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giovedì 26 febbraio 2015

Rivoluzione e Tradizione


Rivoluzione e Tradizione



 Cosa fare quando tutto sembra immerso in una confusione tremenda? Cosa fare quando non sembra sussistere nulla di certo?

 L'uomo è fatto per vivere di fronte a Dio, e in Dio trovare la propria consistenza e pace. Un tempo la Chiesa Cattolica comunicava questa pace. Era il mondo, quello lontano da Dio, ad essere in continua agitazione, ma la Chiesa no. La Chiesa era la stabilità.
 Era il mondo senza Dio ad essere immerso in una continua Rivoluzione e questa Rivoluzione continua era amata dalle anime instabili e disperate che, scontente della vita, cercavano affannosamente un’impossibile novità che appagasse il loro vuoto interiore.

 La Chiesa no; sempre uguale a se stessa, composta e pacifica nella stabilità di Dio, avanzava nel mare della storia ed era il vascello sicuro per le anime che non amavano la Rivoluzione riconoscendola falsa e ingannevole.

 Era il mondo moderno che, non volendo dipendere più da Dio e da nessuna autorità, criticava la Chiesa accusandola di non cambiare mai! Non credendo in Dio, il mondo moderno non capiva la stabilità della Chiesa, perché in fondo non capiva la stabilità di Dio.

 Così, in mezzo a tutte le terribili rivoluzioni, la Chiesa con i suoi santi, con la grazia soprannaturale dei suoi sacramenti, con la verità immutabile rivelata da Dio e trasmessa dalla Tradizione e dalla Scrittura, camminava nel mondo, strappando tutte le anime che poteva alla Rivoluzione che uccide, per portarle nel suo seno, nella stabilità della grazia che edifica.

 Tanti venivano colpiti dalla meravigliosa pace che emanava dalla Chiesa Cattolica, pace che convinceva e convertiva, pace che è tra i più grandi segni di Dio.

 Quante conversioni anche nel mondo protestante verso la Chiesa Cattolica: i protestanti si erano adattati alla modernità sempre più atea e indifferente, ma questa modernità non dava pace e molti così tornavano alla Chiesa Cattolica. Descrive molto bene questa situazione Carlo Lovera di Castiglione nel suo famoso testo su ”Il movimento di Oxford”. Parlando della crisi dottrinale scoppiata dentro la chiesa anglicana a metà dell'800 così dice: “...dei fedeli, gli uni non sapevano più che pensarne, altri parteggiavano per i novatori, molti guardavano oltre i confini della Chiesa Stabilita, verso i Cattolici Romani, per i quali la serenità della fede e dell'immutabile dottrina, si rifletteva nel possesso della verità pieno di sicurezza e di pace.” (Carlo Lovera di Castiglione, Il movimento di Oxford, Morcelliana 1935, pag. 220).

 “La serenità della fede e dell'immutabile dottrina, si rifletteva nel possesso della verità pieno di sicurezza e di pace”: come è dolce questo parlare. E' la dolcezza stessa di Dio che dona nella Chiesa quella serenità che ogni cuore cerca.

 Ma ora tutto è cambiato... sono giunti giorni terribili che la retorica buonista dei cristiani ammodernati non può nascondere: la Rivoluzione dal mondo ateo è entrata nella Chiesa e sta consumando tutto. Non c'è più stabilità, la Chiesa sembra entrata in una perenne Rivoluzione che tutto cambia continuamente: confusione nei riti, confusione nella dottrina, confusione nella morale, confusione nella disciplina. Non sai se la verità di oggi durerà domani. Tanti, preti e fedeli, corrono affannosamente per non restare indietro, per adattarsi come possono a questa estenuante confusione.

 Chi cerca veramente Dio, in questa Chiesa rivoluzionaria, resta terribilmente solo.

 Che fare in questo clima asfissiante? e che cosa non fare?

 Innanzitutto occorre non farsi prendere dall'agitazione, occorre non reagire da rivoluzionari: sarebbe come curare il male, che è appunto la Rivoluzione, con la stessa malattia. Lo spirito rivoluzionario, anche quando pretende di salvare il bene, non sarà mai la soluzione.

