martedì 27 agosto 2013

Lo scultore perfetto e le copie mal fatte // Le parabole di Gesù


Le parabole di Gesù
(034)

Lo scultore perfetto e le copie mal fatte (419.7)

Uno scultore sommo e perfetto fece un giorno la forma di una statua e ne fece un'opera tanto perfetta che se ne compiacque e disse: "Voglio che la terra sia piena di tale meraviglia". Ma da sè solo non poteva sopperire a tale lavoro. Chiamò allora in suo aiuto altre persone e disse loro: " Su questo modello fatemi mille e diecimila statue ugualmente perfette. Io poi darò loro l'ultimo tocco, infondendo espressione alle loro fisionomie".

Ma gli aiutanti non erano capaci di tanto anche perchè, oltre ad essere molto inferiori nella capacità del loro maestro, si erano resi un poco ebbri avendo gustato un frutto il cui succo crea deliri e nebbie. Allora lo scultore dette loro come delle forme e disse: "In esse modellate la materia; sarà opera giusta ed io la farò completa avvivandola dell'ultimo colpo". E gli aiutanti si misero all'opera.



Ma lo scultore aveva un grande nemico. Nemico suo personale e nemico dei suoi aiutanti, il quale cercava con ogni mezzo di far sfigurare lo scultore e di mettere dissapori fra lui e i suoi aiutanti.

Perciò costui nelle opere di essi mise la sua astuzia, là alterando la materia da colare nella forma, qua indebolendo il fuoco, più oltre osannando gli aiutanti.

Onde avvenne che il reggitore del mondo, per cercare di impedire il più possibile che l'opera uscisse in copie imperfette, mise sanzioni gravi contro quei modelli usciti in modo imperfetto. Ed una fu che tali modelli non potessero essere esposti nella Casa di Dio. Là tutto deve, o dovrebbe esser perfetto. Dico: dovrebbe, perchè non è così. Anche se l'apparenza è buona, buona non è la realtà. I presenti nella Casa di Dio paiono senza difetti, ma l'occhio di Dio scopre in essi i più gravi. Quelli che sono nel cuore.

martedì 20 agosto 2013

I due figli del padrone


 Le parabole di Gesù
(033)
I due figli del padrone (407.6)
Un uomo aveva due figli. Avvicinatosi al primo disse: "Figlio mio, vieni a lavorare oggi nella vigna del padre tuo".

Un grande segno d'onore era quello del padre! Egli giudicava il figlio capace di lavorare là dove fino allora il padre aveva lavorato. Segno che vedeva nel figlio buona volontà, costanza, capacità, esperienza, e amore per il padre. Ma il figlio, un poco distratto da cose del mondo, timoroso di apparire in veste di servo - Satana fa uso di questi miraggi per allontanare dal Bene - temendo beffe e forse anche rappresaglie da nemici del padre, che su di lui non osavano alzare la mano ma meno riguardi avrebbero avuto col figlio, rispose: "Non ci vado. Non ne ho voglia".

Il padre andò allora dall'altro figlio, dicendogli ciò che aveva detto al primo. E il secondo figlio rispose subito: "Sì, padre. Vado subito."
Però che avvenne? Che il primo figlio, essendo di animo retto, dopo un primo momento di debolezza nella tentazione, di ribellione, pentitosi di aver disgustato il padre, senza parlare se ne andò alla vigna, e lavorò tutto il giorno fino alla più tarda sera, tornando poi soddisfatto alla sua casa con la pace nel cuore per il dovere compiuto.

Il secondo invece, menzognero e debole, uscì di casa, è vero, ma poi si perse a vagabondare per il paese in inutili visite ad amici influenti dai quali sperava avere utili. E diceva in cuor suo: "Il padre è vecchio e non esce di casa. Dirò che gli ho ubbidito ed egli lo crederà."

Ma venuta la sera anche per lui, e tornato a casa, il suo aspetto stanco e di ozioso, le vesti senza sgualciture, e l'insicuro saluto dato al padre che l'osservava e lo confrontava col primo, tornato stanco, sporco, scarmigliato, ma gioviale e sincero nello sguardo umile, buono, che, senza volere vantarsi del dovere compiuto, voleva però dire al padre: "Ti amo. E con verità. Tanto che per farti contento ho vinto la tentazione", parlarono chiaramente all'intelletto del padre. Il quale, abbracciato il figlio stanco disse: "Te benedetto perchè hai compreso l'amore".

domenica 18 agosto 2013

COME OFFRIRE L'INSONNIA AL SIGNORE


COME OFFRIRE L'INSONNIA AL SIGNORE


Qualche tempo dopo Geltrude passò una notte quasi interamente insonne, rimanendone stanca, e svigorita. Come d'abitudine offrì a Gesù la sua pena in eterna lode, per la salvezza misericordiosa del mondo intero.

