sabato 25 marzo 2017

Die 25 Martii

IN ANNUNTIATIONE

BEATAE MARIAE VIRGINIS

Duplex I classis



* Hodie in Choro post Tertiam dicitur Missa conventualis de Festo, et extra Chorum post Nonam legitur Missa de Feria ; de qua tamen prohibentur Missae privatae.

Introitus Ps. 44, 13, 15 et 16

VULTUM tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: adducéntur Regi vírgines post eam: próximae ejus adducéntur tibi in laetítia et exsultatióne. (T. P. Allelúja, allelúja.) Ps. ibid., 2 Eructávit cor meum verbum bonum: dico ego ópera mea Regi. V/. Glória Patri.


Oratio


DEUS, qui de beátae Maríae Vírginis útero Verbum tuum, Angelo nuntiánte, carnem suscípere voluísti: praesta supplícibus tuis ; ut, qui vere eam Genitrícem Dei crédimus, ejus apud te intercessiónibus adjuvémur. Per eúmdem Dóminum.

Et, in Quadragesima, fit Commemoratio Feriae in Missis non conventualibus, juxta Rubricas.


Léctio Isaíae Prophétae.


Isai. 7, 10-15


IN diébus illis: Locútus est Dóminus ad Achaz, dicens: Pete tibi signum a Dómino Deo tuo in profúndum inférni, sive in excélsum supra. Et dixit Achaz: Non petam, et non tentábo Dóminum. Et dixit: Audíte ergo domus David: Numquid parum vobis est, moléstos esse homínibus, quia molésti estis et Deo meo ? Propter hoc dabit Dóminus ipse vobis signum. Ecce virgo concípiet, et páriet fílium, et vocábitur nomen ejus Emmánuel. Butýrum et mel cómedet, ut sciat reprobáre malum, et elígere bonum.


Graduale Ps. 44, 3 et 5 Diffúsa est grátia in lábiis tuis: proptérea benedíxit te Deus in aetérnum. V/. Propter veritátem, et mansuetúdinem, et justítiam: et dedúcet te mirabíliter déxtera tua.

Tractus Ibid., 11 et 12 Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam: quia concupívit Rex spéciem tuam. V/. Ibid., 13 et 10 Vultum tuum deprecabúntur omnes dívites plebis: fíliae regum in honóre tuo. V/. Ibid., 15-16 Adducéntur Regi vírgines post eam: próximae ejus afferéntur tibi. V/. Adducéntur in laetítia et exsultatióne: adducéntur in templum Regis.

Tempore Paschali, omissis Graduali et Tractu, dicitur:

Allelúja, allelúja. V/. Luc. 1, 28 Ave, María, grátia plena: Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus. Allelúja. V/. Num. 17, 8 Virga Jesse flóruit: Virgo Deum et hóminem génuit: pacem Deus réddidit, in se reconcílians ima summis. Allelúja.



+ Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.


Luc. 1, 26-38


IN illo témpore: Missus est Angelus Gábriel a Deo in civitátem Galilaéae, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena: Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus. Quae cum audísset, turbáta est in sermóne ejus: et cogitábat qualis esset ista salutátio. Et ait Angelus ei: Ne tímeas, María, invenísti enim grátiam apud Deum: ecce concípies in útero, et páries fílium, et vocábis nomen ejus Jesum. Hic erit magnus, et Fílius Altíssimi vocábitur, et dabit illi Dóminus Deus sedem David patris ejus: et regnábit in domo Jacob in aetérnum, et regni ejus non erit finis. Dixit autem María ad Angelum: Quómodo fiet istud, quóniam virum non cognósco ? Et respóndens Angelus, dixit ei: Spíritus Sanctus supervéniet in te, et virtus Altíssimi obumbrábit tibi. Ideóque et quod nascétur ex te Sanctum, vocábitur Fílius Dei. Et ecce Elísabeth cognáta tua, et ipsa concépit fílium in senectúte sua: et hic mensis sextus est illi, quae vocátur stérilis: quia non erit impossíbile apud Deum omne verbum. Dixit autem María: Ecce ancílla Dómini, fiat mihi secúndum verbum tuum.


Credo.


Offertorium Luc. 1, 28 et 42 Ave, María, grátia plena: Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui . (T. P. Allelúja.)



