mercoledì 18 aprile 2018

NON SI PUO' UCCIDERE UNA PERSONA PER SALVARNE UN'ALTRA



DIO GUARDA TUTTI UNO AD UNO E GIUDICHERÀ I PREDATORI DI ORGANI DI TUTTO IL MONDO E CHI COLLABORA CON LORO.
IO, CONCHIGLIA, IN NOME DI DIO ACCUSO:
GLI SCIENZIATI SENZA SCRUPOLI DI TUTTO IL MONDO, QUELLI CHE PER LA RICERCA VANNO CONTRO OGNI ETICA MORALE
I MEDICI DI TUTTO IL MONDO, QUELLI CHE IMPONGONO QUANDO VOGLIONO
LA MORTE AI MALATI PRELEVANDO I LORO ORGANI PER I TRAPIANTI
ARROGANDOSI UN DIRITTO CHE È SOLO DI DIO
I POTENTI DEI GOVERNI DI TUTTO IL MONDO, QUELLI CHE IMPONGONO IL CONCETTO E LA DICHIARAZIONE DI FALSA MORTE CEREBRALE
I GIORNALISTI DI TUTTO IL MONDO, QUELLI CHE SAPENDO TUTTO ACCETTANO LA CENSURA DEI LORO ARTICOLI 
I DIRIGENTI DELLE TELEVISIONI DI STATO E LE TELEVISIONI PRIVATE DI TUTTO IL MONDO,
QUELLI CHE IN CAMBIO DI DENARO PUBBLICIZZANO A FAVORE DEI TRAPIANTI DI ORGANI
IO, CONCHIGLIA, IN NOME DI DIO ACCUSO:
I SACERDOTI, VESCOVI E CARDINALI DELLA CHIESA CATTOLICA
QUELLI CHE PUR CONOSCENDO QUESTA ORRIBILE REALTÀ TACCIONO
E NON ALZANO LA VOCE A NOME DI DIO.
SATANA SI SERVE DEI SUOI SERVITORI MEDICI E DELLA COLLABORAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI A LORO FEDELI, PER STRAPPARE IL CUORE DAL PETTO ED UCCIDERE VITE UMANE. SÌ, POICHÉ QUESTI MEDICI UCCIDONO DEGLI UOMINI INERTI CHE NON POSSONO DIFENDERSI E LI LASCIANO MORIRE SVENTRATI, ESPIANTATI COME ANIMALI D’ALLEVAMENTO, SENZA PIETÀ, SENZA L’AMORE E LE ATTENZIONI DEI PROPRI CARI, IN UNA FREDDA SALA OPERATORIA. OGGI I NUOVI MARTIRI SONO CRUDELMENTE TAGLIATI IN DUE DA UN BISTURI CHE PARTE DALLA GOLA FINO AL PUBE ESPIANTATI PER UN GIRO DI AFFARI DI MILIARDI DI DOLLARI… DENARO SPORCO CHE GRONDA DI SANGUE INNOCENTE.
Le persone semplici, per ignoranza, senza rendersene conto, diventano complici di tali atrocità nei riguardi dei loro cari. Non si può uccidere una persona per salvarne un’altra. L’Uomo non ha il diritto di decidere chi deve morire e chi deve vivere. Solo Dio è Padrone della Vita.
Non si può pensare di fare il bene facendo il male.

AMDG et DVM

martedì 17 aprile 2018

Martirologio Romano

SANTA CATERINA DI ALESSANDRIA CON LA PALMA DEL MARTIRIO

Martyrologium (anticip.)
April 18th anno Domini 2018 The 3rd Day of Moon

Solennità di san Giuseppe, Sposo della beata Vergine Maria, Confessore e Patrono della Chiesa universale.
18 Aprile

Presso il Monte Senàrio, in Toscana, il natale di sant'Amedéo Confessore, uno dei sette Fondatori dell'Ordine dei Servi della beata Vergine Maria, insigne per l'ardentissima carità verso Dio. La festa però di lui e dei Compagni si celebra il dodici Febbraio.