Il Signore, compatendo con bontà alla sua sofferenza, le insegnò d'invocarlo, in casi consimili, con questa preghiera: 

«O Gesù, per la tranquillissima dolcezza con la quale hai riposato da tutta l'eternità nel seno del Padre, per il gradito tuo soggiorno di nove mesi nel seno della Vergine, per le gioie che hai gustate nel cuore di anime particolarmente amate, ti prego, o Dio misericordioso, di degnarti, non per mia soddisfazione, ma per la tua eterna gloria, di accordarmi un po' di riposo, affinché le mie membra affaticate possano rinvigorirsi».

Mentre pronunciava questa preghiera, Geltrude vedeva le parole trasformarsi in gradini per aiutarla ad elevarsi fino a Dio. Il Signore le mostrò allora, preparato alla sua destra, un magnifico seggio, dicendole: « Vieni, o mia eletta, reclinati sul mio Cuore e vedi se l'amor mio, sempre vigilante, ti permetta di gustare un po' di riposo».

Quand'ella si fu alquanto ristorata sul Cuore del Signore, raccogliendone i palpiti dolcissimi, disse: « O amor mio, che significano questi tuoi palpiti? ». « Significano - rispose - che quando una persona si trova sfinita e priva di forze per l'insonnia, può rivolgermi tale preghiera per rinvigorirsi e cantare le mie lodi. Se poi non l'esaudisco, ed essa sopporta la sua debolezza con umile pazienza, allora sarà accolta dalla mia divina Bontà con gioia tutta speciale. Un amico non è forse riconoscente se vede l'amico suo più intimo, levarsi subito al suo richiamo, quantunque sia assonnato ed imporsi quel sacrificio per avere la consolazione d'intrattenersi con lui? Tale atto di cortese compiacenza gli è più gradito che se un altro amico, che passa solitamente le notti insonni, si levasse volentieri, ma più per abitudine che per amore. Così colui che mi offre pazientemente la sua infermità, quantunque la malattia e le veglie abbiano esaurito le sue forze, mi è assai più cara di colui che, avendo buona salute, passa l'intera notte in orazione, senza risentire disagio».

giovedì 15 agosto 2013

PASSIONE DEI SANTI FEDELE, EXANTO, E CARPOFORO



PASSIONE DEI SANTI FEDELE, EXANTO, E CARPOFORO
Acta Sanctorum Oct. XII, 563-564 [BHL 2922]
  


San Fedele
1. Al tempo in cui era residente a Milano il sacrilego imperatore Massimiano[1], questi ordinò di far rientrare un’armata di soldati dai combattimenti con i Galli nella provincia [d’Italia]. Allora san Fedele[2], insieme con i suoi compagni soldati Exanto e Carpoforo, che, sebbene impegnati nel servizio militare[3] terreno fin dalla più tenera età, stavano distinguendosi nel servizio della reggia celeste, andavano insieme in concordia e viaggiavano verso il territorio di Como. E quando furono arrivati al luogo chiamato Sylvula[4] non lontano dalla città di Como, più o meno circa un miglio, Carpoforo ed Exanto si fermarono lì e si nascosero nella stessa Sylvula. Invece san Fedele continuò la strada per il Lago di Como. E trovando lì una barca, si imbarcò, e attraversò il lago.

2. Quando Massimiano ebbe sentito che Carpoforo, Fedele ed Exanto erano cristiani, e che erano scappati via in fuga, ordinò ai suoi più affidabili soldati di inseguirli. Egli li incaricò di ucciderli con vari mezzi, quando fossero stati in grado di trovarli. Quindi quelli all’inseguimento, affrettandosi con tutta rapidità, raggiunsero Sylvula dove Carpoforo ed Exanto erano nascosti, perché Cristo, il Signore aveva deciso di consacrarli come martiri lì. E quando essi furono lì trovati, i persecutori li decapitarono e li uccisero[5] 

3. Il gruppo all’inseguimento, poi, raggiunto il territorio di Como e trovando una imbarcazione, incalzava da presso san Fedele. E quando raggiunsero il villaggio di Samolaco[6], trovarono san Fedele, e lo affrontarono, dicendo: “O sacrifichi agli dei e ritorni dall’imperatore con noi, o sarai messo a morte con vari supplizi”. San Fedele rispose loro: “Questo è il luogo in cui Cristo mi ha ordinato di riposare. Io non ho paura di tutte queste pene che intendete infliggermi, poiché ho servito Cristo Signore devotamente, sin dalla mia infanzia[7]. Anche quando sono stato impegnato nel servizio militare terreno, non ho servito un impero terreno, ma sono rimasto obbediente al mio Re celeste. Ed ho fatto questo, al fine di richiamare i pagani che servono gli idoli dal loro errore alla via della verità”.


