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venerdì 29 maggio 2015

“E apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano e si posarono sopra ciascuno di loro” (At 2,3).

DOMENICA DI PENTECOSTE (1)
Temi del sermone

– Epistola del santo giorno di Pentecoste, divisa in cinque parti.
– Anzitutto sermone sullo Spirito Santo e la proprietà del crisòlito: “Nelle ruote era lo spirito della vita”.
– Parte I: Sermone sulla solennità dello Spirito Santo: “Era ormai giunto il terzo giorno”.
– Le tre lingue: del serpente, di Eva e di Adamo; le quattro prerogative del fuoco e il loro significato.
– Parte II: L’infusione dello Spirito Santo, la risurre­zione dell’anima, le quattro parti del mondo e il loro significato: “Dai quattro venti vieni, o Spirito!”
– L’arca di Noè, i suoi cinque scomparti e il loro significato: “L’arca di Noè aveva cinque scomparti”.
– I cinque sensi del corpo, la loro disposizione, le loro proprietà e il loro significato: Il primo scomparto era quello dei rifiuti.
– Parte III: Le tre specie di suono e il loro significato: “Venne all’improvviso un suono dal cielo”.
– Sermone ai penitenti o ai religiosi: “Era ormai giunto il terzo giorno”.
– La caratteristica della terra e il suo significato: “Lo Spirito del Signore riempì l’uni­verso”.
– Parte IV: Sermone sulla confessione, sulla precisazione delle circostanze, sul fervore della soddisfazione, sulla proprietà e la disposizione della lingua e suo il significato: “E apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano”.
– Parte V: L’invio dello Spirito Santo: “Mandò il fuoco dall’alto”, e “Il Signore fece passare lo spirito (il soffio) sopra la terra”.
– Sermone contro coloro che predicano molto, ma poco o nulla fanno: “Incominciarono a parlare in svariate lingue”.


esordio - lo spirito santo e la proprietà del crisòlito

1. “Mentre stavano per compiersi i giorni della Pentecoste, i discepoli si trovarono tutti insieme nello stesso luogo” (At 2,1).
Dice Ezechiele: “Nelle ruote v’era lo spirito della vita” (Ez 1,20). Gli apostoli furono ruote che giravano spedita­mente a portare in tutto il mondo il Figlio di Dio. Queste ruote, come aggiunge lo stesso profeta, “avevano l’aspetto della pietra di crisòlito” (Ez 10,9). La pietra di crisòlito (topazio) risplende come l’oro: il suo nome è composto appunto dai termini greci chrisòs, oro, e lìthos, pietra. Questa pietra sembra emanare da se stessa come delle scintille ardenti, e mette in fuga ogni specie di serpenti; essa raffigura gli apostoli i quali, splendenti dell’oro della grazia settiforme, emanavano da se stessi le scintil­le della predicazione che infiammavano gli ascoltatori, e con esse mettevano in fuga ogni specie di demoni. Queste ruote, come dice sempre Ezechiele, erano di grande dimensione ed altezza e di aspetto spaventoso (impressionante) (cf. Ez 1,18). E anche gli apostoli furono grandi nella perfezione della loro dottrina e del loro insegnamento, eccelsi per la sublimità delle promesse celesti, e terribili per le minacce e i castighi spaventosi che sarebbero seguiti.
Dice infatti il penitente, con le parole del Cantico dei Cantici: “L’anima mia mi conturbò a motivo delle quadrighe di Aminadab” (Ct 6,11). Aminadab s’interpreta “spontaneo” ed è figura di Gesù Cristo, il quale spontaneamente offrì se stesso sulla croce per noi; e le sue quadrighe furono gli apostoli, dei quali dice Abacuc: “E le tue quadrighe sono la salvezza” (Ab 3,8), vale a dire che per mezzo di esse dà la salvezza. La mia anima, dice appunto il penitente, fu tutta turbata a motivo della loro predicazione, turbamento che mi indusse alla penitenza. E quindi Abacuc: “Hai mandato sul mare i tuoi cavalli ad agitare le acque profonde; ho udito e fremettero le mie viscere” (Ab 3,15-16). Il Signore mandò nel mare, cioè nel mondo, i cavalli, cioè gli apostoli, i quali con la loro predicazione agitarono le acque profonde, sconvolsero cioè molti popoli e li convertirono alla penitenza. Io ho udito la loro predicazione, dice il penitente, e furono turbate le mie viscere, vale a dire la mia carnalità.

I. l’infusione della grazia dello spirito santo negli apostoli,
in forma di lingue di fuoco

2. In queste ruote v’era lo spirito della vita che tutto vivifica. Leggiamo infatti nell’epistola di oggi: “Mentre stavano per compiersi i giorni della Pentecoste, gli apostoli stavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo come di vento che si abbat­te gagliardo, e riempì tutta la casa nella quale si trovavano. Ed apparvero loro delle lingue sparse come di fuoco, che si posarono su ciascuno di loro. E tutti furono ripieni di Spirito Santo, e incominciarono a parlare diverse lingue come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi” (At 2,1-4).
Pentecoste è parola greca che significa “cinquantesimo”, e l’antico popolo eletto festeggiava questo giorno, perché era stata data loro la Legge in mezzo al fuoco, proprio nel cinquantesimo giorno da quello dell’immolazione dell’agnello, per mezzo del quale i figli d’Israele erano usciti dall’Egitto. E nel Nuovo Testamento, nel cinquantesimo giorno dopo la Pasqua di Cristo, lo Spirito Santo discese sugli apostoli, apparendo nel fuoco. La Legge venne sul monte Sinai, lo Spirito sul monte Sion. La Legge fu data in un luogo alto del monte, lo Spirito nel cenacolo.
“Quando dunque stavano per compiersi i giorni della Pentecoste, i discepoli si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”. Nessuno era assente, prima di tutto perché il numero di dodici era completo e poi perché erano tutti un cuor solo e un’anima sola. “Erano nello stesso luogo”, cioè nel cenacolo, dov’erano saliti. Chi infatti desidera ricevere lo Spirito Santo, calpesta l’abitazione della carne, superandola con la contemplazione della mente. “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa nella quale si trovavano”. Non conosce indugi la grazia dello Spirito Santo, secondo il detto: “L’impeto del fiume rallegra la città di Dio” (Sal 45,5). Vnne con il rombo del tuono colui che veniva per istruire i suoi.
Troviamo anche nell’Esodo delle parole che lo conferma­no: “Ed ecco che giunto il terzo giorno, sul far del mattino, si sentirono rumoreggiare tuoni e si videro lampeggiare folgori, e nubi densissime coprivano il monte; e rimbombava un fortissimo suono di trom­ba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore” (Es 19,16). Il primo giorno fu quello dell’incarnazione di Cristo, il secondo quello della sua passione, il terzo quello della discesa dello Spirito Santo: quando venne “si sentirono rumoreggiare tuoni”, perché “all’improvviso venne dal cielo un rombo; si videro lampeggiare folgori”, simbolo dei miracoli operati dagli apostoli; “e nubi densissime”, vale a dire compunzione dei cuori e pentimento, “coprivano il monte”, cioè il popolo che si trovava a Gerusalemme; negli Atti degli Apostoli si legge infatti che “i pentiti di cuore dicevano a Pietro e agli altri apostoli: Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. “E il suono delle trombe”, cioè della predicazione degli apostoli, “rimbombava sempre più forte”. E Pietro disse: “Fate penitenza e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati: dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2,37-38). “E tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore”, e quindi “furono battezzati, e in quel giorno si unirono a loro circa tremila persone” (At 2,41).




