mercoledì 28 gennaio 2015

Siesta

Un re corrotto domandò a un uomo pio: «Tra gli atti di culto che compio, qual è il più gradito a Dio?». L'uomo pio rispose: «La siesta che fai nel pomeriggio, perché è l'unico tempo in cui non tormenti nessuno!». 

«Questo libro resterà per lunghi anni, dopo che ogni granello della mia polvere sarà disperso, perché so quanto veloce fugge la vita!». Così scriveva del suo Golestân («Il roseto») Sa'dî, un sapiente mistico persiano vissuto per più di cent'anni tra il XII e il XIII secolo. I fiori che sbocciano in questo giardino poetico sono lezioni di vita, talora punteggiate da una stilla di ironia amabile. 

È il caso di questo apologo sul potere oppressivo. Non di rado dei dittatori si dice che vegliano sempre sulla loro nazione, mentre sarebbe meglio che dormissero di più… 

Al riguardo, scriveva ancora Sa'dî: «Un re vide un asceta e gli chiese: Non ti ricordi di me? Sì, rispose l'asceta, quando dimentico Dio!». 

Vorrei, però, porre l'accento nella parabola sopra citata sul tema del riposo che, tra l'altro, scandisce l'odierna giornata domenicale. Ovviamente la siesta è necessaria al corpo ed è tutto quello che nel giorno di festa sa offrire la società contemporanea, classificandolo sotto il vocabolo inglese relax. Un termine significativo che rimanda al «rilassamento» e spesso questo atteggiamento non è solo la distensione fisica, ma anche l'allentamento morale. 

Noi, invece, pensiamo a un altro riposo che si trasfigura proprio in una sorta di "roseto" simbolico. È la variante spirituale di quello che descriveva Machiavelli in una sua lettera del 1513: «Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; mi spoglio della veste cotidiana piena di fango e loto, e mi metto panni reali e curiali…» per dialogare coi grandi del passato e «pascersi di quel cibo che solum è mio». Incontrare sé stessi e le cose alte nella quiete della propria camera. 

martedì 27 gennaio 2015

don Ratzinger aveva 42 anni


"Vedo il Signore mentre flagella il mondo e lo castiga in una maniera orribile tanto che pochi uomini e donne resteranno.


I monaci dovranno lasciare i loro monasteri e le suore saranno cacciate dai loro conventi, specialmente in Italia... La Santa Chiesa sarà perseguitata...
A meno che le persone con le loro preghiere non ottengano il perdono, verrà il tempo che vedranno la spada e la morte, e Roma sarà senza un pastore".


"Il Signore mi ha mostrato quanto sarà bello il mondo dopo questo terribile castigo. Le persone saranno come i cristiani della Chiesa primitiva".



(da un ciclo di lezioni radiofoniche che l’allora professore di teologia svolse nel 1969):


"...la chiesa cattolica sparira' quasi del tutto, spogliata di valenza ed incisivita' politiche e sociali, dovra' abbandonare antichi e prestigiosi edifici religiosi che un tempo le appartenevano,sara' perseguitata e combattuta in modo feroce, pochissimi saranno i fedeli, raccolti in piccoli gruppi nascosti che torneranno a pregare, spogliata di tutto tornera' ad essere una piccolissima comunita' irrilevante numericamente, ma da la', tornando alle origini ripartira', tornera' ad essere il sale, il lievito e rifiorira', con l'aiuto della fede, quella fede che ha fatto cadere poteri molto piu grandi e che le ha permesso, pur tra tante difficolta', di sopravvivere,nonostante tutto..."

...fu quasi una profezia, una lettura lucidissima, amara ma chiara ed esiziale; don Ratzinger aveva 42 anni e mai avrebbe pensato di diventare papa e di vedere che le sue predizioni si stanno avverando ...

AMDG et BVM

Pastore e nauta nei tempi tremendi... E tua bussola il Vangelo.


  "Verranno i tempi nei quali, così come avvenne a noi d’Israele e ancor più profondamente, il Sacerdozio crederà d’essere classe eletta, perché sa il superfluo e non conosce più l’indispensabile, o lo conosce nella morta forma con cui ora conoscono i sacerdoti la Legge: nella veste di essa, esageratamente aggravata di frange, ma non nel suo spirito.

