (De dono persev. e. 6). E soggiunge il P.
Suarez, che chi prega infallibilmente l'ottiene. Ma per ottenerlo e salvarsi, dice
san Tommaso, è necessaria una perseverante e continua preghiera (P. 3. q.
39, a. 5). E prima lo disse più volte il nostro medesimo Salvatore: Bisogna
sempre orare, né mai stancarsi (Lc 18,1). Vegliate adunque in ogni tempo,
pregando di essere fatti degni di schivare tutte queste cose che debbono
avvenire; e di star con fiducia dinanzi al Figliolo dell'Uomo (Lc 21,36). Lo



stesso sta detto prima nel Vecchio Testamento: Nessuna cosa ti ritenga dal
sempre orare (Ecli 18,22). Benedici Dio in ogni tempo e pregalo, che regga i
tuoi andamenti (Tb 4,20). Quindi l'Apostolo inculcava ai suoi discepoli, che non
lasciassero mai di pregare: Orate senza interruzione (1 Ts 5,17). Siate
perseveranti nell'orazione, vegliando in essa (Col 4,2). Bramo adunque che gli
uomini preghino in ogni luogo (1 Tm 2,8). Il Signore certamente vuole dare la
perseveranza, e la vita eterna. Ma dice S. Nilo, non vuol concederla se non a
chi perseverantemente gliela domanda (De orat., c. XXXII). Molti peccatori con
l'aiuto della grazia giungono a convertirsi a Dio, ed a ricevere il perdono; ma
poi perché lasciano di cercare la perseveranza, tornano a cadere e perdono
tutto.
Occorre chiedere di continuo la perseveranza finale
Né basta, dice il Bellarmino, chieder la grazia della perseveranza una volta o
poche volte; dobbiamo cercarla sempre, in ogni giorno sino alla morte, se
vogliamo ottenerla. Chi la cerca in un giorno, per quel giorno l'otterrà; ma se
non la cerca nel domani, domani cadrà.
E ciò è quel che vuole darci ad intendere il Signore nella parabola di
quell'amico, che non volle dare i pani a colui che glieli domandava, se non dopo
molte ed importune richieste, dicendo: Quando anche non si levasse a darglieli
per la ragione, che quegli è suo amico, si leverà almeno a motivo della sua
importunità, e gliene darà quanti gliene bisogna (Lc 11,8). Ora se un tale
amico, dice S. Agostino, solo per liberarsi dell'importunità di lui, gli darebbe
anche contro sua voglia i pani che chiede; quanto più Dio, ch'essendo bontà
infinita ha tanto desiderio di comunicarci i suoi beni, ci donerà le sue grazie,
quando gliene cerchiamo? (Serm. 61). Tanto più che Egli stesso ci esorta a
chiederle, e gli dispiace se non le domandiamo. Ben vuole dunque il Signore
concederci la salute e tutte le grazie per quella, ma vuole che noi non lasciamo
di continuamente domandargliele sino all'importunità. Dice Cornelio a Lapide
sul citato Evangelo: Dio vuole che perseveriamo nell'orazione sino a renderci
importuni. Gli uomini della terra non possono sopportare gli importuni, ma Dio
non solo ci sopporta, ma ci desidera importuni in cercargli le grazie, e
specialmente la santa perseveranza. Dice S. Gregorio, che Dio vuole che gli si
faccia violenza con le preghiere, poiché una tal violenza non già lo sdegna, ma
lo placa (In Ps. 6, Poenit.).
Sicché per ottenere la perseveranza, bisogna che ci raccomandiamo sempre a
Dio, la mattina, la sera, nella Meditazione, nella Messa e nella Comunione. E
specialmente in tempo di tentazione, con dire, e replicare: Signore, aiutami,
tienimi le mani sopra, non mi abbandonare, abbi pietà di me. Vi è cosa più
facile di questa, che dire: Signore, aiutami, assistimi? Sulle parole del
Salmista: Meco avrò l'orazione a Dio, che è mia vita (Sal 41,8), dice la Glossa:
Taluno dirà: non posso digiunare. fare elemosina. Ove gli si dica, prega; non
può similmente rispondere; perché non v'è cosa più facile che il pregare. Ma
bisogna che non lasciamo mai di pregare, bisogna che continuamente
facciamo, per così dire, forza a Dio, affinché ci soccorra, ma forza che gli è cara
e gradita. Questa violenza è grata a Dio (Apol. c. 29), scrisse Tertulliano. E S.
Girolamo disse, che le nostre preghiere, quanto sono più perseveranti ed
importune tanto più sono accette a Dio (Hom. in Matth.).



