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venerdì 13 settembre 2019

Volete essere attraenti per le donne? Dimostrate di avere queste 7 virtù

Dal coraggio alla sincerità: la vera scommessa è riscoprirsi cavalieri nel mondo moderno

Le 7 virtù che oggi ogni uomo dovrebbe riscoprire per essere attrattivo e attraente nei confronti di una donna.
Ne parla lo psicoterapeuta Roberto Marchesini in “Codice cavalleresco per l’uomo del terzo millennio” (Sugarco edizioni).
“Il Codice cavalleresco per l’uomo del terzo millennio – scrive nella prefazione Giorgia Brambilla, professoressa associata di Bioetica Ateneo “Pontificio Regina Apostolorum – si presenta come una mappa per l’uomo contemporaneo per riscoprire se stesso e la grandezza del suo essere maschile attraverso l’arduo cammino delle virtù (da vir, uomo) che contraddistinguono il cavaliere, figura appropriatamente presa dall’autore a modello dell’uomo di ogni tempo”.

1) CORAGGIO
Essendo una virtù, cioè un abito, il coraggio dipende dalle nostre azioni. Come dice Aristotele, se compiamo azioni coraggiose diventiamo uomini coraggiosi; al contrario, se compiamo azioni vili, diventiamo vili (Etica nicomachea, III, 1, 1103b).
Sono quindi le nostre azioni che ci definiscono. Ogni giorno, azioni grandi o piccole. Non esistono uomini coraggiosi a prescindere dalle azioni che compiono; così come la mancanza di coraggio non può essere additata come giustificazione per azioni vili. Ogni uomo è chiamato a sviluppare in sé la virtù della fortezza compiendo azioni coraggiose, cioè opponendosi al male anche a rischio della propria incolumità. Il destino dell’uomo è, da pavido, diventare coraggioso.
L’uomo coraggioso non è l’uomo che non ha paura. Non esiste un uomo che non abbia paura, la paura è una passione buona e naturale. L’uomo coraggioso è l’uomo che ha paura, ma fa ugualmente ciò che è giusto. È l’uomo che utilizza le passioni, non si fa guidare da esse. Dominare le passioni, e non farsene dominare; guidarle, indirizzarle verso il bene.

2) SINCERITA’
Perché è così difficile essere sinceri? Innanzitutto, la menzogna è così diffusa che sembra normale.
L’uomo sincero rifugge la lusinga, l’adulazione o la compiacenza. Dice quello che pensa, e pensa quello che dice. Non baratta la verità con l’approvazione degli altri: sceglie la prima, e accetta di portarne il peso.
Essere sinceri significa rendersi impopolari, accettare il rischio di vivere controcorrente. Perché essere sinceri significa amare la verità più degli amici. L’uomo sincero non è un chiacchierone, non parla a vanvera: le sue parole sono poche e pesanti. Hanno delle conseguenze, ed egli è pronto a farsene carico.

3) ONORE
L’onore non coincide con la reputazione. L’onore dipende dalle virtù della persona, non da quello che altri pensano di lei. Le due cose non coincidono, anzi, spesso sono in antitesi. Chi si comporta in maniera virtuosa necessariamente scontenta qualcuno; e chi vuole piacere a tutti deve necessariamente rinunciare a comportarsi in modo onorevole.
La nostra società – senza onore, come abbiamo già visto – è basata sulla reputazione. Per convincersene è sufficiente chiedersi qual sia il motivo dell’enorme successo dei cosiddetti social network, inutili intrattenimenti per adulti. Cosa spinge una persona adulta a gettare la propria vita, reale o immaginaria che sia, in pasto a perfetti sconosciuti? Un piccolo meccanismo perverso ma straordinaria- mente efficace: la possibilità di ricevere dei Like, «Mi piace», di avere dei followers. Di avere, cioè, l’approvazione e l’attenzione degli altri, anche se sono dei perfetti estranei. Chi elemosina approvazione da chiunque è generalmente una persona molto insicura, e chi fa di tutto per avere un po’ d’attenzione è, di nuovo, il bambino.
Essendo l’onore la conseguenza della virtù, e dipendendo la virtù dalle nostre azioni e non dalle altrui, ne consegue che, come scriveva Cechov, “L’onore non si può togliere, si può solo perdere
La nostra è la società del piagnisteo, dove ognuno si lamenta continuamente di essere stato offeso dagli altri. In realtà solo noi possiamo offenderci, solo noi possiamo ferire il nostro onore comportandoci in modo indegno. L’onore si può solo perdere, non si può togliere.

4) LEALTA’
Lealtà deriva dal latino legalitas, cioè la fedeltà al- la legge: non a una legge imposta, ma a una legge che la persona ha scelto liberamente di darsi, cioè a un impegno, a un accordo, alla parola data. Una volta data la propria parola, l’accordo diviene, per chi è leale, intangibile.
Non è leale chi rispetta la parola data quando tutto va bene; è leale chi è disposto a perdere qualcosa (una amicizia, la reputazione, la libertà, la vita…) pur di restare fedele alla sua parola. La lealtà costa.
La nostra società, nella quale la lealtà è ormai scomparsa, tenta di reggersi sulla legalità, da tanti esaltata come massima virtù civile. Ma una società nella quale la legalità ha preso il posto della lealtà non è una società di uomini liberi, bensì di schiavi.
Che nel mondo occidentale la lealtà sia scomparsa lo dimostra la crisi dell’istituto matrimoniale. Il matrimonio non è altro che una promessa solenne e pubblica. Il tradimento (considerato fisiologico nella nostra società) e il divorzio non sono altro che una rottura del giuramento, una slealtà.

5) CAVALLERIA
Il cavaliere non è tale per nascita, ma per virtù; non ha privilegi, ma doveri, che egli accetta liberamente. Il cavaliere è generoso e (il brano non lo specifica) povero: la sua ricchezza non è il denaro (verso il quale non prova nessun attaccamento) ma la virtù, cioè l’onore.
Il cavaliere è giovane (e ogni confronto di questo modello con l’attuale gioventù è davvero improponibile). Il cavaliere teme più la vergogna, l’onta, il peccato della morte. Anzi: la morte, il sacrificio di sé per il bene altrui è il destino, il compimento del cavaliere. Egli diventa cavaliere per morire in modo esemplare e glorioso, a coronamento di una vita spesa al servizio della virtù.

6) CORTESIA
Il termine «cortesia» indica il codice di comportamento che veniva richiesto nelle corti (da qui il nome) che comprendeva eleganza, lealtà, umiltà, generosità; soprattutto indica l’atteggiamento del cavaliere nei confronti delle donne. La cortesia è in realtà un atto di vassallaggio nei confronti di una donna, anziché di un signore: il cavaliere mette a disposizione della donna le sue qualità cavalleresche (la forza, il coraggio…) e si lega a una donna in un patto di reciproca fedeltà e lealtà. Non a caso è in questo periodo che la mulier diventa donna, cioè domina (signora).
Oggi, nel mondo del politicamente corretto, la cortesia è considerata assolutamente riprovevole. Un uomo che metta a disposizione di una donna la sua forza fisica (aprendo la porta o la portiera dell’auto, aiutandola a indossare il cappotto o ad accomodarsi al tavolo, porgendo il braccio per la passeggiata…) o economica (pagando il conto del ristorante…) è considerato un ottuso misogino, un arrogante e volgare prevaricatore che ostenta una superiorità inesistente. Il femminismo e l’ideologia di genere insistono nell’affermare che la forza che l’uomo mette a disposizione della donna nei gesti di cortesia è una affermazione di supremazia, intollerabile nel mondo moderno contemporaneo.