 Bisogna invece stare veramente fuori dalla Rivoluzione, vivendo integralmente il cattolicesimo in quella stabilità che era sua, prima che la Rivoluzione invadesse tutto.
 Nella confusione nera, nelle tenebre, urge decidere di fronte a Dio di vivere da cattolici, stabilmente. Per questo bisogna riconoscere un luogo che ti comunichi la pace della fede nel possesso della verità rivelata. Un luogo dove è celebrata la Messa tradizionale: eleggerlo come riferimento per la propria vita, lasciandosi educare da questo luogo. Non vivere da agitati in una lotta perenne ma vivere da cattolici nella liturgia di sempre, nella dottrina di sempre, nella grazia di sempre secondo i sacramenti di sempre; e così operare tutto il bene che il Signore ci permette di compiere.

 Lo dice padre Calmel: “Ciò che sarà sempre possibile nella Chiesa, ciò che la Chiesa assicurerà sempre, nonostante i tentativi diabolici della nuova Chiesa post-vaticanesca, è questo: tendere alla santità realmente, potersi istruire, in un gruppo reale anche se molto piccolo, sulla dottrina immutabile e soprannaturale, sotto un'autorità reale e conservando la sicurezza che resteranno sempre dei veri sacerdoti e dei Vescovi fedeli, che non avranno dimissionato (forse anche senza accorgersene) nelle mani delle commissioni e della collegialità.” (R. T. Calmel, Breve apologia della Chiesa di sempre, Editrice Ichthys, pag. 51).

 Carissimi, se vivremo così, le tenebre terribili di oggi resteranno fuori dai nostri cuori.

 Preghiamo perché la Madonna ci ottenga questo rifugio, e noi cerchiamo di esserne sempre più degni.

martedì 7 gennaio 2014

AD JESUM PER MARIAM




AD JESUM PER MARIAM: 
PER ARRIVARE A GESÙ DOBBIAMO PASSARE ATTRAVERSO MARIA
P. LANTERI e altri

La devozione a Maria presenta al cristiano che riflette diverse questioni di primaria importanza. È bene che egli sappia affrontare e risolvere queste questioni perché riguardano la sua stessa salvezza eterna.

La prima questione è: È vero che la devozione a Maria è di necessità di salute, ossia che essa è un sussidio indispensabile per raggiungere la salvezza eterna?

Rispondiamo subito di sì. Tale è infatti la dottrina costante della Chiesa fin dai primi secoli della sua storia. S. Luigi M. Grignion de Montfort nel suo celebre Trattato sulla vera devozione a Maria (n. 40) stende un lungo elenco di Padri e teologi che sostengono questa dottrina: Agostino, Efrem di Edessa, Cirillo di Gerusalemme, Germano di Costantinopoli, Giovanni Damasceno, Anselmo di Aosta, Bernardo di Chiaravalle, Tommaso d'Aquino, Bonaventura da Bagnoregio, Bernardino da Siena, Leonardo Lessio, Francesco Suarez... Secondo questi dottori la devozione alle Vergine è necessaria alla salvezza e, per contrario, la mancanza di tale devozione, la negligenza o il disprezzo di essa, sono segni infallibili di riprovazione e di dannazione eterna. La ragione? Eccola in poche parole. Essendo Maria necessaria a Dio di una necessità che potremmo dire ipotetica o condizionata, Essa è molto più necessaria agli uomini (avendo così voluto e stabilito Dio stesso) per raggiungere lo scopo ultimo della loro vita. Perciò la devozione a Maria non è da mettere sullo stesso piano della devozione ad altri Santi o a altre Sante, la quale, a differenza della devozione mariana, è sempre facoltativa e talvolta addirittura supererogatoria.


Passiamo alla seconda questione: È più utile e facile avvicinarsi a Gesù attraverso Maria — secondo il noto assioma Ad Jesum per Mariam - oppure avvicinarci a Lui principalmente, o senz'altro esclusivamente, coi nostri mezzi personali senza passare attraverso Maria?