Beato quell'uomo, dice Dio, che mi ascolta, e vigila continuamente alle porte
della mia misericordia (Pro 7,34). Ed Isaia dice: Beati coloro che sino alla fine
aspettano pregando, la loro salute dal Signore (Is 30, 18). Perciò nel Vangelo
ci esorta Gesù Cristo a pregare, ma in qual modo? Chiedete, e vi sarà dato:
cercate, e troverete: picchiate, e vi sarà aperto (Lc 11,9). Bastava aver detto
chiedete: che serviva aggiungere quel cercate, e picchiate? Ma no, che non fu
superfluo l'aggiungerli; con ciò ha voluto il Redentore insinuarci, che noi
dobbiamo fare, come fanno i poveri che vanno mendicando: questi se non
ricevono l'elemosina che chiedono e sono licenziati, non lasciano di
domandarla, e di tornarla a chiedere, e se più non comparisse il padrone della
casa, si mettono a bussare le porte, sino a rendersi molto importuni e molesti.
Ciò vuole Dio che facciamo ancor noi: che preghiamo, e torniamo a pregare, e
non lasciamo mai di pregare che ci assista, che ci soccorra, che ci dia luce, ci
dia forza, e non permetta che mai abbiamo a perdere la sua grazia.

Dice il dotto Lessio che non può esser scusato da colpa grave chi non prega
stando in peccato, o in pericolo di morte; o pure chi per notabile tempo
trascura di pregare, cioè (come dice) per uno o due mesi. Ma ciò s'intende fuori
del tempo di tentazioni; poiché chi si ritrova combattuto da qualche grave
tentazione egli senza dubbio pecca, gravemente, se non ricorre per resistere a
quella, vedendo che altrimenti si mette a prossimo, anzi certo pericolo di
cadere.

Motivi per cui Dio differisce di concederci la perseveranza finale
Ma dirà taluno: giacché il Signore può e vuole darmi la santa perseveranza,
perché non me la concede tutta in una volta, quando gliela domando? Sono
molte le ragioni che ne assegnano i santi Padri. Iddio non la concede in una
volta, e la differisce: primieramente per meglio provare la nostra confidenza;
inoltre, dice S. Agostino, acciocché maggiormente noi la sospiriamo. Scrive il
Santo che i doni grandi richiedono gran desiderio giacché i beni presto ricevuti
non si tengono poi in quel pregio, che si tengono quelli che per lungo tempo
sono stati desiderati (Serm. 61). Inoltre lo fa, acciocché noi non ci scordiamo di
Lui: se noi stessimo sicuri già della perseveranza e della nostra salute, e non
avessimo continuo bisogno dell'aiuto di Dio, per conservarci nella sua grazia e
salvarci, facilmente ci scorderemmo di Dio. Il bisogno fa che i poveri
frequentino le case dei ricchi. Onde il Signore per tirarci a sé, come dice S.
Giovanni Crisostomo, per vederci spesso ai piedi suoi, affinché possa così
maggiormente beneficarci, a questo fine si trattiene di darci la grazia compita
della salute sino al tempo della nostra morte (Hom. XXX in Gen.). Inoltre lo fa,
secondo lo stesso Crisostomo, affinché noi col proseguire nella preghiera ci
stringiamo maggiormente a Lui con dolci legami d'amore (In Ps. 4). Quel
continuo nostro ricorrere a Dio con le preghiere, e quell'aspettare con
confidenza da Lui le grazie che desideriamo, oh, che grande incentivo e vincolo
d'amore egli è, per infiammarci e legarci più strettamente con Dio!
Ma sino a quando si ha da pregare? Sempre, risponde il medesimo Santo, sino
che riceviamo la sentenza favorevole della salute eterna, vale a dire sino alla
morte: “Non cessare (di pregare), finché non ottieni” (Hom. XXIV in Matth.). E
soggiunge che colui il quale dice: Io non lascerò di pregare fintanto che non mi
salvo, quegli certamente si salverà. Se dirai: se non otterrò, non cesserò (dal