Cripta di San Carpoforo
 

4. I suoi inseguitori allora sbraitando, lo batterono coi randelli e gli dissero: “Se non sacrificherai agli dèi oggi stesso e non rinuncerai alla superstizione[8] che pratichi, sarai messo a morte con vari supplizi”. Ma san Fedele rispose loro, dicendo: “Se crederete in Cristo Gesù, mio Signore, non solo non soffrirete queste pene con cui minacciate me, ma addirittura raggiungerete con me la gloria eterna”.

5. Allora, rimasto scosso, uno dei persecutori disse agli altri suoi compagni: “Che cosa dobbiamo fare? Se lasciamo andare il nostro commilitone, subiremo la stessa condanna dall’imperatore, e se lo uccidiamo, saremo colpevoli del nostro fratello di sangue”. E dopo questo, l’uomo che aveva parlato si trasse fuori di nascosto e fece una fossa per nascondere il corpo di san Fedele. E, tornato nuovamente da san Fedele, si dispiacque per lui, e gli disse: “Fratello Fedele, preoccupati per la tua vita e sacrifica agli dèi così non diverremo colpevoli del tuo sangue”. Ma san Fedele rispose: “Se volessi essere d’accordo con me, e la tua scelta fosse vera, crederesti in Cristo Gesù, mio Signore, e sceglieresti di morire per il nome di Cristo, dal momento che questa è la scelta che conduce alla vita eterna. Ma non mi persuaderai ad abbandonare colui che ho sempre servito devotamente”.

6. E quando ebbe detto questo, i persecutori gli inflissero dure pene. Ma san Fedele costantemente dichiarò, “Le pene che infliggete non mi fanno soffrire, ma mi rinvigoriscono”. Gli assassini poi legato san Fedele, lo portarono in un luogo chiamato Turriculus dove c’era un albero di pino cresciuto in prossimità di un villaggio di marinai, e lì gli tagliarono la testa. E non appena fu decapitato, scoppiò una bufera e un grande lampo di luce di modo che i persecutori stessi poterono pure riconoscere ora, che il Cristo Dio aveva preso l’anima del suo martire.


Martirio di san Fedele,
abside della cattedrale di Como

7. Dopo questi fatti, affinché la potenza di Dio potesse essere più pienamente rivelata, uno dei persecutori fu posseduto da uno spirito immondo e cominciò a gridare, “San Fedele, liberami e quando sarò liberato seppellirò il tuo corpo con grande rispetto[9]”. E mentre gridava questo al corpo del beato martire, lo toccò, e fu liberato dal demonio non appena lo fece. 

8. E quando i persecutori ebbero visto ciò, si rifugiarono in una barca con timore e tremore. E arrembando la barca, tornarono in tutta fretta dal loro duce Massimiano. E quando riferirono ciò che avevano visto, il sacrilego Massimiano imperatore ordinò loro di non rivelare a nessuno le meraviglie che Dio aveva rivelato attraverso il suo più fedele martire.
9. San Fedele fu decapitato sotto l’imperatore Massimiano il quinto giorno prima delle kalende di Novembre[10], durante il regno di nostro Signore Gesù Cristo, a cui si deve l’onore e la gloria sempre e nei secoli. Amen.





Chiesa di san Fedelino, costruita presumibilmente sul luogo del martirio, e dove si trovava l’antico sepolcro del martire

Le reliquie di san Fedele




Traduzione e note di E. M.
Febbraio 2009


[1] Nel luglio del 285 Diocleziano dichiarava Milano nuova capitale d’occidente, e proclamava Massimiano co-imperatore. Diocleziano, infatti, necessitava di un valido aiuto militare per fronteggiare i vari conflitti che erano scoppiati nell’impero. Massimiano assunse subito il controllo della parte occidentale dell’impero e si recò in Gallia a combattere i ribelli Bagaudi. Entro la fine dell’anno, la rivolta era stata quasi del tutto sedata, e Massimiano spostò il grosso delle sue truppe sulla frontiera del Reno.

