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martedì 17 aprile 2018

LA SUPERBIA... è un tumore


Capitolo 17 
La superbia 

La superbia (1) È un tumore dell'anima pieno di sangue. Se matura scoppierà, emanando un orribile fetore. Il bagliore del lampo annuncia il fragore del tuono e la presenza della vanagloria annuncia (2) la superbia. 

L'anima del superbo raggiunge grandi altezze e da lì cade nell'abisso. Si ammala di superbia l'apostata di Dio ascrivendo alle proprie capacità le cose ben riuscite (3). 

Come colui che sale su una tela di ragno precipita, così cade colui che si appoggia alle proprie capacità. 

Un'abbondanza di frutti piega i rami dell'albero e un'abbondanza di virtù umilia la mente dell'uomo. 

Il frutto marcio È inutile al contadino e la virtù del superbo non È accetta a Dio. 

Il palo sostiene il ramo carico di frutti e il timore di Dio l'anima virtuosa. 

Come il peso dei frutti spezza il ramo così la superbia abbatte l'anima virtuosa. 

Non consegnare la tua anima alla superbia e non avrai terribili fantasie. 

L'anima del superbo È abbandonata da Dio e diviene oggetto di gioia maligna per i demoni. 
Di notte egli si immagina branchi di belve che l'assalgono e di giorno È sconvolto da pensieri di viltà. 

Quando dorme facilmente sussulta e quando veglia lo spaventa l'ombra di un uccello (4). 

Lo stormire delle fronde atterrisce il superbo e il suono dell'acqua spezza la sua anima. 

Colui che infatti poco prima si È opposto a Dio respingendo il suo soccorso, viene poi spaventato da volgari fantasmi. 

Capitolo 18 

La superbia precipitò l'arcangelo dal cielo (1) e come un fulmine lo fece piombare sulla terra.

 L'umiltà invece conduce l'uomo verso il cielo e lo prepara a far parte del coro degli angeli. Di che ti inorgoglisci, o uomo, quando per natura sei melma e putredine (2), e perché ti sollevi sopra le nuvole? Guarda alla tua natura poiché sei terra e cenere e fra un po' tornerai alla polvere (3), ora superbo e tra poco verme. 

A che pro sollevi il capo che tra non molto marcirà? Grande È l'uomo soccorso da Dio; una volta abbandonato egli riconobbe la debolezza della natura. 
Nulla possiedi che tu non abbia ricevuto da Dio. Perché dunque ti scoraggi per ciò che appartiene ad altri come se fosse tuo? 

Perché ti vanti di quel che viene dalla grazia di Dio come se fosse una tua personale proprietà? Riconosci colui che dona e non ti inorgoglire tanto: sei creatura di Dio, non disprezzare perciò il creatore. 
Dio ti soccorre, non respingere il beneficatore (4). 
Sei giunto alla sommità della tua condizione (5), ma lui ti ha guidato; hai agito rettamente secondo virtù ed egli ti ha condotto. 
Glorifica chi ti ha innalzato per rimanere al sicuro nelle altezze; riconosci colui che ha le tue stesse origini perché la sostanza È la medesima e non rifiutare per iattanza questa parentela. 

Capitolo 19 

Umile e moderato È colui che riconosce questa parentela; ma il demiurgo (1) plasmò sia lui sia il superbo. 
Non disprezzare l'umile: infatti egli È più al sicuro di te: cammina sulla terra e non precipita; ma colui che sale più in alto, se cade, si sfracellerà. 

Il monaco superbo È come un albero senza radici e non sopporta l'impeto del vento. 
Una mente senza boria (2) È come una cittadella ben munita e chi vi abita sarà imprendibile. 

Un soffio di vento solleva la festuca e l'insulto porta il superbo alla follia (3). 

Una bolla scoppiata svanisce e la memoria del superbo perisce. 

La parola dell'umile addolcisce l'anima, mentre quella del superbo È ripiena di millanteria. 

Dio si piega alla preghiera dell'umile, È invece esasperato dalla supplica del superbo. 

L'umiltà È la corona della casa e tiene al sicuro chi vi entra. 
Quando salirai al sommo delle virtù allora avrai molto bisogno di sicurezza. Colui infatti che cade sul pavimento rapidamente si rialza, ma chi precipita da grandi altezze, rischia la morte (4). 

La pietra preziosa si addice al bracciale d'oro e l'umiltà umana risplende di molte virtù.

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AMDG et DVM

lunedì 9 aprile 2018

La vanagloria, come uno scoglio sommerso: se vi urti contro rischi di perdere il carico

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Capitolo 15 
La vanagloria 

La vanagloria (1) È una passione irragionevole e facilmente s'intreccia con tutte le opere di virtù (2). 

Un disegno tracciato nell'acqua si confonde, come la fatica della virtù nell'anima vanagloriosa. 

Diviene candida la mano nascosta in seno e l'azione che rimane celata risplende di una luce più smagliante. 

L'edera s'avvinghia all'albero e, quando giunge in alto, ne dissecca la radice, così la vanagloria si origina dalle virtù e non si allontana finché non avrà reciso la loro forza. 