7) FRANCHEZZA
Grazie alla letteratura cavalleresca che narrava le epiche imprese di giovani francesi il termine “franco” (da cui deriva franchezza, cioè l’azione dell’essere franco) divenne così sinonimo di cavalleresco, cioè coraggioso, leale, sincero, libero…
Pensiamo, ad esempio, che san Francesco d’Assisi era stato battezzato Giovanni. Fu suo padre, Pietro di Bernardone, a chiamarlo Francesco, desiderando un figlio che incarnasse l’ideale cavalleresco. E, di fatto, lo incarnò. Non solo partecipando alla guerra contro Perugia (1202); non solo partecipando alla quinta crociata (1219); ma seguendo l’esempio di Cristo fino alla morte (tanto che nel suo corpo si aprirono le stesse ferite che ricevette Gesù sulla croce).

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giovedì 15 dicembre 2016

Il discorso di Mons. Athanasius Schneider

Roma, 5 dicembre. Una esperienza 'forte' di Chiesa e di Cattolicità. Il discorso di Mons. Schneider

Un'esperienza forte di Chiesa e di cattolicità, nel cuore ancor oggi vibrante della Roma paleocristiana.

Magnificat anima mea Dominum!

Il 5 dicembre, si è tenuto a Roma, presso la Fondazione Lepanto, a ridosso dell'antichissima Basilica di Santa Balbina, un incontro, introdotto dal Prof. Roberto De Mattei, con due dei Cardinali dei Dubia, Raymond Leo Burke e Walter Brandmüller e con il vescovo Athanasius Schneider, che li ha preceduti e seguiti con le sue prese di posizione pubbliche [qui e qui], il quale ha pronunciato un discorso grandioso, il cui testo potete leggere di seguito. A loro si è aggiunto Mons. Andreas Laun, vescovo di Salisburgo.
Vi do le mie prime impressioni, ma non mancherò di approfondire in seguito.
Un incontro in cui era palpabile, a partire dal solenne silenzio che ha accolto gli illustri ospiti e la vibrante commossa attenzione con cui si è rimasti in ascolto per finire, in chiusura, col canto corale del Credo in perfetta consonanza di pensieri e sentimenti fortificata dalla comune esperienza, seguìto dalla benedizione impartita dal Card. Burke.
Lo dico con gioia, ma soprattutto col conforto grande di essere confermata e benedetta dai nostri Pastori, che non incontravo per la prima volta e con i quali sono riuscita a intrattenermi brevemente. Di questo e dell'intera esperienza sono molto grata agli organizzatori.
La maggior parte dei presenti, provenienti non solo da tutta Italia ma da ogni paese, era costituita da numerosissimi sacerdoti e religiosi, alcuni molto giovani, tra cui i Francescani dell'Immacolata (non posso che chiamarli con la loro denominazione originaria non cancellabile per via del loro voto mariano indissolubile). Oltre al più discreto numero di laici, spiccavano per la loro attenta partecipazione alcuni dei maggiori vaticanisti esteri tra coloro che si distinguono particolarmente per l'assenza nei loro contenuti di fraintendimenti della realtà (per l'Italia, Sandro Magister). Con loro ho potuto scambiare alcune impressioni.
Mi scuso per la scarsa qualità delle immagini scattate dal mio cellulare.
I sorrisi di mons. Schneider e del Cardinale Burke, che lo ha ringraziato per le sue parole luminose, accompagnano la frase: I suoi genitori dovevano essere davvero ispirati per averle dato quel nome. Doppia allusione: al glorioso Atanasio della crisi Ariana del IV secolo e anche alla vicenda personale di mons. Schneider, cresciuto e fortificatosi ai tempi della persecuzione sovietica. (Maria Guarini)

La grandezza non negoziabile del matrimonio cristiano
Mons. Athanasius Schneider, Roma, 5 dicembre 2016

Quando Nostro Signore Gesù Cristo ha predicato le verità eterne due mila anni fa, la cultura o lo spirito regnante di quel tempo Gli erano radicalmente contrari. In concreto lo erano il sincretismo religioso, lo gnosticismo delle élite intellettuali e il permissivismo morale delle masse, specialmente riguardo all’istituto del matrimonio. “Egli era nel mondo, eppure il mondo non lo riconobbe” (Giov. 1, 10).

La gran parte del popolo d’Israele, ed in particolare i sommi sacerdoti, gli scribi e i farisei hanno rigettato il Magistero della rivelazione Divina di Cristo e persino la proclamazione dell’assoluta indissolubilità del matrimonio: “Venne fra la Sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Giov. 1, 11). L’intera missione del Figlio di Dio sulla terra consisteva nel rivelare la verità: “Per questo sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (Giov. 18, 37).

Nostro Signore Gesù Cristo è morto sulla Croce per salvare gli uomini dai peccati, offrendo se stesso in perfetto e gradito sacrificio di lode e di espiazione a Dio Padre. La morte redentrice di Cristo contiene anche la testimonianza che Egli dava di ogni Sua parola. Cristo era pronto a morire per la verità di ciascuna delle Sue parole: “Voi cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio. Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete?” (Giov. 8, 40-46). La prontezza di Gesù nel morire per la verità includeva tutte le verità da Lui annunziate, certamente anche la verità dell’indissolubilità assoluta del matrimonio.

Gesù Cristo è il restauratore dell’indissolubilità e della santità originaria del matrimonio non soltanto per mezzo della Sua parola Divina, ma in modo più radicale per mezzo della Sua morte redentrice, con la quale Egli ha elevato la dignità creata e naturale del matrimonio alla dignità di sacramento. “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa. […] Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Ef. 5, 25.29-32). Per questa ragione anche al matrimonio si applicano le seguenti parole della preghiera della Chiesa: “Dio che in modo meraviglioso creasti la dignità della natura umana e in maniera ancora più meravigliosa la riformasti”.

Gli Apostoli e i suoi successori, in primo luogo i Romani Pontefici, successori di Pietro, hanno santamente custodito e fedelmente trasmesso la dottrina non negoziabile del Verbo Incarnato sulla santità e indissolubilità del matrimonio anche riguardo alla prassi pastorale. Questa dottrina di Cristo è espressa nelle seguenti affermazioni degli Apostoli: “Il matrimonio sia onorato ed il talamo sia senza macchia. I fornicatori e gli adulteri saranno giudicati da Dio” (Ebr. 13, 4) e “Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito, e qualora si separi, rimanga senza sposarsi, e il marito non ripudi la moglie” (1 Cor. 7, 10-11). Queste parole ispirate dallo Spirito Santo furono sempre proclamate nella Chiesa durante due mila anni, servendo come un’indicazione vincolante e come norma indispensabile per la disciplina sacramentale e per la vita pratica dei fedeli.

Il comandamento di rimanere senza sposarsi dopo una separazione dal proprio coniuge legittima, non è nel fondo una norma positiva o canonica della Chiesa, ma è parola di Dio, come insegnava l’apostolo San Paolo: “Ordino non io, ma il Signore” (1 Cor. 7, 10). La Chiesa ha ininterrottamente proclamato queste parole, vietando ai fedeli validamente sposati di attentare il matrimonio con un nuovo partner. Di conseguenza, la Chiesa secondo la logica Divina e umana non ha la competenza di approvare nemmeno implicitamente una convivenza more uxorio al di fuori di un valido matrimonio, ammettendo tali persone adultere alla Santa Comunione.

Un’autorità ecclesiastica che emana norme o orientamenti pastorali che prevedono una tale ammissione, si arroga un diritto che Dio non le ha dato. Un accompagnamento e discernimento pastorale che non propone alle persone adultere, i cosiddetti divorziati risposati, l’obbligo divinamente stabilito di vivere in continenza come condizione sine qua non all’ammissione ai sacramenti, si rivela in realtà come un clericalismo arrogante. Poiché non esiste un clericalismo più farisaico che quello che si arroga diritti divini.

