giovedì 28 marzo 2013

Ora sappiamo ...





«Oh! ora Tu ti spieghi. Ora sappiamo ciò che vuoi dire e che Tu sai tutto e rispondi senza che nessuno ti interroghi. Veramente Tu vieni da Dio!».


«Adesso credete? All'ultima ora? È tre anni che vi parlo! Ma già in voi opera il Pane che è Dio e il Vino che è Sangue non venuto da uomo, e vi dà il primo brivido di deificazione. Voi diverrete dèi se sarete perseveranti nel mio amore e nel mio possesso. Non come lo disse Satana ad Adamo ed Eva, ma come Io ve lo dico. È il vero frutto dell'albero del Bene e della Vita. Il Male è vinto in chi se ne pasce, ed è morta la Morte. Chi ne mangia vivrà in eterno e diverrà "dio" nel Regno di Dio. Voi sarete dèi se permarrete in Me. 


Eppure ecco... pur avendo in voi questo Pane e questo Sangue, poiché sta venendo l'ora in cui sarete dispersi, voi ve ne andrete per vostro conto e mi lascerete solo... 

Ma non sono solo. Ho il Padre con Me. Padre, Padre! Non mi abbandonare! Tutto vi ho detto... Per darvi pace. La mia pace. Ancora sarete oppressi. Ma abbiate 
fede. Io ho vinto il mondo».


Gesù si alza, apre le braccia in croce e dice con volto luminoso la sublime preghiera al Padre. Giovanni la riporta integralmente. (Nel suo Vangelo: Giovanni 17).




EXEMPLUM DEDI VOBIS
VIGILATE ET ORATE!

Nell’anno che papa Benedetto XVI ha consacrato al tema della fede...


Nell’anno che papa Benedetto XVI ha consacrato al tema della fede, padre Amorth pone al centro i temi che gli stanno più a cuore, mettendo in guardia da un mondo secolare che si sta consumando nell’astio, nell’invidia, nel materialismo.
Si tace sulle realtà luciferine che agitano i contesti sociali ed ecclesiali. Eppure  dal diavolo occorre difendersi.
Per contrastare questo colpevole silenzio, il sacerdote ha deciso di alzare ogni velo al fine di trasmettere a fedeli e laici il proprio bagaglio di esperienza, il suo lascito, in modo particolare a chi verrà dopo di lui, ai giovani esorcisti che saranno presto chiamati ad affrontare fenomeni di possessione sempre più cruenti e le funeste congiunture del maligno.
Ecco qui il primo capitolo, scaricabile gratuitamente.
AVE MARIA!

ESEMPLARE DECRETO!



Circa il Culto della SS. Eucaristia

1987
Il dovere del Culto della SS. Eucaristia extra-Missam deve essere sempre tenuto in grande considerazione e costantemente alimentato perché «poggia su valida e solida base, soprattutto perché la fede nella presenza reale del Signore conduce naturalmente alla manifestazione esterna e pubblica di quella fede medesima» (Euch. Myst. n. 49).

Per impedire degenerazioni nel Culto divino e per introdurre alcune regole utili allo scopo,
con il presente Nostro
DECRETO
abbiamo ritenuto stabilire quanto segue.
1. È compito dei Revv. Parroci e Rettori di Chiese di curare la collocazione della Eucaristia con quei particolari elementi esteriori che mettono in risalto la divina Presenza e sono un motivo costante per richiamare all’adorazione del SS. Sacramento.
2. Il Tabernacolo sia adatto all’adorazione alla preghiera personale in modo che i fedeli possano con facilità e con frutto adorare, anche con culto privato, il Signore presente nel Sacramento (cfr. Rito Com. n. 9).
3. Il luogo in cui si conserva l’Eucaristia sia situato in una cappella adatta alla preghiera privata e alla adorazione dei fedeli. Se poi questo non si può attuare, l’Eucaristia «sia collocata… in un luogo della chiesa molto visibile e debitamente ornato, tenuta presente la struttura di ciascuna chiesa e le legittime consuetudini di ogni luogo» (Mess. Rom. n. 276).
4. Dove non esiste una cappella laterale, la quale per ampiezza ed ornato sia più rispettosa della divina Maestà e quindi, rispondente ai requisiti sopraddetti, la SS. Eucaristia sia abitualmente conservata nella cappella maggiore ed al suo centro.
Questa prassi dà meglio rilievo alla divina Presenza e facilmente richiama all'adorazione.
Non è consentito porre il tabernacolo su un lato del Presbiterio.
5. La sede del Celebrante non deve essere posta tra l’altare ed il tabernacolo, ma lateralmente, secondo le indicazioni della C.E.I. (Mess. Rom. ediz. Ital. n. 15).
6. Il tabernacolo deve avere sempre il maggiore ornato per indicare ai fedeli il vero centro della presenza reale di Nostro Signore. Non siano pertanto dimenticati i fiori (quando sono permessi dalle norme liturgiche), il conopeo, la lampada ad olio o i ceroni appositi e quella giusta illuminazione della cappella e del tabernacolo che costituisce il primo richiamo alla venerazione.
7. Nelle grandi chiese ed in quelle dove il flusso turistico è maggiore si riservi, possibilmente, uno spazio dinanzi all’altare o al tabernacolo per la preghiera personale al SS. Sacramento.