Il grappolo d'uva, buttato a terra, marcisce facilmente e la virtù, se si appoggia alla vanagloria, perisce. Il monaco vanaglorioso È un lavoratore senza salario: si impegna nel lavoro e non riceve alcuna paga (3); la borsa bucata non custodisce ciò che vi È riposto e la vanagloria distrugge i compensi delle virtù. 

La continenza del vanaglorioso È come il fumo del camino, entrambi si disperderanno nell'aria. 

Il vento cancella l'orma dell'uomo come l'elemosina del vanaglorioso. 

La pietra lanciata non raggiunge il cielo e la preghiera di chi desidera piacere agli uomini non salirà fino a Dio. 

Capitolo 16 
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La vanagloria È uno scoglio sommerso: se vi urti contro rischi di perdere il carico (1). 

Nasconde il suo tesoro l'uomo prudente quanto il saggio monaco le fatiche della sua virtù. 

La vanagloria consiglia di pregare nelle piazze, colui che invece vi si oppone prega nella sua stanzetta (2). 

L'uomo poco assennato rende nota la propria ricchezza e spinge molti a tendergli insidie (3). Nascondi invece le tue cose: durante il cammino ti imbatterai in lestofanti finché non arriverai alla città della pace e potrai usare i tuoi beni tranquillamente. 

La virtù del vanaglorioso È un sacrificio consunto e non È certo offerto all'altare di Dio. 
L'acedia dissolve il vigore dell'anima, mentre la vanagloria fortifica la mente che dimentica Dio, rende robusto l'astenico e il vecchio più forte del giovane, solo finché sono molti i testimoni che assistono a tutto questo: allora saranno inutili il digiuno, la veglia e la preghiera, È infatti la pubblica approvazione che eccita lo zelo (4). 

NÉ metterai in vendita le tue fatiche per la fama, né rinuncerai alla gloria futura per essere acclamato. Infatti l'umana gloria si accampa in terra e sulla terra la sua fama si estingue, mentre la gloria della virtù rimane in eterno (5).

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AMDG et DVM

giovedì 15 marzo 2018

L'acedia


Capitolo 13 
L'acedia 


L'acedia (1) È una debolezza dell'anima che insorge quando non si vive secondo natura né si fronteggia nobilmente la tentazione (2).
 Infatti la tentazione È per un'anima nobile ciò che È il cibo per un corpo vigoroso. 

 Il vento del nord nutre i germogli e le tentazioni consolidano la fermezza dell'anima. 

La nube povera d'acqua È allontanata dal vento come la mente che non ha perseveranza (3) dallo spirito dell'acedia. 

La rugiada primaverile accresce il frutto del campo e la parola spirituale esalta la fermezza dell'anima. 

Il flusso dell'acedia caccia il monaco dalla propria dimora, mentre colui che È perseverante se ne sta sempre tranquillo. 

L'acedioso adduce quale pretesto la visita degli ammalati, cosa che garantisce il proprio scopo. 

Il monaco acedioso È rapido a svolgere il suo ufficio e considera un precetto la propria soddisfazione; la pianta debole È piegata da una lieve brezza e immaginare la partenza distrae l'acedioso. 

Un albero ben piantato non È scosso dalla violenza dei venti e l'acedia non piega l'anima ben puntellata. 

Il monaco girovago (4), secco fuscello della solitudine, sta poco tranquillo e, senza volerlo, È sospinto qua e là di volta in volta. 

Un albero trapiantato non fruttifica (5) e il monaco vagabondo non dà frutti di virtù. 

L'ammalato non È soddisfatto da un solo cibo e il monaco acedioso non lo È da una sola occupazione. 

Non basta una sola femmina a soddisfare il voluttuoso e non È abbastanza una sola cella per l'acedioso. 

Capitolo 14 

L'occhio dell'acedioso fissa le finestre continuamente e la sua mente immagina che arrivino visite: la porta cigola e quello balza fuori, ode una voce e si sporge dalla finestra e non se ne va da lì finché, sedutosi, non si intorpidisce. 

Quando legge, l'acedioso sbadiglia molto, si lascia andare facilmente al sonno (1), si stropiccia gli occhi, si stiracchia e, distogliendo lo sguardo dal libro, fissa la parete e, di nuovo, rimessosi a leggere un po', ripetendo la fine delle parole, si affatica inutilmente, conta i fogli, calcola i quaternioni, disprezza le lettere e gli ornamenti e infine, piegato il libro, lo pone sotto la testa e cade in un sonno non molto profondo, e infatti, di lì a poco, la fame gli risveglia l'anima con le sue preoccupazioni. 

Il monaco acedioso È pigro alla preghiera e di certo non pronuncerà mai le parole dell'orazione (2); come infatti l'ammalato non riesce a sollevare un peso eccessivo così anche l'acedioso di sicuro non  si occuperà con diligenza dei doveri verso Dio: all'uno infatti difetta la forza fisica, all'altro viene meno il vigore dell'anima. 

La pazienza, il far tutto con molta assiduità e il timor di Dio curano l'acedia. 