  Verranno i tempi nei quali tutti i libri si sostituiranno al Libro, e questo sarà solo usato così come uno che deve forzatamente usare un oggetto lo maneggia meccanicamente, così come un contadino ara, semina, raccoglie senza meditare sulla meravigliosa provvidenza che è quel moltiplicarsi di semi che ogni anno si rinnovella: un seme gettato in terra smossa che diviene stelo, spiga, poi farina e poi pane per paterno amore di Dio. Chi, mettendosi in bocca un boccone di pane, alza lo spirito a Colui che ha creato il primo seme e da secoli lo fa rinascere e crescere, dosando le piogge e il calore perché si schiuda e si alzi e maturi senza marcire o senza bruciarsi? Così verrà il tempo che sarà insegnato il Vangelo scientificamente bene, spiritualmente male.

  Or, che è la scienza se manca sapienza? Paglia è. Paglia che gonfia e non nutre. E in verità vi dico che un tempo verrà nel quale troppi fra i Sacerdoti saranno simili a gonfi pagliai, superbi pagliai, che staranno impettiti nel loro orgoglio d’esser tanto gonfi, come se da loro si fossero dati tutte quelle spighe che coronarono le paglie, come se ancor le spighe fossero in vetta alle paglie, e crederanno d’esser tutto perché, invece del pugnello di grani, il vero nutrimento che è lo spirito del Vangelo, avranno tutta quella paglia: un mucchio! Un mucchio! 

  Ma può bastare la paglia? Neppure per il ventre del giumento essa basta e, se il padrone dello stesso non corrobora l’animale con biade ed erbe fresche, il giumento nutrito di sola paglia deperisce e anche muore.

  Eppure Io vi dico che un tempo verrà nel quale i Sacerdoti, immemori che con poche spighe Io ho istruito gli spiriti alla Verità, e immemori anche di ciò che è costato al loro Signore quel vero pane dello spirito, tratto tutto e solo dalla Sapienza divina, detto dalla divina Parola, dignitoso nella forma dottrinale, instancabile nel ripetersi perché non si smarrissero le verità dette, umile nella forma, senza orpelli di scienze umane, senza completamenti storici e geografici, non si cureranno dell’anima di esso, ma della veste da gettargli sopra per mostrare alle folle quante cose essi sanno, e lo spirito del Vangelo si smarrirà in loro sotto valanghe di scienza umana. 

  E se non lo possiedono, come possono trasmetterlo? Che daranno ai fedeli questi pagliai gonfi? Paglia. Che nutrimento ne avranno gli spiriti dei fedeli? Tanto da trascinare una languente vita. 

  Che frutto matureranno da questo insegnamento e da questa conoscenza imperfetta del Vangelo? 
Un raffreddarsi dei cuori, un sostituirsi di dottrine eretiche, di dottrine e idee ancor più che eretiche, all’unica, vera Dottrina, un prepararsi il terreno alla Bestia per il suo fugace regno di gelo, di tenebre e orrore.

  In verità vi dico che, come il Padre e Creatore moltiplica le stelle perché non si spopoli il cielo per quelle che, finita la loro vita, periscono, così ugualmente Io dovrò evangelizzare cento e mille volte dei discepoli che spargerò fra gli uomini e fra i secoli. 

  E anche in verità vi dico che la sorte di questi sarà simile alla mia: la sinagoga e i superbi li perseguiteranno come mi hanno perseguitato. Ma tanto Io che essi abbiamo la nostra ricompensa, quella di fare la volontà di Dio e di servirlo sino alla morte di croce, perché la sua gloria risplenda e la sua conoscenza non perisca.

  Ma tu, Pontefice, e voi, Pastori, in voi e nei vostri successori vegliate perché non si perda lo spirito del
Vangelo, e instancabilmente pregate lo Spirito Santo perché in voi si rinnovelli una continua Pentecoste - voi non sapete ciò che voglio dire, ma presto lo saprete - onde possiate comprendere tutti gli idiomi e discernere a scegliere le mie voci da quelle della Scimmia di Dio: Satan

  E non lasciate cadere nel vuoto le mie voci future. Ognuna di essa è una misericordia mia in vostro aiuto, e tanto più numerose saranno quanto più per ragioni divine Io vedrò che il Cristianesimo ha bisogno di esse per superare le burrasche dei tempi.
Pastore e nauta, Pietro! Pastore e nauta. Non ti basterà un giorno esser pastore se non sarai nauta, ed esser nauta se non sarai pastore. Questo e quello dovrai essere per tenere radunati gli agnelli, che tentacoli infernali e artigli feroci cercheranno di strapparti, o menzognere musiche di promesse impossibili ti sedurranno, e per portare avanti la barca presa da tutti i venti del settentrione e del mezzogiorno e dell’oriente e dell’occidente, schiaffeggiata e sbattuta dalle forze del profondo, saettata dagli arcieri della Bestia, sbruciacchiata dall’alito del dragone e spazzata sui bordi dalla sua coda, di modo che gli imprudenti saranno arsi e periranno precipitando nell’onda sconvolta.

