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sabato 19 maggio 2018

SAN PIETRO CELESTINO V

Risultati immagini per San Celestino V
San Celestino V - Pietro di Morrone Eremita e Papa
Isernia, 1215 - Rovva di Fumone, Frosinone, 19 maggio 1296

(Papa dal 29/08/1294 al 13/12/1294)


Pietro da Morrone, sacerdote, condusse vita eremitica. Diede vita all’Ordine dei “Fratelli dello Spirito Santo” (denominati poi “Celestini “), approvato da Urbano IV, e fondò vari eremi. Eletto papa quasi ottantenne, dopo due anni di conclave, prese il nome di Celestino V e, uomo santo e pio, si trovò di fronte ad interessi politici ed economici e a ingerenze anche di Carlo d’Angiò. Accortosi delle manovre legate alla sua persona, rinunziò alla carica, morendo poco dopo in isolamento coatto nel castello di Fumone. Giudicato severamente da Dante come “ colui che per viltade fece il gran rifiuto “, oggi si parla di lui come di un uomo di straordinaria fede e forza d’animo, esempio eroico di umiltà e di buon senso.



Patronato: Isernia
Etimologia: Celestino = venuto dal cielo, dal latino
Martirologio Romano: A Fumone vicino ad Alatri nel Lazio, anniversario della morte di san Pietro Celestino, che, dopo aver praticato vita eremitica in Abruzzo, celebre per fama di santità e di miracoli, ottuagenario fu eletto Romano Pontefice, assumendo il nome di Celestino V, ma nello stesso anno abdicò dal suo incarico preferendo ritirarsi in solitudine. 




Al secolo si chiamava Pietro Angeleri ed era nato verso il 1215 a Isernia (Campobasso) da modesti contadini, penultimo di dodici figli. Dalla madre, rimasta vedova, fu avviato agli studi ecclesiastici, ma siccome si sentiva attratto dalle austerità della vita monastica, a vent'anni Pietro si fece benedettino a Faifoli (Benevento), che lasciò dopo pochi anni per vivere da eremita in una grotta sul monte Palleno. Dopo tre anni fu ordinato sacerdote a Roma. Ritornò a condurre vita eremitica sul Monte Morrone, nei pressi di Sulmona, assetato di preghiera, di quotidiani digiuni e macerazioni.

Ben presto incominciarono ad accorrere a lui dei discepoli coi quali si stabilì sulla Maiella, attorno all'oratorio dello Spirito Santo, e costituì nel 1264, con l'approvazione di Urbano IV, gli Eremiti di San Damiano, detti poi Celestini, viventi secondo la regola benedettina interpretata con molta severità. 
Quando venne a sapere che al Concilio di Lione (1274) si volevano limitare i nuovi ordini, vi si recò in persona. Giunse che il concilio era già finito, però fu ricevuto dal Beato Gregorio X che confermò la sua congregazione (1275) costringendo così i vescovi a restituire i beni di cui si erano già appropriati. Beneficati dal Cardinale Latino Malabranca OP. e da Carlo II, re di Napoli, i religiosi di Pietro Morrone moltiplicarono i monasteri e incorporarono abbazie in decadenza come quelle di Santa Maria di Faifoli e San Giovanni in Piano di cui il fondatore fu successivamente abate.

A motivo della grande attrattiva che sentiva per la solitudine, Pietro di Morrone si ritirò ancora una volta a vita eremita sulla Maiella (1284), lasciando ad altri la direzione di 36 monasteri popolati da circa 600 monaci e oblati. Visse nella sua cella fino a tredici mesi di seguito senza uscirne. Ogni anno faceva quattro quaresime. Riservava alla preghiera tutti i mercoledì e venerdì. Negli altri giorni riceveva i numerosi laici che andavano a consultarlo. Non contento di prodigare ai visitatori buoni consigli, organizzò per essi una pia associazione, con l'impegno di recitare ogni giorno un certo numero di Pater, amarsi vicendevolmenteevitare il peccato e visitare i poveri e i malati, per soccorrere i quali non esitò a far vendere i calici e gli ornamenti preziosi delle chiese del suo Ordine.

Alla morte di Niccolò IV (1292) la Santa Sede rimase vacante per ventisette mesi perché gli undici elettori erano divisi tra i due partiti dei Colonna e degli Orsini, e il re Carlo II di Napoli (+1309), figlio e successore di Carlo D'Angiò, fratello di S. Luigi IX, re di Francia, brigava perché fosse scelto un cardinale di suo gradimento. L'elezione di Pietro da Morrone, la cui storia sembra una leggenda, è la più strana che si ricordi. 

