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venerdì 30 dicembre 2022

Sant'Antonio da Padova.

 

Pellicola fedele alla storia

https://www.youtube.com/watch?v=CyQSgXKs1i4

12.176 visualizzazioni • 19 giu 2009I Grandi Santi 

giovedì 14 maggio 2020

Se convertirai il peccatore dalla sua vita di errore...

1. In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: «Io vado a Colui che mi ha mandato, e nessuno di voi mi domanda: Dove vai?» (Gv 16,5). Dice Giacomo nell'epistola canonica: «L'agricoltore aspetta il prezioso frutto della terra, portando pazienza finché potrà raccogliere il frutto precoce e quello tardivo» (Gc 5,7). L'agricoltore, colui che coltiva il campo, è il predicatore, che nel sudore della sua fronte, col sarchio della parola coltiva il campo, cioè l'anima dei fedeli. Il campo si chiama in latino ager, perché in esso si opera (lat. agere), si lavora. I campi o si seminano, o si coltivano a piante, o si dispongono a pascolo, o si ornano con fiori diversi. Anche nell'anima è necessario fare sempre qualche cosa, perché non si avveri ciò che dice Salomone: «Sono passato per il campo dell'uomo pigro, ed ecco che le spine lo avevano invaso completamente» (Pro 24,30-31). Infatti dove c'è il torpore della pigrizia, subito prosperano le spine pungenti dei pensieri perversi. Perciò l'anima dev'essere seminata con la semente della predicazione, coltivata con le piante delle virtù, preparata a pascolo, cioè ai desideri della vita eterna, ornata di fiori diversi, vale a dire degli esempi dei santi. E se il campo sarà coltivato in questo modo, di esso dice il Signore: «Ecco, il profumo del figlio mio è come il profumo di un campo rigoglioso, che il Signore ha benedetto» (Gn 27,27).

    «L'agricoltore aspetta il prezioso frutto della terra». Per il fatto che il predicatore coltiva il campo del Signore, egli attende il frutto della terra, cioè della vita eterna. Per questo il Signore promette al predicatore: «Se convertirai (qualcuno), io convertirò te; e se separerai ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca» (Ger 15,19). «Se convertirai», cioè se farai convertire - come dice Giacomo - «il peccatore dalla sua via di errore» (Gc 5,20), io convertirò te infondendoti la grazia; e se avrai separato ciò che è prezioso, cioè l'anima che ho riscattato con il mio sangue prezioso, da ciò che è vile, cioè dal peccato, del quale nulla al mondo è più vile, sarai come la mia bocca, perché nella rigenerazione giudicherò gli empi per mezzo di te.


    Ma nel frattempo bisogna agire con pazienza. E quindi soggiunge: «Deve sopportare con pazienza, finché potrà raccogliere il frutto precoce e quello tardivo». Si chiama precoce ciò che matura prima, e tardivo quando la maturazione è completa. Quindi il predicatore, se sopporta con pazienza e con gioia, quando cade in varie tentazioni, riceverà il frutto precoce della grazia nel tempo presente, e quello tardivo della gloria nella vita futura. In proposito il Signore, nel vangelo di oggi, dice: «Vado da colui che mi ha mandato».

2. Osserva che in questo brano evangelico sono poste in evidenza tre fatti. Primo, il ritorno di Gesù Cristo al Padre, quando dice: «Vado da colui che mi ha mandato». Secondo, l'accusa fatta al mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio, dove dice: «Quando verrà lo Spirito, accuserà il mondo... «. Terzo, le ispirazioni dello Spirito di verità, dove conclude: «Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi insegnerà tutta la verità».

    In questa domenica e nella prossima si leggono le epistole canoniche. L'introito della messa di oggi esorta: «Cantate al Signore un canto nuovo» (Sal 97,1). E nell'epistola del beato Giacomo è detto: «Tutto ciò che ci viene dato di buono», ecc. (Gc 1,17): noi la divideremo in tre parti e ne faremo risaltare la concordanza con le tre suddette parti del vangelo. Le tre parti dell'epistola sono: primo: «Ogni ottimo regalo»; secondo: «Voi lo sapete, fratelli miei dilettissimi»; terzo: «Perciò, deposta ogni impurità», ecc



giovedì 7 maggio 2020

“La sua lingua, mossa dallo Spirito Santo, prese a ragionare di molti argomenti con ponderatezza, in maniera chiara e concisa”.

Sant’Antonio “Dottore dell’Evangelio”

Pubblichiamo un articolo di A. Gaspari apparso il 12 giugno 2016 su Zenit. Il mondo visto da Roma, alla vigilia della memoria liturgica di Sant’Antonio. Il Santo portoghese, noto in Italia come patavino, fu proclamato, nel 1946, Dottore della Chiesa da Papa Pio XII.
Aveva solo 36 anni quando il Signore lo ha ripreso in cielo, ma la sua testimonianza in terra è stata tale che ancora oggi a distanza di 821 anni dalla sua nascita, milioni di persone, lo pregano, lo ricordano, invocano la sua intercessione, e altrettante mettono il suo nome ai figli.
Stiamo parlando di Fernando Martins de Bulhões, noto al mondo come Antonio di Padova, religioso francescano portoghese, proclamato santo da papa Gregorio IX nel 1232 e dichiarato da Pio XII dottore della Chiesa nel 1946.
Avendolo conosciuto personalmente e in considerazione della mole di miracoli attribuitagli, Papa Gregorio IX lo canonizzò dopo solo un anno dalla morte.
Pio XII, nel 1946 lo ha innalzato tra i Dottori della Chiesa. Gli ha conferito il titolo di ‘Doctor Evangelicus’, in quanto nei suoi scritti e nelle prediche oltrechè nello stile di vita testimoniò in maniera profonda il Vangelo.
Sant’Antonio di Padova è festeggiato dalla Chiesa Cattolica il 13 giugno; è patrono del Portogallo, del Brasile e della Custodia di Terra Santa.
È patrono di un centinaio di città in Argentina, Brasile, Italia, Portogallo, Spagna. Il suo culto è fra i più diffusi al mondo.
Antonio fu primogenito di una famiglia benestante e aristocratica, Sua madre si chiamava Maria Tarasia Taveira e suo padre Martino Alfonso de’ Buglioni (Martinho Afonso de Bulhões), cavaliere del re e, secondo alcuni, discendente di Goffredo di Buglione.
La residenza della nobile famiglia era nei pressi della cattedrale di Lisbona, dove fu battezzato. Ebbe la prima educazione spirituale dai canonici della cattedrale. Intelligente, pacato, umile, all’età dei quindici anni decise di entrare a far parte dei Canonici regolari della Santa Croce dell’Abbazia di San Vincenzo di Lisbona.
La prima spinta forte verso il francescanesimo la ebbe nel 1219 quando a Coimbra vennero riportati i resti dei cinque martiri francescani Berardo, Ottone, Pietro, Accursio e Adiuto, che San Francesco aveva inviato in Marocco e che i musulmani avevano decapitato.
Antonio fu molto colpito da questa vicenda e raccontò in seguito che fu in quell’occasione che decide di diventare francescano e andare missionario.
Cambiò il suo nome di battesimo da Fernando in Antonio e si unì al romitorio dei francescani.
Insieme a un confratello, Filippino di Castiglia, nell’autunno del 1220 si imbarcò per andare in Missione in Marocco. Appena in Africa contrasse una malattia tropicale e fu deciso che tornasse a Coimbra, ma la nave si imbattè in una tempesta e naufragò vicino alle coste della Sicilia, vicino a capo Milazzo.
Dei pescatori portarono soccorso ai due frati, portati successivamente nel convento francescano.
Nel frattempo San Francesco D’Assisi aveva convocato un Capitolo Generale. Così nel 1221 Antonio si unì ai frati di Messina che a piedi partirono per andare nella valle della Porziuncola.
Al Capitolo arrivarono più di tremila frati. Antonio ebbe modo di incontrare san Francesco. Era il 30 maggio del 1221.
Le questioni discusse a quel Capitolo sono di grandissima attualità. Lassisti e Spiritualisti rischiavano di spaccare l’Ordine in due tronconi. L’Ordine s’era ingrandito tanto, ai giovani accorsi con entusiasmo mancava un’uguale adesione alla disciplina, mentre ai dotti risultavano strette le disposizioni sulla povertà assoluta.
Le cronache raccontano che con la mediazione del cardinale Capocci si giunse ad un compromesso che cercava di salvaguardare ad un tempo l’autorità morale di Francesco e l’integrità dell’Ordine. La nuova Regola verrà poi approvata da Papa Onorio III il 29 novembre 1223.
Antonio era sconosciuto, della sua umiltà e spiritualità se ne occupò Padre Graziano che guidava i frati della Romangna. Lo prese con sé e lo inviò all’eremo di Montepaolo, non lontano da Forlì dove si dedicò ad una vita semplice, a lavori umili, alla preghiera e alla penitenza.
Nella seconda metà del 1222 la comunità francescana scese a valle per assistere alle ordinazioni sacerdotali nella cattedrale di Forlì. Le cronache del tempo raccontano che venuta l’ora della conferenza spirituale il Vescovo ebbe bisogno di un buon predicatore che rivolgesse un discorso di esortazione e di augurio ai nuovi sacerdoti. Tutti si tirarono indietro ed il Vescovo ordinò a Antonio di mettere da parte ogni timidezza o modestia e di annunciare ai convenuti quanto gli venisse suggerito dallo Spirito.