  Pastore e nauta nei tempi tremendi... E tua bussola il Vangelo. In esso è la Vita e la Salute. E tutto è detto in esso. Ogni articolo del Codice santo, ogni risposta per i casi molteplici delle anime sono in esso. E fa’ che da esso non si scostino Sacerdoti e fedeli. Fa’ che non vengano dubbi su esso. Alterazioni ad esso. Sostituzioni e sofisticazioni di esso.

  Il Vangelo è Me stesso. Dalla nascita alla morte. Nel Vangelo è Dio. Perché in esso sono manifeste le opere del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Il Vangelo è amore. Ho detto: “La mia Parola è Vita”.

  Ho detto:
“Dio è carità”. Conoscano dunque i popoli la mia Parola e abbiano l’amore in loro, ossia Dio. Per avere il Regno di Dio. Perché chi non è in Dio non ha in sé la Vita. 
  Perché quelli che non accoglieranno la Parola del
Padre non potranno essere una sola cosa col Padre, con Me e con lo Spirito Santo in Cielo, e non potranno essere del solo Ovile che è santo così come Io voglio. Non saranno tralci uniti alla Vite, perché chi respinge in tutto o in parte la mia Parola è un membro nel quale più non scorre la linfa della Vite. La mia Parola è succo che nutre, fa crescere e portare frutto.


  Tutto questo farete in memoria di Me che ve l’ho insegnato. Molto ancora avrei da dirvi su quanto vi ho
detto ora. Ma Io ho soltanto gettato il seme. Lo Spirito Santo ve lo farà germogliare. Ho voluto darvi Io il seme, perché conosco i vostri cuori e so come titubereste di paura per comandi spirituali, immateriali. La paura di un inganno vi paralizzerebbe ogni volontà. Perciò Io per il primo vi ho parlato di tutte le cose. Poi il Paraclito vi ricorderà le mie parole e ve le amplificherà nei particolari. E voi non temerete perché ricorderete che il primo seme ve l’ho dato Io.


  Lasciatevi condurre dallo Spirito Santo. Se la mia Mano era dolce nel guidarvi, la sua Luce è dolcissima.
Egli è l’Amore di Dio. Cosi Io me ne vado contento, perché so che Egli prenderà il mio posto e vi condurrà
alla conoscenza di Dio. 
  Ancora non lo conoscete, nonostante tanto vi abbia detto di Lui. Ma non è colpa vostra. Voi avete fatto di tutto per comprendermi e perciò siete giustificati se anche per tre anni avete capito poco. La mancanza della Grazia vi ottundeva lo spirito. Anche ora capite poco, benché la Grazia di Dio sia scesa su voi dalla mia croce. Avete bisogno del Fuoco. 

  Un giorno ho parlato di questo a un di voi, andando
lungo le vie del Giordano. (Vol 5 Cap 361)

  L’ora è venuta. Io me ne torno al Padre mio, ma non vi lascio soli perché lascio a voi l’Eucarestia, ossia il vostro Gesù fatto cibo agli uomini. E vi lascio l’Amico: il Paraclito. Esso vi condurrà. Passo le vostre anime dalla mia luce alla sua luce ed Egli compirà la vostra formazione».
«Ci lasci ora? Qui? Su questo monte?». Sono tutti desolati.
«No. Non ancora. Ma il tempo vola e presto sarà quel momento»"


AMDG et BVM



CHIESA ORTODOSSA E SECONDE NOZZE


Dal Web: www.chiesa - Gli ortodossi ammettono davvero le seconde nozze?  ...in realtà le cose non stanno affatto così.
Mito e realtà delle seconde nozze tra gli ortodossi
È opinione diffusa che le Chiese orientali ammettano un nuovo matrimonio dopo il divorzio e diano la comunione ai risposati. Ma non è così, spiega Nicola Bux. Solo il primo matrimonio è celebrato come un vero sacramento

di Sandro Magister


ROMA, 30 maggio 2014 – Sull'aereo di ritorno dalla Terra Santa, a papa Francesco è stato chiesto se "la Chiesa cattolica potrà imparare qualcosa dalle Chiese ortodosse" riguardo ai preti sposati e all'accettazione delle seconde nozze per i divorziati.