Nella primavera del 1294 il re di Napoli si era recato a Perugia e aveva parlamentato con i cardinali radunati in conclave. Di lì era passato a Sulmona ove concesse dei privilegi ai seguaci del Morrone il quale, poco dopo, scrisse una lettera al cardinale Latino in cui minacciava terribili castighi da parte di Dio se, entro quattro mesi, il sacro Collegio non avesse eletto il papa. Tutti avevano sentito parlare dell'eremita come di un taumaturgo, ma nessuno lo conosceva di vista. Convinti che fosse la persona più adatta a governare la Chiesa, su proposta del cardinal Latino gli diedero il voto.

Una commissione di prelati e di notai fu mandata sulle montagne della Maiella per chiedere al Morrone se voleva accettare. I legati trovarono in una spelonca un vecchio di oltre ottant'anni, pallido, emaciato dai digiuni, vestito di ruvido panno e calzato di pelli d'asino. Gli comunicarono l'elezione al papato, ma egli l'accettò soltanto perché pressato dai confratelli. La notizia dello straordinario avvenimento giunse alla corte di Carlo II, che si precipitò a Sulmona nell'intento di rendere l'eletto docile strumento dei suoi interessi. Contrariamente al parere dei cardinali, che lo invitarono a Perugia per sottrarlo alle suggestioni dell'Angioino, egli decise di fermarsi un po' di tempo all'Aquila ove, sull'esempio di Cristo, volle entrare seduto su di un asino, scortato da Carlo II e da suo figlio, che sorreggevano le briglie.

Davanti la chiesa dì Santa Maria di Collemaggio che Pietro aveva fatto costruire (1287), il 29-8-1294 ricevette in testa la tiara già di Innocenzo III, e il nome di Celestino V. Ben presto però si dileguarono le speranze riposte in lui, ignaro di latino, digiuno di scienze teologiche e giuridiche, privo di esperienza politica e diplomatica. Il pontefice, sordo ai consigli dei cardinali, s'impigliò ogni giorno più nelle reti che ambiziosi principi e astuti legulei gli tesero. Cominciò a dispensare favori spirituali senza discernimento, specialmente alle chiese del suo Ordine; pensò di mutare in Celestini gli altri monaci; cercò di obbligare i benedettini di monte Cassino a indossare la tonaca grìgia dei suoi religiosi; permise ai Francescani Spirituali di separarsi dagli altri sotto il nome di "Poveri Eremiti" non considerando in essi che l'austerità della vita. "Nella sua pericolosa semplicità" (L. Muratori) concesse al re di Napoli il prelievo di due decime sui beni della Chiesa francese e inglese perché potesse finanziare le sue spedizioni militari; la nomina di suo figlio Luigi, di ventun anni, all'arcivescovado di Lione; la nomina di dodici cardinali, di cui sette francesi, due napoletani, e nessuno romano.

In ottobre Celestino V decise di abbandonare l'Aquila, ma invece di prendere la via di Roma, contro il parere dei cardinali, si lasciò trascinare a Napoli dal re suo amico e protettore. I curiali durante i cinque mesi del suo pontificato approfittarono della sua inesperienza per trafficare e vendere grazie e privilegi, mentre i furbi ridevano dicendo che il papa comandava "nella pienezza della sua semplicità". Non volendo perdere nulla delle sue abitudini claustrali, in avvento, in un angolo del Castello Nuovo, Celestino V si fece costruire in legno una colletta in cui passare la quarantena in preparazione al Natale. Jacopone da Todi frattanto gl'indirizzava le sue frecciate poetiche: "Che farai, Pier di Morrone? - sei venuto al paragone. - Vedremo l'operato - che in cella hai contemplato. - Se il mondo è da te ingannato, - seguirà maleditione". Colpito dal disordine che s'infiltrava nella Chiesa a motivo della sua incapacità amministrativa, Celestino V si rese conto di non essere all'altezza del suo compito, motivo per cui si sentiva gemere, in preda ai rimorsi: "Dio mio, mentre regno sulle anime, ecco che perdo la mia".

Consultò allora esperti canonisti, tra cui Benedetto Gaetani, e tutti gli risposero che il papa poteva abdicare per sufficienti motivi. Appena i napoletani ebbero sentore che un papa così buono e così facile a lasciarsi ingannare stava per abbandonarli, invasero Castel Nuovo. Celestino V riuscì a calmarli a stento con vaghe promesse e l'autorizzazione di fare preghiere e processioni per chiedere a Dio più luce. Dopo aver preparato con il Gaetani l'atto di rinuncia al potere pontificale e una costituzione che riconosceva al pontefice la facoltà di dimettersi, il giorno di S. Lucia convocò il concistoro, ordinò ai presenti di non interromperlo, poi con voce alta e ferma lesse la sua rinuncia libera e spontanea al potere delle somme chiavi "per causa di umiltà, di perfetta vita e preservazione di coscienza, per debolezza di salute e difetto di scienza, per ricuperare la pace e la consolazione dell'antico vivere'". Fra le lacrime degli astanti depose le insegne papali per rivestirsi del suo vecchio saio. Bene ha scritto E. Casti in occasione del VI centenario dell'incoronazione di Celestino V; "L'abdicazione di lui non fu ne una viltà, ne un atto di eroismo; fu il semplice compimento dello stretto dovere che incombe a chiunque ha assunto un ufficio sproporzionato alle proprie forze. Il dovere morale di restare al suo posto non poteva obbligare perché in contrasto con l'interesse più imperioso del bene comune".

