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giovedì 15 ottobre 2020

Santa Teresa



 Benedetto XVI Udienze 2011

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 2 febbraio 2011

[Video]

 

 

Santa Teresa d'Avila [di Gesù]

Cari fratelli e sorelle,

nel corso delle Catechesi che ho voluto dedicare ai Padri della Chiesa e a grandi figure di teologi e di donne del Medioevo ho avuto modo di soffermarmi anche su alcuni Santi e Sante che sono stati proclamati Dottori della Chiesa per la loro eminente dottrina. Oggi vorrei iniziare una breve serie di incontri per completare la presentazione dei Dottori della Chiesa. E comincio con una Santa che rappresenta uno dei vertici della spiritualità cristiana di tutti i tempi: santa Teresa d’Avila [di Gesù].

Nasce ad Avila, in Spagna, nel 1515, con il nome di Teresa de Ahumada. Nella sua autobiografia ella stessa menziona alcuni particolari della sua infanzia: la nascita da “genitori virtuosi e timorati di Dio”, all'interno di una famiglia numerosa, con nove fratelli e tre sorelle. Ancora bambina, a meno di 9 anni, ha modo di leggere le vite di alcuni martiri che le ispirano il desiderio del martirio, tanto che improvvisa una breve fuga da casa per morire martire e salire al Cielo (cfr Vita 1, 4); “voglio vedere Dio” dice la piccola ai genitori. Alcuni anni dopo, Teresa parlerà delle sue letture dell'infanzia e affermerà di avervi scoperto la verità, che riassume in due principi fondamentali: da un lato “il fatto che tutto quello che appartiene al mondo di qua, passa”, dall'altro che solo Dio è “per sempre, sempre, sempre”, tema che ritorna nella famosissima poesia “Nulla ti turbi / nulla ti spaventi; / tutto passa. Dio non cambia; / la pazienza ottiene tutto; / chi possiede Dio / non manca di nulla / Solo Dio basta!”. Rimasta orfana di madre a 12 anni, chiede alla Vergine Santissima che le faccia da madre (cfr Vita 1, 7).

Se nell’adolescenza la lettura di libri profani l'aveva portata alle distrazioni di una vita mondana, l'esperienza come alunna delle monache agostiniane di Santa Maria delle Grazie di Avila e la frequentazione di libri spirituali, soprattutto classici di spiritualità francescana, le insegnano il raccoglimento e la preghiera. All’età di 20 anni, entra nel monastero carmelitano dell'Incarnazione, sempre ad Avila; nella vita religiosa assume il nome di Teresa di Gesù. Tre anni dopo, si ammala gravemente, tanto da restare per quattro giorni in coma, apparentemente morta (cfr Vita 5, 9). Anche nella lotta contro le proprie malattie la Santa vede il combattimento contro le debolezze e le resistenze alla chiamata di Dio: “Desideravo vivere - scrive - perché capivo bene che non stavo vivendo, ma stavo lottando con un'ombra di morte, e non avevo nessuno che mi desse vita, e neppure io me la potevo prendere, e Colui che poteva darmela aveva ragione di non soccorrermi, dato che tante volte mi aveva volto verso di Lui, e io l'avevo abbandonato” (Vita 8, 2). Nel 1543 perde la vicinanza dei famigliari: il padre muore e tutti i suoi fratelli emigrano uno dopo l'altro in America. Nella Quaresima del 1554, a 39 anni, Teresa giunge al culmine della lotta contro le proprie debolezze. La scoperta fortuita della statua di “un Cristo molto piagato” segna profondamente la sua vita (cfr Vita 9). La Santa, che in quel periodo trova profonda consonanza con il sant'Agostino delle Confessioni, così descrive la giornata decisiva della sua esperienza mistica: “Accadde... che d'improvviso mi venne un senso della presenza di Dio, che in nessun modo potevo dubitare che era dentro di me o che io ero tutta assorbita in Lui” (Vita 10, 1).

Parallelamente alla maturazione della propria interiorità, la Santa inizia a sviluppare concretamente l'ideale di riforma dell'Ordine carmelitano: nel 1562 fonda ad Avila, con il sostegno del Vescovo della città, don Alvaro de Mendoza, il primo Carmelo riformato, e poco dopo riceve anche l'approvazione del Superiore Generale dell'Ordine, Giovanni Battista Rossi. Negli anni successivi prosegue le fondazioni di nuovi Carmeli, in totale diciassette. Fondamentale è l'incontro con san Giovanni della Croce, col quale, nel 1568, costituisce a Duruelo, vicino ad Avila, il primo convento di Carmelitani Scalzi. Nel 1580 ottiene da Roma l'erezione in Provincia autonoma per i suoi Carmeli riformati, punto di partenza dell'Ordine Religioso dei Carmelitani Scalzi. Teresa termina la sua vita terrena proprio mentre è impegnata nell'attività di fondazione. Nel 1582, infatti, dopo aver costituto il Carmelo di Burgos e mentre sta compiendo il viaggio di ritorno verso Avila, muore la notte del 15 ottobre ad Alba de Tormes, ripetendo umilmente due espressioni: “Alla fine, muoio da figlia della Chiesa” e “E' ormai ora, mio Sposo, che ci vediamo”. Un’esistenza consumata all'interno della Spagna, ma spesa per la Chiesa intera. Beatificata dal Papa Paolo V nel 1614 e canonizzata nel 1622 da Gregorio XV, è proclamata “Dottore della Chiesa” dal Servo di Dio Paolo VI nel 1970.

Teresa di Gesù non aveva una formazione accademica, ma ha sempre fatto tesoro degli insegnamenti di teologi, letterati e maestri spirituali. Come scrittrice, si è sempre attenuta a ciò che personalmente aveva vissuto o aveva visto nell’esperienza di altri (cfr Prologo al Cammino di Perfezione), cioè a partire dall'esperienza. Teresa ha modo di intessere rapporti di amicizia spirituale con molti Santi, in particolare con san Giovanni della Croce. Nello stesso tempo, si alimenta con la lettura dei Padri della Chiesa, san Girolamo, san Gregorio Magno, sant'Agostino. Tra le sue opere maggiori va ricordata anzitutto l’autobiografia, intitolata Libro della vita, che ella chiama Libro delle Misericordie del Signore. Composta nel Carmelo di Avila nel 1565, riferisce il percorso biografico e spirituale, scritto, come afferma Teresa stessa, per sottoporre la sua anima al discernimento del “Maestro degli spirituali”, san Giovanni d'Avila. Lo scopo è di evidenziare la presenza e l'azione di Dio misericordioso nella sua vita: per questo, l'opera riporta spesso il dialogo di preghiera con il Signore. E’ una lettura che affascina, perché la Santa non solo racconta, ma mostra di rivivere l’esperienza profonda del suo rapporto con Dio. Nel 1566, Teresa scrive il Cammino di Perfezione, da lei chiamato Ammonimenti e consigli che dà Teresa di Gesù alle sue monache. Destinatarie sono le dodici novizie del Carmelo di san Giuseppe ad Avila. Α loro Teresa propone un intenso programma di vita contemplativa al servizio della Chiesa, alla cui base vi sono le virtù evangeliche e la preghiera. Tra i passaggi più preziosi il commento al Padre nostro, modello di preghiera. L'opera mistica più famosa di santa Teresa è il Castello interiore, scritto nel 1577, in piena maturità. Si tratta di una rilettura del proprio cammino di vita spirituale e, allo stesso tempo, di una codificazione del possibile svolgimento della vita cristiana verso la sua pienezza, la santità, sotto l'azione dello Spirito Santo. Teresa si richiama alla struttura di un castello con sette stanze, come immagine dell'interiorità dell'uomo, introducendo, al tempo stesso, il simbolo del baco da seta che rinasce in farfalla, per esprimere il passaggio dal naturale al soprannaturale. La Santa si ispira alla Sacra Scrittura, in particolare al Cantico dei Cantici, per il simbolo finale dei “due Sposi”, che le permette di descrivere, nella settima stanza, il culmine della vita cristiana nei suoi quattro aspetti: trinitario, cristologico, antropologico ed ecclesiale. Alla sua attività di fondatrice dei Carmeli riformati, Teresa dedica il Libro delle fondazioni, scritto tra il 1573 e il 1582, nel quale parla della vita del gruppo religioso nascente. Come nell'autobiografia, il racconto è teso a evidenziare soprattutto l'azione di Dio nell'opera di fondazione dei nuovi monasteri.