Sull'uno e sull'altro di questi punti il papa ha risposto in modo elusivo. Tutti però ricordano che cosa disse a proposito delle seconde nozze in una precedente intervista in aereo, nel viaggio di ritorno da Rio de Janeiro:

"Una parentesi: gli ortodossi seguono la teologia dell’economia, come la chiamano, e danno una seconda possibilità [di matrimonio], lo permettono. Credo che questo problema – chiudo la parentesi – si debba studiare nella cornice della pastorale matrimoniale".

A questa prassi delle Chiese d'oriente ha fatto riferimento anche il cardinale Walter Kasper nella sua relazione introduttiva al concistoro dello scorso febbraio, nella quale focalizzò la discussione in vista del sinodo sulla famiglia sulla questione della comunione ai divorziati risposati.

L'idea corrente è che nelle Chiese ortodosse si celebrino sacramentalmente le seconde e anche le terze nozze e si dia la comunione ai divorziati risposati.

Quando in realtà le cose non stanno affatto così. Tra la celebrazione delle prime e delle seconde nozze l'ortodossia ha sempre posto una differenza non solo cerimoniale ma di sostanza, come ben mostra l'intonazione fortemente penitenziale delle preghiere per le seconde nozze.

Basti vedere, in proposito, la ricognizione storica che Basilio Petrà – sacerdote cattolico di rito latino, ma di origine greca e studioso della materia, professore al Pontificio Istituto Orientale  – ha pubblicato due mesi fa:


Quella che segue è una chiarificazione di ciò che sono in realtà le seconde nozze nella teologia e nella prassi delle Chiese ortodosse.

L'autore, Nicola Bux, esperto di liturgia e docente alla facoltà teologica di Bari, è consultore delle congregazioni per il culto divino e per le cause dei santi e ha preso parte al sinodo del 2005 sull'eucaristia, del quale riferisce qui un interessante episodio.

__________


CHIESA ORTODOSSA E SECONDE NOZZE

di Mons. Nicola Bux



Recentemente, il cardinale Walter Kasper si è riferito alla prassi ortodossa delle seconde nozze per sostenere che anche i cattolici che fossero divorziati e risposati dovrebbero essere ammessi alla comunione.

Forse, però, non ha badato al fatto che gli ortodossi non fanno la comunione nel rito delle seconde nozze, in quanto nel rito bizantino del matrimonio non è prevista la comunione, ma solo lo scambio della coppa comune di vino, che non è quello consacrato.

Inoltre, tra i cattolici si suol dire che gli ortodossi permettono le seconde nozze, quindi tollerano il divorzio dal primo coniuge.

In verità non è proprio così, perché non si tratta dell'istituzione giuridica moderna. La Chiesa ortodossa è disposta a tollerare le seconde nozze di persone il cui vincolo matrimoniale sia stato sciolto da essa, non dallo Stato, in base al potere dato da Gesù alla Chiesa di “sciogliere e legare”, e concedendo una seconda opportunità in alcuni casi particolari (tipicamente, i casi di adulterio continuato, ma per estensione anche certi casi nei quali il vincolo matrimoniale sia divenuto una finzione). È prevista, per quanto scoraggiata, anche la possibilità di un terzo matrimonio. Inoltre, la possibilità di accedere alle seconde nozze, nei casi di scioglimento del matrimonio, viene concessa solo al coniuge innocente.

Le seconde e terze nozze, a differenza del primo matrimonio, sono celebrate tra gli ortodossi con un rito speciale, definito “di tipo penitenziale”. Poiché nel rito delle seconde nozze mancava in antico il momento dell'incoronazione degli sposi – che la teologia ortodossa ritiene il momento essenziale del matrimonio –  le seconde nozze non sono un vero sacramento, ma, per usare la terminologia latina, un "sacramentale", che consente ai nuovi sposi di considerare la propria unione come pienamente accettata dalla comunità ecclesiale. Il rito delle seconde nozze si applica anche nel caso di sposi rimasti vedovi.