Disponi per te stesso una giusta misura in ogni attività e non desistere prima di averla conclusa, e prega assennatamente e con forza e lo spirito dell'acedia fuggirà da te (3). 

*

Tracce di spiritualità. Incontrare Cristo Gesù

Il mio sarà un racimolare qualche pensiero, non avete davanti a voi, lo sapete, un teologo di professione, ma uno che viene dalla cura pastorale e non dalle cattedre universitarie. E questo è il pericolo che correte, quello di vedervi proporre pensieri che vanno più per trasalimenti che non per concatenazioni logiche, forse più per passioni che non per rigorose elaborazioni. Davanti a voi, lo vedete, semplicemente un prete che di anni ne ha una moltitudine, ma che è, come voi, innamorato di Gesù. Ma devo subito aggiungere del Gesù dei vangeli. Ecco vi dirò qualcosa sull’incontro con Gesù e e qualcosa circa tracce di spiritualità a partire della sua vita.

Dicevo, il Gesù dei vangeli. Il Gesù di una certa predicazione che lo rende asettico, confinato in regioni eteree che lui non ha mai frequentato, il Gesù dolciastro di tante immaginette, non mi affascina, non dice niente alla mia vita, non mi interroga. mi lascia indifferente.
Quando invece mi fermo a osservarlo da vicino dalle pagine dei vangeli, a ottant’anni mi batte il cuore.
Parecchi mesi fa fui invitato una sera a Lecco per un incontro dove mi è stato chiesto di raccontare perché ho scritto il libro “Incontri co Gesù”.Mi venne spontaneo confessare che fu per un debito di fascino. Affascinamento da Gesù.
Se vado a scavare da dove e da quando il fascino di Gesù, nella memoria mi si accende una età della vita e un giorno.
Ricordo, ero in terza liceo, da anni in Seminario. Quel giorno venne a parlarci un professore di teologia, insegnava teologia fondamentale, Don Corti Gaetano “il bello” lo chiamavamo, per distinguerlo da un nostro professore di greco, anche lui Corti, ma Antonio, che chiamavamo “il brutto”. Ci parlò di Gesù, della sua calda umanità. Rimasi affascinato. Segnato per sempre.
Quell’episodio divenne per me una parabola. Perché? Perché mi raccontava della possibilità di una chiesa dove si parla di tutto fuorché di ciò per cui esiste. Cioè di Gesù. Immaginate quanti discorsi ascetici mi ero sorbito dai miei padri spirituali in quegli anni di seminario: ogni giorno, uno al mattino e uno alla sera; quanti insegnamenti dai miei superiori, e mai, quasi mai, dal vangelo. Quell’episodio mi raccontava anche della possibilità purtroppo di una chiesa che dica Gesù, ma un Gesù privato della sua calda umanità, come fosse un mezzo uomo, o anche meno, asfittico. Con la conseguenza straziante di ambienti asfittici.
Ora quel ragazzo di terza liceo, voi lo sapete, è un vecchio prete. Cui, è rimasto ancora per grazia, la voglia di guardarsi intorno. E che cosa vede? Vede, lo rilevava mesi fa un biblista, una chiesa che prevalentemente, dico prevalentemente, per grazia non tutta, si configura come una istituzione in cui “prendono corpo atti di nervosismo e di paura: comportamenti generati spesso più dall’istinto di conservazione che dallo Spirito di Gesù che, come diciamo nel credo, è sempre datore di vita… Con atteggiamenti difensivi rispetto alla società moderna”. E ricordava che “recentemente un vescovo francese, Claude Dagens, portavoce della Conferenza Episcopale Francese, aveva detto che a volte stiamo facendo della fede una controcultura e della chiesa una contro società. Da questa posizione è difficile, per non dire impossibile, annunciare il Dio di Gesù come il miglior amico di ogni essere umano” (José Antonio Pagola).