Il 24 dicembre fu eletto papa il cardinal Gaetani col nome di Bonifacio VIII. Uno dei suoi primi atti fu di annullare tutti i favori accordati dal suo predecessore il quale bramava far ritorno al suo eremo, mentre il papa voleva che lo seguisse in Campania per impedire eventuali scismi o ribellioni.

Di mala voglia egli si mise in cammino con l'abate di Monte Cassino. Giunto a San Germano approfittò della sosta per farsi dare un cavallo e fuggire a Monte Morrone, dove per due mesi rimase nascosto alle ricerche dei messi papali. Tentò in seguito la fuga in Grecia, ma una tempesta lo sospinse sul litorale di Vieste. Tradotto nel castello di Fumone vi morì il 19-5-1296 cantando salmi. Clemente V lo canonizzò nel 1313. Le sue reliquie sono venerate a L'Aquila, nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio.

giovedì 22 giugno 2017

EREMITI vissuti nel Meridione d'Italia

Eremiti vissuti sul Gargano

San Marino, “che fiorì in santità nel monastero di San Michele presso Murano di Venezia, il pellegrinaggio al Gargano l’anno 1032 (così dice il Cavaglieri) fruttò del martirio la palma. Lo dicono i pergameni di qui e l’insinua il Ferrari: sexto idus Augusti in Apulia S. Marini Monachi et Martyris. Hic S. Romualdi in vita monastica praeceptor fuit. Is Patria erat Venetus. In insula prope Muranum in Ecclesia S. Michaelis, quae nunc est Monachorum Camaldulensium vitam asperam ducens; profectus autem in Apuliam ibi a Saracenis ob Christi fidem occisus est (Ferrarius in martyrol. die 8 augusti). E ‘l di lui corpo fu giusta la tradizione di qui sepolto in Marino, città del Gargano hoggi diruta appresso Vesti, il cui vescovo fu al Vestano unito.[1] Nell’interno della chiesa di Santa Maria di Merino a destra c’è il simulacro di san Marino, eremita veneto, maestro di san Romualdo, martirizzato in questo luogo dai saraceni l’8 Agosto del 988 (così sostiene il martirologio camaldolese) di ritorno al suo romitaggio dopo la visita al santuario di san Michele Arcangelo.
Sant’Ottone (anche nominato S. Odo o S. Todo) della nobile famiglia romana Francipane (o Frangipane) [2] verso il 1058-1060 dovette partire per una spedizione militare. Fu catturato e imprigionato. Liberato dalla prigione per intervento divino tornò a Roma. Da lì si mise in pellegrinaggio per visitare i vari santuari. Il pellegrinare durò quasi 50 anni, in questi anni ha vissuto per un certo tempo vicino all’Abazia di Cava dei Tirreni, e sul Gargano. Verso il 1117 giunse ad Ariano Irpino, qui per tre anni gestì un ospizio per pellegrini, che egli stesso aveva fondato, dando esempi di carità, finché non decise di ritirarsi a vita eremitica, a quasi un miglio dalla città, nella chiesa di San Pietro de’ reclusiis, dopo sette anni di eremitaggio morì.
San Giovanni Scalcione da Matera [3] è definito nella sua Vita proprio beatissimus Joannes Eremita. Molto giovane, dopo aver trascorso pochi anni in un monastero, si ritira in un inhabitabilis eremus, bevendo acqua e mangiando erbe di campo e frutta selvatica. Dormiva appeso ad una corda immerso nell’acqua fredda, e combatteva con demoni e bestie. Dopo una visione in cui gli appare san Pietro, che lo libera addirittura da un’ingiusta prigionia in cui era finito negli anni a seguire, restaura una chiesa presso Ginosa. Incontra poi Guglielmo da Vercelli, con il quale passa qualche tempo sul monte Cognato, presso Matera. Sostò a Taranto, in Calabria, Sicilia, a Bari, poi in Terra Santa, infine di nuovo in Puglia, dove, visitando la grotta di San Michele, gli apparve la Vergine che gli indicò dove far sorgere l’abbazia che oggi domina il golfo di Manfredonia. Attorno a Giovanni si raccolsero monaci ed eremiti che diedero vita ai «Pulsanesi», ispirati alla regola di Benedetto. Il santo morì a Foggia nel 1139. Tralasciamo tutti gli altri santi e beati dell’ordine pulsanese.