La predica di Antonio fu eccezionale. E’ stato scritto che “La sua lingua, mossa dallo Spirito Santo, prese a ragionare di molti argomenti con ponderatezza, in maniera chiara e concisa”.
La predica fu così buona che i superiori richiamarono Antonio ad Assisi e lo destinarono alla predicazione per tutto l’ordine.
Lo stesso San Francesco scrisse “A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga in esso lo spirito di santa orazione e devozione, com’è prescritto nella regola”.
La fama predicatoria di Antonio era così nota che verso la fine del 1224, quando papa Onorio III chiese a Francesco di Assisi di inviare qualcuno dei suoi come missionario nella Francia meridionale per convertire i catari e gli albigesi, questi inviò Antonio.
Questa sua intensa attività di predicatore antieretico, gli valse il famoso appellativo di “martello degli eretici (malleus hereticorum)”.
Riguardo alla sua oratoria e al suo approccio umano, un cronista dell’epoca, il francese Giovanni Rigauldt, ha scritto che “gli uomini di lettere ammiravano in lui l’acutezza dell’ingegno e la bella eloquenza (…) Calibrava il suo dire a seconda delle persone, così che l’errante abbandonava la strada sbagliata, il peccatore si sentiva pentito e mutato, il buono era stimolato a migliorare, nessuno, insomma, si allontanava malcontento”.
Antonio era chiaro anche con i Vescovi, all’arcivescovo francese Simone de Sully, che si lamentava degli eretici, Antonio, invitato a predicare, disse: “Adesso ho da dire una parola a te, che siedi mitrato in questa cattedrale… L’esempio della vita dev’essere l’arma di persuasione; getta la rete con successo solo chi vive secondo ciò che insegna…”.
Lo stesso arcivescovo, riportano le cronache, chiese ad Antonio che lo confessasse per trovare la forza di mettere in pratica ciò che gli aveva ricordato.
Quando non aveva che 32 anni, Antonio fu nominato ministro provinciale per l’Italia settentrionale, in pratica, la seconda carica per importanza tra i Francescani.
Di sede a Padova, quando la città contava circa quindicimila abitanti ed era un grande centro di commerci e industrie, Antonio era la principale attrazione spirituale.
Chiese e piazze si riempivano per sentire i suoi sermoni o per confessarsi da lui.
La scottante dell’attualità degli insegnamenti di Sant’Antonio sono stupefacenti.
Le cronache e le agiografie riferite a quegli anni riportano come Antonio sapesse far convivere grande rigore e dolcezza d’animo.
Riporta la ‘Benignitas’: “Resse con lode per più anni il servizio dei frati, e sebbene per eloquenza e dottrina si può dire superasse ogni uomo d’Italia, tuttavia nell’ufficio di prelato si mostrava cortese in modo mirabile e governava i suoi frati con clemenza e benignità”.
Il suo biografo francese Giovanni Rigauld, ha scritto che nonostante la carica di Guardiano: “non sembrava affatto superiore, ma compagno dei frati; voleva essere considerato uno di loro, anzi inferiore a tutti. Quando era in viaggio, lasciava la precedenza al suo compagno… E pensando che Cristo lavò i piedi ai suoi discepoli, lavava anche lui i piedi ai frati e si adoperava a tenere puliti gli utensili della cucina”
Antonio stesso nei sermoni scrisse: “La vita del prelato deve splendere d’intima purezza, dev’essere pacifica con i sudditi, che il superiore ha da riconciliare con Dio e tra loro; modesta, cioè di costumi irreprensibili; colma di bontà verso i bisognosi. Invero, i beni di cui egli dispone, fatta eccezione del necessario, appartengono ai poveri, e se non li dona generosamente è un rapinatore, e come rapinatore sarà giudicato. Deve governare senza doppiezza, cioè senza parzialità, e caricare sé stesso della penitenza che toccherebbe agli altri”
In un’altra predicazione scrisse: “Assai più vi piaccia essere amati che temuti. L’amore rende dolci le cose aspre e leggere le cose pesanti; il timore, invece, rende insopportabili anche le cose più lievi”
In tempi in cui il potere temporale ed il possesso del denaro erano grandi tentazioni la Regola francescana imponeva ai Ministri Provinciali: “I frati, che sono ministri e servi degli altri frati, vìsitino e ammonìscano i loro fratelli e li corrèggano con umiltà e carità (…)
Benché sia permesso di provvedersi un buon corredo di cultura, pur si ricordi più di ogni altro di essere semplice nei costumi e nel contegno, favorendo così la virtù.
Abbia in orrore il denaro, rovina principale della nostra professione e perfezione; sapendo di essere capo di un Ordine povero e di dover dare il buon esempio agli altri, non si permetta alcun abuso in fatto di denaro.
Non sia appassionato raccoglitore di libri e non sia troppo intento allo studio e all’insegnamento, per non sottrarre all’ufficio ciò che dedica allo studio.
Sia un uomo capace di consolare gli afflitti, perché è l’ultimo rifugio dei tribolati, onde evitare che, venendo a mancare i rimedi per guarire, gli infermi non cadano nella disperazione.
Per piegare i protervi alla mansuetudine non si vergogni di umiliare e abbassare sé stesso rinunciando in parte al suo diritto per guadagnare l’anima”.
Come è evidente la storia, i miracoli, gli insegnamenti di Sant’Antonio tornano ad essere di grandissima attualità.
1. "Come un vaso d'oro massiccio, ornato di ogni specie di pietre preziose; come olivo che sta gemmando e come cipresso svettante verso l'alto" (Eccli 50,10-11).
    Dice Geremia: "Soglio della gloria dell'altezza fin dal principio, luogo della nostra santificazione, aspettazione di Israele" (Ger 17,12-13). Il soglio, come a dire seggio solido, è chiamato così dal verbo "sedersi". Soglio di gloria è la beata Maria, che in tutto fu solida e integra: in lei fu la gloria del Padre, cioè il Figlio sapiente, anzi la stessa Sapienza, Gesù Cristo, quando da lei assunse la carne. Leggiamo nel salmo: "Affinché la gloria abiti nella nostra terra" (Sal 84,10). La gloria dell'altezza, cioè degli angeli, abitò in terra, cioè nella nostra carne. La Vergine Maria fu il soglio della gloria, cioè di Gesù Cristo che è la gloria dell'altezza, vale a dire degli angeli. Infatti dice l'Ecclesiastico: "Firmamento dell'altezza è la sua bellezza, bellezza del cielo nella visione della gloria" (Eccli 43,1).
    Gesù Cristo è il "firmamento" ( da firmus), nel senso di sostegno, dell'altezza, cioè della sublimità angelica, che egli stesso ha confermato, mentre l'[angelo] apostata precipitava con i suoi seguaci. Leggiamo in Giobbe: "Tu forse hai fabbricato con lui i cieli, che sono saldissimi, quasi fusi", o fondati, "nel bronzo"? (Gb 37,18). Come dicesse: Non è stata forse la Sapienza del Padre che ha fabbricato i cieli, cioè la natura angelica? Infatti, "In principio Dio creò il cielo" (Gn 1,1): per "cielo" si intende ciò che nel cielo è contenuto.
    Quando gli angeli ribelli furono trascinati via con le catene dell'inferno (cf. 2Pt 2,4), gli angeli fedeli, che restarono uniti al sommo Bene, furono confermati nella stabilità come nel bronzo. Nella perennità del bronzo è raffigurata l'eterna stabilità degli angeli fedeli. Gesù Cristo, "firmamento" della sublimità angelica, è anche la loro bellezza. Infatti egli sazia della bellezza della sua umanità quelli che ha confermato con la potenza della sua divinità. C'è anche lo splendore del cielo, cioè di tutte le anime che abitano nei cieli; splendore che consiste nella visione della gloria. Mentre infatti contemplano faccia a faccia la gloria del Padre, risplendono essi stessi di gloria. Ecco dunque quanto grande è la dignità della Vergine gloriosa, che meritò di essere Madre di colui che è il "firmamento" e la bellezza degli angeli, e lo splendore di tutti i santi.
2. "Soglio di gloria dell'altezza fin dal principio", cioè dalla creazione del mondo, Maria fu predestinata a essere Madre di Dio con potenza, secondo lo spirito di santificazione (cf. Rm 1,4). E continua: "Luogo della nostra santificazione, aspettazione di Israele". La Beata Vergine fu il luogo della nostra santificazione, cioè del Figlio di Dio che ci ha santificati. Di questo luogo, egli stesso dice in Isaia: "L'abete, il bosso e il pino verranno insieme ad ornare il luogo della mia santificazione; e glorificherò il luogo dove ho posto i miei piedi" (Is 60,13). L'abete è così chiamato (lat. abies da abeo, vado via) perché più di tutti gli alberi si spinge in alto, e raffigura i contemplativi. Il bosso invece che non si spinge in alto e non produce frutto, ma ha un verde perenne, sta ad indicare i neocredenti, che si mantengono nella viva fede di un verde perenne. Il pino è un albero che deve il suo nome alla forma acuminata delle sue foglie: gli antichi infatti lo definivano "acuto"; esso indica i penitenti che, consci dei loro peccati, con l'acutezza della contrizione pungono il loro cuore, per farne sgorgare il sangue delle lacrime.
    Tutti costoro, cioè i contemplativi, i fedeli e i penitenti, in questa solennità vengono ad "onorare" con la devozione, con la lode e la celebrazione la Vergine Maria, che fu il luogo della santificazione di Gesù Cristo, nella quale egli stesso si è santificato. Infatti dice Giovanni: "Per loro io santifico me stesso" (Gv 17,19), di una santificazione creata, "affinché anch'essi siano santificati nella verità (Gv 17,19), cioè in me, che in me stesso, Verbo, santifico me stesso uomo, vale a dire per mezzo di me, Verbo, riempio me stesso di tutti i beni."E santificherò il luogo dei miei piedi". I piedi del Signore raffigurano la sua umanità; di essi Mosè dice: "Quelli che si avvicinano ai suoi piedi riceveranno la sua dottrina" (Dt 33,3). Nessuno può avvicinarsi ai piedi del Signore, se prima, come è detto nell'Esodo, non si è tolto i calzari, cioè le opere morte, dai piedi (cf. Es 3,5), vale a dire dagli affetti della mente. Avvicinati dunque a piedi nudi e riceverai il suo insegnamento. Dice infatti Isaia: "A chi comunicherà egli la scienza e a chi darà l'intelligenza delle cose udite? A quelli che sono divezzati dal latte e staccati dalle mammelle" (Is 28,9). Chi si allontana dal latte della concupiscenza del mondo e si stacca dalle mammelle della gola e della lussuria, sarà degno di essere ammaestrato nella scienza divina in questa vita, e di sentirsi dire nella vita futura: "Venite, benedetti del Padre mio!" (Mt 25,34).
    Il luogo dei piedi del Signore fu la Vergine Maria, dalla quale egli ricevette l'umanità; e oggi ha glorificato quel "luogo" perché ha esaltato Maria al di sopra dei cori degli angeli. Per questo ti è chiaro che la beata Vergine fu assunta in cielo anche con il corpo, che fu il luogo dei piedi del Signore. Leggiamo nel salmo: "Álzati, Signore, e vieni nel luogo del tuo riposo, tu e l'arca della tua santificazione" (Sal 131,8). Il Signore si alzò quando salì alla destra del Padre. Si alzò anche l'arca della sua santificazione quando, in questo giorno, la Vergine Madre fu assunta all'etereo talamo, alla gloria celeste. Sta scritto nella Genesi che l'arca si fermò sopra i monti dell'Armenia (cf. Gn 8,4). Armenia s'interpreta "monte staccato", e raffigura la natura angelica che è detta monte in relazione agli angeli che restarono fedeli, e staccato in riferimento a quelli che precipitarono nell'inferno. L'arca del vero Noè, che ci ha fatto riposare dalle nostre fatiche, nella terra maledetta dal Signore (cf. Gn 5,29), si fermò in questo giorno sopra i monti dell'Armenia, vale a dire sopra i cori degli angeli.
    A lode della beata Vergine, che è l'aspettazione di Israele, cioè del popolo cristiano, e per il maggior decoro di così grande solennità, illustrerò la citazione riportata all'inizio: "Come vaso di oro massiccio, ornato di ogni specie di pietre preziose; come olivo che sta gemmando e come cipresso svettante verso l'alto" (Eccli 50,10-11).
AMDG et DVM

