lunedì 5 febbraio 2018

domenica 4 febbraio 2018

UN VERO GAUDIO

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Il più santo e il più amato dai giovani
il più ispirato e combattivo tra i Santi
vero figlio prediletto della Madre di Dio e nostra Maria Santissima 
Nostra Signora di Guadalupe


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Era il 29 di giugno del 1985


MESSA NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Sabato, 29 giugno 1985

“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16).

1. Queste parole pronunziate nei pressi di Cesarea di Filippo, questa confessione della verità su Gesù di Nazaret, che per un figlio dell’antica alleanza non era facile da pronunziare, segnano il momento della nascita di Pietro!
Possiamo dire che egli è nato in questa confessione.
Prima era conosciuto come figlio di Giona, come Simone. Era pescatore, come suo fratello Andrea; era stato Andrea a condurlo da Gesù sulle sponde del lago di Genesaret. Già allora Gesù disse: “Ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)” (Gv 1, 42), ma questo fu soltanto un preannunzio.
Pietro - Cefa - pietra - roccia.
Nel momento in cui Simone figlio di Giona confessa che Cristo - il Messia - è il figlio di Dio, quel preannunzio diventa realtà. E Cristo dice a Simone: “Tu sei Pietro” - roccia.
Così dunque la confessione fatta nei pressi di Cesarea di Filippo è, in realtà, il momento della nascita di Pietro.
È nato mediante la fede nella figliolanza divina di Cristo. In questa fede si è rivelato il Padre, il Dio dell’alleanza come Padre. E Dio-Padre ha rivelato a Simone il suo figlio: “Né la carne, né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli!” (Mt 16, 17).

2. Questa nuova nascita di Simone, figlio di Giona - la nascita di Pietro - permette a Cristo di concretizzare la prospettiva del regno di Dio, che egli ha proclamato sin dall’inizio della sua missione messianica in Israele.
Cristo dice: “Edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16, 18).
Nell’annunzio di Cristo, la Chiesa viene legata a Pietro, e Pietro viene inserito nella Chiesa come roccia, cioè Cefa. In questo modo si spiega il mistero del nome, che Gesù di Nazaret ha proclamato a Simone già durante il primo incontro.
“Io ti dico: tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa”.
Le parole sono chiare e univoche. Colui che costruisce la Chiesa è Cristo stesso. Pietro deve essere una particolare “materia”, un elemento particolare della costruzione. Deve esserlo mediante la fedeltà alla sua professione fatta presso Cesarea di Filippo, in forza delle parole: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

3. La nascita di Pietro nei pressi di Cesarea di Filippo ha, come si vede, un duplice carattere: cristologico ed ecclesiologico. Pietro nasce dalla fede nella divinità, nella figliolanza divina di Cristo. Nasce insieme nella Chiesa e per la Chiesa. Nasce per un particolare servizio, al quale corrisponde un particolare carisma. Il servizio di Pietro e il carisma di Pietro.
Cristo dice: “A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terrà sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16, 19).
La Chiesa ha il suo inizio in Dio: nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Nella santissima Trinità essa ha anche il suo destino definitivo.
La vocazione e missione della Chiesa si compiranno in modo definitivo nel regno di Dio. Sulla strada verso questo regno la Chiesa deve “legare e sciogliere”, deve quindi tenere “le chiavi del regno”, e Pietro è il primo depositario di questo potere, che è un servizio (di questo servizio che è un potere).

4. Oggi la Chiesa romana, i cui inizi sono collegati al servizio di Pietro-apostolo, ricorda con affettuosa venerazione il martirio della sua “roccia”. Dal giorno della morte di Pietro guarda - mediante le letture liturgiche - verso la sua nascita. E cerca di ricordare anche le principali tappe della via, che da Cesarea di Filippo lo condusse proprio a Roma.
In particolare ricorda il periodo gerosolimitano, quando il Signore strappò miracolosamente Pietro “dalla mano di Erode” (At 12, 11).
È noto che dopo aver lasciato Gerusalemme e prima di venire a Roma, San Pietro dette altresì inizio alla Chiesa di Antiochia.
In tutte queste tappe sono rimaste determinanti le parole di Cristo, mediante le quali Simone, figlio di Giona, nacque come Pietro. Parole riconfermate dopo la risurrezione, quando Cristo stabilì Pietro nell’amore e gli affidò il servizio pastorale: “Pasci i miei agnelli . . . pasci le mie pecorelle” (Gv 21, 15-17).
E allora gli predisse “con quale morte egli avrebbe glorificato Dio” (Gv 21, 19).