Non è facile riassumere in poche parole la profonda e articolata spiritualità teresiana. Vorrei menzionare alcuni punti essenziali. In primo luogo, santa Teresa propone le virtù evangeliche come base di tutta la vita cristiana e umana: in particolare, il distacco dai beni o povertà evangelica, e questo concerne tutti noi; l'amore gli uni per gli altri come elemento essenziale della vita comunitaria e sociale; l'umiltà come amore alla verità; la determinazione come frutto dell'audacia cristiana; la speranza teologale, che descrive come sete di acqua viva. Senza dimenticare le virtù umane: af­fabilità, veracità, modestia, cortesia, allegria, cultura. In secondo luogo, santa Teresa propone una profonda sintonia con i grandi personaggi biblici e l'ascolto vivo della Parola di Dio. Ella si sente in consonanza soprattutto con la sposa del Cantico dei Cantici e con l'apostolo Paolo, oltre che con il Cristo della Passione e con il Gesù Eucaristico.

La Santa sottolinea poi quanto è essenziale la preghiera; pregare, dice, “significa frequentare con amicizia, poiché frequentiamo a tu per tu Colui che sappiamo che ci ama” (Vita 8, 5) . L'idea di santa Teresa coincide con la definizione che san Tommaso d'Aquino dà della carità teologale, come “amicitia quaedam hominis ad Deum”, un tipo di amicizia dell’uomo con Dio, che per primo ha offerto la sua amicizia all’uomo; l'iniziativa viene da Dio (cfr Summa Theologiae II-ΙI, 23, 1). La preghiera è vita e si sviluppa gradualmente di pari passo con la crescita della vita cristiana: comincia con la preghiera vocale, passa per l'interiorizzazione attraverso la meditazione e il raccoglimento, fino a giungere all'unione d'amore con Cristo e con la Santissima Trinità. Ovviamente non si tratta di uno sviluppo in cui salire ai gradini più alti vuol dire lasciare il precedente tipo di preghiera, ma è piuttosto un approfondirsi graduale del rapporto con Dio che avvolge tutta la vita. Più che una pedagogia della preghiera, quella di Teresa è una vera "mistagogia": al lettore delle sue opere insegna a pregare pregando ella stessa con lui; frequentemente, infatti, interrompe il racconto o l'esposizione per prorompere in una preghiera.

Un altro tema caro alla Santa è la centralità dell'umanità di Cristo. Per Teresa, infatti, la vita cristiana è relazione personale con Gesù, che culmina nell'unione con Lui per grazia, per amore e per imitazione. Da ciò l'importanza che ella attribuisce alla meditazione della Passione e all'Eucaristia, come presenza di Cristo, nella Chiesa, per la vita di ogni credente e come cuore della liturgia. Santa Teresa vive un amore incondizionato alla Chiesa: ella manifesta un vivo “sensus Ecclesiae” di fronte agli episodi di divisione e conflitto nella Chiesa del suo tempo. Riforma l'Ordine carmelitano con l'intenzione di meglio servire e meglio difendere la “Santa Chiesa Cattolica Romana”, ed è disposta a dare la vita per essa (cfr Vita 33, 5).

Un ultimo aspetto essenziale della dottrina teresiana, che vorrei sottolineare, è la perfezione, come aspirazione di tutta la vita cristiana e meta finale della stessa. La Santa ha un'idea molto chiara della “pienezza” di Cristo, rivissuta dal cristiano. Alla fine del percorso del Castello interiore, nell'ultima “stanza” Teresa descrive tale pienezza, realizzata nell'inabitazione della Trinità, nell'unione a Cristo attraverso il mistero della sua umanità.

Cari fratelli e sorelle, santa Teresa di Gesù è vera maestra di vita cristiana per i fedeli di ogni tempo. Nella nostra società, spesso carente di valori spirituali, santa Teresa ci insegna ad essere testimoni instancabili di Dio, della sua presenza e della sua azione, ci insegna a sentire realmente questa sete di Dio che esiste nella profondità del nostro cuore, questo desiderio di vedere Dio, di cercare Dio, di essere in colloquio con Lui e di essere suoi amici. Questa è l'amicizia che è necessaria per noi tutti e che dobbiamo cercare, giorno per giorno, di nuovo. L’esempio di questa Santa, profondamente contemplativa ed efficacemente operosa, spinga anche noi a dedicare ogni giorno il giusto tempo alla preghiera, a questa apertura verso Dio, a questo cammino per cercare Dio, per vederlo, per trovare la sua amicizia e così la vera vita; perché realmente molti di noi dovrebbero dire: “non vivo, non vivo realmente, perché non vivo l'essenza della mia vita”. Per questo il tempo della preghiera non è tempo perso, è tempo nel quale si apre la strada della vita, si apre la strada per imparare da Dio un amore ardente a Lui, alla sua Chiesa, e una carità concreta per i nostri fratelli. Grazie.

IL LIBRO DELLA VITA: http://www.unionecarmelitanateresiana.it/joomla/images/PDF/librodellavita.pdf


lunedì 14 ottobre 2019

Ancor fanciulla si preoccupò della salvezza delle anime

Santa TERESA D'AVILA, Vergine Carmelitana
Filippo Della Valle (1698/1768) Basilica di San Pietro in Vaticano
Mercoledì 15 Ottobre 2014
Santa Teresa d’Avila (1515-1582)
Vergine e Dottore della Chiesa – Fondatrice dell’Ordine Carmelitano delle “Scalze” e degli “Scalzi”

«Quelli che sanno rinchiudersi nel piccolo cielo della loro anima, ove abita Colui che la creò e che creò pure tutto il mondo, e si abituano a togliere lo sguardo e a fuggire da quanto distrae i loro sensi, vanno per buona strada e non mancheranno di arrivare all’acqua della fonte».
 
«Appena vi comunicate chiudete gli occhi del corpo e aprite quelli dell’anima per fissarli in fondo al vostro cuore, dove il Signore è disceso» L’Orazione Teresiana.
per approfondireCatechesi di Papa Benedetto XVI (2.02.11)
Teresa, nacque ad Avila in Spagna da pii ed illustri genitori. 

Ancor fanciulla fu così accesa dal desiderio del martirio che, fuggita da casa, tentò di passare in Africa. 

Ricondotta a casa, dopo la morte della madre, si affidò completamente al patrocinio della beata Vergine e a venti anni entrò fra le monache di santa Maria del monte Carmelo, professandone la regola. 

Preoccupata della salvezza delle anime, dopo aver fondato molti monasteri, propose alle donne e agli uomini l'osservanza dell'antica regola carmelitana. 

Per gli infedeli e gli eretici offriva continuamente a Dio i tormenti volontari del proprio corpo. 

Accesa d'amore divino, avendo emesso il voto eroico di fare sempre quello che avesse conosciuto più perfetto, meritò di vedere un angelo trapassarle il cuore con un dardo infuocato. 

Scrisse parecchi libri pieni di celeste sapienza, e molte cose insegnò con la parola e con l'esempio, avendo spesso in bocca la frase: «Signore, o patire o morire». "Domine aut pati aut mori"

Nota per virtù, per il dono della profezia e per altri carismi, ad Alba di Tormes, rese a Dio l'anima sua purissima il 15 ottobre 1582, a 67 anni di età.
E tu, o Signore, abbi pietà di noi!


