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sabato 30 gennaio 2016

Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti ed umili di cuore (Mt 11, 29). ...Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.




Imitare Gesù e lasciarsi guidare dall'amore


Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. 

Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere.

Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! E' certo più facile irritarsi che pazientare, minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza ed alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. 


La carità che vi raccomando è quella che adoperava san Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo.

Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione.

Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne ad ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l`aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. 
Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi lo scandalo, ed in molti la santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti ed umili di cuore (Mt 11, 29).

Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell'animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l'avvenire, ed allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.


In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall'altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.


Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.


Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell'educazione della gioventù.


Responsorio
   Cfr. Mc 10, 13-14; Mt 18, 5
R. Presentavano a Gesù dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù disse: Lasciate che vengano a me, non glielo impedite: * a chi è come loro appartiene il regno di Dio.
V. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me:
R. a chi è come loro appartiene il regno di Dio.

Orazione

O Dio, che in san Giovanni Bosco hai dato alla tua Chiesa un padre e un maestro dei giovani, suscita anche in noi la stessa fiamma di carità a servizio della tua gloria per la salvezza dei fratelli. Per il nostro Signore.


Dalle «Lettere» di san Giovanni Bosco
(Epistolario, Torino, 1959, 4, 202. 294-205. 209)



mercoledì 27 gennaio 2016

Sant’Angela Merici, vergine


Dal «Testamento spirituale» di 
sant’Angela Merici, vergine

Trattiamo con soavità come Dio

Mie carissime madri e sorelle in Gesù Cristo, sforzatevi coll’aiuto della grazia, di acquistare e conservare in voi tale intenzione e sentimento buono, da essere mosse alla cura e al governo della Compagnia solo per amore di Dio e per lo zelo della salute delle anime. 

Se tutte le vostre opere saranno così radicate in questa duplice carità, non potranno portare se non buoni e salutiferi frutti. Perciò dice il Salvator nostro: «Un albero buono non può produrre frutti cattivi» (Mt 7, 18) come volesse dire che il cuore, quando è informato alla carità, non può produrre se non buone e sante opere. 

Onde ancora diceva sant’Agostino: Ama e fa’ quel che vuoi, come se dicesse chiaramente: La carità non può peccare.

Vi supplico ancora di voler ricordare e tenere scolpite nella mente e nel cuore tutte le vostre figliuole a una ad una; e non solo i loro nomi, ma ancora la condizione e indole e stato ed ogni cosa loro. Il che non vi sarà cosa difficile, se le abbraccerete con viva carità. 

Anche le madri secondo la carne, se avessero mille figliuoli, tutti se li terrebbero nell’animo totalmente fissi ad uno ad uno, perché così opera il vero amore. Anzi pare che, quanti più ne hanno, tanto più cresca l’amore e la cura particolare per ciascuno. 
Maggiormente le madri secondo lo spirito possono e devono far questo, perché l’amore secondo lo spirito è, senza confronto, molto più potente dell’amore secondo la carne. 

Dunque, mie carissime madri, se amerete queste nostre figliuole con viva e sviscerata carità, sarà impossibile che non le abbiate tutte particolarmente impresse nella memoria e nel cuore.

Impegnatevi a tirarle su con amore e con mano soave e dolce, e non imperiosamente né con asprezza; ma in tutto vogliate esser piacevoli. Ascoltate Gesù Cristo che raccomanda: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29); e di Dio si legge che «governa con bontà eccellente ogni cosa» (Sap 8, 1). E ancora Gesù Cristo dice: «Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11, 30).

Ecco perché dovete sforzarvi di usare ogni piacevolezza possibile. Soprattutto guardatevi dal voler ottenere alcuna cosa per forza: poiché Dio ha dato ad ognuno il libero arbitrio e non vuole costringere nessuno, ma solamente propone, invita e consiglia. Non dico però che alle volte non si debba usare qualche riprensione ed asprezza a tempo e luogo secondo l’importanza, la condizione e il bisogno delle persone, ma solamente dobbiamo essere mosse a questo dalla carità e dallo zelo delle anime.


ORAZIONE       
"O Dio, Padre misericordioso,
che in sant’Angela Merici hai dato alla tua Chiesa
un modello di carità sapiente e coraggiosa,
fa’ che in grazia del suo esempio
e della sua intercessione
possiamo comprendere e testimoniare
la parola rinnovatrice del vangelo.
Per Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore e nostro Dio,
che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito santo,
per tutti i secoli dei secoli".
Amen.
AMDG et BVM

sabato 30 maggio 2015

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI Solennità della Santissima Trinità



OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Parco di Bresso 
Domenica, 3 giugno 2012 
Solennità della Santissima Trinità

Venerati Fratelli,
Illustri Autorità,
Cari fratelli e sorelle!


E’ un grande momento di gioia e di comunione quello che viviamo questa mattina, celebrando il Sacrificio eucaristico. Una grande assemblea, riunita con il Successore di Pietro, formata da fedeli provenienti da molte nazioni. Essa offre un’immagine espressiva della Chiesa, una e universale, fondata da Cristo e frutto di quella missione, che, come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Gesù ha affidato ai suoi Apostoli: andare e fare discepoli tutti i popoli, «battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,18-19). Saluto con affetto e riconoscenza il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, e il Cardinale Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, principali artefici di questo VII Incontro Mondiale delle Famiglie, come pure i loro Collaboratori, i Vescovi Ausiliari di Milano e tutti gli altri Presuli. Sono lieto di salutare tutte le Autorità presenti. E il mio abbraccio caloroso va oggi soprattutto a voi, care famiglie! Grazie della vostra partecipazione!

Nella seconda Lettura, l’apostolo Paolo ci ha ricordato che nel Battesimo abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, il quale ci unisce a Cristo come fratelli e ci relaziona al Padre come figli, così che possiamo gridare: «Abbà! Padre!» (cfr Rm 8,15.17). In quel momento ci è stato donato un germe di vita nuova, divina, da far crescere fino al compimento definitivo nella gloria celeste; siamo diventati membri della Chiesa, la famiglia di Dio, «sacrarium Trinitatis» – la definisce sant’Ambrogio –, «popolo che – come insegna il Concilio Vaticano II – deriva la sua unità dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Cost. Lumen gentium, 4). La solennità liturgica della Santissima Trinità, che oggi celebriamo, ci invita a contemplare questo mistero, ma ci spinge anche all’impegno di vivere la comunione con Dio e tra noi sul modello di quella trinitaria. Siamo chiamati ad accogliere e trasmettere concordi le verità della fede; a vivere l’amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze, imparando a chiedere e concedere il perdono, valorizzando i diversi carismi sotto la guida dei Pastori. In una parola, ci è affidato il compito di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di riflettere la bellezza della Trinità e di evangelizzare non solo con la parola, ma direi per «irradiazione», con la forza dell’amore vissuto.

Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi» (Gen 1,27-28). Dio ha creato l’essere umano maschio e femmina, con pari dignità, ma anche con proprie e complementari caratteristiche, perché i due fossero dono l’uno per l’altro, si valorizzassero reciprocamente e realizzassero una comunità di amore e di vita. L’amore è ciò che fa della persona umana l’autentica immagine della Trinità, immagine di Dio. Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera. E il vostro amore è fecondo innanzitutto per voi stessi, perché desiderate e realizzate il bene l’uno dell’altro, sperimentando la gioia del ricevere e del dare. E’ fecondo poi nella procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente. 

E’ fecondo infine per la società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione. Cari sposi, abbiate cura dei vostri figli e, in un mondo dominato dalla tecnica, trasmettete loro, con serenità e fiducia, le ragioni del vivere, la forza della fede, prospettando loro mete alte e sostenendoli nella fragilità. Ma anche voi figli, sappiate mantenere sempre un rapporto di profondo affetto e di premurosa cura verso i vostri genitori, e anche le relazioni tra fratelli e sorelle siano opportunità per crescere nell’amore.



Il progetto di Dio sulla coppia umana trova la sua pienezza in Gesù Cristo, che ha elevato il matrimonio a Sacramento. Cari sposi, con uno speciale dono dello Spirito Santo, Cristo vi fa partecipare al suo amore sponsale, rendendovi segno del suo amore per la Chiesa: un amore fedele e totale. Se sapete accogliere questo dono, rinnovando ogni giorno, con fede, il vostro «sì», con la forza che viene dalla grazia del Sacramento, anche la vostra famiglia vivrà dell’amore di Dio, sul modello della Santa Famiglia di Nazaret. Care famiglie, chiedete spesso, nella preghiera, l’aiuto della Vergine Maria e di san Giuseppe, perché vi insegnino ad accogliere l’amore di Dio come essi lo hanno accolto. La vostra vocazione non è facile da vivere, specialmente oggi, ma quella dell’amore è una realtà meravigliosa, è l’unica forza che può veramente trasformare il cosmo, il mondo. 