5. Oggi la Chiesa romana ricorda proprio il giorno di questa morte beata, da martire. Essa ha unito al termine della via i due apostoli: Pietro e Paolo. Sant’Agostino ne parla così nell’odierna liturgia delle ore: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione” (S. Agostino, Sermo 295PL 38,1352).

6. La Chiesa romana unisce ambedue gli apostoli nel comune ricordo della loro morte di martiri.
La liturgia dedica un altro giorno al ricordo della nascita di Paolo. È il 25 gennaio, che celebra la sua miracolosa conversione davanti alle porte di Damasco. Colui che si è convertito, era prima un nemico mortale del nome di Cristo e persecutore dei cristiani. E il suo nome era Saulo. Saulo di Tarso.
Sulla strada verso Damasco la potenza di Dio lo fece cadere a terra. E Cristo gli domandò: “Perché mi perseguiti?” (At 9, 4).
A Simone, Gesù rivolse la domanda: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” (Mt 16, 13).
E a Paolo: “Perché mi perseguiti?”.
E come dalla risposta di Simone è nato Pietro, così dalla risposta a Cristo, data da Saulo vicino a Damasco, è nato Paolo. L’apostolo Paolo, che ha detto di essere “infimo” perché ricordava di aver perseguitato, una volta, “la Chiesa di Dio” (1 Cor 15, 9), è nato dalla fede in Gesù risorto, la cui potenza ha sperimentato davanti alle mura di Damasco. E l’ha sperimentata poi su tutte le vie della sua missione apostolica.
E anche nella nascita spirituale di Paolo, Cristo ha inscritto il mistero della propria Chiesa. Già da allora, quando gli domandò: “Perché mi perseguiti?”, egli parla della Chiesa.
Saulo infatti perseguitava la Chiesa. Quindi, già da quella volta, Paolo poté vedere con gli occhi della fede Cristo nella Chiesa e la Chiesa in Cristo. La Chiesa, corpo di Cristo.

7. Oggi, nel giorno in cui si rende omaggio alla morte beata di ambedue gli apostoli a Roma, ambedue sembrano parlare a noi che siamo la Chiesa: “Celebrate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome” (Sal 34, 4).
E contemporaneamente la Chiesa risponde ai due apostoli con lo stesso versetto del salmo: “Celebrate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome”.
Lo fa in particolare la Chiesa romana: “O Roma felix, quae tantorum principum / es purpurata pretioso sanguine, / non laude tua, sed ipsorum meritis / excedis omnem mundi pulchritudinem” (“Primi Vespri”).

8. La Chiesa di Roma ha la gioia di salutare la delegazione ortodossa presieduta dal metropolita Chrysostomos di Mira, che il patriarca ecumenico Dimitrios I ha inviato a Roma per questa festa dei santi Pietro e Paolo.
È per noi cara la presenza di tale delegazione, nel giorno solenne dedicato a Simone, figlio di Giona. Pietro infatti fu chiamato per mezzo del fratello Andrea, il quale è venerato, in modo particolare, dalla Chiesa di Costantinopoli, di cui è patrono. Ringraziamo pertanto i rappresentanti di questa Chiesa che si sono uniti alla nostra celebrazione.
Il dialogo aperto tra le nostre Chiese sulla comune fede apostolica ci condurrà alla piena unità e, finalmente, a poter celebrare insieme l’Eucaristia del Signore. A questo scopo invito tutti a pregare sempre e particolarmente quest’oggi.

9. La Chiesa romana gioisce anche della presenza dei nuovi metropoliti che riceveranno il pallio qui presso la tomba di San Pietro. Sono undici metropoliti, provenienti da varie parti del mondo.
Come sappiamo, il pallio è simbolo di una speciale comunione con la Sede di Pietro. Esso è titolo d’onore ma anche richiamo a una più alta responsabilità, a un più generoso spirito di servizio e di sacrificio nella fedeltà e nella comunione col vicario di Cristo per l’unità, la santificazione e la crescita del corpo mistico e la salvezza del mondo. L’augurio che vi rivolgo, allora, cari confratelli, è che il vostro amore a Cristo e alla Chiesa non venga mai meno, e siate pronti, per questo amore, ad affrontare ogni prova, partecipando del coraggio apostolico dei santi che oggi festeggiamo.

