domenica 15 giugno 2014

Martirologio romano

Martirologio romano


15 Giugno

Presso il fiume Sele, nella Lucania, il natale dei santi Martiri VitoModesto e Crescenzia, i quali, sotto l'Imperatore Diocleziano, là condotti dalla Sicilia, dopo aver superato per divina virtù la caldaia di piombo bollente, le fiere ed il rogo, compirono il corso del loro glorioso combattimento.
A Dorostoro, nella Misia inferiore, sant'Esichio soldato, il quale, preso insieme al beato Giulio, dopo di lui, sotto il Preside Massimo, fu coronato col martirio.
A Zefirio, nella Cilicia, san Dula Martire, il quale, sotto il Preside Massimo, per il nome di Cristo, battuto colle verghe, posto sulla graticola, arso con olio bollente, e afflitto con altri tormenti, ricevette vincitore la palma del martirio.
A Cordova, nella Spagna, santa Benilde Martire.
A Sibapoli, nella Mesopotamia, le sante Vergini e Martiri Libe e Leonide sorelle, ed Eutropia, fanciulla di dodici anni, le quali per mezzo di diversi tormenti giunsero alla corona del martirio.
Presso Valenciennes, in Francia, la deposizione di san Landelino Abate.
Ad Auvergne, in Francia, sant'Abramo Confessore, illustre per santità e per miracoli.
A Pibrac, nella diocesi di Tolosa, santa Germana Cousin Vergine. Addetta alla custodia del gregge, visse umile e povera, e passò allo Sposo dopo aver tollerato molti stenti con somma pazienza. Dopo la morte risplendette per moltissimi miracoli, e dal Sommo Pontefice Pio nono fu ascritta nel numero delle sante Vergini.

sabato 14 giugno 2014

L'orazione in Cassiano

II - Le parole dell'abate Isacco sulla natura della preghiera

«Tutta la finalità del monaco e la perfezione del suo cuore tendono alla continua e ininterrotta perseveranza della preghiera e, in più, per quanto è concesso alla fragilità dell'uomo, all'immobile tranquillità della mente e ad una perseverante purezza, per effetto della quale noi andiamo in cerca instancabilmente ed esercitiamo continuamente non soltanto la fatica del corpo, ma anche la contrizione dello spirito. Esiste fra l'una e l'altra certo quale reciproco e inseparabile legame. E di fatto, come l'ordinamento di tutte le virtù tende alla perfezione della preghiera, così pure, se tutte queste esigenze non saranno fra loro congiunte e aggregate dal complemento della preghiera, non potranno certo perdurare ferme e stabili. Infatti, come senza tali requisiti non sarà possibile acquistare e assicurare una perenne e costante tranquillità di quella preghiera, di cui stiamo parlando, così pure quelle virtù che predispongono alla preghiera non potranno essere assicurate senza l'assiduità dell'orazione. E allora noi non potremo, con un discorso improvvisato, né trattare convenientemente dell'effetto della preghiera né introdurci nel suo fine principale, che si raggiunge con la costruzione di tutte le virtù, se prima, in vista del suo raggiungimento, non richiameremo ed esamineremo ordinatamente quegli elementi che occorre eliminare oppure disporre, e, in più, secondo il contesto del brano evangelico a, non saranno discussi e diligentemente aggregati i coefficienti che contribuiscono alla costruzione di quella spirituale e altissima torre. E tuttavia tali elementi né gioveranno, anche se preparati, né potranno essere sovrapposti l'uno all'altro per raggiungere opportunamente la sommità della perfezione, se prima, una volta effettuata la ripulitura dei vizi e rimossi i grossi e morti ruderi delle passioni, non verranno gettati sopra la terra viva e solida del nostro cuore, come si usa dire, anzi, sulla pietra evangelica, i fondamenti della semplicità e dell'umiltà; è con tali criteri di costruzione che si dovrà edificare la torre delle virtù spirituali al punto da venire immobilmente assicurati fino ad essere elevati con la fiducia d'una propria fermezza ai sommi fastigi dei cieli. Colui che si appoggerà su tali fondamenti, anche se cadranno scrosci di pioggia rovinosa, anche se irromperanno violenti rovesci di persecuzione alla maniera di colpi d'ariete, anche se si scatenerà la terribile tempesta degli spiriti nemici, non solo non lo colpirà alcuna rovina, ma quell'urto non riuscirà in alcun modo a smuoverlo dalla sua fermezza.


