martedì 27 gennaio 2015

Ritornate a Me attraverso i sacramenti. Mostrate il dovuto rispetto per i Sacramenti e riuscirete veramente a sentire la Mia presenza di nuovo.


6 luglio 2011 – Importanza dei sacramenti – Matrimonio e Prima Santa Comunione

Mia amata figlia prediletta, osserva adesso come la fede dei Miei figli comincia a crescere e a fiorire.
Mentre nel mondo vi è molta oscurità, la luce dei Miei seguaci diventa di giorno in giorno più luminosa a causa della fiamma dello Spirito Santo che è disceso su tutto il mondo.
Oggi, figlia Mia, vorrei ricordare a tutti i Miei seguaci l’importanza della preghiera nell’alleviare la sofferenza nel mondo. Le vostre preghiere adesso stanno aiutando a scongiurare molti dei disastri globali profetizzati. La preghiera è il più potente lenitivo, e quando viene recitata per conto di altri, questi avranno una risposta.
Mentre sono felice per coloro che hanno una fede salda, sono ancora impaurito per coloro che sono ostili alla Mia Luce Divina. E’ la verità. Molte persone stanno vagando per il mondo come in uno stato di torpore. Nulla dà loro pace. Nulla dà loro gioia. Nessuna quantità di benessere materiale allevia il loro dolore. Le loro anime vuote sono perse. Vi chiedo di pregare per loro.
Figlia Mia, ti chiedo di pregare per il Mio Vicario Papa Benedetto perché è circondato da forze massoniche che ora stanno facendo di tutto per detronizzarlo; queste forze del male si sono infiltrate nella Mia Chiesa sin dal Concilio Vaticano II e hanno indebolito i Miei insegnamenti. Sono state approvate molte leggi che Mi offendono, in particolare la presentazione della Mia Santa Eucarestia da parte di laici. La mancanza di rispetto mostrata a Me e al Mio Eterno Padre attraverso nuove leggi intese ad agevolare la società moderna, Mi hanno fatto piangere di tristezza.
La Santissima Eucaristia deve essere ricevuta sulla lingua e non contaminata da mani umane. Eppure, questo è esattamente ciò che i Miei Servi Sacri hanno fatto. Queste leggi non sono state approvate da Me nello Spirito. I Miei servi sacri sono stati condotti lungo un sentiero non in linea con gli insegnamenti dei Miei apostoli. Oggi i Miei sacramenti non sono presi molto sul serio, soprattutto da coloro che chiedono i sacramenti del Matrimonio e della Prima Comunione.
Il voto del Matrimonio è molto serio perché, ricordatelo, è un sacramento ed è fatto in presenza di Dio Padre. Eppure, per molti è tutto un fatto di materialismo e di orpelli esteriori. Molti di coloro che ricevono il Sacramento del Matrimonio non riconoscono in seguito la sua importanza. Molti rompono i loro voti così facilmente. Perché lo fanno? Perché si impegnano a parole in questa Unione Santissima e solo in parte subito dopo? Questa è un oltraggio a una delle più importanti unioni benedette dalla Mano del Mio Padre Eterno. Molte persone non prestano alcuna attenzione alla volontà del Padre Mio secondo la quale nessun uomo osi fare a pezzi una tale unione in seguito. Eppure molti ricorrono al divorzio, che è una legge non riconosciuta dal Padre Mio. Il divorzio è un modo semplice per fuggire dalle vostre responsabilità. Tutti i matrimoni sono celebrati in Cielo. Nessun uomo può distruggere un matrimonio senza offendere il Padre Mio.
Prima Comunione
Il modo di ricevere il Mio corpo nel Sacramento dell’Eucaristia per la prima volta, è un altro esempio di come Io vengo deriso. Così tanti sono i genitori che non tengono conto dell’importanza per i loro bambini di ricevere il Pane della Vita. Sono più interessati a come i loro figli sono ben vestiti piuttosto che al dono meraviglioso che stanno ricevendo. Questo dono li porterà alla salvezza. Ma il materialismo che circonda l’evento non ha nulla a che fare con le loro anime. Per Me il lato più triste è che a questi bambini non viene detto nulla su di Me. L’amore che Io ho per i bambini è onnicomprensivo. Quando ricevono la Santa Eucaristia, nella piena consapevolezza di ciò che stanno ricevendo, allora le loro anime diventano pure. Più Mi ricevono in questo modo, più sarà forte la loro fede.
Ricordate che senza i sacramenti la vostra fede si indebolisce. Se la vostra anima per un po’ di tempo resta priva delle Mie benedizioni speciali, diventa dormiente: tutta la fede in Me e nel Mio Eterno Padre scompare nel tempo lasciando solo un piccolo lumicino di riconoscimento a divampare di volta in volta.
Ritornate a Me attraverso i sacramenti. Mostrate il dovuto rispetto per i Sacramenti e riuscirete veramente a sentire la Mia presenza di nuovo.
Ricordate che i sacramenti stanno lì per un motivo: perché sono il nutrimento necessario per la vita eterna dell’anima. Senza di essi la vostra anima morirà.
Vi amo tutti. Vi chiedo di abbracciarMi nel modo giusto, rispettando i sacramenti che vi sono stati dati come un dono da Dio Padre Onnipotente.
Il Vostro Salvatore che vi ama
Re dell’Umanità
Gesù Cristo