Anche a questo scopo siano mantenute le balaustre, le quali assicurano la opportuna distinzione tra la navata e il presbiterio (secondo la norma del Messale - cfr. n. 258), rendono chiara a tutti l’essenziale diversità tra il sacerdozio ministeriale degli ordinati e quello comune dei fedeli, facilitano la santa Comunione in ginocchio.
8. Per il retto svolgimento della celebrazione liturgica la lettura dei sacri testi deve essere affidata a persone che abbiano voce sufficiente, siano capaci di leggere dignitosamente e in modo da poter essere intesi da tutta l'assemblea.
Non siano ammessi lettori improvvisati od occasionali. Per avere una proclamazione degna dei sacri testi si facciano per i lettori appositi corsi di preparazione.
9. Nella Comunione dei fedeli, quando è distribuita fuori del presbiterio, la SS. Eucaristia sia accompagnata da un ministrante con la candela accesa, quale espressione di fede e di onore al Sacramento e anche segno indicativo per i fedeli che si accostano alla Comunione. Tale norma è bene sia osservata anche quando la Comunione viene distribuita al limite del «sancta sanctorum».
Genova, dal Palazzo Arcivescovile, il 29 giugno 1987, solennità dei Ss. Apostoli Pietro e Paolo

+ Giuseppe Card. Siri, Arcivescovo
Can. Alberto Tanasini, Cancelliere Arcivescovile

« Insegnami o unica speranza e salvezza dell'anima mia, come potrei ringraziarti, almeno un po' di tutte le sofferenze che per te furono così crudeli e per me così salutari! ».



NEL SANTO GIORNO DI PARASCEVE 
O VENERDI' SANTO

Un Venerdì santo, all'ora di Prima, mentre Geltrude ringraziava il Signore per essersi abbassato fino a comparire davanti al tribunale di un pagano, vide il Figlio di Dio raggiante di serenità e gioia. Era seduto su di un trono regale, a destra del Padre, che gli dimostrava un'ineffabile tenerezza affine di compensarlo degli oltraggi e delle bestemmie che aveva sopportato per salvarci. Tutti i Santi, inginocchiati rispettosamente davanti a Lui, lo ringraziavano di averli preservati dall'eterna dannazione con la sua morte atroce.

Alle parole della Passione « Sitio - Ho sete » Gesù presentò a Geltrude un calice d'oro destinato a ricevere le sue lagrime d'amore. Ella sentì allora il cuore preso da tale commozione, che pareva liquefarsi e sciogliersi in pianto. Tuttavia frenò le lagrime, per discrezione e per non svelare il segreto della sua tenerezza; chiese poi a Gesù se il suo modo di fare Gli fosse gradito. Allora un getto limpidissimo parve scaturire dal cuore di Geltrude e penetrare nella bocca di Gesù che le disse: 
«Così, figlia mia, io attiro le lagrime di divozione che si frenano per motivi tanto nobili e puri».

