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lunedì 18 gennaio 2016

ELEGANTISSIMO SERMONE di SANT'ANTONIO , DOTTORE DELLA CHIESA

ELEGANTISSIMO SERMONE 
di SANT'ANTONIO , DOTTORE DELLA CHIESA
DOMENICA I
DOPO L’OTTAVA DELL’EPIFANIA
Temi del sermone

– Vangelo della prima domenica dopo l’ottava dell’Epifania: “Si celebrarono delle nozze in Cana di Galilea”.
– Anzitutto sermone ai predicatori: “Una piccola gemma di rubino”.
– Le quattro virtù: castità, umiltà, povertà e obbedienza: “C’era lì la Madre di Gesù”.
– Contro gli amatori del piacere mondano: “Non guardare il vino quando rosseggia”.
– Le sei parole della beata Vergine Maria: “Sua Madre gli disse”.
– Le sei idrie e il loro simbolismo: “C’erano lì sei idrie”; la pupilla e le palpebre e il loro significato.
– Il convito e il gaudio della vita terna: “Giuseppe, lavatosi il volto dalle lacrime”.

esordio - sermone ai predicatori

1.In quel tempo: In Cana di Galilea si celebrarono delle nozze” (Gv 2,1).
Si legge nell’Ecclesiastico: “Una piccola gemma di rubino incastonata nell’oro è un concerto di musici in un convito rallegrato dal vino” (Eccli 32,7). Vedremo il significato di queste cinque entità: la piccola gemma, il rubino, l’oro, la musica e il convito.
La piccola gemma (in lat. gemmula) e il rubino (in lat. carbunculus) sono (sempre in latino) due diminutivi, nei quali è simboleggiata una duplice umiltà: nella piccola gemma è raffigurata la limpidezza della (propria) riputazione, e nel rubino, che è color fuoco, è simboleggiata la carità. Sono queste le due virtù che ornano l’oro, cioè la sapienza del predicatore; se egli è dotato di queste due virtù, la sua predicazione sarà come un “concerto di musici”. Quando la sapienza esteriore si accorda con la delicatezza della coscienza, e l’eloquen­za è coerente con la condotta di vita, allora si ha il concerto musicale. Quando la lingua non fa rimpiangere la vita, allora abbiamo una gradevole sinfonia.
Giustamente la predicazione è chiamata musica. Dicono che la natura della musica è tale che se l’ascolta uno che è triste, diventa ancora più triste, mentre se l’ascolta uno che è lieto, lo rende ancora più lieto. Così è anche la predicazione: quando dichiara che il ricco, vestito di por­pora, è sepolto nell’inferno (cf. Lc 16,19.22); quando afferma che, come per il cammello è impossibile passare per la cruna di un ago, così è impossibile per il ricco entrare nel regno dei cieli (cf. Mt 19,24; Mc 10,25); quando insegna che ogni fasto e gloria terrena saranno un nulla, allora quei perfidi avari e usurai, che sono sempre nella tristezza perché accumulano con fatica, custo­discono con paura e perdono con grande dispiacere, diverranno ancora più tristi. “Un discorso inopportuno è sgradito, come la musica in tempo di lutto” (Eccli 22,6); “Come aceto su una piaga viva sono i canti allegri per un cuore afflitto” (Pro 25,20). La parola che morde il vizio strazia l’udito dei cattivi; al contrario, rende ancora più lieti i giusti, che vivono nel gaudio dello spirito e nella letizia di una coscienza tranquilla.La coscienza tranquilla è come un perenne convito (Pro 15,15), e, aggiunge l’Ecclesia­stico: “come un convito rallegrato dal vino”.
Il convito rallegrato dal vino e la festa di nozze fatta a Cana di Galilea sono la stessa cosa. Dice appunto il vangelo di oggi: “Ci fu una festa di nozze in Cana di Galilea”.

2. Nell’introito della messa di oggi si canta: “Tutta la terra ti adori, o Dio” (Sal 65,1). Si legge un brano dell’epistola ai Romani: “Abbiamo doni diversi” (Rm 12,6). Di questo brano prenderemo in considerazione solo sei parole che paragoneremo, per quanto è possibile, alle sei idrie di cui parla il brano evangelico.


le nozze celebrate in cana di galilea

3. “C’era una festa di nozze”. Consideriamo quale significato morale abbiano le nozze, Cana di Galilea, la Madre di Gesù, i discepoli di Gesù, il vino che manca, le sei idrie, l’ac­qua cambiata in vino e l’architriclino, cioè il maestro di tavola.
(Si è già parlato ampiamente delle nozze nel commento al vangelo: “Il Regno dei cieli è simile ad un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio” (Mt 22,2) nel sermone della domenica XX dopo Pentecoste, prima parte. Perciò) qui tratteremo brevemente dell’unione dello sposo e della sposa, cioè dello Spirito Santo e dell’anima del penitente.
Cana s’interpreta “zelo”, Galilea “emigrazione”. Nello zelo, vale a dire nell’amore dell’emigrazione (del cambiamento), avvengono le nozze tra lo Spirito Santo e l’anima del penitente. E con questo concorda ciò che leggiamo nel libro di Rut, la quale dalla regione di Moab emigrò a Betlemme; in seguito Booz la prese in moglie (cf. Rt 1,6 ; 4,13).
Rut s’interpreta “che vede”, “che s’affretta”, o anche “che viene meno”. Essa raffigura l’anima del penitente che considera i suoi peccati con la contrizione del cuore, si affretta a lavarli alla fonte della confessione, e recede dalla sua prima malizia con la pratica delle opere di ripa­razione e di penitenza. Dice infatti il salmo: “Vengono meno la mia carne e il mio cuore” (Sal 72,26), cioè la carnalità e la superbia del mio cuore, e così dalla regione di Moab, cioè dalla schiavitù del peccato, emigra con lo zelo dell’amore a Betlemme, che significa “casa del pane”
L’amore di Dio è per l’anima la casa del pane, nella quale è protetta e ristorata, e allora, come dice il beato Bernardo, per la via dell’amore penetra, irrompe lo Spirito Santo.
Lo Spirito Santo è raffigurato in Booz, nome che s’in­terpreta “in lui è potenza”, della quale dice Luca: “Resta­te in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’al­to” (Lc 24,49). L’anima che lo Spirito Santo prende come sua sposa, egli la riveste di potenza dall’alto. Dice Isaia: “Egli dall’alto dà forza allo stanco, e ai deboli moltiplica il vigore e la potenza” (Is 40,29). Dà la forza di risor­gere, dà la potenza perché non soccombano nella tentazione, dà il vigore perché perseverino sino alla fine. Nell’unione tra lo Spirito Santo e l’anima si celebrano le nozze: viene addobbata la camera della coscienza, disposto in bell’ordine il letto nuziale dei buoni pensieri, con mano abile e delicata si promuove l’accordo dei cinque sensi, e così tutt’all’intorno si esulta e si giubila al ricordo dell’infinita dolcezza di Dio (cf. Sal 144,7) e realmente si sperimenta la bontà del Signore.
Questo è l’epitalamio (il canto nuziale) che si canta oggi nell’introi­to della messa: Tutta la terra ti adori, o Dio, e suoni il salterio; canti un salmo al tuo nome, o Altissimo! (cf. Sal 65,4). Tutta la terra comprende l’oriente, il meridione, l’occidente e il settentrione. 
L’oriente raffigura gli incipienti; il meridione raffi­gura i proficienti, che sono ardenti come il sole a mezzo­giorno; l’occidente raffigura i perfetti, che sono del tutto morti al mondo; invece il settentrione raffigu­ra i bravi sposi e i buoni cristiani, i quali ancora in possesso delle sostanze di questo mondo, sopportano pazien­temente i numerosi affanni delle tribolazioni e del dolore. Tutta questa terra adori il Signore con la contrizione del cuore, suoni il salterio della gioiosa confessione, canti il salmo dell’opera penitenziale, nelle nozze che si celebrano in Cana di Galilea.

4. “C’era anche la Madre di Gesù. Alle nozze fu invitato Gesù con i suoi discepoli” (Gv 2,1-2). O nozze fortunate, onorate di tali e tanti privilegi, gloriose per tanti favori! - In Maria, che fu vergine e madre, è personificata la castità e la fecondità; - in Gesù, che fu umile e che disse: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29); che fu povero – “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli il loro nido, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20) –, è personificata l’umiltà e la povertà; - nei suoi discepoli è rappresentata l’obbedienza e la pazienza. Ecco l’onore e l’ornamento delle nozze, ecco i loro privilegi e la loro dignità.
Lo Spirito Santo, sposo dell’anima, mentre la unisce a se stesso, la rende casta e feconda: casta per la purezza della mente, feconda della prole delle opere buone. È det­to nel Cantico dei Cantici: “Tutte hanno parti gemellari”, sono cioè ricche di opere della duplice carità, oppure della vita attiva e della contemplativa, “e nessuna di loro è sterile” (Ct 4,2). Al contrario è detto: “Maledetta la sterile in Israele” (cf. Es 23,26; Dt 7,14). E anche Geremia: “Il Signore ha pigiato il torchio alla vergine”, cioè alla sterile, “figlia di Sion” (Lam 1,15). Perciò l’anima, per sfuggire a questa sentenza di maledizione, dev’essere casta e feconda, per poter dire di sé: “Io sono la madre del bell’amo­re”, ecco la fecondità, “del timore, della scienza e della santa speran­za” (Eccli 24,24), ecco la castità.
Parimenti lo Spirito Santo rende l’anima umile e povera. Perciò per bocca di Isaia dice: “Verso chi volgerò il mio sguardo, se non all’umile, ossia al povero e al contrito di spirito?” (Is 66,2). Infatti su Gesù, al fiume Giordano, discese lo Spirito in forma di colomba (cf. Mt 3,16), volatile mansueto e che ha come canto il gemito.
È molto difficile praticare l’umiltà in mezzo alle ricchezze, e raramente o mai la purezza in mezzo ai piace­ri e ai divertimenti. Se trovi un ricco umile e un gaudente che vive casto, rèputali due astri del firmamento; ma temo che quelli che hanno questa apparenza, siano piuttosto dipinti con il colore dell’ipocrisia. 
Chi vuole essere veramente umile, si liberi delle ricchezze, dal cui contatto l’umiltà è contaminata e nasce la superbia. Per questo il Signore si lamenta per bocca di Osea: “Io li ho istruiti e ho dato vigore alle loro brac­cia; ed essi hanno tramato il male contro di me. Sono ritornati per essere liberati dal giogo, e sono diventati come un arco fasullo, allentato” (Os 7,15-16). Il Signore li istruisce come figli con doni gratuiti, e rafforza le loro braccia, sostiene cioè la loro energia e il loro vigore, con doni naturali e temporali, affinché difendano Israele come un baluardo e resistano valorosamente in battaglia (cf. Ez 13,5). Ma poiché dalla pinguedine procede l’iniquità, “sono ritornati ad essere figli di Beliar”, cioè senza giogo (cf. Gdc 19,22), vale a dire pieni di superbia. “Hanno abbandonato il Signore – dice Isaia –, hanno bestemmiato il Santo d’Israele, si sono voltati indietro” (Is 1,4), e così sono diventati come un arco fasullo (allentato). Mentre avrebbero dovuto lanciare frecce di vita santa e di sana dottrina e colpire l’avversario, lanciano invece frecce di vita viziosa e di bestemmia contro il Signore.
Ancora, lo Spirito Santo rende l’anima obbediente e paziente. Leggiamo nel libro della Sapienza che lo Spirito Santo è benigno, umano, stabile (cf. Sap 7,22-23). In chi è obbediente e paziente ci sono queste tre qualità: è benigno, cioè bene infiammato (lat. bene ignitus) ad obbedire al superiore; è umano nel sopportare e nel soffrire insieme con il prossimo; è stabile, cioè costante nei suoi propositi. Non sarai mai veramente obbediente se non sarai pazien­te. Infatti è vedova (carente) l’obbedienza che non è rafforzata e sostenuta dalla pazienza.

5. “Venne a mancare il vino” (Gv 2,3). “Fiele di draghi è il loro vino” (Dt 32,33): sono i piaceri del mondo e della carne. Dice in proposito Salomone: “Non guardare il vino quando rosseggia, quando il suo colore scintilla nella coppa di vetro: scende giù pian piano ma finirà con il morderti come un serpente, e come una vipera ti inietterà il suo veleno” (Pro 23,31-32).
Osserva che il vetro è un materiale di poco valore, un materiale fragile, ma bello e splendente. Il vetro raffigu­ra il corpo dell’uomo, il quale in quanto materia è di poco valore, perché originato da fetide secrezioni; è fragile nella sua sostanza, perché “come un fiore germoglia ed è reciso” (Gb 14,2), “e i suoi anni sono considerati come tela di ragno” (Sal 89,9). E Isaia: “Hanno tessuto tele di ragno che non serviranno loro come vesti” (Is 59,5-6). È anche ammirato per lo splendore della sua bellezza fisica, ma di essa è detto: “Fallace è la grazia e vana è la bellezza” (Pro 31,30). Perciò non guardare a questo vetro quando in esso rosseggia il vino, cioè l’allegria del mondo; quando ti sorride la prosperità del mondo e il piacere della carne, non dilettarti in esso: si insinua infatti inavvertitamen­te, ma alla fine morde come un serpente. Questo è ciò che dice anche il Signore: “Guai a voi, che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete” (Lc 6,25). L’allegria del mondo è il vivaio dell’eterno pianto.
E come una vipera ti inietterà il suo veleno”. Qui vino, di là veleno. E verso la fine di questo brano evange­lico leggiamo: “Ogni uomo”, che sa di humus (terra), “serve dapprima il vino buono”, il piacere del mondo, “e quando tutti sono brilli serve quello più scadente” (Gv 2,10), berrà cioè nell’inferno il veleno di morte che la vipera, cioè il diavolo, farà bere alle anime dei dannati. Ahimè, quanto amara sarà quella bevanda per coloro che la bevono” (Is 24,9), coloro che prima si erano ubriacati al calice d’oro della grande meretrice, con la quale hanno fornicato i re della terra (cf. Ap 17,1-4). Perciò vi supplico, venga pure a mancare alle nozze della sposa e dello sposo il vino dell’allegria del mondo. Quando verrà a mancare, si avvererà ciò che dice il vange­lo: “La Madre di Gesù disse al Figlio: Non hanno più vino” (Gv 2,3).
Fa’ bene attenzione che Maria, come si desume dai vangeli di Luca e di Giovanni, parlò solo sei volte, disse soltanto sei espressioni. La prima, “Come avverrà questo?” (Lc 1,34); la seconda, “Ecco la serva del Signore” (Lc 1,38); la terza, “L’anima mia ma­gnifica il Signore” (Lc 1,46); la quarta, “Figlio, perché ci hai fatto questo?” (Lc 2,48); la quinta, “Non hanno più vino” (Gv 2,3); la sesta, “Fate tutto quello che vi dirà” (Gv 2,5)
Queste sei espressioni sono come i sei gradini d’avorio del trono di Salomone, i sei petali del giglio, i sei bracci del candelabro
-Nella prima frase è indicato il fermo proposito di mantenere inviolata la sua verginità; -nella seconda il suo sublime esempio di obbedienza e di umiltà; -nella terza la sua esultanza per i privilegi che le furono concessi; -nella quarta la sua sollecitudine per il Figlio; -nella quinta la sua partecipazione alle altrui necessità; -nella sesta la sua certezza nella potenza del Figlio.