La leggenda del Santo Graal

La leggenda del Santo Graal
tra mito, storia e letteratura
 
     Eccomi ad un argomento pieno di fascino e che lega ancora lo spirito dell’uomo medievale al nostro spirito. Infatti ancora negli occhi abbiamo Indiana Jones , lo spericolato archeologo che in un film si imbatte in una grotta piena di vasi e calici, e tra i molti sceglie a colpo sicuro il vero Graal, un povero calice di legno, di provenienza francescana. Eppure l’epopea del Graal inizia proprio in quell’ambiente letterario della Francia meridionale, la Langue d’oc, la Provenza, dove già le Crociate, la ricerca delle reliquie, l’amore cortese, il mito dei cavalieri e l’avventura spirituale diventano letteratura, nostalgia, elegia. 

Già nel Perceval di Chretien de Troyes, poema incompiuto dove per la prima volta appare la preziosa coppa dell’Ultima Cena, si sente la nostalgia per un mondo giunto ormai alle sue ultime espressioni di civiltà. Secondo questa tradizione letteraria, Giuseppe d’Arimatea avrebbe conservato in questa coppa il sangue del Redentore raccolto sul Calvario e l’avrebbe misteriosamente trasportata in Francia, dove si trova nel castello del Re Pescatore. 

La stessa tradizione è ripresa da Robert de Boron nel suo Giuseppe d’Arimatea, e giunge in Germania. Qui viene ripreso da Wolfram von Eschenbach's , nel suo Parzival, che diventerà la base per le opere sinfoniche di Wagner. Quello che sorprende è ancora quanta letteratura ancor oggi fantastica sulla mitica coppa, mai ritrovata, ma che sarebbe tenuta ben nascosta da qualche parte. 

Anche la rete dà il suo contributo, con una serie di siti dalla grafica affascinante, ma che sfortunatamente danno per veritiere fonti giornalistiche che puntualmente non trovano conferma se non in romanzi che mescolano fantasie e manipolazioni storiche costruite ad arte a scopo di lucro, un po’ come il famoso romanzo Il Codice da Vinci
La leggenda del Graal si inserisce quindi nei grandi cicli di romanzi e leggende cavalleresche, che caratterizzano l’ultimo periodo del Medio evo: ciclo arturiano, ciclo della Chanson de geste, ciclo del Perceval caratterizzano la celebrazione massima e la fine del mito della cavalleria, proprio quando nasce il nuovo ordine dei templari, così affascinante e controverso.

    E’ interessante chiedersi però quale legame profondo spinge ancora verso questa leggenda, quale valore positivo possiamo trovare. E le risposte sono diverse e a vari livelli. Alcune hanno un aspetto storico accertato, e fanno da sottofondo all’invenzione letteraria del mito.

Quando Chretien de Troyes scrive il Perceval ( o Conte du Graal) siamo durante la grande epopea delle Crociate, verso il 1190. In questo periodo i pellegrini e i crociati che si recano in Terra Santa, ritornano con un gran numero di reliquie, frutto di un movimento di fede che ha pochi riscontri nella storia. 