Si svuotano le chiese, ci si sente assediati, si vanno a studiare strategie pastorali, sempre più complicate. Da ingenuo, vi dirò che si lascia abbandonata, trascurata, in un angolo, la risorsa, la vera grande opportunità, quella che è apparsa nella storia, Gesù e il suo vangelo, lui il racconto luminoso del volto di Dio e del volto dell’uomo come lo ha sognato Dio. Ho detto “Gesù e il suo vangelo”, il Gesù dei vangeli. Che di Dio ci ha parlato attraverso la sua umanità. Disumanizzandolo da un lato abbiamo svuotato la fede e dall’altro abbiamo ferito, ferito a morte, nel più profondo, il fascino di Gesù.
Allontanandoci dal Gesù dei vangeli siamo arrivati al rischio di essere frequentatori delle chiese - io posso essere uno di questi - che pur frequentandole assiduamente, non confrontano mai i loro pensieri con i pensieri di Gesù, il loro stare al mondo con lo stare al mondo di Gesù. Voi mi capite, si proclama Gesù, ci si impanca a difensori dei crocifissi di legno, sostenendo nella vita semplicemente il contrario di quello per cui Gesù è morto di croce.
L’incontro con Gesù, perdonate se mi esprimo così, ha un incipit in un luogo che si chiama desiderio, avviene per un desiderio il suo e il tuo. Una questione di desideri, per cui a cercare viene lui e a cercare vai tu. E le cose quasi si confondono.
Quando leggo sento il rumore dei passi, sono leggeri, senza fanfare, senza esibizioni, senza autocelebrazioni che ne rompano l’incanto. L’incanto della realtà, la realtà della sua persona, del suo vangelo. Le tracce, la sua via. La sua via, via dello Spirito, tanto diversa da tante vie dello spirito che abbiamo disinvoltamente chiamate cristiane, di Cristo.
Seguo il rumore dei passi che portano a una casa. “Dove abiti?”. “Venite e vedrete”. I due, iniziatori del movimento, si videro aprire una casa. Lui non abitava sinagoghe, né abitava palazzi. Entrarono, erano tutt’occhi per vedere, erano le quattro del pomeriggio: quella luce sulle cose di casa e sul suo volto niente e nessuno di lì in poi l’avrebbe più cancellata, impigliata per sempre nel più profondo dei loro occhi.
Qui mi ha portato il rumore dei suoi passi. E mi pento di essermi a lungo illuso di sapere di lui leggendo dissertazioni teologiche, illuso che lo avrei potuto conoscere senza abitare la sua casa. Giorni fa un’amica mi ha scritto di occhi: “Da parecchio tempo ti osservo, spio qua e là tra i tuoi modi di fare…”. Uno, chi è, lo conosci nella sua casa, molto più che nei luoghi cosiddetti sacri.
La casa è più umana, nella casa si può smarrire una moneta e passare ore a cercarla e chiamare le donne del vicinato a far festa quando, dopo tanto frugare, è uscita dalla penombra agli occhi. Nella casa succedono gli inciampi, succedono anche le nostre fragilità, le nostre debolezze, succede di smarrire una moneta. Nelle chiese no, tutto procede senza scarti, dall’inizio alla fine, tutto deve filar liscio, roba da mostri sacri. Lui lontano anni luce dal posare come un mostro sacro. E senza un grumo di simpatia, un grumo che è un grumo, verso i mostri sacri.

Conoscendo Gesù nella sua casa,nel suo vangelo, ricaviamo tracce della sua spiritualità.

Spiritualità come immergersi

E vengo così a una prima traccia di spiritualità che è sovversiva. Perché noi poco o tanto siamo ancora abitati da un immaginario che ci fa collare gli uomini spirituali tra gli esseri distaccati, così assestati sullo spirito da disdegnare ciò che è terreno, o meglio ciò che è corporale. Spiritualità come separazione.
Andiamo a Gesù. Dove puntassero i suoi pensieri lo videro fin da quei suoi inizi. Perché, già, i saggi dicono che dalle luci dell’alba si intravvede il giorno. Cominciò a strabiliare dall’inizio.
Non so se quel giorno, là lungo le acque del fiume Giordano, vi fosse, per caso attratto dalla curiosità, qualcuno di quelli che muoiono dal desiderio di organizzare gli ingressi ufficiali, loro ci sanno fare. Nel caso avrebbero storto il naso increduli ai propri occhi. Iniziava dal basso, non da un minimo di importanza, ma dalla fragilità degli umani. Si era messo in una strana compagnia e senza un rigo di distanza. Nell’acqua dei peccatori. E per di più non era una finta. Non faceva finta, come quelli che all’inizio della messa chiedono perdono, bontà loro! No, di cose per finta lui non ne aveva mai fatte, chiedeva di essere immerso con loro, senza corsie preferenziali. Il Battista, suo cugino, trovò disdicevole la compagnia e voleva impedirglielo, ma lui in risposta a dirgli: “Lascia fare, ora: così infatti conviene che si compia ogni giustizia”. Sconcertante! Ancora più sconcertante se pensiamo che queste sono le prime parole esplicite di Gesù nel vangelo di Matteo. Ebbene le prime sue parole mettono a fuoco una concezione rivoluzionaria di giustizia. Dico rivoluzionaria perchè qui si ribaltano le nostre visioni, le nostre comuni, ovvie, condivise nozioni di giusto e di non giusto, di giustizia e di non giustizia, è una sovversione del nostro comune modo di pensare, di sentire. Perché? Ma perché per noi giusto sarebbe marcare la distinzione, tra Dio e chi non è Dio e giusta sarebbe la distanza tra chi ha peccato e chi non ha peccato. “Tu” sembra dire il Battista “non solo confondi i ruoli, ma porti ulteriore confusione, perché non metti una separazione dove è giusto metterla, tra giusti e non giusti. Con la tua scelta di stare con tutti a ricevere il battesimo, e pure pregando, sinceramente pregando!, porti confusione nelle menti e nei cuori”.

E Gesù non arretra, non arretra mai sui gesti che diventano fessura da cui spiare il vero volto di Dio, da cui spiare il suo disegno, il disegno della nuova giustizia. Che è la misericordia. Che è la compassione per la fragilità umana in cui siamo immersi e da cui possiamo risalire, purchè uno sia stato nelle acque con noi.