Secreta


IN méntibus nostris, quaésumus, Dómine, verae fídei sacraménta confírma: ut, qui concéptum de Vírgine Deum verum et hóminem confitémur ; per ejus salutíferae resurrectiónis poténtiam, ad aetérnam mereámur perveníre laetítiam. Per eúmdem Dóminum.

Et, in Quadragesima, fit Commemoratio Feriae, ut supra.


Praefatio de beata Maria Virgine Et te in Annuntiatióne.


Communio Isai. 7, 14 Ecce virgo concípiet, et páriet fílium: et vocábitur nomen ejus Emmánuel. (T. P. Allelúja.)



Postcommunio


GRÁTIAM tuam, quaésumus, Dómine, méntibus nostris infúnde: ut qui, Angelo nuntiánte, Christi Fílii tui incarnatiónem cognóvimus ; per passiónem ejus et Crucem, ad resurrectiónis glóriam perducámur. Per eúmdem Dóminum.

Et, in Quadragesima, fit Commemoratio Feriae, ut supra ; et de ea legitur Evangelium in fine, juxta Rubricas.
*
http://www.conchiglia.us/2ol7/MU/2017_25_MARZO_L'ANNUNCIAZIONE.pdf


AVE MARIA PURISSIMA!

venerdì 24 marzo 2017

«Ave, Maria, piena di Grazia, ave!»

Il mondo, il Cielo, l'Eterno 
attendono la tua parola!

Ludovico Seitz, Annunciazione. Cappella Tedesca. Loreto

16. L'Annunciazione. Lc 1,26-38

Ciò che vedo. Maria, fanciulla giovanissima, quindici anni al massimo all'aspetto, è in una piccola stanza rettangolare. Una vera stanza di fanciulla. Contro una delle due pareti più lunghe è il giaciglio: un basso lettuccio senza sponde, coperto di alte stuoie o tappeti. Si direbbe che sono stesi o su una tavola o su un traliccio di canne, perché stanno molto rigidi e senza curve come avviene nei nostri letti. Contro l'altra
parete, una scansia con una lucerna ad olio, dei rotoli di pergamena, un lavoro di cucito piegato con cura, pare un ricamo.
Di fianco a questa, verso la porta che è aperta sull'orto ma velata da una tenda che palpita ad un leggero vento, è seduta su uno sgabello basso la Vergine. Fila del lino candidissimo e morbido come una seta. Le sue piccole mani, solo di poco più scure del lino, prillano sveltamente il fuso. Il visetto giovanile, e tanto tanto bello, è lievemente curvo e lievemente sorridente, come se accarezzasse o seguisse qualche dolce pensiero.
Vi è molto silenzio nella casetta e nell'orto. Vi è molta pace tanto sul viso di Maria quanto nell'ambiente che la circonda. Pace e ordine. Tutto è lindo e ordinato, e l'ambiente, umilissimo nel suo aspetto e nelle suppellettili, quasi nudo come una cella, ha un che di austero e regale per il grande nitore e la cura con cui sono disposte le stoffe sul lettuccio, i rotoli, il lume, la piccola brocca di rame presso al lume, con entro un
fascio di rami fioriti, rami di pesco o di pero. Non so. Sono certo di alberi da frutto di un bianco lievemente rosato.

Maria si mette a cantare sottovoce e poi alza lievemente la voce. Non va al gran canto. Ma è già una voce che vibra nella stanzetta e nella quale si sente una vibrazione d'anima. Non capisco le parole, dette certo in ebraico. Ma, dato che ripete ogni tanto: «Jehovà», intuisco che sia qualche canto sacro, forse un salmo. Forse Maria ricorda i canti del Tempio. E deve essere un dolce ricordo, perché posa sul grembo le mani sorreggenti il filo e il fuso e alza il capo appoggiandolo indietro alla parete, accesa da un bel rossore nel viso, con gli occhi persi dietro a chissà quale soave pensiero, fatti lucidi da un'onda di pianto che non trabocca ma che li fa più grandi. Eppure quegli occhi ridono, sorridono al pensiero che vedono e che l'astrae dal sensibile. Il viso di Maria, emergente dalla veste bianca e semplicissima, così rosato e cinto dalle trecce che porta avvolte come corona intorno al capo, pare un bel fiore.