La ricerca delle reliquie corrisponde alla ricerca del legame con le vita di Gesù Cristo e delle tracce che egli ha lasciato del suo passagium. Questo legame o ricerca di esso spinge spesso gli uomini medievali ad alimentare leggende in cui la fondazione delle più importanti chiese, o la formazione di stati e dinastie è legata alla predicazione apostolica ed alla presenza di testimoni diretti della vita di Cristo e dei suoi primi discepoli. Questi testimoni lasciano nelle terre dove avrebbero predicato tracce del loro passaggio, della loro predicazione. 
Così S. Andrea, fratello di S. Pietro, predica nei dintorni di Kiev e profetizza sul grande futuro della nazione russa, secondo la più antica cronaca russa. Oppure S. Marco, redattore del Vangelo, predica nella Venezia Giulia, e quella predicazione è la base della potenza veneziana. O ancora S. Dionigi, discepolo greco di S. Paolo, si spinge in Francia fino all’Ile di Cité,  a conferma della futura grandezza del popolo franco.

   
La presenza di preziose reliquie nelle varie basiliche è una conferma di ciò che già è creduto, e che costituisce la base religiosa  della nascita di santuari, movimenti religiosi e poteri politici. La ricerca delle reliquie corrisponde quindi, a livello spirituale, ad un cammino di fede alla ricerca e della propria dimensione spirituale, della propria vocazione e di quel legame unico ed irripetibile che si attua tra la vita di Cristo, quella dei santi e della Chiesa pellegrina. Quel legame è vissuto dall’uomo medievale, soprattutto dal cavaliere crociato, come un giuramento personale molto simile a quello di vassallaggio, che lega cioè in maniera indissolubile la persona al suo Signore e padrone. 

In tal senso la ricerca del Graal è un po’ come la ricerca del legame il più profondo possibile con Cristo sofferente e salvatore. Oggi questa ricerca così profonda di verità spirituale e di fede non fa più parte della società, ma è spesso chiusa nel privato o fuorviata dalla ricerca di misterioso e di magico. Infatti, come sempre, è difficile accettare il mistero di sofferenza e di gloria legato all’estrema e totale offerta di sé a Dio, che si attua nella figura di Cristo e nella sua Passione, e che si rinnova nell’Eucarestia, di cui il Graal rappresenta l’istituzione.
 
     Oltre a questo, la ricerca del Graal ed i romanzi cavallereschi a cui essa si riferisce, si inserisce in quel momento di crisi di fede nella presenza di Cristo nell’Eucarestia  che trova espressione nell’eresia catara ed albigese.  
Ma questa crisi sembra attuarsi anche oggi, quando si vuole identificare il Graal non più con il calice della Passione, ma con un pensiero fuorviante e del tutto privo di testimonianze storiche coeve o vicine alla vita di Cristo. 
Un pensiero che si è sviluppato molto più tardi, e che è legato alla Massoneria, quindi al Sette-Ottocento, quando il Medio evo era finito da molto tempo. Eppure questo pensiero ancor oggi è presente, erroneamente attribuito al Medio evo. In effetti scientismo e magia, potere e arti misteriche sono quanto mai estraei alla cultura letteraria, civile  e religiosa, che produsse nel Medio evo la leggenda del Santo Graal.  

La vera  ricerca del Graal, come la sentirono i medievali, o per lo meno come ci risulta dai romanzi del ciclo arturiano o di Chrétien de Troys , o di Von Eschenbach , fu una ricerca di spiritualità, una ricerca di verità di fede. Da quella preziosissima reliquia, il calice della Passione, nasce per colui che la possiede non tanto una sorta di potere magico, quanto una più profonda consapevolezza di se stesso. E come si acquista questa consapevolezza secondo lo spirito dell’uomo medievale?

Ecco la bella  risposta che essi  ci hanno tramandato: alla luce del Graal, cioè alla luce di Cristo, del suo mistero di Passione, morte e Risurrezione. Alla luce dell’Eucarestia si ritrova  e si accetta il proprio essere, con pregi e difetti, con grandezza e miseria, e si è capaci di intraprendere il cammino verso Dio, quel cammino di ricerca che tanti uomini medievali attuarono nei pellegrinaggi, nella ricerca teologica, nelle vocazioni monastiche.