6. “Che ho (più) da fare con te, o donna? Non è ancor giunta la mia ora” (Gv 2,4). Dio, Figlio di Dio, ricevette dalla beata Vergine la natura umana, nell’unità della persona. Il Padre pose la divinità, la madre l’umanità; il Padre la maestà, la Madre l’infermità. Dalla divinità ebbe il potere di mutare l’acqua in vino, di ridare la vista ai ciechi, di risuscitare i morti; dall’infermità della sua umanità ebbe invece la possibilità di aver fame, di aver sete, di essere legato, coperto di sputi e crocifisso.
Dice dunque: “Che ho da fare con te, o donna?”. In lat. Quid mihi et tibi mulier?”. Fa’ attenzione alle due parole mihi e tibi. Nel mihi, a me, è indicata la divinità; nel tibi, a te, è indicata l’umanità. Come avesse detto alla Madre sua: Tu chiedi che adesso venga operato un miracolo, il che a me è possibile, da parte della divinità; a te invece, cioè all’umanità che da te ho ricevuto, devo la capacità di subire la passione.
E quindi soggiunge: “Non è ancor giunta la mia ora”, cioè l’ora della passione, nella quale sarò come schiacciato nel torchio, e le mie vesti saranno come quelle di coloro che pigiano nel tino (cf. Is 63,2-3). Non è ancor giunta l’ora in cui Giuda alzerà il suo calcagno sopra il grappolo, dal quale zampillerà il vino che inebria “i cuori di coloro che cercano il Signore” (Sal 104,3). Non è ancor giunta l’ora in cui l’uva dell’uma­nità che da te ho ricevuto, verrà schiacciata con la pressa della croce, affinché ne scorra il vino che allieta il cuore dell’uomo (cf. Sal 103,15). Quando giungerà quell’ora, che cosa avverrà a me e a te, o donna?

7. “Vi erano là sei idrie (giare) di pietra, preparate per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre metrete” (Gv 2,6). In Cana di Galilea, cioè nell’anima che nello zelo dell’amore è passata dai vizi alle virtù, ci sono sei idrie, vale a dire la contrizione, la confessione, l’orazione, il digiuno, l’elemosina e il perdono delle offese, dato di tutto cuore. Sono queste che purificano i giudei, cioè i penitenti da tutti i loro peccati.
*La contrizione purifica; dice infatti il Signore per bocca di Ezechiele: “Verserò su di voi acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre sozzure” (Ez 36,25); e Geremia: “Lava dalla malvagità il tuo cuore, Gerusalemme, se vuoi essere salva; fino a quando albergheranno in te pensieri d’iniquità?” (Ger 4,14). La contrizione lava il cuore dalla malvagità e lo purifica dai pensieri iniqui; e infatti dice il Levitico: “Laveranno con acqua le interiora e i piedi” delle vittime (Lv 1,13). Nelle interiora sono indicati i pensieri impuri, nei piedi i desideri carnali: tutto si lava nell’acqua della contrizione. “Mi laverai, e diventerò più bianco della neve” (Sal 50,9).
*Parimenti la confessione purifica, e quindi è detto: Tutto viene lavato nella confessione (san Bernardo). Dice Geremia: “Effondi come acqua il tuo cuore al cospetto del Signore” (Lam 2,19). Dice “come acqua”, non come vino, o latte, o miele. Quando versi il vino, resta nel vaso il suo odore; quando versi il latte ne resta il colore; quando versi il miele ne resta il sapore; ma quando versi l’acqua, nessuna traccia resta nel vaso di tutto questo.
Nell’odore del vino è simboleggiata la fantasia del peccato, nel colore del latte l’ammirazione della vana bellezza, e nel sapore del miele il ricordo del peccato confessato, unito alla compiacenza della mente. - Sono questi gli avanzi maledetti dei quali parla il salmo: “Sono sazi di figli”, cioè di opere cattive, o di carne suina, vale a dire dell’immondezza del peccato, “e hanno lasciato i loro avanzi ai loro piccoli” (Sal 16,14), cioè agli impulsi istintivi. Tu invece quando effondi il tuo cuore nella confessione, effondilo come acqua, affinché tutte le sozzure e ogni loro traccia venga totalmente cancellata, e così sarai purificato dal peccato. - 
*E anche l’orazione purifica. - Dice il Signore: “Verranno piangendo e io li ricondurrò in preghiera e li guiderò ai torrenti di acque” (Ger 31,9). - E l’Ecclesiastico continua: “Non disprezzerà la preghiera dell’orfano”, cioè dell’umile penitente che dice: “Mio padre e mia madre”, cioè il mondo e la concupiscenza della carne, “mi hanno abbandonato; invece il Signore mi ha accolto” (Sal 26,10); “non disprezzerà la vedova”, cioè l’ani­ma dello stesso penitente, ormai distaccata dal diavolo e dal vizio, “quando si sfoga nel lamento. Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance e il suo grido non si alza contro chi gliele fa versare? E dalle sue guance salgono fino al cielo e il Signore che esaudisce, certamente non si diletterà di esse. Chi adora Dio sarà accolto con benevolenza e la sua supplica giungerà fino alle nubi. La preghiera di chi si umilia penetrerà le nubi” (Eccli 35,17-21).
*E anche il digiuno purifica. - Dice il profeta Gioele: “Ritornate a me con tutto il vostro cuore, nel digiuno, nel pianto e nel lamento” (Gl 2,12); - e Matteo: “Tu invece quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto” (Mt 6,17). - Mosè dopo il digiuno di quaranta giorni meritò di ricevere dal Signore la legge perfetta (cf. Es 34,28; Dt 9,9), legge che converte e purifica l’anima (cf. Sal 18,8); - ed Elia meritò di sentire il soffio di una leggera brezza (cf. 3Re 19,12). La saliva dell’uomo digiuno uccide i serpenti. Grande potenza del digiuno, che guarisce la peste dell’anima e smaschera le insidie dell’eterno nemico.
*E anche l’elemosina purifica: “Date in elemosina... e tutto per voi sarà mondo” (Lc 11,41). Come l’acqua spegne il fuoco, così l’elemosina cancella il peccato (cf. Eccli 3,33). E dice ancora l’Ecclesiastico: “L’elemosina dell’uo­mo è come il sacco ch’egli ha con sé. [Dio] terrà conto della generosità dell’uomo come della pupilla del suo occhio” (Eccli 17,18). L’elemosina è raffigurata nel sacco, perché ciò che in essa viene riposto sarà poi ritrovato nella vita eterna. - È ciò che dice anche l’Ecclesiaste: “Getta il tuo pane sulle acque che passano”, dàllo cioè ai poveri che passano di luogo in luogo e di porta in porta, “e dopo lungo tempo”, cioè il giorno del giudizio, “lo ritroverai” (Eccle 11,1), ne avrai cioè la ricompensa: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25,35). Sei pellegrino, o uomo! Porta questo sacco lungo la strada del tuo pellegrinaggio perché, quando alla sera giungerai al tuo asilo, tu possa trovarvi il pane con cui rifocillarti.

8.L’elemosina custodisce anche la grazia come la pupilla dell’occhio. Per conservare l’acutezza della vista c’è una pellicola molto leggera, che sta sopra la pupilla; e per la protezione degli occhi sono state create le palpebre; e ogni animale chiude gli occhi per non lasciar entrare in esse dei corpi estranei, e questo non volontariamente ma per stimolo naturale; e l’uomo, avendo questa pellicola molto più sottile di tutti gli altri animali, chiude gli occhi con grande frequenza. Invece l’uccello, quando chiude gli occhi, li chiude soltanto con la palpebra inferiore. - Come la palpebra preserva la pupilla coprendola, così anche l’elemosina preserva la grazia, che è come la pupilla dell’anima, per mezzo della quale l’anima vede. È ciò che dice Tobia: “L’elemosina libera da ogni peccato e dalla morte, e non permette che le anime cadano nelle tenebre” (Tb 4,11).
Come l’uomo chiude molto spesso gli occhi per istinto naturale, così deve anche fare spesso l’elemosina per conservare la grazia. La natura stessa gli insegna e lo spinge a far questo. Dice Giobbe: “Visitando la tua specie, non peccherai” (Gb 5,24). La tua specie, o uomo, è l’altro uomo: come per inclinazione naturale provvedi a te stesso, così devi provvedere anche all’altro: “Ama il prossimo tuo, come te stesso” (Mt 19,19). E l’uomo deve far questo perché la pellicola del suo occhio è più sottile di quella degli altri animali. La sottigliezza della pellicola simboleggia la compassione della mente che è, e dev’essere maggiore che in qualsiasi altro vivente. L’animale dà la prova di essere “bruto”, cioè feroce, proprio perché manca di compassione.
Dice Mosè: “Il pellegrino, l’orfano e la vedova che stanno dentro le tue porte, mangeranno e si sazieranno, affinché il Signore, Dio tuo, ti benedica in tutte le opere delle tue mani” (Dt 14,29); e ancora: “Ti comando di aprire le mani al tuo fratello povero e bisognoso, che abita con te nella stessa terra” (Dt 15,11).
*Parimenti il perdono dell’offesa purifica l’anima dai peccati. Dice il Signore: “Se perdonerete agli uomini le loro colpe, anche il Padre vostro celeste perdonerà a voi i vostri delitti” (Mt 6,14). Chi fa questo è come l’uccello che chiude gli occhi con le palpebre inferiori. L’uccello è chiamato in lat. avis, da a privativo, senza, e vis che suona quasi come via. Infatti, quando vola non segue una via. Così chi perdona a colui che lo offende non ha nel suo cuore la via del rancore e dell’odio; e chiude gli occhi con le palpebre inferiori quando di tutto cuore perdona l’offesa ricevuta. - E questa è l’elemo­sina spiri­tuale, senza la quale ogni opera buona resta priva della ricompensa della vita eterna.
Dice l’Ecclesiastico: “Perdona al tuo prossimo che ti ha fatto del male, e quando implorerai, anche i tuoi peccati saranno perdonati. Se l’uomo cova l’ira verso un altro uomo, come potrà chiedere a Dio la guarigione? Non ha pietà verso il suo simile, ed osa pregare per i suoi peccati? Egli, che è soltanto carne, conserva rancore, e chiede che Dio gli sia propizio. Chi perdonerà i suoi peccati?” (Eccli 28,2-5). “Ricordati dell’alleanza dell’Altissimo” – che dice: “Perdonate e sarà perdonato a voi –, e non far caso dell’ignoranza del prossimo. Astieniti dalle risse e diminuirai i tuoi peccati” (Eccli 28,9-10). Non fa caso dell’ignoranza del prossimo colui che attribuisce appunto all’igno­ranza, e non alla malizia, l’offesa ricevuta: così finge di non accorgersene e quindi non la conserva nel cuore.

9. Ecco dunque le sei idrie di pietra, ricavate da quella pietra “che i costruttori avevano scartato” (Sal 117,22), staccata “dal monte non per mano d’uomo” (Dn 2,34). E come sono piene? “Fino all’orlo” (Gv 2,7), dell’acqua della salvezza. “Contenevano ciascuna due o tre metrete”. La metreta era una misura [di circa 40 litri]. Nelle idrie che ne contenevano due è simboleggiato l’amore di Dio e del prossimo, in quelle che ne contenvano tre la professione di fede nella Santa Trinità: questo è necessario a tutte le suddette idrie.
L’Apostolo nomina, con altre parole, queste sei idrie nell’epistola di oggi (cf. Rm 12,11-14). Siate – dice – *ferventi nello spirito: ecco la contri­zione, che è la prima idria. Fa’ attenzione alla parola “ferventi”. Come le mosche non osano entrare in una pentola che ferve, cioè che bolle, così in un cuore veramente contrito non possono entrare “le mosche morte che guastano il profumo dell’unguento” (Eccle 10,1). *Lieti nella speranza”: ecco la confessione (la seconda idria). Nella confessione il peccatore deve allietarsi nella speranza del perdono, e nondimeno dolersi di aver commesso la colpa. *Per­se­veranti nella preghiera, ecco la terza idria. *Partecipi delle privazioni dei santi, (la quarta idria): ecco il digiuno. Nelle privazioni, cioè nel digiuno e nell’astinenza i santi furono afflitti, tribolati: di essi non era degno il mondo (cf. Eb 11,37-38); “nelle fatiche – dice l’Apostolo –, nelle veglie e nei digiuni” (2Cor 6,5). Però queste parole possono anche essere applicate all’elemosina materiale. E infatti soggiunge: *“Praticate l’ospitalità”, che è la quinta idria. *“Benedite coloro che vi perseguitano; benedite e non maledite”, ecco la sesta idria, cioè il perdono delle offese.