[2] Secondo altre passioni san Fedele era un alto funzionario di servizio a Milano, convertito a Cristo dal presbitero Materno. A Milano diede aiuto a sant’Alessandro, un soldato che aveva disertato per non abiurare la fede, facendolo fuggire verso Como, dove sarebbe stato catturato e riportato indietro a Milano, da cui sarebbe fuggito una seconda volta, per subire infine il martirio nella città di Bergamo. In seguito, san Fedele, fu inviato da Materno, divenuto vescovo di Milano, come evangelizzatore presso il municipium di Como, dove subì il martirio. Vista la scarsezza di elementi storicamente certi e la confusione scaturita dall’incrocio tra le narrazioni su santi diversi, l’unico dato certo resta la testimonianza che san Fedele rese a Cristo con il proprio sangue sulle rive del lago Lario, dove è celebrato, ininterrottamente da secoli ed ancora oggi, quale protomartire ed evangelizzatore della Chiesa di Como.
[3] Il 23 febbraio del 303 Diocleziano diede inizio all’ultima delle persecuzioni dell’impero contro i cristiani, la più cruenta, tanto da prendere nome di Grande persecuzione, che ebbe tra i principali obiettivi anche lo sradicamento dei cristiani dall’esercito, dove la loro presenza era ormai numerosa e spesso ritenuta causa di tensione per il rifiuto dei cristiani a partecipare alle cerimonie pagane insieme agli altri soldati.
[4] La zona era interamente ricoperta di boschi, nel medioevo vi sorse il borgo di Camerlata.
[5] Insieme a loro, associati nel martirio, la tradizione ricorda anche Cassio, Severo, Secondo e Licinio; tutti insieme resero testimonianza a Cristo, la loro memoria è celebrata il 7 agosto. Le reliquie dei santi, in origine a San Martino alla Selvetta, furono traslate nella basilica romanica di San Carpoforo, prima cattedrale di Como.
[6] Summolacunaus.
[7] Cfr. Psalmo 70, 5; Ecclesiaste 12, 1.
[8] Superstitio, era l’opinione comune che i pagani avevano della fede cristiana. Plinio il giovane in una lettera a Traiano l’aveva definita nihil aliud quam superstitionem, null’altro che superstizione. Allo stesso modo si espressero Tacito e Svetonio, per i quali i cristiani erano solo i diffusori di una “superstitio nova ac malefica”, una superstizione nuova e malefica.
[9] Stando al racconto dopo il martirio il corpo del santo fu sepolto presso lo stesso luogo, a Samolaco. Altre fonti invece riferiscono che il suo sepolcro si trovava all’altra estremità del lago. Ennodio (†521), narrando la vita di Sant’Antonio di Lérins, ricorda che il suo primo rifugio fu ad sepulchrum beati martiris Fidelis, nel punto in cui “il Lario depone la minaccia dei suoi bianchi arieti, quando la terra gli oppone il duro freno delle rive”. La descrizione corrisponde all’antico punto terminale settentrionale del Lago di Como. Lì, nel 964, in seguito al sogno di una donna venne dissepolto un antico sacello, che conservava le reliquie del santo. Il sacello venne sostituito con l’ancora esistente Oratorio di San Fedele (detto comunemente san Fedelino) sull’ultimo lembo costiero nord del comune di Sorico. Le reliquie vennero trasportate a Como dal vescovo e custodite nella Chiesa di Santa Eufemia oggi a lui dedicata. Nel 1572, il vescovo di Milano Carlo Borromeo pretese (ed ottenne) la traslazione solenne delle reliquie (o presumibilmente solo di una buona parte di esse) a Milano, nella nuova chiesa di San Fedele, nella omonima piazza della metropoli lombarda (cfr. Wikipedia). Reliquie di san Fedele, san Carpoforo e degli altri martiri si trovano oltre che a Como e Milano anche nella città di Arona e a Palazzolo sull’Oglio, dove san Fedele è il festeggiato patrono, ma il 14 maggio.
[10] 28 ottobre.
Cor Mariae Immaculatum
intercede pro nobis