pregare), certamente otterrai. Scrive l'Apostolo, che molti corrono al pallio, ma
quell'uomo solamente lo riceve, che giunge a prenderlo: Non sapete voi che
quelli che corrono nello stadio, corrono veramente tutti, ma uno solo riporta la
palma? Correte in guisa da far vostro il premio (1 Cr 9,24). Non basta dunque
il pregare per salvarci, bisogna che preghiamo sempre, finché arriviamo a
ricevere la corona che Dio promette, ma promette solamente a coloro che sono
costanti a pregarlo sino alla fine.

Conclusione: che non dobbiamo mai cessare di pregare

Sicché se vogliamo salvarci, dobbiamo fare come faceva Davide, che teneva
sempre gli occhi rivolti al Signore, per implorare il suo soccorso, e non restare
vinto dai suoi nemici: Gli occhi miei sono sempre rivolti al Signore: perché egli
trarrà dai lacci i miei piedi (Sal 24,15). Siccome il demonio, non lascia di
tenderci continue insidie per divorarci, secondo quel che scrive san Pietro (1 Pt
5,8), così dobbiamo noi continuamente star con le armi alla mano, per
difenderci da un tal nemico, e dire col Profeta regale: Io non lascerò mai di
combattere, sino a tanto che non vedrò sconfitti i miei avversari (Sal 17,37).

Ma come potremo noi ottenere questa vittoria, così per noi importante e così
difficile? Solo con le preghiere, ci risponde sant'Agostino, ma preghiere
perseverantissime. E sino a quando? Sino che durerà il combattimento.
Siccome di continuo dobbiamo combattere, così, dice S. Bonaventura, di
continuo dobbiamo chiedere a Dio l'aiuto per non essere vinti (De uno conf.
Serm. 5). Guai, dice il Savio, a chi in questa battaglia lascia di pregare! (Ecli
2,16). Noi ci salveremo, ci avvisa l'Apostolo, ma con questa condizione: se
saremo costanti a pregare sempre con confidenza sino alla morte (Eb 3,6).
Diciamo dunque con lo stesso Apostolo, animati dalla misericordia di Dio, e
dalle sue promesse: chi avrà da dividerci dall'amore di Gesù Cristo? Forse la
tribolazione, il pericolo di perdere i beni di questa terra? le persecuzioni dei
demoni o degli uomini? i tormenti dei tiranni? (Rm 8,35). No, egli diceva, niuna
tribolazione, niuna angustia, pericolo, persecuzione o tormento potrà mai
separarci dall'amore di Cristo: perché vinceremo tutto col divino aiuto, e
combattendo per amore di quel Signore che ha data la vita per noi (Rm 8,37).

Il P. Ippolito Denazzo in quel giorno in cui risolse di lasciar la prelatura di
Roma, e di darsi tutto a Dio, con l'entrare nella Compagnia di Gesù, temendo
della sua infedeltà per causa della debolezza, diceva a Dio: “Signore, or che mi
sono dato tutto a voi, per pietà non mi abbandonate”. Ma sentì dirsi da Dio nel
suo cuore: “Tu non mi abbandonare”. Più presto, gli diceva Iddio, io dico a te
che non mi lasci. E così finalmente il servo di Dio, confidato nella divina bontà e
nel suo aiuto, concluse dicendo: Dunque, mio Dio, voi non lascerete me, ed io
non lascerò voi.
Se vogliamo in conclusione che Dio non ci lasci, non dobbiamo lasciar noi di
pregarlo sempre a non abbandonarci. Facendo così certamente egli sempre ci
assisterà, e non permetterà mai che lo perdiamo, e ci separiamo dal suo
amore. Ed a questo fine non solamente procuriamo di chiedere sempre la
perseveranza finale, e le grazie necessarie per ottenerla, ma cerchiamo nello
stesso tempo la grazia di seguire a pregare. Questo fu appunto quel gran dono
che egli promise ai suoi eletti per bocca del Profeta: E spanderò sopra la casa
di Davide, sopra Gerusalemme lo spirito di grazia e di orazione (Zc 12,10). Oh