Esclamazioni dell'Anima a Dio

1. Oh, vita, vita mia! Come puoi vivere lontana dalla tua Vita? In così profonda solitudine, di cosa ti occupi? Che fai, visto che tutte le tue opere sono imperfette e difettose? Chi ti consola, anima mia, in questo tempestoso mare? Ho pena di me e ancor più del tempo che son vissuta senza dolermi. Oh, Signore, come sono dolci le vostre vie! Ma chi camminerà senza timore? Temo di non riuscire a servirvi: quando mi dispongo a farlo, non trovo cosa che mi soddisfi per pagarvi almeno un po’ di ciò che vi devo. Mi sembra di volermi consacrare tutta al vostro servizio ma, quando considero attentamente la mia miseria, vedo che non posso far nulla di buono, se voi non me ne date la capacità. 

2. Mio Dio, misericordia mia!, che devo fare per non distruggere le grandi cose che compite in me? Le vostre opere sono sante, sono giuste, sono di un valore inestimabile, frutto di una straordinaria sapienza, perché voi, Signore, siete la stessa Sapienza. Se il mio intelletto cerca di contemplarle, se ne lamenta la volontà, che non vorrebbe essere ostacolata nell’amarvi. Perciò l’intelletto, pur in mezzo a così grandi meraviglie, non può giungere a capire chi è il suo Dio, mentre la mia anima desidera godere di voi, ma non vede come possa farlo, chiusa in un carcere così penoso com’è questo suo corpo mortale. Tutto la disturba, anche se all’inizio trovò aiuto nella considerazione delle vostre grandezze, là dove appaiono meglio le mie innumerevoli miserie. 

3. Perché ho detto questo, mio Dio? Con chi mi lamento? Chi mi ascolta se non voi, Padre e Creatore mio? Che bisogno ho io di parlare perché voi intendiate la mia pena, se voi siete in me, come tanto chiaramente vedo? Oh, quanto sono sciocca! Ma, ahimè, Dio mio! Come potrò io sapere con sicurezza di non essere lontana da voi? Oh, vita mia, che devi vivere con tanta incertezza in una questione di così capitale importanza! Chi riuscirà a desiderarti, visto che il guadagno che si può trarre o sperare da te, che è di accontentare in tutto Dio, è così incerto e pieno di pericoli? 

AMDG et DVM

sabato 18 maggio 2019

Sprofondata nell'inferno

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S. Teresa d'Avila


Inferno
I Novissimi - Paradiso - Purgatorio

Santa Teresa, al secolo Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumada, è stata una religiosa carmelitana e mistica spagnola.

Da: Libro di Vita di Santa Teresa d'Avila
Ci ha lasciato delle opere che rappresentano la sua dottrina mistico-spirituale: "il Castello interiore" dove narra l'itinerario dell'anima alla ricerca di Dio, il "Cammino di perfezione", le "Fondazioni" e molte preghiere.
*
"Passato gran tempo da quando il Signore mi aveva fatto già molte delle grazie suddette e anche altre, assai notevoli, mentre un giorno ero in orazione, mi sembrò di trovarmi ad un tratto sprofondata nell'inferno, senza saper come. Capii che il Signore voleva farmi vedere il luogo che lì i demoni mi avevano preparato e che io avevo meritato per i miei peccati.

Tale visione durò un brevissimo spazio di tempo, ma anche se vivessi molti anni, mi sembra che non potrei mai dimenticarla. L'entrata mi pareva come un vicolo assai lungo e stretto, come un forno molto basso, scuro e angusto; il suolo, una melma piena di sudiciume e di un odore pestilenziale in cui si muoveva una quantità di rettili schifosi. Nella parete di fondo vi era una cavità come di un armadietto incassato nel muro, dove mi sentii rinchiudere in un spazio assai ristretto.

Ma tutto questo era uno spettacolo persino piacevole in confronto a quello che qui ebbi a soffrire.

Ciò che ho detto, comunque, è mal descritto. Quello che sto per dire, però, mi pare che non si possa neanche tentare di descriverlo né si possa intendere: sentivo nell'anima un fuoco di tale violenza che io non so come poterlo riferire; il corpo era tormentato da così intollerabili dolori che, pur avendone sofferti in questa vita di assai gravi, anzi, a quanto dicono i medici, dei più gravi che in terra si possano soffrire - perché i miei nervi si erano tutti rattrappiti quando rimasi paralizzata, senza dire di molti altri di vario genere che ho avuto, alcuni dei quali, come ho detto, causati dal demonio - tutto è nulla in paragone di quello che ho sofferto lì allora, tanto più al pensiero che sarebbero stati tormenti senza fine e senza tregua.

Eppure anche questo non era nulla in confronto al tormento dell'anima: un'oppressione, un'angoscia, una tristezza così profonda, un così accorato e disperato dolore, che non so come esprimerlo. Dire che è come un sentirsi continuamente strappare l'anima è poco, perché morendo, sembra che altri ponga fine alla nostra vita, ma qui è la stessa anima a farsi a pezzi.

Non so proprio come descrivere quel fuoco interno e quella disperazione che esasperava così orribili tormenti e così gravi sofferenze. Non vedevo chi me li procurasse, ma mi pareva di sentirmi bruciare e dilacerare; ripeto, però, che il peggior supplizio era dato da quel fuoco e da quella disperazione interiore. Stavo in un luogo pestilenziale, senza alcuna speranza di conforto, senza la possibilità di sedermi e stendere le membra, chiusa com'ero in quella specie di buco nel muro. Le stesse pareti, orribili a vedersi, mi gravavano addosso dandomi un senso di soffocamento. Non c'era luce, ma tenebre fittissime. Io non capivo come potesse avvenire questo: che, pur non essendoci luce, si vedesse ugualmente ciò che poteva dar pena alla vista.

Il Signore allora non volle mostrarmi altro dell'inferno; inseguito, però, ho avuto una visione di cose spaventose, tra cui il castigo di alcuni vizi. Al vederli, mi sembravano ben più terribili, ma siccome non ne provavo la sofferenza, non mi facevano tanta paura, mentre in questa prima visione il Signore volle che io sentissi davvero nello spirito quelle angosce e afflizioni, come se le patissi nel corpo. Non so come questo sia avvenuto, ma mi resi ben conto che era per effetto di una grande grazia e che il Signore volle farmi vedere con i miei occhi da dove la sua misericordia mi aveva liberato.

Sentir parlare dell'inferno è niente, com'è niente il fatto che abbia alcune volte meditato sui diversi tormenti che procura (anche se poche volte, perché la via del timore non è fatta per la mia anima) e con cui i demoni torturano i dannati e su altri ancora che ho letto nei libri; non è niente, ripeto, di fronte a questa pena, che è ben altra cosa. C'è la stessa differenza che passa tra un ritratto e la realtà; bruciarsi al nostro fuoco è ben poca cosa in confronto al tormento del fuoco infernale.

Rimasi spaventata e lo sono tuttora mentre scrivo benché siano passati quasi sei anni tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso, dove sono. Così non c'è una volta in cui io sia afflitta da qualche sofferenza o dolore che non mi sembri una sciocchezza tutto quello che si può soffrire quaggiù, convinta che, in parte, ci lamentiamo senza motivo. Torno pertanto a dire che questa è una delle maggiori grazie che il Signore mi ha fatto, perché mi ha aiutato moltissimo, sia per non temere più le tribolazioni e le contraddizioni di questa vita, sia per sforzarmi a sopportarle e ringraziare il Signore di avermi liberato, come ora mi pare, da mali così terribili ed eterni.

D'allora in poi, ripeto, tutto mi sembra facile in paragone di un attimo di quella sofferenza ch'io ebbi lì a patire".

https://digilander.libero.it/monast/inferno/realta.htm

AMDG et DVM

lunedì 29 aprile 2019

Santa Teresa, al secolo Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumada, è stata una religiosa carmelitana e mistica spagnola.