Uno dei più antichi ed inequivocabili testimoni dell’immutabile prassi della Chiesa Romana di non accettare per mezzo della disciplina sacramentale la convivenza adulterina dei fedeli, che sono ancora legati al loro legittimo coniuge tramite il vincolo matrimoniale, è l’autore di una catechesi penitenziale conosciuta sotto il titolo pseudonimo Il Pastore di Erma. La catechesi è stata scritta con molta probabilità da un presbitero romano all’inizio del secondo secolo sotto la forma letteraria di un’apocalisse o di un racconto di visioni.

Il seguente dialogo tra Erma e l’angelo della penitenza che gli appare nella forma di un pastore, dimostra con ammirevole chiarezza l’immutabile dottrina e prassi della Chiesa cattolica in questa materia: “Che cosa, Signore, farà il marito se la moglie persiste in questa passione dell’adulterio?”. “L'allontani e il marito rimanga per sé solo. Se dopo aver allontanato la moglie sposa un’altra donna, anch’egli commette adulterio“. “Se, signore, la moglie, dopo che è stata allontanata, si pente e vuole ritornare dal marito non sarà ripresa?”. “Sì, dice; e se il marito non la riceve pecca e si addossa una grande colpa. Deve, invece, ricevere chi ha peccato e si è pentito. […] A causa della possibilità di tale pentimento, il marito non deve risposarsi. Questa direttiva vale sia per la donna che per l’uomo. Non solo si ha adulterio se uno corrompe la propria carne, ma anche chi compie cose simili ai pagani è un adultero. […] Per questo vi fu ordinato di rimanere da soli, per la donna e per l’uomo. Vi può essere in loro pentimento, … ma chi ha peccato non pecchi più” (Herm. Mand., IV, 1, 6-11).

Sappiamo che il primo grande peccato clericale fu il peccato del sommo sacerdote Aronne, quando costui cedette alle domande impertinenti dei peccatori e permise loro di venerare l’idolo del vitello d’oro (cfr. Es. 32, 4), sostituendo in questo concreto caso il Primo Comandamento del Decalogo di Dio, cioè sostituendo la volontà e la parola di Dio, con la volontà peccatrice dell’uomo. Aronne giustificava questo suo atto di clericalismo esasperato con il ricorso alla misericordia e alla comprensione con le esigenze degli uomini. La Sacra Scrittura dice appunto: “Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne avevo tolto ogni freno al popolo, così da farne il ludibrio dei loro avversari” (Es. 32, 25).

Si ripete oggi nuovamente nella vita della Chiesa, quel primo peccato clericale. Aronne aveva dato il permesso di peccare contro il Primo Comandamento del Decalogo di Dio e di poter essere allo stesso tempo sereni e lieti nel farlo, e la gente appunto danzava. Si trattava in quel caso di una letizia nell’idolatria: “Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzo per darsi al divertimento” (Es. 32, 6). Invece del Primo Comandamento come era al tempo di Aronne, parecchi chierici, anche ai più alti livelli, sostituiscono ai nostri giorni il Sesto Comandamento con il nuovo idolo della pratica sessuale tra persone non validamente sposate, che è in un certo senso il vitello d’oro venerato dai chierici dei nostri giorni.

L’ammissione di tale persone ai sacramenti senza chieder loro la vita in continenza come conditio sine qua non, significa nel fondo un permesso di non dover osservare in questo caso il Sesto Comandamento. Tali chierici, come nuovi “Aronne”, tranquillizzano queste persone, dicendo che possono essere serene e liete, cioè continuare nella gioia dell’adulterio a causa di una nuova “via caritatis” e del senso “materno“ della Chiesa e che possono persino ricevere il cibo Eucaristico. Con tale orientamento pastorale i nuovi “Aronne” clericali fanno del popolo cattolico il ludibrio dei loro nemici, cioè del mondo non credente e immorale, il quale potrà davvero dire, ad esempio:
  • Nella Chiesa cattolica si può avere un nuovo partner accanto al proprio coniuge, e la convivenza con lui è ammessa nella prassi
  • Nella Chiesa cattolica è ammessa di conseguenza una specie di poligamia.
  • Nella Chiesa cattolica l’osservanza del Sesto Comandamento del Decalogo, tanto odiato da parte della nostra società moderna ecologica ed illuminata, può avere delle legittime eccezioni.
  • Il principio del progresso morale dell’uomo moderno, secondo il quale si deve accettare la legittimità degli atti sessuali fuori del matrimonio, è finalmente riconosiuto accettare in maniera implicita dalla Chiesa cattolica, che era stata sempre retrograda, rigida e nemica della letizia dell’amore e del progresso morale dell’uomo moderno.
Così già cominciano parlare i nemici di Cristo e della verità Divina, che sono i veri nemici della Chiesa. Per opera del nuovo clericalismo aronnitico l’ammissione degli adulteri praticanti ed impenitenti ai sacramenti, rende i figli della Chiesa Cattolica ludibrio di fatto dei loro avversari.

Rimane sempre una grande lezione e un serio ammonimento ai Pastori e ai fedeli della Chiesa il fatto che il Santo che per primo diede la sua vita come testimone di Cristo, fu San Giovanni Battista, il Precursore del Signore. La sua testimonianza per Cristo consisteva nel difendere senza ombra di dubbi e di ambiguità l’indissolubilità del matrimonio e nel condannare l’adulterio. La storia della Chiesa cattolica si gloria di possedere esempi luminosi che hanno seguito l’esempio di San Giovanni Battista o hanno dato come lui la testimonianza del sangue, soffrendo delle persecuzioni e svantaggi personali. Questi esempi devono guidare specialmente i Pastori della Chiesa dei nostri giorni, perché non cedano alla tipica tentazione clericale di voler piacere più agli uomini che alla santa ed esigente volontà di Dio, una volontà allo stesso tempo amorevole e sommamente saggia.

Tra la numerosa schiera di tanti imitatori di San Giovanni Battista come martiri e confessori dell’indissolubilità del matrimonio, possiamo ricordare solo alcuni più significativi. Il primo grande testimone fu il Papa San Nicolò I, detto il Grande. Si tratta dello scontro nel secolo IX tra Papa Niccolò I e Lotario II re di Lotaringia. Lotario, inizialmente unito, ma non sposato, con una aristocratica di nome Gualdrada, poi unitosi in matrimonio con la nobile Teutberga per interessi politici e poi ancora separatosi da questa e sposatosi con la precedente compagna, volle a tutti i costi che il Papa riconoscesse la validità del suo secondo matrimonio. Ma nonostante Lotario godesse dell’appoggio dei vescovi della sua regione e del sostegno dell’imperatore Ludovico, che arrivò ad invadere Roma col suo esercito, papa Niccolò I non si piegò alle sue pretese e non riconobbe mai come legittimo il suo secondo matrimonio.

Lotario II re di Lorena, dopo aver respinta e chiusa in un monastero la sua consorte Teutberga, conviveva con una certa Valdrada e ricorrendo a calunnie, minacce, torture, richiedeva ai vescovi locali il divorzio per poterla sposare. I vescovi di Lorena, nel Sinodo di Aquisgrana dell’862, cedendo alle astuzie del Re, accettarono la confessione d’infedeltà di Teutberga, senza tener conto che le era stata estorta con la violenza. Lotario II sposò quindi Valdrada che divenne regina. Seguì un appello della deposta Regina al Papa, il quale intervenne contro i vescovi consenzienti suscitando disubbidienze, scomuniche e ritorsioni da parte di due di loro, i quali si rivolsero all’imperatore Lodovico II, fratello di Lotario.