che grazia grande è lo spirito delle preci, cioè la grazia che Dio concede ad
un'anima di sempre pregare! Non lasciamo adunque di chiedere sempre a Dio
questa grazia, e questo spirito di preghiera, perché se pregheremo sempre,
otterremo certamente dal Signore la perseveranza, ed ogni altro dono che
desideriamo, poiché non può mancare la sua promessa di esaudire chi lo
prega. Con questa speranza di sempre pregare, possiamo tenerci per salvi (Rm
8,24). “Questa speranza, diceva il Venerabile Beda, ci darà l'entrata sicura
nella Città del Paradiso” (In Solemn. omn. Ss. Hom. 2).

AMDG et BVM


Modo di sentire la Messa

Per sentire con devozione la Messa bisogna intendere che il Sacrificio dell'altare
è lo stesso che si fece un giorno sul Calvario, con questa differenza che ivi si
sparse realmente il Sangue di Gesù Cristo, e qui si sparge solo misticamente.
Se voi vi foste trovato allora sul Calvario, con qual devozione e tenerezza
avreste assistito a quel grande Sacrificio! Ravvivate dunque la fede e pensate
che la stessa azione di allora si fa sull'altare, e che tal sacrificio non solo si
offre dal sacerdote, ma da tutti gli assistenti: sicché in certo modo tutti fanno
l'ufficio di sacerdoti nel dirsi la Messa, nella quale si applicano a noi in
particolare i meriti della Passione del Salvatore.
Inoltre bisogna sapere che per quattro fini è stato istituito il Sacrificio della
Messa:
1. per onorare Dio;
2. per soddisfare ai nostri peccati;
3. per ringraziarlo dei benefici;
4. per ottenere le grazie.
E' bene dunque dividere la Messa in quattro parti.
l. Dal principio sino alla fine del Vangelo.
Offrite quel Sacrificio a Dio per onorarlo, dicendo così:

io Dio, adoro la vostra maestà infinita; vorrei onorarvi come voi meritate; ma
quale onore posso darvi io, misero peccatore? vi offro l'onore che vi rende
Gesù su questo altare.
2. Dal Vangelo sino all'Elevazione.
Offrite il Sacrificio in soddisfazione dei vostri peccati, dicendo: Signore, io
detesto e mi pento sopra ogni male di tutti i disgusti che vi ho dati. In
soddisfazione di essi offro il vostro Figlio che di nuovo si sacrifica per noi su
quest'altare; e per i meriti suoi vi prego a perdonarmi e a darmi la santa
perseveranza.
3. Dall'Elevazione sino alla Comunione.
Offrite Gesù all'Eterno Padre in ringraziamento di tutte le grazie che v'ha fatte,
dicendo:
Signore, io non ho come ringraziarvi; vi offro il Sangue di Gesù Cristo in questa
Messa e in tutte le Messe che attualmente si celebrano sulla terra.
4. Dalla Comunione sino alla fine.
Domanderete con confidenza le grazie che vi bisognano, e specialmente il
dolore dei peccati, la perseveranza e l'amor divino; e raccomanderete a Dio
specialmente i vostri parenti, i peccatori e le anime del purgatorio.
Io già non riprovo che nella Messa diciate anche le vostre orazioni vocali; ma
nello stesso tempo vorrei che non lasciate di rendere a Dio i mentovati quattro
debiti, di onore, di soddisfazione, di ringraziamento e di preghiera. E vi prego
di sentir quante Messe potete. Ogni Messa, intesa nel modo che vi ho
presentato, vi frutterà un tesoro di meriti.