3. “Apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di essi”, perché per mezzo delle lingue del serpente, di Eva e di Adamo la morte entrò nel mondo (cf. Sap 2,24). La lingua del serpente inoculò il veleno in Eva, la lingua di Eva lo inoculò in Adamo e la lingua di Adamo tentò di ritorcerlo contro il Signore. La lingua è un membro freddo, è sempre immersa nell’umi­dità, e quindi è un male ribelle ed è piena di veleno mortale (cf. Gc 3,8), del quale nulla è più freddo. Lo Spirito Santo apparve perciò in forma di lingue di fuoco per opporre lingue a lingue, e fuoco a veleno mortale.
E considera che il fuoco ha quattro proprietà: brucia, purifica, riscalda e illumina. Allo stesso modo lo Spirito Santo brucia i peccati, purifica i cuori, elimina il torpore del freddo e illumina, ossia rende chiare le cose che si ignorano. Il fuoco è anche incorporeo e invisibile per sua natura, ma quando investe qualche oggetto assume varie colorazioni a seconda dei materiali nei quali brucia. Così lo Spirito Santo non può essere veduto se non per mezzo delle creature nelle quali opera.
Osserva ancora che la dispersione [confusione] delle lingue avvenne nella torre di Babele (cf. Gn 11,8-9), per il fatto che la superbia disunisce e disperde, mentre l’u­mil­­tà riunisce. Nella superbia c’è la dispersione, nell’umiltà c’è la concordia. Ecco che si compie così la promessa del Signore: Non vi lascerò orfani, ma vi manderò lo Spirito Paràclito (cf. Gv 14,18.26), il quale fu il loro avvocato e parlò a tutti in loro favore. Colui che veniva per la Parola portò le lingue. Tra lingua e parola c’è una parentela: non possono essere divise una dall’altra; così la Parola (il Verbo) del Padre, cioè il Figlio, e lo Spirito Santo sono inseparabi­li, anzi hanno un’unica natura.
“E tutti furono pieni di Spirito Santo e incominciarono a parlare diverse lingue, come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi”. Ecco il segno della pienezza: il vaso pieno trabocca, il fuoco non può essere occultato. Parlavano tutte le lingue, oppure parlavano la propria lingua, l’ebraica, e tutti li capivano come se parlassero la lingua di tutti. Lo Spirito Santo, “distribuendo i suoi doni a ciascuno come vuole” (1Cor 12,11), infonde la sua grazia dove vuole, come vuole, quando vuole, in chi vuole e nella misura che vuole. Si degni di infonderla anche in noi, colui che in questo giorno infuse la grazia negli apostoli per mezzo delle lingue di fuoco. A lui sia sempre lode e gloria nei secoli eterni. Amen.


II. l’infusione dello spirito santo e la risurrezione dell’anima

4. “Quando si compirono i giorni della Pentecoste, i discepoli erano tutti riuniti nello stesso luogo”. Dice il profeta Ezechiele: “Vieni, o Spirito, dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano” (Ez 37,9). I quattro venti sono le quattro parti del mondo: l’oriente, l’occi­dente, il settentrione e il mezzogiorno. Nell’oriente è indicata l’incarna­zione di Cristo, nell’oc­­cidente la sua passione, nel settentrione la sua tentazione, e nel mezzogiorno l’invio dello Spirito Santo. Oppure anche: nell’oriente è indicato il ricordo del nostro miserevole ingresso nel mondo, nell’occidente il pensiero della nostra dolorosa dipartita, nel settentrione la considerazione della nostra infelice condizione, e nel mezzogiorno il riconoscimento dei nostri peccati.
Da questi quattro venti viene lo Spirito Santo e soffia, con lo spirare della sua grazia, sopra gli uccisi dalla spada della colpa, affinché rivivano con la vita della penitenza. Leggiamo infatti negli Atti degli Apostoli che “mentre Pietro stava ancora parlando, lo Spirito Santo scese su tutti quelli che ascoltavano le sue parole” (At 10,44). E per questo si legge oggi: “Quando si compirono i giorni…”, ecc. Nel brano degli Atti che si legge oggi nella messa, si devono sottolineare quattro fatti. Primo, il compimento dei cinquanta giorni: “Quando si compirono i giorni della Pentecoste”; secondo, l’infusione dello Spirito Santo: “All’improvviso venne un rombo dal cielo”; terzo, l’apparizione dello Spirito in forma delle lingue di fuoco: “Apparvero loro delle lingue di fuoco divise”; quarto, gli apostoli che parlano tutte le lingue: “Tutti furono pieni di Spirito Santo, e parlavano…”, ecc.
“Quando si compirono i giorni della Pentecoste”. Pentecoste è un termine greco che significa “cinquantesimo”. Cinque volte dieci fanno cinquanta. Cinque sono i sensi del corpo, dieci i precetti del decalogo. Se i cinque sensi del nostro corpo saranno perfetti nell’adempimento dei dieci precetti del decalogo, allora senza dubbio si compirà in noi il sacratissimo giorno della Pentecoste, nel quale viene dato lo Spirito Santo. In riferimento a questo cinquantesimo giorno, leggiamo nella Genesi che l’arca di Noè misurava cinquanta cubiti di larghezza (cf. Gn 6,15).
Ma prima dobbiamo considerare che la stessa arca aveva cinque scomparti; il primo era lo scomparto dei rifiuti, il secondo quello dei viveri, il terzo quello delle bestie feroci, il quarto degli animali domestici, il quinto riservato agli uomini e agli uccelli. Noè è figura del giusto (cf. Gn 6,9), la cui arca è il proprio corpo, che giustamente è detto arca. Arca deve il suo nome al fatto che tiene lontani (lat. arcet) i ladri. Così il corpo del giusto deve chiudere fuori di sé ogni vizio che tenta di rubargli le virtù. I cinque scomparti di quest’arca sono i cinque sensi, cioè il gusto, l’odorato, il tatto, l’udito e la vista.

5. Il primo scomparto è quello dei rifiuti, lo sterquilinio. Ed è figura della lingua della nostra bocca, per mezzo della quale dobbiamo buttar fuori nella confessione tutto lo sterco dei nostri peccati. Questa è la porta dello ster­quilinio, della quale è detto nel secondo libro di Esdra che “Melchia, figlio di Recab, costruì la porta dello ster­quilinio, e vi pose i battenti, le serrature e le sbarre” (2Esd 3,14)1. Lo sterquilinio, luogo pieno di sterco, è così chiamato perché è imbrattato e insudiciato di sterco. La coscienza del peccatore, graveolente e ammorbata dallo sterco del diavolo, deve purificarsi per la porta della confessione. Questa porta la costruisce Malchia, figlio di Recab. Malchia s’inter­preta “coro per il Signore”, e Recab “che sale”. Malchia è figura del penitente che con il timpano e il coro, cioè con la mortificazione della carne e l’accordo della carità, deve far risuonare un inno al Signore. Egli è figlio di Gesù Cristo, che sale alla destra del Padre. Questo Malchia deve applicare alla sua lingua i battenti (in lat. valvae, da velare, occultare), che sono come delle porte interiori, che si chiudono dall’interno, perché tutti i suoi beni vengano chiusi dentro, tenendo scritto sulla fronte della coscienza quel versetto di Isaia: “Il mio segreto è per me, il mio segreto è per me” (Is 24,16); e deve applicare le serrature per trattenere con le serrature dell’amore e del timore di Dio gli impulsi dell’animo che vogliono irrorompere all’esterno; deve applicare anche le sbarre, per proporre cose utili a tempo e a luogo e mai parlare di cose cattive.