mercoledì 12 giugno 2019

Festa del Santo

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Giugno
1. Il Signore preparerà per tutti i popoli su questo monte (di Sion) un banchetto di carni grasse... e di vini prelibati (cf. Is 25,6). È ciò che fa oggi la chiesa, per la quale Cristo ha preparato un banchetto splendido e sontuoso, di una duplice e abbondante ricchezza: diede il suo vero corpo e il suo vero sangue, e comandò che fosse dato anche a tutti quelli che avrebbero creduto in lui.
Perciò si deve credere fermamente e confessare con la bocca che quel corpo che la Vergine partorì, che fu inchiodato sulla croce, che giacque nel sepolcro, che risuscitò il terzo giorno, che salì alla destra del Padre, egli lo diede realmente agli apostoli, e la chiesa ogni giorno lo "prepara" e lo distribuisce ai suoi fedeli.

2. Il contemplativo, quando si alza alle sfere superiori, non percorre una via stabilita o diritta, perché la contemplazione non è in potere del contemplativo, ma dipende dalla volontà del creatore, il quale elargisce la dolcezza della contemplazione a chi vuole, quando vuole e come vuole.

3. Il gaudio della speranza del cielo e l'ascolto dei divini precetti seppelliscono il giusto nella duplice spelonca della vita attiva e contemplativa, perché sia protetto al riparo del volto di Dio, nascosto agli intrighi degli uomini e lontano dalle lingue che contraddicono (cf. Sal 30,21).

4. Nella penitenza, come nella mandorla, ci sono tre elementi: la corteccia amara, il guscio solido, il seme dolce. Nella corteccia amara è indicata l'amarezza della penitenza, nel guscio solido la costanza della perseveranza e nel seme dolce la speranza del perdono.

5. Benché l'albero, cioè il corpo dell'uomo, venga tagliato dalla scure della morte, sia invecchiato, decomposto nella terra e ridotto in polvere, tuttavia l'uomo deve avere la speranza ch'esso rifiorirà, cioè risorgerà, e che le sue membra ricresceranno e che, al sentore dell'acqua, cioè per la munificenza della sapienza divina, germoglierà di nuovo e ritornerà al suo splendore, come nel paradiso terrestre.

6. Colui che nutre la speranza dei beni eterni è pieno dell'umore della devozione. Invece la speranza posta nei beni terreni non produce il frutto della carità; è piccola e meschina perché non cresce in Dio; è insipida perché la sua sapienza non è condita con il divino sapore.

7. Quando all'inizio della conversione e della nuova vita scoppiano i tuoni, cioè le tentazioni della prosperità o delle avversità, queste riescono spesso a guastare le uova della speranza e dei santi propositi. Quindi il figlio della grazia deve domandare al Padre della misericordia l'uovo della speranza dei beni eterni perché, come dice Geremia, "benedetto è l'uomo che confida nel Signore: il Signore stesso sarà la sua speranza" (Ger 17,7).

8. Come si deve aver paura del pungiglione che lo scorpione ha sulla coda, così è un atto contrario alla speranza guardare indietro, cioè al passato: la speranza è la virtù che si protende in avanti, che aspira cioè ai beni futuri.

9. Leggiamo in Giobbe: "Il legno (l'albero) ha una speranza: se viene tagliato, ancora ributta" (Gb 14,7). Così l'uomo ha e deve avere la speranza che il legno, cioè il suo corpo, dopo essere stato tagliato dalla scure della morte, rifiorirà nella risurrezione finale.

10. Dove ci sono timore e speranza, lì c'è una vita impegnata in Dio. E considera ancora che l'olio galleggia su tutti i liquidi, e per questo simboleggia la speranza, che ha per oggetto le cose eterne, le quali sono al di sopra di ogni bene transitorio. Infatti si chiama speranza, in latino spes, perché è il piede, in latino pes, per camminare verso il Signore. Speranza è attesa dei beni futuri, ed essa esprime il sentimento dell'umiltà e un'attenta dedizione di sudditanza.

11. Quelli che non sperano in se stessi ma solo nel Signore, che è il Dio della speranza, riacquisteranno forza, per essere forti in lui, anche se sono deboli in questo mondo.