vedi anche la seguente scheda: http://www.santiebeati.it/dettaglio/58550
Beato Giovanni da Tufara [4] appartenente alla chiesa dei Santi Pietro e Paolo compì i suoi studi a Parigi, per ritirarsi poi a Monte Sant’Angelo on eremo. Vive per tre anni nel monastero a “tendenze eremitiche” di Sant’Onofrio, e poi nella vicina chiesa di San Silvestro. Mangia pochissimo ma legge molto, soprattutto le Vitae Patrum. Intanto, essendo numerosi coloro che intendevano seguire l’eremita, per condurre una vita dello stesso stile, il Conte Odoaldo, signore di Foiano (BN) gli donò la Chiesa e la casa di San Firmiano, e poi nel monasterium di Santa Maria del Gualdo Mazzocca, in cui il 14 novembre 1170 morì all’età di 86 anni. Con una bolla del 14 aprile 1156 il papa Adriano IV prescriveva che i monaci del nuovo eremo osservassero la regola di san Benedetto.
vedi anche la seguente scheda: http://www.santiebeati.it/dettaglio/90740
San Guglielmo da Vercelli [5] si reca a Roma e giunge in Italia meridionale per seguire il cammino per Gerusalemme. Si stabilisce dapprima nell’eremo con Giovanni da Matera, per poi giungere, in seguito alla separazione dallo stesso Giovanni, a Montevergine, vicino Avellino. Un gruppo di religiosi lo va a trovare e si stabilisce con lui. Crea una specie di “eremitismo di gruppo”, ma i suoi discepoli devono andarsene per l’eccessivo freddo patito sul monte. Finalmente incontra nuovamente Giovanni, ma Dio ordina a quest’ultimo di andare in Puglia, e a Guglielmo di restare. Ciò che colpisce maggiormente della figura di questo Guglielmo, è che nell’agiografia egli è definito confessor et heremitaanachorita, e soprattutto il creatore di un’anachoritica norma, ovvero di una regula, o comunque di una forma nuova di eremitismo o monachesimo. Fondò la Congregazione Benedettina di Montevergine detta anche Verginiani. Per molto tempo curò il santuario dell’Incoronata vicino Foggia.
-San Pascasio che fu un santo pellegrino irlandese ed eremita sul Gargano sappiamo poco. La sua vita è descritta nel manoscritto 7 dell’archivio Capitolare di Benevento e da questo proviene il testo – di cui è data l’edizione – del documento agiografico che ha per titolo Vita et obitus sancti Paschasii confessoris.[6]
Santa Bona [7] fece molti pellegrinaggi: Santiago de Compostela (che raggiungerà ben nove volte), san Michele al Gargano, Roma e la Terra Santa. Ebbe un forte legame con la città natale di Pisa  ed in particolare con i monaci pulsanesi di san Michele degli Scalzi. Il Codice C 181 dell’Archivio Capitolare di Pisa che raccoglie una prima biografia scritta dal monaco pulsanese Paolo, morto nel 1230, quando era ancora in vita la santa pisana ci informa che Bona nacque a Pisa verso il 1155/1156, nel 1170, a seguito di una visione di Gesù, parte per Gerusalemme, dove si rifugia dall’eremita Ubaldo, che diventa il suo padre spirituale. Nel tentativo di ritornare a Pisa con alcune sue compagne di viaggio viene catturata dai saraceni. Riscattata da alcuni mercanti pisani, ripara finalmente verso il 1175 nella sua stanzetta di San Martino. Qui insieme ad altri pellegrini si mette in viaggio per Santiago de Compostela, partecipa a quel primo pellegrinaggio, al quale seguiranno molti altri. Raggiungerà ben nove volte Santiago e  guidò anche i pellegrini a Roma e a San Michele Arcangelo sul Monte Gargano. Giovanni XXIII la dichiarò ufficialmente patrona delle hostess di Italia.
vedi anche la seguente scheda: http://it.wikipedia.org/wiki/Bona_di_Pisa