10. “Dice loro Gesù: Adesso attingete e portate al maestro di tavola (architriclino). Quando l’architriclino gustò l’acqua divenuta vino”, ecc. (Gv 2,8-9). Troviamo su questo una concordanza nella Genesi, quando Giuseppe, lavatosi il viso dalle lacrime, dice: Servite il pranzo. Dopo che il pranzo fu servito, a parte per Giuseppe, a parte per i suoi fratelli e a parte anche per gli Egiziani, i fratelli di Giuseppe bevvero insieme con lui fino ad essere un po’ brilli (cf. Gn 43,31-34).
“Giuseppe, figlio crescente e bello d’aspetto” (Gn 49,22) è figura di Gesù Cristo. Cristo fu come il grano di senape, di profondissima umiltà, ma poi crebbe e diventò un grande albero, tra i cui rami dimorano gli uccelli del cielo (cf. Mt 13,31-32), cioè coloro che contemplano le cose celesti. Egli è “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 44,3), “e in lui gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (1Pt 1,12). Egli laverà il volto dalle lacrime, come dice Isaia: “Il Signore Dio asciugherà le lacrime da ogni volto” (Is 25,8), quando muterà l’acqua delle sei idrie nel vino del gaudio celeste; 
l’acqua della contrizione sarà allora convertita nel vino della letizia del cuore. Il Signore infatti promette: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegre­rà, e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16,22). Allora il cuore che ora “è contrito e umiliato” (Sal 50,19) sarà giocondo e allietato dal vino della gioia. Dice Salomone: “Il cuore che ha conosciuto l’amarezza, al suo gaudio non farà partecipare un estraneo” (Pro 14,10).
Parimenti, l’acqua di una confessione bagnata di lacrime sarà mutata nel vino della lode divina. Dice Isaia: “Ritor­neranno e verranno in Sion cantando lodi; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e scompariranno tristezza e pianto” (Is 35,10), in cui si trovavano prima, nella confessione del loro peccato.
Similmente l’acqua della preghiera bagnata di lacrime sarà cambiata nel gaudio della contemplazione della Trinità e dell’Unità. Sempre Isaia: “Canteranno lodi insieme, perché vedranno con i loro occhi il Signore che fa ritornare Sion” (Is 52,8).
E anche il digiuno sarà mutato nella letizia di un’eccellente vendemmia. Isaia: “Su questo monte il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli un convito di grasse vivande”, ecc. (Is 25,6).
(Vedi il sermone della domenica II dopo Pentecoste, prima parte: “Un uomo diede una grande cena”).
Ugualmente la duplice elemosina, quella materiale, e il perdono dell’offesa ricevuta, che è l’elemosina spirituale, sarà mutata nella gioia della duplice stola, cioè nella glorificazione dell’anima e del corpo. Isaia: “Possederanno il doppio nella loro terra, godranno di una letizia perenne” (Is 61,7).

11. Dunque “Giuseppe, lavatosi il volto dalle lacrime, disse: Servite il pranzo (Gn 43,31)”.  È ciò che dice il Signore: “Io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno” (Lc 22,29-30). Però a parte per Giuseppe, a parte per i suoi fratelli, e a parte anche per gli Egiziani. 
È ciò che dice Matteo: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua maestà con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti; ed egli separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai capri. E porrà le pecore alla sua destra e invece i capri alla sua sinistra” (Mt 25,31-33).
Bevvero insieme con lui fino ad essere un po’ brilli”. Ecco adesso l’architriclino, presso il quale saremo inebriati dell’abbondanza della sua casa (cf. Sal 35,9)Archi, cioè principe, tri, tre, clino, letto: quindi principe di tre ordini di letti: quei letti sui quali gli antichi usavano adagiarsi per mangiare. I tre ordini di letti simboleggiano le tre categorie di fedeli della chiesa: i coniugati, i casti e i vergini, il cui principe è il buon Gesù: egli “li farà accomodare a mensa e quindi passerà a servirli” (Lc 12,37).
Fratelli carissimi, imploriamo umilmente questo principe perché conceda anche a noi di celebrare le nozze in Cana di Galilea, di riempire d’acqua le sei idrie, per poter bere con lui il vino del gaudio eterno nelle nozze della celeste Gerusalemme.
Si degni di concedercelo lui che è benedetto, degno di lode e glorioso per i secoli eterni. E ogni anima, sposa dello Spirito Santo, risponda: 
Amen. Alleluia.

domenica 3 novembre 2013

Devi ornarti di abiti onesti: camicia, tunica, scarpe, mantello, collare pettorale.


Le parole con cui la gloriosa Vergine Maria ha insegnato a Santa Brigida come vestirsi

«Io sono Maria, che ha generato il vero Dio e vero uomo, il Figlio di Dio. Sono la Regina degli angeli. Mio Figlio ti ama con tutto il cuore, e per questo ricambialo. 

Devi ornarti di abiti onesti, dunque ti mostrerò quali sono e come devono essere. 

Per prima cosa ti è stata data una camicia, poi hai ricevuto una tunica, delle scarpe, un mantello e un collare per il tuo petto;

allo stesso modo spiritualmente devi avere la camicia della contrizione: 
così come la camicia è maggiormente a contatto con la carne, allo stesso modo la contrizione e la confessione sono la prima strada per andare verso Dio, la strada attraverso cui l'anima che gioiva del peccato viene purificata e la carne rivestita. 

Le scarpe sono i due affetti, ossia: la volontà di fare ammenda delle colpe commesse, e la volontà di compiere il bene e astenersi dal male. 

La tua tunica è la speranza, con cui aspiri a Dio: infatti così come la tunica ha due maniche, allo stesso modo la giustizia e la misericordia sono contenute nella tua speranza, affinché tu possa sperare in Dio in modo da non trascurarne la giustizia. Inoltre pensa alla sua giustizia e al suo giudizio a tal punto di non dimenticarne la misericordia, perché non c’è giustizia senza misericordia, né misericordia senza giustizia. 

Il mantello è la fede: in effetti, così come il mantello copre tutto, allo stesso modo l'uomo, mediante la fede, può capire e raggiungere ogni cosa. Questo mantello deve essere disseminato dei segni dell'amore del tuo caro sposo: come ti ha creato, riscattato, nutrito e introdotto nel suo spirito, e aperto gli occhi dello spirito. 

Il collare è il pensiero della Passione, che deve essere costantemente sul tuo petto: 
il modo in cui mio Figlio è stato schernito, flagellato e coperto di sangue; 
il modo in cui è stato steso sulla croce con i nervi trapassati, e in cui tutto il suo corpo ha tremato nella morte a causa dell'immenso dolore che provava; e 
il modo in cui ha rimesso il suo spirito nelle mani del Padre. 
Che questo collare penda sempre sul tuo petto. 

Che la sua corona sia sulla tua testa; in altre parole, ama profondamente la castità; di conseguenza sii pudica e onesta; non pensare a nulla, non desiderare altro che il tuo Dio, il tuo Creatore: quando avrai lui, avrai tutto; e così ornata e adorna aspetterai l'arrivo del tuo caro Sposo». Libro I, 7

COR VIGILANTISSIMUM MARIAE, 
ora pro nobis


sabato 29 giugno 2013

Io sono Maria...




<<Io sono Maria, che ho partorito il vero Dio e vero Uomo, il Figlio di Dio. Io sono la Regina degli Angeli. Il Figlio mio ti ama con tutto il cuore. Tu devi essere adornata di onestissime vesti. Ti mostrerò come e quali devono essere. 

Come dunque vesti prima la camicia, poi la tunica, le scarpe, il mantello e la collana sul petto, così devi vestire spiritualmente. 

La camicia è la contrizione. Come infatti la camicia è più vicina alla carne, così la contrizione e la confessione sono la prima via della conversione a Dio. Con esse è purificata la mente, che prima godeva nel peccato ed è frenata la carne immonda. 

Le due scarpe sono due sentimenti: la volontà cioè di emendare i difetti e la volontà di fare il bene e astenersi dal male. 

La tua tunica è la speranza in Dio, perché, come la tunica ha due maniche, così nella speranza vi sia la giustizia e la misericordia. Sicché, come speri dalla misericordia di Dio, così non dimentichi la sua giustizia. E così ricorda la sua giustizia e il giudizio in modo da non dimenticare la misericordia. Perché nessuna giustizia Egli fa senza misericordia, né misericordia senza giustizia. 

Il mantello è la fede: come infatti il mantello tutto copre e tutto tiene racchiuso, così con la fede l'uomo può tutto comprendere e ottenere. Questo mantello dev'essere immerso nei segni della carità del tuo Sposo; e cioè deve significare come ti ha creata, come ti ha redenta, come ti ha nutrita, come ti ha attratta nel suo spirito e ti ha aperto gli occhi spirituali. 

La collana è la considerazione della sua Passione. Essa sia sempre fissa sul tuo petto. Come fu deriso, flagellato, insanguinato e confitto vivo in croce con tutti i nervi spezzati. Come alla morte, ne tremò tutto il corpo per l'acutissimo dolore. Come nelle mani del Padre raccomandava lo spirito. Questa collana sia sempre sul tuo petto. 

La corona sul tuo capo significa la castità negli affetti, in modo tale da voler essere piuttosto percossa che macchiata. Sii dunque costumata e casta. Non pensare, non desiderar altro che il tuo Dio, avuto il quale tutto avrai. E così adornata, aspetterai il tuo Sposo>>.

Libro I, Capitolo Settimo, Le Rivelazioni di santa Brigida. 


AVE MARIA PURISSIMA!

venerdì 9 dicembre 2011

9.XII: PENSACI BENE






PENSACI BENE

QUESTA TUA INUTILE VITA
Quante volte, dopo una scorsa al giornale, una sosta al televisore o alla radio, con la bocca amara, ti sarai buttato a sedere dicendo: "Tutto va male! Sempre di male in peggio! Più niente da fare!" E avrai ricominciato il tuo rosario d'imprecazioni contro le magagne del governo, la rivalità dei partiti, l'impotenza delle forze dell'or­dine, gli scioperi a catena, la contestazione dei giovani, le scuole occupate da rivoltosi, gli scassi per rapina, gli assalti alle banche, i sequestri di persone, il traffico della droga, la tratta delle bianche e altre belle cose.
Proprio più nulla da fare! E ti rinchiudi avvili­to in te stesso, immerso in una egoistica solitu­dine. Pensi che la tua sia la protesta di un galan­tuomo, mentre è la vigliaccheria di un rinuncia­tario. Sei il soldato che si rifiuta di combattere. La sentinella che abbandona il posto. Il male c'è, ma non bisogna abbandonarsi alla deriva. Esso va combattuto col contributo di quanti seriamente lo detestano. Tu invece contribuisci ad aggra­varlo.
La tua è una visione troppo unilaterale. Nel mondo ci sono anche i buoni. C'è anche del bene. Unisciti con quelli. Spargi tu pure semi ed opere di bontà: non tutti saranno insensibili alla loro presa. Sii uomo di carattere. Sii cristiano autentico: come tale tu disponi di risorse incal­colabili. Sappi metterle a frutto. Sappi sentire ed abbracciare le tue responsabilità di uomo e di credente. Il tuo lavoro sarà meno vistoso; ma frutterà, e nella misura che saprai credere nella forza dinamica e sotterranea del bene. C'è Dio con te. Non lo dimenticare!
RICORDA: "L'uomo è stato creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e ciò facendo, salvare la sua anima" (S. Ignazio, Es. spir.).

 

GESU' HA DETTO: "Un uomo, in procinto di partire, chiamò i propri servi e affidò loro i suoi beni. Ad uno diede cinque talenti, a un altro due ad un altro uno... Subito, quello che aveva ricevuto cinque talenti li trafficò e ne guadagnò altri cinque. Colui che ne aveva ricevuto due ne guadagnò altri due. Chi ne aveva ricevuto uno solo scavò una fossa e lo nascose. Il padrone, al ritorno, dopo di aver lodato e rimunerato i pruni due, rimpro­verò severamente il terzo corno malvagio e fannullone (Mt. 25, 14-30).

 

ALLA RICERCA DI DIO

Alexis Carrel, chirurgo e fisiologo francese, seb­bene ancora non credente in Dio, scriveva: "Ti ringrazio, Signore, di avermi conservato la vita più a lungo che a tanti miei compagni di un tempo. Concedimi, prima di chiudere il libro, ch'io vi legga quello che ancora non so. E' stato un deserto la mia vita, perché non ti ho cono­sciuto. Fa che il deserto fiorisca, anche se è autunno. Nell'oscurità in cui vado brancolando io ti cerchi senza posa. Sebbene cieco, mi sforzo di seguirti: Signore, indicami la strada".
A chi lo cerca con sincerità Dio va sempre incontro, e il Carrel s'incontrò difatti con Dio. Il deserto della sua vita fiorì presto nella primavera delle gioie cristiane. E tu che leggi, a che punto sei nei tuoi rapporti con Lui? Conservi ancora la fede in cui forse sei stato educato? E se l'hai lasciata affievolire o perdere, ne sei davvero con­tento? Non lo credo. In te rimane sempre una sete irresistibile di felicità, che s'identifica con un'attrazione forse inconsapevole verso Dio. E se non è Lui il tuo centro di gravità, tu brancoli nel buio. La felicità che cerchi fuori di Lui presto o tardi si rivela un pessimo surrogato.
Avrai sentito dire e ripetere che "Dio è morto". Ma chi lo grida a voce più alta non fa che esprimere la collera di colui che non riesce a di­sfarsi del tutto del pensiero di Dio che, abban­donato, non abbandona chi lo rinnega. Disfarsi di Dio non è, come si vuol far credere, una libera­zione, ma una disgrazia. Pensa alla felicità di tutti quelli che approdano a Lui, dopo di averne speri­mentato la lontananza!
RICORDA: "Le altre cose sopra la faccia della terra sono create per l'uomo e perché lo aiutino a conseguire il fine per cui è creato" (S. Ignazio, Es. spii.).
 
GESU' HA DETTO: (Gesù e la samaritana al pozzo di Sichem).­"Donna, dammi da bere". "Come! tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono samarita­na?". "Se tu conoscessi il detto di Dio e chi è colui che ti dice "dammi da bere", l’avresti pre­gato tu, ed egli ti avrebbe dato un’acqua viva... Chiunque beve di quest’acqua (del pozzo) avrà sete ancora, ma chi beve dell'acqua che io gli darò non avrà sete in eterno". "Signore, dammi questa acqua, affinché non abbia più sete e non venga fin qui ad attingere" (Giov. 4).
 