Fonte: il poema Perceval di Chrètien de Troyes.

Magnificat/Gloria/Stabat Mater/








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BXVI: la zampata dell'orso

BXVI: la zampata dell'orso di
San Corbiniano


Decine e decine di vescovi rimossi durante il suo regno. Credo che questo sia il riconoscimento più sobrio e giusto da dare a papa Ratzinger, alla vigilia del suo “nascondimento” al mondo, e all’ingresso a una vita marcata dalla preghiera: che di unghie e di denti ne ha saputo mostrare come forse nessuno dei suoi predecessori, per pulire la Chiesa.

MARCO TOSATTI
Quando Benedetto XVI fu eletto, nel Conclave del 2005, scelse di mettere nel suo stemma l’orso di San Corbiniano. Narrano che l’orso divorò il mulo del santo, che gli impose di prendere su di sé il fardello del mulo, e di seguirlo. 

Benedetto XVI ha preso su di sé il fardello della Chiesa di Giovanni Paolo II (e dei predecessori). “Un orso dal sorriso di velluto, un po’ timido; ma che saprà ricordarsi, se ce n’è bisogno, che gli orsi hanno anche unghie e denti”, scrivevo. E credo che questo sia il riconoscimento più sobrio e giusto da dare a papa Ratzinger, alla vigilia del suo “nascondimento” al mondo, e all’ingresso a una vita marcata dalla preghiera: che di unghie e di denti ne ha saputo mostrare come forse nessuno dei suoi predecessori, per pulire la Chiesa. 
L’ultimo episodio è di qualche giorno fa: ha convinto un arcivescovo e cardinale a ritirarsi dal suo ruolo, e a non venire in Conclave, per ragioni di morale. Secondo il mio conto, il caso di Keith O’Brien sarebbe quasi l’ottantesimo del genere durante il regno di Benedetto. 

Ma la cifra potrebbe essere più alta, nell’opinione del nunzio in Kyrgisistan e Tajikistan, mons, Miguel Maury Buendia. “Ha compiuto una pulizia dell’episcopato – ha dichiarato a EWTN News -. Ha rimosso due o tre vescovi al mese in tutto il mondo perché la loro diocesi era un pasticcio, o la loro disciplina un disastro. I nunzi del posto andavano dal vescovo e gli dicevano: ‘Il Santo Padre le chiede per il bene della Chiesa di dare le dimissioni. Quasi tutti i vescovi, quando il nunzio arrivava, riconoscevano il disastro e accettavano di rinunciare. Ci sono stati due o tre casi in cui hanno detto no, e così il Papa semplicemente li ha rimossi. E questo è un messaggio anche ai vescovi: fate lo stesso nella vostra diocesi”. 

E qualche zampata – forse troppo poche, secondo qualcuno – è arrivata anche in Curia, come testimonia il caso Viganò, attuale nunzio negli Stati Uniti, che Benedetto XVI non ha voluto fare cardinale. Non a caso Benedetto XVI ha speso quasi ogni giorno ore e ore studiando le “ponenze”, cioè i dossier che da tutto il mondo giungono per la creazione dei nuovi vescovi, per essere sicuro di mettere la persona giusta a capo delle diocesi. E spesso ne ha rimandate indietro, chiedendo altri candidati. Insomma, ha fatto tutto quello che poteva per lasciare al successore una Chiesa più forte e più pulita di quella che aveva ricevuto. Un’opera che è la prima eredità di chi raccoglierà il suo fardello da Papa. 