Anche per questa seconda domanda la risposta non lascia dubbi: E per noi molto più facile, più utile, più sicuro, arrivare a Gesù attraverso e per mezzo di Maria che coi soli nostri poveri mezzi personali. Anche questa è dottrina tradizionale della Chiesa.

Sembrerebbe a prima vista che la via retta dovrebbe essere anche la più breve - via recta, brevissima —. Noi arriviamo a Cristo da soli, senza intermediari, senza deviazioni, senza ritardi. La mediazione di Maria sembra, in pratica, superflua, e quindi da evitarsi, o per lo meno da ritenersi facoltativa.

E invece no. Il motivo è sempre da ricercarsi là, nella voIontà e disposizione di Dio riguardo alla nostra salvezza, che Egli vuole effettuata per mezzo di Maria, o non senza Maria. Coloro che danno a Maria soltanto il posto di una devozione, sia pure della devozione principale, dice Monsignor Gay, non comprendono bene l'opera di Dio e non hanno il senso del Cristo.

Lo stesso pensiero si trova nell'enciclica Octobri mense di Leone XIII: « Si può affermare che secondo la volontà di Dio niente ci è dato che non passi per le mani di Maria, di modo che come nessuno può avvicinarsi al Padre onnipotente se non attraverso il Figlio, così nessuno, per così dire, può avvicinarsi a Cristo se non attraverso la Madre ».

E S. Pio X incalza: « La Vergine Santissima è il più efficace aiuto per la conoscenza e l'amore di Cristo » (Ad diem illum, 5 febbraio 1904).

S. Esichio ne da un'altra testimonianza: « Se Cristo è il sole, Maria è il ciclo in cui brilla; se Cristo è la gemma, Maria è lo scrigno in cui essa è contenuta; se Cristo è il fiore, Maria è la pianta da cui procede » (P.G., 93, 1465).

S. Luigi di Montfort fa un'osservazione molto appropriata: « La santa Chiesa, con lo Spirito Santo, benedice prima di tutto la Santa Vergine, poi Gesù Cristo: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo ventre. E questo non perché la santa Vergine sia più di Gesù Cristo, o uguale a lui, ma perché per benedire più perfettamente Gesù Cristo bisogna dapprima benedire Maria » (ivi, n. 95).

Dante Alighieri, che nella teologia mariana era molto addentro, fa capire che per arrivare a Cristo bisogna passare per Maria:
Riguarda ornai alla faccia che a Cristo
più si somiglia, che la sua chiarezza
sola ti può disporre a veder Cristo (Par. 32, 85-87).

Maria è, secondo Dante, Colei che più di chiunque altro assomiglia a Cristo perché è sua Madre secondo la carne, e le madri lasciano sempre nei figli i tratti della loro somiglianzà fisica conforme il vecchio detto filii matrizant, i figli assomigliano alle loro mamme. E perché Maria è tanto assomigliata a Cristo, partecipa della sua luce e del suo splendore: la sua « chiarezza » è il riflesso della « chiarezza » di Gesù, come la luce della luna è il riflesso della luce del sole. Dopo aver abituato l'occhio alla chiarezza di Maria, luce riflessa - dice Dante - si sarà disposti a vedere Cristo stesso, sorgente prima della luce. 

La visione di Maria è scala ad altra visione più alta, nota a questo punto Nicolo Tommaseo.
Già in altra occasione Dante aveva espresso in forma plastica, come fa sempre lui, lo stesso concetto:
... qual vuoi grazia e a Te non ricorre
sua desianza vuoi volar senz'ali (Par. 33, 9-11).
Se qualcuno intende arrivare a Cristo - ed è questa la massima grazia che si deve domandare nella preghiera - ma con mezzi propri, senza voler passare attraverso Maria che è la sola scala e il ponte insostituibile per valicare l'abisso che separa Dio dall'uomo, costui è come un povero uccellino implume che arranca invano per levarsi in volo senza le ali.