Lo sentivano compagno delle acque, che sembrarono quel giorno prendere ai loro occhi un altro colore, tant’è che qualcuno disse di aver visto i cieli aprirsi e pure una voce dall’alto che diceva gradimento su quella disdicevole compagnia. Una compagnia che durò poi una vita, tant’è che i puri non gliela avrebbero mai perdonata, “Mangione e beone” per loro “amico dei pubblicani e dei peccatori”. Loro, monumenti di perfezione! 

Una spiritualità di immersione e non di separazione. Per tutta la vita. Ricordate Zaccheo. I cosidetti uomini religiosi sentono filtare voci di festa dalla casa di Zaccheo dove Gesù si era fatto invitare e faceva loro una rabbia: già, ha chiesto, dicevano, di essere ospitato nella casa di un pubblicano, in quella compagnia più che disdicevole! E in faccia a coloro che fissano case e distribuiscono patenti del regno, lui, Gesù, in una casa di peccatori, disse, a memoria per i secoli: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare chi era perduto”.
Questo, ricordiamolo, fu un tratto preciso della sua spiritualità, per tutta la vita. Da quell’incipit nelle acque del Giordano al suo estremo soffio di respiro, sulla croce, dove muore tra due malfattori.

Spiritualità come essere liberi

Un secondo tratto – tenete presente che non sto creando gerarchie tra un tratto di spiritualità e un altro, non ne sono capace, magari ce ne sono di più importanti, solo sottolineo linee di tendenza: uno stile di libertà.
Lo sottolineo, perché a mio avviso questo della libertà di Gesù è un aspetto a mio avviso poco indagato e invece uno tra i più affascinanti della sua vita. Confessiamolo essendo stato poco indagato e ancor meno predicato, ne siamo stati purtroppo poco contagiati. Ricordo una citazione amara di E. Mounier, che vedeva nei cristiani “esseri impacciati che camminano con gli occhi al suolo. Che pesano e misurano il gesto al millimetro, eroi linfatici, vasi di noia, sacri sillogismi, ombre di ombre”.
Lui sconfina. Mi chiedo: i suoi discepoli, anzi noi, siamo gente che sconfina? Anni fa entrando in una libreria del centro a Milano lo sguardo mi cadde sul titolo di un libro di Christian Duquoc, “Gesù uomo libero”. Ebbi un sussulto. Mi venne una considerazione: pensa, mi dissi, quanti titoli, tra quelli dati a Gesù, non ci fanno sussultare, e come certi altri, meno comuni, ci avvincono e ci mettono in cammino. L’ incontro con Gesà ci mette in cammino, liberi per camminare.

Sfogli il vangelo e resti sorpreso dalla sua libertà, sorpreso e affascinato per come reagisce davanti a ogni tentativo di imprigionamento. Da chiunque gli venga, fossero pure sua madre, o i suoi, che cercano di «riportarlo a casa», di ricondurlo a più miti consigli. Là dove vige un'adorazione acritica della legge, lui scompiglia la fissità senz’anima dei codici: guarisce di sabato, tocca i lebbrosi, mangia con gente di dubbia reputazione, ha al suo seguito delle donne, si lascia profumare e ungere dalle loro mani, promette memoria futura a una peccatrice che l’ha profumato, trova ed esalta la fede nei pagani, demitizza il luogo in cui adorare, un monte o un altro, canonizza un ladro sulla croce. Gli interessa Dio, un Dio che libera, gli interessa l’uomo, l’uomo e la sua libertà.

La sua era una religiosità diversa, libera, sciolta, in movimento. Ascoltalo: “Quando digiunate non fate come gli scribi e i farisei… profumati la testa” (Mt 6,16-17). La sua è la religiosità del figlio e non dello schiavo. La religiosità dello schiavo è una religiosità paralizzante: ferma la vita, la chiude. È la religiosità della paura, che fa di noi degli osservanti senza amore, senza invenzione, senza intensità, simili all'uomo della parabola che va e nasconde “per paura” il suo talento, a differenza degli altri due, che inventano ogni giorno strade per moltiplicarli (Mt 25,14-30). 

Gesù ha lottato, instancabile, per la libertà, la libertà da una religiosità da schiavi. E fu motivo, uno dei motivi determinanti, per decidere di toglierlo di mezzo. Non gli perdonavano la sua libertà. Non gli perdonavano la sua idea di Dio. Se ci fu contrasto tra lui e un gruppo di scribi e farisei, non fu perché li giudicasse degli “amorali”, erano meticolosi osservanti. “Farisei, scribi e sadducei – scrive Christian Duquoc – sono attaccati come classi dominanti perché si appropriano in maniera unilaterale del potere di interpretare la legge e di definire il rapporto autentico con Dio. Gesù condanna la loro funzione sociale e vuole spezzare il loro eccessivo potere: in ciò manifesta la sua libertà. La sua rivolta contro i padroni della legge è una rivolta in favore dei piccoli. Tali padroni impongono a questi ultimi un giogo insopportabile. Ignorano che Dio rende liberi; senza affrettare le tappe. Gesù ridà a Dio la libertà che gli appartiene”.