A Terza ella si sentì infiammata d'amore, ricordandosi che Gesù, in quell'ora, era stato trafitto di spine, crudelmente flagellato e caricato dalla pesante Croce. Ella GIi disse: «O mio Diletto, per corrispondere all'amore che mi hai dimostrato sopportando l'iniqua Passione, ti offro tutto il mio cuore e desidero, da questo momento fino alla morte, di sopportare l'amarezza, il dolore, lo spasimo dello stesso tuo dolcissimo Cuore e del tuo Corpo immacolato; se per umana fragilità, dimenticassi un istante i tuoi dolori, accordami una sofferenza sensibile che corrisponda degnamente all'angoscia della tua Passione». Rispose Gesù « Il tuo buon volere e la fedeltà dell'amore tuo mi hanno pienamente sodisfatto; ma perchè possa gustare tutte le mie delizie nel tuo cuore, dammi, la libertà di operare e di custodire in esso tutto quello che voglio, senza che ti dica, se vi verserò gioie o amarezze ».

Nella Passione si lesse che Giuseppe raccolse il Corpo del Signore. Geltrude chiese: « Il tuo santissimo Corpo, o Gesù, venne dato al fortunatissimo Giuseppe; a me, quantunque indegna, cosa darai? ». Tosto il Salvatore le porse il suo dolcissimo Cuore, sotto l'aspetto di un incensiere d'argento, da cui salivano verso il Padre, tante onde olezzanti d'incenso quanti furono i popoli riscattati dalla Passione; in seguito secondo il rito liturgico, si lessero le orazioni per tutti gli ordini della Chiesa con le relative genuflessioni. Mentre il sacerdote cantava: « Oremus dilectissimi etc. » ella vedeva quelle preghiere fondersi con l'incenso ch'esalava dal divin Cuore ed elevarsi, con esso, unica oblazione al Padre.

Tale unione con Cristo dava alle preghiere della Chiesa un magnifico splendore ed un profumo delizioso. Cerchiamo quindi di pregare più divotamente in questo giorno per la S. Chiesa, poichè la Passione di Cristo è quella che dà maggior valore alle nostre suppliche, rendendole gradite al Padre.

In altro Venerdì santo, sentendosi Geltrude dolcemente penetrata dal ricordo della Passione di Gesù, desiderava ardentemente darGli un degno ricambio di amore; perciò Gli disse: « Insegnami o unica speranza e salvezza dell'anima mia, come potrei ringraziarti, almeno un po' di tutte le sofferenze che per te furono così crudeli e per me così salutari! ». Il buon Maestro rispose: « Se alcuno rinuncia al suo giudizio proprio per seguire l'altrui, mi risarcisce della prigionia subita, dei legami e delle ingiurie che ho sopportato il mattino dei giorno mio estremo. Chi confessa umilmente i peccati, mi compensa delle false accuse lanciate contro di me e della sentenza di morte. Chi mortifica i sensi, mi compensa della flagellazione subita a Terza. Chi si sottomette a Superiori indegni ed esigenti, toglie le spine dalla mia corona. Chi, offeso, fa i primi passi per ottenere la pace, alleggerisce il fardello della mia Croce. Chi si dà tutto, generosamente alle opere di carità, ripara lo stiramento spasmodico delle mie membra quando, all'ora di Sesta, venni crocifisso. Chi non teme il disprezzo, nè la sofferenza quando si tratta di ritrarre il prossimo dal peccato, mi ripaga degnamente per la morte da me sofferta, all'ora di nona, nel redimere il genere umano. Chi risponde con umiltà agl'insulti, mi stacca dalla Croce. Infine chi preferisce il prossimo a se stesso e lo ritiene degno di onore e di riguardi, mi ricompensa della mia sepoltura».