DOVE TROVARE GESU' CRISTO

"Sono sazio di giorni, scrisse Gide poco prima di morire, e non so più come usare il breve tempo che mi resta. In certi momenti, se mi la­sciassi andare, mi metterei a urlare dalla dispera­zione". Aveva scritto I nutrimenti terrestri e di questi si era esclusivamente pasciuto, a sazietà. Era vissuto tutto e solo per sè, ermeticamente chiuso per gli altri. Si era bloccata la via che porta a Cristo e, con Cristo, a Dio: quella di vivere per gli altri.
Dio, infatti, spirito altissimo e invisibile, si è reso visibile nel Figlio suo Gesù Cristo, col quale si è inserito nella nostra umanità per salvarla. "Chi vede me, ha detto Egli stesso, vede il Pa­dre". E' lui che ci porta a Dio e unendoci a sé, ci unisce al Padre. Ma dove si trova oggi Gesù Cri­sto? Egli ha voluto identificarsi con i poveri, i miserabili, i deboli, gli ammalati, i disoccupati, gl'ignudi, i prigionieri, gli sfruttati, i morenti di fame, gli orfani e i reietti dalla società. E' giunto a dire: "Quello che avrete fatto a uno di questi, lo avrete fatto a me". Sono i suoi prediletti: an­dare verso di essi è andare a Lui, respingere uno di essi è respingere Cristo.
Dovunque c'è un fratello da soccorrere, da confortare, da salvare, ivi è Gesù che ti aspetta. Quanti increduli, in seguito a un atto di genero­sità, specie con poveri infermi, hanno trovato Dio! Si tratta, in fondo, di un incontro di amo­re. Ma nessuno può giungere ad amare Dio che non si vede, se non sa amare il prossimo che vede e col quale convive. E' scritto che Dio paga anche un bicchiere d'acqua con moneta celeste.
RICORDA: "L'uomo tanto ha da usare delle cose create quanto lo aiutano per il suo fine, tanto deve astenersene quanto gli son di ostacolo nel conseguire il suo fine" (S. Ignazio, Es. spie.).
 
GESU’ HA DETTO: (All'ultimo giorno il re dirà a coloro che sono alla sua destra): "Venite o benedetti dal Padre mio... ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, sete mi avete dato da bere, sono stato forestiero e mi avete accolto, nudo e mi avete ricoperto, malato e mi avete visitato..." E a quelli di sinistra: "Andatevene lontano da me male­detti... ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, sete e non mi avete dato da bere, forestiero e non mi avete accolto, nudo non mi avete ricoperto... " (Mt. 2 5, 34-43 ).
 

SALVARTI L'ANIMA

Il filosofo Kierkegaard ha scritto: "L'amore di Dio e l'amore del prossimo sono due porte le quali non possono che aprirsi e chiudersi insie­me". Per amare ti è stata data un'anima, la parte immortale che dà vita a cotesto corpo destinato a ridursi in un cadavere, in uno scheletro, in un pugno di polvere. In vista di questa triste realtà dell'uomo terrestre, Gesù ha detto: "Che vale all'uomo guadagnare tutto il mondo, se perde la sua anima?" Questa verità è la sola che dà un significato e uno scopo alla tua vita: salvare l'ani­ma nell'esercizio. di quel duplice amore.
Il cervello elettronico può offrire all'uomo pos­sibilità incalcolabili: le imprese spaziali possono essere l'indice di tutto un mondo che cambia. Ma in mezzo a tutto questo, la parola ammonitrice di Gesù è quella che ti richiama al centro del tuo più alto e irreversibile interesse. Praticamente Ge­sù ti fa capire che, salvando l'anima, tutto è salvo; perdendola, tutto è perduto. Ed egli ha fatto di tutto per metterti in condizione di sal­varla, cominciando con dare la vita per il suo ri­scatto. L'opera di questa salvezza è tutta nelle tue mani; fino a che punto te ne preoccupi? Abbagliato dal miraggio esclusivo della carriera, dei godimenti, della ricchezza, vai avanti senza badare dove andrai a finire, e così ti accorgerai del precipizio soltanto quando già tutto sarà per­duto, e rimediare sarà affatto impossibile. Il ricco Epulone passò tutta la vita nei bagordi e si dan­nò; Lazzaro la passò negli stenti e fu salvo. Sce­gli. Se questa notte dovessi morire, che cosa sarebbe di te? Che cosa vorresti aver fatto?
RICORDA: "L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio nel suo cuore, obbedire alla quale è la dignità stessa dell'uomo e secondo la quale egli sarà giudicato" (Vat. 11, G.S., n. 16).
 
GESU' HA DETTO: "C'era un ricco al quale i suoi possedimenti fruttarono molto, e tra sé andava ragionando: - Che cosa debbo fare, non ho più dove riporre i miei raccolti... Demolirò i granai, mi fabbricherò altri più ampi e vi radunerò tutti i miei prodotti. Poi dirò all'anima mia: ormai possiedi beni per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti -. Allora Dio gli disse: - Stolto, proprio questa notte uscirai di vita e quanto hai accumulato di chi sarà? - Così di chi tesoreggia per sé..." (Lc. 12, 16-21).
 

IL PIU’ TERRIBILE ASSASSINO

"Il riconoscimento della onnipotenza divina e della nostra nullità, ammonisce il padre Daniele Considine, dovrebbe rendere impossibile il pec­cato. Ad ogni momento noi riceviamo il dono della vita. Non potremmo esistere per cinque minuti - anzi nemmeno per un attimo - se fossimo abbandonati a noi stessi. Quale pazzia e quale cattiveria da parte della creatura levarsi - col peccato - contro Dio, quando ogni istante della vita è un dono di Lui! "
Eppure, se c'è cosa che si commette con la più grande disinvoltura è il peccato, in ogni campo e di tutte le specie. Come si commette il peccato? Da una parte c'è la volontà divina che impone l'osservanza di una legge o il divieto di una cat­tiva azione, in cosa grave; dall'altra c'è il tuo capriccio. Tu preferisci quest'ultimo, e il peccato è fatto. E questo, mentre Dio ti mantiene sospe­so a quel filo di vita e ti conserva efficienti le facoltà con cui l'offendi. E' la rottura di uno stato di amicizia, dello stato di grazia, dei rappor­ti di amore con cui Dio ti si è donato.
Ma comprendi che cos'è un peccato grave? Peggio d'una pugnalata al cuore. Questa ti am­mazza la vita del corpo, quello ti ammazza la vita divina dell'anima. Ti toglie la grazia di Dio. Nel battesimo e nella confessione hai ricevuto il bacio di Dio. Il peccato è invece il bacio di Satana. E dopo un peccato, visto che il Signore non ti ha colpito, hai preso coraggio a continuare ad offenderlo. Chissà da quanti anni! Ma Dio, quanto più pazientemente tollera, più severa­mente colpisce. Presto Iddio può finirla con te.
RICORDA: "L'aspetto più sublime della dignità uma­na consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio... così che l'ateismo va annoverato tra i fatti più gravi del nostro tempo" (Vat. Il, G.S., n. 19).
 
GESU' HA DETTO: "Non temete quelli che uccidono il corpo e altro non vi possono fare. Ora vi dico io chi dovete temere: temete colui (Dio) che dopo di avervi tolta la vita, ha il potere di precipitarvi nella geenna (nell'inferno). Ecco, vi dico, chi dove­te temere... Inoltre vi dico: chi professerà di appartenere a me in faccia agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà come suo davanti agli angeli di Dio. Ma chi lo rinnegherà davanti agli uomini, sarà egli pure rinnegato davanti agli angeli di Dio" (Lc. 12, 4-9).
 

QUANDO MENO L'ASPETTI

Sai perché dopo di aver commesso uno o più peccati gravi, te ne rimani tranquillo? Perché non rifletti che da un momento all'altro ti può venire addosso la morte. Di colpo, questo mondo scompare, lì stesso dove sei spirato Dio ti giudica e in un istante, o salvo o dannato. La tua eterni­tà dipende da come ti trovi al momento della morte. E' l'esame di tutta la vita; un esame che non ammette riparazioni: riprovato una volta, respinto per sempre.
Al "basta" della morte, quello ch'è fatto è fatto. Dio che ti ha atteso con pazienza e indul­genza di Padre, ti si rivelerà allora con l'esigenza di un giudice. Se in vita lo avrai trattato come se non esistesse, lo troverai tremendamente vivo. Se lo avrai riconosciuto, servito e amato da figlio, la morte sarà per te la lacerazione di un velo che ti scoprirà la infinita tenerezza e l'amore di un Padre. Sarà la porta che si apre, sia pure con dolorosi scricchiolii, e dà libera uscita all'anima che lascia l'esilio per la patria.
Vi sono uomini che hanno sorriso alla morte, perché in vita se ne son reso familiare il ricordo e si sono preparati al suo incontro. Prepararsi alla sua venuta, ecco il tuo compito. "Vigilare e tenersi pronti" ha detto Gesù. Ed ora, qual è il tuo atteggiamento di fronte alla morte? Non vuoi pen­sarci? Questo non ritarda di un istante la sua venuta! Rimandi la tua preparazione al domani, ma lo avrai? Pensa ad aggiustare i tuoi conti con Dio, mentre Dio te ne dà il tempo. Egli ti pro­mette il suo perdono, ma non ti assicura il tempo di abusare come vuoi della sua pazienza.
RICORDA: "Il cristiano certamente è assillato dalla necessità di subire la morte... ma come si assimila alla morte di Cristo, così anche andrà incontro alla risurre­zione" (Vat. il, G.S. n. 22).
 
GESU' HA DETTO: "Vigilate, perché non sapete in qual giorno verrà il vostro Signore... Il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che voi non supponete... Ma se un servo malvagio dice in cuor suo: "Il padrone ritarda, e si mette a picchiare i servi suoi compagni, a mangiata e bere con gli ubriaconi, il padrone del servo verrà nel giorno in cui quello non l'aspetta e nell'ora che quello non conosce, e lo punirà severamente, facendogli subire la sorte degli ipo­criti: là saran pianto e stridor di denti" (Mt. 24, 42-51).
 

PENSA CHE L'INFERNO C'È

"La più bella astuzia del diavolo, ha detto Carlo Baudelaire, sta nel persuaderci che egli non esiste". E aggiungiamo: che non esiste nemmeno l'inferno. Ha già ottenuto che di questo si parli oggi sempre meno, e in modo molto cauto e riservato, dai sacri oratori e in qualche catéchi­smo. Eppure l'inferno è una verità tremenda della fede. Nel Vangelo la troviamo ripetuta più volte sulle labbra di Gesù. Da Lui sappiamo che l'infer­no c'è, che è eterno, che c'è un fuoco inestingui­bile e altri tormenti. Gesù dunque vuole che gli uomini conoscano il tragico destino in cui posso­no andare a cacciarsi, col rifiutare l'amore di Dio e la grazia salvatrice che loro offre.
L'uomo, finché vive, può con la sua libertà scegliere se stesso e rifiutarsi coscientemente a Dio, respingere l'amore di Dio. Se persevera in questa scelta fino alla fine, la morte non farà che confermarlo irrevocabilmente in essa, e sarà l'in­ferno. Finito il tempo, sarà finito anche il tempo delle scelte: il dannato non muterà più, anzi non potrà più mutare la sua decisione. La sua volontà rimarrà fissata per sempre nella sua scelta ostina­tamente mantenuta.
Pur conoscendo l'infinita amabilità di Dio e la beatitudine eterna da lui perdute, il dannato reste­rà legato al suo rifiuto, al suo peccato, e questo sarà l'inferno del suo inferno. Comprende ora tutta la sua stoltezza, ma senza detestarla. Pensa che ci voleva così poco per evitare la sua danna­zione, eppure si attacca ad essa come è attaccato al suo peccato. L'ostinato rifiuto opposto in vita alla grazia e all'amore è divenuto ora un irrigi­dimento irreversibile, un'autocondanna a vivere senza amore, senza Dio.
RICORDA: "Tutti compariremo al tribunale di Cri­sto... e alla fine del mondo ne usciremo chi ha operato il bene a risurrezione di vita, chi ha operato il male a risurrezione di condanna" (Gio. 5, 29).
 
GESU' HA DETTO: "Il Figlio dell'uomo (Gesù) è il seminatore del buon grano. Il campo è questo mondo. Il buon grano sono i figli del regno. Il loglio sono i figli del maligno... Il nemico che lo semina è il diavo­lo... Alla fine del mondo il Figlio dell'uomo man­derà gli angeli che toglieranno via dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace di fuoco. I giusti inve­ce splenderanno come il sole nel regno del Padre loro" (Mt. 13, 37-43).
 

CONFIDA IN GESU' CRISTO

Stanco del tuo peso di colpe, spesso ti sarà sorto il desiderio di liberartene: quel desiderio ti viene dal Cuore di Gesù Cristo. Ma oppresso dai tuoi peccati, hai dubitato della divina misericor­dia, e questo dubbio ti è insinuato da Satana. Vedi il suo doppio giuoco: prima ti attira al peccato facendoti sperare nella misericordia; poi t'induce a disperare della misericordia per sottrar­ti al perdono del peccato. Prima la presunzione, poi la disperazione: due pessime vie per perderti.
Eppure c'è tanta misericordia anche per te: una misericordia che supera tutte le tue colpe. "Se tutti i peccati che si possono commettere, dice S. Caterina da Siena, fossero radunati in una sola creatura, sarebbero meno che una goccia d'aceto in mezzo al mare. Così sono i peccati rispetto alla divina misericordia, purché l'anima voglia tor­nare a riceverla con vera e santa disposizione e con dispiacere della colpa commessa".
Cìò che taglia la via della misericordia è la paura di non essere perdonati, è il fare a Dio il torto di crederlo un padrone offeso, che spia il momento di farla pagare, e non già un Padre buono desideroso di perdonare. Ricorda le para­bole del figliuol prodigo e del buon pastore.
Ripensa alla donna del banchetto presso Simone e al buon ladro! Peccarono gravemente Pietro e Giuda; ma Pietro confidò ed è santo, Giuda di­sperò e finì male. Dopo tante colpe, ecco la riparazione più ambita da Gesù: credere alla sua misericordia e lasciarti perdonare. Chi cerca la pecorella smarrita, non può respingere quella che lo cerca.
RICORDA: "Dio ha tanto amato il inondo da dare il suo Figlio unigenito... Mandò il Figlio non per condan­nare il mondo, ma affinché il mondo sia salvo per mezzo di lui" (Giov. 3, 16-17).
 