Leggi il Vangelo e respiri a pieni polmoni la libertà. Che ha un segreto: il segreto della libertà di Gesù è che lui il primato assoluto lo dà a Dio, lui adora Dio e nessun altro. Nessuno dunque può farla da padrone su di lui. Dio che non è un padrone, è il Signore della sua vita e, insieme, garante della sua libertà. A nessun altro potrebbe “vendere” la sua vita, sarebbe imprigionamento. Se la vendi a Dio, è libertà. Dio è fonte di libertà.

Il primato va a quel pezzo di Dio che è in te, che i veri maestri dello spirito ti invitano a scoprire e ad adorare. Se sei fedele a questo pezzo di Dio che è in te, sei libero dalla pesantezza, dalla schiavitù degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici senz’anima, dalle aspettative degli altri, dalle immagini che gli altri hanno di te. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta un piccolo pezzo di lui in te.
Libertà che non è andare come l’aria tira o come fa comodo: la libertà ha un segreto, un segreto di ancoramento, sembra un paradosso, ancoramento nella verità. “La verità” dirà Gesù “vi farà liberi”. Non immobili. Tutti conosciamo uomini immobili, perché in idolatria delle loro verità. Così era quel gruppo di giudei cui Gesù rivolgeva il rimprovero.

Gesù diceva: “Io sono la via, la verità e la vita”. Leggiamo bene, in profondità: la verità è una vita, quella di Gesù, che diventa via, diventa movimento, diventa cammino. La verità è una persona, Gesù, l’uomo che cammina, cammina e ci fa camminare. Voi sapete che così venivano chiamati i cristiani secondo il libro degli Atti: quelli della strada, “uomini e donne seguaci della strada di Cristo” (At 9,2). Le nostre versioni fino a poco tempo fa traducevano “seguaci della dottrina di Cristo”. Con un impoverimento, mi si perdoni, fatale del testo. Ognuno può misurare la distanza, distanza d’emozione e di passione, tra il seguire una dottrina e il seguire tracce su una strada, tra l’indottrinare di dogmi e l’affascinare di una persona.
Ma pensate la bellezza, la bellezza di quell’antica definizione dei primi credenti. “quelli della via”, quelli della strada, della strada di Gesù!

Spiritualità come essere accoglienti.

Altro tratto della spiritualità di Gesù cui vorrei fare accenno è l’accoglienza.
Nel vangelo è scritto che “Gesù, accogliendo le folle, parlava loro del regno di Dio”. Dove “accogliendo” non è un inciso, un particolare, un’aggiunta che si può omettere, come a volte succede nelle letture ritagliate per la liturgia. Non è forse vero che in quel suo accogliere a braccia allargate, già baluginava, prima ancora che Lui parlasse, il regno di Dio? Non è forse questo il regno di Dio? Il segno dell’accoglienza, la più universale, la più incondizionata, deve essere visibile, vorrei dire apparire come la prima cosa: l’accoglienza. Per questo come chiesa dovremmo perdere sempre di più l’immagine pesante della struttura, dovremmo guadagnare in scioltezza e leggerezza, meno preoccupati di programmi e calendari, più appassionati ai volti e agli incontri. Da una chiesa di strutture a una chiesa di volti.
Forse il nodo pastorale è qui. O uno dei nodi. Quante volte succede che nel programmare i nostri incontri, per lo più siamo preoccuparti, quasi esclusivamente preoccupati, di che cosa dire. Dimenticando che la prima parola è l’aria di accoglienza, di accoglienza universale, che si respirerà. Accoglienza senza distinzioni, gratuita. E’ la passione per il volto che si affaccia.
Questo stile di accoglienza è già messaggio, è già vangelo.
Accoglienti quando riceviamo e quando andiamo. Ciò significa entrare nelle case degli altri, rifuggendo da giudizi che stroncano l’altro, come se la sua casa fosse vuota, vuota dello Spirito. Entra e ascolta.
C’ è un parlare oggi degli altri come di case disabitate dallo Spirito. No, entra, ma non per predicare, non entrare con le omelie già fatte. Entra per ascoltare e provare stupore per lo Spirito che ti ha preceduto. E’ questo l’atteggiamento della chiesa? A voi la domanda.
Dovremmo essere della razza degli uomini delle miniere i cui verbi sono scoprire e portare alla luce. Insensato e miope dunque il tentativo di ridurre Cristo a un luogo o a una religione. Dovremmo essere poco o tanto uomini e donne delle miniere, della razza degli scopritori, uomini e donne delle miniere, che sanno scavare e scovare. Fuori dalle ingenuità del passato, quando ti volevano far credere che l’oro fosse solo nella tua miniera. Giovanni dice che tutto il mondo è una miniera. Va a scavare. Va a scovare. Va a far brillare l’oro. Portalo alla luce.

