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mercoledì 3 giugno 2015

Irlanda – la responsabilità di un’apostasia

Irlanda – la responsabilità di un’apostasia

matrimonio omosessuale
(di Roberto de Mattei) Nel suo capolavoroL’anima di ogni apostolato, dom Jean-Baptiste Chautard (1858-1935), abate trappista di Sept-Fons, enuncia questa massima: «A sacerdote santo corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un popolo pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo empio» (L’anima di ogni apostolato, Edizioni Paoline, Roma 1967, p. 64) . Se è vero che c’è sempre un grado di vita spirituale in meno tra il clero e il popolo cattolico, dopo il voto di Dublino dello scorso del 22 maggio, si dovrebbe aggiungere: «A sacerdote empiocorrisponde popolo apostata».

L’Irlanda è infatti il primo paese in cui il riconoscimento legale dell’unione omosessuale è stato introdotto non dall’alto, ma dal basso, per via di referendum popolare; ma l’Irlanda è anche uno dei Paesi di più antica e radicata tradizione cattolica, dove è ancora relativamente forte l’influenza del clero su una parte della popolazione.
Non è una novità che il “sì” alle nozze gay fosse appoggiato da tutti i partiti, di destra, di centro e di sinistra; non stupisce che tutti i media abbiano sostenuto la campagna LGTB, né che vi sia stato un massiccio intervento finanziario straniero a favore di questa campagna; è scontato il fatto che, avendo votato il 60 % della popolazione, solo il 37,5 % dei cittadini abbiano espresso il loro sì e che il governo abbia mischiato abilmente le carte, introducendo nel gennaio 2015 una legge che consente l’adozione omosessuale, prima del riconoscimento dello pseudo-matrimonio gay. Ciò che desta il maggiore scandalo sono i silenzi, le omissioni e le complicità dei sacerdoti e vescovi irlandesi nel corso della campagna elettorale.
Un esempio basti per tutti. Prima delle elezioni, l’arcivescovo di Dublino Diamund Martin ha dichiarato che egli avrebbe votato contro il matrimonio omosessuale ma non avrebbe detto ai cattolici come votare (LifeSiteNews.com, 21 maggio). Dopo il voto ha dichiarato alla televisione nazionale irlandese che «non si può negare l’evidenza» e che la Chiesa in Irlanda «deve fare i conti con la realtà». Quanto è accaduto ha aggiunto mons. Martin, «non è soltanto l’esito di una campagna per il sì o per il no, ma attesta un fenomeno molto più profondo», per cui «è necessario anche rivedere la pastorale giovanile: il referendum è stato vinto con il voto dei giovani e il 90 per cento dei giovani che hanno votato sì ha frequentato scuole cattoliche» (www.corriere.it/esteri/. 15_maggio).
Questa posizione riflette, in generale e tranne poche eccezioni, quella del clero irlandese, che ha adottato la linea che in Italia auspica il segretario generale della CEI mons. Nunzio Galantino: evitare ad ogni costo polemiche e scontri: «non si tratta di fare a chi grida di più, i “pasdaran” delle due parti si escludono da sé» (“Corriere della Sera”, 24 maggio). Il che significa, accantoniamo la predicazione del Vangelo e dei valori della fede e della Tradizione cattolica, per cercare un punto di incontro e di compromesso con gli avversari.
Eppure il 19 marzo 2010, nella sua Lettera ai cattolici di Irlanda, Benedetto XVI aveva invitato il clero e il popolo irlandese a ritornare «agli ideali di santità, di carità e di sapienza trascendente», «che nel passato resero grande l’Europa e che ancora oggi possono rifondarla» (n. 3) e a «trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale» (n. 12), che non è tramontata, anche se ad essa si è opposto «un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici» (n.4).