* L'INNO AKATHISTOS / Canon Akathist Hymn






L'INNO AKATHISTOS
 


È uno tra i più famosi inni che la Chiesa Ortodossa dedica alla Theotokos (Genitrice di Dio). 
Akathistos
si chiama per antonomasia quest'inno liturgico del secolo V
, che fu e resta il modello di molte composizioni innografiche e litaniche, antiche e recenti."Akathistos" non è il titolo originario, ma una rubrica:"a-kathistos" in greco significa "non-seduti", perché la Chiesa ingiunge di cantarlo o recitarlo "stando in piedi", come si ascolta il Vangelo, in segno di riverente ossequio alla Madre di Dio.
La struttura metrica e sillabica dell'Akathistos si ispira alla celeste Gerusalemme descritta dal cap. 21 dell'Apocalisse, da cui desume immagini e numeri: Maria è cantata come identificazione della Chiesa, quale "Sposa" senza sposo terreno, Sposa vergine dell'Agnello, in tutto il suo splendore e la sua perfezione.
L'inno consta di 24 stanze (in greco: oikoi), quante sono le lettere dell'alfabeto greco con le quali progressivamente ogni stanza comincia. Ma fu sapientemente progettato in due parti distinte, su due piani congiunti e sovrapposti - quello della storia e quello della fede -, e con due prospettive intrecciate e complementari - una cristologica, l'altra ecclesiale -, nelle quali è calato e s'illumina il mistero della Madre di Dio. Le due parti dell'inno a loro volta sono impercettibilmente suddivise ciascuna in due sezioni di 6 stanze: tale suddivisione è presente in modo manifesto nell'attuale celebrazione liturgica. L'inno tuttavia procede in maniera binaria, in modo che ogni stanza dispari trova il suo complemento - metrico e concettuale - in quella pari che segue. Le stanze dispari si ampliano con 12 salutazioni mariane, raccolte attorno a un loro fulcro narrativo o dommatico, e terminano con l'efimnio o ritornello di chiusa: "Gioisci, sposa senza nozze!". Le stanze pari invece, dopol'enunciazione del tema quasi sempre a sfondo cristologico, terminano con l'acclamazione a Cristo: "Alleluia!". Così l'inno si presenta cristologico insieme e mariano, subordinando la Madre al Figlio, la missione materna di Maria all'opera universale di salvezza dell'unico Salvatore.
La prima parte dell'Akathistos (stanze 1-12) segue il ciclo del Natale, ispirato ai Vangeli dell'Infanzia (Lc 1-2; Mt 1-2).

Essa propone e canta il mistero dell'incarnazione (stanze 1-4), l'effusione della grazia su Elisabetta e Giovanni (stanza 5),la rivelazione a Giuseppe (stanza 6), l'adorazione dei pastori(stanza 7), l'arrivo e l'adorazione dei magi (stanze 8-10), la fuga in Egitto (stanza 11), l'incontro con Simeone (stanza 12): eventi che superano il dato storico e diventano lettura simbolica della grazia che si effonde, della creatura che l'accoglie, dei pastori che annunciano il Vangelo, dei lontani che giungono alla fede, del popolo di Dio che uscendo dal fonte battesimale percorre il suo luminoso cammino verso la Terra promessa e giunge alla conoscenza profonda del Cristo.
La seconda parte (stanze 13-24) propone e canta ciò che la Chiesa al tempo di Efeso e di Calcedonia professava di Maria, nel mistero del Figlio Salvatore e della Chiesa dei salvati. Maria è la Nuova Eva, vergine di corpo e di spirito, che col Frutto del suo grembo riconduce i mortali al paradiso perduto (stanza 13); è la Madre di Dio, che diventando sede e trono dell'Infinito, apre le porte del cielo e vi introduce gli uomini (stanza 15); è la Vergine partoriente, che richiama la mente umana a chinarsi davanti al mistero di un parto divino e ad illuminarsi di fede (stanza 17); è la Sempre-vergine, inizio della verginità della Chiesa consacrata a Cristo, sua perenne custode e amorosa tutela (stanza 19); è la Madre dei Sacramenti pasquali, che purificano e divinizzano l'uomo e lo nutrono del Cibo celeste (stanza 21); è l'Arca Santa e il Tempio vivente di Dio, che precede e protegge il peregrinare della Chiesa e dei fedeli verso l'ultima Pasqua (stanza 23); è l'Avvocata di misericordia nell'ultimo giorno (stanza 24).
L'Akathistos è una composizione davvero ispirata. Conserva un valore immenso:
  a motivo del suo respiro storico-salvifico, che abbraccia tutto il progetto di Dio coinvolgendo la creazione e le creature, dalle origini all'ultimo termine, in vista della loro pienezza in Cristo;
  a motivo delle fonti, le più pure: la Parola di Dio dell'Antico e del Nuovo Testamento, sempre presente in modo esplicito o implicito; la dottrina definita dai Concili di Nicea (325), di Efeso (431) e di Calcedonia (451), dai quali direttamente dipende; le esposizioni dottrinali dei più grandi Padri orientali del IV e del V secolo, dai quali desume concetti e lapidarie asserzioni;
  a motivo di una sapiente metodologia mistagogica, con la quale assumendo le immagini più eloquenti dalla creazione e dalle Scritture eleva passo passo la mente e la porta alle soglie del mistero contemplato e celebrato: quel mistero del Verbo incarnato e salvatore che come afferma il Vaticano II fa di Maria il luogo d'incontro e di riverbero dei massimi dati della fede (cf Lumen Gentium 65).

Circa l'Autore, quasi tutta la tradizione manoscritta trasmette anonimo l'inno Akathistos. La versione latina redatta dal Vescovo Cristoforo di Venezia intorno all'anno 800, che tanto influsso esercitò sulla pietà del medioevo occidentale, porta il nome di Germano di Costantinopoli ( 733). Oggi però la critica scientifica propende ad attribuirne la composizione ad uno dei Padri di Calcedonia: in tal modo, questo testo venerando sarebbe il frutto maturo della tradizione più antica della Chiesa ancora indivisa delle origini, degno di essere assunto e cantato da tutte le Chiese e comunità ecclesiali.