Spiritualità come compassione

Non bastano le discussioni teologiche. Soprattutto se sono impoverite nelle casistiche morali o moraleggianti. Le ricordate ai tempi di Gesù: chi ha peccato lui o i suoi genitori perché nascesse cieco. Passavano e discutevano il caso teologico. Ma non vi prende commozione per quegli occhi che dalla nascita sono una caverna di buio? Oggi c’è un parlare ad occhi asciutti, di Dio, degli altri, delle norme morali. La mia esperienza di vecchio prete mi ha insegnato che basta uno stile umile e mite per aprire i cuori. 
Ricordo che anni fa in giorni in cui si sputavano giudizi da ogni parte scrissi un articolo cercando uno stile diverso. Mi rispose una donna che non conoscevo, che mi disse:” Caro don Angelo le scrivo per ringraziarla delle sue parole.. Per caso ho letto il suo intervento,.. Io mi ritengo, sebbene non abbia certezza, dato che non conosco verità assolute e indiscutibili, una non credente.. o comunque una persona alla ricerca, di un modo per leggere il mistero della vita.. Ma  nel suo scritto ho sentito per la prima volta il vangelo, la parola di Gesù.. non l'ho letta, non l'ho interpretata, ma l'ho sentita dentro, l'ho sentita nel cuore, una luce, qualcosa di più grande di me e mi sono sentita bene davvero bene..  Commossa di avere sentito il profumo di qualcosa di buono, che ho condiviso con gli amici.. quelli veri.. in silenzio, perchè solo nel silenzio si può percepire il mistero della vita e talvolta abbiamo bisogno che qualcuno all'improvviso ci presti i suoi occhiali per capire la direzione.. Grazie, infinite grazie.. per i suoi occhiali, ma non glieli rendo.. sono certa che ne ha una scorta infinita!!

Spiritualità come scendere e curare le ferite

E’ il vero innalzamento, per Gesù è scendere. Lavare i piedi stanchi di questa umanità. Vi pare che questo sia il clima che si respira oggi, in questa stagione di respingimenti? E che dire di questa afasia, questa assenza di indignazione, personale e corale da parte delle nostre comunità? E non sarà che un giorno le future generazioni ci chiederanno: “Ma voi dove eravate, quando si ventilavano certe proposte, quando si facevano certe leggi? Non siete discesi dai vostri palchi, non vi siete chinati.
Presentando il suo ultimo film, il regista Ermanno Olmi diceva: “Troppo facile e ambiguo affermare il valore di un simbolo”, e si riferiva al crocifisso, “che deve rinviare alla realtà di carne per avere valore”. “Di fronte a un Cristo di cartone tutti si genuflettono: inginocchiamoci invece davanti a coloro che soffrono”. “Cristo ha pagato due millenni fa. E’ troppo comodo inginocchiarci davanti a un simulacro”. E aggiungeva: “Vorrei suggerire ai cattolici, e io sono tra questi, di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani” poiché “il vero tempio” è “la comunità umana”.

Spiritualità come credere nei mezzi poveri e tessere fili col niente

Gesù raccattava frammenti, aveva imparato da suo Padre, nella bottega del cielo, dove Dio, secondo il profeta ha l’aria del vasaio che ricompone frammenti di argilla frantumati. Tessere valorizzando i mezzi poveri, quelli che riteniamo poveri: il passa voce, il passa parola, il passa vangelo.
Troviamo una cosa bella, passiamola, una notizia buona, passiamola. Creiamo rete. Perché si scopra che esiste anche una chiesa diversa, una chiesa minore, che non va sui palchi, ma vive nel quotidiano.
Entrando in relazioni buone con chi avviciniamo. E i solchi vanno nelle più diverse direzioni, nelle più diverse situazioni dello spirito.
Oggi viviamo una stagione in cui i cammini dello spirito non sono più riconducibili ad un unico cammino. Somma ingenuità sarebbe pretendere di uniformare, pretendere ingenuamente di pilotare gli uccelli del cielo in un’unica direzione, pretendere di chiudere il vento nelle nostre mani. Occorre uscire da programmazioni schematiche e arrivare là ove ognuno in quel momento si trova, come condizione dello spirito. Accendere dunque un contatto: è questo che conta.

Spiritualità è attendere.

Togliendoci l’affanno. Come se tutto dipendesse da noi, dalle nostre strategie. L’affanno non ci permette di rallentare il passo, condizione ineludibile se non vogliamo che qualcuno rimanga indietro, la pecora gravida o quella ferite o quella stanca.
Togliendoci l’affanno dei risultati, la pretesa di gestazioni senza nove mesi, gestazioni mostruose.

Delle mille e mille e mille storie che mi hanno emozionato in questi anni, vorrei ricordare quella di una donna che qualche anno fa venne a cercarmi, per via che un giorno le era capitato di ascoltare il mio nome ad una trasmissione e l’aveva annotato. Mi raccontò come, poco tempo prima, in una delle sue notti, forse la più imbevuta di disperazione, a un tratto, inaspettatamente, in lei, che da trent’anni non metteva piede nelle chiese, proprio in lei, nella sua mente, fosse sbucata all’improvvido una invocazione, piccola come brivido di luce nella notte. Questa: “Dì una sola parola e sarò salva”. “Trovai” mi disse “la pace”.
Provo ancora oggi, ve lo confesso, emozione al racconto. Non mi si cancellerà tanto facilmente dagli occhi quella notte, la risposta di luce al grido disperato di una donna, lo stupore per il filo che, dopo anni e anni, la ricondusse a Gesù, a una invocazione del vangelo. Quanti di noi, quanti dei nostri esperti di pastorale, avrebbero detto, pensando alla storia di questa donna, che erano state parole gettate al vento: per grazia c’è un altro vento e non sai di dove viene e dove va, il vento dello Spirito, vento di fecondazioni segrete, silenziose, inattese. Chi lo riconosce non può non sentirsi il cuore colmo di stupore.