San Corrado Bavaro [8] ancora adolescente abbraccia la regola cistercense. All’avvio della prima crociata ottenne di poter andare in Palestina, dove rimase per qualche anno anche presso l’eremita san Guglielmo. Al suo ritorno decise di sbarcare in Puglia. Sostò all’ospizio dei Crociati di Molfetta, dove ebbe notizia della caduta in disgrazia della sua famiglia. Forse anche per questi eventi, Corrado decise di non far ritorno a Chiaravalle, ma di riturarsi, nel 1139, in preghiera in una piccola grotta carsica presso la comunità benedettina di San Maria ad Cryptam a Modugno. In quel luogo di meditazione e penitenza morì nel 1155, all’età di 50 anni.
Sant’Eleuterio: la vita del santo è avvolta nella leggenda.[9] Sant’Eleuterio, di probabile origine inglese, nella seconda metà del VII secolo, dopo essere andato in pellegrinaggio in Terra Santa, nel viaggio visitò il santuario garganico  e decise di trascorrere un po’ di tempo in solitudine e preghiera sul monte Gargano vicino la grotta dell’Arcangelo Michele. “Per abito un semplice saio, di lana molto doppia, filato a mano forse dalla sua mamma, un ampio mantello per coprirsi nelle notti fredde da passare all’addiaccio, un ampio cappello a falde larghe per ripararsi nelle giornate di pioggia, il bastone nella mano e senza scarpe, o sandali ai piedi, tanto meno borse o sacchi da viaggio, secondo l’insegnamento evangelico, in queste condizioni Eleuterio inizia il suo itinerario di fede e di perfezione cristiana … Si saliva il Gargano non solo per venerarvi l’Arcangelo, ma anche per sostarvi per qualche tempo in vita eremitica, in una delle tante grotte disseminate all’intorno. Ed in una di queste grotte Eleuterio, certamente rimase per completare la sua formazione spirituale, a contatto con gli altri eremiti che vivevano in loco. Una esperienza di solitudine, di raccoglimento, a contatto con una natura ancora selvaggia ed integra, con davanti agli occhi una visione continua della grandezza di Dio, formata da un paesaggio stupendo che si estendeva fino al mare. In questo clima, ed a contatto con le altre anime che affinavano la loro unione con Dio: nella preghiera comune, nella Grotta dell’Arcangelo S. Michele; nella penitenza, nel digiuno e nella povertà più assoluta, Eleuterio completa la sua formazione spirituale. E’ qui che egli entra nella fase contemplativa della sua vita interiore.”[10] Riprende il viaggio e giunto però ad Arce di notte chiese alloggio alla locanda che era presso la Torre del Pedaggio, ma l’oste, oltre al rifiuto, gli aizzò contro anche i suoi grossi cani rabbiosi che si ammansirono subito alla vista del santo. Al mattino seguente l’oste con grande meraviglia trovò, non lontano dalla taverna, il corpo del pellegrino morto, custodito dai mastini e con molti serpenti che gli lambivano i piedi. Il pellegrino subito fu acclamato santo dalla popolazione, che lo elevò a patrono della città.
Fra Pietro di Morrone, eremita, conosciuto come San Celestino V, papa [11] diede vita all’Ordine dei “Fratelli dello Spirito Santo o di San Damiano” (denominati poi “Celestini”), approvato da Urbano IV, e fondò vari eremi. Eletto papa quasi ottantenne, dopo due anni di conclave, prese il nome di Celestino V e, uomo santo e pio, si trovò di fronte ad interessi politici ed economici e a ingerenze anche di Carlo d’Angiò. Accortosi delle manovre legate alla sua persona, fu forzato a rinunziare alla carica, morendo poco dopo in isolamento coatto nel castello di Fumone. Il Gargano fu testimone delle ultime drammatiche fasi della biografia del papa -passato alla storia con l'improprio termine-  del «gran rifiuto». Si rifugiò presso due eremiti in una selva della Puglia, poi andò al suo monastero di San Giovanni in Piano presso Apricena, quindi cercò di imbarcarsi a Rodi per la Grecia, ma la nave naufragò. La località a «quindici miglia da Rodi e cinque miglia da Vieste», dove trascorse nove giorni prima di essere individuato e consegnato agli emissari di Bonifacio VIII. [12]
vedi anche le seguenti schede: 