Apparecchio alla Confessione
Prima di confessarsi il penitente domandi lume a Dio, acciocché gli
faccia conoscere i peccati commessi, e gli dia grazia di averne un vero
dolore e proposito di emendarsi. E in modo particolare si raccomandi a
Maria Addolorata, affinché gli impetri tal dolore. Indi farà i seguenti
atti:
Atto prima della Confessione
O Dio d'infinita maestà, ecco ai piedi vostri il traditore che vi ha tornato ad
offendere, ma ora umiliato vi cerca il perdono. Signore, non mi discacciate. Voi
non disprezzerete un cuore che s'umilia. Vi ringrazio che mi avete aspettato
sino a questo punto e non mi avete fatto morire in peccato, mandandomi
all'inferno come io meritavo. Spero, Dio mio, mentre mi avete aspettato, che
per i meriti di Gesù Cristo mi perdoniate in questa confessione tutte le offese
che vi ho fatte, delle quali, perché mi ho meritato l'inferno e perduto il
Paradiso, me ne pento e mi addoloro. Ma sopra tutto, non tanto per l'inferno
meritato, quanto perché ho offeso voi, bontà infinita, me ne dispiace con tutta



l'anima mia. Io vi amo, o Sommo bene; e perché vi amo, mi dolgo di tutte le
ingiurie che vi ho fatte. Io vi ho voltate le spalle, vi ho perduto il rispetto,
disprezzata la vostra grazia, la vostra amicizia; insomma, Signore,
volontariamente, vi ho perduto. Perdonatemi, per amor di Gesù Cristo, tutti i
peccati miei mentre io me ne pento con tutto il cuore, li odio, li detesto e li
abbomino sopra ogni male. E mi pento non solo dei peccati mortali, ma anche
de' veniali, perché ancora questi sono stati di vostro disgusto. Propongo per
l'avvenire con la grazia vostra, di non offendervi più volontariamente. Sì, mio
Dio, prima morire, che mai più peccare!
Se si è confessato di qualche peccato in cui è recidivo è bene che faccia
proposito particolare di non cadervi più, con promettere di fuggire
l'occasione e di pigliare i mezzi dati dal confessore, o che egli da se
stesso giudica più efficaci per emendarsi.
Atto dopo la Confessione
Caro mio Gesù, quanto sono obbligato! Per i meriti del vostro sangue spero
oggi di essere già perdonato: Ve ne ringrazio sommamente. Spero di venire in
cielo a lodare per sempre le vostre misericordie. Dio mio, se finora tante volte
vi ho perduto, io non vi voglio perdere più. Dio, oggi avanti voglio cambiare
vita veramente. Voi meritate tutto il mio amore; io vi voglio amare davvero;
non voglio vedermi più separato da voi. Io già vi ho promesso, ora vi torno a
promettere di voler prima morire che offendervi. Vi prometto ancora di
fuggirne l'occasione e di prendere il tal mezzo (determinate quale) per non più
cadere. Ma, Gesù mio, voi sapete la mia debolezza; datemi la grazia d'esservi
fedele sino alla morte e di ricorrere a voi quando sarò tentato.
Maria SS., aiutatemi; voi siete la Madre della perseveranza, in voi stanno le
speranze mie.

Apparecchio alla santa Comunione
Non vi è mezzo più efficace per liberarsi dai peccati, per avanzarsi nel
divino amore che la S. Comunione. Ma perché dunque alcune anime
con tante Comunioni si trovano sempre con la stessa tiepidezza, con gli
stessi difetti? Ciò avviene per la poca disposizione e poco apparecchio
che vi portano. Due cose per questo apparecchio sono necessarie. La
prima è togliere dal cuore quegli affetti che sono di impedimento
all'amor divino. La seconda è avere un gran desiderio di amare Iddio. E
questa, dice S. Francesco di Sales, ha da essere la principale intenzione
nel comunicarsi, di crescere cioè nel divino amore. Solo per amore,
dice il Santo, deve riceversi un Dio che per solo amore a noi si dona.
Perciò si facciano i seguenti atti.
Atti prima della Comunione
Amato mio Gesù, vero figlio di Dio, che per me un giorno moriste in croce in un
mare di dolori e di disprezzi, io fermamente credo che state nel SS.
Sacramento e per questa fede sono pronto a dar la vita.