GESU' HA DETTO: "Non sono i sani che hanno bisogno del medi­co, ma gli ammalati... Non son venuto a chiamare i giusti ma i peccatori (Mt. 9, 12-13)... Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e salvare ciò che si era perduto (Lc. 19, 10)... Vi dico che si fa gran gioia dinanzi agli angeli di Dio per un peccatore che si pente (Lc. 15, 10)... Vi dico che in cielo vi sarà maggiore contentezza per un peccatore che si pente, che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di penitenza (Lc. 15, 7).
 

SULLA VIA DEL RITORNO

Per salvarti hai bisogno soprattutto di queste due cose: amare Dio e conservare nell'anima il sigillo della sua amicizia, la grazia santificante, con l'osservanza dei tuoi doveri verso di Lui e degli obblighi verso il tuo prossimo. Hai perduto la sua grazia col peccato? Per riacquistarla devi ricorrere a una buona confessione. Se ne parla così male. Eppure è una vera tavola di salvezza nel naufragio della colpa. E' il sacramento del perdono, col quale, a chi è sinceramente pentito ed ha il proposito di non ricominciare daccapo, si perdona tutto. E si perdona sempre.
Nessun re di questo mondo ha mai pensato a istituire un tribunale al quale possano presentarsi tutti i pregiudicati del regno e in gran segreto accusare a determinati funzionari i propri delitti, con la promessa categorica di cambiar vita, e subito rimaner perdonati; anche il suo casellario tornerà pulito come prima delle sue malefatte. Dio invece ha istituito questo sacramento di ria­bilitazione.
Guarda i prodigi della confessione. Il peccato scava un abisso tra te e Dio, la confessione lo colma. Il peccato uccide in te la vita di grazia, la confessione la risuscita. Ti ridona i meriti, il diritto al paradiso, Dio. Al confessore bisogna, sì, dir tutto ciò che ricordi di grave, e tra le cose gravi metti i peccati di omissione, ciò che potevi e non hai fatto per i poveri, i disoccupati, i senza alloggio, gl'infermi, gli abbandonati. Parla male della confessione chi non la frequenta. Praticala e sarà non solo un articolo della tua fede, ma anche oggetto del tuo amore.
RICORDA: "Purificate i vostri cuori nel Sacramento della Riconciliazione. Mentiscono quelli che accusano l'invito della Chiesa alla penitenza come proveniente da una mentalità repressiva. La Confessione sacramentale non costituisce una repressione, ma una liberazione, non ripristina sensi di colpa, ma cancella la colpa, scioglie il male commesso e dà la grazia del perdono". (Giovanni Paolo II).
 
GESU' HA DETTO: "La sera di quel giorno (della risurrezione), mentre le porte del luogo dove si trovavano i discepoli erano chiuse per paura dei giudei, Gesù, venne, stette in mezzo a loro e disse: 'Pace a voi!' Dopo di che, mostrò le mani e il costato... Poi disse di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi'. E ciò detto, alitò su di essi e disse: Ricevete lo spirito Santo, a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti' " (Gio. 20, 19-23).
 

NELLA GIOIA DEL PADRE

Ricorda ciò che fece quel padre della parabola quando si vide ritornare a casa il figlio che lo aveva abbandonato. Pazzo di gioia lo fece rivesti­re a nuovo, gl'infilò al dito l'anello della ricupe­rata amicizia e ne festeggiò il ritorno con un banchetto straordinario. Osserva come Gesù ci parli spesso di questa gioia rumorosa: gioia di famiglia, gioia di vicinato, gioia tra gli angeli in paradiso.
E' perché il peccato non nuoce soltanto a chi lo commette, ma per la solidarietà di quest'ulti­mo col Corpo mistico, il suo gesto diventa un malessere di tutto il corpo, ferisce tutta la Chie­sa, diventa una disgrazia di famiglia. Così, un ri­torno dal peccato si converte in gioia e benesse­re di tutti. Ed ecco colui che fino a poco fa era stato peccatore, al suo ritorno viene ammesso tra tutte le anime in grazia al banchetto eucaristico, dove Gesù dà a mangiare la sua carne e a bere il suo sangue. Guarda che cosa ha saputo inventare il suo desiderio di ridonarsi e di stare con te!
Un convertito dall'ateismo, Andrea Frossard, ha detto: "Una cosa sola mi sorprese, l'Eucaristia; non che mi sembrasse incredibile; ma mi stupiva che la carità divina avesse trovato questo modo inaudito per comunicarsi, e soprattutto che aves­se scelto, per farlo, il pane, che è l'alimento del povero. Di tutti i doni profusi davanti a me dal cristianesimo, era certo il più bello". Quanto di­venterai migliore, cibandoti spesso di questo pa­ne, che è convito di amore, sorgente di grazia, pegno di vita eterna. Ti senti debole contro il peccato? L'Eucaristia ti farà invincibile.
RICORDA: "Se la Chiesa si guarda bene dall'abolire la conservazione del SS.mo Sacramento... è evidente che esisterà anche un culto privato del SS.mo Sacramento conservato nel tabernacolo" (K. Rahner, Missione e gra­zia).
 
GESU' HA DETTO: "Io sono il pane vivo disceso dal cielo; chi mangia di questo pane, vivrà in eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. In verità, in verità vi dico: se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Poiché la mia carne è vero cibo, e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui" (lo. 6, 51-56).
 

PIU' CONTATTO CON DIO!

Dopo aver gustato la gioia del ritorno alla grazia di Dio e alla pace della coscienza, la prima preoccupazione è quella di premunirti contro le rinnovate seduzioni del peccato. Hai bisogno, per­ciò, dell'aiuto continuo della grazia divina. Que­st'aiuto il Signore te lo promette e te lo vuol dare, alla sola condizione che sappia domandar­glielo...
Col ritorno alla grazia, una lampada si è riacce­sa; ma bisogna alimentarla. Questo alimento con­siste specialmente nella preghiera, che stabilisce il tuo contatto con Dio: contatto personale e ne­cessario, senza del quale non c'è vita cristiana. Di solito, contro la preghiera si adducono difficoltà che sono sulle labbra di tutti: una è la mancanza di tempo. Il tempo è assorbito da tante cose: esigenze domestiche, professionali, sociali, politi­che, economiche, culturali, sentimentali. Appun­tamenti, riunioni, svaghi, passeggiate. E così si perde di vista l'affare che è al di sopra di tutti: amare Dio ed essere eternamente con Lui.
Pregare è prima di tutto adorare, lodare Dio e chiedergli che sia santificato il suo nome, che venga il suo regno. Ma se vuoi che Dio ascolti la tua preghiera, offrila non solo per te, ma riempila di amore, pregando prima di tutto per gli altri: i poveri, gli oppressi, i disperati, quelli che non pregano mai, quelli che bestemmiano... "Pregare per qualcuno, ha scritto Gustavo Thibon, è come aderire al tempo stesso a Dio e all'uomo, è come realizzare il perfetto equilibrio tra questi due amori". "Chi prega certamente si salva, dice San­t'Alfonso, chi non prega si danna".
RICORDA: "E' solamente per mezzo della preghiera che realizziamo quell'armoniosa corrispondenza tra il corpo, lo spirito e il pensiero, dalla quale deriva alla nostra debole natura una fortezza incrollabile" (A. Car­rel, La preghiera).
 
GESI1' HA DETTO: "Chiedete, e vi sarà dato: cercate, e troverete; bussate, e vi sarà aperto" (Mt. 7, 7). "Tutto quello che domanderete, con fede, per mezzo della preghiera, l'otterrete" (Mt. 21, 22). "Vigila­te e pregate, per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole" (Mt. 26, 41). "In verità vi dico: qualunque cosa domande­rete al Padre, egli vela concederà nel mio nome" (lo. 16, 23). "Se due di voi si accorderanno sulla terra per domandare qualsiasi cosa, questa sarà loro concessa dal Padre mio, che è nei cieli" (Mt. 18, 19).

 

UN RIMEDIO DI EMERGENZA

Si calcola che, ad ogni minuto primo, alcune migliaia di anime passano al tribunale di Dio: tutte in regola con Lui? Quanti, son colpiti da morte improvvisa e senza nessun aiuto spirituale! In tali frangenti si vorrebbe avere un sacerdote, ma non si fa in tempo. Non c'è nessun altro ri­medio?
Nel febbraio 1927 il Prof. Bianchi tiene all'Uni­versità di Napoli una conferenza a un uditorio d'illustri membri della Facoltà medica, tra i quali il Prof. G. Moscati. Finito di parlare, il Bianchi è colto da trombosi, ma fa in tempo a fissare lo sguardo sul Moscati. Questi gli corre vicino e nel cupo interrogativo che sovrasta quell'anima stata fino allora lontana da Dio, le suggerisce l'atto di contrizione, che il morente ripete come può. Su­bito dopo il Cardinale Ascalesi dirà: "il Prof. Bianchi si è salvato, perché al suo fianco si è trovato un missionario quale è il Prof. Giuseppe Moscati".
Ecco il rimedio di emergenza, di fronte a una morte improvvisa, l'atto di contrizione. Come si fa? Vedi: tu puoi pentirti dei tuoi peccati so­prattutto per due motivi: 1) per il male che hai fatto a te stesso, perché ti sei meritato l'inferno; 2) e per il dispiacere recato a Dio, offendendo un Padre così buono. Se ti penti per il primo moti­vo, il tuo dolore è buono e basta a salvarti se unito alla confessione. Se invece ti penti di vero cuore per l'altro motivo, il tuo dolore, unito al desiderio della confessione, se potrai farla, basta ad ottenerti il perdono. Ma cessato il pericolo, appena potrai, dovrai confessarti. Impara a ripete­re spesso: "Gesù mio, misericordia".
RICORDA: "Tutti sanno come il padre ha giudicato il figlio che era partito ed è ritornato: chi piangeva di più era il padre" (C. Péguy).
 
GESU' HA DETTO: "Due uomini salirono al tempio a pregare: l'uno fariseo, l'altro pubblicano. Il fariseo, stando ritto, così pregava tra sé: ti ringrazio, o Dio, che non sono conte gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri e anche come quel pubblicano là. Digiu­no due volte in settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, stando lontano, non osava neppure alzar gli occhi verso il cielo, ma si picchiava il petto dicendo: O Dio, sii propizio a me peccatore! Vi dico: costui tornò a casa giustificato, e l'altro no; perché chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato" (Lc. 18, 10-14).
 

SAPER LEGGERE IL CROCIFISSO

Trattare l'immagine del Crocifisso come un gin­gillo di lusso rasenta quasi l'empietà! Ma tu guardalo con fede, fissalo devotamente e lasciati prendere da questo grande sconfitto divenuto, proprio lì sulla croce, un invincibile conquistato­re. Quelle mani non hanno sparso che benefici, ed ora sono squarciate da chiodi. Quei piedi si stancarono nell'andare egli diffondendo il Vange­lo del Regno e in cerca di ciò che era perduto, ed ora son confitti nell'immobilità più atroce. Quella fronte maestosa e divinamente bella è de­turpata da sputi, dal sudore, da grumi di sangue.
Inchiodato sulla croce, il supplizio degli schiavi e degli assassini, il suo corpo è scosso da brividi angosciosi e da spasimi inimmaginabili. Egli non è più un uomo, ma un cencio di uomo. E contro di Lui che agonizza sale l'insulto unanime e disu­mano della folla. Guardalo con fede questo ago­nizzante! E' il Figlio di Dio, ed ora sembra che Dio lo abbia abbandonato. Il Benedetto del Padre si è fatto per te maledizione.
Quale è stata la sua colpa? Quella di averti amato, di essersi caricato di tutti i tuoi peccati e di aver offerto la vita per salvarti. E' stato croci­fisso per te. Agonizza e muore per te. Quelle
spine, quei chiodi, quelle ferite son l'opera delle tue mani. E quelle labbra, bruciate dalla sete, non invocano su di te il castigo, ma il perdono. Ridottosi alla povertà più nuda, ti ricolma di ricchezze divine. Morto, ti garantisce la risurrezio­ne. Puoi confortarne l'agonia, solo se ti lasci salvare e lo aiuti a salvare gli altri.
RICORDA: "Saremo tanto più animati a far grossa guerra al peccato quanto più guarderemo il dolce Signo­re crocefisso e considereremo che per il peccato si è lasciato uccidere" (S. Caterina da Siena).
 

GESU' HA DETTO: "Dio ha amato a tal punto il mondo, da dare il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna... Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio... La luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano cattive. Chi infatti opera il male odia la luce, e non si accosta alla luce, per paura che le sue opere siano smascherate" (lo. 3, 16-?0).

UN DONO DEL CUORE DI CRISTO

"Vi dico, scrive S. Caterina da Siena, che l'ani­ma la quale si riposi nel cuore di Cristo, consu­mato e aperto per amore, si renderà simile a Lui, cioè non potrà fare altro che amare e, vedendo in sé tanta eccellenza e fuoco di Spirito Santo, si inebrierà talmente dell'amore del suo Creatore fino a perdere totalmente se stessa". La forza di attrazione che il culto al Cuore di Gesù ha avuto sulle anime, specialmente dopo le devastazioni del giansenismo, ha scritto pagine meravigliose.
Molta parte ha avuto nella diffusione di questo culto la promessa fatta da Gesù a S. Margherita Alacoque il 13 ottobre 1687 "Io ti prometto che il mio amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno il primo venerdì del mese, per nove mesi di seguito, la grazia della penitenza finale; essi non morranno nella mia disgrazia, né senza ricevere i loro sacramenti, fa­cendosi il mio cuore un asilo sicuro in quell'ul­timo momento".
Non è una polizza di assicurazione che dia un'assoluta certezza. Ma siccome questa pia prati­ca è stata approvata dalla Chiesa, possiamo avere in essa una tranquilla fiducia. Gesù la dice "un eccesso di misericordia" che la sua divina generosità può ben permettersi verso le anime. Quanti cristiani ha portato alla mensa eucaristica questa devozione! Per quanti di essi è stata l'inizio di una vita più cristiana! I missionari ci parlano spesso del fervore eroico con cui tanti neofiti praticano i primi nove venerdì. Quanto cammino intraprendono. E tu' Non lasciarti intimidire dai derisori di questa promessa, che misurano il Cuo­re di Cristo dalla piccolezza del proprio cuore.
RICORDA: "Una devozione al S. Cuore che non si sviluppa in una carità generosa verso il prossimo tutto, potrebbe esser considerata sospetta: il secondo comanda­mento è simile al primo" (G. Courtois).
 