Il canto si muta in preghiera: «Signore Iddio Altissimo, non tardare oltre a mandare il tuo Servo per portare la pace sulla terra. Suscita il tempo propizio e la vergine pura e feconda per l'avvento del tuo Cristo. Padre, Padre santo, concedi alla tua serva di offrire la sua vita a questo scopo. Concedimi di morire dopo aver visto la tua Luce e la tua Giustizia sulla terra e di aver conosciuto che la Redenzione è compiuta. O Padre santo, manda alla terra il Sospiro dei Profeti. Manda alla tua serva il Redentore. Che nell'ora in cui cessi il mio giorno, si apra per me la tua Dimora, perché le sue porte sono state già aperte dal tuo Cristo per tutti coloro che hanno sperato in Te. Vieni, vieni, o Spirito del Signore. Vieni ai tuoi fedeli che ti attendono. Vieni,
Principe della Pace!.. ». Maria resta assorta così...

La tenda palpita più forte, come se qualcuno dietro ad essa ventilasse con qualcosa o la scuotesse per scostarla. E una luce bianca di perla fusa ad argento puro fa più chiare le pareti lievemente gialline, più vivi i colori delle stoffe, più spirituale il volto sollevato di Maria. Nella luce, e senza che la tenda sia scostata sul mistero che si compie - anzi non palpita più, pende ben rigida contro gli stipiti, come fosse parete che isola l'interno dall'esterno - si prosterna l'Arcangelo.
Deve necessariamente assumere aspetto umano. Ma è un aspetto trasumanato. Di quale carne è composta questa figura bellissima e folgorante? Di quale sostanza l'ha materializzata Iddio per renderla sensibile ai sensi della Vergine? Solo Dio può possedere queste sostanze e usarle in tal maniera perfetta. È un volto, è un corpo, sono occhi, bocca, capelli e mani come le nostre. Ma non sono la nostra opaca materia. È una luce che
ha preso colore di carne, di occhi, di chioma, di labbra, una luce che si muove e sorride e guarda e parla.

«Ave, Maria, piena di Grazia, ave!». La voce è un dolce arpeggio come di perle gettate su un metallo prezioso.
Maria trasale e abbassa lo sguardo. E più trasale quando vede la fulgida creatura inginocchiata ad un metro circa di distanza da Lei e che, con le mani incrociate sul petto, la guarda con una venerazione infinita.

Maria balza in piedi e si stringe alla parete. Diviene pallida e rossa alternativamente. Il suo viso esprime stupore e sgomento. Si stringe inconsciamente le mani sul seno nascondendole sotto le larghe maniche, si curva quasi per nascondere il più possibile il suo corpo. Un atto di pudore soave.

«No. Non temere. Il Signore è teco! Tu sei benedetta fra tutte le donne»
Ma Maria continua a temere. Da dove è venuto quell'essere straordinario? È un messo di Dio o
dell'Ingannatore?

«Non temere, Maria!» ripete l'Arcangelo. «Io sono Gabriele, l'Angelo di Dio. Il mio Signore mi ha mandato a te. Non temere, perché tu hai trovato grazia presso Dio. Ed ora tu concepirai nel seno e partorirai un Figlio e gli porrai nome
"Gesù". Questi sarà grande, sarà chiamato Figlio dell'Altissimo (e tale sarà in vero) e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo Regno non avrà mai fine. Comprendi, o santa Vergine amata dal Signore, Figlia benedetta di Lui, chiamata ad esser Madre del suo Figlio, quale Figlio tu genererai».

«Come può avvenire questo se io non conosco uomo? Forse che il Signore Iddio più non accoglie l'offerta della sua serva e non mi vuole vergine per amor di Lui?».
«Non per opera di uomo sarai Madre, o Maria. Tu sei l'eterna Vergine, la Santa di Dio. Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà. Perciò Santo si chiamerà Colui che nascerà da te, e Figlio di Dio. Tutto può il Signore Iddio nostro. Elisabetta, la sterile, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio che sarà il Profeta del tuo Figlio, colui che ne prepara le vie. Il Signore ha levato a questa il suo obbrobrio, e la sua memoria resterà nelle genti congiunta al nome tuo, come il nome della sua creatura a quello del tuo Santo, e fino alla fine dei secoli le genti vi chiameranno beate per la Grazia del Signore venuta a voi ed a te specialmente; venuta alle genti per mezzo tuo. Elisabetta è nel suo sesto mese ed il suo peso la solleva al gaudio, e più la solleverà quando conoscerà la tua gioia. Nulla è impossibile a Dio, Maria, piena di Grazia. Che devo dire al mio Signore? Non ti turbi pensiero di sorta. Egli tutelerà gli interessi tuoi se a Lui ti affidi. Il mondo, il Cielo, l'Eterno attendono la tua parola!».