http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Celestino_V

   http://iteadjmj.com/  Santoral 

beato Egidio da Assisi (morto Perugia il 1262) è il terzo compagno di Francesco. Fu mite e semplice, amante dell’umiltà e della povertà. Per svolgere l’apostolato si recò a piedi a Compostella, al Gargano, a Bari, in Palestina e a Roma. Fu eremita in diversi luoghi. Per compensare le elemosine che riceveva, egli si adattava ai lavori più umili. Si ritirò poi a Monteripido di Perugia, dove visse a lungo in eremo. Lasciò un libro: Verba aurea o Detti.
vedi anche la seguente scheda: http://www.santiebeati.it/dettaglio/90369
San Fantino il Giovane [13] dopo aver seguito per cinque anni gl’insegnamenti di sant’Elia lo Speleota nella grotta di Melicuccà ricevette da lui l’abito dei novizi e rimase a Melicuccà per vent’anni, fino alla morte del Santo, esercitando prima l’umile incarico di cuoco e poi quello della custodia della chiesa. Trasferitosi nella regione del Mercurion trascorse diciotto anni di vita eremitica. Dopo il lungo tempo passato in solitudine ritornò alla vita cenobitica e fondò un monastero femminile nel quale furono accolte la madre e la sorella Caterina. Seguì la fondazione di monasteri maschili, in uno dei quali trovarono accoglienza il padre e i fratelli Luca e Cosma. Sentendo vivo il desiderio di un ritorno alla vita eremitica lasciò il fratello Luca la direzione del monastero più grande e si ritirò in un luogo solitario e selvaggio. Dalla nuova dimora di tanto in tanto si recava a visitare i nuovi discepoli, fra i quali vi erano i monaci Giovanni, Zaccaria, Nicodemo e Nilo, e trascorreva parte del suo tempo nel trascrivere codici. Ripresa la vita cenobitica il Santo continuò a vivere nello spirito della penitenza. Trascorreva lungo tempo senza prendere cibo ed era spesso in estasi. Il Santo, “poiché la gente in massa affluiva a lui di continuo, al pari di uno sciame, e non gli permetteva di godere senza disturbo il bene della solitudine”, si recò al santuario di San Michele al Gargano. Che raggiunse dopo 18 giorni di cammino “sotto il freddo e il caldo per lo più senza mangiare né bere”. Una notte, dopo la recita dell’ufficio, ebbe una terribile visione che non volle comunicare ai suoi monaci perché erano “cose assolutamente indescrivibili”. Poi “gettato via il saio se ne andò nudo per i monti”, dove “prese a star senza bere, senza mangiare e senza alcun vestito perfino per venti giorni di seguito”. Continuando a vivere in solitudine e in penitenza” si nutrì per quattro anni di erbe selvatiche e di niente altro”. Quando i monaci lo rintracciarono e lo trassero a forza al monastero riprese a ritornare “là dove si aggirava prima, preferendo le fiere agli uomini”. San Fantino incontrò molte volte san Nilo. All’età di sessant’anni, con i discepoli Vitale e Niceforo, lasciò la Calabria e s’imbarcò alla volta della Grecia e dell’Asia minore. San Fantino morì intorno all’anno 1000.
vedi anche la seguente scheda: http://www.santiebeati.it/dettaglio/90673
Sant’Agnello o Aniello di Napoli [14] è compatrono della città di Napoli. Si racconta che ancora bambino di pochi giorni vedendo l'immagine di Maria SS.ma la salutò pronunciando le parole : "Ave Maria!". Visse gli anni della giovinezza in eremitaggio a Napoli in una grotta presso una cappella dedicata alla Madonna e poi nell’antica chiesa di Santa Maria Intercede, divenuta poi Sant’Agnello maggiore. Si allontanò dalla città per sfuggire alla grande popolarità, recandosi a fare l’eremita dapprima sul Gargano e poi nella Ciociaria. A Napoli, dopo la conquista di Cartagine da parte dei Vandali, arrivò Settimio Celio Gaudioso che fondò un monastero basiliano. Sant’Agnello tornato a Napoli divenne monaco presso San Gaudioso, di cui divenne ben presto abate e dove morì, il 14 dicembre 595. A Monte Sant’Angelo  c’è un rione cittadino dedicato a San Aniello eremita con la sua grotta-eremo ormai trasformata a garage.[15] 
.... S. Agnello si trasferì l’anno 567. Nel romitaggio in tempo del Santo poi convertito poco lungi dalla Spelonga Angelica macerando sette anni continui con aspre penitenze la carne, tutto Spirito diventato, occupò degnamente il luogo degli Spiriti celesti.
Per il culto di Santanello in Abruzzo  vedi A. Gandolfi, Alcune presenze cultuali nelle pratiche devozionali pellegrinali, in AA.VV., a cura di G. Marucci, Il viaggio sacro, culti pellegrinali e santuari in Abruzzo, Caledara, 2000, p. 92.
Beato Bonarde Arpinate
Beato Enrico fratello del re d’Inghilterra nel romitorio san Enrico.
Venerabile Albenzio De Rossi [16] fu avviato fin da giovane al sacerdozio, ma Albenzio ritenne che la vita eremitica era più adatta alle sue esigenze spirituali. Dalla Calabria, intraprese un lungo e faticoso peregrinare per l’Italia Meridionale con il modesto abito di  eremita itinerante, il volto scavato dai digiuni e con un teschio legato alla cintola; esortava alla penitenza con il suo forte e incisivo linguaggio. Nel suo vagare, raggiunse anche Gerusalemme da dove ritornò con una bella icona di Maria, ricevuta in dono. Si fermò alcuni anni sul Gargano e giunto a Roma, fu colpito dalla vista dei tanti poveri che affollavano la città ed ai tanti pellegrini, che dopo un lungo percorso a piedi arrivavano a Roma. Fra’ Albenzio De Rossi chiese allora a papa Sisto V (1585-1590) di procurare a questi pellegrini un luogo d’accoglienza, e il papa il 3 giugno 1587, autorizzò lo stesso frate eremita di poter costruire una casa per gli eremiti pellegrini forestieri che giungevano a Roma. In questo ospizio, gli eremiti avrebbero potuto sostare ed essere rifocillati per otto giorni, così pure avrebbero potuto essere accolti anche i poveri e gli ammalati. Per gli eremiti furono allestite 13 celle, mentre per il loro sostentamento fu messa in funzione una cucina con dispensa e un refettorio; alcuni locali, ben presto insufficienti, furono adibiti ad ospedale. Non mancava un orto interno, che produceva ortaggi per la mensa e in seguito, come d’uso, fu ricavato anche un cimitero. Di lui si parla anche nelle Acta Visitationis sotto Alessandro VII: “…Albentio da Cetrario in Calabria huomo timorato del Sig. Iddio essendo andato al Monte d’Ancona per ricevere da quei Padri Camaldoli di Montecorona qualche carità, gli diede il Priore un tonichino bianco dell’habito loro con il quale venne a Roma l’anno 1586 e prese l’habito di eremita di lana pura bianca sopra della nuda carne senza cappuccio…”.
vedi anche la scheda seguente su Albenzio de Rossi: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92803
Fra Mauro da Bitonto, romito, nel 1635 ebbe una santa visione nella grotta angelica. [17]