A Roma il beato Apollónio Senatore, il quale, sotto il Principe Cómmodo ed il Prefetto Perénnio, denunziato come Cristiano da un servo, e obbligato a render conto della sua fede, compose un insigne volume, che lesse in Senato, e nondimeno, per sentenza dei Senato, fu decapitato per Cristo.

A Messina, in Sicilia, il natale dei santi Martiri Eleutério, Vescovo Illirico, ed Anzia sua madre. Egli, essendo illustre per la santità della vita e per il dono dei miracoli, sotto il Principe Adriano, avendo superato il letto di ferro infuocato, la graticola e la caldaia bollente di olio, pece e resina, essendo stato gettato anche ai leoni, ma da quelli per nulla offeso, da ultimo fu trucidato insieme colla madre.

A Cordova, nella Spagna, san Perfètto, Prete e Martire, che fu ucciso colla spada dai Mori perchè predicava contro la setta di Maométto e professava con fermezza la fede di Cristo.

A Messina, in Sicilia, san Corébo Prefetto, che, convertito alla fede da sant'Eleutério, fu ucciso colla spada.
A Bréscia san Calogero Martire, il quale, convertito a Cristo dai santi Faustino e Giovita, sotto il Principe Adriàno finì la gloriosa battaglia della confessione.

A Milàno san Caldino, Cardinale e Vescovo della medesima città, il quale, finita una predica contro gii eretici, rese lo spirito a Dio.

V. Ed altrove molti altri santi Martiri e Confessori, e sante Vergini.
R. Grazie a Dio.


AMDG et DVM


LA SUPERBIA... è un tumore


Capitolo 17 
La superbia 

La superbia (1) È un tumore dell'anima pieno di sangue. Se matura scoppierà, emanando un orribile fetore. Il bagliore del lampo annuncia il fragore del tuono e la presenza della vanagloria annuncia (2) la superbia. 

L'anima del superbo raggiunge grandi altezze e da lì cade nell'abisso. Si ammala di superbia l'apostata di Dio ascrivendo alle proprie capacità le cose ben riuscite (3). 

Come colui che sale su una tela di ragno precipita, così cade colui che si appoggia alle proprie capacità. 

Un'abbondanza di frutti piega i rami dell'albero e un'abbondanza di virtù umilia la mente dell'uomo. 

Il frutto marcio È inutile al contadino e la virtù del superbo non È accetta a Dio. 

Il palo sostiene il ramo carico di frutti e il timore di Dio l'anima virtuosa. 

Come il peso dei frutti spezza il ramo così la superbia abbatte l'anima virtuosa. 

Non consegnare la tua anima alla superbia e non avrai terribili fantasie. 

L'anima del superbo È abbandonata da Dio e diviene oggetto di gioia maligna per i demoni. 
Di notte egli si immagina branchi di belve che l'assalgono e di giorno È sconvolto da pensieri di viltà. 

Quando dorme facilmente sussulta e quando veglia lo spaventa l'ombra di un uccello (4). 

Lo stormire delle fronde atterrisce il superbo e il suono dell'acqua spezza la sua anima. 

Colui che infatti poco prima si È opposto a Dio respingendo il suo soccorso, viene poi spaventato da volgari fantasmi. 

Capitolo 18 

La superbia precipitò l'arcangelo dal cielo (1) e come un fulmine lo fece piombare sulla terra.

 L'umiltà invece conduce l'uomo verso il cielo e lo prepara a far parte del coro degli angeli. Di che ti inorgoglisci, o uomo, quando per natura sei melma e putredine (2), e perché ti sollevi sopra le nuvole? Guarda alla tua natura poiché sei terra e cenere e fra un po' tornerai alla polvere (3), ora superbo e tra poco verme. 

A che pro sollevi il capo che tra non molto marcirà? Grande È l'uomo soccorso da Dio; una volta abbandonato egli riconobbe la debolezza della natura. 
Nulla possiedi che tu non abbia ricevuto da Dio. Perché dunque ti scoraggi per ciò che appartiene ad altri come se fosse tuo? 