GESU' HA DETTO: "Venite a me voi tutti che siete tribolati e oppressi, e lo vi conforterò. Prendete su di voi il mio giogo, e fatevi miei discepoli, perché io son dolce e umile di cuore e troverete il riposo per le anime vostre; perché il mio giogo è soave, e il mio peso è leggero (Mt. 11, 28-30)... "Io sono la luce del mondo: chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (lo. 8, 12). "Se rimanete in me e le mie parole rimango­no in voi, chiedete ciò che volete e vi sarà fatto" (lo. 15, 7).

 

LA MADONNA NELLA TUA VITA

"Maria, leggiamo nel Vaticano II, perché Madre santissima di Dio, che prese parte ai misteri di Cristo, per la grazia di Dio esaltata, dopo il Figlio, sopra tutti gli angeli e gli uomini, viene dalla Chiesa giustamente onorata con culto spe­ciale". Maria è il dono più caro che Gesù potesse farci. E' la più ricca di tenerezza, perché doveva essere la Madre nostra. Gesù è il capo, Maria è il cuore della famiglia cristiana.
Come Madre di Gesù, ottiene da Lui quanto le chiede. Come Madre nostra, è pronta a darci tutto ciò che le domandiamo. Tutti i tesori di grazie acquistati da Gesù sono affidati alle sue mani. Essa non ha alcun ufficio di giudice, ma solo di Madre e dispensatrice di grazie. Nessuno ha fatto ricorso a Lei senza esserne in qualche modo esaudito. I peccatori più induriti han sem­pre diritto di figli sul suo cuore di Madre, ed esso ha i palpiti più misericordiosi per le anime più traviate. Anche se tu fossi tra le anime più perdu­te, la Madonna può fare di te -se tu vuoi- un capolavoro della sua misericordia.
"Sembra che Dio, dice il padre Considine, le abbia dato il diritto materno di formare i suoi figli a propria somiglianza, purché essi abbiano la volontà di riceverla". Disse il Signore a S. Cate­rina da Siena: "Questa dolcissima Madre è come un'esca posta dalla mia bontà per prendere e salvare le umane creature". Questa Madre sa bene quello che costi al Figlio suo. Affidati al suo cuore di Madre. Dove entra la Madonna, c'è tut­to, e tu falla entrare nella tua giornata, nel tuo lavoro, nella tua vita. Invocala con cuore di figlio. Non ti verrà mai meno.

RICORDA: "La corona del Rosario, preghiera sempli­ce e profonda, ci educa a fare di Cristo il principio e il termine non solo della devozione mariana, ma di tutta la nostra vita spirituale" (Paolo VI)­
 
DAL CANTICO DELLA MADONNA - "L'anima mia glorifica il Signore, e il mio spiri­to esulta di gioia in Dio, mio Salvatore. Perché egli ha riguardato la bassezza della sua serva, e per questo tutte le genti mi chiameranno beata. Colui ch'è potente ha fatto a me cose grandi, ed è santo il suo Nome. La sua misericordia va di generazione in generazione su quelli che lo temo­no. Egli opera potentemente col suo braccio, e disperde quelli che s'inorgogliscono nei pensieri del loro cuore. Rovescia dal trono i potenti, ed esalta gli umili" (Lc. 1, 46-53).
 

AMIAMO LA SANTA CHIESA

Voluta, con disegno eterno dal Padre, fonda­ta dal Verbo incarnato, animata dallo Spirito Santo, la Chiesa è insieme una società visibile di uomini chiamati da ogni parte e senza discrimina­zioni a formare il popolo di Dio, ed è un mistero perché oggetto di rivelazione divina, depositaria della parola e della grazia di Cristo, e sacramento di salvezza per tutti. Dobbiamo amarla con tene­rezza questa Chiesa, in cui tutti siamo membri dell'unico Corpo di Cristo e fratelli di una sola famiglia.
Nel Vaticano II essa ha preso una più piena coscienza di sé, della sua vera natura, della sua missione, e mentre guarda al suo futuro eterno, s'immerge come mai nella realtà del mondo quale risulta configurato dal progresso scientifico, dalle contrastanti ideologie, dai suoi molti problemi: la giustizia sociale e la fame, la guerra e la pace, i paesi sottosviluppati.
Volendo realizzare il piano divino nel mondo, con un'apertura mai vista, ha impostato con esso un dialogo basato su reciproco rispetto, per arric­chirsi delle esperienze del mondo e a sua volta dargli quanto occorre per salvarne i valori auten­tici di umanità e di cultura, per cooperare alla soluzione dei suoi problemi e, in clima di assolu­ta libertà, portare a tutti il messaggio evangelico. All'attuazione di tutto questo, la gerarchia voluta da Cristo a guida e servizio del popolo di Dio, fa appello alla collaborazione di tutti i laici per agire nelle realtà terrene: famiglia, vita sociale, cultura. Senza guardare con pessimismo le diffi­coltà, va avanti fiduciosa nell'assistenza divina, mirando specialmente alla salvezza delle anime.
RICORDA: "Il travaglio della Chiesa è la salvezza del mondo, che non può essere salvato se non dalla Chiesa: noi non siamo il Cristo-Chiesa se non siamo salvatori" (M. Delbrèl. Noi delle strade).
 
GESU' HA DETTO: "Tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa; e le forze dell'inferno non prevarranno contro di essa. E darò a te le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato in cielo, tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto in cielo (Mt. 16, 18-19). Pasci i miei agnelli... Pasci le mie pecorelle (lo. 21, 17)... Andate e ammaestrate tutte le genti, battezzan­dole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, e insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho detto" (Mt. 28, 19-20).
 

CHI E' IL SACERDOTE

Avrai inteso parlare del prete senza fede, del prete orgoglioso, del prete ribelle che pretende umiliare il suo vescovo, che vuol far della chiesa una sala da spettacoli mondani, che si esalta per il popolo di Dio allo scopo di offendere la Chiesa di Dio, che strilla contro il celibato e che passa clamorosamente a nozze. Preti così ce ne sono stati più o meno sempre, ma sono tuttora ecce­zioni. Se Gesù stesso, nel piccolo numero di dodi­ci, ne ha avuto uno che l'ha tradito e un altro che lo ha rinnegato, quale meraviglia! ...
Animati, invece, dal vero spirito del Vangelo, vi sono dei preti che hanno compreso il loro impegno di servizio, che sanno di esser preti e fratelli di tutti, che si battono per un mondo migliore, che non si chiudono in canonica, ma scendono tra i poveri, tra gli umili, i baraccati, i disoccupati, gl'infermi. Un prete come questi è una benedizione, ed oggi specialmente è un au­tentico testimone di Cristo. Pensa: egli è un uo­mo come noi, di carne e di miseria come noi. Ma Dio gli ha affidato una missione e poteri divini.
Consacra un po' di pane e di vino, ed ecco rinnovato il sacrificio del Calvario. Assolve un'a­nima dal peccato, e quell'anima si purifica. Figlio di uomini, ha il potere di renderci figli di Dio. Debole, dispone di che fortificarci. Povero, ci colma di ricchezze infinite. Mortale, può darci l'immortalità. Rappresentante di Cristo, nessuno è più amato e odiato di lui. Maledetto, ci benedi­ce. E' detto nemico del popolo e contribuisce come pochi a redimerlo. Caduto, perché debole come tutti, spietatamente lo si calpesta. Ma chi sono i suoi nemici? I viziosi, i prepotenti, i tiranni, gli ignoranti e i beneficati.

RICORDA: "La vostra vita dia sempre una aperta testimonianza alla vostra parola. Non dimenticate mai chi siete: uomini segnati da un sigillo indelebile, votati perdutamente a Dio "(K. Rahner, Disc. Ai sacerdoti).

***


Parole con cui il Signore mette in guardia la sua sposa, affinché ella possa discernere la vera saggezza da quella falsa I miei amici sono come degli scolari che hanno una coscienza e un'intelligenza, la saggezza che non hanno appreso dagli uomini ma da me, poiché io stesso l'insegno interiormente, dolcezze e gioie divine con cui dominano il diavolo. Ma ora gli uomini imparano alla rovescia e desiderano solo essere dotti per andarne orgogliosi ed essere ritenuti dei buoni chierici, acquisire ricchezze per progredire sulla strada degli onori e degli alti uffici. Per questo motivo quando entrano ed escono di scuola, mi allontano da loro, perché essi imparano per insuperbirsi di ciò che hanno appreso, mentre io ho insegnato loro l'umiltà. Vanno a scuola per la cupidigia di possedere, mentre io non ho avuto nulla, nemmeno un cuscino su cui appoggiare il capo. Vi si recano per ottenere cariche e dignità, invidiando chi passa loro davanti, mentre io venivo giudicato da Pilato ed ero lo zimbello di Erode. Dunque mi allontano da loro, perché non apprendono la mia dottrina. Ciononostante, essendo buono e mite, do quello che mi viene chiesto, perché chi mi domanda del pane l'avrà e chi mi domanda un letto lo riceverà. Chi apprende la mia mirabile saggezza, ossia come servirmi bene, viene servito dagli angeli buoni che lo nutrono di una consolazione indicibile e di un lavoro delizioso. Ma gli angeli cattivi assistono i saggi del mondo suggeriscono e suscitano in loro desideri inutili, secondo la propria volontà, ispirando loro pensieri tormentosi. In verità se si rivolgessero a me e si convertissero, potrei dare loro il pane senza fatica. Il mondo ne fornisce loro ma essi non ne sono mai sazi, poiché tramutano la dolcezza in amarezza». Libro I; 33
I sacerdoti custodi del corpo di Gesù Il Figlio di Dio disse: «Sono simile al signore che, dopo aver combattuto con fedeltà nel paese in cui si è recato in pellegrinaggio, torna con gioia nella terra natale. Questo signore ha un tesoro molto prezioso, la cui vista dà gioia agli occhi lacrimosi, consola gli infelici, rinvigorisce gli infermi e resuscita i morti. Ma, affinché questo tesoro venga custodito con onestà e determinazione, viene edificata una casa con magnificenza e gloria, abbastanza alta e dotata di sette livelli attraverso i quali si accede al tesoro stesso. Ora, Dio ha mostrato questo tesoro ai suoi servitori e lo ha affidato loro affinché ne abbiano cura e lo custodiscano con purezza, in modo che vengano apprezzate la carità del signore verso i suoi servitori e la fedeltà dei suoi servitori nei confronti del signore. Ma dopo qualche tempo il tesoro inizia ad essere disprezzato, la casa viene frequentata di rado, le cure dei custodi diminuiscono e l'amore di Dio viene trascurato... Io sono quel signore che è venuto al mondo per umiltà come un pellegrino, sebbene fossi potente in terra e in cielo secondo la divinità; perché in verità sulla terra ho dovuto sostenere una lotta tale che tutti i nervi delle mie mani e dei miei piedi si sono rotti per la salvezza delle anime. Salendo in cielo, da cui non mi sono mai allontanato, ho lasciato al mondo un memoriale altamente degno, ossia il mio corpo santissimo; infatti così come l'antica legge si gloriava dell'arca, della manna, delle tavole del Testamento e di altre cerimonie, allo stesso modo l'uomo nuovo si rallegra di una legge nuova, ossia il mio corpo crocifisso, che era insito nella legge stessa. Affinché al mio corpo fossero tributati gloria e onore, ho istituito la casa della Santa Chiesa, dove esso sarebbe stato custodito e conservato. I sacerdoti sono dei custodi particolari, in un certo senso più eminenti degli angeli, poiché toccano con la bocca e le mani colui che gli angeli hanno paura di sfiorare, dato il rispetto che provano nei suoi confronti. Ho reso ai sacerdoti sette tipi di onore, corrispondenti a sette caratteristiche: i preti devono portare il segno del sacerdozio e distinguersi come miei amici per la purezza dello spirito e del corpo, perché la purezza è il primo livello per avvicinarsi a Dio, al quale non si addice nulla di corrotto; ai ministri della legge, che avevano il permesso di contrarre il matrimonio, non era concesso fare dei sacrifici, ma ciò non deve stupire: essi avevano solo la scorza e non il nocciolo. Ora, poiché questa figura è stata eliminata con l'avvento della verità, è necessario che si consacrino tutti alla purezza; il nocciolo, infatti, è più dolce della scorza... I chierici sono istituiti perché siano degli uomini angelici dotati di ogni sorta di umiltà; è vero infatti che con l'umiltà del corpo e dello spirito si entra in cielo e si vince la superbia del diavolo; a questo livello i sacerdoti vengono nominati per cacciare il diavolo, perché l'uomo umile è elevato al cielo da cui la superbia ha fatto sprofondare il demonio. I preti vengono ordinati per essere discepoli di Dio attraverso la continua lettura dei testi sacri; per questo motivo la sacra Scrittura viene data ai sacerdoti come la spada al soldato; essi, infatti, devono sapere come placare la collera di Dio con la preghiera e la meditazione, affinché il popolo non muoia. I sacerdoti sono designati custodi del tempio di Dio e studiosi delle anime; per questo motivo il vescovo consegna loro le chiavi: essi devono prendersi cura della salvezza delle anime dei loro fratelli, promuoverne il progresso con la parola e l'esempio e incitare gli infermi alla perfezione assoluta. A loro viene affidata la cura dell'altare, perché, servendo sull'altare, vivano dell'altare stesso e non si occupino affatto delle cose mondane, se non per ciò che attiene alla loro carica ecclesiastica. Vengono ordinati per essere uomini apostolici, che predicano la verità evangelica e conformano i loro costumi a ciò che predicano. Sono istituiti in modo da mediare fra Dio e l'uomo attraverso il sacrificio del mio corpo. Per questo motivo i sacerdoti sono in un certo modo superiori alla dignità degli angeli. Ora, mi lamento perché queste caratteristiche sono gravemente disattese, in quanto la superbia viene preferita all'umiltà, l'impudicizia alla continenza; non ci si attiene più ai libri di Dio, ma a quelli del mondo; gli altari vengono trascurati e la saggezza divina è reputata follia. Non ci si preoccupa affatto della salvezza delle anime e, come se non bastasse, si gettano via le mie vesti e si di-sprezzano le mie armi. E’ vero, sul monte Sinai ho mostrato a Mosè gli abiti che dovevano indossare i sacerdoti; questo non perché nella celeste abitazione di Dio ci fosse qualcosa di materiale, ma perché non si possono comprendere le cose spirituali senza quelle materiali. Quindi mostro ciò che è spirituale attraverso il mondo fisico: occorre sapere che a quanti detengono la verità viene richiesta la purezza e non una pura apparenza. A che scopo, dunque, avrei mostrato a Mosè un tale splendore di vesti materiali, se non perché attraverso esse si comprendessero lo splendore e la bellezza dell'anima?... Dall'oblazione dei ministri di Dio conseguono tre beni: la mia pazienza che è lodata da tutte le schiere celesti, perché sono la medesima Persona tra le mani di un prete buono e di uno cattivo; non traggo senso dalla persona, infatti questo sacramento non dipende dai meriti o demeriti di chi lo somministra, bensì dalle mie parole; tale oblazione è utile per tutti, indipendentemente dal prete che l'offre, inoltre giova anche a chi l'offre, sebbene cattivo; quando ho pronunciato le parole Io sono, tutti i miei nemici sono caduti all'indietro; similmente, all'udire le parole: Questo è il mio corpo, i diavoli fuggono via e cessano di tentare le anime che fanno queste sante oblazioni, né oserebbero tornare ad assediarle con rinnovata audacia se in esse non si insinuasse una propensione a peccare. Per questo la mia misericordia perdona tutti e li tollera, ma la mia giustizia grida vendetta: perciò io grido e quanti siano quelli che mi rispondono, lo vedi da te. Ciononostante invierò ancora la mia Parola: chi l'ascolterà, trascorrerà e terminerà i suoi giorni con una gioia così grande che non è possibile dire, né pensare la dolcezza della mia Parola senza farle torto...» Libro IV, 58
Il sacerdote deve avere un libro e l'olio «Il sacerdote deve avere anche un libro e dell'olio: un libro per istruire gli imperfetti; infatti così come nel libro è contenuta la dottrina del corpo e dello spirito, allo stesso modo il ministro di Dio deve avere la saggezza... La scienza spirituale serve a istruire gli ignoranti, a correggere le persone dissolute e a spronare quelle progredite. Nell'olio sono la dolcezza della preghiera e i buoni esempi, poiché così come l'olio è più grasso del pane, allo stesso modo l'orazione d'amore e carità e gli esempi di una vita buona, sono più efficaci di qualsiasi altra cosa per attirare gli uomini a Dio e per placare Dio stesso. In verità ti dico, figlia mia, che il nome del prete è grande, poiché egli è un angelo e un mediatore; ma più grande ancora è il suo ufficio, in quanto egli tocca Dio, che è incommensurabile e tiene nelle sue mani le cose sante». Libro IV, 59