Maria, incrociando a sua volta le mani sul petto e curvandosi in un profondo inchino, dice: «Ecco l'ancella di Dio. Si faccia di me secondo la sua parola».

L'Angelo sfavilla nella gioia. Adora, poiché certo egli vede lo Spirito di Dio abbassarsi sulla Vergine curva nell'adesione, e poi scompare senza smuover tenda, ma lasciandola ben tirata sul Mistero santo.

AVE! MARIA! AVE!

Quando vi conoscerete sarete riconosciuti

Queste sono le parole segrete che Gesù il Vivente ha detto e Didimo Giuda Tommaso ha trascritto.
3. Gesù disse, "Se i vostri capi vi diranno, 'Vedete, il Regno è nei cieli', allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, 'È nei mari', allora i pesci vi precederanno. Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi.
Quando vi conoscerete sarete riconosciuti, e comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora vivrete in miseria, e sarete la miseria stessa."

AMDG et BVM

Reconozco su voz...

Es María de Magdalá


De los cuadernos de María Valtorta de 1.944

        Veo una gruta pedregosa en la que hay un jergón formado por hojas secas amontonadas sobre un rústico armazón de ramas entrelazadas y atadas con juncos. ¡Debe de ser tan cómodo como un instrumento de tortura! En la gruta hay además, una piedra grande que sirve como mesa y otra más pequeña como asiento. En la zona más profunda de la gruta hay otra piedra; se trata de un fragmento saliente de la roca, que tiene una superficie bastante lisa, bruñida, no sé si este aspecto es natural o si se es el resultado de una paciente y fatigosa labor humana. En realidad parece un rústico altar, sobre el cual está apoyada una cruz hecha con dos ramas atadas con mimbres.

            Además el habitante de la gruta ha plantado una hiedra en una grieta terrosa del terreno y ha extendido sus ramos hasta abrazar y enmarcar la cruz, mientras que en dos toscos vasos, que parecen modelados en la arcilla por una mano inexperta, hay algunas flores silvestres que ha recogido en las cercanías y, justo al pié de la cruz, en una concha gigantesca, hay una pequeña planta de ciclamen silvestre, con sus hojitas lustradas y dos gemas a punto de florecer. Al pie de este altar hay un haz de ramos espinosos y un flagelo hecho con sogas anudadas. También hay una tosca tinaja con agua y nada más. 

         Por la estrecha y baja abertura se ven al fondo los montes y, dada la oscilante claridad que se entrevé aún más lejos, se diría que desde este punto se divisa el mar, pero no puedo asegurarlo. Sobre dicha abertura cuelgan ramos de yedra, madreselvas y rosales silvestres, es decir, todo el fasto vegetal de los lugares montañosos, y forman como un velo movedizo que separa el interior del exterior.

            Una mujer enjuta, que lleva un rústico vestido oscuro y, sobre este una piel de cabra que le sirve de manto, entra en la gruta apartando los ramos colgantes. Parece exhausta. Su edad es indefinible. A juzgar por su rostro ajado, se le darían muchos años, más de sesenta. A juzgar por la cabellera, aún bella, abundante, dorada, no se le darían más de cuarenta. Lleva el cabello anudado en dos trenzas que caen sobre los hombros curvos y flacos: son lo único que reluce en medio de este ambiente escuálido, habría sido hermosa, por cierto, su frente se conserve aún lisa y erguida, la nariz está bien delineada y el contorno del rostro, a pesar de estar enflaquecido por las penurias, es regular. 

              Pero sus ojos ya no brillan, están profundamente hundidos en las órbitas y cercado por dos cárdenas ojeras: son dos ojos que han vertido muchas lágrimas. Dos arrugas como dos cicatrices esculpidas desde el ángulo de los ojos y al lado de la nariz, se pierden en otra arruga, típica de los que han sufrido mucho, que desciende como un acento circunflejo, desde las fosas nasales hasta la comisura de los labios.