E per completare: "La Vergine Maria è il fiore più bello sbocciato dalla creazione, la "rosa" apparsa nella pienezza del tempo, quando Dio, mandando il suo Figlio, ha donato al mondo una nuova primavera. Ed è al tempo stesso protagonista, umile e discreta, dei primi passi della Comunità cristiana: Maria ne è il cuore spirituale, perché la sua stessa presenza in mezzo ai discepoli è memoria vivente del Signore Gesù e pegno del dono del suo Spirito" (Sua Santità Benedetto XVI)


Terza questione: è possibile raggiungere la perfezione cristiana in questa vita, o per lo meno uscire dalla mediocrità nell'esercizio delle virtù cristiane e nella fedele pratica del Vangelo, senza una profonda e convinta devozione a Maria?
Non, non è possibile. Non è mai stato possibile in passato - prova concreta dei fatti — e non sarà mai possibile in futuro per le diverse ragioni che saranno qui elencate basandoci sulla testimonianza dei teologi e dei Santi, specialmente di S. Luigi di Montfort il quale scrive:

« Io penso che nessuno potrà mai arrivare a un'intima unione con Dio e a una perfetta fedeltà e obbedienza alle ispirazioni dello Spirito Santo senza una molto grande e molto profonda unione con la Beata Vergine e un efficace contributo della sua protezione... Gesù è sempre e dovunque il frutto e il Figlio della B. Vergine, e Maria è sempre e dovunque il vero albero che produce il frutto della vita, e la vera Madre che lo genera. 

È soltanto Maria Colei alla quale Dio ha dato le chiavi della cella del divino amore e il potere di entrare nelle sublimi e segretissime vie della perfezione, e il potere, per così dire, di far entrare anche altri in queste vie segrete. 

È soltanto Maria che ha dato ai miseri figli di Eva la possibilità di entrare nel paradiso terrestre, che essi possono percorrere piacevolmente con Dio, nascondersi là in sicurezza dai loro nemici, e nutrirsi là deliziosamente senza più paura di morire, dei frutti dell'albero della vita e della scienza del bene e del male, e bere a larghi sorsi le acque celesti di quella beata sorgente che là sgorga con abbondanza; o meglio, Essa stessa è quel paradiso terrestre, quella terra vergine e benedetta da cui furono allontanati Adamo ed Eva, i peccatori, ed Essa non vi fa entrare se non coloro che a Lei piacerà far arrivare alla santità... » (ivi, n. 43-45).
Maria attinge l'Infinito!
La prima e più alta creatura

domenica 13 ottobre 2013

"Vita meravigliosa di san Gerardo Maiella"

  1. La vita di San Gerardo




Gerardo Maiella, Missionario Redentorista, è invocato in tutto il mondo come il Santo delle mamme e dei bambini. Spentosi a Materdomini il 16 ottobre del 1755 alla giovane età di 29 anni, la sua breve esistenza sarà nota come la "Vita meravigliosa di san Gerardo Maiella"

Al pari di qualsiasi altro personaggio, san Gerardo Maiella bisogna prenderlo così com'è: una copia del Cristo sofferente, un fanatico della volontà di Dio, un carismatico cacciatore di anime, un mistico spesso in estasi, un semina­tore di miracoli. Nascondere i suoi miracoli sarebbe come rifiutare la storia e scrivere un romanzo.

Sarebbe come negare, in Gerardo, la virtù che fu poi la fonte di tutte le altre: "una fede capace di trasportare le monta­gne", secondo la promessa del Signore (Mt 17,20). Certo l'entusiasmo che un taumaturgo lascia dietro di sé si ingrossa e si allarga sempre di più. Come in ogni altro Santo, è evidente che la luce irradiata da Gerardo non è autonoma: egli è solo luce riflessa del Cristo.

La sua vita non ci parla d'altro che della forza del Redentore, il quale, con il dono dello Spirito, ci libera, ci guarisce, ci rinnova; il suo insegnamento è eco fedele del Vangelo; gli orizzonti, verso i quali ci proietta, sono quelli aperti dalla croce e dalla risurrezione del Cristo. Riferirsi a Gerardo significa voler fissare lo sguardo, in maniera sempre più intensa, su Cristo; riconoscere in lui il solo nostro maestro (cf Mt 23,10); ripetergli con Pietro: «Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).