Davanti a voi avete la testimonianza di tante famiglie, che indicano le vie per crescere nell’amore: mantenere un costante rapporto con Dio e partecipare alla vita ecclesiale, coltivare il dialogo, rispettare il punto di vista dell’altro, essere pronti al servizio, essere pazienti con i difetti altrui, saper perdonare e chiedere perdono, superare con intelligenza e umiltà gli eventuali conflitti, concordare gli orientamenti educativi, essere aperti alle altre famiglie, attenti ai poveri, responsabili nella società civile. Sono tutti elementi che costruiscono la famiglia. Viveteli con coraggio, certi che, nella misura in cui, con il sostegno della grazia divina, vivrete l’amore reciproco e verso tutti, diventerete un Vangelo vivo, una vera Chiesa domestica (cfr Esort. ap. Familiaris consortio, 49). Una parola vorrei dedicarla anche ai fedeli che, pur condividendo gli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia, sono segnati da esperienze dolorose di fallimento e di separazione. Sappiate che il Papa e la Chiesa vi sostengono nella vostra fatica. Vi incoraggio a rimanere uniti alle vostre comunità, mentre auspico che le diocesi realizzino adeguate iniziative di accoglienza e vicinanza.

Nel libro della Genesi, Dio affida alla coppia umana la sua creazione, perché la custodisca, la coltivi, la indirizzi secondo il suo progetto (cfr 1,27-28; 2,15). In questa indicazione della Sacra Scrittura, possiamo leggere il compito dell’uomo e della donna di collaborare con Dio per trasformare il mondo, attraverso il lavoro, la scienza e la tecnica. L’uomo e la donna sono immagine di Dio anche in questa opera preziosa, che devono compiere con lo stesso amore del Creatore. Noi vediamo che, nelle moderne teorie economiche, prevale spesso una concezione utilitaristica del lavoro, della produzione e del mercato. Il progetto di Dio e la stessa esperienza mostrano, però, che non è la logica unilaterale dell’utile proprio e del massimo profitto quella che può concorrere ad uno sviluppo armonico, al bene della famiglia e ad edificare una società giusta, perché porta con sé concorrenza esasperata, forti disuguaglianze, degrado dell’ambiente, corsa ai consumi, disagio nelle famiglie. Anzi, la mentalità utilitaristica tende ad estendersi anche alle relazioni interpersonali e familiari, riducendole a convergenze precarie di interessi individuali e minando la solidità del tessuto sociale.

Un ultimo elemento. L’uomo, in quanto immagine di Dio, è chiamato anche al riposo e alla festa. Il racconto della creazione si conclude con queste parole: «Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. 
Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (Gen 2,2-3). Per noi cristiani, il giorno di festa è la Domenica, giorno del Signore, Pasqua settimanale. E’ il giorno della Chiesa, assemblea convocata dal Signore attorno alla mensa della Parola e del Sacrificio Eucaristico, come stiamo facendo noi oggi, per nutrirci di Lui, entrare nel suo amore e vivere del suo amore. E’ il giorno dell’uomo e dei suoi valori: convivialità, amicizia, solidarietà, cultura, contatto con la natura, gioco, sport. E’ il giorno della famiglia, nel quale vivere assieme il senso della festa, dell’incontro, della condivisione, anche nella partecipazione alla Santa Messa. Care famiglie, pur nei ritmi serrati della nostra epoca, non perdete il senso del giorno del Signore! E’ come l’oasi in cui fermarsi per assaporare la gioia dell’incontro e dissetare la nostra sete di Dio.


Famiglia, lavoro, festa: tre doni di Dio, tre dimensioni della nostra esistenza che devono trovare un armonico equilibrio. Armonizzare i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione e la paternità e la maternità, il lavoro e la festa, è importante per costruire società dal volto umano. In questo privilegiate sempre la logica dell’essere rispetto a quella dell’avere: la prima costruisce, la seconda finisce per distruggere. Occorre educarsi a credere, prima di tutto in famiglia, nell’amore autentico, quello che viene da Dio e ci unisce a Lui e proprio per questo «ci trasforma in un Noi, che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15,28)» (Enc. Deus caritas est, 18). Amen.


CELEBRAZIONE EUCARISTICA

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana
   

venerdì 13 marzo 2015

13. Intelligentemente commossi diventiamo autentici missionari, educatori alla preghiera secondo il cuore della Chiesa


Il rito autentico, l'educazione, la conversione.


  Non c'è nessun fatto puramente esterno a noi che possa garantire il rinnovamento della Chiesa o la rinascita della vita cristiana.

  Quando parliamo della crisi della fede nei tempi moderni, quando desideriamo il rifiorire della vita cristiana del nostro popolo, dobbiamo avere ben presente che non è possibile affidarci a nessun automatismo garantito da qualcosa che accade solo fuori di noi: la rinascita partirà sempre dal nostro nascere di nuovo alla grazia di Dio. Sì, è dalla conversione personale che dobbiamo sperare il rifiorire della Chiesa tra noi.

  È proprio partendo da un errore di prospettiva che si è pensato di diffondere il cristianesimo a suon di riforme. È stato, crediamo, l'errore degli anni conciliari. Cerchiamo di spiegarci.

  C'era bisogno di un rinnovamento della vita cristiana negli anni ’50 e ’60? Certamente sì. C'era bisogno di una maggiore verità nella vita sacerdotale, nei conventi, nelle associazioni laicali, nelle scuole cattoliche, nelle famiglie? Non facciamo fatica ad ammetterlo: un certo formalismo stava mettendo in pericolo la vita di fede... c'era bisogno di una freschezza data dall'autenticità.

  Ma il grave errore è stato quello di illudersi di trovare l'autenticità e la freschezza della vita cristiana in tutta una serie di riforme, che hanno radicalmente cambiato, se non stravolto, il volto della Chiesa. E non ne è venuto fuori un rinnovamento, una primavera, ma un lungo autunno che ha portato fino all'inverno della fede, inverno che ha ucciso la vita di grazia nei nostri paesi, nelle nostre terre di antica cristianità.

  Ci si è messi a cambiare tutto, a modernizzare la messa e con essa tutti gli altri aspetti della vita cattolica, pensando di fermare così la fuga dalle chiese, con il risultato, ed è sotto gli occhi di tutti, che le chiese hanno terminato di svuotarsi; chi è poi rimasto a frequentarle, non è certamente più autenticamente cattolico degli uomini di un tempo.

  Ne è esempio lampante proprio la riforma della Messa: l'hanno cambiata per renderla meno difficile alla gente, per renderla meno pesante. Ne è nato un rinnovamento? No, ma un impoverimento, uno svuotamento ambiguo di contenuto: è come se lo “ scheletrito” nuovo rito della messa non educasse più, lasciando spazio a tutte le nostre piccole e grandi eresie.

  La strada da percorrere era un'altra, quella di un appassionato lavoro quotidiano per educare le anime a vivere della messa, comprendendone l'inestimabile valore e l'incommensurabile bellezza. Occorrevano preti intelligentemente appassionati, comunità ferventi, capaci di preghiera, studio e sacrificio; occorrevano anime commosse. Ci si è invece affidati alla via ingannevole di una riforma esterna che facilitasse i riti per i preti e per i fedeli... illudendosi che accomodando le cose esterne le anime si convertissero. E tutto è crollato in uno spaventoso impoverimento: per inseguire i fedeli senza fervore, si è banalizzata la messa riducendola quasi a un rito degno di una religione puramente naturale.

  E invece la Chiesa aveva bisogno della santità, e la santità nasce dalla conversione personale.

  Il rito non va cambiato, deve cambiare invece il nostro cuore. Il rito deve essere la roccia sicura su cui posare tutta la nostra vita. Per questo siamo tornati alla Tradizione, per questo custodiamo la “Messa di sempre”. Il rito deve custodire la retta fede, la vera preghiera cattolica, deve metterci nella posizione giusta difronte a Dio: solo così la grazia potrà operare la nostra conversione.

  Sono i santi, commossi per l'opera di Dio, che rinnovano la Chiesa e la vita cristiana, e non i giochi umani dei cambiamenti continui.

Chi vuole i cambiamenti continui è semplicemente un uomo annoiato; e con gli uomini annoiati in cerca di novità esteriori, fossero anche religiose, non si fa una Chiesa santa.