Perché ti vanti di quel che viene dalla grazia di Dio come se fosse una tua personale proprietà? Riconosci colui che dona e non ti inorgoglire tanto: sei creatura di Dio, non disprezzare perciò il creatore. 
Dio ti soccorre, non respingere il beneficatore (4). 
Sei giunto alla sommità della tua condizione (5), ma lui ti ha guidato; hai agito rettamente secondo virtù ed egli ti ha condotto. 
Glorifica chi ti ha innalzato per rimanere al sicuro nelle altezze; riconosci colui che ha le tue stesse origini perché la sostanza È la medesima e non rifiutare per iattanza questa parentela. 

Capitolo 19 

Umile e moderato È colui che riconosce questa parentela; ma il demiurgo (1) plasmò sia lui sia il superbo. 
Non disprezzare l'umile: infatti egli È più al sicuro di te: cammina sulla terra e non precipita; ma colui che sale più in alto, se cade, si sfracellerà. 

Il monaco superbo È come un albero senza radici e non sopporta l'impeto del vento. 
Una mente senza boria (2) È come una cittadella ben munita e chi vi abita sarà imprendibile. 

Un soffio di vento solleva la festuca e l'insulto porta il superbo alla follia (3). 

Una bolla scoppiata svanisce e la memoria del superbo perisce. 

La parola dell'umile addolcisce l'anima, mentre quella del superbo È ripiena di millanteria. 

Dio si piega alla preghiera dell'umile, È invece esasperato dalla supplica del superbo. 

L'umiltà È la corona della casa e tiene al sicuro chi vi entra. 
Quando salirai al sommo delle virtù allora avrai molto bisogno di sicurezza. Colui infatti che cade sul pavimento rapidamente si rialza, ma chi precipita da grandi altezze, rischia la morte (4). 

La pietra preziosa si addice al bracciale d'oro e l'umiltà umana risplende di molte virtù.

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AMDG et DVM

lunedì 16 aprile 2018

16 aprile: Benedicamus Domino

OGGI
RICORDIAMO con GIOIA:









Solenne memoria del venerabile giorno in cui 
il Nostro Serafico Padre San Francesco





Et BENEDICAMUS DOMINO
CUM MARIA SANCTISSIMA
AMEN

Un’esistenza che punta tutto sulla carta di Dio, e tralascia proprio quanto normalmente rende matura e promettente un’esistenza umana.

SACRO CELIBATO


Il celibato sacerdotale nelle risposte del card. Ratzinger a Peter Seewald nel libro-intervista "Il sale della terra" (1996)

Vedi anche:

Il celibato sacerdotale. Ecco come Papa Benedetto risponde a Seewald nel libro-intervista "Luce del mondo" (2010)



Da Joseph Ratzinger, "Il sale della terra: Cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo" – Un colloquio con Peter Seewald, Edizioni San Paolo 2005

II. Problemi della Chiesa cattolica

Il celibato

D. Stranamente niente provoca più rabbia nella gente che il problema del celibato. Anche se questo riguarda solo una minima parte della popolazione della Chiesa. Perché esiste il celibato?