12. Come l'uccello è fornito di due ali, così nell'anima c'è la fede e la speranza. La fede e la speranza riguardano le cose invisibili, e quindi dalle cose visibili innalzano a quelle invisibili. Ma coloro che hanno la fede solo a parole, che pongono la loro speranza solo in se stessi e nelle loro cose e pongono la fiducia nell'uomo, costoro bramano avidamente le cose terrene, gustano solo quelle e solo su quelle si fermano.

13. La virtù dei santi è come il piombino del muratore che controlla la perpendicolarità dei muri... Quando si celebrano le feste dei santi, viene teso questo piombino sulla vita dei peccatori; e quindi celebriamo le loro feste per avere dalla loro vita una norma per la nostra. È ridicolo perciò nelle solennità dei santi, volerli onorare con i cibi (con grandi pranzi), quando sappiamo che essi hanno conquistato il cielo con i digiuni.

14. Giuseppe e Maria sono figura della speranza e del timore, che sono come i "genitori" del giusto. La speranza è l'attesa dei beni futuri, che genera un sentimento di umiltà e una pronta disponibilità di servizio. La speranza è detta in latino spes, quasi pes, piede, passo di avanzamento: ecco l'aumento, l'accrescimento. Al contrario si dice disperazione, quando non c'è nessuna possibilità di andare avanti, poiché quando uno ama il peccato non spera certo nella gloria futura. E perché la speranza non degeneri in presunzione, dev'essere unita al timore, che è principio della saggezza (Sal 110,10; Eccli 1,16), al cui possesso nessuno può giungere se prima non ha assaporato l'amarezza del timore. Per questo è detto nell'Esodo che i figli d'Israele, prima di arrivare alla dolcezza della manna, trovarono l'amarezza dell'acqua di Mara (cf. Es 15,23). Bevendo una medicina amara si arriva alla gioia della guarigione.

15. "Ogni ipocrita è malvagio" (Is 9,17), dice Isaia; e Michea: "Il migliore tra di essi è come un pruno, e il più retto come le spine della siepe" (Mic 7,4). Veramente oggi molti sono ipocriti, pruni e spine. L'ipocrita è colui che finge di essere ciò che non è; è come il cespuglio di pruni, che sembra morbido nelle parole, ma punge con i fatti; è come le spine che feriscono i passanti per succhiarne il sangue della lode e del denaro.

16. Gesù Cristo darà il premio della vita eterna a colui che avrà sconfitto l'appetito della carne, avrà imitato gli esempi dei santi, e avrà scacciato gli zoppi e i ciechi, cioè i prelati e i sacerdoti che zoppicano da entrambi i piedi, vale a dire nei sentimenti e nelle opere, e che sono ciechi da entrambi gli occhi, vale a dire nella vita e nella scienza. Costoro hanno in odio la vita di Gesù Cristo, poiché vendono al diavolo la loro anima, per la quale Cristo ha dato la sua vita.

17. Come nelle mani ci sono dieci dita, così dieci sono le specie di flagellazione, cioè di mortificazione che dobbiamo praticare: la rinuncia alla propria volontà, l'astinenza dal cibo e dalla bevanda, la rigorosità del silenzio, le veglie di preghiera durante la notte, l'effusione delle lacrime, il dedicare un congruo tempo alla lettura, il lavoro materiale, la generosa partecipazione alle necessità del prossimo, il vestire dimessamente, il disprezzo di sé. Con queste dieci dita dobbiamo afferrare il flagello e colpirci senza pietà, senza misericordia, quasi con ferocia, perché nel giorno del castigo che spezzerà le ossa, possiamo trovare misericordia.

18. Come l'oro è superiore a tutti i metalli, così la scienza sacra è superiore a ogni altra scienza: non sa di lettere chi non conosce le "lettere sacre".

19. Gesù Cristo fu misericordioso nell'Incarnazione, forte e valoroso nella Passione e sarà sommamente desiderabile per noi nella beatitudine eterna. Parimenti è misericordioso nell'infusione della grazia.

20. La nostra anima è il giardino nel quale Cristo, come un giardiniere, mette a dimora i misteri della fede e poi la irriga quando le infonde la grazia della compunzione. Egli l'ha generata nei dolori della sua Passione.

21. Il giusto, nell'abbondanza della grazia che gli è elargita, entra nel sepolcro della vita contemplativa; come a suo tempo il mucchio di grano viene portato nel granaio, così, soffiata via la paglia delle cose temporali, la sua mente si rinchiude nel granaio della pienezza celeste e così rinchiusa si sazia della sua dolcezza.

22. Il volto del Padre è il Figlio. Come infatti una persona si riconosce dal volto, così per mezzo del Figlio conosciamo il Padre. Quindi la luce del volto di Dio è la conoscenza del Figlio e l'illuminazione della fede, che nel giorno della Pentecoste fu segnata e impressa nel cuore degli apostoli.

23. L'edera che da se stessa non può spingersi in alto, ma lo fa attaccandosi ai rami di qualche albero, sta a significare il ricco di questo mondo, il quale può elevarsi al cielo non per se stesso, ma con le elemosine elargite ai poveri, che lo sollevano a modo di braccia.

24. Giovanni (Battista) è detto "cervo slanciato", cioè agile e veloce, che scavalca luoghi spinosi e scoscesi, perché incrementa la corsa con i salti. Così il beato Giovanni scavalcò rapidamente le ricchezze del mondo, raffigurate nelle spine, e i piaceri della carne, paragonati alle scabrosità del suolo. Se egli, santificato già nel grembo materno e del quale, a testimonianza del Signore, uno più grande non ci fu tra i nati di donna, si tormentò con vesti così rozze e visse con cibo così povero, cosa possiamo dire noi, miseri peccatori, concepiti nei peccati, pieni di vizi, che detestiamo ogni asprezza e cerchiamo delicatezze e comodità?

25. Quando nel cuore dell'uomo ci sono le tenebre del peccato mortale, l'uomo è in preda alla mancanza della conoscenza di Dio e all'ignoranza della propria fragilità, e non sa distinguere il bene dal male. Invece la luce che illumina l'anima è la contrizione del cuore, che produce la conoscenza di Dio e della propria infermità, e mostra la differenza tra l'uomo retto e quello malvagio.

26. Come l'aurora segna la fine della notte e l'inizio del giorno, così la contrizione segna la fine del peccato e l'inizio della penitenza.

27. L'anima fedele che in Matteo viene chiamata "vigna", deve essere sarchiata con il sarchio (la zappa) della contrizione, potata con la falce della confessione e sostenuta con i paletti della penitenza (o soddisfazione).

28. Cingiti con la cintura della confessione e raccogli i tuoi vestiti perché non scendano a toccare le cose immonde della strada. E non voler passare per l'abbondanza dei beni terreni, dove molti si sono perduti, ma scegli di passare per la semplicità e le strettezze della povertà.

29. Coloro che rinnegano Cristo tre volte nelle tenebre dei peccati, al canto del gallo, cioè alla predicazione della parola di Dio, si pentano, per essere poi capaci, nella luce della penitenza, insieme con il beato Pietro, di dichiarare per tre volte: "Amo, amo, amo". Amo con il cuore per mezzo della fede e della devozione; amo con la lingua con la professione della verità e con l'edificazione del prossimo; amo con la mano mediante la purezza delle opere.

30. Ogni giorno il ventre esige ad alta voce il tributo della gola; ma il penitente non lo ascolta per nulla, perché gli obbedisce non per il piacere, ma solo per necessità.

AMDG et DVM

sabato 2 giugno 2018

IL SANTO

Sant'ANTONIO DI PADOVA dice:

"Come nelle mani ci sono dieci dita, così dieci sono le specie di flagellazione, cioè di mortificazione che dobbiamo praticare: 

la rinuncia alla propria volontà, 
l'astinenza dal cibo e dalla bevanda, 
la rigorosità del silenzio, 
le veglie di preghiera durante la notte, 
l'effusione delle lacrime, 
il dedicare un congruo tempo alla lettura, 
il lavoro materiale, 
la generosa partecipazione alle necessità del prossimo, 
il vestire dimessamente, 
il disprezzo di sé. 

Con queste dieci dita dobbiamo afferrare il flagello e colpirci senza pietà, senza misericordia, quasi con ferocia, perché nel giorno del castigo che spezzerà le ossa, possiamo trovare misericordia."

E Tu, o Signore, abbi misericordia di noi!

sabato 8 aprile 2017

SETTIMANA SANTA



DOMENICA DELLE PALME
Temi del sermone

– Vangelo delle Palme: “Mentre si avvicinava a Gerusalemme, Gesù...”; vangelo che si divide in quattro parti.
– Anzitutto sermone sulla passione di Cristo, rivolto all’anima del peccatore: “Sali a Galaad”.