L’imperatore Ludovico decise di agire con la forza e al principio dell’864 venne a Roma con le armi, invadendo con i suoi soldati la città leonina, disperdendo anche le processioni religiose. Papa Niccolò dovette lasciare il Laterano e rifugiarsi in S. Pietro e il Papa si disse pronto di morire piuttosto che permettere una vita more uxorio al di fuori del valido matrimonio. Infine l’imperatore cedette alla costanza eroica del Papa e accettò i decreti del Papa, costringendo anche i due arcivescovi ribelli Guntero di Colonia e Teutgardo di Treviri ad accettare la sentenza papale.

Il cardinale Walter Brandmüller dà la seguente valutazione di questo caso emblematico della storia della Chiesa:
“Nel caso esaminato, ciò significa che dal dogma dell’unità, della sacramentalità e dell’indissolubilità, radicati nel matrimonio tra due battezzati, non c’è una strada che porti indietro, se non quella – inevitabile e per questo da rigettare – del ritenerli un errore dal quale emendarsi. Il modo di agire di Niccolò I nella disputa sul nuovo matrimonio di Lotario II, tanto consapevole dei principi quanto inflessibile ed impavido, costituisce una tappa importante sul cammino per l’affermazione dell’insegnamento sul matrimonio nell’ambito culturale germanico. Il fatto che il Papa, come anche suoi diversi successori in occasioni analoghe, si sia dimostrato avvocato della dignità della persona e della libertà dei deboli – per la maggior parte erano donne – ha fatto meritare a Niccolò I il rispetto della storiografia, la corona della santità ed il titolo di Magnus“.
Un altro esempio luminoso di confessori e martiri dell’indissolubilità del matrimonio ci è offerto da tre personaggi storici coinvolti nella vicenda del divorzio di Enrico VIII, Re d’Inghilterra. Si tratta del cardinale san Giovanni Fisher, di san Tommaso Moro e del cardinale Reginaldo Pole.

Quando si seppe per la prima volta che Enrico VIII stava cercando delle strade attraverso cui divorziare dalla sua legittima moglie Caterina d’Aragona, il vescovo di Rochester, Giovanni Fisher, si oppose pubblicamente a tali tentativi. San Giovanni Fisher è autore di sette pubblicazioni in cui condanna il divorzio imminente di Enrico VIII. Il Primate d’Inghilterra il cardinale Wolsey e tutti i vescovi del paese, con l’eccezione del vescovo di Rochester John Fisher appoggiarono il tentativo del Re di sciogliere il suo primo e valido matrimonio. Forse lo fecero per motivi pastorali e adducendo la possibilità di un accompagnamento e discernimento pastorale.

Invece, il vescovo Giovanni Fisher ebbe persino il coraggio di fare una dichiarazione molto chiara nella Camera dei Lords affermando, che il matrimonio era legittimo, che un divorzio sarebbe stato illegale e che il Re non aveva il diritto di avanzare su questa strada. Nella stessa sessione del Parlamento fu approvato il famoso “Act of Succession”, con il quale tutti cittadini dovevano fare il giuramento di successione, riconoscendo la prole di Enrico e Anna Boleyn come legittimi eredi del trono, sotto pena di essere colpevoli del crimine di alto tradimento. Il cardinale Fisher rifiutò il giuramento, fu imprigionato nel 1534 nella Torre di Londra e l’anno seguente fu decapitato.

Il cardinale Fisher aveva dichiarato, che nessun potere sia umano o Divino, poteva sciogliere il matrimonio del Re e della Regina, perché il matrimonio era indissolubile e che lui sarebbe stato pronto a dare volentieri la sua vita per questa verità. Il cardinale Fisher notava in quella circostanza che Giovanni Battista non vedeva altra strada per morire più gloriosamente che morire per la causa del matrimonio, nonostante il fatto che il matrimonio non era così sacro a quel tempo come lo divenne quando Cristo versò il Suo Sangue per santificare il matrimonio.

In almeno due racconti del suo processo, san Tommaso Moro osservò che la vera causa dell’inimicizia di Enrico VIII contro di lui, era il fatto che Tommaso Moro non credeva che Anna Boleyn fose la moglie di Enrico VIII. Una delle cause dell’incarcerazione di Tommaso Moro fu il suo rifiuto di affermare con giuramento la validità del matrimonio tra Enrico VIII e Anna Boleyn. In quel tempo, al contrario del nostro, nessun cattolico credeva che una relazione adultera avebbe potuto, in determinate circonstanze o per motivi pastorali, essere trattata come se essa fosse un vero matrimonio.

Reginaldo Pole, futuro cardinale, era un lontano cugino di Re Enrico VIII, e nella sua gioventù aveva ricevuto da lui una generosa borsa di studio. Enrico VIII gli offri l’arcivescovado di York nel caso che egli lo avesse appoggiato nella causa del divorzio. Così Pole avrebbe dovuto essere complice nel disprezzo che Enrico VIII aveva per il matrimonio. Durante un colloquio con il Re nel palazzo reale, Reginaldo Pole gli disse che egli non poteva approvare i suoi piani, per la salvezza dell’anima del Re e a causa della propria coscienza. Nessuno, fino a quel momento, aveva osato opporsi al Re a viso aperto. Quando Reginaldo Pole pronunciò queste sue parole, il Re si adirò al punto di prendere il suo pugnale. Pole pensò in quel momento che il Re lo avrebbe accoltellato. Però la semplicità candida con la quale parlava Pole come se lui avesse pronunciato un messaggio di Dio, e il suo coraggio nella presenza di un tiranno, gli salvarono la vita.

Alcuni chierici in quel tempo suggerirono al cardinale Fisher, al cardinale Pole e a Tommaso More di essere più “realisti” nella vicenda dell’unione irregolare e adultera di Enrico VIII con Anna Boleyn e meno “nero-bianco” e che forse si sarebbe potuto fare un breve processo canonico per constatare la nullità del primo matrimonio. Con questo si sarebbe potuto evitare lo scisma e impedire a Enrico VIII di commettere ulteriori gravi e mostruosi peccati. Tuttavia contro un tale ragionamento esiste un grande problema: l’intera testimonianza della Parola rivelata di Divina e dell’ininterrotta tradizione della Chiesa dicono che non si può rinnegare la realtà dell’indissolubilità di un vero matrimonio o tollerare un adulterio consolidato nel tempo, quali che siano le circostanze.