10. Così, dunque, venerabili fratelli nell’Episcopato, e anche voi, cari fratelli e sorelle del popolo di Dio! Rallegriamoci nella solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo.
Mediante la loro vocazione e il servizio ai misteri di Cristo, Figlio di Dio, tale solennità è stata inscritta, una volta per sempre, nella storia del regno di Dio sulla terra. E i due apostoli, nascendo da questo mistero, hanno costruito la Chiesa nelle sue fondamenta.
Beato te, Simone figlio di Giona!
Beato te, Paolo di Tarso!
“Per crucem alter, alter ense triumphans / vitae senatum laureati possident” (“Inno dei primi Vespri”).
La Chiesa romana celebra con grande gratitudine il giorno della vostra nascita al regno dei cieli: per l’eternità in Dio. Amen.

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana


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Histórica presentación del legendario director austriaco Herbert von Karajan junto a la Orquesta Filarmónica de Vienna, la Wiener Singverein, Kathleen Battle, Trudeliese Schmidt, Ferruccio Furlanetto y Gosta Winbergh interpretando la Misa de Coronación de Wolfgang Amadeus Mozart durante la Santa Misa celebrada por S.S. Juan Pablo II en la Basílica de San Pedro de la Ciudad del Vaticano, el 29 de Junio de 1985.
Historical presentation of the legendary austrian conductor Herbert von Karajan with the Vienna Philharmonic Orchestra, the Vienna Singverein, Kathleen Battle, Trudeliese Schmidt, Ferruccio Furlanetto and Gosta Winbergh interpreting the Coronation Mass by Wolfgang Amadeus Mozart during the High Mass celebrated by H.H. Pope John Paul II in St. Peter's Basilica at Vatican City on June 29, 1985.
03:32 Kyrie 07:02 Gloria 16:16 Credo 29:36 Sanctus 31:45 Benedictus 40:36 Agnus Dei (C) ALL their respective owners. There's a very-little-tiny personal work here (JUST making color and sound better).