INNO

PARTE NARRATIVA

1. Il più eccelso degli Angeli fu mandato dal Cielo
per dir "Ave" alla Madre di Dio.
Al suo incorporeo saluto
vedendoti in Lei fatto uomo,
Signore,
in estasi stette,
acclamando la Madre così:
Ave, per Te la gioia risplende;
Ave, per Te il dolore s'estingue.
Ave, salvezza di Adamo caduto;
Ave, riscatto del pianto di Eva.
Ave, Tu vetta sublime a umano intelletto;
Ave, Tu abisso profondo agli occhi degli Angeli.
Ave, in Te fu elevato il trono del Re;
Ave, Tu porti Colui che il tutto sostiene.
Ave, o stella che il Sole precorri;
Ave, o grembo del Dio che s'incarna.
Ave, per Te si rinnova il creato;
Ave, per Te il Creatore è bambino.
Ave, Sposa non sposata!
 

2. Ben sapeva Maria
d'esser Vergine sacra e così a Gabriele diceva:
«Il tuo singolare messaggio
all'anima mia incomprensibile appare:
da grembo di vergine
un parto predici, esclamando:
Alleluia!»  
3. Desiderava la Vergine
di capire il mistero
e al nunzio divino chiedeva:
«Potrà il verginale mio seno
mai dare alla luce un bambino?
Dimmelo!»
E Quegli riverente
acclamandola disse così:
Ave, Tu guida al superno consiglio;
Ave, Tu prova d'arcano mistero.
Ave, Tu il primo prodigio di Cristo;
Ave, compendio di sue verità.
Ave, o scala celeste
che scese l'Eterno;
Ave, o ponte che porti gli uomini al cielo.
Ave, dai cori degli Angeli cantato portento;
Ave, dall'orde dei dèmoni esecrato flagello.
Ave, la Luce ineffabile hai dato;
Ave, Tu il «modo» a nessuno hai svelato.
Ave, la scienza dei dotti trascendi;
Ave, al cuor dei credenti risplendi.
Ave, Sposa non sposata!
 
4. La Virtù dell'Altissimo
adombrò e rese Madre
la Vergine ignara di nozze:
quel seno, fecondo dall'alto,
divenne qual campo ubertoso per tutti,
che vogliono coglier salvezza 

cantando così:
Alleluia!

5.
Con in grembo il Signore
premurosa Maria
ascese e parlò a Elisabetta.
Il piccolo in seno alla madre
sentì il verginale saluto,
esultò,
e balzando di gioia
cantava alla Madre di Dio:
Ave, o tralcio di santo Germoglio;
Ave, o ramo di Frutto illibato.
Ave, coltivi il divino Cultore;
Ave, dai vita all'Autor della vita.
Ave, Tu campo che frutti ricchissime grazie;
Ave, Tu mensa che porti pienezza di doni.
Ave, un pascolo ameno Tu fai germogliare;
Ave, un pronto rifugio prepari ai fedeli.
Ave, di suppliche incenso gradito;
Ave, perdono soave del mondo.
Ave, clemenza di Dio verso l'uomo;
Ave, fiducia dell'uomo con Dio.
Ave, Sposa non sposata!
 
6. Con il cuore in tumulto
fra pensieri contrari
il savio Giuseppe ondeggiava:
tutt'ora mirandoti intatta
sospetta segreti sponsali, o illibata!
Quando Madre ti seppe
da Spirito Santo, esclamò:
Alleluia!  
7. I pastori sentirono
i concerti degli Angeli
al Cristo disceso tra noi.
Correndo a vedere il Pastore,
lo mirano come agnellino innocente
nutrirsi alla Vergine in seno,
cui innalzano il canto:
 

Ave, o Madre all'Agnello Pastore,
Ave, o recinto di gregge fedele.
Ave, difendi da fiere maligne,
Ave, Tu apri le porte del cielo.
Ave, per Te con la terra esultano i cieli,
Ave, per Te con i cieli tripudia la terra.
Ave, Tu sei degli Apostoli la voce perenne,
Ave, dei Martiri sei l'indomito ardire.
Ave, sostegno possente di fede,
Ave, vessillo splendente di grazia.
Ave, per Te fu spogliato l'inferno,
Ave, per Te ci vestimmo di gloria.

Ave, Vergine e Sposa!

 
8. Osservando la stella
che guidava all'Eterno,
ne seguirono i Magi il fulgore.
Fu loro sicura lucerna
andando a cercare il Possente,
il Signore.
Al Dio irraggiungibile giunti,
l'acclaman beati: 
Alleluia!  