La non sacramentalità delle seconde nozze trova conferma nella  scomparsa della comunione eucaristica dai riti matrimoniali bizantini, sostituita dalla coppa intesa come simbolo della vita comune. Ciò appare come un tentativo di "desacramentalizzare" il matrimonio, forse per l'imbarazzo crescente che le seconde e terze nozze inducevano, a motivo della deroga al principio dell'indissolubilità del vincolo, che è direttamente proporzionale al sacramento dell'unità: l'eucaristia.

A tal proposito, il teologo ortodosso Alexander Schmemann ha scritto che proprio la coppa, elevata a simbolo della vita comune, “mostra la desacramentalizzazione del matrimonio ridotto ad una felicità naturale. In passato, questa era raggiunta con la comunione, la condivisione dell'eucaristia, sigillo ultimo del compimento del matrimonio in Cristo. Cristo deve essere la vera essenza della vita insieme”. Come rimarrebbe in piedi questa "essenza"?

Dunque, si tratta di un “qui pro quo” imputabile in ambito cattolico alla scarsa o nulla considerazione per la dottrina, per cui si è affermata l'opinione, meglio l'eresia, che la messa senza la comunione non sia valida. Tutta la preoccupazione della comunione per i divorziati risposati, che poco ha a che fare con la visione e la prassi orientale, è una conseguenza di ciò.

Una decina d'anni fa, collaborando alla preparazione del sinodo sull'eucaristia, a cui partecipai poi come esperto nel 2005, tale "opinione" fu avanzata dal cardinale Cláudio Hummes, membro del consiglio della segreteria del sinodo. Invitato dal cardinale Jan Peter Schotte, allora segretario generale, dovetti ricordare a Hummes che i catecumeni e i penitenti – tra i quali c'erano i dìgami –, nei diversi gradi penitenziali, partecipavano alla celebrazione della messa o a parti di essa, senza accostarsi alla comunione.

L'erronea "opinione" è oggi diffusa tra chierici e fedeli, per cui, come osservò Joseph Ratzinger: “Si deve nuovamente prendere molto più chiara coscienza del fatto che la celebrazione eucaristica non è priva di valore per chi non si comunica. [...] Siccome l'eucaristia non è un convito rituale, ma la preghiera comunitaria della Chiesa, in cui il Signore prega con noi e a noi si partecipa, essa rimane preziosa e grande, un vero dono, anche se non possiamo comunicarci. Se riacquistassimo una conoscenza migliore di questo fatto e rivedessimo così l'eucaristia stessa in modo più corretto,vari problemi pastorali, come per esempio quello della posizione dei divorziati risposati, perderebbero automaticamente molto del loro peso opprimente.”

Quanto descritto è un effetto della divaricazione ed anche dell'opposizione tra dogma e liturgia. L'apostolo Paolo ha chiesto l'auto-esame  di coloro che intendono comunicarsi, onde non mangiare e bere la propria condanna (1 Corinti 11, 29). Ciò significa: “Chi vuole il cristianesimo soltanto come lieto annuncio, in cui non deve esserci la minaccia del giudizio, lo falsifica”.

Ci si chiede come si sia giunti a questo punto. Da diversi autori, nella seconda metà del secolo scorso, si è sostenuta la teoria – ricorda Ratzinger – che “fa derivare l'eucaristia più o meno esclusivamente dai pasti che Gesù consumava con i peccatori. […] Ma da ciò segue poi un'idea dell'eucaristia che non ha nulla in comune con la consuetudine della Chiesa primitiva”. Sebbene Paolo protegga con l'anatema la comunione  dall'abuso (1 Corinti 16, 22), la teoria suddetta propone “come essenza dell'eucaristia che essa venga offerta a tutti senza alcuna distinzione e condizione preliminare, […] anche ai peccatori, anzi, anche ai non credenti”.

No, scrive ancora Ratzinger: sin dalle origini l'eucaristia non è stata compresa come un pasto con i peccatori, ma con i riconciliati: “Esistevano anche per l'eucaristia fin dall'inizio condizioni di accesso ben definite [...] e in questo modo ha costruito la Chiesa”.

L'eucaristia, pertanto, resta “il banchetto dei riconciliati”, cosa che viene ricordata dalla liturgia bizantina, al momento della comunione, con l'invito "Sancta sanctis", le cose sante ai santi.   

Ma nonostante ciò la teoria dell'invalidità della messa senza la comunione continua ad influenzare la liturgia odierna.