[1] M. Cavaglieri, Il pellegrino al Gargano, I tomo, Macerata, 1680, n. 475.
[2] Nacque a Roma il 1040 circa, morì ad Ariano il 1127 circa.
[3] Matera, 1070 (1080) – Foggia, 1139. Di questo abate benedettino, le cui reliquie sono custodite all’interno della cattedrale di Matera.
[4] Beato Giovanni da Tufara, Tufara, 1084 – cenobio di Santa Maria di Gualdo Mazocca a Foiano (BN) 14 novembre 1170.
[5] San Guglielmo di Montevergine (da Vercelli), Abate, Vercelli, 1085 – Goleto, Nusco, 24 giugno 1142.
[6] L’edizione e lo studio è del prof. Antonio Vuolo dell’Università di Salerno.
[7] Pisa, 1155/6 – 1207.
[8] Nacque a Ravensburg, in Svevia, attorno al 1105, da Enrico IX di Welf detto il Nero e Wulfilde di Sassonia; morì a Modugno il 1155.
[9]   Il 12 aprile alla memoria dei SS Eleuterio e compagni è presente l’espressione apud messanam Apulie civitatem come in tutti i martirologi usuardi, P. De Leo, Martirologio della Certosa di Santo Stefano del Bosco, secolo XII, 2005, p. 20.
[10] E. Tavernese, Storia e leggenda di un Santo e del suo Santuario, edito dalla Pro-loco di Arce, 1979.
[11] Fra Pietro di Morrone, eremita, – Celestino V, papa (Isernia, 1215 – Rocca di Fumone (Frosinone), 19 maggio 1296).
[12] Lo storico viestano Giuliani indicò la spiaggia di Santa Maria di Merino. Mimmo Aliota e Giuseppe Martella hanno ipotizzato che Celestino V abbia trovato un temporaneo rifugio nei pressi di Peschici. Il primo ricercatore indica l’abbazia di Santa Maria di Kàlena; il secondo localizzò un luogo rupestre, significativamente chiamata a grott ‘u papa, ubicata in una pineta a ridosso della punta di Calalunga, tra Peschici e Vieste. Ipotesi suggestiva, supportata da antiche fonti orali. Celestino V si sarebbe rifugiato proprio in questa zona rupestre: è qui che sarebbe stato prelevato dal governatore di Vieste. La presenza di Celestino V nel luogo suddetto sembra confermata da un particolarissimo toponimo: l’insenatura da cui si diparte il sentiero che conduce al complesso rupestre è denominato U’ Iale d’ la Croce (spiaggetta della Croce). E il logo dello stemma celestiniano è appunto una Croce con una S intrecciata, simbolo dello Spirito santo. E’ conosciuto il toponimo grotta del papa. T. M. Rauzino, Celestino V. l’avventura di un povero cristiano.  Sul Gargano gli ultimi giorni di libertà, in Corriere del Mezzogiorno, (quotidiano pugliese allegato al Corriere della sera, 8-1-2003, p. 12 (“Cultura“); T. M. Rauzino, La cattura di Celestino V sulla costa tra Peschici e Vieste trova  un’eco letteraria nel dramma di Silone, La ventura di un povero cristiano,
[13] Nacque in una località della Calabria “vicinissima alla Sicilia” nel 927, morì in Grecia attorno all’anno 1000.
[14] Nato a Napoli nel 535, morto nel 595.
[15] Aniello divenuto adulto si consacrò al signore e si ritirò nel montegargano vicino al santuario di s Michele si venera il luogo ove Aniello per sette anni visse da penitente eremita ed ivi ebbe ispirazione dalla SS.a Vergine di tornare in Napoli ed edificarvi un ospedale per i poveri infermi lo che fece in s Gaudioso In Napoli s Aniello ebbe predilezione a vivere ritirato in piccola grotticella prossima la chiesa di s Maria intercede ed ivi mori il 14 dicembre 599 o 576 dopo anni 61 di vita menata al servizio di Dio e della languente umanità… F. Ceva Grimaldi, Della città di Napoli dal tempo della sua fondazione sino al presente memorie storiche, Napoli, 1857, p. 83.
[16] Nato a Cetraro di Cosenza il 1542, morto a Roma il 19 aprile 1606.
[17] M. Cavaglieri, Il pellegrino al Gargano, I tomo, Macerata, 1680, pagina 176.
AMDG et BVM