Da: Libro di Vita di S. Teresa d'Avila

Ci ha lasciato delle opere che rappresentano la sua dottrina mistico-spirituale: "il Castello interiore" dove narra l'itinerario dell'anima alla ricerca di Dio, il "Cammino di perfezione", le "Fondazioni" e molte preghiere.

Risultati immagini per S. Teresa d'Avila

"Passato gran tempo da quando il Signore mi aveva fatto già molte delle grazie suddette e anche altre, assai notevoli, mentre un giorno ero in orazione, mi sembrò di trovarmi ad un tratto sprofondata nell'inferno, senza saper come. Capii che il Signore voleva farmi vedere il luogo che lì i demoni mi avevano preparato e che io avevo meritato per i miei peccati.

Tale visione durò un brevissimo spazio di tempo, ma anche se vivessi molti anni, mi sembra che non potrei mai dimenticarla. L'entrata mi pareva come un vicolo assai lungo e stretto, come un forno molto basso, scuro e angusto; il suolo, una melma piena di sudiciume e di un odore pestilenziale in cui si muoveva una quantità di rettili schifosi. Nella parete di fondo vi era una cavità come di un armadietto incassato nel muro, dove mi sentii rinchiudere in un spazio assai ristretto.

Ma tutto questo era uno spettacolo persino piacevole in confronto a quello che qui ebbi a soffrire.

Ciò che ho detto, comunque, è mal descritto. Quello che sto per dire, però, mi pare che non si possa neanche tentare di descriverlo né si possa intendere: sentivo nell'anima un fuoco di tale violenza che io non so come poterlo riferire; il corpo era tormentato da così intollerabili dolori che, pur avendone sofferti in questa vita di assai gravi, anzi, a quanto dicono i medici, dei più gravi che in terra si possano soffrire - perché i miei nervi si erano tutti rattrappiti quando rimasi paralizzata, senza dire di molti altri di vario genere che ho avuto, alcuni dei quali, come ho detto, causati dal demonio - tutto è nulla in paragone di quello che ho sofferto lì allora, tanto più al pensiero che sarebbero stati tormenti senza fine e senza tregua.

Eppure anche questo non era nulla in confronto al tormento dell'anima: un'oppressione, un'angoscia, una tristezza così profonda, un così accorato e disperato dolore, che non so come esprimerlo. Dire che è come un sentirsi continuamente strappare l'anima è poco, perché morendo, sembra che altri ponga fine alla nostra vita, ma qui è la stessa anima a farsi a pezzi.

Non so proprio come descrivere quel fuoco interno e quella disperazione che esasperava così orribili tormenti e così gravi sofferenze. Non vedevo chi me li procurasse, ma mi pareva di sentirmi bruciare e dilacerare; ripeto, però, che il peggior supplizio era dato da quel fuoco e da quella disperazione interiore. Stavo in un luogo pestilenziale, senza alcuna speranza di conforto, senza la possibilità di sedermi e stendere le membra, chiusa com'ero in quella specie di buco nel muro. Le stesse pareti, orribili a vedersi, mi gravavano addosso dandomi un senso di soffocamento. Non c'era luce, ma tenebre fittissime. Io non capivo come potesse avvenire questo: che, pur non essendoci luce, si vedesse ugualmente ciò che poteva dar pena alla vista.

Il Signore allora non volle mostrarmi altro dell'inferno; inseguito, però, ho avuto una visione di cose spaventose, tra cui il castigo di alcuni vizi. Al vederli, mi sembravano ben più terribili, ma siccome non ne provavo la sofferenza, non mi facevano tanta paura, mentre in questa prima visione il Signore volle che io sentissi davvero nello spirito quelle angosce e afflizioni, come se le patissi nel corpo. Non so come questo sia avvenuto, ma mi resi ben conto che era per effetto di una grande grazia e che il Signore volle farmi vedere con i miei occhi da dove la sua misericordia mi aveva liberato.

Sentir parlare dell'inferno è niente, com'è niente il fatto che abbia alcune volte meditato sui diversi tormenti che procura (anche se poche volte, perché la via del timore non è fatta per la mia anima) e con cui i demoni torturano i dannati e su altri ancora che ho letto nei libri; non è niente, ripeto, di fronte a questa pena, che è ben altra cosa. C'è la stessa differenza che passa tra un ritratto e la realtà; bruciarsi al nostro fuoco è ben poca cosa in confronto al tormento del fuoco infernale.

Rimasi spaventata e lo sono tuttora mentre scrivo benché siano passati quasi sei anni tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso, dove sono. Così non c'è una volta in cui io sia afflitta da qualche sofferenza o dolore che non mi sembri una sciocchezza tutto quello che si può soffrire quaggiù, convinta che, in parte, ci lamentiamo senza motivo. Torno pertanto a dire che questa è una delle maggiori grazie che il Signore mi ha fatto, perché mi ha aiutato moltissimo, sia per non temere più le tribolazioni e le contraddizioni di questa vita, sia per sforzarmi a sopportarle e ringraziare il Signore di avermi liberato, come ora mi pare, da mali così terribili ed eterni.

D'allora in poi, ripeto, tutto mi sembra facile in paragone di un attimo di quella sofferenza ch'io ebbi lì a patire".



MISERERE NOSTRI, DOMINE, MISERERE NOSTRI

venerdì 8 marzo 2019

Tenebre Caverne Mare di fuoco

Tre visioni dell’inferno

“Tenebre fittissime”: Santa Teresa d'Avila

La grande santa del XVI secolo Teresa d'Avila era una suora e teologa carmelitana. È uno dei 35 dottori della Chiesa. Il suo libro “Il castello interiore” è ritenuto uno dei testi più importanti sulla vita spirituale. Nella sua autobiografia, la santa descrive una visione dell'inferno che credeva Dio le avesse concesso per aiutarla ad allontanarsi dai suoi peccati:

“L’entrata mi pareva come un vicolo assai lungo e stretto, come un forno molto basso, scuro e angusto; il suolo, una melma piena di sudiciume e di un odore pestilenziale in cui si muoveva una quantità di rettili schifosi. Nella parete di fondo vi era una cavità come di un armadietto incassato nel muro, dove mi sentii rinchiudere in un spazio assai ristretto. Ma tutto questo era uno spettacolo persino piacevole in confronto a quello che qui ebbi a soffrire” […].

“Quello che sto per dire, però, mi pare che non si possa neanche tentare di descriverlo né si possa intendere: sentivo nell’anima un fuoco di tale violenza che io non so come poterlo riferire; il corpo era tormentato da così intollerabili dolori che, pur avendone sofferti in questa vita di assai gravi […], tutto è nulla in paragone di quello che ho sofferto lì allora, tanto più al pensiero che sarebbero stati tormenti senza fine e senza tregua” […].

“Stavo in un luogo pestilenziale, senza alcuna speranza di conforto, senza la possibilità di sedermi e stendere le membra, chiusa com’ero in quella specie di buco nel muro. Le stesse pareti, orribili a vedersi, mi gravavano addosso dandomi un senso di soffocamento. Non c’era luce, ma tenebre fittissime” […].

“In seguito, però, ho avuto una visione di cose spaventose, tra cui il castigo di alcuni vizi. Al vederli, mi sembravano ben più terribili […]. Sentir parlare dell’inferno è niente, com’è niente il fatto che abbia alcune volte meditato sui diversi tormenti che procura (anche se poche volte, perché la via del timore non è fatta per la mia anima) e con cui i demoni torturano i dannati e su altri ancora che ho letto nei libri; non è niente, ripeto, di fronte a questa pena, che è ben altra cosa. C’è la stessa differenza che passa tra un ritratto e la realtà; bruciarsi al nostro fuoco è ben poca cosa in confronto al tormento del fuoco infernale. Rimasi spaventata e lo sono tuttora mentre scrivo benché siano passati quasi sei anni tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso, dove sono” […].