– Parte I: Sermone in lode della beata Vergine: “Avvicinandosi Gesù”; lo struzzo e il suo simbolismo.
– Sermone morale ai peccatori convertiti: “Gesù, sei giorni prima della Pasqua”.
– Sermone sulla triplice luce del monte degli Ulivi e suo significato.

– Parte II: Sermone contro i religiosi e i chierici (clero), raffigurati nell’asino e nel suo puledro: “Allora mandò due discepoli”.

– Parte III: Sermone sull’umiltà, la povertà e la passione di Cristo: “Dite alla figlia di Sion”.
– Sermone contro i prelati superbi: “Disperderò la quadriga di Efraim”.
– Sermone al vescovo: “Il re seduto su di un’asina”.

– Parte IV: Sermone sull’imitazione degli esempi dei santi: “Vi prenderete i frutti dell’albero”.

esordio - sermone sulla passione di cristo

1. In quel tempo: “Mentre si avvicinava a Gerusalemme, Gesù, arrivato a Betfage presso il monte degli Ulivi” (Mt 21,1), ecc.
Geremia così parla all’anima peccatrice: “Sali a Galaad e prendi della resina, o vergine figlia dell’Egitto” (Ger 46,11). La figlia dell’Egitto è l’anima accecata dai piaceri di questo mondo: Egitto s’interpreta “tene­bre". Infatti Geremia continua: “Come mai il Signore, nella sua ira, ha coperto”, cioè ha permesso che forse coperta, “di caligine la figlia di Sion?” (Lam 2,1), cioè l’anima, che dev’essere figlia di Sion? Essa è detta vergine perché sterile di buone opere. E di nuovo Geremia: “Il Signore ha pigiato il torchio alla vergine figlia di Sion” (Lam 1,15), cioè l’ha condannata alla pena eterna, perché restò sterile della prole delle buone opere. E le dice: “Sali”, con i piedi dell’amore, con i passi della devozione, “a Galaad”, che s’interpreta “cumulo di testimonianze”; sali cioè sulla croce di Gesù Cristo, sulla quale sono accumulate innumere­voli testimonianze della nostra redenzione, vale a dire i chiodi, la lancia, il fiele, l’aceto e la corona di spine; e da lì “prendi la resina”.
La resina è una lacrima, una goccia, che stilla da un albero. La resina migliore di tutte è quella del terebinto (la trementina). Essa raffigura la goccia del sangue preziosissimo che fluì dall’albero, piantato nel giardino delle delizie (cf. Gn 2,8), “lungo il corso delle acque” (Sal 1,3), per la riconciliazione del genere umano.
Prendi dunque, o anima, questa resina e ungi le tue ferite, perché essa è il medicamento più potente ed efficace per risanarle, per ottenere il perdono e per infondere la grazia. Sali quindi a Galaad, sali cioè con Gesù a Gerusalemme, perché anche lui vi è salito nel giorno di festa (cf. Gv 7,8). Infatti dice il vangelo di oggi: “Avviatosi Gesù a Gerusalemme”, ecc.

2. In questo vangelo si devono osservare quattro momenti. Primo: Gesù che si avvicina a Gerusalemme: “Mentre si avvicinava”, ecc. Secondo: l’invio dei due discepoli al villaggio: “Allora mandò due dei suoi discepoli”, ecc. Terzo: l’assidersi del re mansueto, povero e umile, su di un’asina e il suo puledro: “Ecco il tuo re viene, seduto su un’asina”, ecc. Quarto: l’entusiasmo e le acclamazioni della folla: Osanna al Figlio di Davide”, e “Una folla grandissima”, ecc.

I. Gesù si avvicina a Gerusalemme

3. “Mentre si avvicinava a Gerusalemme, Gesù...”, ecc. Osserva che il Signore, quando andò a Gerusalemme, fece questo percorso: dapprima arrivò a Betania, da Betania si recò a Betfage, da Betfage al monte degli Ulivi, e dal monte degli Ulivi arrivò a Gerusalemme. Vedremo che cosa significhi tutto questo: prima il significato allegorico e poi quello morale.
Betania, che s’interpreta “casa dell’obbedienza”, o “casa del dono di Dio”, o anche “casa gradita al Signore”, raffigura la Vergine Maria, che obbedì alla voce dell’ange­lo, e quindi meritò di accogliere il dono celeste, il Figlio di Dio, e così fu gradita al Signore più di ogni altra creatura. Infatti è detto di lei nei Proverbi: “Molte figlie hanno radunato ricchezze, ma tu le hai superate tutte” (Pro 31,29). Nessun santo ha accumulato nella sua anima tanta ricchezza di virtù quanto la Vergine Maria, la quale per la sua straordinaria umiltà, per il fiore incontaminato della verginità, meritò di concepire e di partorire il Figlio di Dio, “che è al di sopra di tutto, Dio benedetto nei secoli” (Rm 9,5).
E da questa Betania Gesù si recò a Betfage, che s’interpreta “casa della bocca”. Essa raffigura la predicazione di Gesù. Per questo arrivò prima a Betania, cioè assunse umana carne dalla Vergine, per poi dedicarsi alla predicazione. Egli stesso dice: “Andiamo nei villag­gi vicini e nelle città, perché io predichi anche là: per questo infatti sono venuto” (Mc 1,38).
E da Betfage si recò al monte degli Ulivi, cioè della misericordia. Èleos (termine greco che assomiglia al latino òlea, olivo) s’interpreta “misericordia”. Il monte degli Ulivi sta a indicare la grandezza dei miracoli che Gesù misericordioso e benigno operò a favore dei ciechi, dei lebbrosi, dei posseduti dal demonio e dei morti. E tutti questi miracolati dicono per bocca di Isaia: “Tu, Signore, sei il nostro padre, il nostro salvatore: questo è il tuo nome dall’eternità” (Is 63,16). Nostro padre per la creazione, nostro salvatore per i miracoli operati; questo è il tuo nome dall’eternità perché sei benedetto nei secoli.
E dal monte degli Ulivi andò a Gerusalemme, per compiere l’opera della nostra salvezza, per la quale era venuto; per riscattare col suo sangue dalle mani del diavolo il genere umano, schiavo nel carcere dell’inferno da oltre cinquemila anni. Quindi Cristo in questo modo ci ha liberati, come quell’uccello, che si chiama struzzo, libera il suo nato.
Si racconta che il sapientissimo re Salomone possedeva una specie di uccello, appunto uno struzzo, il cui nato aveva chiuso in un vaso di vetro: la madre lo guardava piena di dolore, ma non poteva averlo. Finalmente, per lo straordinario amore che nutriva per il figlio, andò nel deserto dove trovò un verme; lo portò via e lo lacerò sopra il vaso di vetro. Il potere del sangue del verme spezzò il vetro e così lo struzzo liberò il suo nato. Vediamo che significato abbiano l’uccello, il nato, il vaso di vetro, il deserto, il verme e il suo sangue.
Questo uccello simboleggia la divinità; il suo nato raffigura Adamo e la sua discendenza, il vaso di vetro il carcere dell’inferno, il deserto il grembo verginale, il verme l’umanità di Cristo, il sangue la sua passione.
Dio, per liberare il genere umano dal carcere dell’inferno e dalla mano del diavolo, venne nel deserto, cioè nel grembo della Vergine, dalla quale assunse il “verme”, cioè l’umanità. Egli stesso ha detto: “Io sono un verme e non un uomo” soltanto (Sal 21,7), perché era Dio e uomo. Lacerò questo verme sul patibolo della croce e dal suo fianco uscì il sangue, il cui potere spezzò le porte dell’inferno e liberò il genere umano dalla mano del diavolo.