  Il vero movimento liturgico, quello di Gueranger e di San Pio X per intenderci, voleva favorire proprio un'autenticità di preghiera nei sacerdoti e nei fedeli. Voleva che le anime immergendosi nella santa liturgia, pregando veramente con la Chiesa, rinascessero ad una vita cristiana più autentica e intelligente. Invece nel movimento liturgico si operò il tradimento, consumato da chi pensava che facilitare equivalesse ad aiutare a pregare: così non fu, ed è sotto gli occhi di tutti il disastro... i cristiani sanno ormai raramente pregare.

  Nulla di esterno può sostituirsi alla nostra conversione, al sincero fervore personale, all'autentico amore per Cristo. Ma la nostra conversione, operata dalla grazia, scaturirà dalla preghiera della Chiesa che la Tradizione ci ha consegnato, che è la preghiera di Cristo stesso.

  Così è necessario anche per noi che:

  1. si torni alla corretta liturgia secondo la tradizione, perché il tesoro della rivelazione pregata non vada perduto;

  2. che sacerdoti e fedeli intelligentemente commossi diventino autentici missionari, educatori alla preghiera secondo il cuore della Chiesa. Se non ci fosse anche per noi questo secondo punto, cadremmo nello stesso tragico errore dei riformatori conciliari: credere che basti tornare a qualcosa di esteriore (fosse anche la messa antica) perché la vita rinasca.



  Che la Madonna ci aiuti ad essere fedeli al nostro compito.
"Radicati nella fede", Maggio 2014

venerdì 30 gennaio 2015

Dalle Lettere di san Giovanni Bosco



Imitare Gesù e lasciarsi guidare dall'amore

Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere.

Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! E' certo più facile irritarsi che pazientare, minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza ed alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava san Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo.

Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione.

Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne ad ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l`aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. 
Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi lo scandalo, ed in molti la santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti ed umili di cuore (Mt 11, 29).

Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell'animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l'avvenire, ed allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.

In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall'altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.

Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.

Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell'educazione della gioventù.


Dalle «Lettere» di san Giovanni Bosco
(Epistolario, Torino, 1959, 4, 202. 294-205. 209)


Orazione

O Dio, che in san Giovanni Bosco hai dato alla tua Chiesa un padre e un maestro dei giovani, suscita anche in noi la stessa fiamma di carità a servizio della tua gloria per la salvezza dei fratelli. Per il nostro Signore.



COR JUSTISSIMUM, 
ORA PRO NOBIS

sabato 10 gennaio 2015

La famiglia è Chiesa domestica e deve essere la prima scuola di preghiera. Nella famiglia i bambini, fin dalla più tenera età, possono imparare a percepire il senso di Dio, grazie all’insegnamento e all’esempio dei genitori: vivere in un'atmosfera segnata dalla presenza di Dio.



La preghiera e la Santa Famiglia

Cari fratelli e sorelle,

l’odierno incontro si svolge nel clima natalizio, pervaso di intima gioia per la nascita del Salvatore. Abbiamo appena celebrato questo mistero, la cui eco si espande nella liturgia di tutti questi giorni. 
È un mistero di luce che gli uomini di ogni epoca possono rivivere nella fede e nella preghiera. Proprio attraverso la preghiera noi diventiamo capaci di accostarci a Dio con intimità e profondità. Perciò, tenendo presente il tema della preghiera che sto sviluppando in questo periodo nelle catechesi, oggi vorrei invitarvi a riflettere su come la preghiera faccia parte della vita della Santa Famiglia di Nazaret. La casa di Nazaret, infatti, è una scuola di preghiera, dove si impara ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato profondo della manifestazione del Figlio di Dio, traendo esempio da Maria, Giuseppe e Gesù.

Rimane memorabile il discorso del Servo di Dio Paolo VI nella sua visita a Nazaret. Il Papa disse che alla scuola della Santa Famiglia noi «comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo». E aggiunse: «In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri» (Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964).

Possiamo ricavare alcuni spunti sulla preghiera, sul rapporto con Dio, della Santa Famiglia dai racconti evangelici dell’infanzia di Gesù. Possiamo partire dall’episodio della presentazione di Gesù al tempio. San Luca narra che Maria e Giuseppe, «quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme, per presentarlo al Signore» (2,22). Come ogni famiglia ebrea osservante della legge, i genitori di Gesù si recano al tempio per consacrare a Dio il primogenito e per offrire il sacrificio. Mossi dalla fedeltà alle prescrizioni, partono da Betlemme e si recano a Gerusalemme con Gesù che ha appena quaranta giorni; invece di un agnello di un anno presentano l’offerta delle famiglie semplici, cioè due colombi. Quello della Santa Famiglia è il pellegrinaggio della fede, dell’offerta dei doni, simbolo della preghiera, e dell’incontro con il Signore, che Maria e Giuseppe già vedono nel figlio Gesù.

La contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile. 
Il volto del Figlio le appartiene a titolo speciale, poiché è nel suo grembo che si è formato, prendendo da lei anche un’umana somiglianza. Alla contemplazione di Gesù nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria. Lo sguardo del suo cuore si concentra su di Lui già al momento dell’Annunciazione, quando Lo concepisce per opera dello Spirito Santo; nei mesi successivi ne avverte a poco a poco la presenza, fino al giorno della nascita, quando i suoi occhi possono fissare con tenerezza materna il volto del figlio, mentre lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia. I ricordi di Gesù, fissati nella sua mente e nel suo cuore, hanno segnato ogni istante dell’esistenza di Maria. Ella vive con gli occhi su Cristo e fa tesoro di ogni sua parola. San Luca dice: «Da parte sua [Maria] custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19), e così descrive l’atteggiamento di Maria davanti al Mistero dell’Incarnazione, atteggiamento che si prolungherà in tutta la sua esistenza: custodire le cose meditandole nel cuore. Luca è l’evangelista che ci fa conoscere il cuore di Maria, la sua fede (cfr 1,45), la sua speranza e obbedienza (cfr 1,38), soprattutto la sua interiorità e preghiera (cfr 1,46-56), la sua libera adesione a Cristo (cfr 1,55). E tutto questo procede dal dono dello Spirito Santo che scende su di lei (cfr 1,35), come scenderà sugli Apostoli secondo la promessa di Cristo (cfr At 1,8). Questa immagine di Maria che ci dona san Luca presenta la Madonna come modello di ogni credente che conserva e confronta le parole e le azioni di Gesù, un confronto che è sempre un progredire nella conoscenza di Gesù. Sulla scia del beato Papa Giovanni Paolo II (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae) possiamo dire che la preghiera del Rosario trae il suo modello proprio da Maria, poiché consiste nel contemplare i misteri di Cristo in unione spirituale con la Madre del Signore. La capacità di Maria di vivere dello sguardo di Dio è, per così dire, contagiosa. Il primo a farne l’esperienza è stato san Giuseppe. Il suo amore umile e sincero per la sua promessa sposa e la decisione di unire la sua vita a quella di Maria ha attirato e introdotto anche lui, che già era un «uomo giusto» (Mt 1,19), in una singolare intimità con Dio. Infatti, con Maria e poi, soprattutto, con Gesù, egli incomincia un nuovo modo di relazionarsi a Dio, di accoglierlo nella propria vita, di entrare nel suo progetto di salvezza, compiendo la sua volontà. Dopo aver seguito con fiducia l’indicazione dell’Angelo - «non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20) - egli ha preso con sé Maria e ha condiviso la sua vita con lei; ha veramente donato tutto se stesso a Maria e a Gesù, e questo l’ha condotto verso la perfezione della risposta alla vocazione ricevuta. Il Vangelo, come sappiamo, non ha conservato alcuna parola di Giuseppe: la sua è una presenza silenziosa, ma fedele, costante, operosa. Possiamo immaginare che anche lui, come la sua sposa e in intima consonanza con lei, abbia vissuto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Gesù gustando, per così dire, la sua presenza nella loro famiglia. Giuseppe ha compiuto pienamente il suo ruolo paterno, sotto ogni aspetto. Sicuramente ha educato Gesù alla preghiera, insieme con Maria. Lui, in particolare, lo avrà portato con sé alla sinagoga, nei riti del sabato, come pure a Gerusalemme, per le grandi feste del popolo d’Israele. Giuseppe, secondo la tradizione ebraica, avrà guidato la preghiera domestica sia nella quotidianità – al mattino, alla sera, ai pasti -, sia nelle principali ricorrenze religiose. Così, nel ritmo delle giornate trascorse a Nazaret, tra la semplice casa e il laboratorio di Giuseppe, Gesù ha imparato ad alternare preghiera e lavoro, e ad offrire a Dio anche la fatica per guadagnare il pane necessario alla famiglia.