In altro Venerdì santo, mentre Geltrude pregava il Signore, prima di comunicarsi, perchè la preparasse a quell'atto solenne, sentì queste parole: « Mi sento talmente attratto verso di Te, che nessuna cosa al mondo potrebbe trattenermi. Sappi che ho raccolto tutto quello che oggi si è compiuto nella Chiesa in memoria della mia Passione, con pensieri, parole, opere, ed ora mi preme deporre questo tesoro nel tuo cuore, col Sacramento dell'altare, a vantaggio della tua salvezza eterna ». « Ti ringrazio immensamente, o mio Gesù, - rispose Geltrude - però vorrei che mi permettessi di far parte di questo dono a coloro che io desidero beneficare ». Il Salvatore rispose sorridendo: « Cosa mi darai tu, mia diletta, perché Io t'accordi questo grande favore? ». « Ahimè - riprese la Santa - non ho nulla che sia degno di Te: ma se avessi tutto quello che Tu possiedi, sento che ti cederei ogni cosa affìnchè tu potessi, a tua volta, farne dono a chi più t'aggrada». E il Signore con bontà: «Se davvero tu mi ami fino a questo punto; puoi star certa che anch'io agirò nello stesso modo a tuo riguardo, ma in proporzione somma, cioè quanto il mio amore supera il tuo ».

Ella aggiunse: «Quali meriti ti offrirò nella tua venuta Eucaristica, mentre Tu a me vieni con tanta generosità? ». Gesù affermò: « Una cosa sola ti domando. Vieni a me completamente vuota e disposta a ricevere, perchè il bene che potrà piacermi in te, sarà dono della mia bontà infinita ». Ella comprese che quel vuoto è l'umiltà, per mezza della quale l'uomo riconosce di non aver nulla da se stesso e di nulla potere senza l'aiuto di Dio, giacchè tutto ciò che può fare, va contato per niente.

Ave maris stella

Giovedì santo



Il Giovedì Santo è il giorno in cui si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio ministeriale

In mattinata, ciascuna comunità diocesana, radunata nella Chiesa Cattedrale attorno al Vescovo, celebra la Messa crismale, nella quale vengono benedetti il sacro Crisma, l’Olio dei catecumeni e l’Olio degli infermi. 

A partire dal Triduo pasquale e per l’intero anno liturgico, questi Oli verranno adoperati per i Sacramenti del Battesimo, della Confermazione, delle Ordinazioni sacerdotale ed episcopale e dell’Unzione degli Infermi; in ciò si evidenzia come la salvezza, trasmessa dai segni sacramentali, scaturisca proprio dal Mistero pasquale di Cristo; infatti, noi siamo redenti con la sua morte e risurrezione e, mediante i Sacramenti, attingiamo a quella medesima sorgente salvifica. Durante la Messa crismale, domani, avviene anche il rinnovo delle promesse sacerdotali. Nel mondo intero, ogni sacerdote rinnova gli impegni che si è assunto nel giorno dell’Ordinazione, per essere totalmente consacrato a Cristo nell’esercizio del sacro ministero a servizio dei fratelli. Accompagniamo i nostri sacerdoti con la nostra preghiera.

Nel pomeriggio del Giovedì Santo inizia effettivamente il Triduo pasquale, con la memoria dell’Ultima Cena, nella quale Gesù istituì il Memoriale della sua Pasqua, dando compimento al rito pasquale ebraico. Secondo la tradizione, ogni famiglia ebrea, radunata a mensa nella festa di Pasqua, mangia l’agnello arrostito, facendo memoria della liberazione degli Israeliti dalla schiavitù d’Egitto; così nel cenacolo, consapevole della sua morte imminente, Gesù, vero Agnello pasquale, offre sé stesso per la nostra salvezza (cfr 1Cor 5,7). Pronunciando la benedizione sul pane e sul vino, Egli anticipa il sacrificio della croce e manifesta l’intenzione di perpetuare la sua presenza in mezzo ai discepoli: sotto le specie del pane e del vino, Egli si rende presente in modo reale col suo corpo donato e col suo sangue versato. Durante l’Ultima Cena, gli Apostoli vengono costituiti ministri di questo Sacramento di salvezza; ad essi Gesù lava i piedi (cfr Gv 13,1-25), invitandoli ad amarsi gli uni gli altri come Lui li ha amati, dando la vita per loro. Ripetendo questo gesto nella Liturgia, anche noi siamo chiamati a testimoniare fattivamente l’amore del nostro Redentore.

Il Giovedì Santo, infine, si chiude con l’Adorazione eucaristica, nel ricordo dell’agonia del Signore nell’orto del Getsemani. Lasciato il cenacolo, Egli si ritirò a pregare, da solo, al cospetto del Padre. In quel momento di comunione profonda, i Vangeli raccontano che Gesù sperimentò una grande angoscia, una sofferenza tale da fargli sudare sangue (cfr Mt 26,38). 