          Las sienes parecen hundidas y en su intensa palidez se diseñan las venas azules. Un pliegue de desaliento curva su boca de un rosa palidísimo: antaño debe de haber sido una boca espléndida, pero ahora es una boca marchita en la que la curva de los labios se asemeja a la de dos alas rotas que penden. Es una boca doliente.

            La mujer se arrastra hasta la roca que sirve de mesa y apoya en ella arándanos y fresas silvestres. Luego va hacia el altar y se arrodilla, pero está tan agotada que, al hacerlo, casi se cae y tiene que sostenerse en la piedra con una mano. Reza mirando la cruz mientras sus lágrimas descienden por el surco de las arrugas hacia los labios, que las beben. Luego deja caer la piel de cabra de modo que queda cubierta solamente con su burda túnica, y coge el flagelo y los espinos. Estrecha en torno a la cabeza y las caderas los ramos espinosos y se flagela con las cuerdas, pero está demasiado débil para lograrlo; deja caer el flagelo y, apoyándose al altar con ambas manos, dice: "¡Oh Rabí, ya no puedo, no puedo sufrir más en recuerdo de tu dolor!".

          Reconozco su voz, es María de Magdalá. Estoy en su gruta de penitente. María llora. Llama a Jesús amorosamente. Ya no puede sufrir más, pero aún puede amar. Su carne, mortificada por la penitencia ya no resiste el agobio de la flagelación, pero su corazón aún experimenta latidos de pasión y consume sus últimas fuerzas amando. Y, por eso, con la frente coronada de espinas y la cintura estrechada por ellas, ama hablándole a su Maestro en una continua profesión de amor y en un renovado acto de dolor.

       Resbala hasta quedar con la frente contra el suelo. Es la misma postura que tenía en el Calvario, frente a Jesús tendido en el regazo de su María; la misma que tenía en la casa de Jerusalén, cuando la Verónica desplegaba su velo; la misma que tenía en el huerto de José de Arimatea cuando Jesús la llamó y ella le reconoció y le adoró. Pero ahora llora porque Jesús no está.

         "Maestro mío, la vida se me escapa. ¿Tendré que morir sin volver a verte? ¿Cuándo podré deleitarme con tu Rostro? Mis pecados están frente a mí y me acusan. Tú me has perdonado y por eso creo que el Infierno no me alcanzará. Más ¡Cuanto tengo que esperar en la expiación antes de vivir en Tí! ¡Oh, buen Maestro, por el amor que me has dado, consuela mi alma! La hora de la muerte ha llegado. ¡Por tu muerte desolada en la Cruz, conforta a tu criatura! Tú me engendraste, no lo ha hecho mi madre. Tú me resucitaste más que a Lázaro, mi hermano porque él ya era bueno y no podía más que esperar la muerte en tu Limbo. Yo estaba muerta en el alma y por eso, morir quería decir morir para la eternidad. ¡Jesús en tus manos encomiendo mi espíritu! Es tuyo porque Tú lo has redimido. Como última expiación, acepto morir como Tú, la dureza de morir abandonada. Pero dame una señal que me demuestre que mi vida ha servido para expiar mi pecado".

        "¡María!". Aparece Jesús. Se diría que aparece de la rústica Cruz, pero ya no está moribundo y cubierto de llagas: ahora está tan hermoso como en la mañana de la Resurrección. Desciende del altar y va hacia la mujer arrodillada. Se inclina hacia ella. Vuelve a llamarla y, dado que ella cree que esa voz resuena porque la percibe en su espíritu y sigue con la frente contra el suelo, sin ver la luz que irradia Cristo. Él la toca posándole una mano sobre la cabeza y tomándola por el brazo para ayudarla a levantarse, como en Betania.

         Cuando ella percibe su roce y reconoce esa mano afilada, exhala un alarido, alza su rostro transfigurada por el júbilo, y vuelve a bajarlo para besar los pies de su Señor.

        "Álzate, María. Soy Yo. La vida huye, es verdad. Más Yo vengo a decirte que Cristo te espera. María no debe esperar. Todo le ha sido perdonado: tu lugar ya está listo en mi Reino. He venido a decírtelo, María. No le ordené al ángel que lo hiciera porque Yo doy cien veces más de lo que recibo y recuerdo todo lo que recibí de ti, María, revivamos juntos esa hora pasada. Acuérdate de Betanía. Era la tarde sucesiva al Sábado. Faltaban seis días para mi muerte. ¿Recuerdas tu casa? Era hermosa, envuelta en la cerca florecida de su huerto. El agua cantaba en la fuente y las primeras rosas perfumaban en torno a sus muros. Lázaro me había invitado a su cena y tú habías despojado el jardín de sus flores más bellas para adornar la mesa en donde tu Maestro iba a tomar su alimento.