4. Vedremo anche quale significato morale abbiano Betania, Betfage, il monte degli Ulivi e Gerusalemme.
Dice Giovanni nel suo vangelo: “Gesù, sei giorni prima della Pasqua”, cioè il sabato che precede la domenica delle Palme, “arrivò a Betania, dov’era morto Lazzaro, che poi egli aveva risuscitato. Gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali, insieme con Gesù. Maria allora prese una libbra di puro (pisticus) nardo prezioso e ne cosparse i piedi di Gesù” (Gv 12,1-3). Invece Matteo e Marco dicono che versò il nardo profumato sopra il capo di Gesù, adagiato a mensa (cf. Mt 26,7; Mc 14,3).
Betania s’interpreta “casa dell’afflizione”. E questa è la contrizione del cuore, della quale parla il Profeta: “Sono afflitto e umiliato all’estremo: ruggisco per il fremito del mio cuore” (Sal 37,9). Il questa casa è stato risuscitato Lazzaro, il cui nome s’inter­preta “aiutato”. Infatti nella casa della contrizione il peccatore viene risuscitato, viene aiutato con la grazia divina, e quindi dice con il Profeta: “In lui ha sperato il mio cuore e sono stato aiutato” (Sal 27,7). Quando il cuore spera, la grazia viene in aiuto. E il cuore può sperare nell’indulgenza e nel perdono, quando lo tormenta il dolore della contrizione per il peccato commesso.
“Allora gli fecero una cena e Marta serviva”. Le due sorelle del peccatore risuscitato dalla morte del peccato, Marta, il cui significato è “che provoca” o “che irrita”, e Maria, che s’interpreta “stella del mare”, sono il timore della pena e l’amore della gloria. Il timore della pena provoca il peccatore al pianto, e lo stimola quasi come un segugio a ricercare il peccato e a confessarlo con tutte le sue circostanze. L’amore della gloria illumina, il timore sprona, l’amore conforta.
“Marta”, dice, “serviva”. Il timore che cosa serve? Certamente il pane del dolore e il vino della compunzione. Questa è la cena di Gesù, e di essa dice Matteo: “Mentre cenavano, Gesù prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli... E prendendo il calice, rese le grazie e lo diede loro dicendo: Bevetene tutti” (Mt 26,26-27).
“Lazzaro poi era uno dei commensali, insieme con Gesù”. Perché non sembrasse un fantasma, ma fosse evidente la sua risurrezione, egli mangia e beve. Che grande grazia! Il peccatore, che prima era disteso nella tomba, ora è adagia­to a mensa e banchetta con Gesù e i suoi discepoli; egli che prima bramava di riempirsi il ventre, cioè la mente, delle carrube dei porci, cioè delle sozzure dei demoni, e nessuno gliene dava (cf. Lc 15,16).
“Maria allora prese una libbra di vero nardo prezioso”. La libbra consta di dodici once: e qui abbiamo una specie di peso perfetto, perché consta di tante once quanti sono i mesi dell’anno. La libbra poi è così chiamata perché è “libera” e perché comprende in se stessa tutti i pesi. Nardo vero (genuino) è detto in latino pisticus, cioè autentico, senza contraffazioni, e deriva dal greco pistis, che vuol dire fede.
La libbra, composta di dodici once, è la fede dei dodici apostoli, libera e perfetta. Maria dunque, cioè l’amore della gloria celeste, unge il capo della divinità e i piedi dell’umanità con una libbra di nardo genuino, riconoscendo che Cristo è Dio e uomo, che nacque e subì la passione. E così la casa, cioè la coscienza del penitente, viene riempita del profumo dell’unguento (cf. Gv 12,3), dicendo con la sposa del Cantico dei Cantici: O Signore Gesù, con la fune del tuo amore trascinami dietro a te, perché io corra nel profumo dei tuoi unguenti (cf. Ct 1,3), perché io da Betania arrivi a Betfage.

5. Betfage s’interpreta “casa della bocca”, e sta ad indicare la confessione, nella quale dobbiamo essere come residenti, non come ospiti di una notte che è passata (cf. Sap 5,15), affinché non ci avvenga ciò che dice Geremia: “Così dice il Signore di questo popolo: gli è piaciuto tenere in movimento i piedi e non si è fermato: per questo non gli è gradito; ora egli ricorda le loro iniquità e visiterà (punirà) i loro peccati” (Ger 14,10).
“E da Betfage andò al monte degli Ulivi”. Ricorda che il monte degli Ulivi era detto il “monte delle tre luci” perché era illuminato dal sole, da se stesso e dal tempio: dal sole perché, rivolto a oriente, ne riceveva i raggi; da se stesso per l’abbondanza dell’olio che produceva; dal tempio, a motivo dele lampade che di notte vi ardevano e illumina­vano anche il monte.
Il monte degli Ulivi raffigura l’importanza della soddisfazione (penitenza) alla quale deve arrivare il penitente dalla casa della confessione. E giustamente la soddisfazio­ne è detta “monte delle tre luci”. Infatti l’uomo, sostando nell’opera di penitenza, viene illuminato dal sole di giustizia Cristo Gesù, che dice di se stesso: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12); viene illuminato da se stesso, perché deve essere fornito di olio abbondante, cioè di misericordia, verso se stesso e verso il prossimo; infatti dice Giobbe: “Visitando i tuoi simili non peccherai” (Gb 5,24). Disse un santo: “Mai l’anima potrà meglio vedere al di sopra di sé i suoi simili per mezzo della verità, come quando la carne si piega al di sotto di sé, verso il suo simile, per mezzo della carità”. Sarà illuminato anche dal tempio, cioè dalla comunità dei fedeli, ai quali dice l’Apostolo: “Santo è il tempio di Dio, che siete voi” (1 Cor 3,17).
E dal monte degli Ulivi andò a Gerusalemme. Infatti queste tre cose, la contrizione del cuore, la confessione della bocca e l’opera di penitenza, che soddisfa il debito del peccato, conducono alla luce, alla Gerusalemme celeste, alla beatitudine eterna. Quindi giustamente è detto: “Gesù, essendosi avvicinato a Gerusalemme...”, ecc.

II. l’invio dei due discepoli al villaggio

6. “Gesù mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: “Andate nel villaggio (castellum) che vi sta di fronte: subito troverete un’asina legata e con essa il suo puledro: scioglieteli e conduceteli a me” (Mt 21,1-2). Vedremo che cosa rappresentino in senso morale i due discepoli, il villaggio, l’asina e il suo puledro.
Il discepolo è così chiamato perché impara (discit) la disciplina. Il villaggio (castellum) è costituito da una muraglia che circonda tutt’all’intorno una torre, situata al centro. L’asino, o asina, è così chiamato perché, diciamo, “lascia le cose alte” (lat. alta sinens); puledro (pullus) è come pollutus, impuro, macchiato, perché nato da poco. Quindi i due discepoli del giusto, che imparano la disciplina della pace, sono il disprezzo del mondo e l’umiltà del cuore.
Questi due discepoli sono Mosè e Aronne che fanno uscire gli ebrei dall’Egitto, sono le due stanghe che servivano per trasportare l’arca della testimonianza, sono i due cherubini che guardano il “propiziatorio” (il coperchio d’oro dell’arca), rivolti uno verso l’altro (cf. Es 25,17-18).
In Mosè che, come dice l’Apostolo, “stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori dell’Egitto” (Eb 11,26), è raffigurato il disprezzo del mondo. In Aronne che spense il fuoco e placò l’ira di Dio perché non infie­risse su tutto il popolo (cf. Nm 16,46-49), è indicata l’umiltà del cuore che spegne il fuoco della suggestione diabolica e placa l’ira della punizione divina. Questi due discepoli, come due stanghe inflessibili, portano l’arca del testamento, cioè la dottrina di Gesù Cristo, oppure l’obbe­dienza al prelato. Guardano verso il propiziatorio, cioè verso lo stesso Gesù Cristo, che è “propi­ziazione” per i nostri peccati (cf. 1Gv 4,10); guardano, dirò ancora, a Cristo adagiato nella mangiatoia, inchiodato sulla croce, deposto nel sepolcro.
Il giusto manda questi due discepoli, dicendo: “Andate nel villaggio (castello) che sta di fronte a voi”. Il castello (villaggio) è costituito, come abbiamo già detto, di un muro perimetrale e di una torre: nel muro è indicata l’abbondanza delle cose temporali, nella torre la superbia del diavolo. Come nel muro si sovrappone pietra a pietra, e le pietre si saldano tra loro con il cemento, così nell’abbondanza delle cose temporali il denaro si aggiunge al denaro, si unisce casa a casa, si aggiunge campo a campo (cf. Is 5,8), e tutto si attacca tenacemente con il cemento della cupidigia. Di questo muro dice Isaia: “Il mio ventre suonerà a Moab come una cetra, e le mie viscere al muro di mattoni cotti (al fuoco)” (Is 16,11). E Geremia, quasi con le stesse parole: “Il mio cuore suonerà a Moab come i flauti, il mio cuore darà un suono di flauti per gli uomini del muro di mattone cotto” (Ger 48,36). Nel ventre è designata la mente, nella cetra o nel flauto la melodia della predicazione. Con cuore e mente compunti e con la melodia della predicazione, Isaia e Geremia, cioè ogni predicatore, deve suonare a Moab, che s’interpreta “dal padre”, cioè al peccatore, che proviene da quel padre che è il diavolo, che costruisce il muro di cotto e di mattoni di argilla, cioè l’abbondanza dei beni temporali: cotto, perché indurito al fuoco della cupidigia, di argilla perché destinato a crollare. Parimenti nella torre è indicata la superbia del diavo­lo. Questa è la torre di Babele, cioè della confusione, la torre di Siloe che, come si legge nel vangelo di Luca, crollando uccise diciotto uomini (cf. Lc 13,4). Il giusto manda contro questo castello (villaggio) due suoi discepoli, cioè il disprezzo del mondo, perché faccia crollare il muro dell’ab­bon­danza transitoria, e l’umiltà del cuore perché abbatta la torre della superbia.