“Questa visione mi procurò anche una grandissima pena al pensiero delle molte anime che si dannano (specialmente quelle dei luterani che per il battesimo erano già membri della Chiesa) e un vivo impulso di riuscire loro utile, essendo, credo, fuori dubbio che, per liberarne una sola da quei tremendi tormenti, sarei disposta ad affrontare mille morti assai di buon grado” […].

“Orribili caverne, voragini di tormenti”: Santa Maria Faustina Kowalska

Santa Maria Faustina Kowalska, nota come Santa Faustina, era una suora polacca che affermava di aver avuto una serie di visioni che includevano Gesù, l'Eucaristia, gli angeli e vari santi. È dalle sue visioni, registrate nel suo Diario, che la Chiesa ha ricevuto l'ormai popolare devozione alla coroncina della Divina Misericordia. In un brano della fine di ottobre del 1936, ella descrive una visione dell'inferno:

“Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell'Inferno. È un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho viste: la prima pena, quella che costituisce l'inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi della coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l'anima, ma non l'annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale, acceso dall'ira di Dio; la quinta pena è l'oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l'odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie”.

“Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda ed indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall'altro. Sarei morta alla vista di quelle orribili torture, se non mi avesse sostenuta l'onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l'eternità. Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun'anima si giustifichi dicendo che l'inferno non c'è, oppure che nessuno c'è mai stato e nessuno sa come sia”.

“Io, Suor Faustina, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell'inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l'inferno c'è. Ora non posso parlare di questo. Ho l'ordine da Dio di lasciarlo per iscritto. I demoni hanno dimostrato un grande odio contro di me, ma per ordine di Dio hanno dovuto ubbidirmi. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l'inferno. Quando ritornai in me, non riuscivo a riprendermi per lo spavento, al pensiero che delle anime là soffrono così tremendamente, per questo prego con maggior fervore per la conversione dei peccatori, ed invoco incessantemente la misericordia di Dio per loro. Gesù mio, preferirei agonizzare fino al termine del mondo, fra le peggiori sofferenze, piuttosto che offenderti con il minimo peccato” (Diario di Santa Faustina, 741).

“Un grande mare di fuoco”: suor Lucia di Fatima

Suor Lucia non è una santa, ma è una delle destinatarie di una delle più importanti rivelazioni private del XX secolo, avvenuta a Fatima (Portogallo). Nel 1917 era uno dei tre bambini che affermavano di aver sperimentato numerose visioni della Beata Vergine Maria. Dichiarava che Maria le aveva mostrato una visione dell'inferno che in seguito descrisse nelle sue Memorie:
“[Maria] Essa ancora una volta aprì le Sue mani, come aveva fatto i due mesi precedenti. I raggi [di luce] apparvero per penetrare la terra e noi vedemmo come un vasto mare di fuoco e vedemmo i dèmoni e le anime [dei dannati] immersi in esso”.

“Vi erano poi come tizzoni ardenti trasparenti, tutti anneriti e bruciati, con forma umana. Essi fluttuavano in questo grande conflagrazione, ora lanciati in aria dalle fiamme e poi risucchiati di nuovo, insieme a grandi nuvole di fumo. Talvolta ricadevano su ogni lato come scintille su fuochi enormi, senza peso o equilibrio, fra grida e lamenti di dolore e disperazione, che ci terrorizzavano e ci facevano tremare di paura (deve essere stata questa visione a farmi piangere, come dice la gente che mi udì)”.

“I demoni si distinguevano [dalle anime dei dannati] per il loro aspetto terrificante e repellente simile a quello di animali orrendi e sconosciuti, neri e trasparenti come tizzoni ardenti. Questa visione è durata solamente un attimo, grazie alla nostra buona Madre Celeste, che nella sua prima apparizione aveva promesso di portarci in Paradiso. Senza questa promessa, credo che saremmo morti di terrore e spavento”.

Qualche reazione? Possiamo tutti fare affidamento sulla misericordia di Dio in Cristo, ed evitare così qualsiasi cosa che sia anche solo vicina a queste descrizioni, trascorrendo l'eternità in unione con Dio in cielo.
AMDG et DVM

lunedì 15 ottobre 2018

Santa Teresa d'Avila, Dottore della Chiesa

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Teresa, nacque ad Avila in Spagna da pii ed illustri genitori. Ancor fanciulla fu così accesa dal desiderio del martirio che, fuggita da casa, tentò di passare in Africa. 

Ricondotta a casa, dopo la morte della madre, si affidò completamente al patrocinio della beata Vergine e a venti anni entrò fra le monache di santa Maria del monte Carmelo, professandone la regola. 

Preoccupata della salvezza delle anime, dopo aver fondato molti monasteri, propose alle donne e agli uomini l'osservanza dell'antica regola carmelitana. 

Per gli infedeli e gli eretici offriva continuamente a Dio i tormenti volontari del proprio corpo. 

Accesa d'amore divino, avendo emesso il voto eroico di fare sempre quello che avesse conosciuto più perfetto, meritò di vedere un angelo trapassarle il cuore con un dardo infuocato. 

Scrisse parecchi libri pieni di celeste sapienza, e molte cose insegnò con la parola e con l'esempio, avendo spesso in bocca la frase: «Signore, o patire o morire»:"Domine, aut pati aut mori". 

Nota per virtù, per il dono della profezia e per altri carismi, ad Alba di Tormes, rese a Dio l'anima sua purissima il 15 ottobre 1582, a 67 anni di età.

V. E tu, o Signore, abbi pietà di noi.
R. Grazie a Dio.

Preghiamo
Esaudiscici, Dio, nostra salvezza: e come godiamo della festa della tua beata Vergine Teresa, così ci nutriamo col cibo della sua celeste dottrina, e ci formiamo al sentimento della sua tenera devozione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
R. Amen.



AMDG et DVM

domenica 15 ottobre 2017

¡Oh mundo, mundo, cómo vas ganando honra por haber pocos que te conozcan!

C A P I T U L O  X I V
De los ejemplos y estímulos que tomaba de algunas Santas


242. De la vida de Santa Teresa.

— «No sólo fue a él sino a otras algunas personas, las que procuré tuviesen oración; como las veía amigas de rezar, las decía cómo tendrían  meditación y las aprovechaba y dábales libros. Vida cap.VII, n.7».

243. «¿Quién ve al Señor cubierto de llagas y afligido con persecuciones que no las abrace, y las ame, y las desee? ¿quién ve algo de la gloria que da a los que le sirven que no conozca es todo nada cuanto se pueda hacer y padecer, pues tal premio esperamos? ¿quién ve los tormentos que pasan los condenados que no se le hagan deleites los tormentos de acá en su comparación y conozcan lo mucho que deben al Señor en haberlos librado tantas veces de aquel lugar? Cap.XXIV, n.6».

244. «¡Qué gloria accidental será y qué contento de los bienaventurados que ya gozan de esto cuando vieren que, aunque tarde, no les quedó cosa por hacer por Dios de las que les fue posible! Ni dejaron cosa por darle de todas las maneras que pudieron, conforme a sus fuerzas y estado, y el que más, más. ¡Qué rico se hallará el que todas las riquezas dejó por Cristo! ¡Qué honrado el que no quiso honra por El, sino que gustaba de
verse muy abatido! ¡Qué sabio el que se holgó que le tuviesen por loco, pues lo llamaron a la misma Sabiduría! ¡Qué pocos hay ahora por nuestros pecados! Ya parece se acabaron los que las gentes tenían por locos de verlos hacer obras heroicas de verdaderos amadores de Cristo. ¡Oh mundo, mundo, cómo vas ganando honra por haber pocos que te conozcan!