Un ultimo esempio è la testimonianza dei cosiddetti cardinali “neri” nella vicenda del divorzio di Napoleone I, un nobile e glorioso esempio di membri collegio cardinalizio per tutti i tempi. Nel 1810 il cardinale Ercole Consalvi, allora Segretario di Stato, rifiutò di assistere alla celebrazione del matrimonio fra Napoleone I e Maria Luisa d’Austria, visto che il Papa non aveva potuto esprimersi sull’invalidità della prima unione fra l’Imperatore e Giuseppina Beauharnais. Furioso, Napoleone ordinò che i beni del Consalvi e di altri 12 cardinali fossero confiscati e che essi fossero privati del loro rango. Questi cardinali avrebbero dovuto quindi vestire come normali sacerdoti e furono perciò soprannominati i “cardinali neri”. Il cardinale Consalvi raccontò la vicenda dei 13 cardinali “neri” nelle sue Memorie:
“Nello stesso giorno noi ci trovammo obbligati a più non far uso delle insegne cardinalizie e a vestire di nero, dal che nacque poi la denominazione dei “Neri” e dei “Rossi”, con cui furono distinte le due parti del Collegio. … Fu un prodigio che, avendo nel primo furore dato l’Imperatore l’ordine di fucilare 3 dei 13 cardinali, cioè Opizzoni, me [Cadinale Consalvi] e un terzo, che non si è saputo chi fosse (forse fu il Cardinale di Pietro), ed essendosi poi limitato a me solo, la cosa non si realizzasse”.
Poi il cardinale Consalvi racconta più dettagliatamente:
“Dopo molte deliberazioni fra noi 13, si concluse che agli inviti dell’Imperatore, che riguardavano il matrimonio, non saremmo intervenuti, cioè non all’ecclesiastico per la ragione detta di sopra, non al civile perché non credevamo che convenisse a dei Cardinali autorizzare con la loro presenza la nuova legislazione, che separa un tale atto dalla così chiamata benedizione nuziale, prescindendo, anche dal supporre con quell’atto medesimo già sciolto quel precedente vincolo, che noi non credevamo sciolto legittimamente. Decidemmo dunque di non intervenire. Quando si fece il matrimonio civile in S. Cloud i 13 non intervennero. Arrivò il giorno, in cui si fece il matrimonio ecclesiastico. Si videro preparate le sedie per tutti i Cardinali, non essendosi perduta sino alla fine la speranza che almeno a quello, che era ciò che più interessava la Corte, tutti interverrebbero. Ma i 13 cardinali non vi intervennero. Gli altri 14 cardinali intervennero. … Quando l’Imperatore entrò nella cappella, il suo primo sguardo fu al luogo dove erano i Cardinali e, al vederne il solo numero 14, dimostrò nel viso tanto furore, che tutti gli astanti se ne avvidero manifestamente”.
“Arrivò così il giorno della resa dei conti. Giunti tutti i 13 cardinali dal Ministro dei Culti, fummo introdotti nella sua camera, dove trovammo anche il Ministro della Polizia Fouché. Appena entrati, il Ministro Fouché ch’era al camino, a cui io mi accostai per salutarlo, mi disse a voce bassa: «Ve lo predissi io, Sig. Cardinale, che le conseguenze sarebbero state terribili: quello che mi trafigge è il veder Voi nel numero delle vittime». Prende la parola il Ministro dei Culti ed accusa il Cardinale ed i suoi 12 colleghi di complotto. Di questo delitto, vietato e punito severissimamente dalle leggi veglianti, si trovava nella dispiacevole necessità di manifestarci gli ordini di Sua Maestà a nostro riguardo, i quali si riducevano a queste tre cose, cioè: 1° che i nostri beni non meno ecclesiastici, che patrimoniali rimanevano fin da quel momento a noi tolti e posti sotto sequestro, dichiarandocene affatto spogliati e privati; 2° che ci si vietava di più far uso delle insegne cardinalizie e di qualunque divisa della nostra dignità, non considerandoci più Sua Maestà come Cardinali; 3° che Sua Maestà si riservava di statuire in appresso sulle nostre persone, alcune delle quali ci fece intendere che sarebbero state messe sotto un giudizio. … Nello stesso giorno dunque noi ci trovammo obbligati a più non far uso delle insegne cardinalizie e a vestire di nero, dal che nacque poi la denominazione dei Neri e dei Rossi, con cui furono distinte le due parti del Collegio”.
Voglia lo Spirito Santo suscitare in tutti i membri della Chiesa, dal più semplice e umile fedele fino al Supremo Pastore sempre più numerosi e coraggiosi difensori della verità dell’indissolubilità del matrimonio e della corrispondente prassi immutabile della Chiesa, anche se a causa di tale difesa essi rischiassero considerevoli svantaggi personali. La Chiesa deve più che mai adoperarsi nell’annuncio della dottrina e nella pastorale matrimoniale, affinché nella vita dei coniugi e specialmente dei cosiddetti divorziati risposati sia osservato quello che lo Spirito Santo ha detto nella Sacra Scrittura: “Il matrimonio sia onorato ed il talamo sia senza macchia” (Eb. 13, 4). Solo una pastorale matrimoniale, che prenda ancora sul serio questa parole di Dio, si rivela come veramente misericordiosa, poiché conduce le anime peccatrici sulla strada sicura della vita eterna. E questo è ciò che conta.

sabato 17 settembre 2016

SE NELLA CHIESA DA 60 ANNI FOSSERO RISUONATE QUESTE PAROLE NO STAREMMO AL PUNTO IN CUI STIAMO. - Ma questa pagina chi la comprenderà? ... E' dura ...ma ne vale la pena meditarla... - Ma lo pensate che somiglianza sublime vi ha dato Iddio? Quella di creare altre creature: creatori voi pure, o uomini e donne che vi sposate, creatori di uomini come Iddio eterno.


Il santo matrimonio 

nelle Rivelazioni a Maria Valtorta


Dice Gesù: … Dio non fece maschio e femmina perché raggiungessero stanchezza e nausea nei loro vizi. Li ha fatti per una altissima ragione. Quando ha detto: "Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza e diamogli un aiuto perché non sia solo, col Suo divino Pensiero ha sottinteso che oltre alla parte spirituale e intellettuale, che vi fa somiglianti a Dio, voi foste a Lui simili nel creare altre vite. 

Ma lo pensate che somiglianza sublime vi ha dato Iddio? Quella di creare altre creature: creatori voi pure, o uomini e donne che vi sposate, creatori di uomini come Iddio eterno

Ebbene, voi che avete fatto di tale missione? Inveite contro la colpa di Eva, voi, donne, quando soffrite; maledite la colpa di Adamo, voi, uomini, quando faticate. Ma il serpente non è ancora fra voi, nell'interno delle vostre case, e non vi insegna col suo bavoso abbraccio e sussurro l'immoralità che vi fa ripudiatori della vostra missione creativa? E non è vizio questo di aderire al senso sino alla nausea e di negarsi alla paternità e alla maternità?



Dice Gesù: Dio, Padre Creatore, aveva creato l'uomo e la donna con una legge d'amore tanto perfetta che voi non ne potete più nemmeno comprendere le perfezioni. E vi smarrite nel pensare a come sarebbe venuta la specie se l'uomo non l'avesse ottenuta con l'insegnamento di Satana. 



Guardate le piante da frutto e da seme. Ottengono seme e frutto mediante fornicazione, mediante una fecondazione su cento coniugi? No. Dal fiore maschio esce il polline e, guidato da un complesso di leggi meteoriche e magnetiche, va all'ovario del fiore femmina. Questo si apre e lo riceve e produce. Non si sporca e lo rifiuta poi, come voi fate, per gustare il giorno dopo la stessa sensazione. Produce, e sino alla nuova stagione non si infiora, e quando s'infiora è per riprodurre. 

Guardate gli animali. Tutti. Avete mai visto un animale maschio ed uno femmina andare l'uno verso l'altro per sterile abbraccio e lascivo commercio? No. Da vicino o da lontano, volando, strisciando, balzando o correndo, essi vanno, quando è l'ora, al rito fecondativo, né vi si sottraggono fermandosi al godimento, ma vanno oltre, alle conseguenze serie e sante della prole, unico scopo che nell'uomo, semidio per l'origine di Grazia che Io ho resa intera, dovrebbe fare accettare l'animalità dell'atto, necessario da quando siete discesi di un grado verso l'animale.

Voi non fate come le piante e gli animali. Voi avete avuto a maestro Satana, lo avete voluto a maestro e lo volete. E le opere che fate sono degne del maestro che avete voluto. Ma, se foste stati fedeli a Dio, avreste avuto la gioia dei figli, santamente, senza dolore, senza spossarvi in copule oscene, indegne, che ignorano anche le bestie, le bestie senz'anima ragionevole e spirituale. All'uomo e alla donna, depravati da Satana, Dio volle opporre l'Uomo nato da Donna soprasublimata da Dio, al punto di generare senza aver conosciuto uomo: Fiore che genera Fiore senza bisogno di seme, ma per unico bacio del Sole sul calice inviolato del Giglio-Maria.

Dice Gesù: Cosa è di male emanciparsi dai genitori, dal marito, essere indipendenti, farsi la propria vita come più ci piace? Cosa è fare del matrimonio un utile di avere una infermiera e una serva nella moglie o uno che fatica nel marito per i nostri bisogni e capricci, ma non una missione di procreazione e di allevamento? I figli è bene non vengano o vengano poco numerosi. Sono crucci, sono spese, sono ragioni di rancori fra i parenti A o B, fra i figli stessi che li hanno preceduti. Niente più figli dopo quell'uno o due che, non si sa come, hanno proprio voluto nascere. E nati che siano, niente logorarsi per essi. Nutrice, bambinaie, istitutrice, collegio. Dite così voi.