Scrive Giovanni Paolo II: «Non si tratta di inventare un "nuovo programma". Il programma c'è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace».

L'infanzia e l'adolescenza


Il «fratello inutile» era nato il 6 aprile 1726 a Muro Lucano (PZ), da Domenico Maiella e Benedetta Galella al battesimo lo chiamarono Gerardo. Ebbe un'infanzia difficile.


La povertà era l'unica cosa che non mancava mai nella sua casa, e quando mancava il necessario egli andava a rifugiarsi nella cappella della Vergine a Capodigiano.


«Il Figlio di quella bella Signora» pensava a Gerardo, e spesso si staccava dalle ginocchia della Mamma per donare al piccolo ami­co un panino bianco. Il fatto del pane bianco si ripeté più volte, «per molto tempo». Solo più tardi, da religioso, Gerardo dirà a sua sorella Brigida: «Ora so che quel fanciullo che mi regalava quel pane era lo stesso Gesù».


L'incontro con Gesù presente nell'Eucaristia

Il dono del pane bianco lo aveva indotto a scoprire un altro pane, anch esso bianco, benché più piccolo. Lo scorgeva in chiesa, alla messa, quando i fedeli si accostavano alla balaustra.
Qui aveva capito anzitempo che si trattava di Gesù. Andò anch egli una mattina, ma il prete lo vide piccolo e lo rimandò a sedere. A otto anni, in quel tempo, si era piccoli per l eucarestia, ma Gerardo s era incamminato da tempo verso la conoscenza del suo Signore.
Le lacrime versate in chiesa continuarono a bagnare il lettino scarno della sua povera stanzetta. Il prete aveva detto no, ma Gesù avrebbe risposto sì al suo piccolo amico.

Di notte gli inviò l arcangelo Michele a porgergli il pane consacrato. Al mattino seguente, felice e trionfante, confessava candidamente: «Ieri il prete mi ha rifiutato la comunione, questa notte l arcangelo san Michele me l ha portata». Anche questo episodio, apparentemente fantastico, verrà confermato dallo stesso Gerardo vent anni dopo.


L'esperienza del lavoro

Il murese monsignor Albini cercava un domestico. Ne aveva avuti tanti, ma nessuno aveva resistito. Il carattere del prelato scoraggiava chiunque. Al contrario entusiasmò Gerardo. Forse non sapeva cosa l'aspettava, ma egli cercava l'imitazione del Crocifisso, e per lui, sacrifici e rimproveri erano grazia. All'episcopio di Lacedonia ne trovò in abbondanza.
Alle occasioni che gli offre monsignore aggiunge digiuni, flagellazioni, notti di preghiera: pallido e vacillante, ma sempre sereno e sorridente. Anche quando per una malaugurata distrazione si lascia sfuggire di mano la chiave dell'appartamento, mentre attinge acqua dal pozzo. «Cosa dirà monsignore?».

Imperturbato nella sua serenità, sfreccia verso la cattedrale, stacca da una nicchia una statuetta di Gesù bambino e la lega al posto del secchio. Poi ordina: «Va' giù, e riportami la chiave!». Gesù obbedisce a Gerardo, e torna con la chiave in mano. Per i presenti, accorsi ammirati, quello sarà «il pozzo di Gerardiello».

Presso monsignor Albini impiegò tre anni di assiduo servizio, felice di essere impegnato e vilipeso per il carattere poco dolce del suo pastore.

Alla sua morte lo pianse sinceramente, forse lui soltanto, per «aver perduto il miglior amico». Ciò che effettivamente aveva perduto era l'occasione quotidiana di essere maltrattato e maltrattarsi. Tornato a Muro e fallito il progetto di farsi cappuccino, tentò con un amico l'esperienza del romitaggio. La solitudine e l'indigenza fecero ritirare il compagno sprovveduto, e Gerardo, rimasto solo, fu costretto anche lui al ritiro.