__________


Questo testo di Nicola Bux è tratto dalla postfazione che egli ha scritto per l'ultima opera di Antonio Livi, teologo e filosofo della Pontificia Università Lateranense, di prossima uscita, dedicata agli scritti e discorsi del cardinale Giuseppe Siri (1906-1989):

S. MARIA MADDALENA DE’ PAZZI: "Quando fui comunicata sentivo Jesu che mi chiamava, dicendo: Vieni, colomba mia vieni. Vieni mia tutta bella (Ct 2, 10.13)".

S. MARIA MADDALENA DE’ PAZZI, 

Quaranta giorni 225ss 38.a Martedì, addì 3 di Luglio 

Quando mi fui comunicata sentivo Gesù che mi chiamava, dicendo: Vieni, colomba mia vieni. Vieni mia tutta bella (Ct 2, 10.13). 

E poi sentii l’Amore Unitivo [lo Spirito Santo] che mi diceva: "Tutte le anime che sono partecipe del sangue di Gesù, tutte sono graziose e belle". 

E capivo che se una anima potesse conoscere la grandezza e la preziosità che acquista essendo partecipe del merito di questo Sangue e dell’Amore di Dio, ella per la dolcezza si liquefarebbe. E, al contrario, se ella conoscesse quello che essa è senza l'Amor di Dio e i meriti di questo Sangue, ella, per il gran dolore, si convertirebbe in polvere, e manco in polvere [in nulla]. 

Poi intendevo che l'Amore amava tanto la creatura quanto l'anima ama il corpo; e ancora che Questi dava tanta forza alla creatura, similmente come l'anima la dà al corpo. 

E vedevo che l'Amore stava continuamente alla porta del cuor nostro per entrare dentro. E questo mi fece tornare alla mente quelle parole di Gesù: Io sto alla porta e busso (Ap 3, 20). 

Ma Egli non vi può entrare mentre che l'anima è piena d'amor proprio; ma levato via quello, allora Egli entra dentro. 

E capivo che quell'anima che ha in sé l'Amore e partecipa dei meriti del Sangue di Gesù, non può vedere in sé partecipazione alcuna di cosa creata, ma solo vuole partecipare dell’Amor puro e del Sangue. E così che essa non può vedere Dio in nessuno modo, cioè dico, che non comporta né di vederlo potente, né sapiente, ricco, né bello, né in altro modo, ma solo lo conosce Puro Dio in se stesso, Amar Se Stesso puramente e infinitamente et amare la creatura d'Amor puro e infinito. 

E mi pareva vedere che il nostro uomo interiore senza questo Amore e senza questo Sangue era come un corpo morto, il quale ha morti tutti i suoi sentimenti. 

Ma l’uomo interiore che ha questo Sangue e questo Amore è come un uomo vivo, che ha tutti i suoi sentimenti vivi e desti. E prima mi pareva che i suoi occhi fossero tanto puri e penetranti che non potevano vedere altro che Dio Puro, e Sangue, e Amore puro, e vedere se in Dio e Dio in se stesso. 

E ancora, gli occhi di questo uomo interiore erano tanto acuti, che penetravano sino a Dio e non potevano vedere altro che Dio. 

E così le sue orecchie non potevano udire né sentire cosa alcuna fuor di Dio. E mi pareva che fossero ancor esse così acute che sentissero il parlar di Dio, dico il parlare che Dio fa in Se Stesso, e il parlare ancora che Egli fa con la anima. E ancora che udissero per la loro acutezza i pensieri stessi di Dio. E qui mi sovvenne quel detto della Scrittura, che il Signore pensa pensieri di pace (cf Ger 29,11). 

L'odorato ancora di questo uomo interiore mi pareva che fosse tanto delicato, che non poteva sentire cosa alcuna che sapessi di terra o di cosa creata, ma solo sentire l'odore di Dio, d'Amore, e di Sangue sparso per Amore. 

Così similmente mi pareva che il gusto suo fosse tanto delicato e soave, che non poteva gustare né assaporare cosa alcuna fuor di Dio, ma solo voler gustare Dio Puro, Amor Puro, e Sangue sparso per amor puro; e fuor di questo ogni cosa al suo soave gusto pareva fango e melma. 

Il sentimento del tatto, intendevo che fosse ancor esso tanto gentile e puro che non potesse sentire da nessuna parte esser toccato da cosa immonda e impura e che sia di terra; ma solo con casti abbracci vuole toccare e abbracciare l'Amor Gesù, che è Dio e tutto puro in Sé, e fa puro anche chi Lo tocca.

AMDG et BVM