UNA LINGUA SACRA APPARTIENE AL LINGUAGGIO SIMBOLICO... AIUTA A PERCEPIRE IL SENSO DEL MISTERO DI DIO

L’attualità immortale del latino di Ilaria Pisa

latino
Abbiamo avuto il privilegio di intervistare don Roberto Spataro sdb, sacerdote e docente presso la Università Pontificia Salesiana, esperto di Patristica, di didattica delle lingue classiche e di Teologia dogmatica e Segretario del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis.
A novembre 2012, don Spataro è stato nominato primo Segretario della Pontificia Academia Latinitatis, in accordo con Latina Lingua, la Lettera Apostolica emanata da Benedetto XVI in forma di Motu Proprio a tutela della dignità, dell’impiego e dello studio del Latino, in particolare all’interno delle istituzioni formative cattoliche.
Oggi si usa qualificare il Latino come “lingua morta”. Sappiamo che Lei non concorda affatto con tale definizione. Perché?
Io preferisco affermare che il latino è una lingua immortale. Mi permetta di citare, a tal proposito, le parole del professor Luigi Miraglia, uno dei migliori latinisti contemporanei: “Il latino, morendo, è diventato immortale. Esso, non soggetto più alla trasformazione delle lingue vive, ma fisso nelle sue forme e incrementato quasi solo nel lessico, ha vinto la maledizione di Babele non con un miracolo pentecostale, ma creando per il mondo occidentale un mezzo di comunicazione che superasse insieme le barriere dello spazio e quelle del tempo”. Con la conoscenza del latino, possiamo entrare in dialogo, per fare solo alcuni nomi, con Cicerone, Seneca, Agostino, Tommaso d’Aquino, Erasmo da Rotterdam, Spinoza, e riflettere sui pensieri nobili ed alti che essi alimentano.
Tra la Chiesa cattolica e la lingua latina sembra esserci “da sempre” un rapporto privilegiato. È vero? Per quali motivi?
I Sommi Pontefici, da sempre grandi promotori dell’uso vivo della lingua latina, hanno indicato sostanzialmente tre motivi. Primo: la Chiesa Cattolica, in quanto istituzione universale, non può usare un idioma appartenente ad un bacino linguistico-culturale specifico, ma ha bisogno di una lingua sovranazionale. Ed il latino ha svolto sempre ed ottimamente questa funzione. In secondo luogo, certe caratteristiche della lingua latina, come la sua sobrietà e la sua chiarezza logica, la rendono particolarmente appropriata per esprimere l’insegnamento ufficiale della Chiesa in materia dogmatica, liturgica e giuridica. Infine, la Chiesa vive di Tradizione, raccoglie un patrimonio di fede e lo riconsegna di generazione in generazione: una parte cospicua di questo patrimonio è stato espresso in lingua latina.
I grandi maestri della teologia cattolica hanno composto in Latino le loro opere. Ma per un teologo nostro contemporaneo, sapere il Latino è davvero necessario?
La teologia elabora razionalmente i dati di fede che vengono dalle fonti. Gran parte di queste fonti sono in lingua latina, per esempio le opere dei grandi dottori del Medioevo, i pronunciamenti del Magistero. le editiones typicae dei libri liturgici, e in lingua greca, come le opere dei Padri greci. Un professionista della teologia non può perciò affidarsi a quelle “mediazioni culturali” che sono le traduzioni. Insomma, per un teologo latino e greco sono “ferri del mestiere”. Inoltre, la conoscenza e l’uso della lingua latina abilitano ad un rigore concettuale e ad una sobrietà lessicale di cui – a mio avviso – molta produzione teologica contemporanea difetta.
L’impiego del Latino liturgico viene sovente criticato in quanto “allontanerebbe” il fedele dal Mistero, menomandone la comprensione. Come confutare questa e simili critiche?
Penso che sia proprio il contrario: una lingua “sacra”, diversa da quella profana e quotidiana, aiuta a percepire il senso del Mistero di Dio in modo più adeguato. Inoltre, credo che ci sia un equivoco: il Mistero di Dio rimane sempre oltre la capacità di una completa comprensione razionale e, dunque, di essere comunicato in modo del tutto intellegibile, anche se si usa una lingua vernacolare. La comprensione delle “cose di Dio” è affidata non solo alla ragione ma anche al “cuore” che si nutre di simboli. Ed una lingua “sacra” appartiene al linguaggio simbolico, quello più appropriato alla liturgia. Del resto, fino alla Riforma liturgica postconciliare, generazioni e generazioni di santi hanno partecipato fruttuosamente alla liturgia anche se non “capivano” tutto quello che si diceva. In realtà, capivano molto bene che nella Liturgia avviene qualcosa di bello e grande: la presenza e l’azione di Dio.
AMDG et DVM

Attenzione a inganni e veleni, con buona pace delle donne innocenti


La lussuria 


La temperanza genera l'assennatezza, mentre la gola È madre della sfrenatezza; l'olio alimenta il lume della lucerna e la frequentazione delle donne attizza la fiaccola del piacere. 

La violenza dei flutti infuria contro il mercantile mal zavorrato come il pensiero della lussuria sulla mente intemperante. 

La lussuria accoglierà come alleata la sazietà, la congederà, starà con gli avversari e combatterà alla fine con i nemici. 

Rimane invulnerabile alle frecce nemiche colui che ama la tranquillità, chi invece si mescola alla folla riceve in continuazione percosse. 

Vedere una femmina È come un dardo velenoso, ferisce l'anima, vi intrude il tossico e quanto più perdura , tanto più alligna la sepsi [ La Sepsi o la setticemia è una malattia pericolosa che può accadere quando il corpo intero reagisce ad un'infezione]

Chi intende difendersi da queste frecce sta lontano dalle affollate riunioni pubbliche e non gironzola a bocca aperta nei giorni di festa; È infatti assai meglio starsene a casa passando il tempo a pregare piuttosto che compiere l'opera del nemico credendo di onorare le feste. 