Di nuovo sarto

Si ricordò di essere stato sarto. Aprì bottega da solo. Non era bravo nel mestiere, e il desiderio della preghiera era più forte di quello del lavoro. Divenne noto come «il sarto fate voi», per la sua ridotta capacità e per il suo scarsissimo profitto.
Alla sua poca abilità però sopperiva con i prodigi: buono a nulla forse, ma santo. Perché le ore le trascorreva più in chiesa che in bottega. Doveva farsi violenza per strapparsi dal suo Gesù, «prigioniero» del tabernacolo. Quando non poteva passare con lui le ore del giorno, approfittava della notte, sacrificando il sonno per conversare con il suo Amico. Una volta dal tabernacolo uscì una voce misteriosa di dolce rimprovero: «Pazzerello!». E Gerardo spontaneo: «Più pazzo siete voi, Signore, che per amore ve ne state prigioniero nel tabernacolo».
Pazzia d'amore che si manifestò in altra circostanza. La terza domenica di maggio, a Muro, si preparava la solenne processione della statua dell'Immacolata. Gli occhi della gente erano puntati sulla dolce immagine. Anche quelli di Gerardo, immobile ed estatico. Improvvisamente, egli saltò sulla pedana del trono, si tolse l'anello che aveva al dito e lo infilò al dito della Vergine, esclamando ad alta voce: «Mi sono fidanzato alla Madonna!».

Per attuare il suo progetto di santità l'ambiente di Muro non gli bastava.


Gerardo conosce i Missionari Redentoristi


Ai primi di agosto 1748 due religiosi reden­toristi - abito talare ornato di una lunga corona alla cintura e collarino bianco - attraversata la Sella di Conza, salirono a Castel­grande e si diressero verso Muro Lucano. Ai loro occhi apparve una bianca cascata di case picchiettate di verde: qualcosa di fiabesco.

Dopo una pausa breve di ingenuo stupore, padre Francesco Garzilli e fratel Onofrio Ricca cominciarono a bussare alle porte questuando offerte per il santuario di Materdomini, a Caposele. Era in costruzione una nuova casa della Congregazione del Santissimo Redentore.

I Redentoristi erano stati ideati da Alfonso Maria de Liguori nel 1732 a Scala, sull altopiano di Amalfi. Lassù, a oltre 1000 metri, questo no­bile napoletano, già avvocato a sedici anni, poi sacerdote e missionario, nella solitudine di una chiesetta montana, Santa Maria dei Monti, ripensò alla sua città, teatro di sfarzi e di cultura, e sperimentò l abbandono dei pastori in terre povere e desolate. L impatto fra due realtà tanto stridenti fu l ultima spinta alla sua «conversione». La Congregazione nascente avrebbe dovuto avere come scopo la cura delle anime più abbandonate, prive di qualsiasi soccorso spirituale. Furono costruiti così i collegi di Ciorani, Pagani, Deliceto. Ora si pensava a Ca­po­sele. L arcivescovo di Conza, monsignor Giuseppe Nicolai, aveva offerto ad Alfonso il romitorio e la chiesetta di Materdomini per farne un centro di spiritualità nella diocesi.

Continuando il loro giro, i due ambasciatori di Alfonso de Liguori e della Vergine Materdomini, inconsapevoli apportatori di un messaggio divino, si imbatterono in un giovane alto e gracile, dalla testa grossa e dagli occhi profondi, che agucchiava nella sua botteguccia di sarto. Quel giovane, contro qualsiasi previsione umana, un giorno sarebbe stato redentorista.
Il 13 aprile 1749 alcuni Missionari Redentoristi intrapresero nella cittadina lucana una sacra missione. Scoccò l ora della chiamata definitiva. L ideale di santità vivente in quei missionari era il suo ideale: sentì che quella era la sua strada, la sua vocazione.
Però la sua richiesta ufficiale trovò l ostacolo della sua gracile costituzione fisica. Padre Paolo Cafaro, uomo di virtù e d intelligenza, lo fissò e fu inesorabile: «La nostra vita non è per te». Anche mamma Benedetta, per diverso motivo, era contraria alla decisione del figlio, e ne parlò al superiore della missione.

Conoscendo bene la testardaggine del figlio, lo serrò in casa il giorno della partenza dei missionari. Poteva una porta chiusa fermare la volontà di Dio?