245. ¿Mas si pensamos se sirve ya más Dios de que nos tenga por sabios y discretos? Eso, eso debe ser, según se use discreción. Luego nos parece es poca edificación no andar con mucha compostura y autoridad, cada uno en su estado. Hasta el Fraile, Clerigo y Monja nos parecerá que traer cosa vieja y remended(a) [es novedad] y dar escándalo a los flacos; y aun estar muy recogidos y tener oración, según está el mundo y tan olvidadas las cosas de perfección de grandes ímpetus que tenían los Santos, que
pienso hace más daño a las desventuras que pasan en estos tiempos, que no harían escándalo a nadie dar a entender los Religiosos por obras como lo dicen por palabras, en lo poco que se ha de tener el mundo, que de estos escándalos el Señor saca de ellos grandes provechos; y si unos se escandalizan, otros se remuerden; siquiera que hubiese un dibujo
de lo que pasó Cristo y sus Apóstoles, pues ahora más que nunca es menester» Cap.XXVII, n.9x».

246. «Estando un día en oración, me hallé en un punto toda sin saber cómo, que me parecía estar metida en el infierno. Entendi que quería el Señor que viese el lugar que los demonios allí me tenían aparejado y yo merecido por mis pecados. Ello fue en brevísimo espacio; mas, aunque viviese muchos años, me parece imposible olvidárseme. Parecíame
la entrada a manera de un callejón muy largo y estrecho, a manera de horno muy bajo y obscuro y angosto; el suelo me parecía de un agua como lodo muy sucio y de pestilencial olor, y muchas sabandijas malas en él; al cabo estaba una concavidad metida en una pared
a manera de una alacena, adonde me vi meter en mucho estrecho. Todo esto era deleitoso a la vista en comparación de lo que allí sentí; esto que he dicho va mal encarecido».

247. «Estotro me parece que aun principio de encarecerse como es no le puede    haber ni se puede entender; más senti un fuego en el alma que yo (no) puedo entender cómo poder decir de la manera que es, los dolores corporales tan incomportables, que con haberlos pasados en esta vida gravísimos y (según dicen los medicos) los mayores que se pueden acá pasar; porque fue encogérseme todos los nervios cuando me tullí, sin otros muchos de muchas maneras que he tenido, y aún algunos, como he dicho, causados del demonio, no (es) esto nada en comparación de lo que allí senti y ver que habían de ser sin fin y sin jamás cesar. Esto no es, pues, nada en comparación del agonizar del alma: un apretamiento, un ahogamiento, una aflicción tan sensible y con tan desesperado y afligido
descontento, que yo no se cómo lo encarecer, porque decir que es un estarse siempre arrancando el alma es poco, porque ahi parece que otro os acaba la vida, más aqui el alma misma es la que se despedaza. El caso es que yo no sé cómo encarezca aquel fuego  interior y aquel desesperamiento sobre tan gravísimos tormentos y dolores. No veía yo
quién me los daba, más sentíame quemar y desmenuzar (a lo que me parece), y digo que aquel fuego y desesperación interior es lo peor.

248. Estando en tal pestilencial lugar tan sin esperar consuelo, no hay sentarse, ni echarse, ni hay lugar, aunque me pusieron en este como agujero hecho en la pared, porque estas paredes, que son espantosas a la vista, aprietan ellas mismas y todo ahoga; no hay luz, sino tinieblas escurísimas. Yo no entiendo cómo puede ser esto: que, con no haber luz,
lo que a la vista ha de dar pena, todo se ve. No quiso el Señor entonces viese más de todo el infierno. Después he visto otra visión de cosas espantosas; de algunos vicios, el castigo; cuanto a la vista, muy más espantosas me parecieron; mas como no sentía la pena, no me
hicieron tanto temor, que en esta visión quiso el Señor que verdaderamente yo sintiese aquellos tormentos, aflicción en el espiritu, como si el cuerpo lo estuviera padeciendo. Yo no se cómo ello fue, mas bien entendi ser gran merced y que quiso el Señor que viese por
vista de ojos de dónde me había librado su misericordia, porque no es nada oírlo decir, ni haber yo otras veces pensado en diferentes tormentos (aunque pocos, que por temor no se lleva bien mi alma), ni que los demonios atenazan, ni otros diferentes tormentos que he
leído; no es nada con esta pena, porque es otra cosa; en fin, como de dibujo a la verdad, y el quemarse acá es muy poco en comparación de este fuego de allá.

249. Yo quedé tan espantada, y aún lo estoy ahora escribiéndolo, con que ha casi seis años, y es así que me parece el calor natural me falta de temor, aqui adonde estoy, y no me acuerdo ver que tengo trabajo ni dolores, que no me parezca nonada todo lo que acá se puede pasar, y así me parece en parte que nos quejamos sin propósito. Y así torno a
decir que fue una de las mayores mercedes que el Señor me ha hecho, porque me ha aprovechado mucho, así para perder el miedo a las tribulaciones y contradicciones de esta vida como para esforzarme a padecerlas y dar gracias al Señor, que me libró, a lo que ahora me parece, de males tan perpetuos y terribles».

250. «Después acá, como digo, todo me parece fácil en comparación de un momento que se haya de sufrir lo que yo allí padecí. Espántame cómo, habiendo leído muchas veces libros adonde se da algo a entender de las penas del infierno, cómo no las temía ni tenía en lo que son; a dónde estaba, cómo se podía dar cosa descanso de lo que me acarreaba ir a tan mal lugar. Seáis bendito, Dios mío, por siempre, y cómo se ha
parecido que me queríades Vos mucho más a mí que yo me quiero. ¡Qué de veces, Señor, me librásteis de cárcel tan temerosa y cómo me tornaba yo a meter en ella contra vuestra voluntad!

251. De aqui también gané la grandísima pena que me da las muchas almas que se condenan (estos luteranos en especial, porque eran ya por el Bautismo miembros de la Iglesia) y los ímpetus grandes de aprovechar almas, que me parece cierto a mi pasaría yo muchas muertes muy de buena gana. Miro que, si vemos acá una persona que bien queremos en especial con un gran trabajo o dolor, parece que nuestro mismo natural nos convida a compasión, y si es grande, nos aprieta a nosotros; pues ver a una alma para sin fin en el sumo trabajo de los trabajos, ¿quién lo ha de poder sufrir?
No hay corazón que lo lleve sin gran pena. Pues acá, con saber que, en fin, se acabará con la vida y que ya tiene término aún nos mueve a tanta compasión, estotro que no lo tiene, no sé cómo podemos sosegar viendo tantas almas como lleva cada día el demonio consigo.

252. Esto también me hace desear que en cosa que tanto importa no nos
contentemos con menos de hacer todo lo que pudiéramos de nuestra parte, no dejemos nada, y plega al Señor sea servido de darnos gracia para ello.  Cap. XXXIII, n.l.2.3». 

253. Un día, el Señor le hizo ver muchas felicidades de la gloría del cielo, y le dijo: «Mira, hija, qué pierden los que son contra mí; no dejes de decírselo» C. XXXVIII, 3».

254. « Estando una vez en oración era tanto el deleite que en mí sentía, que, como indigna de tal bien, comencé a pensar en cómo merecía mejor estar en el lugar que yo había visto estar para mí en el infierno, que, como he dicho, nunca olvido de la manera que allí me vi. Comenzóse con esta consideración a inflamar más mi alma y vínome un arrebatamiento de espíritu, de suerte que yo no lo sé decir. Parecióme estar metido y lleno
de aquella majestad que he entendido otras veces.. En esta Majestad se me dio a entender una verdad que es el cumplimento de todas las verdades; no sé yo decir cómo, porque no vi nada. Dijéronme, sin ver quién, más bien entendí ser la misma Verdad: - No es poco esto
que hago por tí, que una de las cosas es que me debes, porque todo el daño que viene en el mundo es de no conocer las verdades de la Escritura con clara verdad; no faltará una tilde de ella.- A mí me pareció que siempre yo había creído esto y que todos los fieles lo creían. Díjome: -¡Ay hija! Qué pocos me aman con verdad, que si me amasen, no les
encubriría yo mis secretos. ¿Sabes qué es amarme con verdad? Entender que todo es mentira lo que no es agradable a mí: con claridad verás esto que ahora no entiendes en lo que aprovecha tu alma. Cap. XL, 1».

