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martedì 17 novembre 2020

VITA E SCRITTI DI SAN VINCENZO DE' PAOLI. PERCHE' RITORNI NEL MONDO LA CARITA'

 VITA E SCRITTI DI 

SAN VINCENZO DE’ PAOLI

Tempo fa ho ripreso "casualmente" in mano (la Provvidenza...) un libro che avevo letto

attentamente, meditato, sottolineato, gustato, parecchi anni fa: l'ho trovato, oggi, entusiasmante.

Ne ho proposto alcuni frammenti ad alcune persone, persino ad una comunità di venti suore

Adoratrici: è sempre stato, per me, per chi mi ascoltava, una gioia intensa dello spirito.

Ho voluto perciò cercare il modo di donarlo a tanti. Trascrivere su computer i passi più belli di

questo libro ormai introvabile in commercio: è stato per me "meditare", stare in compagnia di

Dio.... ad una tastiera di scrittura. A Te, Spirito Santo, chiedo un aiuto particolarissimo: fa' che ne

scaturiscano frutti abbondanti per tutti, a gloria della SS.Trinità

don Ambrogio

Il libro usato è:

Marcelle Auclair

LA PAROLA A SAN VINCENZO DE' PAOLI

ed. Citt… Nuova (1971) 

FILM:

"Monsieur Vincent " (1947) - Trailer | vídeos - FilmAffinity

www.filmaffinity.com


Mi accorgo che non sarà cosa semplice. Ma chiedo anche a S.Vincenzo che mi assista e mi

guidi. Infatti sento la necessità di premettere almeno qualche breve accenno alla sua vita, affinchè

i suoi insegnamenti possano ottenere il massimo profitto.

Ma.... solo una paginetta? E come faranno i lettori che non conoscono tutte le vicende della

sua vita a capire, quando ricorreranno nomi di persone, di Istituzioni, di personaggi storici?

Sono dunque nella necessità di iniziare a scrivere una Vita di S. Vincenzo: condenserò le

notizie tratte dalla "BIBLIOTECA SANCTORUM": Enciclopedia in tredici volumi sui Santi. 

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VITA DI SAN VINCENZO DE' PAOLI

San Vincenzo non è un santo morto cent'anni fa, come don Bosco (ricordate che don Bosco

morì nel 1888), ma non è nemmeno uno vissuto al tempo dei "Padri della Chiesa" (nei primi

settecento anni di cristianesimo).

San Vincenzo, o meglio, Vincenzo, nacque il 24 aprile 1581.

Egli nacque nel villaggio di Pouy, presso Dax, nella regione delle Lande, in quella magnifica

terra di Francia che ha donato alla Chiesa ed all'umanità così tanti capolavori di santità.

Il suo cognome, con quella particella De' non indica affatto origini nobili: Vincenzo infatti fu

contadino, e fino a quindici anni lavorò duramente i campi.

A quell'età decise per il sacerdozio. E dopo cinque anni di studi fu ordinato sacerdote: la sua

brillante intelligenza lo aveva portato all'ordinazione sacerdotale all'età giovanissima di soli 19

anni!

Gli successe poi un'avventura, chiamiamola così, straordinaria e sconcertante ad un tempo:

durante un trasporto per mare, venne fatto prigioniero da pirati turchi, con altri passeggeri della

nave. Condotto a Tunisi e venduto successivamente a tre diversi padroni, recuperò la sua libertà

dopo due anni, fuggendo con una piccola imbarcazione attraverso il Mediterraneo, in compagnia

del suo ultimo padrone, un rinnegato da lui convertito. La straordinarietà di questi avvenimenti

ha fatto sorgere negli storici qualche dubbio sul tali fatti: ma la maggior parte degli studiosi è del

parere di ritenerli veritieri, anche perchè Vincenzo stesso ne parla in alcune lettere.

Inizia poi una vita straordinariamente intensa e feconda di mille e mille successi di

apostolato: fondò Istituti di preti, di Suore, fu istitutore e cappellano presso famiglie nobili e

potentissime, fu consigliere diretto della regina nel Consiglio degli affari ecclesiastici, forte

oppositore dell'eresia del Giansenismo; fu anche cappellano-capo dei forzati imbarcati sulle

galere; contribuì con i suoi sacerdoti collaboratori a liberare non meno di milleduecento cristiani

schiavi dei turchi; assistette i trovatelli.

Ma vediamo di ripercorrere in maniera un pochino più ampia (pur senza scrivere un libro!)

questa vita così intensa e bella.