E infine, un altro episodio che vede la Santa Famiglia di Nazaret raccolta insieme in un evento di preghiera. Gesù, l'abbiamo sentito, a dodici anni si reca con i suoi al tempio di Gerusalemme. Questo episodio si colloca nel contesto del pellegrinaggio, come sottolinea san Luca: «I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa» (2,41-42). Il pellegrinaggio è un’espressione religiosa che si nutre di preghiera e, al tempo stesso, la alimenta. Qui si tratta di quello pasquale, e l’Evangelista ci fa osservare che la famiglia di Gesù lo vive ogni anno, per partecipare ai riti nella Città santa. La famiglia ebrea, come quella cristiana, prega nell’intimità domestica, ma prega anche insieme alla comunità, riconoscendosi parte del Popolo di Dio in cammino e il pellegrinaggio esprime proprio questo essere in cammino del Popolo di Dio. La Pasqua è il centro e il culmine di tutto questo, e coinvolge la dimensione familiare e quella del culto liturgico e pubblico.

Nell’episodio di Gesù dodicenne, sono registrate anche le prime parole di Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo essere in ciò che è del Padre mio?» (2,49). Dopo tre giorni di ricerche, i suoi genitori lo ritrovarono nel tempio seduto tra i maestri mentre li ascoltava ed interrogava (cfr 2,46). 
Alla domanda perché ha fatto questo al padre e alla madre, Egli risponde che ha fatto soltanto quanto deve fare il Figlio, cioè essere presso il Padre. Così Egli indica chi è il vero Padre, chi è la vera casa, che Egli non fatto niente di strano, di disobbediente. E' rimasto dove deve essere il Figlio, cioè presso il Padre, e ha sottolineato chi è il suo Padre. La parola «Padre» sovrasta quindi l'accento di questa risposta e appare tutto il mistero cristologico. Questa parola apre quindi il mistero, è la chiave al mistero di Cristo, che è il Figlio, e apre anche la chiave al mistero nostro di cristiani, che siamo figli nel Figlio. Nello stesso tempo, Gesù ci insegna come essere figli, proprio nell'essere col Padre nella preghiera. Il mistero cristologico, il mistero dell'esistenza cristiana è intimamente collegato, fondato sulla preghiera. Gesù insegnerà un giorno ai suoi discepoli a pregare, dicendo loro: quando pregate dite «Padre». E, naturalmente, non ditelo solo con una parola, ditelo con la vostra esistenza, imparate sempre più a dire con la vostra esistenza: «Padre»; e così sarete veri figli nel Figlio, veri cristiani.

Qui, quando Gesù è ancora pienamente inserito nella vita della Famiglia di Nazaret, è importante notare la risonanza che può aver avuto nei cuori di Maria e Giuseppe sentire dalla bocca di Gesù quella parola «Padre», e rivelare, sottolineare chi è il Padre, e sentire dalla sua bocca questa parola con la consapevolezza del Figlio Unigenito, che proprio per questo ha voluto rimanere per tre giorni nel tempio, che è la «casa del Padre». 

Da allora, possiamo immaginare, la vita nella Santa Famiglia fu ancora più ricolma di preghiera, perché dal cuore di Gesù fanciullo – e poi adolescente e giovane – non cesserà più di diffondersi e di riflettersi nei cuori di Maria e di Giuseppe questo senso profondo della relazione con Dio Padre. Questo episodio ci mostra la vera situazione, l'atmosfera dell'essere col Padre. Così la Famiglia di Nazaret è il primo modello della Chiesa in cui, intorno alla presenza di Gesù e grazie alla sua mediazione, si vive tutti la relazione filiale con Dio Padre, che trasforma anche le relazioni interpersonali, umane.

Cari amici, per questi diversi aspetti che, alla luce del Vangelo, ho brevemente tratteggiato, la Santa Famiglia è icona della Chiesa domestica, chiamata a pregare insieme. La famiglia è Chiesa domestica e deve essere la prima scuola di preghiera. Nella famiglia i bambini, fin dalla più tenera età, possono imparare a percepire il senso di Dio, grazie all’insegnamento e all’esempio dei genitori: vivere in un'atmosfera segnata dalla presenza di Dio. Un’educazione autenticamente cristiana non può prescindere dall’esperienza della preghiera. Se non si impara a pregare in famiglia, sarà poi difficile riuscire a colmare questo vuoto. E, pertanto, vorrei rivolgere a voi l’invito a riscoprire la bellezza di pregare assieme come famiglia alla scuola della Santa Famiglia di Nazaret. E così divenire realmente un cuor solo e un'anima sola, una vera famiglia. 
Grazie

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana 

giovedì 19 giugno 2014

Mari Carmen: Una bambina meravigliosa, ...elettronica anche. Leggere per credere. Importanza di una buona educazione




Carissimo Amico/Amica,
Il Santo Natale è una festa vissuta intensamente da tutti i bambini in ogni famiglia. Natale è la festa di un bambino. Gesù, che ha voluto condividere la condizione dell'infanzia, ha sempre mostrato un affetto straordinario per i fanciulli. Gli piace accordar loro grazie speciali, come ha fatto per la serva di Dio, Maria del Carmen (chiamata comunemente Mari Carmen) González-Valerio y Sáenz de Heredia. Il 12 gennaio 1996, il Santo Padre, Giovanni Paolo II, ha affermato l'eroicità delle virtù di questa bambina, che aveva passato sulla terra 9 anni e 4 mesi, conferendole il titolo di «Venerabile».


Una sorgente di forza

Mari Carmen nasce a Madrid il 14 marzo 1930, seconda di cinque figli. Si ammala gravemente subito dopo la nascita, a tal punto che la si battezza senza por tempo in mezzo. Il Buon Dio non voleva aspettare per cancellare il peccato originale dalla sua anima, arricchirla della sua grazia e farne così la sua creatura. A seguito di circostanze assolutamente impreviste, essa riceve la Cresima all'età di 2 anni, il 16 aprile 1932, grazie ad un'iniziativa di Monsignor Tedeschini nunzio apostolico in Spagna e amico della famiglia. Lo Spirito Santo aveva fretta di darle il coraggio di cui essa avrebbe avuto bisogno.
A sei anni, fa la prima Comunione. La data è stata anticipata a richiesta della madre: «Ero convinta, dice, che la Spagna, e particolarmente la nostra famiglia, stavano per attraversare un periodo molto difficile. Si vedeva che si stava preparando una persecuzione religiosa e volevo che Mari Carmen facesse prima la prima Comunione». «La prima Comunione è senz'altro un incontro indimenticabile con Gesù; è un giorno che bisogna ricordare come uno dei più belli della vita. L'Eucaristia, istituita da Cristo la vigilia della Passione, nel corso dell'ultima Cena, è un sacramento della Nuova Alleanza, ed è addirittura il più grande dei sacramenti. Il Signore vi si dà come nutrimento delle anime sotto le specie del pane e del vino. I fanciulli lo ricevono solennemente una prima volta – precisamente in occasione della prima Comunione – e sono invitati a riceverlo in seguito il più spesso possibile, per rimanere in un rapporto di amicizia intima con Gesù... Nella storia della Chiesa, l'Eucaristia è stata per molti fanciulli una sorgente di forza spirituale, talvolta addirittura di eroismo» (Giovanni Paolo II, Lettera ai bambini, 13 dicembre 1994). Per questo, Papa San Pio X permise ed incoraggiò la ricezione della Santa Comunione fin dal risveglio della ragione. Mari Carmen ha beneficiato di tale favore, come testimonia la madre: «Ha cominciato a santificarsi veramente dopo la prima comunione». Ed è in occasione di una comunione che si offrirà totalmente a Dio.
Il 15 agosto 1936, miliziani comunisti arrestano suo padre. Egli dice alla moglie: «I bambini sono troppo piccoli, non capiscono. Dirai loro più tardi che il loro padre ha dato la vita per Dio e per la Spagna, affinchè possano esser allevati in una Spagna cattolica, in cui il crocifisso presiede nelle scuole». Poco tempo dopo, viene assassinato. Alla morte del marito, la vita della Signora Gonzalez-Valerio si trova in gravissimo pericolo, a causa della fede cristiana che la anima. Si rifugia presso l'Ambasciata del Belgio, mentre i figli sono accolti da una zia. Un giorno, si viene a sapere che i cinque figli saranno inviati in URSS, come tanti altri, per esservi allevati secondo la dottrina marxista. L'Ambasciatore accetta allora, benchè il posto manchi, di accoglierli nell'Ambasciata. È l'11 febbraio 1937.