martedì 19 maggio 2015

Papa Celestino V


Chi ha paura di Celestino V?

Gent.mo Prof. Cardini,

leggo con crescente stupore le dichiarazioni da Lei rilasciate al Dott. Galeazzi su “La Stampa” del 5 luglio, sulle celebrazioni sulmontine dedicate alla figura di Pietro da Morrone che fu Papa Celestino V.

Provo brevemente a commentare le parti rilevanti della Sua intervista:



-“Se fossi papa ci penserei due volte a riabilitare Celestino V”.

-A Sulmona Benedetto XVI non ha riabilitato Celestino V, né ha minimamente pronunciato frasi che, direttamente o indirettamente, potessero essere intese in tal senso. Lo ha, com’è suo preciso diritto, celebrato e non riabilitato.

Il motivo è semplice: Celestino V non ha alcun bisogno di essere riabilitato. Si riabilitano i malfattori più o meno pentiti, non le persone oneste.

-A meno che essere sobri, umili, miti, distaccati dalle cose terrene, non aggressivi, non avidi di ricchezze e di potere, amanti delle cose semplici e pulite che la natura ci offre, non sia un delitto.

-A meno che praticare un cristianesimo coerente, tenace, inflessibile, determinato fino alle estreme conseguenze non sia un reato.

-Le fonti, quelle che giacciono, purtroppo neglette, negli scantinati delle polverose biblioteche italiane, ci narrano un Pietro da Morrone agli antipodi rispetto a quello che lei descrive: non un vile, ma solo e semplicemente un cocciuto montanaro molisano, con un chiodo fisso nella mente: servire Dio. Null’altro.

E’ un reato?

-Si offrì a Dio fin da fanciullo, e fino alla morte fu solo ed esclusivamente uomo di Dio. E di nessun altro.

-E’ un reato per un credente amare Dio e disprezzare il potere, fosse anche quello ecclesiastico?

-Cristo ha mai aspirato al Potere?

-E’ un reato non saper fare il Papa, dichiararlo formalmente, prima, durante e dopo!, come ben si evince dalle ridondanti e inoppugnabili documentazioni che Lei, se vuole, può facilmente reperire?

-E’ un reato, in nome di Dio, di quel Dio che fu il faro unico e saldamente ancorato nella sua mente e nel suo cuore, accollarsi il peso della croce che gli fu imposto dal Conclave di Perugia?

-Cristo commise un reato quando accettò il martirio della croce per salvare l’umanità? Non si oppose! Era un vile?

-Pietro da Morrone commise un reato quando, per salvare la Chiesa del XIII Secolo, che rischiava una crisi irreversibile (se li ricorda i ventisette lunghissimi ed estenuanti mesi di vacanza papale che precedettero l’elezione di Pietro da Morrone?) si accollò il peso di quella croce?

-E’ un reato, per un cristiano, obbedire al mandato dello Spirito Santo, poiché di questo, come certo Lei ben sa, si tratta?

-Celestino V declinò l’incarico dopo solo cinque mesi e quattro giorni interamente passati a supplicare i suoi Cardinali di restituirlo ai meravigliosi silenzi e alla sublime solitudine della sua Maiella. Dov’è la codardia? Dov’è la pochezza d’animo? Dov’è l’ignavo?

-Mi chiedo: ma perchè tanto livore e tanto disprezzo, contro un uomo colpevole di non aver mai fatto male ad anima viva?            (continua)