A) Le "Serve dei poveri" e le " Dame della Carità"

Vincenzo era parroco da appena un mese, quando vennero a riferirgli che in una famiglia del

vicinato tutti erano caduti ammalati, e non c'era nessuno che li assistesse. L'appello che

immediatamente rivolse ai parrocchiani raccolse una risposta generosissima, ma Vincenzo fece

questa considerazione: "Oggi questi poveretti avranno più del necessario; ma tra qualche giorno

essi saranno nuovamente nel bisogno". Decise quindi di "organizzare" queste generose risposte:

nacque così una confraternita di pie persone che si impegnarono ad assistere a turno tutti gli

ammalati bisognosi della parrocchia. Chiamò questa confraternita con il nome di "Carità", e le

associate furono chiamate "Serve dei poveri". Mandato a fare il sacerdote predicatore nelle

campagne, anche lì fondò delle "Carità". In seguito fondò anche confraternite maschili: ma non

ebbe lo stesso successo. La sua idea sarà ripresa duecento anni più tardi da Emanuele Bailly, nel

1833 a Parigi: riunì inizialmente sette giovani universitari, tra cui Federico Ozanam, l'anima del

gruppo. Risorsero così le "Carità" maschili con le "Conferenze di S.Vincenzo De Paoli".

Queste "Carità" femminili, a Parigi e nelle grandi città cambiarono il nome da "Serve dei 

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poveri" in "Dame della Carità". L'associazione cittadina più importante fu senza dubbio quella

detta dell'Hotel-Dieu (Ospedale): questa straordinaria "Carità" contò centinaia di associate della

più alta nobiltà parigina, tra cui la futura regina di Polonia.

Ancora oggi la Compagnia delle Dame di Carità, con le sezioni più recenti delle "Damine" e

delle "Piccole amiche dei poveri", è in piena attività. Le associate raggiungono il numero di

seicentomila e lavorano in ogni parte del mondo.

B) I Preti della Missione

Il 25 gennaio 1617 Vincenzo tenne una fecondissima predicazione a Folleville: Iddio diede

tanta benedizione alle sue parole, che non bastarono i confessori. Vincenzo, visto il frutto

abbondante e la scarsità di clero, si aggregò alcuni zelanti sacerdoti ed incominciò a predicare di

villaggio in villaggio. Essi diedero inizio ad una Congregazione Religiosa i cui membri, dalla loro

prima Casa-Madre S.Lazzaro, si chiamarono "Lazzaristi".

C) Le Figlie della Carità

In origine erano ragazze di campagna, desiderose di consacrarsi al servizio dei poveri, che

Vincenzo assegnava alle "Carità" cittadine, dove le Dame trovavano più difficoltà ad esercitare

personalmente le opere di misericordia. Il nome "Figlie della Carità" fu quindi il nome più semplice

e più naturale che potesse dare loro il popolo.

Vincenzo non volle che le Figlie della Carità fossero religiose. "Voi avete per monastero -

diceva loro - solo le case degli ammalati e quella della superiora; per cella una camera d'affitto,

per cappella la chiesa parrocchiale, per chiostro le vie della città, per clausura l'obbedienza, per

grata il timor di Dio, per velo la santa modestia!". Ancora oggi i loro voti sono privati ed annuali.

Le opere fiorirono tra le mani di questi angeli della Carità. Dopo i poveri vennero i malati degli

ospedali, i trovatelli, gli orfani, i forzati, i vecchi, i feriti sui campi di battaglia: in una parola, ogni

sorta di miserie fu accolta dalla carità di questa comunità.

D) A favore del clero

E' comprensibile che attorno ad una personalità di tale santità e di tante capacità umane tutti

gli spiriti più alti tendessero a raggrupparsi. Così fu anche per i sacerdoti. Attorno a Vincenzo

quindi si riunirono, per incontri formativi settimanali, fervorosi ecclesiastici: sia per "fare i loro

esercizi", sia per aggiornarsi nella dottrina che dovevano poi insegnare al popolo loro affidato:

ecco l'origine delle "Conferenze del martedì" cui si aggregarono oltre duecentocinquanta sacerdoti,

alcuni dei quali divennero poi famosi sia per santità che per gli incarichi ricevuti. Ma Vincenzo

curò anche la formazione del clero: e diversi dei suoi sacerdoti furono chiamati a guidare i

Seminari in parecchie Diocesi. Addirittura fu chiamato, Vincenzo, dalla stessa regina, Anna

d'Austria, a far parte del "Consiglio di coscienza", o Congregazione degli affari ecclesiastici. Questo

Consiglio si occupava specialmente della scelta dei vescovi e della attribuzione dei "benefici", o

rendite ecclesiastiche; (tra parentesi notiamo la felice situazione della Chiesa ai nostri giorni, in

cui nella scelta dei vescovi non entrano più i poteri degli stati, ma esclusivamente persone di

Chiesa).