Il Signore ha rimesso il suo corpo nelle mani del sacerdote «Io sono» dice la Saggezza eterna, «come un uomo che, dovendo abbandonare il mondo, lascia ai suoi amici più cari ciò che ha di meglio; io ho fatto lo stesso con i sacerdoti che ho scelto al di sopra degli angeli e degli uomini: ho offerto loro il mio corpo preziosissimo quando ho lasciato il mondo e ho affidato loro molti doni: la mia fede; due chiavi, quella dell'inferno e quella del cielo; la possibilità di tramutare il nemico in un angelo; di poter consacrare il mio corpo, cosa che non possono fare gli angeli e infine di toccare con le mani il mio corpo preziosissimo e purissimo. Ora, essi si comportano con me come gli ebrei, i quali negavano che avevo resuscitato Lazzaro e compiuto altre meraviglie. Mi accusavano sostenendo che volevo diventare re, che avevo vietato di dare i tributi a Cesare e che avrei ricostruito il Tempio in tre giorni; similmente i ministri di Dio non divulgano i miei prodigi né insegnano la mia dottrina, ma diffondono in ogni dove l'amore del mondo e ovunque predicano la loro volontà, poiché stimano meno di nulla tutto quello che ho fatto per loro. In secondo luogo, hanno perduto la chiave con cui dovevano aprire il cielo ai miserabili; amano e prediligono la chiave che apre l'inferno e la tengono avvolta in un panno pulito. In terzo luogo, fanno di un giusto un ingiusto, di un semplice un diavolo, di un sano un malato, perché oggi chi si avvicina loro con tre malattie, se ne allontana con una quarta in più; se qualcuno si reca da loro con quattro malattie, se ne parte con cinque, perché il peccatore, vedendo l'esempio cattivo e depravato dei sacerdoti, imbocca una nuova strada, si rafforza nel peccato ed inizia a gloriarsi del peccato stesso di cui aveva vergogna...In quarto luogo, quelli che mi dovevano santificare con la bocca, mi vendono per cupidigia; sono peggio di Giuda, perché Giuda in un certo senso ha riconosciuto il proprio peccato ed ha fatto penitenza, sebbene inutilmente. Essi si definiscono e si reputano giusti. Giuda, invece, ha riportato il frutto del suo peccato ai sommi sacerdoti e agli anziani, e questi hanno messo la sua confessione al servizio del loro ingegno e del loro uso. Giuda mi ha venduto prima che riscattassi il mondo, ma costoro mi vendono dopo e non hanno compassione del mio sangue che grida vendetta con maggior ragione che non il sangue di Abele. Giuda mi ha venduto per trenta denari, ma costoro mi vendono con ogni sorta di maldicenza, perché non si avvicinano mai a me se non per ricevere qualche vantaggio. In quinto luogo, si comportano come gli ebrei. Ora, cosa hanno fatto questi ultimi? Mi hanno posto sulle- gno della croce, ma costoro mi mettono su un torchio e mi stringono con forza. Ti chiederai: 'Come può accadere ciò, se la mia divinità è inattaccabile dalla sofferenza e Dio non è predisposto al dolore?' È vero, ma la volontà ostinata con cui i sacerdoti perseverano nel peccato è tale che ciò mi risulta ancora più duro e doloroso, proprio come se venissi posto su un torchio. Ora, questi preti hanno due peccati: la lussuria e la cupidigia e mi mettono e lasciano tra questi due vizi; tanto che, dopo aver fatto penitenza e aver celebrato la messa, sono nuovamente animati dalla volontà di peccare e di nuovo mi fanno sentire come se venissi stretto in una pressa...» Libro IV, 132


Il modo in cui il Signore onora i sacerdoti Ascoltate dunque, eserciti ed angeli miei! Ho scelto dei sacerdoti al di sopra degli angeli e degli altri uomini e ho dato loro il potere di consacrare il mio corpo e di toccarlo. Se avessi voluto, avrei potuto affidare una funzione del genere agli angeli, ma amo a tal punto i sacerdoti che li ho innalzati a un simile onore e li ho ordinati affinché presenziassero davanti a me, disposti in sette livelli. Dovevano essere pazienti come pecore, costanti come muri dalle fondamenta stabili, pieni di vita e generosi come soldati, saggi come serpenti, pudichi come vergini, puri come angeli, animati da un amore ardente come quello di una sposa che si avvicina al talamo nuziale. Ora, si sono allontanati da me con cattiveria, sono selvaggi come lupi che rapiscono le pecore, imbattibili quanto a fame e avidità. Non onorano nessuno e non hanno vergogna di chicchessia. In secondo luogo, sono incostanti come le pietre di una muraglia in rovina, perché diffidano delle fondamenta, ossia del loro Dio, come se egli non potesse soddisfare le loro esigenze o non volesse nutrirli e sostentarli. In terzo luogo, sono sprofondati e sono stati avvolti dalle tenebre, come dei ladroni che camminano nella cecità dei propri vizi. Non hanno affatto il coraggio dei soldati, necessario per combattere per l'onore e la gloria di Dio, né hanno la generosità che occorre per compiere azioni eroiche. In quarto luogo, diventano pigri come asini che tengono la testa bassa: similmente sono stolti e insensati poiché pensano sempre alle cose mondane, senza rivolgere la mente al cielo e alle cose future. In quinto luogo, sono impudenti come cortigiane: mi camminano davanti con insolenza nei loro abiti im-pertinenti e tutte le loro membra esprimono la loro lussuria. In sesto luogo, sono sudici come la pece: tutti quelli che si avvicinano loro ne sono offuscati e imbrattati. In settimo luogo, sono abominevoli… Solo certi preti si accostano a me con dissimulazione, come se fossero dei traditori, Tuttavia io, che sono Dio e Signore di tutte le creature in cielo come in terra, vado loro incontro; dopo che il sacerdote ha pronunciato le parole Questo è il mio corpo sull’altare, davanti a lui io sono vero Dio e vero uomo. Mi affretto verso i miei ministri come uno sposo innamorato, per provare e gustare assieme a loro i sacri piaceri della mia divinità; ma, ahimè, non trovo posto nel loro cuore. Ascoltate ancora, amici miei, quanta dignità conferisco ai sacerdoti al di sopra degli angeli e degli uomini: ho dato loro il potere di fare cinque cose: legare e sciogliere in terra e in cielo; trasformare i miei nemici in amici di Dio, e i demoni peccatori in angeli virtuosi; predicare la mia parola; consacrare e santificare il mio corpo, cosa che nessun angelo può fare; toccare il mio corpo, cosa che nessuno di voi oserebbe fare». Libro IV, 133


Il Signore chiama i sacerdoti come uno sposo «Io sono come lo sposo che conduce la sposa nella sua casa con mille prove d'amore. Ho unito a tal punto i preti a me, tramite il mio corpo, che erano in me ed io in loro; ma essi rispondono a quest'unione come un'adultera che dice al marito: 'Le tue parole non mi piacciono; le tue ricchezze sono vane; la tua voluttà è come un veleno. Ci sono altre cose che voglio amare e seguire'. A queste parole lo sposo, dolce e mansueto, risponderà: 'Mia sposa, ascoltami, abbi pazienza. Le tue parole devono essere le mie, le mie ricchezze le tue; la mia volontà deve essere la tua, la tua voluttà la mia contentezza... Attiro a me i preti come uno sposo la sua sposa; faccio tutto quello che posso per loro; ma più li chiamo, più fuggono da me. Le mie parole non piacciono loro; essi considerano un peso le mie ricchezze; detestano la dolcezza delle mie parole come se fosse veleno. Li inseguo avvertendoli come un padre colmo di pietà, tollerandoli come un signore pieno di clemenza, attraendoli con doni come un dolce sposo; ma più li chiamo, più si allontanano da me». Libro IV, 135


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GESU' HA DETTO: "Non foste voi a scegliere me, ma io ho scelto voi (Io. 15, 15). Come il Padre ha mandato me, così io mando voi (Io. 20, 21). Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo (Mt. 5, 13-14). Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me (Lc. 10, 16). Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me (Io. 15, 17). Nel mondo avrete tribolazioni; ma confi­date: io ho vinto il mondo (Io. 16, 33).

 
OGNI UOMO E' MIO FRATELLO (Paolo VI)

"E' necessario, scrive Carlo Péguy, salvarsi in­sieme, arrivare insieme al buon Dio. Non si può arrivare a trovare il buon Dio gli uni senza gli altri. Bisogna pensare, perciò, anche agli altri. Lavorare un poco anche per gli altri. Cosa ci dirà se ritorneremo gli uni senza gli altri?" Sono interrogativi che guastano il sonno. Hanno una serie di applicazioni vastissime. Di fronte a certe situazioni non si può essere uomini e rimanere inerti, cristiani e fare i rassegnati.
Il mondo è travagliato da problemi di disparità abissali. Si pensi alla sperequazione tra stipendi di milioni e stipendi di fame. Aristocratici del be­nessere che, in una sola notte di gozzoviglie spen­dono somme da sfamare un quartiere di poveri. Coppie cariche di costosissime pellicce e di pre­ziosi, mentre a poca distanza v'è un'umanità che ha fame, ha freddo e manca di tutto. E che dire dinanzi al divario tra i "popoli dell'opulenza" e i "popoli della fame"`?
Si è accertato che di tre milia.di di uomini, uno mangia bene e due sono malnutriti e soffro­no la fame. Cause del fenomeno pauroso la catti­va distribuzione delle ricchezze, l'egoistica insen­sibilità dei benestanti, le cifre vertiginose spese ogni anno per gli armamenti e la guerra. Nel 1969 si sono spesi a questo scopo 200 miliardi di dollari: una somma da sussidiare tante opere di redenzione sociale. Una sola la chiave della solu­zione: insegnare agli uomini ad amarsi, comin­ciando da noi cristiani. Cominciare dal nostro piccolo, da noi stessi. Un buon esame di coscien­za può indicarci tante cose.
RICORDA: "Se uno dice: io amo Dio e non ama il suo fratello è un bugiardo, perché non può amare Dio che non vede chi non ama il fratello che vede" (1 Giovanni, 4, 20).
 
GESU’ HA DETTO: "Mio comandamento è che amiate l’un altro come Io ho amato voi" (Io. -15, 12). Siate mise­ricordiosi com'è misericordioso il Padre vostro (Lc. 6, 36). Se non perdonate agli altri, nemmeno il Padre vostro vi perdonerà i rostri peccati (M t. 6, 15 ). Amate i rostri nemici e fate del bene a chi vi odia (Lc. 6, 27). Quanto è difficile, a chi si appoggia alle ricchezze, entrare nel Regno di Dio! (Mc. 10, 24). Vendete ciò che avete e fatene elemosina (Lc. 12, 33). Ciò che avrete fatto a uno di questi minimi tra i miei fratelli, l'avete fatto a me".
 