Evita la dimestichezza con le donne se desideri essere saggio e non dar loro la libertà di parlare e neppure fiducia. Infatti all'inizio hanno o simulano una certa cautela, ma in seguito osano di tutto spudoratamente: al primo abboccamento tengono gli occhi bassi, pigolano dolcemente, piangono commosse, l'atteggiamento È grave, sospirano con amarezza, pongono domande sulla castità e ascoltano attentamente; le vedi una seconda volta e alzano un poco il capo; la terza volta si avvicinano senza troppo pudore; hai sorriso e quelle si sono messe a ridere sguaiatamente; in seguito si fanno belle e ti si mostrano con ostentazione, cambia il loro sguardo annunciando l'ardenza, sollevano le sopracciglia e ruotano gli occhi, denudano il collo e abbandonano l'intero corpo al languore, pronunciano frasi ammollite nella passione e ti sfoggiano una voce fascinosa ad udirsi finché non espugnano completamente l'anima. 

Accade che questi ami ti adeschino alla morte e queste reti intrecciate ti trascinino alla perdizione; e dunque non farti neppure ingannare da quelle che si servono di discorsi ammodo: in costoro infatti si occulta il maligno veleno dei serpenti. 

(Evagrio Pontico - Antirrhetikos - GLI OTTO SPIRITI MALVAGI) 


AMDG et DVM

sabato 3 febbraio 2018

«Se preghi – egli scrive a una nobile giovinetta di Roma –, tu parli con lo Sposo; se leggi, è Lui che ti parla»

DE  - EN  - ES  - FR  - HR  - IT  - PT ]
BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 14 novembre 2007

San Girolamo
II: La dottrina

Cari fratelli e sorelle,

continuiamo oggi la presentazione della figura di san Girolamo. Come abbiamo detto mercoledì scorso, egli dedicò la sua vita allo studio della Bibbia, tanto che fu riconosciuto da un mio Predecessore, il Papa Benedetto XV, come «dottore eminente nell’interpretazione delle Sacre Scritture». 

Girolamo sottolineava la gioia e l’importanza di familiarizzarsi con i testi biblici: «Non ti sembra di abitare – già qui, sulla terra – nel regno dei cieli, quando si vive fra questi testi, quando li si medita, quando non si conosce e non si cerca nient’altro?» (Ep. 53,10). In realtà, dialogare con Dio, con la sua Parola, è in un certo senso presenza del cielo, cioè presenza di Dio. Accostare i testi biblici, soprattutto il Nuovo Testamento, è essenziale per il credente, perché «ignorare la Scrittura è ignorare Cristo» (Commento ad Isaia, prol.). E’ sua questa celebre frase, citata anche dal Concilio Vaticano II nella Costituzione Dei Verbum (n. 25).

Veramente «innamorato» della Parola di Dio, egli si domandava: «Come si potrebbe vivere senza la scienza delle Scritture, attraverso le quali si impara a conoscere Cristo stesso, che è la vita dei credenti?» (Ep. 30,7). La Bibbia, strumento «con cui ogni giorno Dio parla ai fedeli» (Ep. 133,13), diventa così stimolo e sorgente della vita cristiana per tutte le situazioni e per ogni persona. 

Leggere la Scrittura è conversare con Dio: «Se preghi – egli scrive a una nobile giovinetta di Roma –, tu parli con lo Sposo; se leggi, è Lui che ti parla» (Ep. 22,25). Lo studio e la meditazione della Scrittura rendono l’uomo saggio e sereno (cfr Commento alla Lettera agli Efesini, prol.). Certo, per penetrare sempre più profondamente la Parola di Dio è necessaria un’applicazione costante e progressiva. Così Girolamo raccomandava al sacerdote Nepoziano: «Leggi con molta frequenza le divine Scritture; anzi, che il Libro Santo non sia mai deposto dalle tue mani. Impara qui quello che tu devi insegnare» (Ep. 52,7). 
Alla matrona romana Leta dava questi consigli per l’educazione cristiana della figlia: «Assicurati che essa studi ogni giorno qualche passo della Scrittura ... Alla preghiera faccia seguire la lettura, e alla lettura la preghiera ... Che invece dei gioielli e dei vestiti di seta, essa ami i Libri divini» (Ep.107,9.12). Con la meditazione e la scienza delle Scritture si «mantiene l’equilibrio dell’anima» (Commento alla Lettera agli Efesini, prol.). Solo un profondo spirito di preghiera e l’aiuto dello Spirito Santo possono introdurci alla comprensione della Bibbia: «Nell’interpretazione della Sacra Scrittura noi abbiamo sempre bisogno del soccorso dello Spirito Santo» (Commento a Michea 1,1,10,15).