6. Il secondo scomparto è quello dei viveri, e raffigura l’olfatto delle narici. Le narici sono chiamate in lat. nares, perché attraverso di esse passa l’aria (lat. naresaër) ossia il respiro. Le narici hanno tre compiti: lasciar passare il respiro, captare gli odori, far uscire lo spurgo del cervello. È un disturbo, un difetto il non respirare con le narici, che è il modo giusto, stabilito dalla natura. Si respira con la bocca solo per necessità ed è cosa molto sgradevole, perché è contro la natura. E anche lo sternuto segue la via delle narici, quando aumenta l’aria nel cervello ed prorompe all’improvviso. Nelle narici, come abbiamo già detto altre volte, sono simboleggiate la discrezione e la prudenza: per mezzo di queste due virtù, come attraverso le narici, aspiriamo lo spirito della contemplazione e della perfetta carità, captiamo il profumo del buon esempio e purifichiamo i pensieri cattivi. E come il respiro sano e utile si fa attraverso le narici, così per mezzo della discrezione e della prudenza si aspira, si attira lo spirito dell’amore divino che poi si emette e si diffonde per la consolazione e l’edificazione del prossimo. E come il respiro per la bocca si fa solo per necessità ed è sgradevole, così anche la confessione della bocca si fa per necessità. Dal momento che hai peccato, è necessario che tu ti confessi: se non vuoi confessarti sei destinato alla dannazione. Ed è sgradevole perché rimuove, rimescola lo sterquilinio, e del suo fetore si legge nel vangelo: “Padrone, il fico làscialo ancora per que­st’anno finché io gli scavi attorno e vi metta il letame” (Lc 13,8). Il fico raffigura l’anima, lo scavo la contrizione, il letame è la confessione dei peccati, la quale fa fruttificare l’anima, prima sterile. E quando il vento della superbia o della vanagloria aumenta nel cervello, ossia nella mente, per mezzo della discrezione e della prudenza viene immediatamente lanciato fuori.

7. Il terzo scomparto è quello delle bestie feroci, e raffigura il tatto delle mani, con le quali dobbiamo impugnare il flagello e flagellarci senza misericordia per i pensieri disordinati, per le parole sconvenienti, per le opere cattive, perché tanti siano i nostri sacrifici di espiazione quanti sono stati i piaceri dei quali ci siamo dilettati.
E osserva che come nelle mani ci sono dieci dita, così dieci sono le specie di flagellazione, cioè di mortifica­zione: la rinuncia alla propria volontà, l’astinenza dal cibo e dalla bevanda, la rigorosità del silenzio, le veglie di preghiera durante la notte, l’effu­sione delle lacrime, il dedicare un congruo tempo alla lettura, il lavoro materiale, la generosa partecipazione alle necessità del prossimo, il vestire dimessamente, il disprezzo di sé. Con queste dieci dita dobbiamo afferrare il flagello e colpirci senza pietà, senza misericordia, quasi con ferocia, perché nel giorno del castigo che spezzerà le ossa, possiamo trovare misericordia.

8. Il quarto scomparto è quello degli animali domestici e raffigura l’udito. Considera che l’orecchio è composto di cartilagine e di carne. Nell’orecchio interno c’è un meato tortuoso, che assomiglia ad un anello, e va a finire in un osso, simile per forma e configurazione all’orecchio esterno. A quell’osso arriva ogni rumore e ogni suono, e da esso viene trasmesso al cervello. E dal cervello esce una vena che va fino all’orecchio destro e un’altra vena che va all’orecchio sinistro. E tutti gli animali che hanno le orecchie, hanno la possibilità di muoverle, eccettuato l’uomo. La cartilagine ha l’apparenza del­l’os­so, ma non ne ha né la durezza né la resistenza. La carne (lat. caro) è così chiamata perché è cara, amata. Nella cartilagine e nella carne, delle quali è composto l’orecchio, sono indicate le virtù della mansuetudine e dell’umiltà, delle quali nulla è più caro a Dio e agli uomini. L’udito di ogni uomo dev’essere fornito di queste due virtù per rispondere con mansuetudine e umiltà ad ogni affronto, molestia o ingiuria verbale. E questo lo insegna la natura stessa, la quale nell’orecchio interno non ha aperto un meato diritto ma tortuoso, perché quando senti ciò che non ti piace, non colpisca subito l’animo, ma le parole e i discorsi passino quasi a stento per una via resa difficile da una certa qual tortuosità, di modo che, perduta per via la loro virulenza, arrivino alla fine senza forza e così ti pungano, ti offendano poco o nulla.
E le due vene che escono dal cervello, una delle quali arriva all’orecchio destro e l’altra al sinistro, simboleg­giano la temperanza e l’obbedienza. Nella destra viene indicata la prosperità e nella sinistra l’avversità. Quando senti cose favorevoli e ciò che ti piace, è necessaria la temperanza; quando invece ti dispiace ciò che ti viene ordinato e senti cose sgradite, allora hai più bisogno dell’obbedienza, perché è più fruttuosa.
E tutti gli animali che hanno orecchie possono muoverle, eccetto l’uomo. È veramente degno di essere chiamato uomo, colui che non può muovere le orecchie, che cioè non si lascia muovere dalla stabilità della sua mente per causa del vento delle parole. Invece l’uomo che ha le orecchie che gli prudono, che crede ad ogni parola, e presta volentieri e avidamente l’orecchio all’adulazione, non è degno di essere chiamato uomo, ma animale bruto.

9. Il quinto scomparto è quello riservato agli uomini e agli uccelli, ed è figura della vista degli occhi, con i quali dobbiamo guardare con misericordia i poveri e coloro che sono nell’indigenza, e considerare attentamente le cose celesti, perché, come dice l’A­po­­­stolo, “le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate e comprese per mezzo delle cose create” (Rm 1,20). Ecco che adesso sei bene informato sui i cinque scomparti dell’arca di Noè, vale a dire sui cinque sensi del corpo del giusto.
E osserva ancora che l’arca di Noè fu costruita sul modello del corpo umano: aveva infatti una lunghezza di trecento cubiti, una larghezza di cinquanta e un’altezza di trenta (cf. Gn 6,15). Nel corpo umano l’altezza è sei volte la sua circonferenza e dieci volte il suo diametro. L’altezza si misura dalla pianta dei piedi alla sommità della testa; la circon­ferenza si misura all’altezza del torace, e il diametro dal dorso al ventre. Quindi, se i cinque sensi sono perfetti nell’osservanza dei dieci precetti del decalogo, allora l’arca di Noè si allargherà fino a cinquanta cubiti e così si compirà il cinquantesimo giorno, e il giusto alla fine della sua vita avrà raggiunto la perfezione. Leggiamo infatti nel libro della Sapienza: “Giunto in breve alla perfezione, compì le opere di una lunga vita: la sua anima fu gradita al Signore” (Sap 4,13-14). A ragione dunque è detto: “Essendosi compiuti i giorni della Pentecoste, i discepoli erano tutti radunati nello stesso luogo”.
I discepoli del giusto sono i sentimenti della ragione e i puri pensieri della mente. E questi sono tutti veramente nello stesso luogo quando si compie il giorno della Pentecoste, quando cioè i cinque sensi raggiungono la perfezione. Fa’ attenzione alle due parole: “tutti insieme” e “nello stesso luogo”.
“Tutti insieme”, cioè ugualmente e insieme. Sono tutti insieme quei pensieri della mente che, sotto l’uguale regola della ragione, si radunano con ordine e procedono con discrezione, in modo che nella mente un pensiero non sembri superiore all’altro, né l’altro inferiore al primo; se questo avvenisse, la disuguaglianza stessa sarebbe causa della rovina di tutto l’edificio delle virtù. Dice l’Apostolo: Tutte le cose si facciano con ordine (cf. 1Cor 14,40), per poter dire a questo: “Va’”, e quello vada; e ad un altro: “Vieni”, e quello venga; e al servo, cioè al corpo: “Fa’ questo”, e il servo, il corpo, lo faccia(cf. Mt 8,9). Siano dunque i discepoli tutti ugualmente insieme, affinché i pensieri della mente riuniti tutti insieme come una schiera di soldati, siano in grado di combattere validamente contro le potestà dell’aria (cf. Ef 6,12). E siano anche “nello stesso luogo”, non divisi e separati, perché la mente divisa non ottiene nulla. Dice infatti l’Ecclesia­stico: “La tua attività non abbracci molte cose” (Eccli 11,10); e di nuovo: “Guai al peccatore che cammina per due strade” (Eccli 2,14). E Gregorio: “Il fiume che si dirama in tanti rivoli, si dissecca nel suo alveo”. E Bernardo: “L’animo occupato in tante faccende, necessariamente è tormentato da tante preoccupazioni”.
Se dunque, prima di tutto, i giorni della Pentecoste saranno compiuti, anche i discepoli, tutti insieme ugualmente nello stesso luogo, saranno pronti ad accogliere la grazia dello Spirito Santo: si degni di infonderla anche in noi, colui che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen. 