III - In che modo si raggiunge una preghiera pura e semplice

Ne segue allora che, affinché la preghiera possa riuscire coltivata con quel fervore e quella purezza, con la quale deve essere condotta, debbono essere osservate in tutti i modi le norme seguenti. Anzitutto dev'essere bandita nel modo più completo la sollecitudine provocata dalle tendenze carnali, in secondo luogo non si deve ammettere alcuna preoccupazione di qualche affare o di qualche altro stimolo, ma neppure, e del tutto, il loro ricordo. Nel modo stesso vanno eliminate le detrazioni, i vani colloqui o quelli prolungati, come pure le scurrilità. In modo completo dev'essere rimosso l'insorgere dell'ira e della tristezza, così come dev'essere estirpato il dannoso fomite della concupiscenza carnale e della brama del danaro. E allora, una volta distrutti ed eliminati tutti questi e simili vizi, i quali possono apparire perfino agli occhi degli uomini, e assicurata, come già abbiamo detto, una tale epurazione purificatrice, la quale si ottiene attraverso una purezza fatta di semplicità e di innocenza, occorrerà gettare anzitutto i fondamenti inconcussi d'una profonda umiltà, i quali, ovviamente, siano in grado di sostenere quella torre che si eleva fino al cielo; in secondo luogo occorre aggiungere la costruzione spirituale delle virtù e impedire all'animo ogni distrazione e divagazione lubrica, in modo che a poco a poco l'animo stesso cominci ad elevarsi alla contemplazione di Dio e alla visione delle realtà spirituali. Tutto quello infatti che l'animo nostro ha concepito prima dell'ora dell'orazione, necessariamente ritornerà a farsi presente attraverso la suggestione della memoria, allorché noi ci metteremo a pregare. Perché, quali noi ci ripromettiamo di essere trovati durante la nostra orazione, tali dobbiamo disporci ad essere prima del tempo destinato alla preghiera.Nell'applicarci all'orazione la mente si ritrova nello stato in cui s'era precedentemente atteggiata: quindi, nel disporsi a pregare, ecco affacciarsi ai nostri occhi l'immagine del nostro abituale comportamento e perfino il ricordo delle parole e le impressioni dei nostri sentimenti, ed eccoci allora inclini, secondo le nostre disposizioni, alla irascibilità o alla tristezza, a risentire in noi i motivi della passata concupiscenza o della grottesca risibilità nel parlare, di cui c'è perfino vergogna a parlare, come pure il facile ricorso a precedenti discorsi. E allora, prima di metterci a pregare, procuriamo di escludere con sollecitudine, dall'intimità del nostro cuore, quanto non vorremmo vi entrasse, appunto per poter adempiere quello che ci è stato suggerito dall'Apostolo: "Pregate senza interruzione", e ancora: "(Voglio che gli uomini preghino) ovunque si trovino, alzando al cielo mani pure, senza ira e senza contese". Noi non saremo in grado di aderire a questi suggerimenti, se la nostra anima, purificata da ogni contagio dei vizi e dedita unicamente alle virtù come a dei beni ad essa connaturali, non si nutrirà della continua contemplazione di Dio onnipotente.