R. Esso è legato a una frase di Cristo: Ci sono coloro - si legge nel Vangelo- che per amore del regno dei cieli, rinunciano al matrimonio e, con tutta la loro esistenza, rendono testimonianza al regno dei cieli. 
La Chiesa è arrivata molto presto alla convinzione che essere sacerdoti significa dare questa testimonianza per il regno dei cieli. Essa poteva riallacciarsi analogamente a un parallelo veterotestamentario di altra natura. Israele entra nella terra promessa, undici tribù ricevono ciascuna la propria porzione di territorio; solo la tribù di Levi, quella dei sacerdoti, non riceve territorio né eredità; la sua eredità è solo Dio. 
Praticamente ciò significa che i suoi membri vivono solo dei doni del culto e non, come le altre famiglie, della coltivazione della terra. Il punto essenziale è che essi non hanno alcuna proprietà. Il salmo 16 dice: tu sei la mia parte di eredità e il mio calice, ti ho ricevuto in sorte, Dio è la mia terra. Questa figura, che cioè nell’Antico Testamento il sacerdote non ha terra e vive, per così dire, di Dio – e perciò lo testimonia davvero –in seguito, in riferimento alla parola di Gesù è stata interpretata così: la porzione di terra in cui vive il sacerdote è Dio stesso.
Oggi possiamo capire con difficoltà questa rinuncia, poiché il rapporto con il matrimonio e i figli si è modificato. Dover morire senza figli, un tempo voleva dire aver vissuto senza scopo: una volta dispersa la traccia della mia vita, io sono morto del tutto. Se invece ho dei figli, continuerò a vivere in loro, grazie a una specie di immortalità, ottenuta attraverso la discendenza. Perciò è una superiore condizione di vita l’aver eredi e restare, attraverso di loro, nella terra dei viventi.
La rinuncia al matrimonio e alla famiglia è quindi da intendersi nella seguente prospettiva: rinuncio a ciò che per gli uomini non solo è l’aspetto più normale, ma il più importante. Rinuncio a generare io stesso vita dall’albero della vita, ad avere una terra in cui vivere e vivo con la fiducia che Dio è davvero la mia terra. Così rendo credibile anche agli altri che c’è un regno dei cieli. 
Non solo con le parole, ma con questo tipo di esistenza sono testimone di Gesù Cristo e del Vangelo e gli metto così a disposizione la mia vita.
Il celibato ha dunque un significato contemporaneamente cristologico e apostolico. Non si tratta solo di risparmiare tempo - ho un po’ di tempo a disposizione perchè non sono un padre di famiglia – il che sarebbe troppo banale e pragmatico. Si tratta di un’esistenza che punta tutto sulla carta di Dio, e tralascia proprio quanto normalmente rende matura e promettente un’esistenza umana.

D. D’altra parte qui non si tratta di un dogma. Il problema sarà forse, un giorno, aperto al dibattito, nel senso di una libera scelta tra una forma di vita celibataria e una non celibataria?

R. Si, certo, non si tratta di un dogma. E’ una consuetudine venutasi a creare assai presto nella Chiesa, a seguito di sicuri riferimenti biblici. Ricerche più recenti dimostrano che il celibato risale a molto prima di quanto permettono di riconoscere le fonti del diritto di solito conosciute, fino al secondo secolo. 
Anche in Oriente era molto più diffuso di quanto potevamo sapere finora. Qui solo nel secolo VII le due strade si separano. Da sempre in Oriente il monachesimo rappresenta la base portante del sacerdozio e della gerarchia e, per questo, aanche lì il celibato ha davvero grande importanza.
Non è un dogma, è un modo di vivere che è cresciuto nella Chiesa e che naturalmente comporta sempre il pericolo di una caduta. Se si punta così in alto, ci possono essere delle cadute. Penso che ciò che oggi irrita la gente nei confronti del celibato è che essa vede quanti preti non sono interiormente d’accordo e lo vivono ipocritamente, male, o non lo vivono affatto o solo con tormento e dicono…