7. E dice giustamente: “che sta di fronte (lat. contra) a voi”. L’abbondanza di questo mondo è sempre contraria alla povertà, e la superbia contraria all’umiltà. In questo castello si trova un’asina legata e con essa il suo puledro (l’asinello). L’asina, che lascia le cose alte e cammina in piano, rappresenta la vita dei chierici e dei religiosi che, abbandonata l’altezza della contemplazione, procede pigra e fatua tra le bassezze del piacere carnale. Ahimè, con quante catene di piaceri, con quante funi di peccati viene tenuta legata quest’asina!
“E insieme ad essa un puledro (asinello). Questo puledro di asina raffigura il chierico o il religioso, che giustamente è detto puledro (pullus), perché è macchiato (pollutus) da molti vizi. È trovato insieme con l’asina, attaccato alle sue mammelle, della gola e della lussuria, succhiando da tergo. Di entrambi si lamenta il Signore, con le parole di Geremia: “Io li ho saziati ed essi hanno fornicato, e nella casa della meretrice si sono dati alla lussuria” (Ger 5,7). E più avanti dice che la cintura di Geremia era marcita nel fiume Eufrate, di modo che non serviva più a nulla (cf. Ger 13,7). “La cintura di castità” di tanti chierici e di tanti religiosi imputridisce nel fiume Eufrate, che s’interpreta “fertile”, e indica l’abbon­danza di beni temporali – dalla pinguedine infatti proviene l’iniquità –, di modo che essi a nient’altro sono buoni, se non ad essere gettati nel letamaio dell’inferno.
“Scioglieteli e portateli da me”. O Signore Gesù, cos’è quello che dici? Chi mai potrà sciogliere le catene dei chierici e dei falsi religiosi, le ricchezze, gli onori e i piaceri con i quali sono tenuti legati, abbattere la loro superbia e condurli a te? “Tutti, dice Geremia, sono come un cavallo che corre impetuosamente” (Ger 8,6); “La loro corsa è verso il male e la loro forza è diversa” (Ger 23,10) dall’immagine, a somiglianza della quale li ho creati (cf. Gn 1,26); o anche è diversa perché non da un vizio solo, ma da diversi vizi sono contaminati.
Perciò continua Geremia: “Sia il profeta che il sacerdote sono immondi, e nella mia casa ho trovato la loro malvagità. Tutti sono diventati per me come gli abitanti di Sodoma e Gomorra. Per questo dice il Signore: Io li ciberò di assenzio”, cioè dell’amarez­za della morte eterna, “e li abbevererò di fiele”, cioè con l’amarezza del rimorso di coscienza. “Perché dai profeti di Gerusalemme”, cioè dai chierici e dai religiosi, “è uscita l’empietà su tutta la terra” (Gn 23,11.14-15).
“Scioglieteli, dice Gesù, e portateli a me!” Il disprezzo del mondo e l’umiltà dell’a­ni­mo sciolgono tutti i legami e portano al Signore l’asina e il suo puledro.

III. Gesù Cristo, re seduto sull’asina e il suo puledro

8. “Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta”, cioè da Zaccaria: “Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te mite, assiso su di un’asina e con un puledro, figlio di bestia da soma” (Mt 21,4-5). E queste sono, alla lettera, le parole di Zaccaria: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme: Ecco, a te viene il tuo re; egli è giusto e salvatore. Egli è povero e siede su di un’asina, su un puledro figlio di asina. Disperderò le quadrighe da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, e l’arco di guerra sarà spezzato” (Zc 9,9-10). Sion e Gerusalemme sono la medesima città, perché Sion è la torre di Gerusalemme, e raffigura la Gerusalemme cele­ste, nella quale c’è l’eterna contemplazione e la visione della pace assoluta.
La figlia di Sion è la santa chiesa alla quale, o predicatori, dovete dire: “Esulta grandemente nella fatica, giubila nel tuo animo”. Il giubilo infatti nasce nel cuore con sì grande letizia, quanta non è in grado di esprimerne l’efficacia della parola. “Ecco il tuo re”, del quale dice Geremia: “Non c’è nessuno come te, Signore: tu sei grande e grande è la potenza del tuo nome. Chi non ti temerà, o re delle nazioni?” (Ger 10,6-7). Egli, leggiamo nell’Apocalisse, “nel suo manto e nel suo femore porta scritto: Re dei re e Signore dei signori” (Ap 19,16).
Il manto rappresenta le sue fasce e il femore è la sua carne. A Nazaret infatti fu incoronato di carne umana, come di un diadema; in Betlemme fu avvolto in fasce, come di porpora. E queste furono le prime insegne del suo regno. Su entrambe le cose infierirono i giudei, come se avessero voluto privarlo del suo regno: Cristo infatti nella passione fu da essi spogliato delle sue vesti e la sua carne fu confitta in croce con i chiodi. Ma lì il suo regno si è perfettamente affermato: infatti, dopo la corona e la porpora, non gli mancava che lo scettro. Ricevette anche questo quando, “portando la sua croce”, come dice Giovanni, “s’incamminò verso il Calvario” (Gv 19,17). E Isaia: “Sulle sue spalle è posto il segno della sua sovranità” (Is 9,6); e l’Apostolo nella lettera agli Ebrei: “Abbiamo visto Gesù coronato di gloria e di onore, a motivo della morte che ha sofferto” (Eb 2,9).

9. “Ecco il tuo re, che viene a te”, cioè per la tua utilità, “che viene mite”, per essere amato, e non viene con la potenza per essere temuto, “seduto su di un’asina”. Dice Zaccaria: “Giusto e Salvatore, eppure povero, seduto su un’asina”. Le virtù proprie di un re sono due: la giustizia e la pietà. Così il tuo re è giusto perché, in fatto di giusti­zia, rende a ciascuno secondo le sue opere; è mansueto e redentore, in fatto di pietà; ed è anche povero: infatti nell’epistola di oggi è detto: “Annientò se stesso, assu­mendo la condizione di servo” (Fil 2,7). Poiché Adamo nel paradiso terrestre non volle servire il Signore, il Signore assunse la condizione di servo per servire il servo, affinché in futuro il servo non si vergognasse di servire il Padrone.
“Divenuto simile agli uomini, e per condizione ricono­sciuto come uomo” (Fil 2,7). Perciò dice Baruc: “Per questo è apparso sulla terra e ha vissuto tra gli uomini” (Bar 3,38). Quel “come” (lat. ut) esprime la verità, la realtà, e non la somiglianza. “Umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2,8).
Dice in merito Agostino: “Il nostro Redentore appostò al nostro tiranno (predatore) la “trappola” della sua croce e vi collocò come esca il suo sangue. Egli versò il suo sangue, che però non era sangue di debitore, e per questo fu separato dai debitori” (cf. Eb 2,14; 7,26). E il beato Bernardo dice di Cristo: “Ebbe in sì grande stima l’obbedienza che preferì perdere la vita piuttosto che l’obbedienza, fatto obbediente al Padre fino alla morte”, e alla morte di croce. Egli che non ebbe dove posare il capo (cf. Mt 8,20; Lc 9,58), se non sulla croce, dove “reclinato il capo, rese lo spirito” (Gv 19,30).