Una dignità propria dell'uomo

Mari Carmen si dimostra particolarmente sollecita nell'aiutare molto la mamma, pur rimanendo «una bambina, molto infantile». Eppure, nello stesso tempo, si distingue per un pudore messo in pratica fino in particolari a prima vista insignificanti. «Un giorno, racconta la Signora Gonzalez-Valerio, doveva partecipare ad una festicciola di bambini. Le avevo messo un vestitino scollato e senza maniche e le avevo raccomandato caldamente di non sgualcirlo. Ma mi accorsi che aveva messo una giacca. Mi sono arrabbiata e l'ho sgridata. Mi ha detto piangendo che non sarebbe uscita con quel vestito. Mia madre, che assisteva al dramma, mi chiamò in disparte e mi disse che non avevo il diritto di soffocare quel senso del pudore che aveva già notato in essa, e che avrei dovuto render conto a Dio dell'educazione che le davo. E così Mari Carmen se ne andò alla festa con la giacca». La nonna aveva ragione: «Tale pudore istintivo viene da Dio».

Questa delicatezza particolare, ispirata da Dio, spiega l'atteggiamento di Mari Carmen in circostanze insignificanti per gli altri bambini. All'età di due anni, non si lascia spogliare davanti al fratello, maggiore di lei di un anno, che si trova nella stanza e nemmeno la guarda. D'estate, soffre talmente all'idea di andare sulla spiaggia, che bisogna lasciarla giocare nel giardino di casa. «È allora, dice sua madre, che ho cominciato a capire che vi era qualcosa di eccezionale nel comportamento di mia figlia».

Tale passione per il pudore viene da una vivissima luce che Dio le ha dato sulla grandezza e la fragilità della virtù della castità. La divina Provvidenza ha voluto dare così un elevatissimo esempio alla nostra epoca di trascuratezza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica attira la nostra attenzione nello stesso senso, quando parla del pudore: «Il pudore preserva l'intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. È ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi ed i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione. Il pudore custodisce il mistero delle persone e del loro amore. Suggerisce la pazienza e la moderazione nella relazione amorosa; richiede che siano rispettate le condizioni del dono e dell'impegno definitivo dell'uomo e della donna fra loro. Il pudore è modestia. Ispira la scelta dell'abbigliamento. Conserva il silenzio o il riserbo là dove trasparisse il rischio di una curiosità morbosa. Diventa discrezione.

«Esiste non soltanto un pudore dei sentimenti, ma anche del corpo. Insorge, per esempio, contro l'esposizione del corpo umano in funzione di una curiosità morbosa in certe pubblicità... Il pudore detta un modo di vivere che consente di resistere alle suggestioni della moda ed alle pressioni delle ideologie dominanti. Le forme che il pudore assume variano da una cultura all'altra. Dovunque, tuttavia, esso appare come il presentimento di una dignità spirituale propria dell'uomo. Nasce con il risveglio della coscienza del soggetto. Insegnare il pudore ai bambini ed agli adolescenti, è risvegliare in essi il rispetto della persona umana» (2521-2524). In una istruzione dell'8 dicembre 1995, il Consiglio Pontificio per la famiglia si eleva contro certe tendenze all'impudicizia diffuse nella società contemporanea: «Anche se sono socialmente accettati, vi sono modi di parlare e di vestirsi che sono moralmente scorretti e costituiscono una maniera per banalizzare la sessualità, riducendola ad un oggetto di consumo. Dunque, i genitori devono insegnare ai figli il valore della modestia cristiana, di un abbigliamento sobrio, della necessaria libertà di fronte alle mode, tutte caratteristiche queste di una personalità maschile o femminile matura».


Una notte in albergo

Mari Carmen eccelle anche nella carità verso i poveri. Quando uno di essi suona alla porta ed è lei che apre, gli dà prima di tutto i suoi piccoli risparmi, e poi gli dice: «Ora, suoni di nuovo, perchè la mamma le dia qualcosa». Nei riguardi delle persone che aiutano sua madre, ha una delicatezza che non è della sua età: «Mamma, devi trattar bene i domestici. È già molto che ci servano. Pensa che anche tu sei una serva, poichè servi il Buon Dio». «Davamo del denaro a Mari Carmen perché si comprasse giocattoli, narra la nonna, ma lo passava alla sua balia, perché regalasse giocattoli ai suoi propri figli, raccomandandole caldamente di non dire nulla né alla mamma né a me».

La devozione di Mari Carmen si manifesta molto presto. Fin dall'età di quattro o cinque anni, le piace dirigere il rosario in famiglia e recita a memoria le litanie della Santissima Vergine. Come Santa Teresa di Lisieux, si è fatta confezionare un «rosario di pratiche», su cui conta gli atti di virtù. Si dedica così, in modo equivalente, all'»esame particolare» delle virtù e dei difetti proposto da Sant'Ignazio di Loyola. Nello stesso spirito, tiene un quaderno degli «Atti», per afferrare le virtù e gli obblighi di ciascun giorno: ubbidienza, mortificazione, ricreazioni, lezioni, studio, rosario, comunione, Messa, orazioni giaculatorie, ecc.
Un giorno, siccome vede sua madre subissata dalle preoccupazioni domestiche, le dice: «Mamma, ti occupi troppo delle cose terrene. Devi pregare di più. Siamo di passaggio sulla terra. – Bambina mia, bisogna che mi occupi della casa. – Mamma, la tua casa è il Cielo. Mamma, quando sei in viaggio e passi la notte in albergo, non ti curi di abbellire la stanza, nè di metterci la foto del babbo. Una notte, la si passa come si può. Ebbene, vedi, mamma, così è la vita, così siamo in questo mondo».
A Mari Carmen, piace offrire i suoi piccoli sacrifici al Cuore di Gesù. Il suo insegnante di religione riferisce: «Quando preparavo i bambini alla confessione, potevo leggerle sul viso l'orrore del peccato e gli sforzi per fare un buon atto di contrizione». Tutti i suoi atti, malgrado la sua giovane età, sgorgano, come da una sorgente profonda, dalla sua intimità con Dio.


Un segreto ed un'offerta

Mari Carmen ha i suoi segreti. Sul quaderno degli «Atti», scrive per tre volte: «Personale». Chiede spesso la cartella che contiene l'agenda sulla quale ha scritto queste parole che capisce lei sola: «Mi sono offerta a Dio nella Parrocchia del Buon Pastore, 6 aprile 1939». Annota pure: «Hanno ucciso il mio povero papà». E, in una delle ultime pagine: «Viva la Spagna! Viva Cristo Re!» grido che lanciavano i martiri della guerra al momento di morire. Ed anche: «Per papà, 7 maggio 1939 – Assolutamente personale». Dirà all'infermiera: «Mio padre è morto martire, povera mamma, ed io muoio vittima».
Suo zio Saverio spiega: «Mari Carmen desiderava la conversione dei peccatori, come prova il fatto che offriva le sofferenze della malattia e della morte per Azaña, il Presidente della Repubblica che incarnava il simbolo della persecuzione religiosa, di cui gli assassini di suo padre erano lo strumento». «Mamma, andrà in Cielo Azaña? chiede. Se ti sacrifichi e preghi per lui, sì, sarà salvato». Mari Carmen ha capito perfettamente. Talvolta, dice alla zia: «Zia Fifa, preghiamo per papà e per tutti quelli che l'hanno ucciso». La preghiera dei fanciulli ha un'efficacia particolare sul Cuore di Nostro Signore: «Il Redentore dell'umanità sembra condividere con essi la sua sollecitudine per gli altri, per i genitori e per i compagni, bambini e bambine. Attende veramente la loro preghiera! Che immenso potere ha la preghiera dei bambini! Diventa un modello per gli stessi adulti: pregare con una fiducia semplice e totale vuol dire pregare come sanno pregare i bambini» (Giovanni Paolo II, Lettera ai bambini, 13 dicembre 1994).
Il 3 novembre 1940, Azaña muore a Montauban. Secondo la testimonianza scritta di Monsignor Théas, vescovo della diocesi, che gli prestava assistenza spirituale in quella circostanza, Azaña, malgrado i suoi accompagnatori, ricevette con piena lucidità il sacramento della Penitenza, nonchè l'Estrema Unzione e l'Indulgenza Plenaria, spirando dolcemente nell'amore di Dio e la speranza di vederLo. Ignorò che la sua strada si era incrociata con quella di una bambina di 9 anni, che aveva pregato e sofferto per lui.


«Gesù, Maria, Giuseppe...»