Nella Lettera ai cattolici di Irlanda, Benedetto XVI afferma che negli anni Sessanta, fu «determinante» «la tendenza da parte di sacerdoti e di religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo». Questa tendenza è la medesima che riscontriamo oggi. Essa è stata la causa di un processo di degradazione morale che dagli anni del Concilio Vaticano II ha travolto come una valanga costumi e istituzioni cattoliche. Se oggi gli irlandesi, pur restando in maggioranza cattolici, abbandonano la fede, la ragione non è solo la perdita di prestigio e di consensi della Chiesa in seguito agli scandali sugli abusi sessuali.
La vera causa è la resa culturale e morale al mondo da parte dei loro pastori, che accettano questa degradazione come un’evidenza sociologica, senza porsi il problema delle proprie responsabilità. In questo senso il loro comportamento è stato empio, privo di pietà, offensivo nei confronti della religione, anche se non formalmente eretico. Ma ogni cattolico che ha votato sì, e dunque la maggioranza dei cattolici irlandesi che si sono recati alle urne, si è macchiata di apostasia. L’apostasia di un popolo la cui costituzione si apre ancora con un’invocazione alla Santissima Trinità.
L’apostasia è un peccato più grave dell’empietà, perché comporta un esplicito rinnegamento della fede e della morale cattolica, ma la responsabilità più pesante per questo peccato pubblico risiede nei pastori che con il loro comportamento l’hanno incoraggiato o tollerato. Le conseguenze del referendum irlandese saranno ora devastanti. 
Quarantotto ore dopo il voto si sono riuniti a Roma, sotto la guida del cardinale Reinhard Marx, i principali esponenti delle conferenze episcopali tedesca, svizzera e francese per pianificare la loro azione in vista del prossimo Sinodo. Secondo il giornalista presente ai lavori, «matrimonio e divorzio», «sessualità come espressione dell’amore» sono i temi di cui si è discusso (“La Repubblica”, 26 maggio 2015).
La linea è quella tracciata dal cardinale Kasper: la secolarizzazione è un processo irreversibile al quale bisogna adattare la realtà pastorale. E per l’arcivescovo Bruno Forte, lo stesso che nello scorso Sinodo chiedeva «la codificazione dei diritti omosessuali», e che è stato confermato dal Papa segretario speciale del Sinodo sulla famiglia, «si tratta di un processo culturale di secolarizzazione spinta nel quale l’Europa è pienamente coinvolta» (“Corriere della sera”, 25 maggio 2015).
C’è una questione finale che non si può eludere: il silenzio sepolcrale sull’Irlanda di  FP. Durante la messa per l’apertura dell’Assemblea Caritas, il 12 maggio scorso, il Papa ha tuonato contro «i potenti della terra», ricordando loro che «Dio li chiamerà a giudizio un giorno, e si manifesterà se davvero hanno cercato di provvedere il cibo per Lui in ogni persona e se hanno operato perché l’ambiente non sia distrutto, ma possa produrre questo cibo».
Il 21 novembre 2014, commentando il brano del Vangelo in cui Gesù caccia i mercanti dal Tempio, il Papa lanciò il suo anatema, contro una Chiesa che pensa solo a fare affari e che fa «peccato di scandalo». Francesco inveisce spesso contro la corruzione, il traffico di armi e di schiavi, la vanità del potere e del denaro. Riferendosi l’11 giugno 2014 ai politici corrotti, a coloro che sfruttano il «lavoro schiavo», e ai «mercanti di morte», il Papa ammonì «che il timore di Dio faccia loro comprendere che un giorno tutto finisce e che dovranno rendere conto a Dio». Il «timore di Dio» apre il cuore degli uomini «alla bontà, alla misericordia, alle carezza» di Dio, ma «è anche un allarme di fronte alla pertinacia nel peccato».
Ma l’iscrizione nelle leggi del vizio contro natura, non è incomparabilmente più grave dei peccati che così frequentemente ricorda il Papa? Perché nei giorni precedenti al voto il Santo Padre non ha lanciato un appello vigoroso e accorato agli irlandesi ricordando loro che la violazione della legge divina e naturale è un peccato sociale di cui il popolo e i suoi pastori dovranno un giorno rendere conto a Dio? Con questo silenzio, non si è fatto anch’egli complice di questo scandalo? (Roberto de Mattei)