Siete degli assassini, o ipocriti. Sopprimete delle vite o delle anime. Perché, sappiatelo, per quanto un collegio sia buono e perfetta una istitutrice, non è mai la mamma, il padre, la famiglia. Quei figli, che sono stati di tutti fuorché vostri, come vi possono amare di quell'amore grande che continua a stare unito al vostro interno come avesse radici in voi? Come possono quei figli capirvi se voi siete degli estranei a loro e viceversa? Che società deve venire da popoli in cui la prima forma della società: la famiglia, è cosa arida, morta, scissa? Un'anarchia in cui ognuno pensa a sé, se pure non pensa a nuocere agli altri? E quelle monete che risparmiate negando ad un figlio di nascere, cosa credete che siano nel vostro portafoglio? Tarlo che distrugge la sostanza, perché ciò che non spendete per un figlio spendete tre volte aumentato per divertimenti e lussi nocivi. E PERCHÉ VI SPOSATE SE NON VOLETE AVERE DEI FIGLI? A COSA RIDUCETE IL TALAMO? Il rispetto per il mio "portavoce" mi fa tacere la risposta. Ditela da voi, indegni.




Dice Gesù: Le famiglie che non sono famiglie, e che sono origine di gravi sciagure che dall'interno della cellula familiare si irradiano a rovinare le compagini nazionali e da queste la pace mondiale, sono quelle famiglie nelle quali non domina Dio, ma bensì dominano il senso e l'interesse e perciò le figliazioni di Satana. Create su una base di senso e di interesse, non si elevano verso ciò che è santo, ma, come erbe malsane nate nel fango, strisciano sempre verso terra.

Dice l'angelo a Tobia: "Ti insegnerò chi sono coloro su cui ha potere il demonio".Oh! che in verità vi sono coniugi che dalla prima ora del loro coniugio sono sotto il potere demoniaco! Vi sono, anzi, sin da prima di esser coniugi. Vi sono da quando prendono la decisione di cercarsi un compagno o una compagna e non lo fanno con retto fine, ma con subdoli calcoli nei quali l'egoismo e la sensualità imperano sovrani. Nulla di più sano e di più santo di due che si amano onestamente e si uniscono per perpetuare la razza umana e dare anime al Cielo.

La dignità dell'uomo e della donna divenuti genitori è la seconda dopo quella di Dio. Neppure la dignità regale è simile a questa. Perché il re, anche il più saggio, non fa che amministrare dei sudditi. Essi genitori attirano invece su loro lo sguardo di Dio e rapiscono a quello sguardo una nuova anima che chiudono nell'involucro della carne nata da loro.Direi quasi che hanno a suddito Dio, in quel momento, perché Dio, al loro retto amore che si unisce per dare alla Terra e al Cielo un nuovo cittadino, crea immediatamente una nuova anima. Se vi pensassero, a questo loro potere al quale Dio subito annuisce! Gli angeli non possono tanto. Anzi gli angeli, come Dio, sono subito pronti ad aderire all'atto degli sposi fecondi ed a divenire custodi della nuova creatura. Ma molti sono quelli che, come dice Raffaele, abbracciano lo stato coniugale in modo da scacciare Dio da sé e dalla loro mente, e da abbandonarsi alla libidine. E sopra questi ha potere il demonio. CHE DIFFERENZA C'È FRA IL LETTO DEL PECCATO E IL LETTO DI DUE CONIUGI CHE NON SI RIFIUTANO AL GODIMENTO MA SI RIFIUTANO ALLA PROLE? Non facciamo dei funambolismi di parole e di ragionamenti bugiardi. LA DIFFERENZA È BEN POCA. Ché, se per malattie o imperfezioni è consigliabile o concesso non concedersi figli, allora occorre saper essere continenti ed interdirsi quelle soddisfazioni sterili che altro non sono che appagamento del senso. Se invece nessun ostacolo si frappone alla procreazione, perché fate di una legge naturale e soprannaturale un atto immorale svisandola nel suo scopo?Quando qualsiasi riflessione onesta vi consiglia di non aumentare la prole, sappiate vivere da sposi casti e non da scimmie lussuriose. Come volete che l'angelo di Dio vegli sulla vostra casa quando fate di essa un covo di peccato? Come volete che Dio vi protegga quando lo obbligate a torcere disgustato lo sguardo dal vostro nido insozzato?

Oh! misere le famiglie che si formano senza preparazione soprannaturale, le famiglie dalle quali è stata sbandita, a priori, ogni ricerca di Verità e dove anzi si deride la Parola della Verità che insegna cosa e perché è il Matrimonio. Misere le famiglie che si formano senza nessun pensiero all'alto, ma unicamente sotto l'aculeo di un appetito sensuale e di una riflessione finanziaria! Quanti coniugi che, dopo l'inevitabile consuetudine della cerimonia religiosa - consuetudine ho detto, e lo ripeto, perché per la maggioranza non è altro che consuetudine e non aspirazione dell'anima ad avere Dio con sé in tal momento - non hanno più un pensiero a Dio e fanno del Sacramento, che non finisce con la cerimonia religiosa ma si inizia allora e dura quanto dura la vita dei coniugi, secondo il mio pensiero - così come la monacazione non dura quanto la cerimonia religiosa, ma dura quanto la vita del religioso o della religiosa - e fanno del Sacramento un festino e del festino uno sfogo di bestialità!

L'angelo insegna a Tobia che, facendo precedere con la preghiera l'atto, l'atto diviene santo e benedetto e fecondo di gioie vere e di prole.

Questo occorrerebbe fare. ANDARE AL MATRIMONIO MOSSI DA DESIDERIO DI PROLE, POICHÉ TALE È LO SCOPO DELL'UNIONE UMANA, e ogni altro scopo è colpa disonorante l'uomo come essere ragionevole e ferente lo spirito, tempio di Dio, che fugge sdegnato, E' AVER PRESENTE DIO IN OGNI ORA. Dio non è carceriere oppressivo. Ma Dio è Padre buono, che giubila delle oneste gioie dei figli e che ai loro santi amplessi risponde con benedizioni celesti e con l'approvazione di cui è prova la creazione di un'anima nuova. 



Ma questa pagina chi la comprenderà? Come avessi parlato la lingua di un pianeta sconosciuto, voi la leggerete senza sentirne il sapore santo. Vi parrà paglia trita, ed è dottrina celeste. La deriderete, voi, i sapienti dell'ora. E non sapete che sulla vostra stoltezza ride Satana che è riuscito, per merito della vostra incontinenza, della vostra bestialità, a volgervi in condanna ciò che Dio aveva creato per vostro bene: il matrimonio come unione umana e come Sacramento. 

Vi ricordo, perché le ricordiate e vi regoliate su esse - se ancor lo potete fare per un resto di dignità umana sopravvivente in voi - le parole di Tobia alla moglie: "Noi siamo figli di santi, e non possiamo unirci come i gentili che non conoscono Dio". Siano la vostra norma. Ché, se anche siete nati là dove la santità era già morta, il Battesimo ha sempre fatto di voi dei figli di Dio, del Santo dei santi, e perciò potete sempre dire che siete figli di santi: del Santo, e regolarvi su questo. Avrete allora una discendenza nella quale si benedirà il nome del Signore" e si vivrà nella sua Legge. E quando i figli vivono nella Legge divina, ne godono i genitori, perché essa insegna virtù, rispetto, amore, ed i primi a goderne dopo Dio sono i fortunati genitori, i coniugi santi che hanno saputo fare del coniugio un rito perpetuo e non un obbrobrioso vizio.