Nella consapevolezza della sua imminente morte in croce, Egli sente una grande angoscia e la vicinanza della morte. In questa situazione, appare anche un elemento di grande importanza per tutta la Chiesa. Gesù dice ai suoi: rimanete qui e vigilate; e questo appello alla vigilanza concerne proprio questo momento di angoscia, di minaccia, nella quale arriverà il proditore [traditore], ma concerne tutta la storia della Chiesa. 

E' un messaggio permanente per tutti i tempi, perché la sonnolenza dei discepoli era non solo il problema di quel momento, ma è il problema di tutta la storia. La questione è in che cosa consiste questa sonnolenza, in che cosa consisterebbe la vigilanza alla quale il Signore ci invita. Direi che la sonnolenza dei discepoli lungo la storia è una certa insensibiltà dell'anima per il potere del male, un’insensibilità per tutto il male del mondo. 

Noi non vogliamo lasciarci turbare troppo da queste cose, vogliamo dimenticarle: pensiamo che forse non sarà così grave, e dimentichiamo. E non è soltanto insensibilità per il male, mentre dovremmo vegliare per fare il bene, per lottare per la forza del bene. È insensibilità per Dio: questa è la nostra vera sonnolenza; questa insensibilità per la presenza di Dio che ci rende insensibili anche per il male. Non sentiamo Dio - ci disturberebbe - e così non sentiamo, naturalmente, anche la forza del male e rimaniamo sulla strada della nostra comodità. 

L'adorazione notturna del Giovedì Santo, l'essere vigili col Signore, dovrebbe essere proprio il momento per farci riflettere sulla sonnolenza dei discepoli, dei difensori di Gesù, degli apostoli, di noi, che non vediamo, non vogliamo vedere tutta la forza del male, e che non vogliamo entrare nella sua passione per il bene, per la presenza di Dio nel mondo, per l'amore del prossimo e di Dio.

Poi, il Signore comincia a pregare. I tre apostoli - Pietro, Giacomo, Giovanni - dormono, ma qualche volta si svegliano e sentono il ritornello di questa preghiera del Signore: “Non la mia volontà, ma la tua sia realizzata”. 

Che cos'è questa mia volontà, che cos'è questa tua volontà, di cui parla il Signore? La mia volontà è “che non dovrebbe morire”, che gli sia risparmiato questo calice della sofferenza: è la volontà umana, della natura umana, e Cristo sente, con tutta la consapevolezza del suo essere, la vita, l'abisso della morte, il terrore del nulla, questa minaccia della sofferenza.

E Lui più di noi, che abbiamo questa naturale avversione contro la morte, questa paura naturale della morte, ancora più di noi, sente l'abisso del male. Sente, con la morte, anche tutta la sofferenza dell'umanità. Sente che tutto questo è il calice che deve bere, deve far bere a se stesso, accettare il male del mondo, tutto ciò che è terribile, l’avversione contro Dio, tutto il peccato. E possiamo capire come Gesù, con la sua anima umana, sia terrorizzato davanti a questa realtà, che percepisce in tutta la sua crudeltà: la mia volontà sarebbe non bere il calice, ma la mia volontà è subordinata alla tua volontà, alla volontà di Dio, alla volontà del Padre, che è anche la vera volontà del Figlio. 

E così Gesù trasforma, in questa preghiera, l’avversione naturale, l’avversione contro il calice, contro la sua missione di morire per noi; trasforma questa sua volontà naturale in volontà di Dio, in un “sì” alla volontà di Dio. L'uomo di per sé è tentato di opporsi alla volontà di Dio, di avere l’intenzione di seguire la propria volontà, di sentirsi libero solo se è autonomo; oppone la propria autonomia contro l’eteronomia di seguire la volontà di Dio. Questo è tutto il dramma dell'umanità. 