giovedì 26 febbraio 2015

Il mio cuore sanguina.


Il mio cuore sanguina.

 Quando si parla di “continuità” nella Chiesa tra prima del Concilio Vaticano II e dopo il Concilio Vaticano II, non si arriva mai a spiegare nel concreto, dentro le cose, come si mostra questa continuità. Certo, si tratta sempre della Santa Madre Chiesa, sia prima che dopo il Concilio, ma in quello che nella Chiesa di oggi si dice e si fa, appare questa continuità? È proprio difficile dimostrarlo.

 Prendiamo un tema specifico, quello della “missione”: si può dire che la missione, dopo il Concilio, sia intesa e vissuta come durante i primi diciannove secoli di storia della Chiesa? Provate in una classe di scuola ad introdurre il tema con i ragazzi, che ancora frequentano il catechismo delle parrocchie, chiedendo loro cos'è la missione: vi diranno che è andare ad aiutare i poveri del terzo mondo. Da dove prendono questa risposta? Dal nuovo vissuto e dalla nuova coscienza di missione, che sono radicalmente cambiati nel Cattolicesimo: di fatto i fedeli, quando si parla di missione, non intendono più quello che la Chiesa ha inteso in tutta la sua storia.

 E anche quando qualcuno non scadrà nella banalità generale di scambiare la missione cristiana con la filantropia, con l'aiutare semplicemente i poveri, vi parlerà di cristianizzazione o di evangelizzazione, ma non in modo drammatico, dimenticando che è in gioco la salvezza delle anime!: è ormai così... prima mettiamo avanti la libertà di coscienza, quello che l'uomo vuole o decide, poi se c'è spazio parliamo anche di Nostro Signore Gesù Cristo... affrettandoci però a dire che l'importante è “credere in qualcosa” e che “tutti si salvano seguendo la loro religione o il loro agnosticismo”, che “Cristo è proposto ma non imposto”... insomma mettiamo l'uomo prima di Dio: e questa la chiamiamo continuità tra prima e dopo il Concilio? Beh, ci vuole del coraggio ad affermarlo.

 Basta leggere la vita dei santi, il loro zelo perché Cristo sia conosciuto e amato, per avvertire che qualcosa di tragicamente grave è accaduto nel Cattolicesimo.

 Ne volete un esempio? Lo prendiamo dalle lettere di un grande monaco cistercense, Dom Jean-Baptiste Chautard, abate di Sept-Fond (1858-1935), autore tra l'altro di uno dei testi fondamentali della spiritualità moderna, “L'anima di ogni apostolato”. Sentite cosa scrive durante un viaggio in Cina e Giappone, per andare a visitare i giovani monasteri cistercensi là fondati:

Davanti ai 400 milioni di pagani cinesi e ai 60 milioni di pagani giapponesi che non conoscono Nostro Signore, il mio cuore sanguina”, e aggiunge rivolto ai suoi monaci di Francia “vorrei che anche il vostro cuore sanguinasse. E nel concreto troverete in questo dolore uno stimolo per essere più vigilanti, più uniti a Dio, più generosi nel vostro amore per Gesù e per le anime ch'Egli vuole innestare nella sua Umanità santa, a condizione che noi non ci sottraiamo dall'offrire ciò che manca alla sua Passione”.

 In un ritiro predicato nella festa del Preziosissimo Sangue, scongiura i suoi monaci a lasciarsi prendere come lui dall'amore per le anime. Al fine di sottolineare più fortemente il suo pensiero, dom Chautard fa un esempio interessante:

 “Nei paesi d'Oriente, nel corso del grande caldo, delle nuvole a volte si formano. Il cielo coperto e basso sembra promettere una pioggia benefica. Speranza vana! Le nuvole non arrivano a risolversi in pioggia, e presto il cielo riprende la sua implacabile serenità.

  Così nell'universo delle anime, sopra le terre pagane, planano delle nuvole cariche di sangue divino. Ma queste nuvole non si risolvono in pioggia benefica, perché manca qualcosa: la nostra cooperazione attraverso la preghiera e i sacrifici. Dio vuole la nostra collaborazione. Se dunque le nuvole restano in sospeso, noi ne siamo responsabili in una certa misura”.

 Dom Chautard parlava ai monaci, ma parla ben anche a noi.

Che coscienza chiara della missione! 

 Innanzitutto è chiaro quando parla di “pagani che non conoscono Nostro Signore”! Possiamo dire che oggi, nella Chiesa, ci si esprime ancora così? E se non ci si esprime così, possiamo parlare di continuità tra la Chiesa di prima e quella di oggi?

 Proprio oggi, quando il lavoro è di dire che i pagani non esistono più?

 Proprio oggi noi perdiamo il senso della missione, mentre siamo invasi dai pagani che da terre lontane vengono a noi. Chi oserebbe ancora dire “il mio cuore sanguina” perché non conoscono Gesù Cristo e “vorrei che anche il vostro cuore sanguinasse”? E mentre non ci preoccupiamo dei pagani che arrivano, siamo castigati nel registrare il paganesimo in tante nostre case, nelle quali si vive come se Dio non ci fosse. E ricordiamoci che è in gioco la salvezza eterna!: “...chi crederà e sarà battezzato sarà salvo...” (Mc 16,16).

  Carissimi, stiamo in continuità con la Chiesa di sempre, con i cristiani di sempre, con i santi di sempre, il cui cuore sanguina perché Cristo non è conosciuto.

 Domandiamo la grazia che anche il nostro cuore sanguini, e che non si addormenti in quel cristianesimo contraffatto che ha cambiato il contenuto della parola “missione”.

 Stiamo attenti a quelli che affrettatamente vogliono convincersi che nulla è cambiato nella Chiesa e che è solo questione di sensibilità: no, sulla missione è cambiato praticamente tutto. E non solo su di essa.

 E allora preghiamo perché Nostro Signore sia conosciuto dalla massa enorme di pagani del nostro tempo, perché molti si convertano a Lui e siano salvi. Cooperiamo con la preghiera e il sacrificio, perché la nuvola del Sangue divino, sulle nostre terre e su quelle lontane, si risolva in benefica pioggia.