III. sermone ai religiosi sulla penitenza

10. “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa nella quale si trovavano” (At 2,2). Suono è tutto ciò che è sensibile all’udito. Ci sono tre specie di suono: quello prodotto dalla voce per mezzo della gola; quello prodotto dal soffio come nella tromba, e quello prodotto dalla percussione come nella lira. Il “rombo di vento impetuoso” è figura della contrizione del cuore, che il penitente avverte come un suono con l’orecchio del cuore. Dice infatti il Signore: “Il vento (lo Spirito) soffia dove vuole”, perché è in suo potere scegliere il cuore da illuminare, “e senti la sua voce, ma non sai di dove viene e dove vada” (Gv 3,8). La voce dello Spirito Santo è la compunzione che parla al cuore del peccatore, e anche se la senti non sai di dove venga, cioè per quale via sia entrata nel suo cuore e in che modo ritorni, perché la sua essenza è invisibile. E considera anche che questo suono si produce in tre modi: con la voce della predicazione, con il soffio della partecipazione fraterna, con la percussione della paterna correzione. Da queste tre azioni nasce di solito nel cuore del peccatore il suono della compunzione. Giustamente quindi è detto: “All’improvviso venne dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte veemente”.
Su questo abbiamo una concordanza nelle parole dell’Esodo: “Era giunto il terzo giorno, e splendeva il mattino” (Es 19,16), come abbiamo visto più sopra. Il primo giorno simboleggia il riconoscimento del proprio peccato; il secondo giorno l’orrore e l’odio contro il peccato; il terzo giorno la contrizione del cuore nei confronti del peccato. E quando si arriva alla contrizione e risplende il mattino della grazia, allora si incominciano a sentire “i tuoni” dei gemiti, dei sospiri e dell’accusa di sé; inco­minciano a “balenare le folgori” della confessione; e “la nube compatta”, cioè l’oscurità della penitenza, arriva a “coprire il monte”, cioè il penitente, che è come un monte che si innalza dalla valle dell’impurità e della miseria. E “lo squillare della tromba”, cioè della vita santa e della buona riputazione, “risuona sempre più forte”, perché dove ha abbondato il peccato, sovrabbondi anche la grazia(cf. Rm 5,20).
E così si spaventa tutto il “popolo” dei demoni, che sono “negli accampamenti”, sono cioè sempre pronti all’at­tacco; ma se essi vedono tutti questi cambiamenti, non hanno più il coraggio di iniziare la battaglia. Leggiamo infatti in Giobbe: “Nessuno gli diceva più una parola, perché vedevano che il dolore era molto grande” (Gb 2,13). Infatti quando gli spiriti del male vedono che il rombo del vento impetuoso riempie tutta la casa, cioè la coscienza del penitente, nella quale egli dimora, cioè si umilia ripensando ai suoi anni nell’amarezza della sua anima (cf. Is 38,15), gli spiriti del male non osano avanzare oltre, né osano proferire parole di suggestione. E fa’ attenzione che dice “vee­mente” (impetuoso), che elimina cioè l’eterno “Vae”, guai (lat. vae adimens), e che trasporta in alto la mente (lat. vehens mentem). E così la contrizione del cuore elimina l’eterno guai e solleva in alto lo spirito.

11. Nell’introito della messa di oggi si legge: “Lo Spirito del Signore riempì l’orbe terracqueo; e questo, che tutto contiene, ha la conoscenza della voce”(Sap 1,7).
L’orbe è così chiamato dalla rotondità del cerchio. La terra è oscura, fredda e immonda. L’orbe è il cuore del peccatore, che si aggira all’intorno come una ruota, si volge ora ad oriente ora ad occidente, percorrendo il mondo, che è oscuro per la superbia, freddo per l’avarizia e immondo per la lussuria. Ma lo Spirito del Signore riempie l’orbe terracqueo quando infonde la grazia della compunzione nel cuore del peccatore e così lo libera dall’eterno guai.
“E questo, che tutto contiene, ha la conoscenza della voce”. “E questo”, cioè l’uo­mo, animale ragionevole, che comprende in sé tutti i quattro elementi, dei quali sono costituite tutte le cose, “ha la conoscenza della voce” perché capisce quando lo Spirito gli parla. Dice Bernardo: “Lo Spirito Santo ci parla ogni volta che noi pensiamo cose buone”. E il Profeta: “Ascolterò che cosa mi dice Dio, il Signore” (Sal 84,9), e così eleva in alto la mente. Infatti il Filosofo, descrivendo lo spirito, dice: “Lo spirito è il veicolo delle virtù: per mezzo suo le virtù vanno a esegui­re le loro opere” (Seneca).
Preghiamo dunque il Figlio di Dio che infonda in noi lo spirito di contrizione, che ci liberi dall’eterno guai, ed elevi alle cose celesti la nostra mente. Ce le conceda colui che è benedetto nei secoli. Amen.