AMDG et DVM

martedì 13 marzo 2018

La tristezza È un abbattimento dell'anima

ALLELUIA (CHAENOMELES JAPONICA)
Rosacea di origine asiatica, presente da secoli nei giardini europei. La particolarità di questo arbusto, e il suo successo nei giardini, deriva dal fatto che i fiori sbocciano verso la fine dell’inverno, prima che comincino a vedersi le foglie: quindi si hanno fusti sottili e scuri, coperti solo da fiorellini, che sembrano talvolta quasi finti, per il contrasto che creano con la vegetazione spoglia. E' simbolo di gioia e tenerezza materna 

Capitolo 11 

La tristezza 

Il monaco affetto dalla tristezza (1) non conosce il piacere spirituale: la tristezza È un abbattimento dell'anima e si forma dai pensieri dell'ira. Il desiderio di vendetta, infatti, È proprio dell'ira, l'insuccesso della vendetta genera la tristezza; la tristezza È la bocca del leone e facilmente divora colui che si rattrista. 

La tristezza È un verme del cuore e mangia la madre che l'ha generato. Soffre la madre quando partorisce il figlio, ma, una volta sgravata, È libera dal dolore; la tristezza, invece, mentre È generata, provoca lunghe doglie e, sopravvivendo, dopo i travagli, non porta minori sofferenze. 

Il monaco triste non conosce la letizia spirituale, come colui che ha una forte febbre non avverte il sapore del miele. 

Il monaco triste non saprà muovere la mente verso la contemplazione né sgorga da lui una preghiera pura: la tristezza È un impedimento per ogni bene. 

Avere i piedi legati È un impedimento per la corsa, così la tristezza È un ostacolo per la contemplazione. 

Il prigioniero dei barbari È legato con catene e la tristezza lega colui che È prigioniero (2) delle passioni. 

In assenza di altre passioni la tristezza non ha forza come non ne ha un legame se manca chi lega. 

Colui che È avvinto dalla tristezza È vinto dalle passioni e come prova della sconfitta viene addotto il legame. 

Infatti la tristezza deriva dall'insuccesso del desiderio carnale (3) poiché il desiderio È congiunto a tutte le passioni. Chi vincerà il desiderio vincerà le passioni e il vincitore delle passioni non sarà sottomesso dalla tristezza. 

Il temperante non È rattristato dalla penuria di cibo, né il saggio quando raggiunge una folle dissolutezza, né il mansueto che tralascia la vendetta, né l'umile se È privato dell'onore degli uomini, né il generoso quando incorre in una perdita finanziaria: essi evitarono con forza, infatti, il desiderio di queste cose: come infatti colui che È ben corazzato respinge i colpi, così l'uomo privo di passioni non È ferito dalla tristezza. 


Capitolo 12 

Lo scudo È la sicurezza del soldato e le mura lo sono della città: più sicura di entrambi È per il monaco l'apatheia. 

E infatti spesso una freccia scagliata da un forte braccio trapassa lo scudo e la moltitudine dei nemici abbatte le mura mentre la tristezza non può prevalere sull'apatheia

Colui che domina le passioni signoreggerà sulla tristezza, mentre chi È vinto dal piacere non sfuggirà ai suoi legami(1). 

Colui che si rattrista facilmente e simula un'assenza di passioni È come l'ammalato che finge di essere sano; come la malattia si rivela dall'incarnato, la presenza di una passione È dimostrata dalla tristezza. 

Colui che ama il mondo sarà molto afflitto mentre coloro che disprezzano ciò che vi È in esso saranno allietati per sempre (2). 

L'avaro, ricevuto un danno, sarà atrocemente rattristato, mentre colui che disprezza le ricchezze sarà sempre indenne dalla tristezza (3). 

Chi brama la gloria, al sopraggiungere del disonore, sarà addolorato, mentre l'umile lo accoglierà come un compagno. 

La fornace purifica l'argento di bassa lega e la tristezza di fronte a Dio il cuore preda dell'errore; la continua fusione impoverisce il piombo e la tristezza per le cose del mondo sminuisce l'intelletto. 

La caligine indebolisce la forza degli occhi e la tristezza inebetisce la mente dedita alla contemplazione; 
la luce del sole non raggiunge gli abissi marini e la visione della luce non rischiara un cuore rattristato; 
dolce È per tutti gli uomini il sorgere del sole, ma anche di questo si dispiace l'anima triste; 
l'ittero toglie il senso del gusto come la tristezza che sottrae all'anima la capacità di percepire. 

Ma colui che disprezza i piaceri del mondo non sarà turbato dai cattivi pensieri della tristezza. 

AMDG et DVM