Solennità della B.V.M. di Guadalupe


OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Solennità della B.V.M. di Guadalupe, Basilica Vaticana
Lunedì, 12 dicembre 2011
 
Cari fratelli e sorelle,
«La terra ha dato il suo frutto» (Sal 67, 7). In questa immagine del salmo che abbiamo ascoltato, nella quale s’invitano tutti i popoli e le nazioni a lodare con gioia il Signore che ci salva, i Padri della Chiesa hanno saputo riconoscere la Vergine Maria e Cristo, suo Figlio: «La terra è santa Maria, la quale viene dalla nostra terra, dal nostro lignaggio, da questa creta, da questo fango, da Adamo [...]. La terra ha dato il suo frutto: prima produsse un fiore [...]; poi questo fiore si trasformò in frutto, affinché potessimo mangiarlo, affinché mangiassimo la sua carne. Volete sapere qual è questo frutto? Ė il Vergine che procede dalla Vergine; il Signore, dalla schiava; Dio, dall’uomo; il Figlio, dalla Madre; il frutto, dalla terra» (San Girolamo, Breviarum in Psalm. 66; PL 26, 1010-1011). Anche noi oggi, esultando per il frutto di questa terra diciamo «Ti lodino i popoli, Dio, ti lodino i popoli tutti» (Sal 67, 4). Proclamiamo il dono della redenzione ottenuta da Cristo e in Cristo riconosciamo il suo potere e la sua maestà divina.
Animato da questi sentimenti, saluto con affetto fraterno i signori cardinali e vescovi che ci accompagnano, le diverse rappresentanze diplomatiche, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, come pure i gruppi di fedeli riuniti in questa Basilica di San Pietro per celebrare con gioia la solennità di Nostra Signora di Guadalupe, Madre e Stella dell’Evangelizzazione in America.
Tengo presenti anche tutti coloro che si uniscono spiritualmente e che pregano Dio con noi nei diversi Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, molti dei quali in questo tempo festeggiano il Bicentenario della loro indipendenza, e che, al di là degli aspetti storici, sociali e politici degli eventi, rinnovano all’Altissimo la loro gratitudine per il grande dono della fede ricevuta, una fede che annuncia il Mistero redentore della morte e della resurrezione di Gesù Cristo, affinché tutti i popoli della terra in Lui abbiano vita. Il Successore di Pietro non poteva lasciar passare questa ricorrenza senza tener presente la gioia della Chiesa per i copiosi doni che Dio nella sua infinità bontà ha elargito in questi anni a queste amatissime nazioni, che dal più profondo invocano Maria Santissima.

La venerata immagine della Morenita del Tepeyac, dal volto dolce e sereno, impressa sul mantello dell’indio san Juan Diego, si presenta come «la sempre Vergine Maria, Madre del vero Dio per il quale si vive» (De la lectura del Oficio. Nicán Mopohua, 12 ed., Città del Messico, df, 1971, 3-19). Ricorda la «donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta» (Ap 12, 1-2) e indica la presenza del Salvatore alla sua popolazione indigena e meticcia. Ci conduce sempre al suo divino Figlio, il quale si rivela come fondamento della dignità di tutti gli esseri umani, come un amore più forte delle forze del male e della morte, essendo anche fonte di gioia, fiducia filiale, consolazione e speranza.


Il Magnificat, che proclamiamo nel Vangelo, è «il cantico della Madre di Dio e quello della Chiesa, cantico della Figlia di Sion e del nuovo Popolo di Dio, cantico di ringraziamento per la pienezza di grazie elargite nell’Economia della salvezza, cantico dei “poveri”, la cui speranza si realizza mediante il compimento delle promesse fatte “ai nostri padri”» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2619). In un gesto di riconoscenza al suo Signore e di umiltà della sua serva, la Vergine Maria leva a Dio la lode per tutto quello che Egli ha fatto a favore del suo popolo, Israele. Dio è Colui che merita tutto l’onore e la gloria, l’Onnipotente che fa meraviglie per la sua fedele servitrice e che oggi continua a mostrare il suo amore per tutti gli uomini, in particolare per quanti affrontano dure prove.


«Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino» (Zc 9, 9), abbiamo ascoltato nella prima lettura. Dall’incarnazione del Verbo, il Mistero divino si rivela nell’evento di Gesù Cristo, che è contemporaneo a ogni persona umana in qualsiasi tempo e luogo per mezzo della Chiesa, della quale Maria è Madre e modello. Per questo, noi oggi possiamo continuare a lodare Dio per le meraviglie che ha compiuto nella vita dei popoli latinoamericani e del mondo intero, manifestando la sua presenza nel Figlio e nell’effusione del suo Spirito come novità di vita personale e comunitaria. Dio ha nascosto queste cose «ai sapienti e agli intelligenti», facendole conoscere ai piccoli, agli umili, ai puri di cuore (cfr. Mt 11, 25).