IV- Mobilità dellanima, che vien paragonata ad una piuma

La natura dell’anima si può paragonare opportunamente ad una lanugine o ad una piuma leggera. Se l’umidità che sopraggiunge dall’esterno non corrompe e non penetra la piuma, essa, per la leggerezza della sua natura, con l’aiuto di un minimo soffio di vento, si leva verso le altezze del cielo. Ma se è appesantita e penetrata da qualche liquido, non solo non sarà più rapita dalla sua naturale leggerezza ai voli per l’aria, ma sarà precipitata, dal peso del liquido assorbito, verso la bassezza della terra.
La stessa cosa avviene per l’anima nostra. Se i vizi e le preoccupazioni mondane non l’appesantiscono, se l’umore della libidine non la corrompe, essa, sollevata dal privilegio naturale della purezza, si innalzerà verso le altezze, al più leggero soffio della meditazione spirituale, e, lasciando le cose basse della terra, volerà a quelle invisibili del cielo. Perciò noi siamo assai opportunamente ammoniti dal Signore nel Vangelo con questo comando: « Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non si aggravino per crapula, o per ubriachezza, o per le preoccupazioni della vita ». Se dunque vogliamo che le nostre preghiere penetrino i cieli e li travalichino dobbiamo liberare l’anima nostra da ogni vizio terreno, mondarla dalle sozzure delle passioni, ridurla alla sua naturale imponderabilità. Allora la sua preghiera, non più gravata dal peso dei vizi, salirà fino a Dio.

Un modello

...un modello per i sacerdoti: padre Smith, il protagonista di un romanzo di Bruce Marshall. Marshall è uno di quegli scrittori cattolici del Novecento che, molto spesso, hanno messo al centro della loro opera narrativa un sacerdote. Un po’ come padre Brown per Chesterton o don Camillo per Guareschi. Non ho mai compreso davvero il perché di questa scelta, ma è un fatto che gli scrittori contemporanei abbiano riflettuto sulla figura sacerdotale, mettendo in luce non solo la bellezza di questo ministero, ma anche l’umanità dei preti. Un’umanità sovrannaturale.

Padre Smith, dicevamo, è un sacerdote cattolico che si trova, nell’anno del Signore 1908, a dirigere una delle più sgangherate comunità della Scozia. Dice Messa al mercato della frutta, affittato dai cattolici la domenica «perché si potesse offrire il santo sacrificio della messa e Cristo potesse venire ancora, traversando il mattino, nel sacramento bianco e rapido del suo amore». Pensateci bene: un mercato comunale, i cui muri erano «spesso coperti di scritte oscene», non è forse peggio di tante chiese contemporanee? Forse è perfino peggio della chiesa di Foligno progettata da Fuksas. E il canto? Spesso rimaniamo inorriditi dai cori delle parrocchie e abbiamo ragione. Ma anche il coro di padre Smith, proprio come spesso accadeva nelle parrocchie preconciliari, non era un granché: «al solito, fra il canto e la pronunzia non si sapeva quale fosse peggio, ma il padre Smith era sicuro che Dio le avrebbe accolte con orecchio benevolo, perché ciascuna di quelle note stonate voleva essere una lode, cosa che non sempre si poteva dire dei trilli delle soprano stipendiate di Milano, di Siviglia e di Vienna».

Padre Smith ha un sogno: costruire una chiesa come Dio comanda. Una chiesa vera, con l’organo, gli altari laterali, una sagrestia dove raccogliere degnamente i paramenti da usare per il Santo Sacrificio. Lo desidera, ma sa che questo non è l’essenziale. Sa che Cristo è presente anche lì, al mercato ortofrutticolo. Anche tra i muri coperti di scritte oscene: «è difficile, forse, per noi, qui in questo mercato scalcinato e rugginoso, in questa povera Scozia separata, renderci conto che, nella fede e nella dottrina, siamo uniti con le grandi accolte di fedeli di tutte le cattedrali d’Europa. Né il vescovo di Chartres, né il cardinale di Burgos o quello di Varsavia e neanche, mie cari fratelli, il Sommo Pontefice in persona, consacrano il pane e il vino, trasformandoli nel Corpo e nel Sangue di Cristo, più sicuramente di me, vostro indegno parroco».

Ma la fede non muore sotto le bombe.

Come molto spesso accade nei romanzi di Marshall, la guerra entra violenta nella narrazione e, così, padre Smith è costretto a partire per il fronte. Anche in questa occasione, il sacerdote scozzese confessa e dice messa come può, usando una cassa da imballaggio sulla quale posa una pietra consacrata portatile, due candele e un crocifisso. Nulla di più. Ciò che conta è l’essenziale: il Protagonista inchiodato alla Croce.Dice messa e spera che da quella inutile strage possa un giorno germogliare il bene. Alza a Dio una delle più belle preghiere che abbia mai letto: «O mio Dio, fa’ che da questa guerra esca qualcosa di buono; rendi gli uomini coraggiosi nel tuo servizio come lo sono nel servizio della patria; rendi le donne più modeste ma non meno belle; modella la loro verginità su quella della tua Santa Madre e poni i loro piedi nelle orme di lei; calma i giovani onde possano contemplarti; benedici e moltiplica i sacerdoti e i poeti; sradica dai nostri cuori la vanagloria e l’amore del proprio comodo e del piacere; confondi la ricchezza e distruggi la politica; e manda giù la tua grazia a fiumi».