Ma in verità questa autonomia è sbagliata e questo entrare nella volontà di Dio non è un’opposizione a sé, non è una schiavitù che violenta la mia volontà, ma è entrare nella verità e nell'amore, nel bene. E Gesù tira la nostra volontà, che si oppone alla volontà di Dio, che cerca l'autonomia, tira questa nostra volontà in alto, verso la volontà di Dio. Questo è il dramma della nostra redenzione, che Gesù tira in alto la nostra volontà, tutta la nostra avversione contro la volontà di Dio e la nostra avversione contro la morte e il peccato, e la unisce con la volontà del Padre: “Non la mia volontà ma la tua”. In questa trasformazione del “no” in “sì”, in questo inserimento della volontà creaturale nella volontà del Padre, Egli trasforma l'umanità e ci redime. E ci invita a entrare in questo suo movimento: uscire dal nostro “no” ed entrare nel “sì” del Figlio. La mia volontà c'è, ma decisiva è la volontà del Padre, perché questa è la verità e l'amore.

Un ulteriore elemento di questa preghiera mi sembra importante. I tre testimoni hanno conservato - come appare nella Sacra Scrittura - la parola ebraica o aramaica con la quale il Signore ha parlato al Padre, lo ha chiamato: “Abbà”, padre. Ma questa formula, “Abbà”, è una forma familiare del termine padre, una forma che si usa solo in famiglia, che non si è mai usata nei confronti di Dio. Qui vediamo nell'intimo di Gesù come parla in famiglia, parla veramente come Figlio col Padre. Vediamo il mistero trinitario: il Figlio che parla col Padre e redime l'umanità.

Ancora un’osservazione. La Lettera agli Ebrei ci ha dato una profonda interpretazione di questa preghiera del Signore, di questo dramma del Getsemani. Dice: queste lacrime di Gesù, questa preghiera, queste grida di Gesù, questa angoscia, tutto questo non è semplicemente una concessione alla debolezza della carne, come si potrebbe dire. Proprio così realizza l'incarico del Sommo Sacerdote, perché il Sommo Sacerdote deve portare l'essere umano, con tutti i suoi problemi e le sofferenze, all'altezza di Dio. E la Lettera agli Ebrei dice: con tutte queste grida, lacrime, sofferenze, preghiere, il Signore ha portato la nostra realtà a Dio (cfr Eb 5,7ss). E usa questa parola greca “prosferein”, che è il termine tecnico per quanto deve fare il Sommo Sacerdote per offrire, per portare in alto le sue mani.

Proprio in questo dramma del Getsemani, dove sembra che la forza di Dio non sia più presente, Gesù realizza la funzione del Sommo Sacerdote. E dice inoltre che in questo atto di obbedienza, cioè di conformazione della volontà naturale umana alla volontà di Dio, viene perfezionato come sacerdote. E usa di nuovo la parola tecnica per ordinare sacerdote. Proprio così diventa realmente il Sommo Sacerdote dell'umanità e apre così il cielo e la porta alla risurrezione.

Se riflettiamo su questo dramma del Getsemani, possiamo anche vedere il grande contrasto tra Gesù con la sua angoscia, con la sua sofferenza, in confronto con il grande filosofo Socrate, che rimane pacifico, senza perturbazione davanti alla morte. E sembra questo l'ideale. Possiamo ammirare questo filosofo, ma la missione di Gesù era un'altra. La sua missione non era questa totale indifferenza e libertà; la sua missione era portare in sé tutta la nostra sofferenza, tutto il dramma umano. E perciò proprio questa umiliazione del Getsemani è essenziale per la missione dell'Uomo-Dio. Egli porta in sé la nostra sofferenza, la nostra povertà, e la trasforma secondo la volontà di Dio. E così apre le porte del cielo, apre il cielo: questa tenda del Santissimo, che finora l’uomo ha chiuso contro Dio, è aperta per questa sua sofferenza e obbedienza. 


***Nel rivivere il santo Triduo, disponiamoci ad accogliere anche noi nella nostra vita la volontà di Dio, consapevoli che nella volontà di Dio, anche se appare dura, in contrasto con le nostre intenzioni, si trova il nostro vero bene, la via della vita. 


La Vergine Madre ci guidi in questo itinerario, e ci ottenga dal suo Figlio divino la grazia di poter spendere la nostra vita per amore di Gesù, nel servizio dei fratelli. 


Queste alcune osservazioni per il Giovedì Santo, per la nostra celebrazione della notte del Giovedì Santo.




AVE GIGLIO BIANCO 
DELLA TRINITA'