D. …che distrugge gli uomini… 

R. Quanto più un’epoca è povera di fede, tanto più frequenti sono le cadute. 
Così il celibato perde di credibilità e il suo vero messaggio non viene alla luce. Si deve chiarire che i periodi di crisi del celibato corrispondono sempre a periodi di crisi del matrimonio. Infatti oggi non viviamo solo la crisi del celibato, lo stesso matrimonio viene sempre più messo in discussione come fondamento della nostra società. 
Nelle legislazioni degli Stati occidentali esso è sempre più messo allo stesso livello di altri stili di vita e viene così dissolto anche come forma giuridica. La fatica di vivere veramente il matrimonio non è in fondo da meno. In pratica, con l’abolizione del celibato assisteremmo solo alla nascita di un nuovo tipo di problematica, quella dei preti divorziati. La Chiesa evangelica conosce bene questo problema. Se ne deduce che le forme elevate di esistenza umana sono sempre soggette a qualcosa che le minaccia. La conseguenza che ne trarrei, non è, però, di perdere la speranza e dire: “non ci riusciamo più”, ma dobbiamo tornare a credere, ad avere più fede. E, ovviamente, dobbiamo essere ancora più cauti nella scelta degli aspiranti sacerdoti. L’importante è che uno scelga davvero liberamente e non dica: “ si, voglio diventare prete, e allora mi carico anche di questo”, oppure; “in fondo le ragazze non mi interessano più di tanto, quindi non sarà un gran problema”. Questo non è un corretto punto di partenza. L’aspirante sacerdote deve riconoscere nella sua vita la forza della fede e deve sapere che solo in essa può vivere il celibato. Allora il celibato può diventare una testimonianza che dice qualcosa agli uomini e che riesce anche a dar loro coraggio in relazione al matrimonio. Entrambe le istituzioni sono strettamente legate l’una all’altra. Se una fedeltà non è più possibile, anche l’altra non ha più senso: l’una sostiene l’altra.

D. Suppone quindi che esista una relazione tra la crisi del celibato e quella del matrimonio

R. Mi sembra molto evidente. 
In entrambi i casi la persona singola si trova di fronte al problema di una scelta di vita definitiva: a 25 anni posso già disporre di tutta la mia vita? E’ qualcosa di commisurato all’uomo? C’è la possibilità di farcela, di crescere e di maturare in modo vivo oppure devo tenermi costantemente aperto per nuove possibilità? La domanda fondamentale è la seguente: può l’uomo prendere una decisione definitiva per quel che riguarda l’aspetto centrale della sua vita? Può egli sostenere per sempre un legame nella decisione circa il modo della sua vita? Al riguardo mi permetto due osservazioni: lo può solamente se è ancorato saldamente alla fede; secondo: solo in questo caso egli perviene alla piena dimensione dell’amore e della maturazione umana. Tutto ciò che resta al di sotto del matrimonio monogamico è comunque troppo poco per l’uomo.

D. Ma se i numeri sulle infrazioni del celibato sono esatti, allora, de facto, esso è già fallito da molto tempo. Per ripeterlo ancora una volta: forse un giorno si arriverà ad aprire il dibattito circa la possibilità di una libera scelta?

R. Libera deve esserlo in ogni caso. Infatti, prima dell’ordinazione si deve confermare con una promessa solenne che lo si fa e lo si vuole in tutta libertà. Ho sempre una brutta sensazione, quando in seguito si dice che si è trattato di un celibato forzato, che è stato imposto. Ciò va contro la parola che si è data all’inizio. Nell’educazione dei sacerdoti si deve far attenzione che questa promessa sia presa sul serio. Questo è il primo punto. Il secondo è che dove vive la fede e nella misura in cui una Chiesa vive la fede, allora vien fuori anche la forza di sostenere queste scelte.
Credo che, rinunciando a questa convinzione, non migliori nulla, ma si finisca per passare sopra a una crisi della fede. Naturalmente si tratta di una tragedia per una Chiesa, quando molti conducono, più o meno, una doppia vita
Non sarebbe, purtroppo, la prima volta che accade. Nel tardo medioevo abbiamo avuto una situazione simile, che poi fu una delle cause che portarono alla Riforma protestante. Si tratta di un avvenimento tragico sul quale bisogna riflettere, anche per amore degli uomini che poi soffrono davvero molto profondamente. Ma credo, e stando ai risultati dell’ultimo sinodo questo è anche il convincimento della grande maggioranza dei vescovi, che il vero problema sia la crisi della fede, e che non si hanno preti migliori e più numerosi dissociando il ministero e lo stato di vita, perché in tal modo si finisce solo per ignorare una crisi di fede e per farsi ingannare da soluzioni solo apparenti.