NEL MISTERO DI DIO

Vi sono situazioni e momenti in cui la fede in Dio ha particolarmente bisogno di esser sostenuta dalla grazia per non vacillare. Di fronte a tutto il male che c'è nel mondo - cataclismi paurosi con migliaia di vittime, ingiustizie sociali irremovibili, sfruttamenti dei deboli, malvagi che trionfano, disprezzo d'ogni legge divina ed umana - viene incontenibile la domanda: ma Dio vede tutto questo? E se lo vede, perché lo permette? Dov'è la sua Provvidenza?
Guardiamoci anzitutto di non attribuire a Dio le conseguenze dei nostri peccati personali e so­ciali. Per prima cosa sappiamo riconoscere le no­stre responsabilità. Inoltre dobbiamo ricordare che il modo con cui il Signore governa il mondo appartiene al suo mistero e la nostra intelligenza è impari a comprenderlo. Alla luce della fede sappiamo intanto che egli è Padre, che infinita­mente ci ama, che è potenza, è sapienza, è giusti­zia infinita, che se permette il male, ne conosce gli scopi e saprà a suo modo trarne beni che non sempre possiamo prevedere.
Egli guarda le cose dalle altezze dell'eternità, noi dal buio fondo del tempo. Egli nel loro intimo valore e rapporti misteriosi, noi secondo le apparenze immediate e spesso fallaci. A Lui non sfugge nulla. Nulla gli accade per caso. Tutto re­gola e dirige ai suoi fini, i quali egli solo cono­sce. Guarda quelli che tessono un tappeto: da una parte, che disegni magnifici! Dall'altra che groviglio disordinato di nodi e di fili! Ma è da questo disordine che nasce quel disegno. Solo nell'eternità vedremo la saggezza del suo governo.
RICORDA: "Seguiamo passo passo le disposizioni del­la Provvidenza, non appena vediamo ciò che domanda. Dio sa meglio di noi quel che ci conviene. Lasciamo tutto a Dio e tutto andrà bene" (P. De Caussade).
 
GESU HA DETTO: "Non vi affannate per la vostra vita di che mangerete, né per il vostro corpo di che vesti­rete... Guardate i corvi, che non seminano, né mietono, né hanno dispensa o granaio, eppure il Signore li nutre. E voi quanto valete più di es­si! ... Guardate i gigli, come crescono; e non lavorano, né filano... Che se Dio così riveste l'erba che oggi è nel campo e donati si butta nel forno, quanto più voialtri, gente di poca fède:'... Cercate dunque prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date per giunta" (Lc. 12, 22-31 ).
 

NELLA MORSA DELLA SOFFERENZA

Quando la tribolazione si abbatte su di te, non ribellarti. Cerca di capirne il mistero. Prendila dalle mani di Dio e finirai per sopportarla e amarla. "Dio vi ha visitate", disse Fra Cristoforo a Lucia quella mattina che andò a monte il matrimonio. Proprio così: la sofferenza è una visita di Dio. E' la porta più sicura per la quale Egli entra nelle nostre anime. "Quante persone osserva il Curato d'Ars, saranno dannate per esse­re state troppo felici a questo mondo! Quante, invece, saranno salve per avervi molto sofferto!"
"Nel gioco della vita, scrive Mons. Sheen, la carta del dolore è la più disprezzata, mentre è quella che vale di più". Ma il dolore, se non è visto alla luce della fede, è un problema senza soluzione. "Cosa fate a letto, piccola pigrona?" chiedeva la superiora a S. Bernardetta. "Adempio al mio incarico". "Quale?". "Di esser malata". Per la santa soffrire era come lavorare, cooperare alla salvezza delle anime. In vista di questa coo­perazione, "Cristo, ha detto Paolo VI, non mo­stra soltanto la dignità del dolore, ma lancia una vocazione al dolore".
Certo, è sconcertante vedere degl'innocenti che soffrono. Ma è proprio la loro sofferenza quella che vale di più ai fini di Dio. Eppoi, guarda sul Calvario: Chi più santo di Gesù? Chi più inno­cente di Maria? Le pagine più belle sulla soffe­renza le hanno scritte proprio quelli che hanno sofferto di più: perché ne hanno compreso l'ef­ficacia trasformatrice e il valore. Soffrire con Cristo, assimilarsi a Cristo. E' rispondere all'im­perativo di Gandhi: "Non predicate il Dio che morì 2.000 anni fa; mostratelo come vive in voi, oggi!". E il malato è un ostensorio di Cristo.
 
IL MIO PENARE è una chiavina d'oro... piccola, ma che apre un gran tesoro.
E' croce; ma è la croce di Gesù: quando l'abbraccio, non la sento più.

Non ho contato i giorni del dolore: so che Gesù li ha scritti nel suo cuore.

Vivo momento per momento, e allora il giorno passa come fosse un'ora.
Mi han detto che, guardata dal di là, tutta la vita un attimo parrà.
Passa la vita, vigilia di festa; muore la morte... il Paradiso resta.

Due stille ancora dell'amaro pianto, e di vittoria poi l'eterno canto. P.G. BIGAZZI S.1.
 

LA REALTA' DEL BATTESIMO

La vita cristiana s'inizia col battesimo, detto sacramento di rinascita, perché, come dai genitori si riceve la vita naturale, così dall'acqua e dallo Spirito Santo si riceve nel battesimo la vita so­prannaturale, quella della grazia. Il primo effetto del battesimo è d'inserirci nel Mistero pasquale: come, infatti, Gesù morì per distruggere il pecca­to e risuscitò alla gloria, così il battesimo ci fa morire al peccato e con Gesù ci fa risorgere a una nuova vita.
Il bambino che viene portato al battesimo reca con sé la macchia d'origine, il peccato originale, e se adulto, può essere colpevole anche d'altri pec­cati da lui commessi. Compiuto il rito, quando ne ritorna, il peccato è scomparso, la sua anima è rivestita dalla grazia, lo Spirito Santo sceso in lui lo ha unito intimamente a Gesù Cristo, renden­dolo fratello di lui, partecipe della sua santità. Inoltre, per mezzo di Gesù, di figlio qual è del­l'uomo, lo fa divenire anche figlio adottivo di Dio, elevato alla vita stessa di Dio, col diritto di chiamarlo Padre e di essere un giorno, insieme agli angeli e ai santi, erede della felicità eterna nel paradiso.
Per il battesimo, il cristiano entra in vitali rapporti con le tre divine Persone. Dallo Spirito, che abita in lui come in un tempio a ciò consacrato, viene progressivamente configurato al Figlio, per mezzo del quale ha accesso al Padre. Egli, quindi, conclude il Concilio Vaticano II "deve mantenere e perfezionare, vivendola, la santità che ha ricevuta" (LG 40). Questo spo­gliarsi dell'uomo vecchio, del peccato, per ve­stirsi, come dice san Paolo, dell'uomo nuovo, di Gesù Cristo, è un processo che ha inizio col bat­tesimo e prosegue per tutta la vita, sino alla mor­te. Richiede, una lotta continua contro le opere di morte insinuate dal mondo, dal demonio, dalla carne.
 

L'ABORTO: NULLA DI PIU NEFANDO!

« Dio, padrone della vita, ha affidato agli uo­mini l'altissima missione di proteggere la vita: missione che deve essere adempiuta in modo de­gno dell'uomo. Perciò la vita dev'essere protetta con la massima cura fin dal momento della con­cezione; l'aborto, come l'infanticidio, sono abo­minevoli delitti » (Vat. II, G.S.).
« Come non riaffermare solennemente che la vita dell'essere umano è sacra, fin dal suo spri­gionarsi sotto il cuore della madre, al momento del concepimento? Come dimenticare che proprio in quest'anno consacrato al fanciullo, il numero delle vite soppresse nel grembo materno ha rag­giunto culmini paurosi? E' una silenziosa eca­tombe, che non può lasciare indifferenti non di­co noi uomini di Chiesa, noi cristiani e cristiane del mondo intero, ma altresì i responsabili della cosa pubblica, le persone pensose dell'avvenire delle nazioni... Io scongiuro gli uomini consape­voli della dignità insopprimibile di questi uomi­ni non ancor nati, a prendere una posizione degna dell'uomo, perché questo oscuro periodo, che minaccia di avvolgere di tenebre la coscien­za umana, possa essere finalmente superato » (Giovanni Paolo Il, 23, XII, 1979).
« Non c'è disposizione umana che possa legit­timare un'azione intrinsecamente iniqua, né tanto meno obbligare chicchessia a consentirvi. La leg­ge infatti ripete il suo valore vincolante dalla funzione che essa - in fedeltà alla legge divina - svolge a servizio del bene comune; e questo, a sua volta, è tale nella misura in cui promuove il benessere della persona. Di fronte pertanto ad una legge che si ponga in diretto contrasto col bene della persona, che rinneghi anzi la persona in se stessa, sopprimendone il diritto a vivere, il cristiano, memore delle parole dell'Apostolo Pie­tro al cospetto del Sinedrio: - Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini! - non può che opporre il suo civile ma fermo rifiuto! » (Gio­vanni Paolo II, 26, 1, '80).
Quante lacrime di commozione per i milio­ni di bambini, che ogni anno muoiono di fame. e per il sangue che i terroristi spargono sulle no­stre strade, e non si piange su tanti milioni d'in­nocenti che quasi ogni giorno si uccidono, e le­galmente, nel seno materno!
 

LA VERITA' ALL'AMMALATO GRAVE

Vedere che un Tizio, senz'accorgersene, è mi­nacciato da un pericolo gravissimo e imminente, e non avvertirlo, è cosa affatto disumana. Ora, la stessa qualifica meriterebbero coloro che sono at­torno a un infermo colpito da malattia mortale, a rapido decorso, e volutamente si astengono dal rivelarglielo, anzi fanno di tutto, mediante la scia­gurata "bugia pietosa", per illuderlo. "Per non impressionarlo", dicono. E intanto non temono d'impressionarlo convocando attorno a lui altri medici, oltre l'ordinario, e specialisti per tenere consulti urgenti, seguiti forse da immediati inter­venti.
In una circostanza così tremendamente seria, quando il tempo sta per sciogliersi nell'eternità, non si pensa al torto che s'infligge a un tale am­malato. Si dimentica che egli è soggetto di dirit­to, e se si affida ad esperti per conoscere la dia­gnosi esatta del suo male, ha un diritto inalienabile di sapere, nel modo più conveniente, si capisce, il suo vero stato di salute. La formula sistematica della simulazione e dell'inganno viola interessi maggiori dell'infermo, mette in pericolo beni radicali, definitivi ed eterni del paziente. Egli può aver assoluto bisogno di mettersi in regola con Dio, di regolare situazioni che impli­cano ingiustizie e peccati.
E' dovere quindi dei parenti, dei sanitari, del sacerdote, a cui si può affidare l'incarico, di dirgli con graduale delicatezza la verità, profittando del tempo ancora disponibile, ma prima che non sia troppo tardi. Se tale rivelazione può esser dolo­rosa, ha pure in sé un contenuto di ricchezze incalcolabili per chi muore e per chi resta: per quello la serenità di un preparato incontro con Dio, per questi la pace della coscienza. Farsi coo­peratori di una condanna eterna non è certo pietà e benevolenza, ma crudele tradimento! E dicasi lo stesso di quelli che impediscono a un malato, per lasciarlo tranquillo... gli ultimi sacra­menti.
RICORDA: "Se c'è un momento in cui l'uomo ha bisogno di conoscere quel che succede, per quanto ama­ro sia, è proprio quello che precede la morte. Potrebbe avere qualcosa di decisivo da dire e da fare per sé o per gli altri che, una volta spirato, non potrebbe più né dire ne fare. E forse, da quel qualcosa di decisivo potrebbe acquistare un significato un'intera esistenza apparente­mente insignificante" (G. K. Chesterton, La sfera e la Croce).

Con approvazione ecclesiastica

 

NON ABBIATE PAURA DI DIO

"Pensate a Dio con benevolenza, con rettitudi­ne, abbiate buona opinione di Lui... Non dovete credere che egli perdoni difficilmente... La prima cosa necessaria per amare il Signore è di crederlo degno di amore... Quanti, in fondo al cuore, pensa­no che ci si possa intendere facilmente con Dio? ..
"Molti lo pensano inaccessibile, permaloso, facil­mente disgustato ed offeso. Eppure questo timore gli dà grande pena... Vorrebbe forse nostro padre vederci vergognosi e tremanti alla sua presenza? Tanto meno il Padre celeste... Una madre non fu mai così cieca ai difetti della sua creatura come il Signore lo è davanti ai nostri mancamenti...
"Dio è infinitamente più pronto a compatire e ad aiutare, che a punire e a biasimare... Non potete peccare per eccesso di confidenza in Dio: non te­mete quindi di abbandonarvi con troppa totalità al suo amore... Se ve lo immaginate difficile e inavvi­cinabile, se avrete paura di Lui, non lo amerete...
"I peccati passati, una volta detestati non costi­tuiscono più nessun ostacolo tra noi e Dio... E' assolutamente falso pensare che Egli conservi ran­core per il passato... Egli perdona tutto e non im­porta quanto abbiate tardato prima di venire al suo servizio... In un momento Dio vi aiuterà a rime­diare a tutto un passato…". (Dai pensieri di P.D. Considine)
 
"A che servirebbe, fratelli miei, se uno dicesse di avere la fede, ma non ne avesse le opere? Potrebbe forse una tale fede salvarlo? Se un fratello o una sorella si trovassero nudi e man­canti del cibo quotidiano, e uno di voi dicesse loro: `Andate in pace, riscaldatevi e saziatevi', ma non desse loro il necessario per il corpo, a che servirebbe`? Così pure la fede, se non ha le opere, è per se stessa morta... Voi vedete, dun­que, come l'uomo è giustificato per le opere e non per la fede soltanto... Come il corpo senza spirito è morto, così pure la fede senza opere è morta"

(San Giacomo, 2,14-26).


AVE MARIA!
AMDG