Un appassionato amore per le Scritture pervase dunque tutta la vita di Girolamo, un amore che egli cercò sempre di destare anche nei fedeli. Raccomandava ad una sua figlia spirituale: «Ama la Sacra Scrittura e la saggezza ti amerà; amala teneramente, ed essa ti custodirà; onorala e riceverai le sue carezze. Che essa sia per te come le tue collane e i tuoi orecchini» (Ep. 130,20). E ancora: «Ama la scienza della Scrittura, e non amerai i vizi della carne» (Ep. 125,11).

Per Girolamo un fondamentale criterio di metodo nell’interpretazione delle Scritture era la sintonia con il Magistero della Chiesa. Non possiamo mai da soli leggere la Scrittura. Troviamo troppe porte chiuse e scivoliamo facilmente nell’errore. La Bibbia è stata scritta dal Popolo di Dio e per il Popolo di Dio, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Solo in questa comunione col Popolo di Dio possiamo realmente entrare con il «noi» nel nucleo della verità che Dio stesso ci vuol dire. Per il grande esegeta un’autentica interpretazione della Bibbia doveva essere sempre in armonica concordanza con la fede della Chiesa cattolica. Non si tratta di un’esigenza imposta a questo Libro dall’esterno; il Libro è proprio la voce del Popolo di Dio pellegrinante, e solo nella fede di questo Popolo siamo, per così dire, nella tonalità giusta per capire la Sacra Scrittura. 

Perciò Girolamo ammoniva un sacerdote: «Rimani fermamente attaccato alla dottrina tradizionale che ti è stata insegnata, affinché tu possa esortare secondo la sana dottrina e confutare coloro che la contraddicono» (Ep. 52,7). In particolare, dato che Gesù Cristo ha fondato la sua Chiesa su Pietro, ogni cristiano – egli concludeva – deve essere in comunione «con la Cattedra di san Pietro. Io so che su questa pietra è edificata la Chiesa» (Ep. 15,2). 
Conseguentemente, senza mezzi termini, dichiarava: «Io sono con chiunque sia unito alla Cattedra di san Pietro» (Ep. 16).

Girolamo ovviamente non trascura l’aspetto etico. Spesso, anzi, egli richiama il dovere di accordare la vita con la Parola divina: solo vivendola troviamo anche la capacità di capirla. Tale coerenza è indispensabile per ogni cristiano e particolarmente per il predicatore, affinché le sue azioni, quando fossero discordanti rispetto ai discorsi, non lo mettano in imbarazzo. 
Così esorta il sacerdote Nepoziano: «Le tue azioni non smentiscano le tue parole, perché non succeda che, quando tu predichi in chiesa, qualcuno nel suo intimo commenti: “Perché dunque proprio tu non agisci così?”. Carino davvero quel maestro che, a pancia piena, disquisisce sul digiuno; anche un ladro può biasimare l’avarizia; ma nel sacerdote di Cristo la mente e la parola si devono accordare» (Ep. 52,7).In un’altra lettera Girolamo ribadisce: «Anche se possiede una dottrina splendida, resta svergognata quella persona che si sente condannare dalla propria coscienza» (Ep. 127,4). 

Sempre in tema di coerenza, egli osserva: il Vangelo deve tradursi in atteggiamenti di vera carità, perché in ogni essere umano è presente la Persona stessa di Cristo.

Rivolgendosi, ad esempio, al presbitero Paolino (che divenne poi Vescovo di Nola e Santo), Girolamo così lo consiglia: «Il vero tempio di Cristo è l’anima del fedele: ornalo, questo santuario, abbelliscilo, deponi in esso le tue offerte e ricevi Cristo. A che scopo rivestire le pareti di pietre preziose, se Cristo muore di fame nella persona di un povero?» (Ep. 58,7). Girolamo concretizza: bisogna «vestire Cristo nei poveri, visitarlo nei sofferenti, nutrirlo negli affamati, alloggiarlo nei senza tetto» (Ep. 130,14). 

L’amore per Cristo, alimentato con lo studio e la meditazione, ci fa superare ogni difficoltà: «Amiamo anche noi Gesù Cristo, ricerchiamo sempre l’unione con Lui: allora ci sembrerà facile anche ciò che è difficile» (Ep. 22,40).