D. Ritorniamo ancora alla mia domanda: crede che i preti forse un giorno potranno scegliere liberamente tra una vita celibataria ed una non celibataria?

R. Questo l’avevo già capito. Dovevo solo chiarire che, comunque, secondo quel che ciascuno dice prima di essere ordinato sacerdote, non ci sono persone costrette al celibato. Si viene accettati come prete solo se lo si vuole spontaneamente. 
La domanda è allora: quanto profondamente sono legati tra loro sacerdozio e celibato? La volontà di optare soltanto per uno solo dei due termini non implica già di per sé una minore considerazione del sacerdozio? Credo che su questo punto non ci si possa richiamare semplicemente alle Chiese ortodosse e alla cristianità protestante. Quest’ultima ha una visione completamente diversa del ministero: è una funzione, un servizio derivato dalla comunità, ma non è un sacramento, non è il sacerdozio in senso proprio. 
Nella Chiesa ortodossa, abbiamo, da un lato, la forma perfetta di sacerdozio, cioè i preti-monaci, gli unici che possono diventare vescovi. Accanto a loro ci sono i preti secolari che, se vogliono sposarsi, devono farlo prima della loro consacrazione; essi si occupano poco della cura delle anime, ma propriamente, sono solo ministri del culto. 
Per questo aspetto è quasi un’altra concezione di sacerdozio. Noi, invece , riteniamo che chiunque sia sacerdote, deve esserlo nella maniera di un vescovo e che non deve esistere una tale divisione.
Nessuna consuetudine di vita della Chiesa deve essere interpretata come un assoluto, per quanto sia profondamente radicata e fondata. Sicuramente la Chiesa si dovrà porre ancora il problema, lo ha già fatto recentemente in due sinodi. Ma penso che a partire da tutta la storia della cristianità occidentale e anche dall’intima concezione che sta alla base di tutto ciò, la Chiesa non deve credere di ottenere molto orientandosi verso la dissociazione di sacerdozio e celibato; se lo facesse, finirebbe comunque per perdere qualcosa.

D. Si può quindi concludere che Lei non crede che un giorno ci saranno preti sposati nella Chiesa cattolica?

R. Comunque non in un futuro prevedibile. Per essere sincero, devo dire che abbiamo già dei preti sposati, arrivati a noi come convertiti dalla Chiesa anglicana o da diverse comunità evangeliche. Quindi, in casi eccezionali, questo è possibile, ma si tratta, appunto, di eccezioni. E penso che anche in futuro rimarranno tali.

D. Ma l’obbligo del celibato non dovrebbe venire meno, anche solo in considerazione del fatto che la Chiesa, diversamente, non avrà più preti?

R. Non credo che quest’argomento sia veramente adeguato. 
Il problema delle vocazioni sacerdotali va visto sotto molti aspetti. Ha prima di tutto a che fare con il numero di bambini. Quando oggi il numero medio di bambini per famiglia è 1,5, il problema dei candidati al sacerdozio si pone in modo ben diverso dai periodi in cui le famiglie erano notevolmente più numerose. 
Nelle famiglie, poi, ci sono ben altre aspettative. Oggi sperimentiamo che i maggiori ostacoli al sacerdozio frequentemente vengono dai genitori, che hanno ben altre attese per i loro figli. Questo è il primo punto. Il secondo è che il numero di cristiani praticanti è molto diminuito e perciò si è ridotta anche la base di selezione. Considerato il numero dei bambini e il numero dei praticanti, probabilmente il numero dei nuovi sacerdoti non è affatto diminuito. Quindi bisogna tener conto di questa proporzione. La prima domanda allora è: ci sono credenti? Solo dopo viene la seconda domanda: da essi escono dei sacerdoti?

Da Joseph Ratzinger, "Il sale della terra: Cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo" – Un colloquio con Peter Seewald, Edizioni San Paolo 2005

E' pubblicato anche nel blog "Raccolta di testi di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI"

AMDG et DVM