255. «En este tiempo vinieron a mi noticia los daños que habían hecho estos luteranos y cuánto [iba] en crecimiento esta desventurada secta. Diome gran fatiga, y como si yo pudiera algo, o fuera algo, lloraba con el Señor y le suplicaba remediase tanto mal.
Parecíame que mil vidas pusiera yo para remedio de un alma de las muchas que allí se perdían. Y como me vi mujer y ruin, imposibilitada de aprovechar en lo que yo quisiera en el servicio del Señor (y toda mi ansia era, y aún es, que pues tiene tantos enemigos y tan pocos amigos, que éstos fuesen buenos), determiné hacer eso poquito que era en mí, que
es seguir los consejos evangélicos con toda la perfección que yo pudiese, y procurar que estas poquitas que están aquí hiciesen los mismo, confiada en la gran bondad de Dios, que nunca falta de ayudar a quien por él se determina a dejarlo, y que, siendo tales cuales yo las pintaba en mis deseos, entre sus virtudes no tenían fuerza mis faltas y podría yo
contentar algo al Señor, y que todas ocupadas en oración por los que son defensores de la Iglesia y Predicadores y Letrados que la defienden, ayudásemos en lo que pudiésemos a este Señor mío, que tan apretado le traen a los que ha hecho tanto bien, que perece le querrían ahora tornar a la Cruz estos traidores y que no tuviese a dónde reclinar la cabeza.

256. ¡Oh Redentor mío, que no puede mi corazón llegar aquí sin fatigarse mucho!
¿Qué es esto ahora de los cristianos? ¿Siempre han de ser los que más os deben los que os fatiguen? ¿A los que mejores obras hacéis, a los que escogéis por vuestros amigos, entre los que andáis y os comunicáis por los Sacramentos? ¿No están hartos de lo tormentos que por ellos habéis pasado?

257. Por cierto, Señor mío, no hace nada quien ahora se separa del mundo.
Pues a Vos os tiene tan poca ley, ¿qué esperamos nosotros? ¿Por ventura
merecemos nosotros mejor nos la tengan? ¿Por ventura hémosles hecho mejores obras para que nos guarden amistad? ¿Qué es esto? ¿Qué esperamos ya los que por la bondad de Dios no estamos en aquella roña pestilencial, que ya aquellos son del demonio? Buen castigo han ganado por sus manos y bien han granjeado con sus deleites fuego eterno. Allí
se las hayan, aunque no me deja de quebrar el corazón ver tantas almas como se pierden. Mas del mal no tanto, querría no ver perder más cada día.

258. ¡Oh hermanas mías en Cristo!, ayudadme a suplicar esto al Señor, que para eso os juntó aquí; éste es vuestro llamamiento, éstos han de ser vuestros negocios, éstos han de ser vuestros deseos; aquí vuestras lágrimas, éstas vuestras peticiones (Camino de perfección. Cap. I, n.1.2)».
AMDG et BVM