IV. la proclamazione della lode e la confessione del peccato

12. “E apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano e si posarono sopra ciascuno di loro” (At 2,3). Fa’ attenzione a questi tre particolari: le lingue, la precisazione che si dividevano, e che erano come di fuoco. Nelle lingue è indicata la confessione, nel fatto che si dividevano è indicata la precisazione delle circostanze del peccato; nel fuoco è indicato il fervore della confessione e della soddisfazione, cioè dell’ese­cuzione del­l’o­pe­ra penitenziale imposta dal confessore.
Considera che la lingua è l’organo del senso del gusto, e la sua sensibilità sta principalmente nell’estremità. La parte dove la lingua si allarga ha una sensibilità minore. La lingua, con la sua sensibilità, sente tutto ciò che è comune a tutti i corpi: il caldo e il freddo, la durezza e la cedevolezza (delicatezza). E questo lo fa con tutte le sue parti. E la lingua, per sua natura, è destinata a gustare le cose umide, bagnate, e a parlare.
La lingua dell’uomo è perfettamente sciolta e snodata, flessibile e larga, adatta a due funzioni: il gusto e la parola. La lingua flessibile e larga è adatta a parlare bene, perché si distende e si contrae, si flette e si gira nella bocca in tutti i sensi: se la lingua è agile e larga si è in grado di parlare molto bene. E questo risulta ancora più evidente se si osservano quelli che hanno la lingua impedita, cioè i balbuzienti o gli scilinguati. Alcuni poi hanno nella lingua anche un altro impedimento: e questo si avvera solo con alcune consonanti quando la lingua è stretta, contratta e non bene distesa; giacché il piccolo sta nel grande, ma non il grande nel piccolo. Ed è per questo che gli uccelli che hanno la lingua larga sono in grado di pronunciare alcune sillabe e parole, molto più degli uccelli che hanno la lingua stretta.
Nella lingua, come si è detto, è indicata la confessio­ne, nella quale si deve rivelare tutto quello che è comune a tutto il corpo, cioè i peccati che si commettono con tutto il proprio essere: nell’infuocato calore della superbia, nel freddo della malizia e della pigrizia, nella durezza dell’avarizia, nella mollezza della lascivia e della lussuria. E come la lingua è destinata dalla natura a gustare e a parlare, così duplice è la confessione della lingua: la confessione (la proclamazione) della lode, e la confes­sione del peccato.
La confessione (il canto) della lode si ha nell’Ufficio divino e nelle salmodie; se compiamo queste opere con devozione, gustiamo certamente la grazia della compunzione e la dolcezza della contemplazione. Dice infatti Gregorio: “Con la voce della salmodia, se è accompagnata dall’attenzione del cuore, al cuore stesso viene preparata la via per giungere a Dio onnipotente, perché sveli alla mente attenta i misteri della profezia e le infonda la grazia della compunzione. Sta scritto: “Il sacrificio della lode mi onorerà” (Sal 49,23). Infatti mentre per mezzo della salmodia si esprime la compunzione, si apre nel nostro cuore una via per la quale, alla fine, si arriva a Gesù”.

13. Nella confessione del peccato dobbiamo parlare, cioè confessare apertamente, totalmente e senza veli i nostri peccati. E questo ce lo insegna la natura stessa, perché la lingua dell’uomo è appunto agile, molle e larga. Così la confes­sione del peccato deve es­sere totale, con la manifestazione e la precisazione di tutte le circostanze; deve essere cedevole, molle, vale a dire bagnata dalle lacrime; deve essere larga nella riparazione di tutte le offese arrecate, nella restituzione di tutto il mal tolto e nella serietà del fermo proposito di non più ricadere in peccato. La confessione di una simile lingua fa sì che l’anima si innalzi fino a Dio per mezzo della contemplazione, si ripieghi poi in se stessa per mezzo dell’umiltà, si aggiri tutt’all’in­torno per mezzo della compassione verso il prossimo. Sventurati e stolti, invece, quei peccatori, che sono balbuzienti e hanno la lingua stretta e impedita, perché quando si confessano, balbettano e si confessano in modo incompleto. Giustamente quindi è detto: “E apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano”.
Le lingue della confessione devono essere “divise”, sparse, perché, nella confessione, il peccatore deve avere il cuore e la lingua divisi in tante parti: il cuore per dolersi in molti modi per il molti peccati commessi; la lingua per precisare distintamente tutte le circostanze dei peccati commessi.
Su questo argomento troverai una trattazione più appro­fondita nel sermone della prima domenica di Quaresima: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto” (Mt 4,1).
E osserva che come il fuoco riscalda le cose fredde, rende tenere quelle dure, rende solide quelle molli, abbassa e incenerisce quelle alte, e se uno lo vuole tenere acceso lo conserva sotto la cenere, così l’ardore della confessione e della soddisfazione riscalda con il fuoco dell’amore coloro che sono freddi, intenerisce con la compunzione i cuori induriti, rinsalda con la fermezza di un santo proposito i molli, cioè i lussurio­si, umilia quelli che sono alti, cioè superbi e li incene­risce con il ricordo della loro fragilità e della loro iniquità: e sotto tale cenere, questo fuoco può essere conservato in continuazione.
Io vi scongiuro, fratelli carissimi, che questo fuoco si posi, e rimanga sempre su ciascuno di voi; che le vostre lingue siano divise nella confessione dei peccati e delle loro circostanze; affinché confessandovi integralmente, in modo completo e senza veli, possiate esser degni di proclamare il nome del Signore, insieme con gli angeli, nella celeste Gerusalemme. Ce lo conceda colui il cui fuoco è in Sion e la cui fornace è in Gerusalemme (cf. Is 31,9), e che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.


V. i frutti della grazia dello spirito santo

14. “E tutti furono pieni di Spirito Santo, e cominciarono a parlare in lingue diverse, come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi” (At 2,4). Vengono riempiti dallo Spirito Santo, il solo che è in grado di riempire l’anima, la quale non può essere riempita neppure da tutto l’universo. Non possono ricevere un altro spirito, perché i vasi quando sono pieni, non possono contenere più di quello che hanno. Infatti alla beata Maria fu detto: “Ave, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta tu fra le donne” (Lc 1,28).
Fa’ attenzione che tra le due espressioni: “piena di grazia” e “benedetta tu fra le donne”, è detto: “il Signore è con te”, perché è il Signore stesso che conserva all’in­terno la pienezza della grazia e opera all’esterno la benedizione della fecondità, cioè delle opere sante. Giustamente anche, dopo “piena di grazia”, è detto “il Signore è con te”, perché senza Dio nulla possiamo fare o avere, e senza di lui neppure conservare ciò che abbiamo avuto. Perciò dopo la grazia è necessario che il Signore sia con noi e custodisca e conservi ciò che egli solo ha dato. Mentre egli ci previene dandoci la sua grazia, noi, nel conservarla, diventiamo suoi cooperatori: egli non veglia su di noi, se insieme con lui non vegliamo anche noi. E sembra che il Signore esiga questa nostra vigilante cooperazione, quando dice agli apostoli: “Non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate per non cadere in tentazione” (Mt 26,40-41). Giustamente quindi è detto: “E tutti furono pieni di Spirito Santo”.
Dice in proposito il Signore nel vangelo di oggi: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). Il Padre ha mandato il Consolatore nel nome del Figlio, cioè a gloria del Figlio, per manifestare la gloria del Figlio. “Egli – dice – “vi insegnerà” perché sappiate; “vi ricorderà”, cioè vi esorterà, perché vogliate; la grazia dello Spirito Santo dà il sapere e il volere. Si canta infatti oggi nella messa: “Vieni, Spirito Santo, e riempi i cuori dei tuoi fedeli”, perché abbiano il sapere, “e accendi in essi il fuoco del tuo amore”, perché abbiano la volontà di eseguire ciò che hanno saputo (cf. Sequenza della Messa di Pentecoste). Si canta anche: “Mandi il tuo Spirito e sono creati” con la tua sapienza, e rinnovi la faccia della terra con la tua volontà di amore (cf. Sal 103,30).
Concorda, con queste parole, ciò che leggia­mo nelle Lamentazioni di Geremia: “Dal­l’alto egli ha fatto scendere un fuoco nelle mie ossa e mi ha istruito”(Lam 1,13). È la chiesa che dice: Il Padre “dall’alto”, cioè dal Figlio, ha fatto scendere “il fuoco”, cioè lo Spirito Santo, “nelle mie ossa”, cioè sugli apostoli, e per mezzo di essi “mi ha istruita” perché io sappia e voglia.