Vado a farmi Santo

Le campane di tutte le chiese suonavano a gloria il commiato del popolo di Muro agli evangelizzatori partenti. La gente si riversava sulle vie, porgeva un ultimo saluto, chiedeva l ultima benedizione. Solo in casa, recluso, il giovane cercatore di Dio, dalla finestra al piano superiore ascoltava il tripudio delle campane e il brusio della folla. Smaniava. Ogni minuto rappresentava una distanza sempre più grande fra lui e i missionari.
Due obbedienze combattevano nel suo animo: alla madre o a Dio? Il bivio tremendo esigeva pronta soluzione. Scrisse su un foglio: «Mamma, perdonami. Non pensare a me. Vado a farmi santo!». Annodò due lenzuola, scavalcò il davanzale e fu in strada, correndo da disperato. I missionari avevano lasciato l abitato e si avviavano verso Rionero in Vulture.
Appena scorse i missionari, senza fermarsi, egli cominciò a gridare: «Padri, aspettatemi!». In mezzo alla via, nel sole e nella polvere, rinnovò la domanda. Padre Cafaro, dal canto suo, rinnovò il rifiuto: «Figliuolo, torna a casa; tu non puoi riuscire nel nostro Istituto». «Sperimentatemi, e poi mi licenzierete», insisteva logicamente il postulante.

L insistenza aprì la mente al santo missionario che scelse una via di mezzo: lo spedì al superiore di Deliceto con questo foglio di presentazione: «Vi mando un fratello inutile, riguardo alla fatica, perché è molto gracile di conformazione; per altro non ho potuto farne a meno, attesa la di lui insistenza e il credito di giovane virtuoso che gode nella città di Muro».


Gerado entra nei Redentoristi

Da redentorista la sua vita cambiò. Entrato nella casa di Deliceto, in Puglia, vero eremitaggio, a Gerardo parve di entrare nell anticamera del paradiso.
L accoglienza che ebbe non fu incoraggiante: tutti, a vederlo, scrollarono il capo. Che ne avrebbero fatto di un soggetto che pareva reggere l anima coi denti? Ma egli aveva chiesto di essere sperimentato; e il padre D Antonio, che reggeva quella comunità, lo mise alla prova. Al bosco, alla cucina, al refettorio, al forno, alle costruzioni, alle pulizie, dovunque si faticasse, invariabilmente giocondo e volenteroso, era presente Gerardo. Un grande miracolo di volontà e di energia, durato sei mesi, quanti bastarono per far cambiare opinione ai confratelli sul suo conto. Come se avesse previsto breve il corso della sua vita, cercò di guadagnare in intensità ciò che poteva costruirsi in lunghi anni. Scelse il rigido padre Cafaro come modello e moderatore nella virtù. Ecco i suoi primi impegni:

«Primo proposito: posuit me Deus in paradiso voluptatis. Sappi, o Gerardo, che Dio ha strappato te dal mondo e ti ha posto qual novello Adamo in questo paradiso della Congregazione, al solo fine che operi e che metta in esecuzione i precetti e i consigli del suo santo Vangelo, che hai nelle regole. Misero te, se le trascuri.

Secondo proposito: avrò cura d essere minuto osservatore d ogni cosa delle regole, di perseverare e crescere nel bene, di impegnarmi principalmente nell unione con Dio».
Nonostante questi propositi, ai confratelli Gerardo sembrò molte volte interprete libero delle regole della Congregazione. Egli era guidato dalla legge dello Spirito, che spesso lo liberava da quella scritta. Egli però riteneva di non essere ancora abbastanza sottomesso allo Spirito, quindi ce la metteva tutta per pregare e mortificarsi. Il suo direttore padre Cafaro insegnava: «Per farsi santo bisogna agonizzare e agonizzare sempre, attenendosi a mortificarsi in tutto, nel cibarsi, nel bere, nel dormire, e in ogni altra cosa». E Gerardo risolutamente si proponeva: «Una volta sola ho l occasione di farmi santo; se la perdo, la perdo per sempre».
Lo aiutarono in questo sforzo di imitazione del Maestro le circostanze ambientali. Già a Muro i ragazzi di strada avevano trovato in lui l esca del divertimento. In seguito fu una guardia campestre del duca di Bovino a malmenarlo col calcio del fucile e a colpirlo fino ad offendergli una costola. I confratelli, che poco credettero alla sua santità, lo derisero chiaman­dolo fan­nul­lone e pazzo. Per non dire dell abbandono in cui veniva lasciato, della solitudine dello spirito o dell aridità.