giovedì 22 dicembre 2016

Il Natale delle due Terese

Il Natale delle due Terese

sante-terese
(di Cristiana de Magistris) Non vi è cosa che riesca più difficile all’uomo moderno, il cosiddetto cattolico “adulto”, quanto esercitarsi nelle piccole virtù, nel silenzio e lontano dagli sguardi umani, avendo per testimone Dio solo. Non senza ragione il Signore volle darci il Suo esempio affinché più facilmente potessimo seguire questa via. Ecco perché è necessario tenere i nostri occhi per tutta la vita fissi sugli “abbassamenti di Betlemme”.
A questa scuola fu istruita la grande riformatrice del Carmelo, S. Teresa d’Avila, e ad essa volle che attingessero i figli e le figlie del Carmelo. Si racconta nella vita della Santa che un giorno, nel monastero dell’Incarnazione di Avila, mentre stava scendendo le scale, incontrò un bel bambino che le sorrideva. La Santa, sorpresa di vedere un bambino all’interno della clausura del Monastero, gli chiese: “E tu chi sei?”. Ma il bambino rispose con un’altra domanda: «E tu chi sei?». La Santa replicò: «Io sono Teresa di Gesù». Il Bambino, con un sorriso ampio e luminoso, le disse: «Io sono Gesù di Teresa».
A questo emblematico episodio si può far risalire la speciale devozione che la grande Riformatrice del Carmelo ebbe per l’Infanzia del Signore. In tutte le sue fondazioni non mancarono mai le statue di Gesù Bambino, delle quali la Santa ere particolarmente devota. Si tramanda che ne avesse diverse. Aveva, per esempio, un Bambino al quale ricorreva quando desiderava che piovesse o non piovesse; un altro a cui si rivolgeva quando doveva pagare dei debiti e non sapeva come pagarli, e così via.
Ognuno dei “suoi” Bambini aveva il suo compito! Voleva, inoltre, che le austerità del Carmelo durante il tempo natalizio fossero temperate e rallegrate con canti di esultanza e pie ricreazioni. Non solo. Per accrescere la gioia spirituale delle monache, la Santa soleva comporre versi da cantare portando in processione le statue della Madonna e di S. Giuseppe attraverso il Monastero. Una volta insegnò alle monache più anziane a cantare il ritornello di un canto da lei composto che diceva: Destatevi, Sorelle mie! Ecco viene la Vergine, che ha dato alla luce il suo Figlio e suo Dio. Piena di devozione e di gioia, la Santa chiedeva alle suore di dare ospitalità al Divin Bambino, alla Sua Santa Madre e al suo sposo S. Giuseppe, di cui era particolarmente devota.
La devozione della Santa al Divin Infante fu anche testimoniata da un miracolo, avvenuto nel Carmelo di Toledo, dove la statua del Piccolo Gesù – portata dalla Santa stessa in occasione della fondazione di quel Monastero nel 1569 – pianse quando la grande Riformatrice doveva lasciare il Monastero.
Così è scritto nel museo del convento che custodisce questo tesoro: «Il giorno 8 giugno 1580, Santa Teresa si congedava dalle sue religiose di Toledo per recarsi a Segovia. Il cuore naturalmente affettuoso della Santa soffriva molto in questi congedi, soprattutto quando pensava che non avrebbe rivisto le sue figlie. Quella volta né lei né le sue amate religiose si sbagliavano, perché tutte presentivano che la Madre era giunta al termine del suo viaggio terreno. Secondo una pia tradizione, perfino un’immagine del Bambino Gesù si associò al dolore delle monache, versando lacrime quando la Santa abbandonò il suo amato convento di Toledo. Da allora questa immagine viene chiamata con il soprannome affettuoso di ‘Niño Lloroncito’».
La devozione alla santa Infanzia si radica, dunque, nell’esperienza mistica della Riformatrice spagnola. Passando attraverso le figure di altre illustri figlie del Carmelo, come la Venerabile Margherita del SS. Sacramento (1619-1648), del Carmelo di Beaune, e Suor Maria di S. Pietro (1816-1848), del Carmelo di Tours, che contribuirono a sviluppare e diffondere tale devozione, essa approda infine al piccolo Fiore di Lisieux, S. Teresina, destinata dalla Provvidenza ad essere la Maestra della “Piccola Via”, sulle orme del Bambino di Betlemme. 
L’ascesa verso il monte della perfezione iniziò per la piccola Teresa in tenera età. Ma fu nel Natale del 1886 che, accogliendo nel suo cuore il Dio fattosi uomo, questa tenera fanciulla, che, come scrisse ella stessa, piangeva per dei nonnulla, sperimentò un radicale “cambiamento” della sua vita o, piuttosto, quella che definì la sua «completa conversione». «In un istante – scrisse – l’opera che non ero riuscita a fare in 10 anni, Gesù la fece accontentandosi della mia buona volontà».
Era la notte di Natale. Dopo la Messa di mezzanotte, nella quale aveva “avuto la felicità di ricevere il Dio forte e potente”, «Gesù, il Bambino piccolo e dolce, trasformò la notte dell’anima mia in torrenti di luce». Ripensando a quel momento, Teresa scrisse: «In quella notte nella quale Gesù si fece debole e sofferente per mio amore, Egli mi rese forte e coraggiosa».
Da quella notte Teresa camminò nella via del Signore con più lena e si sentì più sicura. «Dopo quella notte benedetta – ricorda –, non sono stata vinta in nessuna battaglia, ma ho camminato di vittoria in vittoria e ho iniziato, per così dire, una corsa da gigante».
Ogni anno festeggiava con la più grande devozione il 25 marzo – racconta la sorella Celina – perché, diceva, «questo è il giorno, nel quale Gesù, nel seno di Maria, è stato il più piccolo». Ma amava in modo del tutto particolare il mistero del presepe. È qui che il Bambino Gesù le rivelò tutti i suoi segreti sulla semplicità e sull’abbandono. Su immaginette natalizie che lei stessa dipingeva, scriveva con passione questa frase di san Bernardo: «Gesù, chi ti ha fatto così piccolo? L’amore!».
Il suo nome, Teresa del Bambino Gesù, che scelse fin dall’età di nove anni, resterà il suo costante programma di vita a cui si sforzò di restare fedele fino all’epilogo della sua breve vita. Più tardi, sotto un’immagine di Gesù Bambino scriverà questa frase: «O piccolo Bambino, mio unico tesoro, mi abbandono ai tuoi divini capricci, non voglio avere altra gioia che quella di farti sorridere. Imprimi in me le tue grazie e le tue virtù infantili, affinché il giorno della mia nascita al Cielo, gli angeli e i santi riconoscano nella tua piccola sposa: Teresa del Bambin Gesù».
È dal Bambino di Betlemme che la piccola Teresa attinse lo spirito d’infanzia, che era per lei soprattutto spirito d’umiltà e di piccolezza. Non perdeva occasione nella sua vita quotidiana al Carmelo per esercitarsi in questa “piccola via” e per istruirvi le altre.
Ecco come la sorella Celina sintetizza questa “via diretta per il Cielo”. Poiché la Santa si sentiva incapace di percorrere il duro cammino della perfezione, si sforzò di diventare sempre più piccola, affinché Dio si prendesse completamente cura delle sue cose, e la prendesse tra le sue braccia, come succede nelle famiglie per i bambini più piccoli. Voleva essere santa ma senza diventare grande, poiché, come le piccole malefatte dei bambini non fanno adirare i genitori, così le imperfezioni delle anime umili non possono offendere gravemente il buon Dio, e gli errori non saranno imputabili loro come colpa, secondo le parole della Scrittura: «Ai piccoli si perdona per pietà».
Di conseguenza si guardava bene dal desiderare di sentirsi perfetta e che gli altri la considerassero come tale, perché sarebbe cresciuta e Dio l’avrebbe lasciata camminare da sola. «I bambini non lavorano per farsi una posizione – diceva –; se sono saggi, lo fanno per far contenti i loro genitori. Allo stesso modo, non occorre lavorare per diventare santi, ma per fare piacere a Dio». “Forse – diceva a Celina – un padre sgrida il suo bambino quando egli si accusa da se stesso, o gli infligge un castigo? No davvero, ma se lo stringe al cuore».
E riportava la seguente storia ascoltata da bambina. Un re, in una partita di caccia, inseguiva un coniglio bianco, che i suoi cani erano sul punto di raggiungere, quando la bestiola, sentendosi perduta, ritornò indietro rapidamente e saltò tra le braccia del cacciatore. Costui, commosso da tanta fiducia, non volle più separasi dal coniglio bianco e non permetteva a nessuno di toccarlo, riservandosi di nutrirlo. «Così – commentava Teresa – il Buon Dio farà con noi se, perseguiti dalla giustizia figurata dai cani, cercheremo scampo nelle braccia stesse nel nostro Giudice!».
È tutta qui la sapienza della Santa di Lisieux. Essa consiste nel riconoscere, accettare, perfino amare la propria debolezza, senza tuttavia sottovalutare la corrispondenza personale. Essa non scusa il peccato ma vuole che, perdendo ogni illusione su se stessi, non confidando nei propri meriti, non appoggiandosi sulle proprie forze, l’anima si getti con slancio nell’amore misericordioso di Dio. La “piccola dottrina” della Santa di Lisieux non fa del peccato una semplice debolezza e della debolezza quasi una virtù, come spesso accade ai nostri giorni.
Tutt’altro. Le esigenze ascetiche della perfezione cristiana non subiscono nella sua “piccola via” alcun alleggerimento: non v’è in essa alcuna ombra di quietismo. «Occorre – diceva la Santa – fare tutto quello che è in noi, dare senza contare, rinunziare a sé costantemente, in una parola, provare il nostro amore con tutte le buone azioni in nostro potere. Ma, in verità, poiché tutto questo è poca cosa, è necessario confessarci servi inutili dopo aver fatto tutto quanto credevamo di dover fare, sperando tuttavia che il buon Dio ci darà per grazia tutto ciò che desideriamo. È quanto sperano le piccole anime che corrono sulla via dell’infanzia: dico corrono e non si riposano». Questo atteggiamento di povertà spirituale rende profittevoli anche le cadute. Scriveva: «I bambini cadono spesso, ma sono troppo piccoli per farsi un gran male».
Insegnava questa sapienza alle sue consorelle specialmente nel giorno di Natale quando – sull’esempio della sua Santa Madre – si industriava a scriver poemetti e ad organizzare pie ricreazioni, come quella nella quale un immaginario Angelo veniva a chiedere a ciascuna monaca di accogliere al Piccolo Gesù che, fattosi uomo, ha trovato sulla terra solo freddezza e indifferenza: «Le vostre carezze – cantava il messaggero celeste –, e lodi, e tenerezze, siano per il Bambinello! Bruciate d’amore, anime accese; ché un Dio s’è fatto mortale per voi. Stupendo mistero: chi vien mendicando è l’eterno Verbo! Sorelle mie, non temete, avvicinatevi, ed una ad una offrite a Gesù il vostro amore; saprete la sua santa volontà. V’insegnerò ciò che più brama il Bambinello in fasce, a voi che, pure come gli Angeli, avete in più che potete soffrire. Sempre, mai sempre, il vostro patire, e le gioie, siano per il Bambinello! Ardete d’amore, anime accese; ché un Dio s’è fatto mortale per voi. Stupendo mistero; chi vien mendicando è il Verbo eterno!».
Certamente – nota Celina – Teresa avrebbe gustato, se l’avesse conosciuta, questa preghiera di Bossuet: «Gran Dio… non lasciate giammai che alcuni spiriti, di cui alcuni si annoverano tra i dotti, altri tra gli spirituali, possano essere accusati al Vostro terribile tribunale di aver contribuito in qualche modo a chiuderVi l’accesso in non so quanti cuori, perché Voi volevate entrarvi in un modo la cui semplicità li urtava […]; piuttosto fate in modo che, diventando tutti piccoli come fanciulli, come Gesù Cristo comanda, noi possiamo entrare una buona volta per questa piccola porta, per poterla poi mostrare agli altri con più sicurezza e con più efficacia. Così sia».
Niente di strano se, alla sua ultima ora, questo grande prelato francese, che con la sua eloquenza aveva incantato intere platee, abbia pronunciato queste commoventi parole: «Se potessi ricominciare a vivere, non vorrei essere che un piccolo fanciullo che dà sempre la mano al Bambin Gesù».
È la lezione delle due Terese per questo Santo Natale. (Cristiana de Magistris)