15. “Tutti furono pieni di Spirito Santo”. Troviamo una concordanza nelle parole della Genesi: “Il Signore fece passare un vento”, lo Spirito Santo, “sopra la terra, e le acque diminuirono. Le sorgenti dell’abisso e le cateratte del cielo furono chiuse, e furono trattenute le piogge dal cielo” (Gn 8,1-2). Fa’ attenzione a queste quattro entità: le acque, le sorgenti, le cateratte e le piogge.
Nelle acque sono raffigurate le ricchezze, nelle sorgenti dell’abisso i pensieri dell’ani­mo, nelle cateratte del cielo gli occhi, nelle piogge l’abbondanza delle parole. Quando dunque il Signore fa passare lo Spirito Santo sopra la terra, vale a dire nella mente del peccatore, allora le acque delle ricchezze diminuiscono, perché vengono erogate ai poveri. Di queste acque è detto nella Genesi: “Chiamò la grande massa della acque mare(Gn 1,10). L’accumulo delle ric­chezze non è altro che amarezza, tribolazione e dolore. Dice infatti Abacuc: “Guai a colui che accumula ciò che non è suo. Fino a quando si caricherà di denso fango?” (Ab 2,6). Il fango accumulato in casa manda fetore; invece sparpagliato sulla terra, la rende feconda. Così le ricchezze, se si accumulano, e se soprattutto non sono proprie ma hanno provenienza furtiva, emanano fetore di peccato e di morte. Se invece vengono distribuite ai poveri e restituite ai loro proprietari, rendono feconda la terra della mente e la fanno fruttificare.
Un abisso è il cuore dell’uomo. Di esso dice Geremia: “Malvagio è il cuore del­l’uo­mo e insondabile; chi lo conoscerà?” (Ger 17,9). Le sorgenti di questo abisso sono i pensieri; le sorgenti vengono chiuse quando viene infusa la grazia dello Spirito Santo. E su questo concorda ciò che leggiamo nel secondo libro dei Paralipomeni: “Ezechia radunò una grande moltitudine di popolo e ostruirono tutte le sorgenti e il torrente che attraversava il territorio, dicendo: Perché non vengano i re degli Assiri e trovino acque in abbondanza” (2 Par 32,4). Ezechia è figura del giusto, il quale deve radunare una grande moltitudine di buoni pensieri e chiudere le sorgenti dei pensieri iniqui e perversi e il torrente delle concupi­scenze, perché i demoni, trovando grande abbondanza di acque, non distruggano con esse la città dell’anima.
Le cateratte del cielo sono le finestre. Le finestre sono così chiamate perché “portano luce” (luce in greco si dice phos), o anche perché attraverso di esse noi vediamo al di fuori. Disposti nella testa, come le due luci collocate da Dio nel firmamento (cf. Gn 1,14-19), abbiamo i due occhi, che sono come due finestre attraverso le quali siamo in grado di vedere: e vengono chiuse sulle vanità del mondo quando viene infusa nella mente la luce della grazia.
Le piogge (in lat. pluviae, che suona quasi come fluviae, fluenti), simboleggiano le parole che senza ostacoli e senza impedimenti vengono largamente profuse ovunque. Dice infatti Salomone: “Chi lascia scorrere le acque [chi parla troppo], suscita litigi e contese” (Pro 17,14). E quindi l’Ecclesiastico consiglia: “Non dare alle tue acque uno sfogo, neppure il più piccolo” (Eccli 25,34). Queste piogge vengono sospese quando, con la grazia dello Spirito Santo, la lingua si abitua a cantare le lodi al suo Creatore e a confessare i suoi peccati. Ben a ragione quindi è detto: “E tutti furono pieni di Spirito Santo”.

16. “E cominciarono a parlare lingue diverse, come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi”. Chi è pieno di Spirito Santo parla diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze che possiamo dare a Cristo, come l’umiltà, la povertà, la pazienza e l’ob­be­­dienza: e parliamo queste lingue quando mostriamo agli altri queste virtù, praticate in noi stessi. Il parlare è vivo quando parlano le opere. 

Vi scongiuro: cessino le parole e parlino le opere. Siamo pieni di parole ma vuoti di opere, e perciò siamo maledetti dal Signore, perché egli ha maledetto il fico sul quale non trovò frutti, ma solo foglie (cf. Mt 21,19). 

Dice Gregorio: “È stabilita una legge per il predicatore: deve mettere in pratica ciò che predica. Inutilmente fa conoscere la legge colui che con le opere, con la sua vita, distrugge il suo insegnamento”. Invece gli apostoli “parlavano come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi”, e non secondo le loro inclinazio­ni. Ci sono infatti alcuni che parlano secondo le loro inclinazioni, si appropriano delle parole altrui e le proclamano come proprie e le attribuiscono a se stessi.
Di costoro e di quelli che sono come loro, il Signore dice: “Eccomi contro i profeti, i quali si rubano gli uni gli altri le mie parole. Eccomi contro i profeti che dicono le loro parole e proclamano: Dice il Signore! Eccomi contro i profeti che fanno sogni menzogneri, che li raccontano e pervertono il mio popolo con le loro menzogne e con i loro falsi miracoli. Io non li ho inviati, né ho dato loro alcun incarico: essi non hanno giovato per nulla a questo popolo, dice il Signore” (Ger 23,30-32).
Parliamo dunque come lo Spirito Santo ci dà di parlare, chiedendogli umilmente e devotamente che ci infonda la sua grazia affinché compiamo i giorni della Pentecoste con la perfezione dei cinque sensi e nell’osservanza del decalogo; e perché siamo ripieni del gagliardo vento della contrizio­ne e veniamo infiammati delle lingue di fuoco della confes­sione. Così infiammati e illuminati meritiamo di vedere il Dio uno e trino tra gli splendori dei santi. Ce lo conceda colui che è Dio, uno e trino, ed è benedetto nei secoli dei secoli. E ogni spirito risponda: Amen. Alleluia.
AMDG et BVM

lunedì 28 luglio 2014

Leggiamo la Bibbia con sant'Antonio



10. Con questa seconda parte del vangelo concorda la seconda parte dell’epistola: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!” (Rm 8,14-15).


Lo spirito di Dio è l’umiltà, e quelli che sono guidati, cioè animati, dall’umiltà, sono veramente “albero buono”, perché sono figli di Dio. Come la radice sostiene e alimen­ta l’albero; così l’umiltà sostiene e alimenta l’anima. Lo spirito di umiltà è dolce più del miele, e chi è alimentato dal miele produce frutti dolci.
“Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi”, che vi costringa di nuovo, come nel tempo della Legge, a servire Dio forzatamente, per timore del castigo. L’albero cattivo riceve non lo spirito di adozione, con i figli, ma quello della schiavitù, con gli schiavi, i quali non restano per sempre nella casa (cf. Gv 8,35), ma saranno tagliati e gettati nel fuoco inestinguibile.