Dice Gesù: Il matrimonio deve essere non scuola di corruzione ma di elevazione.Non siate inferiori ai bruti, i quali non corrompono con inutili lussurie l'azione del generare. Il matrimonio è un sacramento. Come tale è, e deve rimanere, santo per non divenire sacrilego. Ma anche non fosse sacramento, è sempre l'atto più solenne della vita umana i cui frutti vi equiparano quasi al Creatore delle vite, e come tale va almeno contenuto in una sana morale cristiana. Se così non è, diviene delitto e lussuria. Due che si amino santamente, dall'inizio, sono rari, perché troppo corrotta è la società. Ma il matrimonio è elevazione reciproca. Deve esser tale. Il coniuge migliore deve essere fonte di elevazione, né limitarsi ad esser buono, ma adoperarsi perché alla bontà giunga l'altro.
Vi è una frase nel Cantico dei cantici che spiega il potere soave delle virtù: "Attirami a te! Dietro a te correremo all'odore dei tuoi profumi"(Ct 1,3 Volg.)

Spes et laetitia cordis nostri
miserere nobis
AVE MARIA PURISSIMA!

sabato 27 agosto 2016

I DUE CAPOLAVORI di Dio

  • Dal Vangelo come mi è stato rivelato
  • "Non fornicate”.  (…) Quale fra voi non ha messo i denti in questo pane di cenere e sterco che è la soddisfazione sessuale? Ed è lussuria solo quella che vi spinge per un’ora fra braccia meretrici? Non è lussuria anche il profanato connubio con la sposa, profanato perché è vizio legalizzato essendo reciproca soddisfazione del senso, evadendo alle conseguenze dello stesso?
    Matrimonio vuole dire procreazione e l’atto vuol dire e deve essere fecondazione. Senza ciò è immoralità. Non si deve del talamo fare un lupanare. E tale diventa se si sporca di libidine e non si consacra con delle maternità. (…)
    L’uomo è il seme, la donna è la terra, la spiga è il figlio. Rifiutarsi a far la spiga e sperdere la forza  in vizio, è colpa. 123.3
  • La donna: il capolavoro della bontà presso il capolavoro della creazione che è l’uomo. 157.4
  • Le donne: mute sacerdotesse che predicheranno Dio col loro modo di vivere e che, senza altra consacrazione che quella avuta dal Dio-Amore, saranno, oh! saranno consacrate e degne d'esserlo. 157.5

mercoledì 1 giugno 2016

LE ESPRESSIONI DELL' (AL) contengono un autentico pericolo spirituale per l'ambiguità

LETTERA DI MONS. SCHNEIDER 

DEL 26 MAGGIO 2016

Mons. Schneider: la necessaria analisi critica di Amoris laetitia

Il 9 maggio, in una lettera aperta a mons. Athanasius Schneider, [da noi tradotta qui] a firma di Christopher Ferrara, la rivista cattolica americana The Remnant ha chiesto al Vescovo ausiliare di Astana se l’Esortazione apostolica Amoris laetitia sia suscettibile, di una «interpretazione autentica» conforme alla Tradizione. Il 26 maggio Mons. Schneider ha risposto a tale domanda con questa lettera, a The Remnant, che riprendiamo da Corrispondenza Romana [qui]
Caro signor Christopher Ferrara,
il 9 maggio 2016 Lei ha pubblicato sul sito di The Remnant una lettera aperta, riguardante la questione relativa all’Esortazione apostolica Amoris laetitia. In quanto Vescovo, provo riconoscenza ed allo stesso tempo mi sento incoraggiato nel ricevere da un laico cattolico una manifestazione tanto chiara e bella di sensus fidei in relazione alla verità divina sul matrimonio e sulla legge morale. Sono d’accordo con le sue osservazioni circa le espressioni dell’Amoris laetitia (AL), specialmente nel suo ottavo capitolo, espressioni che sono fortemente ambigue e fuorvianti. Seguendo il suo filo logico ed attenendosi al senso esatto delle parole, difficilmente si possono interpretare certe espressioni dell’AL in modo conforme alla Tradizione santa ed immutabile della Chiesa.

lunedì 2 maggio 2016

LA FEDE EROICA DI UNA FANCIULLA CILENA... che difende la santità del Matrimonio

Beata Laura del Carmen


Laura del Carmen Vicuna, questo il suo nome completo, nacque nella capitale cilena, Santiago, il 5 aprile 1891,primogenita di José Domingo e di Mercedes Pino. La città era attraversata da tensioni politiche e militari ed a causa di ciò fu necessario atendere quasi due mesi per procedere alla celebrazione del suo battesimo, che ebbe luogo il 24 maggio successivo. Tra gli antenati di Laura figuravano parecchi personaggi illustri e per tal motivo la rivoluzione imperante si scagliò anche sulla famiglia di Laura. Il padre fu forzatamente costretto all’esilio e dovette trasferirsi verso sud, alla frontiera con l’Argentina sulle Ande. L’intera famiglia traslocò dunque a Temuco. La famiglia si ritrovò repentinamente in una triste situazione di precarietà a seguito della morte del padre avvenuta nel 1893. Alcuni mesi dopo, l’anno successivo, nacque una seconda bambina, Giulia Amanda. La madre si ritrovò così sola con due figlie a dover vincere la fame e la disperazione.

Nel 1899 il residuo nucleo familiare si trasferì nella vicina regione argentina del Neuquén. La madre potè così trovare lavoro nella tenuta agricola di Manuel Mora, uno dei tanti colonizzatori che avevano intrapreso lo sfruttamento dei terreni incolti della Patagonia. In seguito a pressioni subite dal datore di lavoro, ne divenne la compagna. Ciò conseguentemente influì purtroppo negativamente sull’educazione delle due bambine. Laura, seppur ancora piccola, si rese conto della precarietà e dell’irregolarità dal punto di vista religiosa della mamma, che in tal modo non poteva essere ammessa ai sacramenti.

Nonostante ciò la mamma non abbandonò mai completamente le figlie e tentò nei limiti del possibile di educarle anche religiosamente. Al fine di assicurare loro un’istruzione adeguata e continua, le affidò nel gennaio 1900 ad un piccolo collegio missionario tenuto dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, situato a Junin de los Andes ai confini con il Cile, patria natia di Laura.

Di quest’ultima, nel consegnarla alla superiora, la madre assicurò: “Non mi ha mai dato dispiaceri. Fin dall’infanzia è stata sempre obbediente e sottomessa”.
Repentinamente catapultata in questo nuovo ambiente, Laura si trovò comunque subito a proprio agio. Il suo animo fu tempestivamente conquistato dalle verità evangeliche infusele mediante la catechesi e ciò la portò a rendersi maggiormente conto della contrarietà della situazione di convivenza della madre rispetto alla legge divina. Il 2 giugno 1901 potè ricevere la prima Comunione, ma in tal giorno divenne ancor più profonda la sua sofferenza nel vedere la mamma non accostarsi ai sacramenti. Non potè dunque astenersi dal pregare intensamente per la pacifica conclusione di tale relazione. Purtroppo la sua speranza non ebbe compimento, ma ciò non toglie che questa esperienza fu decisiva nel provocare una grande svolta nella sua vita, che fu così descritta: “Notammo in lei da quel giorno un vero e solido progresso”.

Il giorno della prima Comunione scrisse alcuni propositi, molto simili a quelli del santo allievo di don Bosco, Domenico Savio: “O mio Dio, voglio amarti e servirti per tutta la vita; perciò ti dono la mia anima, il mio cuore, tutto il mio essere. Voglio morire piuttosto che offenderti col peccato; perciò intendo mortificarmi in tutto ciò che mi allontanerebbe da te. Propongo di fare quanto so e posso perché tu sia conosciuto e amato, e per riparare le offese che ricevi ogni giorno dagli uomini, specialmente dalle persone della mia famiglia. Mio Dio, dammi una vita di amore, di mortificazione, di sacrificio”.