9. Contemplarono i Magi
sulle braccia materne
l'Artefice sommo dell'uomo.
Sapendo ch'Egli era il Signore
pur sotto l'aspetto di servo,
premurosi gli porsero i doni,
dicendo alla Madre beata:

Ave, o Madre dell'Astro perenne,
Ave, o aurora di mistico giorno.
Ave, fucine d'errori Tu spegni,
Ave, splendendo conduci al Dio vero.
Ave, l'odioso tiranno sbalzasti dal trono,
Ave, Tu il Cristo ci doni clemente Signore.
Ave, sei Tu che riscatti dai riti crudeli,
Ave, sei Tu che ci salvi dall'opre di fuoco.
Ave, Tu il culto distruggi del fuoco,
Ave, Tu estingui la fiamma dei vizi.
Ave, Tu guida di scienza ai credenti,
Ave, Tu gioia di tutte le genti.

Ave, Vergine e Sposa!
 

10. Banditori di Dio
diventarono i Magi
sulla via del ritorno.
Compirono il tuo vaticinio
e Te predicavano, o Cristo,
a tutti, noncuranti d'Erode,
lo stolto, incapace a cantare:

A
lleluia!
 
11. Irradiando all'Egitto
lo splendore del vero,
dell'errore scacciasti la tenebra:
ché gli idoli allora, o Signore,
fiaccati da forza divina caddero;
e gli uomini, salvi,
acclamavan la Madre di Dio:
Ave, riscossa del genere umano,
Ave, disfatta del regno d'inferno.
Ave, Tu inganno ed errore calpesti,
Ave, degl'idoli sveli la frode.
Ave, Tu mare che inghiotti il gran Faraone,
Ave, Tu roccia che effondi le Acque di Vita.
Ave, colonna di fuoco che guidi nel buio,
Ave, riparo del mondo più ampio che nube.
Ave, datrice di manna celeste,
Ave, ministra di sante delizie.
Ave, Tu mistica terra promessa,
Ave, sorgente di latte e di miele.

Ave, Vergine e Sposa!
 
12. Stava già per lasciare
questo mondo fallace
Simeone, ispirato vegliardo.
Qual pargolo a lui fosti dato,
ma in Te riconobbe il Signore perfetto,
e ammirando stupito
l'eterna sapienza esclamò:

A
lleluia!


PARTE TEMATICA

13. Di natura le leggi
innovò il Creatore,
apparendo tra noi, suoi figlioli:
fiorito da grembo di Vergine,
lo serba qual era da sempre, inviolato:
e noi che ammiriamo il prodigio
cantiamo alla Santa:
Ave, o fiore di vita illibata,
Ave, corona di casto contegno.
Ave, Tu mostri la sorte futura,
Ave, Tu sveli la vita degli Angeli.
Ave, magnifica pianta che nutri i fedeli,
Ave, bell'albero ombroso che tutti ripari.
Ave, Tu in grembo portasti la Guida agli erranti,
Ave, Tu desti alla luce Chi affranca gli schiavi.
Ave, Tu supplica al Giudice giusto,
Ave, perdono per tutti i traviati.
Ave, Tu veste ai nudati di grazia,
Ave, Amore che vinci ogni brama.

Ave, Vergine e Sposa!

 
14. Tale parto ammirando,
ci stacchiamo dal mondo
e al cielo volgiamo la mente.
Apparve per questo fra noi,
in umili umane sembianze l'Altissimo,
per condurre alla vetta
coloro che lieti lo acclamano: 

A
lleluia!  
15. Era tutto qui in terra,
e di sé tutti i cieli
riempiva il Dio Verbo infinito:
non già uno scambio di luoghi,
ma un dolce abbassarsi di Dio verso l'uomo
fu nascer da Vergine,
Madre che tutti acclamiamo:
Ave, Tu sede di Dio, l'Infinito,
Ave, Tu porta di sacro mistero.
Ave, dottrina insicura per gli empi,
Ave, dei pii certissimo vanto.
Ave, o trono più santo del trono cherubico,
Ave, o seggio più bello del seggio serafico.
Ave, o tu che congiungi opposte grandezze,
Ave, Tu che sei in una e Vergine e Madre.
Ave, per Te fu rimessa la colpa,
Ave, per Te il paradiso fu aperto.
Ave, o chiave del regno di Cristo,
Ave, speranza di eterni tesori.

Ave, Vergine e Sposa!
 