Poco dopo l'»offerta» del 6 aprile 1939, ha inizio il calvario di Mari Carmen: deve mettersi a letto. Si manifesta prima di tutto un'otite che si complica e degenera in setticemia (infezione del sangue). Il 27 maggio, la si trasporta in macchina a Madrid, dove viene operata. Ma siccome ci si rende conto che la malattia sarà lunga, la si riporta a casa. Certi giorni, le si fanno più di venti iniezioni. Una fortissima diarrea ininterrotta è particolarmente penosa per essa. Deve ingerire, ogni due ore, una specie di ripugnante purè di ghiande. Talvolta, il disgusto è tale che non può impedirsi di rimettere, ma mezz'ora più tardi, è pronta ad ingerirlo di nuovo, senza lagnarsi.
Un orecchio è leso dal male, mentre perde il secondo per averci dormito sopra troppo a lungo. A questi mali, si aggiunge una flebite doppia. Si formano piaghe gangrenose. Sviene per il dolore, quando le cambiano le lenzuola. Solo il nome di Gesù l'aiuta a sopportare tutto, perché nessuno pensa a somministrarle calmanti. «Mari Carmen, chiedi a Gesù Bambino di farti guarire, le dice la mamma. – No, mamma, non chiedo questo, chiedo che sia fatta la sua volontà». Desidera che le si leggano spesso le preghiere per gli agonizzanti, e vive col pensiero più in Cielo che quaggiù.
17 luglio 1939. Aveva predetto parecchie volte che sarebbe morta il 16 luglio, festa di Nostra Signora del Monte Carmelo, e suo onomastico: Carmen. Ma, apprendendo che la zia Sofia si sposa proprio quel giorno, annuncia che morirà soltanto il giorno seguente. Effettivamente, il 17, verso le ore 13, si raccoglie in presenza degli angeli di cui sente il canto. «Muoio martire... Mi lasci partire ora, Dottore, non vede che la Santa Vergine viene a prendermi con gli angeli?» Infatti, con grande stupefazione di tutti, giungendo le manine, dice: «Gesù, Maria, Giuseppe, assistetemi nell'ultima agonia; Gesù, Maria, Giuseppe, fate che muoia nella vostra santa compagnia». Sono le sue ultime parole. Poi, dopo essersi sollevata leggermente, come per afferrare qualcosa, ricade sul cuscino e rende l'ultimo respiro, senza agonia, senza contrazioni del viso. Sfigurata dalla malattia, ritrova nella morte tutta la sua bellezza ed il suo corpo esala un dolce profumo. Il medico legale attesta la morte ma constata con stupore che il corpo della bambina non presenta l'aspetto di un cadavere.


Un punto di riferimento

L'esempio di Mari Carmen ci mette davanti agli occhi un frutto della grazia di Dio, fecondata da una buona educazione. Il compito educativo esige un'attenzione affettuosa e delicata per i bambini, come raccomanda San Benedetto: «Si terrà sempre conto della debolezza dei bambini... Si userà con loro una tenera condiscendenza» (Regola, cap. 37). 
Ma è necessaria anche una santa fermezza, secondo l'insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica: «I genitori sono i primi responsabili dell'educazione dei loro figli. Testimoniano tale responsabilità innanzitutto con la creazione di una famiglia, in cui la tenerezza, il perdono, il rispetto, la fedeltà ed il servizio disinteressato rappresentano la norma. Il focolare domestico è un luogo particolarmente adatto per educare alle virtù. Questa educazione richiede che si imparino l'abnegazione, un retto modo di giudicare, la padronanza di sé, condizioni di ogni vera libertà. I genitori insegneranno ai figli a subordinare le dimensioni materiali e istintive a quelle interiori e spirituali. I genitori hanno anche la grave responsabilità di dare ai loro figli buoni esempi. Riconoscendo con franchezza davanti ai figli le proprie mancanze, saranno meglio in grado di guidarli e di correggerli... Dalla grazia del sacramento del matrimonio, i genitori hanno ricevuto la responsabilità ed il privilegio di evangelizzare i loro figli. Li inizieranno fin dai primi anni di vita ai misteri della fede, dei quali essi, per i figli, sono i primi annunziatori, ed alla vita della Chiesa... I genitori hanno la missione di insegnare ai figli a pregare ed a scoprire la loro vocazione di figli di Dio» (CCC: 2223-2225).


Una bambinaia elettronica

Alla nostra epoca, l'epoca dell'audiovisivo, è fondamentale che i genitori proteggano i loro figli contro l'influenza di una «cultura di morte» a base di pornografia e di violenza. Nel suo messaggio sulla famiglia e la televisione, Papa Giovanni Paolo II precisava: 
«I genitori dovrebbero partecipare attivamente alla formazione nei loro figli di abitudini di utilizzazione della televisione che li condurranno ad un sano sviluppo umano, morale e religioso. I genitori dovrebbero essi stessi informarsi anticipatamente del contenuto dei programmi ed effettuare su tale base una scelta coscienziosa, per il bene della famiglia – scegliere di guardare o di non guardare... I genitori dovrebbero anche parlare della televisione con i figli, incitandoli a controllare la quantità e la qualità dell'utilizzazione e ad avvertire e valutare i valori etici latenti in certi programmi...

«Formare le abitudini di utilizzazione dei figli significherà talvolta semplicemente spegnere il televisore: perchè c'è di meglio da fare, perchè lo esige il rispetto dovuto ad altri membri della famiglia, o perchè l'utilizzazione senza discriminazione della televisione può essere perniciosa. I genitori che utilizzano in modo regolare e prolungato la televisione come una specie di bambinaia elettronica, abdicano al loro compito di primi educatori dei loro figli. Una tale teledipendenza può impedire ai membri della famiglia di essere in contatto fra di loro attraverso la conversazione, le attività condivise e la preghiera in comune. Genitori assennati sanno altresì che anche buoni programmi possono esser sostituiti da altre fonti di notizie, di divertimenti, di educazione e di cultura» (24 gennaio 1994).

I genitori di Mari Carmen non ebbero da affrontare il problema della televisione, proprio della società attuale. Ma lo Spirito Santo illumina sempre i padri e le madri, per far discernere loro quel che conviene all'educazione dei figli, in vista dell'eterna salvezza delle anime.
Chiediamo alla venerabile Mari Carmen di intercedere particolarmente per le famiglie all'avvicinarsi di Natale. Preghiamo per Lei e per tutti coloro che Le sono cari, vivi e defunti.
Dom Antoine Marie osb

venerdì 30 maggio 2014

EDUCAZIONE ALLA SINCERITÀ.


 EDUCAZIONE ALLA SINCERITÀ.

Nulla irrita maggiormente i genitori quanto le bugie dei loro figli; ed hanno ragione, poiché dal momento in cui la doppiezza ha preso possesso del cuore dei bimbi e delle bimbe viene tolta ogni possibilità di confidenza e l’atmosfera diventerà presto irrespirabile. Spesso però i genitori dimenticano che essi stessi devono per primi dare esempio di sincerità ai loro bimbi.


* Nulla irrita maggiormente i genitori quanto le bugie dei loro figli; ed hanno ragione, poiché dal momento in cui la doppiezza ha preso possesso del cuore dei bimbi
e delle bimbe viene tolta ogni possibilità di confidenza e l’atmosfera diventerà presto irrespirabile. Spesso però i genitori dimenticano che essi stessi devono per primi
dare esempio di sincerità ai loro bimbi. 

* Poiché la bugia è un mezzo comodo di difesa per l’essere debole, è indispensabile abituare il fanciullo alla franchezza, prima che la menzogna diventi per lui un’abitudine permanente; siccome il suo giudizio non è ancora formato, rischia di formarsi una coscienza falsa. Ora, chi non sa distinguere più il vero dal falso ben presto non
saprà nemmeno distinguere il bene dal male. 

* È bene che i genitori siano particolarmente esigenti su questo principio dell’educazione morale: non tollerare la bugia e castigarla irremissibilmente. Il mezzo migliore per abituare i bimbi alla purezza di coscienza nei rapporti con Dio e con gli uomini è di perdonarli quando confessano la loro colpa invece di negarla e smascherare le loro
piccole istintive furberie. 

* In una famiglia o in una scuola in cui la franchezza è osservata scrupolosamente, la bugia dei fanciulli sarà un caso sporadico, ma non degenererà in falsità. 