Con questi propositi Laura si abbandonò totalmente al Signore pur di ottenere la conversione di sua madre e le Figlie di Maria Ausiliatrice non tardarono a comprendere di trovarsi dinnanzi ad una bambina eccezionale.
Sin dal suo primo anno di permanenza nel collegio si distinse per la volenterosa applicazione nello studio e per l’intensità della sua vita interiore. Dall’8 dicembre 1900 si iscrisse alla Pia Unione delle Figlie di Maria.
Nel secondo anno le sorelle Vicuna furono mandate in vacanza dalla madre, ma Laura restò negativamente scossa dall’impatto con il suo convivente. Era sofferente fin nel più profondo della sua intimità, ma ciò non traspariva se non nei momenti di maggiore amarezza. Una di queste occasioni fu per esempio la mancata partecipazione della mamma alla missione popolare che fu predicata a Junin de los Andes. L’anno successivo le due sorelle raggiunsero nuovamente la mamma a Quilquihué nel periodo delle vacanze. Mora esternò un eccessivo interesse nei confronti di Laura, la quale se ne accorse prontamente e si cinse come di una corazza di ferro per combatterne i malvagi propositi. Questi reagì crudelmente e si vendicò rifiutandosi di pagare la retta del collegio. Mossa da pietà e comprensione la direttrice accolse ugualmente le due bambine.

Il 29 marzo 1902 le due sorelline ricevettero la cresima, presente la madre che però perseverò nell’astensione dai sacramenti. In tale occasione Laura fece richiesta di poter essere ammessa tra le postulanti delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ma ottenne una risposta negativa a causa della situazione familiare. Dovette dunque rassegnarsi, senza però desistere dal suo intento.


Il mese successivo, infatti, emise privatamente i voti di castità, povertà ed obbedienza, consacrandosi così a Gesù ed offrendogli la propria vita. Verso fine anno iniziò a manifestarsi in Laura un leggero deperimento fisico.
Trascorse l’intero anno successivo rinchiusa nel collegio e nel settembre 1903 non riuscì neppure a prendere parte agli esercizi spirituali, tanto era diventata cagionevole la sua salute. Tentò un cambiamento climatico, tornando dalla madre, ma ciò non si rivelò alquanto salutare. Allora tornò a Junin e vi si trasferì anche la madre, alloggiando però privatamente.

Nel gennaio 1904 giunse in visita il Mora, con il proposito di trascorrere la notte nella medesima abitazione. “Se egli si ferma qui, io me ne vado in collegio dalle suore” minacciò Laura scandalizzata, e così dovette fare seppur stravolta dal male. Mora la inseguì e, raggiuntala, la percosse violentemente lasciandola traumatizzata. Giunta poi in collegio si confessò dal suo direttore spirituale, rinnovando l’offerta della propria vita per la conversione della madre.

Il 22 gennaio ricevette il Viatico e quella sera fece chiamare la madre per trasmetterle il suo grande sogno: “Mamma, io muoio! Io stessa l’ho chiesto a Gesù. Sono quasi due anni che gli ho offerto la vita per te, per ottenere la grazia del tuo ritorno alla fede. Mamma, prima della morte non avrò la gioia di vederti pentita?”. Questa le promise allora di cambiare completamente vita. Laura potè allora spirare serenamente dopo aver pronunciato queste ultime gioiose parole: “Grazie, Gesù! Grazie, Maria! Ora muoio contenta!”


In occasione del funerale la mamma tornò ad accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia.
La tomba di Laura è collocata nella cappella del Collegio Maria Ausiliatrice di Bahia Blanca, in Argentina, dove è metà di pellegrinaggi in particolare per le popolazioni cilena ed argentina.


Venerata fin dalla sua morte, l’apertura della sua causa di canonizzazione avvenne solo il 19 settembre 1955, portando al riconoscimento delle virtù eroiche ed al conferimento del titolo di “venerabile” il 5 giugno 1986.
A seguito del riconoscimento ufficiale di un miracolo avvenuto per sua intercessione, Laura del Carmen Vicuna, poema di candore, di amore filiale e di sacrificio, fu beatificata dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II il 3 settembre 1988 sul Colle delle beatitudini giovanili, presso Castelnuovo Don Bosco. Il nuovo Martyrologium Romanum la commemora dunque il giorno della sua morte, nel quale è fissata anche la sua memoria liturgica per la Famiglia Salesiana.

Con il riconoscimento di un ulteriore miracolo, verificatosi dopo la beatificazione, Laura potrà essere la più giovane santa non martire della storia della Chiesa.


PREGHIERA PER LA CANONIZZAZIONE

Concedimi, Signore, nella tua immensa bontà e misericordia,
le grazie che fiduciosamente imploro per intercessione di Laura Vicuna,
eletto fiore di santità sbocciato sulle Ande Patagoniche.
Della sua tenera esistenza la Tua grazia fece un modello
di pietà, di obbedienza, di vittoriosa purezza; l’ideale della Figlia di Maria;
la vittima nascosta e gradita dell’amor filiale più sollecito e fecondo.
Degnati, pertanto, di esaltare anche in terra l’emula di Agnese, Cecilia e Maria Goretti:
e fa che alla luce dei suoi esempi si accresca il numero
delle giovani forti nel combattimento spirituale e pronte al sacrificio,
per la Tua gloria, la gloria dell’Immacolata e i trionfi della chiesa.


PREGHIERE PER OTTENERE GRAZIE

*Ci rivolgiamo a te, Laura Vicuna, che la Chiesa ci propone
come modello di adolescente, coraggiosa testimone di Cristo.
Tu che sei stata docile allo Spirito Santo e ti sei nutrita di Eucaristia,
concedici la grazia che con fiducia ti domandiamo…
Ottienici fede coerente, purezza coraggiosa, fedeltà al dovere quotidiano,
fortezza nel vincere le insidie dell’egoismo e del male.
Fa che anche la nostra vita, come la tua, sia totalmente aperta alla presenza di Dio,
alla fiducia in Maria e all’amore forte e generoso verso gli altri. Amen.

*O beata Laura Vicuna,
tu che hai vissuto fino all’eroismo la configurazione a Cristo
accogli la nostra fiduciosa preghiera.
Ottienici grazie di cui abbiamo bisogno…
E aiutaciad aderire con cuore puro e docile alla volontà del Padre.
Dona alle nostre famiglie pace e fedeltà.
Fa che anche nella nostra vita, come nella tua,
risplendano fede coerente, purezza coraggiosa,
carità attenta e sollecita per il bene dei fratelli. Amen.

PREGHIERA

Signore nostro Dio,
ti lodiamo per i doni di grazia che hai effuso
nell’anima dell’adolescente Laura Vicuna.
Glorifica questa tua fedele serva
E fa che il suo cammino di fede coerente,
di purezza coraggiosa, di eroismo nella carità filiale
sia per le giovani di oggi richiamo efficace
all’impegno di vita cristiana.
Concedi a noi le grazie che per sua intercessione ti domandiamo
e dona alle famiglie la pace e l’unione,
frutto del vero amore. Amen.

COLLETTA

Padre d'immensa tenerezza,
che nell'adolescente Laura Vicuña
hai unito in modo mirabile
la fortezza d'animo e il candore dell'innocenza,
per sua intercessione
donaci il coraggio di superare le prove della vita
e di testimoniare al mondo la beatitudine dei puri di cuore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Autore: 
Fabio Arduino
Dal  santiebeati.it >

LAUDETUR   JESUS  CHRISTUS!

LAUDETUR  CUM  MARIA!

SEMPER  LAUDENTUR!