Girolamo, definito da Prospero di Aquitania «modello di condotta e maestro del genere umano» (Poesia sugli ingrati 57), ci ha lasciato anche un insegnamento ricco e vario sull’ascetismo cristiano. Egli ricorda che un coraggioso impegno verso la perfezione richiede una costante vigilanza, frequenti mortificazioni, anche se con moderazione e prudenza, un assiduo lavoro intellettuale o manuale per evitare l’ozio (cfr Epp. 125,11 e 130,15) e soprattutto l’obbedienza a Dio: «Nulla ... piace tanto a Dio quanto l’obbedienza..., che è la più eccelsa e l’unica virtù» (Omelia sull’obbedienza). Nel cammino ascetico può rientrare anche la pratica dei pellegrinaggi. In particolare, Girolamo diede impulso a quelli in Terra Santa, dove i pellegrini venivano accolti e ospitati negli edifici sorti accanto al monastero di Betlemme, grazie alla generosità della nobildonna Paola, figlia spirituale di Girolamo (cfr Ep. 108,14).

Non può essere taciuto, infine, l’apporto dato da Girolamo in materia di pedagogia cristiana (cfr Epp. 107 e 128). Egli si propone di formare «un’anima che deve diventare il tempio del Signore» (Ep. 107,4), una «preziosissima gemma» agli occhi di Dio (Ep. 107,13). 

Con profondo intuito egli consiglia di preservarla dal male e dalle occasioni peccaminose, di escludere amicizie equivoche o dissipanti (cfr Ep. 107,4 e 8-9; cfr anche Ep. 128,3-4). 

Soprattutto esorta i genitori perché creino un ambiente di serenità e di gioia intorno ai figli, li stimolino allo studio e al lavoro, anche con la lode e l’emulazione (cfr Epp. 107,4 e 128,1), li incoraggino a superare le difficoltà, favoriscano in loro le buone abitudini e li preservino dal prenderne di cattive, perché – e qui cita una frase di Publilio Siro sentita a scuola – «a stento riuscirai a correggerti di quelle cose a cui ti vai tranquillamente abituando» (Ep. 107,8). I genitori sono i principali educatori dei figli, i primi maestri di vita. Con molta chiarezza Girolamo, rivolgendosi alla madre di una ragazza ed accennando poi al padre, ammonisce, quasi esprimendo un’esigenza fondamentale di ogni creatura umana che si affaccia all’esistenza: «Essa trovi in te la sua maestra, e a te guardi con meraviglia la sua inesperta fanciullezza. Né in te, né in suo padre veda mai atteggiamenti che la portino al peccato, qualora siano imitati. Ricordatevi che... potete educarla più con l’esempio che con la parola» (Ep. 107,9). 

Tra le principali intuizioni di Girolamo come pedagogo si devono sottolineare l’importanza attribuita a una sana e integrale educazione fin dalla prima infanzia, la peculiare responsabilità riconosciuta ai genitori, l’urgenza di una seria formazione morale e religiosa, l’esigenza dello studio per una più completa formazione umana. Inoltre un aspetto abbastanza disatteso nei tempi antichi, ma ritenuto vitale dal nostro autore, è la promozione della donna, a cui riconosce il diritto ad una formazione completa: umana, scolastica, religiosa, professionale. 
E vediamo proprio oggi come l’educazione della personalità nella sua integralità, l’educazione alla responsabilità davanti a Dio e davanti all’uomo, sia la vera condizione di ogni progresso, di ogni pace, di ogni riconciliazione e di ogni esclusione della violenza. 

Educazione davanti a Dio e davanti all’uomo: è la Sacra Scrittura che ci offre la guida dell’educazione, e così del vero umanesimo.

Non possiamo concludere queste rapide annotazioni sul grande Padre della Chiesa senza far cenno  all’efficace contributo da lui recato alla salvaguardia degli elementi positivi e validi delle antiche culture ebraica, greca e romana nella nascente civiltà cristiana. 
Girolamo ha riconosciuto ed assimilato i valori artistici, la ricchezza di pensiero e l’armonia delle immagini presenti nei classici, che educano il cuore e la fantasia a nobili sentimenti. Soprattutto, egli ha posto al centro della sua vita e della sua attività la Parola di Dio, che indica all’uomo i sentieri della vita, e gli rivela i segreti della santità. Di tutto questo non possiamo che essergli profondamente grati, proprio nel nostro oggi.

approfondimenti:https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/17433/1/01-Grilli_297-329.pdf
AMDG et DVM