Terminata la prima guerra mondiale, le cose procedono esattamente come prima. La fede però non era aumentata in Scozia. Anzi: gli uomini sembravano allontanarsi sempre di più dal buon Dio. Nel frattempo, in Italia era andato al potere Mussolini, in Russia l’ideologia comunista cominciava a produrre effetti nefasti e, in Germania, Hitler si stava preparando alla guerra.

Scoppia così il secondo conflitto mondiale e, proprio «due giorni prima della data fissata per la consacrazione della chiesa del SS. Nome», quella chiesa tanto desiderata da padre Smith, si sentono fischiare le sirene nel cuore della notte. Padre Smith entra in chiesa, prega e accende le due candele per la messa piana. Durante la celebrazione della messa, una bomba incendiaria sfonda il tetto della chiesa e padre Smith si precipita ad indossare una stola per portar via il Santissimo dall’altar maggiore. Non teme di esser bruciato vivo, padre Smith. Si carica del dolce peso del Santissimo e si dirige verso la cappella delle suore. Qui, il sacerdote sviene. La purificazione era passata attraverso le fiamme vive delle bombe e padre Smith si avvia verso il Calvario, dove, però, nulla è un peso. Anche l’estrema unzione gli pare bella, «poiché in fondo era questo, la morte: un render chiare le cose, un folgorare di luce di dietro gli apparecchi da bombardamento e le reclames di sciroppo di fichi».

La chiesa desiderata era stata rasa al suolo. Le ultime parole di padre Smith sono rivolte al cappellano polacco: «si ricordi d’avvertire che domenica la messa sarà nel mercato della frutta». Si sarebbe ricominciato da lì: dai muri imbrattati di scritte oscene e dal coro sgangherato. Niente era cambiato: la Fede avrebbe continuato a vivere. Non sotto preziose navate, ma nei cuori dei credenti. In fondo, padre Smith non aveva fatto altro che fissare gli occhi sull’Essenziale. Ed è fissando l’Essenziale che dobbiamo ricominciare anche noi.

venerdì 13 giugno 2014

PERLE e DIAMANTI


  • Maria è come la luna rispetto al sole. Ne è illuminata e riflette su voi la luce che l’ha illuminata, ma addolcendola di quei mistici vapori che la rendono sopportabile alla limitata vostra natura. 27.6.43





  • La purezza di Maria è tanto alta che Io, suo Figlio e Dio, la tratto con venerazione. La sua perfezione è tale che l’intero Paradiso s’inchina al suo trono sul quale scende l’eterno sorriso e l’eterno splendore della nostra Trinità, ma questo splendore che la compenetra e india più di ogni altra creatura, è soffuso dai veli candidissimi della sua carne immacolata, per cui Ella raggia come una stella, raccogliendo tutta la luce di Dio e diffondendola come una luminosità soave su tutte le creature.27-6-43 

  • Ella vi è in eterno Madre. E della Madre ha tutte le pietà che vi scusano, che intercedono, che ammaestrano pazientemente. Grande è la gioia di Maria quando può dire a chi l’ama: “Ama mio Figlio”.
    Grande è la mia gioia quando posso dire a chi m'ama: “Ama mia Madre”.
    E grandissima è la nostra gioia quando vediamo che staccatosi dai miei piedi uno di voi va a Maria, o staccatosi dal grembo di Maria uno di voi viene verso di Me. Perché la Madre giubila di dare altri innamorati al Figlio e il Figlio giubila di vedere amata da altri la Madre. La nostra gloria non cerca di sopraffarsi ma si completa nella gloria dell’altro. 27.6.43
AVE MARIA PURISSIMA!