* La minima slealtà dei genitori causa la rovina della loro autorità morale. Anche se il bambino non lo nota subito, tuttavia egli rimane dolorosamente stupito e la sua confidenza si indebolisce. Il bimbo non perdona mai la bugia. Nel piccolo le reazioni non sono quelle degli adulti: non avendo egli spirito critico ne senso di sintesi, prende alla lettera qualunque cosa dicano i genitori: promesse, minacce o anche " profezie ". Ecco a tal proposito una storia vera: Una bambina di cinque anni, abbigliata con una veste nuova preparata dalla mano agile di mamma, sta per uscire con la zia. La mamma vedendo uscire con nerezza la sua piccola le dice: " Chiunque ti scorgerà si sentirà svenire per la meraviglia vedendoti così bella’. ". Il passeggio termina... zia e nipotina ritornano. Questa con viso arcigno, con gesto di disprezzo, si toglie il cappello e lo butta in un angolo. " Cos’hai? " domanda la madre tutta sorpresa. " Nemmeno un passante è svenuto nel
vedermi!... " risponde la piccola. Amaro disinganno! 
Osserverete torse che era ben sciocca questa bimba da prendere alla lettera le parole di mamma? Ma i piccoli prendono sempre alla lettera ciò che loro si dice... 

* Se, per ovvie ragioni, i genitori non potranno rispondere a qualche domanda importuna o indiscreta del bimbo, è sempre meglio dirgli, con tutta semplicità, che, per il momento, per diversi motivi, non possono dargli una risposta esauriente, ma non bisogna mai ingannarlo
neppure un tantino. 

* Non si comprenderà mai sufficientemente di quanto male siano causa nei fanciulli le storie di Babbo Natale e del Bambino Gesù nel camino, o ancora la favola ridicola della vecchia o della cicogna per spiegare la nascita dei piccoli. Questi credono nei loro genitori come al Vangelo ed alcuni sono anche capaci di battersi per ciò che è stato loro detto. Quando poi si accorgono di essere stati ingannati — cosa che accadrà presto o tardi — rimangono terribilmente colpiti anche se subito non lo dimostrano. In alcuni temperamenti generosi e tetri, l’abuso della confidenza può causare un vero trauma psichico e morale. 




* Narrando una favola, avrai cura di premettere: " Questa è una favola, una storia inventata, irreale ". Esponendo invece qualche brano del Vecchio o Nuovo Testamento dirai: " Questa è una storia vera ". È di massima importanza non ingannare una intelligenza ingenua raccontando per veri fatti irreali. A questo riguardo fino a che punto potrai calcare le tinte raccontando la storia di Gesù che scende dal camino la notte di Natale? Come si può pretendere che a sei anni, quando si preparano alla prima Comunione, non credano che quel Gesù che è presente nell’Ostia, non sia il medesimo che porta i regali nelle scarpe? Quale confusione nelle testoline! Quale miscuglio assurdo e pericoloso! Ti meraviglierai allora che i bambini siano furiosi, delusi, straziati di essere stati ingannati; che continuino nella loro vita a giudicare nello stesso modo il sacro e il profano e che ai loro occhi la religione non rivesta altra forma che quella di un mito meraviglioso dato in pasto ai poveri uomini per abbellirne la vita? Non si tratta qui di sopprimere l’albero di Natale scintillante, dalle molte sorprese o di non mettere le scarpe nel camino per festeggiare la notte più commovente; si tratta soltanto di dire la verità tanto bella. I bambini saranno tanto felici di sapere che è la loro mamma a riempire le calzette di giocattoli, presi dalla mangiatoia, vicino a Gesù, per festeggiare con gioia la sua venuta sulla terra. Non ingannare quindi i fanciulli per il piacere di divertirti per la loro credulità. La confidenza è cosa troppo bella per rischiare di perderla per così poco. Sii seminatore di verità. 

* Si prepara una bambina alla prima Comunione. Questa bimba è assai delusa perché viene a sapere che il piccolo Gesù che passa per il camino è la mamma. Il giorno in cui quest’ultima domanda con molta dolcezza: " Dimmi un po’, Simonetta, sei contenta di ricevere presto il piccolo Gesù-Ostia nel tuo cuore? ", la bimba si fa rossa, gli occhi brillano e risponde: " Lo sai, mamma, che non sono così ingenua. Il piccolo Gesù discende nell’Ostia alla stessa maniera che discende nelle scarpe la notte di Natale!... quindi non vale la pena che faccia la prima Comunione ". 

* Non mentirai mai a un bimbo per condurlo a confessare ciò che desideri sapere. Eviterai anche quelle bugie pietose per indurlo a prendere una medicina o per evitare un castigo a scuola. Nicola, di otto anni, deve subire una piccola operazione. La mamma per non spaventarlo gli dice: " Ecco, caro Nicolino, tu andrai a una bella festa e passerai un bel 
pomeriggio; vieni che ti metto il vestito nuovo ". Il bimbo è festante, ma all’entrata dell’ambulatorio incomincia a inquietarsi e ben presto si accorge della realtà: deve subire l’operazione. Inutile aggiungere che il piccolo ha perso ogni confidenza nella mamma. 


* Quando fra due genitori non vi è l’accordo, si determina nel fanciullo un atteggiamento pericoloso di insincerità: " Soprattutto farai attenzione a non dirlo a tuo padre! ", o viceversa: " Se la mamma t’interroga, tu dirai che siamo stati nel tal posto " (quando non è vero). 

* Per formare il fanciullo alla lealtà, non solo gli si darà l’esempio ma gli si farà odiare la menzogna iniettandogli tanto amore alla franchezza, e gliela si renderà facile. 

* Ogni volta che si presenta l’occasione, è cosa ottima mostrare al fanciullo gli svantaggi della bugia. Soprattutto in un mondo dove spesso è glorificato, osannato l’arrivismo, il " sistema egoistico ", la frode nei suoi diversi aspetti, si renda soprattutto noto che la menzogna non da mai ricompensa. Si dimostri che è causa di molti guai: in particolare si corre il pericolo di cadere in contraddizione, di perdere la confidenza, e, per di più, se è
già difficile ingannare gli uomini per molto tempo, vi è Uno che non si riesce mai a ingannare, Dio, testimone sempre presente, cui nulla può sfuggire. 

* Ti guarderai, o mamma, dal lodare qualche bimbo che, grazie alla bugia, si è potuto salvare da una circostanza difficile o ha potuto ingannare gli altri. Frasi come queste: " Ebbene! non fa altro che difendersi! ", oppure: " Saprà trarsi d’impaccio nella vita ", possono, esercitare funesta influenza in un animo giovane. Biasimerai invece
apertamente i bugiardi i quali perdono ogni diritto all’onore e alla confidenza altrui. 

* Non esiterai a proscrivere e screditare sistematicamente ogni inganno, ogni scherzo, ogni slealtà in scuola, sia pure per fare un piacere (per esempio il " suggerire "), soprattutto quell’abitudine riprovevole della copiatura del compito. Mostrerai come tutto questo riesca a danno di tutti. 

* Quanti ratti di diseducazione da parte di alcuni genitori si potrebbero citare riguardo alla lealtà! Non bisogna certamente generalizzare; ma se non si vuole deformare la coscienza del fanciullo, l’evitare scrupolosamente ogni storpiatura della verità è quanto mai importante! La quinta classe sta facendo un compito sulla coniugazione. Anna Maria, nascondendosi, cerca un foglietto. La professoressa la sorprende e le dice: " Che fai? ". La
fanciulla impacciata, risponde: " Mi industrio di sapere cosa bisogna mettere. È la mamma che mi ha insegnato a copiare ". Una famiglia dell’Africa del nord, papa, mamma e
una bimbetta di tre anni va a passare l’estate in Francia. Prima di partire, la mamma aveva raccomandato alla sua piccola: " Se ti domandano l’età, dirai che hai due anni ".
La fanciulla raccontava poi la cosa così: " Quando il capitano mi domandò l’età risposi: due anni, signor capitano. Se avessi detto: tre, il capitano mi avrebbe gettata di sotto! ". 
Il preside del liceo di A... chiama nel suo ufficio i genitori di un allievo e dice loro che questi è stato bocciato perché ha copiato il compito. Il padre rivolgendosi al figlio in presenza del preside così lo apostrofa: " Imbecille, ti sei fatto pescare! ". 
Ecco un fatto raccontato da un’educatrice: Ero in treno. Nella stazione di X sale una mamma e una bambina, di sette o otto anni. " Giannina, dice la madre, se un signore ti domandasse l’età dirai che hai sei anni e mezzo. — Quale signore? — Uno con un basco e
le strisce dorate. — Ma ho sette anni e mezzo, lo vedrà bene! — No, no, ricordati: sei anni e mezzo. — Non è vero, mamma. Tu mi hai insegnato che non bisogna mentire, lo stesso ha ripetuto la signorina a scuola. — Ma sta’ zitta, parla piano e fa’ come ti ho detto ". 
La bimba guarda me e poi la mamma. Penso che sia costernata dinanzi all’atteggiamento della mamma. Non osa chiedere il " perché ", il " come ": senza dubbio è un po’ intimidita. La mamma è arrossita... Non dobbiamo mai dare al fanciullo l’impressione che noi temiamo che egli possa mentire: evitiamo quindi di raccomandargli: " Soprattutto non mentire "; diremo invece: " Su, sono sicuro che mi dirai la verità ". Crederlo capace di mentire vuoi dire far nascere in lui la possibilità della bugia. 