Caro mio Redentore, io spero nella vostra bontà e nei meriti del vostro sangue,
che venendo a me questa mattina mi accendiate tutto del vostro santo amore e
mi doniate tutte quelle grazie che mi bisognano per essere ubbidiente e fedele
sino alla morte.
Ah! mio Dio, vero e unico amante dell'anima mia; che più potevate voi fare per
obbligarmi ad amarvi? Non vi è bastato, amor mio, di morire per me; avete
voluto di più istituire il SS. Sacramento e farvi cibo mio per donarvi tutto a me,
e così stringervi ed unirvi tutto con una creatura così ingrata come sono io. E
voi stesso mi invitate a ricevervi e tanto desiderate che io vi riceva.
O amore immenso! - un Dio darsi tutto a me! - O Dio mio, o amabile infinito,
degno d'amore infinito, io vi amo sopra ogni cosa, vi amo con tutto il cuore, vi
amo più di me stesso, più della vita mia; vi amo perché ve lo meritate, e vi
amo ancora per compiacervi, giacché tanto desiderate l'amor mio. Uscite
dall'anima mia, affetti terreni; solo a voi, Gesù mio, mio tesoro, mio tutto, vi
voglio dare tutto il mio amore. Voi in questa mattina vi date tutto a me; io mi
do a voi. Accettatemi ad amarvi, mentre io non voglio altro che voi. Vi amo, o
mio Redentore, ed unisco il mio misero amore all'amore che vi portano gli
Angeli ed i Santi e che vi porta Maria vostra Madre e il vostro Eterno Padre. O
potessi io farvi amare quanto voi meritate! Ecco, o Gesù mio, che già mi
accosto a cibarmi delle vostre sacrosante carni. Ah Dio mio, e chi sono io? e chi
siete voi? Voi siete un Signore d'infinita bontà ed io sono un verme schifoso,
lordo di tanti peccati, che tante volte vi ho discacciato dall'anima mia. Signore,
io non sono degno neppure di stare alla vostra presenza. Ma voi per vostra
bontà mi chiamate a ricevervi; ecco già vengo, umiliato e confuso per tanti
disgusti che vi ho dati, ma tutto confidato nella vostra pietà e nell'amore che
mi portate. Quanto mi dispiace, o amabile mio Redentore, d'avervi tanto
oltraggiato per il passato! Voi siete giunto a dar la vita per me, ed io tante
volte ho disprezzato la vostra grazia e il vostro amore e vi ho cambiato per
niente. Mi pento e mi dispiace con tutto il cuore più d'ogni male, ogni offesa
che vi ho fatto, grave o leggera, perché è stata offesa di voi, bontà infinita. Io
spero che mi avete già perdonato; ma se non mi avete perdonato ancora,
perdonatemi, Gesù mio, prima che vi riceva. Deh, ricevetemi presto nella
vostra grazia, giacché volete venire tra breve ad alloggiare dentro di me.
Venite dunque, Gesù mio, venite nell'anima mia che vi desidera, unico ed
infinito mio bene, mia vita, mio amore, mio tutto; io vorrei ricevervi questa
mattina con quell'amore con cui vi hanno ricevuto le anime più innamorate di
voi, e con quel fervore con cui vi riceveva la vostra SS. Madre.
O Vergine beata e madre mia Maria, datemi voi il vostro Figlio, dalle vostre
mani intendo di riceverlo. Ditegli che io sono il vostro servo, che così egli con
più amore mi stringerà al suo cuore ora che viene a me.