10. “Egli fu povero”. Dice infatti Geremia: “O aspettazione d’Israele, suo salvatore nel tempo della tribolazione, perché sarai in terra come un colono, e come un viandante che rinuncia a fermarsi? Perché sarai come un uomo errante, e come un forte incapace di salvare?” (Ger 14,8-9).
Il nostro Dio, il Figlio di Dio, colui che aspettavamo, è arrivato, e nel tempo della tribolazione, cioè della persecuzione diabolica, ci ha salvati, e come un colono, uno straniero, un pellegrino ha abitato la nostra terra e l’ha irrigata con l’acqua della sua predicazione. Egli fu come un viaggiatore senza bagaglio (levis), cioè immune dal peccato; compì il suo cammino perché “esultò come un gigante che percorre la via” (Sal 18,6); reclinò quindi il capo sulla croce quando disse: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46), e poi restò chiuso nel sepolcro tre giorni e tre notti.
Qui è detto “uomo errante”, in base alla valutazione dei giudei che lo reputavano girovago e incostante. Per questo, quando disse: “Ho il potere di offrire la mia vita e di riprenderla di nuovo” (Gv 10,18), “molti di loro dicevano: Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo state ad ascolta­re?” (Gv 10,20). A motivo della condizione di servo, che aveva assunto, sembrava loro privo del potere di salvare. Ma egli fu “l’uomo forte” che, con le mani trafitte dai chiodi, vinse il diavolo. “Ecco, dunque, a te viene il tuo re, mite, seduto su di un’asina e con un puledro, figlio di bestia da soma”, cioè della stessa asina domata con il basto.
Oh, volessero i chierici e i religiosi accogliere un sì grande re, un sì nobile “cavaliere”, e portarlo devotamente come fecero quei miti animali, per essere degni di entrare con lui nella superna Gerusalemme. Ma siccome sono figli di Belial, cioè “senza giogo” e, come dice Geremia, “sono andati dietro a ciò che è vano e sono divenuti essi stessi vanità; e non hanno domandato: Dov’è il Signore?” (Ger 2,5-6), hanno spezzato il giogo e strappate le corde e hanno detto: “Non serviremo!”: per tutto questo il Signore, per bocca di Zaccaria, dice di essi: “Disperderò le quadrighe da Efraim e il cavallo da Gerusalemme, e sarà spezzato l’arco di guerra”. La quadriga, che gira su quattro ruote, rappresenta l’abbondanza nella quale vivono i chierici; abbondanza che consiste in quattro cose: nell’estensione delle proprietà, nell’accumulo delle prebende e dei redditi, nella sontuosi­tà dei cibi e nel lusso delle vesti. Il Signore disperderà questa quadriga e scaglierà nel mare dell’inferno chi vi è sopra (cf. Es 15,1); sterminerà il cavallo, cioè la superbia schiumosa e sfrenata dei religiosi i quali, sotto l’abito della religione, sotto il pretesto della santità, si ritengono grandi.
Ma il Signore grande e potente, che guarda gli umili e abbatte i grandi (cf. Sal 137,6), scaccerà questo cavallo dalla Gerusalemme celeste, nella quale nessuno entrerà, se non chi si sarà umiliato come un bambino (cf. Mt 18,4), come lui che si è umiliato fino alla morte, e alla morte di croce.

11. Senso morale. Il re che siede sull’asina e sul suo puledro raffigura il giusto che mortifica la sua carne e frena i suoi stimoli. Dice Geremia: “Vergine d’Israele, ti ornerai nuovamente dei tuoi timpani e uscirai nel coro dei festanti” (Ger 31,4).
Nel timpano, che è la pelle di un animale morto, tesa su di un cerchio di legno, è indicata la mortificazione della carne; nel coro, in cui le voci sono in accordo, è raffigurata la concordia dell’unità. Quindi l’anima è ornata con i timpani ed esce nel coro dei festanti, quando è come adorna della mortificazione della carne e della concordia dell’u­nità. Dice il profeta: “Con il timpano e con il coro lodate il Signore” (Sal 150,4).
Altro significato. Il re che siede sull’asina è il vescovo, che governa il popolo che gli è affidato, del quale dice Salomone: “Beata la terra”, cioè la chiesa, “il cui re è nobile e i cui prìncipi”, cioè i prelati, “si nutrono al tempo giusto, per rifocillarsi e non per gozzovigliare” (Eccle 10,17). “Mangiano solo per vivere, e non vivono per mangiare” (Glossa); “si nutrono al tempo giusto”, perché non cercano quaggiù la ricompensa, ma guardano a quella futura. Questo re dev’essere – come abbiamo detto sopra – mansueto, giusto, salvatore e povero. Mansueto verso i sudditi; giusto con i superbi, versando vino e olio; salvatore nei riguardi dei poveri; povero, pur tra le ricchezze. O anche: mansueto se riceve un’in­giuria; giusto esercitando la giustizia verso chiunque; salvatore con la predicazione e con l’orazione; povero per l’umiltà del cuore e il disprezzo di sé.
Beata l’asina (sic), beata la chiesa, che ha un simile reggitore (sessore). Al contrario, il vescovo di questo nostro tempo è come Balaam, seduto sopra l’asina: essa vedeva l’angelo, mentre Balaam non poteva vederlo (cf. Nm 22,21-30). Balaam s’inter­preta “che demolisce la fraternità”, oppure “che turba la gente”, o anche “che divora il popolo”. Un vescovo scandaloso è un albero inutile: con il suo cattivo esempio demolisce la fraternità dei fedeli e la precipita prima nel peccato e poi nell’inferno; con la sua stoltezza, giacché è anche inetto, sconcerta i fedeli; con la sua avarizia divora il popolo. Costui, assiso sopra l’asina, non solo non vede l’angelo, ma vi assicuro che vede il diavolo, pronto a precipitarlo all’inferno. Invece il popolo semplice, che ha una fede retta e che vive onestamente, vede l’angelo del Sommo Consiglio, riconosce e ama il Figlio di Dio.

IV. l’entusiasmo e le acclamazioni della folla a Cristo

12. “La folla numerosissima stese le sue vesti per terra: alcuni tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via; le folle che precedevano e quelle che seguivano, gridavano dicendo: Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mt 21,8-9). Fa’ attenzione a questi tre fatti: stesero le proprie vesti, tagliavano i rami, e gridavano: Osanna! Le vesti raffigurano le membra del nostro corpo, con le quali si veste l’anima: di esse dice Salomone: “In ogni tempo siano candide le tue vesti” (Eccle 9,8). Dobbiamo stenderle sulla via, vale a dire essere pronti ad esporle alla passione e alla morte per il nome di Gesù, per merita­re di riaverle gloriose e immortali nella risurrezione finale, quando questo corpo corruttibile si vestirà di incorruttibilità e questo corpo mortale si vestirà di immortalità (cf. 1Cor 15,53).
I rami sono gli esempi dei santi padri, dei quali dice il Signore: “Vi prenderete i frutti dell’albero più bello, spate di palma, rami di alberi dalle dense fronde e salici di torrente e gioirete davanti al vostro Dio” (Lv 23,40). L’albero più bello è la gloriosa Vergine Maria, i cui frutti furono l’umiltà e la povertà. Le palme furono gli apostoli, che riportarono vittoria su questo mondo. Le spate sono i frutti delle palme, prima di aprirsi: in esse vediamo la fede, la speranza e la carità degli apostoli. L’albero dalle dense fronde è la croce di Cristo, che ha allarga­to le dense fronde della fede in tutto il mondo.
I rami di quest’albero furono le quattro estremità della croce, alle quali furono inchiodati i piedi e le mani di Cristo. In queste quattro estremità ci furono quattro pietre preziose: la misericordia, l’obbedienza, la pazienza e la perseveranza. Nell’estremità superiore ci fu la misericordia, in quella destra l’obbedienza, in quella sinistra la pazienza, e in quella inferiore la perseveranza. I salici del torrente, che restano sempre verdi, raffigura­no tutti i santi, che nel torrente di questa vita mortale e passeggera sono rimasti sempre verdi nell’operare il bene.
Prendiamoci dunque i frutti dell’albero più bello, vale a dire la povertà e l’umiltà della Vergine Maria, le spate delle palme, cioè la fede, la speranza e la carità degli apostoli, i rami dell’albero di dense fronde, cioè la misericordia, l’obbedienza, la pazienza e la perseveranza della passione di Gesù Cristo, i salici del torrente, vale a dire le rigogliose opere di tutti i santi, ed esultiamo davanti al Signore, nostro Dio, Gesù Cristo, gridando con le turbe e con i fanciulli degli ebrei: “Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!” (Mt 21,9).
Osanna s’interpreta “salvezza”, oppure “salva, ti scon­giuro!”. Osanna dunque, cioè la salvezza appartiene al Fi­glio di Davide, o viene dal Figlio di Davide o per mezzo del Figlio. Benedetto, cioè immune dal peccato: quindi sei benedetto in modo particolare tu, o Cristo, che vieni nel nome del Signore, cioè in onore del Padre, oppure “che vieni”, cioè che verrai. Infatti tu che dapprima sei apparso nella condizione di servo, verrai alla fine quale glorioso Signore. Osanna nell’alto dei cieli, cioè “salva nell’alto dei cieli”; quasi a dire: Tu che hai salvato in terra con la redenzione, salva, te ne scongiuriamo, dandoci un posto nei cieli.
Ti scongiuriamo, dunque, o Gesù benedetto: fa’ che anche noi ci avviciniamo a Gerusalemme con il tuo timore e con il tuo amore. Riportaci a te dal villaggio di questa peregri­nazione terrena; riposati, tu, nostro re, nell’anima nostra, affinché insieme con i fanciulli che hai scelto da questo mondo, cioè con gli apostoli, siamo fatti degni di glorificarti, di lodarti, di benedirti nella città santa, nell’eterna beatitudine. Accordacelo tu, cui è onore e gloria per i secoli eterni. Amen. E ogni anima fedele risponda: Amen!

AMDG et BVM