* Credete sempre al fanciullo e alla sua buona fede finché non potete provare il contrario; ciò lo innalza ai suoi occhi e gli da un’idea elevata della virtù della franchezza.

* Non rendete difficile la sincerità, drammatizzando le domande. Un papa che con aria corrucciata dica: " Guai a colui che ha fatto questo! " e poi domandi: " Sei tu?..: " preclude la confessione al colpevole impaurito. 

* Se vi accorgete che il bambino non è stato sincero, non bisogna subito sbugiardarlo. Specialmente, non generalizzate, perché lo radichereste maggiormente nella sua colpa. Abbiate sempre l’avvertenza, almeno per le prime volte, di considerare la bugia come un errore di visuale e dite al fanciullo: " Oh, lo so che sei un ragazzo sincero e che non mi vuoi ingannare; ma forse ti sei sbagliato: un’altra volta, prima di parlare, rifletti bene per
essere sicuro di ciò che dici ". 

* Un fanciullo può avere tanti motivi per mentire, che voi grandi non conoscete. Ciò che vi potrebbe sembrare una menzogna può essere dovuta: 
1. a un punto di vista errato. L’esperienza del fanciullo è ancora molto debole, ha pochi punti di riferimento e non lo si può incolpare d’un apprezzamento errato; 
2. alla fantasia sbrigliata che lo trascina a galoppate fantastiche, alla cui realtà a volte poi crede; 
3. alla forza dei suoi sogni che il suo giudizio ancora poco formato non gli permette sempre di distinguere dalla realtà; 
4. alla sua suggestionabilità. 
Un educatore che interroga un fanciullo deve stare attento a queste caratteristiche, giacché insistendo più del necessario, si possono far confessare cose mai commesse. 
Per questo motivo dovete sempre saper distinguere tra menzogna soggettiva e obiettiva. 


* Quando, esaminate le cause dell’errore, vi sarete accorti che si tratta di vera bugia, ne cercherete i motivi. Da essi dipendono e la gravita della bugia e i mezzi da usare perché il ragazzo si corregga. 
1. Il fanciullo può desiderare di eccellere sugli altri e quindi è portato a raccontare delle vanterie. 
2. La vanità, il desiderio di brillare, di farsi ammirare, sono anche cause d’insincerità. 
3. Il desiderio poi di cavarsela può dirsi la base di tutte le menzogne: per non farsi sgridare, per non consegnare il compito, per spiegare il ritardo; si recita la lezione leggendola o si copia il compito... Per ottenere qualcosa di piacevole: inventa mille ragioni in suo favore. 
4. La timidezza può a volte paralizzare così un ragazzo da non fargli dire la verità: le prime vere bugie sono causate dalla paura. 
5. Una carità male intesa può indurre un ragazzo a dire una bugia per salvare un compagno; pensa che una mancanza di lealtà — la quale non giova a lui stesso — non sia colpa. 
6. Infine la doppiezza conduce alla calunnia. 

* II bambino è sempre portato in un’occasione o nell’altra a negare qualche errore: e se questa prima bugia gli riesce, naturalmente sarà portato a ricominciare; di qui la
necessità d’una grande chiaroveggenza per non lasciare intraprendere al fanciullo una strada pericolosa. Il più difficile sta nell’essere chiaroveggenti senza essere sospettosi, e non tutti vi riescono. Vi sono dei fanciulli che oppongono una resistenza straordinaria all’influsso degli adulti e persistono nella bugia con tenacia. Ciò avviene quando si punisce aspramente la menzogna scoperta. Il fanciullo è naturalmente portato a vender cara la pelle: sapendo che anche in caso di bugia potrà contare su una certa indulgenza, sarà portato più facilmente a dire la verità e ciò è preferibile. 
A volte la bugia-scusa ha un carattere più riprovevole quando ha doppio fine, cioè: insieme alla scusa si attribuisce ad un compagno, o ad altra persona, la propria colpa; in questo caso è più raffinata e merita un più duro castigo; deve essere presa di mira rigorosamente e corretta seriamente. La gelosia del ragazzo verso fratelli e sorelle, desideri di vendetta verso i domestici, sorveglianti e compagni, si uniscono per suscitare in lui quest’altro orientamento. Trovata una simile menzogna sarà conveniente cercare la ragione per cui il fanciullo ha voluto fare del male a questa o quell’altra persona; può essere una preziosa indicazione su una tendenza attualmente predominante. 

La bugia inventata sovente ha un carattere di compenso, presso il fanciullo, come del resto l’ha nell’adulto. Egli inventa tante cose d’ordine materiale o affettivo per

compensare qualche cosa che gli manca o che crede gli manchi. Ho visto bimbi e giovani attribuire a papa e a mamma qualità di cui erano manifestamente privi e prodezze che avevano mai avuto l’occasione di compiere. La ricchezza e le grandi possibilità finanziarie sono sovente oggetto dell’immaginazione infantile; compensano i numerosi rifiuti ricevuti dai loro genitori per aver qualche cosa che avrebbe tatto loro piacere. 
Così per essi il mondo diventa un incanto più piacevole a viversi che un mondo pieno di durezze inaccettabili. 

* Nelle bugie dei fanciulli distinguerai quelle " sociali ", che hanno per scopo d’aiutare gli altri o procurare un interesse personale senza nuocere, e le " antisociali ", che mirano all’interesse personale senza curarsi dei guai procurati agli altri. 

* Bisogna sempre cercare nel fanciullo l’entità reale della menzogna: sarebbe cosa profondamente ingiusta reagire allo stesso modo contro una bugia inventata appositamente per nuocere agli altri che contro un’altra provocata dalla fantasia incosciente di cui il fanciullo è irresponsabile, ma che richiede solamente una rieducazione più cosciente della realtà. 

* Molti psicologi affermano che la maggior parte delle bugie sarebbero causate dal timore; qualche altra da interesse, da testardaggine, dal gusto di fingere, da altruismo o malignità. 


· Accade a volte che il fanciullo mentisce per far piacere ai genitori. La signora Dumesnil-Huchet racconta: " Una madre non trovava una scatola di cioccolatini e incolpava la figlia di otto anni d’averla presa. Dopo aver minacciato e supplicato le dice: "Confessa che sei stata tu e non sarai punita...". Essa si accusa. Dopo qualche giorno la scatola è ritrovata e la bimba dice alla madre meravigliata: "Tu, mamma, m’avevi quasi costretta a confessarmi colpevole, tanto che ho pensato di dirti di sì per farti piacere". Influenza della suggestione! 

* Allorché è impossibile supporre che il fanciullo non abbia voluto ingannare, lo si castighi, perché ogni colpa deve essere punita e non bisogna lasciargli credere di poter ingannare con molta facilità i suoi educatori. In tal caso bisogna fare di tutto perché confessi la sua colpa, parlandogli con bontà e lodando il coraggio di coloro che sanno riconoscere i propri torti, ma non si deve far leva sulla punizione dura che li attende. 
Se confessa, vi mostrerete molto paterni e non lo umilierete oltre misura; dovete però imporgli una punizione normale, almeno nella maggior parte dei casi. Se tenterà di negare, gli esporrete allora senza nessuna aria di vittoria, ma con molta naturalezza, le prove
della sua colpevolezza, chiedendogli di confutarle. Non potrà farlo appunto perché colpevole e allora gli potrete far notare come non sia cosa facile ingannare i genitori. 
Vi guarderete dal considerarlo alla stregua di un bugiardo — cosa che lo istigherebbe maggiormente — ma considererete la sua colpa come accidentale. 
Quando un bimbo abusa della confidenza gli farete notare che è vostro dovere togliergliela per un certo tempo; promettendogli, però, che se ritornerà ad essere schietto, gliela ridarete. In seguito non gli ricorderete la sua menzogna. 

* L’educazione alla lealtà deve essere anche educazione alla discrezione, perché essere leali non consiste nel dire qualunque verità a chiunque e in qualunque momento.

AMDG  et BVM