Atti dopo la santa Comunione
Il tempo dopo la Comunione è tempo prezioso da guadagnare tesori di
grazie, poiché gli atti e le preghiere allora, stando l'anima unita con
Gesù Cristo, hanno altro merito e valore che fatti in altro tempo. Scrive
S. Teresa che il Signore sta allora nell'anima come in trono di
misericordia e le dice: Figlia, cercami quel che vuoi: a questo fine io
sono venuto in te per farti bene. Oh, quali favori speciali ricevono



quelli che si trattengono a parlare con Gesù Cristo, dopo la Comunione!
Il P. Giovanni d'Avila dopo la Comunione non lasciava mai di
trattenersi due ore in orazione. E S. Luigi Gonzaga se ne stava tre
giorni a ringraziare Gesù Cristo. Faccia dunque la persona i seguenti
atti e procuri in tutto il resto del giorno di seguire con affetti e
preghiere di mantenersi unita con Gesù che la mattina ha ricevuto.
Ecco, Gesù mio, già siete venuto! Ora state dentro di me e già siete fatto tutto
mio. Siate il benvenuto, amato mio Redentore! lo vi adoro e mi butto ai piedi
vostri, ed ancora vi abbraccio, vi stringo al mio cuore e vi ringrazio d'esservi
degnato di entrare nel petto mio. O Maria, o Santi avvocati, o Angelo mio
custode ringraziatelo voi per me. Giacché dunque, o divino mio Re, siete
venuto a visitarmi con tanto amore, io vi dono la mia volontà, la mia libertà e
tutto me stesso. Voi tutto a me vi siete donato; io tutto a voi mi dono. Io non
voglio più esser mio; da oggi innanzi voglio esser vostro e tutto vostro. Tutta
vostra voglio che sia l'anima mia, il corpo mio, le mie potenze, i sensi miei,
acciocché tutti s'impieghino in servirvi e darvi gusto. A voi consacro tutti i miei
pensieri, i miei desideri, gli affetti miei, tutta la mia vita. Basta Gesù mio,
quanto vi ho offeso; la vita che mi resta, io voglio spenderla tutta in amare voi
che mi avete tanto amato.
Accettate, o Dio dell'anima, il sacrificio che vi fa questo misero peccatore che
altro non desidera che amarvi e compiacervi. Fate voi in me e disponete di me
e di tutte le cose mie come vi piace. Distrugga in me il vostro amore tutti gli
affetti che a voi non piacciono, acciocché io sia tutto vostro, e viva solo per
darvi gusto.
Io non vi cerco beni di terra, non piaceri, non onori; datemi, vi prego, per i
meriti della vostra Passione, o Gesù mio, un continuo dolore dei miei peccati;
datemi la vostra luce, che mi faccia conoscere la vanità de' beni mondani e il
merito che voi avete d'essere amato. Distaccatemi dagli attacchi alla terra e
legatemi tutto al vostro santo amore, affinché la mia volontà altro non voglia
se non quello che volete voi. Datemi pazienza e rassegnazione nelle infermità,
nella povertà e in tutte le cose contrarie al mio amor proprio. Datemi
mansuetudine verso chi mi disprezza. Datemi una santa morte. Datemi il
vostro santo amore. E sopra tutto vi prego di donarmi la perseveranza nella
grazia vostra fino alla morte. O Eterno Padre, Gesù vostro figlio mi ha
promesso che voi mi darete tutto ciò che vi domando in suo nome. In nome
dunque e per i meriti di questo Figlio vi domando il vostro amore e la santa
perseveranza, acciocchè un giorno venga ad amarvi con tutte le vostre
misericordie, sicuro di non avere più a separarmi da voi.
O Maria Santissima, Madre e speranza mia, impetratemi voi quelle grazie che
desidero; ed ottenetemi voi stessa che io vi ami assai, Regina mia, e sempre
mi raccomandi a voi in tutti i miei bisogni.






AVE MARIA PURISSIMA!

















































































Nessun commento:

Posta un commento