Si ha l’adozione quando viene adottato qualcuno al posto di un figlio. Perciò il figlio adottivo, accolto cioè al posto del figlio (vero) Gesù Cristo – che sempre sia benedetto –, da un albero sterile, dopo avervi innestato il germoglio della fede, ottenne un albero buono e fruttifero; e dei figli dell’ira fa ogni giorno figli della grazia, perché con la contrizione del cuore e la confessione della bocca gridino ogni giorno: “Abbà, Padre”. Abbà è un termine siriaco ed ebraico, che in lat. signi­fica Pater, Padre. E questo doppio nome di paternità sta ad indicare la duplice misericordia della benevolenza paterna. Infatti il penitente, accolto al posto del figlio, è autorizzato a sperare sia nella remissione dei peccati che nella beatitudine della gloria.

Ti preghiamo dunque, Abbà, Padre, di renderci alberi buoni, di farci produrre frutti degni di penitenza, affinché radicati e fondati nella radice dell’umiltà e liberati dal fuoco eterno, meritiamo di poter cogliere il frutto dell’eterna vita. Accordacelo tu che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

mercoledì 25 giugno 2014

Gustiamo la Bibbia con Sant'Antonio di Padova

I. La preparazione della cena e gli inviti 


3. “Un uomo fece una grande cena”. Considera che c’è una duplice cena: la cena della penitenza e la cena della gloria. E poiché senza la prima non si arriva alla seconda, prepariamo la prima e vediamo quali siano gli alimenti necessari.
Qui abbiamo la concordanza con il primo libro dei Re, dove si racconta che Anna “allattò il figlio (Samuele) fino al tempo dello svezzamento. Dopo averlo svezzato, lo condusse con sé portando tre vitelli, tre misure di farina e un’anfora di vino; e lo condusse alla casa del Signore a Silo” (1Re 1,23-24).

Anna, che s’interpreta “grazia”, è figura della grazia dello Spirito Santo, la quale con le due mammelle della grazia preveniente e della grazia “susseguente” (cooperante), allatta il penitente finché lo svezza totalmente dal latte della concupiscenza della carne e della vanità del mondo.

E osserva che come la madre che vuole svezzare il figlio si bagna le mammelle di liquido amaro, affinché il bambino che cerca il dolce trovi invece l’amaro e quindi venga distolto dal dolce, così la grazia dello Spirito Santo cosparge le mammelle dei beni temporali con il liquido amaro della tribolazione, affinché l’uomo rifugga da questa dolcezza cosparsa di amarezze, e ricerchi la dolcezza vera.

“E dopo averlo svezzato lo prese con sé, insieme con tre vitelli”. Ecco i cibi che si devono preparare per la cena della penitenza. La grazia porta con sé il penitente insieme con tre vitelli, nei quali è indicata la triplice offerta.

Il vitello di un cuore contrito e afflitto, come dice il Salmo: “Allora porranno vitelli sopra il tuo altare” (Sal 50,21). Sopra l’altare, cioè nella contrizione del cuore, i penitenti pongono i vitelli, vale a dire bruciano i piaceri e i pensieri immondi.

Il vitello della confessione. Dice Osea: “Prendete con voi le parole, convertitevi al Signore e dite: Togli ogni iniquità e accetta il bene, e ti offriremo i vitelli delle nostre labbra” (Os 14,3). Prende con sé le parole colui che si sforza di praticare ciò che ascolta, e così si converte al Signore. E al Signore dice anche: “Togli ogni iniquità”, che io ho commesso, “e accetta il bene” che tu stesso hai dato. “Non a me, Signore, non a me, ma al tuo nome dà gloria” (Sal 113B,1). E così io ti renderò “i vitelli delle mie labbra”, farò cioè la confessione del mio crimine e a te innalzerò la lode.

Il vitello del corpo, castigato con la penitenza. “Vitello e vitella sono così chiamati per la loro “verde” età. Vitello e vitella sono figura della nostra carne, la quale nella verde età della giovinezza si sbizzarrisce spensieratamente per i prati di una colpevole sfrenatezza. Di essa dice Sansone: “Se non aveste arato con la mia giovenca, non avreste decifrato il mio enigma” (Gdc 14,18). Sansone è figura dello spirito; la giovenca rappresenta la nostra carne: se ariamo su di essa, facendola soffrire con la penitenza, decifreremo l’enigma, che è questo: “Che cos’è più dolce del miele? Che cos’è più forte del leone” della tribù di Giuda? (Gdc 14,18). Che cosa c’è di più dolce del miele, cioè della contemplazione? Che cosa c’è di più forte del leone, cioè del predicatore, al cui ruggito tutti gli animali devono fermare il passo? Che cos’è più dolce del miele della mansuetudine? Che cos’è più forte delle leone della severità? Giustamente quindi è detto: “E lo portò con sé, insieme con tre vitelli”.

“E con tre misure di farina”. Il grano si macina e si riduce in farina. La farina, impastata con l’acqua, si solidifica in pane, il quale sostiene il cuore dell’uomo (cf. Sal 103,15). Allo stesso modo il grano delle nostre opere dev’essere macinato per mezzo di una severa critica, triturato con un attento esame, per risultare purificato come la farina.

Questo esame poi dev’essere triplice, come è indicato dalle tre misure. Si deve esaminare la natura dell’opera che compiamo, la sua origine e la sua finalità. Quindi l’opera dev’essere mescolata con l’acqua delle lacrime, per implorare l’irrigazione inferiore e l’irrigazione superio­re (cf. Gdc 1,15): e l’opera dev’essere offerta o per il riscatto delle opere cattive del passato, o per il deside­rio dell’eterna felicità; e questo era prefigurato nelle due tortore che si offrivano sotto la Legge, una delle quali veniva offerta per il peccato, e l’altra veniva bruciata in olocausto (cf. Lv 12,8).

Quindi con la farina e con l’acqua si impasta il pane, che sostenta il cuore dell’uomo, perché con le opere buone mescolate alle lacrime si nutre e si arricchisce la co­scienza dell’uomo.
“E un’anfora di vino”, la quale ha tre misure (Glossa). Nel vino è raffigurata la letizia della mente, che consiste in tre cose: nel testimonio della buona coscienza, nell’edi­fi­ca­zione del prossimo e nella speranza della felicità eterna.

Con tutte queste cose la madre Anna, vale a dire la grazia dello Spirito Santo, conduce il suo figlio, il giusto, alla casa del Signore a Silo, che significa “tra­sferita”, lo guida cioè fino alla vita eterna, alla quale i santi vengono trasferiti dal pellegrinaggio di questo mondo, e alla cui cena di gloria banchettano insieme con gli spiriti beati.

3. “Un uomo fece una grande cena”. Considera che c’è una duplice cena: la cena della penitenza e la cena della gloria. E poiché senza la prima non si arriva alla seconda, prepariamo la prima e vediamo quali siano gli alimenti necessari.

Qui abbiamo la concordanza con il primo libro dei Re, dove si racconta che Anna “allattò il figlio (Samuele) fino al tempo dello svezzamento. Dopo averlo svezzato, lo condusse con sé portando tre vitelli, tre misure di farina e un’anfora di vino; e lo condusse alla casa del Signore a Silo” (1Re 1,23-24).

Anna, che s’interpreta “grazia”, è figura della grazia dello Spirito Santo, la quale con le due mammelle della grazia preveniente e della grazia “susseguente” (cooperante), allatta il penitente finché lo svezza totalmente dal latte della concupiscenza della carne e della vanità del mondo.

E osserva che come la madre che vuole svezzare il figlio si bagna le mammelle di liquido amaro, affinché il bambino che cerca il dolce trovi invece l’amaro e quindi venga distolto dal dolce, così la grazia dello Spirito Santo cosparge le mammelle dei beni temporali con il liquido amaro della tribolazione, affinché l’uomo rifugga da questa dolcezza cosparsa di amarezze, e ricerchi la dolcezza vera.