        (...) Y luego llegué. Tú, más veloz que una gacela, precediste a los criados y corriste a abrir la cancela con tu grito habitual que parecía siempre el grito de una prisionera liberada. En efecto, yo era tu liberación, y tú una prisionera liberada. Los Apóstoles venían conmigo. Venían todos, también el que ya era como un miembro gangrenado del cuerpo apostólico. Pero allí estabas tú para tomar su puesto, y no sabías que, al mirar tu cabeza inclinada para besar mis pies y tu mirada sincera y llena de amor, al mirar sobre todo tu espíritu, Yo olvidaba el disgusto de tener a mi lado el traidor. Por eso te quise en el Calvario. Por eso te quise en el huerto de José. 

          Porque verte significaba estar seguro de que mi muerte no carecía de objeto y mostrarme a ti era el agradecimiento por tu fiel amor. ¡Oh María, bendita seas tu que no has traicionado nunca, que me has confirmado mi esperanza de Redentor; tu en la que vi a todos los que se salvaron por mi muerte! Mientras todos comían, tu adorabas. Me habías dado agua perfumada para mis pies cansados, besos castos y ardientes para mis manos y, aún no contenta con ello, quisiste romper el último vaso precioso que te quedaba y ungirme y ordenarme el cabello como una madre, y ungirme las manos y los pies para que todo en tu Maestro perfumara como los miembros de un Rey consagrado... Y Judas que te odiaba porque ahora eras honesta, y con tu honestidad rechazabas la avidez de los machos, te reprochó... Más Yo te defendí porque todo eso lo habías hecho por amor, un amor tan grande que su recuerdo me acompañó en la agonía, desde la tarde del Jueves hasta la hora de la nona... Ahora, por ese acto de amor que me distes en los umbrales de mi muerte, Yo vengo a devolverte amor en los umbrales de tu muerte. María, tu Maestro te ama. El está aquí para decírtelo. No temas, no te angusties con la idea de otra muerte. Tu muerte no es diferente del que derrama su sangre por Mí. 

            ¿Qué ofrece el mártir? Ofrece su vida por amor de su Dios. ¿Qué ofrece el penitente? Ofrece su vida por el amor de su Dios. ¿Qué ofrece el que ama? Ofrece su vida por el amor de su Dios. Como ves, no hay diferencia. El martirio, el amor, la penitencia, cumplen el sacrificio y lo cumplen por el mismo fin. Por lo tanto, el martirio se cumple en ti, que eres penitente y amante, como en quien perece en la arena. María, te precedo en la Gloria. Bésame la mano y reposa en paz. Reposa. Ya es tiempo para ti de reposar. Dame tus espinas. Ahora es tiempo de rosas. Reposa y espera. Te bendigo, ¡oh, bienaventurada!"

            Jesús ha obligado a María a echarse en su jergón. Y la Santa, con el rostro lavado por el llanto de su éxtasis, ha obedecido la voluntad de su Dios, y ahora parece dormir con los brazos cruzados sobre el pecho, mientras las lágrimas siguen brotando, pero su boca ríe.

         Se incorpora cuando la gruta se ilumina por un vivísimo resplandor a la llegada de un ángel; este sostiene un cáliz que apoya en el altar y luego permanece en adoración. También María, que está arrodillada junto a su mísero lecho, está en adoración. Ya no puede moverse. Sus fuerzas van disminuyendo, pero se siente feliz. El ángel coge el cáliz y le da la comunión. Luego sube otra vez al Cielo.

          Como una flor abrasada por el sol excesivo, María se dobla, se dobla con los brazos cruzados aún en el pecho y cae hundiendo el rostro en la hojarasca del jergón. 

Ha muerto. El éxtasis eucarístico ha cortado la última fibra vital.
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I Quaderni del 1944


























23




























I numeri rossi segnalano i quaderni che contengono esclusivamente episodi della grande opera sul Vangelo e che pertanto sono presenti negli episodi de "L'Evangelo come mi è stato rivelato".

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