Con il suo «sì» alla chiamata di Dio, la Vergine Maria manifesta fra gli uomini l’amore divino. In tal senso, con semplicità e cuore di madre, continua a indicare l’unica Luce e l’unica Verità: suo Figlio Gesù Cristo, che è «la risposta definitiva alla domanda sul senso della vita, agli interrogativi fondamentali che assillano anche oggi tanti uomini e donne del Continente americano» (Esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in America, n. 10). Allo stesso modo, Lei «con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata» (Lumen gentium, n. 62).


Al momento attuale, mentre si commemora in diversi luoghi dell’America Latina il Bicentenario della loro indipendenza, il cammino dell’integrazione in questo amato continente prosegue, e contemporaneamente si avverte il suo nuovo protagonismo emergente a livello mondiale. In queste circostanze è importante che i suoi diversi popoli salvaguardino il loro ricco tesoro di fede e il loro dinamismo storico-culturale, mostrandosi sempre difensori della vita umana dal suo concepimento fino al suo termine naturale, e promotori della pace; devono altresì tutelare la famiglia nella sua autentica natura e missione, intensificando allo stesso tempo una vasto e capillare lavoro educativo che prepari rettamente le persone e le renda consapevoli delle proprie capacità, di modo che affrontino in modo degno e responsabile il loro destino. 

Sono chiamati anche a promuovere sempre più iniziative adeguate e programmi concreti che propizino la riconciliazione e la fraternità, incrementino la solidarietà e la tutela dell’ambiente, intensifichino gli sforzi per superare la miseria, l’analfabetismo e la corruzione e per sradicare ogni ingiustizia, violenza, criminalità, insicurezza civile, narcotraffico ed estorsione.

Mentre la Chiesa si preparava a ricordare il quinto centenario della plantatio della Croce di Cristo nella buona terra del continente americano, il beato Giovanni Paolo II formulò sul suo suolo, per la prima volta, il programma di un’evangelizzazione nuova, nuova «nel suo ardore, nei suoi metodi, nella sua espressione» (cfr. Discorso all’Assemblea del Celam, 9 marzo 1983, III; AAS 75, 1983, 778). A partire dalla mia responsabilità di confermare nella fede, anch’io desidero incoraggiare lo zelo apostolico che attualmente anima e pretende la «missione continentale», promossa ad Aparecida, affinché «la fede cristiana si radichi più profondamente nel cuore delle persone e dei popoli latinoamericani come evento fondante e incontro vivificante con Cristo» (V Conferenza Generale dell’Episcopato dell’America Latina e dei Caraibi, Documento conclusivo, n. 13). 


Così si moltiplicheranno gli autentici discepoli e missionari del Signore e si rinnoverà la vocazione dell’America Latina e dei Caraibi alla speranza. Che la luce di Dio risplenda, quindi, sempre più sul volto di ognuno dei figli di questa amata terra e che la sua grazia redentrice orienti le loro decisioni, affinché continuino a progredire senza perdersi d’animo nella costruzione di una società fondata sullo sviluppo del bene, sul trionfo dell’amore e sulla diffusione della giustizia. Con questi vivi propositi, e sostenuto dall’aiuto della provvidenza divina, ho intenzione d’intraprendere un viaggio apostolico prima della santa Pasqua in Messico e a Cuba, per proclamare lì la Parola di Cristo e per rafforzare la convinzione che questo è un tempo prezioso per evangelizzare con fede vigorosa, speranza viva e carità ardente.


Affido tutti questi propositi all’amorevole mediazione di Santa Maria di Guadalupe, nostra Madre del cielo, come pure gli attuali destini delle nazioni latinoamericane e caraibiche e il cammino che stanno percorrendo verso un domani migliore. Invoco inoltre su di esse l’intercessione di tanti santi e beati che lo Spirito ha suscitato in tutta la storia di questo continente, offrendo modelli eroici di virtù cristiane nella diversità delle condizioni di vita e di ambienti sociali, affinché il loro esempio favorisca sempre più una nuova evangelizzazione sotto lo sguardo di Cristo, Salvatore dell’uomo e forza della sua vita. Amen.