16. Si stupirono gli Angeli
per l'evento sublime
della tua Incarnazione divina:
ché il Dio inaccessibile a tutti
vedevano fatto accessibile, uomo,
dimorare fra noi
e da ognuno sentirsi acclamare:
Alleluia!  
17. Gli oratori brillanti
come pesci son muti
per Te, Genitrice di Dio:
del tutto incapaci di dire
il modo in cui Vergine e Madre Tu sei.
Ma noi che ammiriamo il mistero
cantiamo con fede:

Ave, sacrario d'eterna Sapienza,
Ave, tesoro di sua Provvidenza.
Ave, Tu i dotti riveli ignoranti,
Ave, Tu ai retori imponi il silenzio.
Ave, per Te sono stolti sottili dottori,
Ave, per Te vengon meno autori di miti.
Ave, di tutti i sofisti disgreghi le trame,
Ave, Tu dei Pescatori riempi le reti.
Ave, ci innalzi da fonda ignoranza,
Ave, per tutti sei faro di scienza.
Ave, Tu barca di chi ama salvarsi,
Ave, Tu porto a chi salpa alla Vita.

Ave, Vergine e Sposa!
 
18. Per salvare il creato,
il Signore del mondo,
volentieri discese quaggiù.
Qual Dio era nostro Pastore,
ma volle apparire tra noi come Agnello:
con l'umano attraeva gli umani,
qual Dio l'acclamiamo: 

A
lleluia!  
19. Tu difesa di vergini,
Madre Vergine sei,
e di quanti ricorrono a Te:
che tale ti fece il Signore
di tutta la terra e del cielo, o illibata,
abitando il tuo grembo
e invitando noi tutti a cantare:

Ave, colonna di sacra purezza,
Ave, Tu porta d'eterna salvezza.
Ave, inizio di nuova progenie,
Ave, datrice di beni divini.
Ave, Tu vita hai ridato ai nati nell'onta,
Ave, hai reso saggezza ai privi di senno.
Ave, o Tu che annientasti il gran seduttore,
Ave, o Tu che dei casti ci doni l'autore.
Ave, Tu grembo di nozze divine,
Ave, che unisci i fedeli al Signore.
Ave, di vergini alma nutrice,
Ave, che l'anime porti allo Sposo.

Ave, Vergine e Sposa!
 
 
20. Cede invero ogni canto
che presuma eguagliare
le tue innumerevoli grazie.
Se pure ti offrissimo inni
per quanti granelli di sabbia, Signore,
mai pari saremmo ai tuoi doni
che desti a chi canta: 

A
lleluia!  
21. Come fiaccola ardente
per che giace nell'ombre
contempliamo la Vergine santa,
che accese la luce divina
e guida alla scienza di Dio tutti,
splendendo alle menti
e da ognuno è lodata col canto:
Ave, o raggio di Sole divino,
Ave, o fascio di Luce perenne.
Ave, rischiari qual lampo le menti,
Ave, qual tuono i nemici spaventi.
Ave, per noi sei la fonte dei sacri Misteri,
Ave, Tu sei la sorgente dell'Acque abbondanti.
Ave, in Te raffiguri l'antica piscina,
Ave, le macchie detergi dei nostri peccati.
Ave, o fonte che l'anime mondi,
Ave, o coppa che versi letizia.
Ave, o fragranza del crisma di Cristo,
Ave, Tu vita del sacro banchetto.

Ave, Vergine e Sposa!
 
22. Condonare volendo
ogni debito antico,
fra noi, il Redentore dell'uomo
discese e abitò di persona:
fra noi che avevamo perduto la grazia.
Distrusse lo scritto del debito,
e tutti l'acclamano:

A
lleluia!  
23. Inneggiando al tuo parto
l'universo ti canta
qual tempio vivente, o Regina!
Ponendo in tuo grembo dimora
Chi tutto in sua mano contiene, il Signore,
tutta santa ti fece e gloriosa
e ci insegna a lodarti:

Ave, o «tenda» del Verbo di Dio,
Ave, più grande del «Santo dei Santi».
Ave, Tu «Arca» da Spirito aurata,
Ave, «tesoro» inesausto di vita.
Ave, diadema prezioso dei santi sovrani,
Ave, dei pii sacerdoti Tu nobile vanto.
Ave, Tu sei per la Chiesa qual torre possente,
Ave, Tu sei per l'Impero qual forte muraglia.
Ave, per Te innalziamo trofei,
Ave, per Te cadon vinti i nemici.
Ave, Tu farmaco delle mie membra,
Ave, salvezza dell'anima mia.

Ave, Vergine e Sposa!
 
24. Grande ed inclita Madre,
Genitrice del sommo fra i Santi,
Santissimo Verbo,
or degnati accogliere il canto!
Preservaci da ogni sventura, tutti!
Dal castigo che incombe
Tu libera noi che gridiamo:

A
lleluia!