Il padre Antonio Tannoia, suo biografo e contemporaneo, racconta che si faceva stendere su una croce, a somiglianza di Gesù; che nella settimana santa si straziava con cardi, catenelle, discipline a sangue, veglie notturne e digiuni; che la sera di giovedì pareva entrare in un agonia interna misteriosa e torturante. La sua cella, con un saccone riempito di sassi per giaciglio e teschi di morto intorno, era il suo paradiso, dove si flagellava con punte di ferro e dormiva fasciato da cilizi.


Obbedienza eroica


Tutto questo eroismo ha una spiegazione: Gerardo aveva indirizzato la sua vita su questa massima: «Amare assai Iddio, unito sempre a Dio. Far tutto per Dio. Amare tutto per Dio. Conformarmi sempre al suo santo volere. Patire assai per Dio. È pena infinita patire; e non patire per Dio. Patire tutto e patirlo per Dio, è niente».


Proprio così: quell esemplare fratello era pervenuto a tal grado di rinunzia da non possedere più una volontà propria, ma da far vivere ed operare in lui la volontà di Dio. Di qui un obbedienza cieca, alla lettera, fino a rasentare l incredibile, l impossibile.

Ecco a riguardo un altro suo proposito: «Dio mio, per amor vostro, io obbedirò ai miei superiori come mirassi in essi Voi stesso ed ubbidissi alla vostra divina persona. E sarò come non fossi più mio, ma quello che voi stesso siete nell intelletto e nella volontà di chi mi comanda». Una decisione così radicale doveva sfociare in un obbedienza eroica. E Dio rispondeva con i miracoli. Poiché il suo pensiero assiduo era il Signore, lo si vedeva assorto e spesso estatico in contemplazione, tanto da sembrare trascurato e distratto. Però, ad un cenno del superiore, scattava come una molla: «Fratel Gerardo, mettiti subito in viaggio per Ascoli Satriano». E Gerardo parte immediatamente, vestito come si trova: uno straccio di tonaca e un paio di ciabatte che trascina per i pavimenti della casa.

mercoledì 25 gennaio 2012

"La confessione è un sacramento che Io amo molto"

La buona e la cattiva Confessione sacramentale


<<Il confessionale, dopo l'altare, è il posto in cui più si rende gloria alla Trinità.

E perché?

Perché la sua immagine si rigenera nelle anime, 
perché si lava ogni colpa,
perché si fa valere presso l'eterno Padre il prezzo del mio Sangue, 
perché si rompono le alleanze con il Maligno,
perché Io triomfo sul demonio,
perché lo Spirito Santo di nuovo prende possesso dell'anima smarrita e forse anche perduta.


La confessione è un sacramento che Io amo molto, perché in essa entra necessariamente la Redenzione e i miei meriti infiniti, rallegrando il Padre con migliaia di gloriose conquiste. 
Lì si trova il seme della santità... lì si attua la fecondazione del Padre e dello Spirito Santo, donando vita nuova alle anime, perché le assoluzioni sacramentali non solamente cancellano sempre le colpe dell'anima, ma le danno vita con la forza redentiva del mio Sangue. 

Il sacerdote, degno o indegno che sia, per la sua intima unione con il Verbo, per il sigillo dello Spirito Santo indelebile nella sua anima, possiede una reale possibilità di fecondazione delle anime, ricevuta dal Padre.

Ma nonostante porti in sé questo germe, se il suo cuore non è puro, esso non fruttificherà, e cadrà nelle anime come l'aria che passa, senza germinare né mettere radici di virtù>> 

(CC 25, 306-309: Conchita Cabrera De Armida: "Sacerdoti di Cristo", pag 167). 

AVE MARIA!
AMDG