“E dopo averlo svezzato lo prese con sé, insieme con tre vitelli”. Ecco i cibi che si devono preparare per la cena della penitenza. La grazia porta con sé il penitente insieme con tre vitelli, nei quali è indicata la triplice offerta.


Il vitello di un cuore contrito e afflitto, come dice il Salmo: “Allora porranno vitelli sopra il tuo altare” (Sal 50,21). Sopra l’altare, cioè nella contrizione del cuore, i penitenti pongono i vitelli, vale a dire bruciano i piaceri e i pensieri immondi.

Il vitello della confessione. Dice Osea: “Prendete con voi le parole, convertitevi al Signore e dite: Togli ogni iniquità e accetta il bene, e ti offriremo i vitelli delle nostre labbra” (Os 14,3). Prende con sé le parole colui che si sforza di praticare ciò che ascolta, e così si converte al Signore. E al Signore dice anche: “Togli ogni iniquità”, che io ho commesso, “e accetta il bene” che tu stesso hai dato. “Non a me, Signore, non a me, ma al tuo nome dà gloria” (Sal 113B,1). E così io ti renderò “i vitelli delle mie labbra”, farò cioè la confessione del mio crimine e a te innalzerò la lode.

Il vitello del corpo, castigato con la penitenza. “Vitello e vitella sono così chiamati per la loro “verde” età. Vitello e vitella sono figura della nostra carne, la quale nella verde età della giovinezza si sbizzarrisce spensieratamente per i prati di una colpevole sfrenatezza. Di essa dice Sansone: “Se non aveste arato con la mia giovenca, non avreste decifrato il mio enigma” (Gdc 14,18). Sansone è figura dello spirito; la giovenca rappresenta la nostra carne: se ariamo su di essa, facendola soffrire con la penitenza, decifreremo l’enigma, che è questo: “Che cos’è più dolce del miele? Che cos’è più forte del leone” della tribù di Giuda? (Gdc 14,18). Che cosa c’è di più dolce del miele, cioè della contemplazione? Che cosa c’è di più forte del leone, cioè del predicatore, al cui ruggito tutti gli animali devono fermare il passo? Che cos’è più dolce del miele della mansuetudine? Che cos’è più forte delle leone della severità? Giustamente quindi è detto: “E lo portò con sé, insieme con tre vitelli”.

“E con tre misure di farina”. Il grano si macina e si riduce in farina. La farina, impastata con l’acqua, si solidifica in pane, il quale sostiene il cuore dell’uomo (cf. Sal 103,15). Allo stesso modo il grano delle nostre opere dev’essere macinato per mezzo di una severa critica, triturato con un attento esame, per risultare purificato come la farina.

Questo esame poi dev’essere triplice, come è indicato dalle tre misure. Si deve esaminare la natura dell’opera che compiamo, la sua origine e la sua finalità. Quindi l’opera dev’essere mescolata con l’acqua delle lacrime, per implorare l’irrigazione inferiore e l’irrigazione superio­re (cf. Gdc 1,15): e l’opera dev’essere offerta o per il riscatto delle opere cattive del passato, o per il deside­rio dell’eterna felicità; e questo era prefigurato nelle due tortore che si offrivano sotto la Legge, una delle quali veniva offerta per il peccato, e l’altra veniva bruciata in olocausto (cf. Lv 12,8).

Quindi con la farina e con l’acqua si impasta il pane, che sostenta il cuore dell’uomo, perché con le opere buone mescolate alle lacrime si nutre e si arricchisce la co­scienza dell’uomo.
“E un’anfora di vino”, la quale ha tre misure (Glossa). Nel vino è raffigurata la letizia della mente, che consiste in tre cose: nel testimonio della buona coscienza, nell’edi­fi­ca­zione del prossimo e nella speranza della felicità eterna.


Con tutte queste cose la madre Anna, vale a dire la grazia dello Spirito Santo, conduce il suo figlio, il giusto, alla casa del Signore a Silo, che significa “tra­sferita”, lo guida cioè fino alla vita eterna, alla quale i santi vengono trasferiti dal pellegrinaggio di questo mondo, e alla cui cena di gloria banchettano insieme con gli spiriti beati.

martedì 3 giugno 2014

Leggiamo la Bibbia con sant'Antonio


13. “Il parto della Vergine gloriosa è paragonato alla rosa e al giglio, perché come questi fiori, pur spandendo un profumo soavissimo, non si deteriorano, così Maria, dando alla luce il Figlio di Dio, restò intatta nella sua verginità. Quindi il Padre, quando la Vergine Maria partoriva il suo Figlio, poteva dire ciò che Isacco disse a Giacobbe: “Ecco il profumo del mio Figlio, come il profumo di un campo ubertoso, che Dio ha benedetto” (Gn 27,27)
La natività di Cristo fu come il profumo di un campo ripieno di fiori, perché lasciò intatto il fiore della verginità della Madre, quando da essa venne alla luce. E la beata Vergine stessa fu un campo pieno di rose e gigli, che il Signore benedisse; infatti di lei è detto: “Benedetta tu fra le donne” (Lc 1,28).


Osserva che Maria si turbò quando si sentì proclamare “benedetta fra le donne”, essa che aveva sempre preferito sentirsi dire “benedetta fra le vergini”: per questo “si domandava quale senso avesse quel saluto” (Lc 1,29), che in un primo momento le sembrava sospetto. E quando nella promessa di un figlio tutto le fu chiaro, non poté più ignorare il pericolo che correva la sua verginità, e disse: “Come può avvenire questo, dal momento che io non conosco uomo?” (Lc 1,34), cioè mi sono prefissa di non conoscerlo? 

Altri dicono che fosse turbata, perché sentiva dire di sé, ciò che assolutamente non le sembrava di essere. “Virtù davvero rara, che la tua santità così evidente, sia ignota solo a te stessa!” – esclama il beato Bernardo. Egli poi aggiunge: Tu magari in segreto ti deprezzi, perché ti pesi con la bilancia della verità; poi invece in pubblico, pensando di essere di ben altro valore, ti vendi a noi ad un prezzo superiore a quello che hai fatto a te stesso.


Quindi del parto verginale di Maria diciamo: “Come il fiore della rosa nei giorni di primavera”. Diciamo prima­vera (in lat. ver) perché verdeggia. Infatti in primavera la terra si veste di erbe, si colora di fiori variopinti, ritorna il clima mite, gli uccelli “suona­no la cetra” e tutto sembra sorridere. 
Ti rendiamo grazie, Padre Santo, perché nel pieno dell’in­verno, tra i più grandi freddi, ci hai elargito un tempo primaverile. Infatti in questa nascita del Figlio tuo, Gesù benedetto, che si celebra in pieno inverno, nella stagione dei freddi più intensi, ci hai dato un tempo primaverile, ricolmo di ogni incanto. Oggi la Vergine, terra benedetta, ricolma della benedizione del Signore, ha partorito l’erba verdeggiante, il pascolo dei penitenti, cioè il figlio di Dio. 

Oggi la terra si colora con i fiori delle rose e i gigli delle convalli. Oggi gli angeli, accompagnandosi con la cetra, cantano: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli” (Lc 2,14). Oggi viene ristabilita sulla terra la tranquillità e la pace. Che vuoi di più? Tutto sorride, tutto esulta. E perciò l’angelo dice ai pastori: “Ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo; oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2,10-12).









Religiosi omnes adorate et honorate illam:
quia ipsa est adiutrix et spiritualis advocata