Vincenzo fu anche molto attivo nel contrastare e combattere il Giansenismo: un movimento

sorto nella Chiesa cattolica che proponeva un estremo rigorismo sia nella vita spirituale personale

sia nella comunità, tanto da cadere in varie esagerazioni e durezze a livello spirituale e morale. 

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Un altro campo in cui Vincenzo primeggiò fu nella Predicazione. In questo campo egli adottò

un metodo tanto semplice quanto efficace; una volta scelto l'argomento da predicare, egli lo

sviluppava secondo questi passaggi: prima ne spiegava la natura, poi sviluppava i motivi per cui

andava vissuto, ed infine accennava ai mezzi opportuni per tradurlo in pratica. Questo metodo,

molto semplice e popolare, riscosse un immenso successo: tanto più che normalmente gli altri

predicatori usavano espressioni molto ampollose e lontane dalla sensibilità del popolo.

E) Ed infine....

Vincenzo svolse un'opera bellissima presso i galeotti. Egli aveva potuto penetrare nelle

prigioni di Parigi mentre svolgeva il suo ruolo di cappellano presso una nobile e potente casata: i

Gondi. Fu colpito tremendamente dallo stato miserevole in cui versavano i forzati che attendevano

di essere imbarcati sulle galere del re come rematori. Egli divenne subito il loro confortatore e

difensore. Il bene da lui operato nelle prigioni fu conosciuto a corte, ed il re Luigi XIII creò

apposta per lui una nuova carica: quella di Cappellano-Capo delle galere, rendendo così più

efficaci i suoi interventi in favore di questi miseri.

Della sua opera di liberatore dei cristiani fatti schiavi dai turchi s'è già detto. Una parola

invece sulla sua opera di soccorritore dei trovatelli. La società ipocrita del tempo li chiamava con

disprezzo "i figli del peccato": Vincenzo li raccolse e li affidò alle cure delle Figlie della Carità … ed

al portafogli delle Dame. Secondo una indicazione del santo, nel 1657, nella sola città di Parigi le

associazioni vincenziane assistevano 395 trovatelli! Per questo alcune volte Vincenzo è raffigurato

nei quadri mentre tiene in braccio un bimbo trovato sulla via.

Vincenzo dedicò il suo cuore e la sua inventiva di carità anche ad assistere le popolazioni

provate dalla Guerra dei Trent'anni: a Parigi organizzò dei centri di raccolta di soccorsi in denaro

ed in natura, che i suoi missionari e le sue suore portavano poi a destinazione. L'opera delle

minestre sfamò fino a cinquemila persone in una sola parrocchia!

Considerato tutto questo.... non è quindi strano che il giorno 12 maggio 1885 il papa Leone

XIII, accogliendo il desiderio espresso da numerosi vescovi, dichiarò Vincenzo patrono universale

di tutte le opere di carità, che in qualsiasi modo si riferissero a lui.

Alla conoscenza di S. Vincenzo ha contribuito, anni fa, un bel film (oggi quasi introvabile)

realizzato in Francia nel 1947 dal titolo "Monsieur Vincent". Il film raggiunge un alto livello

artistico, sotto la regia di Maurice Cloche e con il noto attore Pierre Fresnay che interpreta

ottimamente il nostro, grazie anche agli efficaci dialoghi cui aveva messo mano anche il celebre

drammaturgo Jean Anouilh. L'interpretazione di Pierre Fresnay è stata premiata nel 1947 a

Venezia, mentre nel 1948 la pellicola ottenne l'Oscar per il miglior film straniero.

Bisogna aggiungere che il volto di Vincenzo è noto anche in filatelia. Molti stati hanno

così voluto onorare il benefattore dell'umanità sofferente.

Gli stessi rivoluzionari avevano innalzato a Vincenzo un busto nel Pantheon di Parigi: oggi

però tale busto si trova nella parrocchia di Clichy, ove il santo era stato parroco. Anche il suo

villaggio natale porta il suo nome: Berceau de Saint Vincent De Paul.

Così resta conclusa la presentazione di questo gigante della Santità: forse essa è stata

troppo lunga per essere una semplice introduzione alle sue parole - che restano lo scopo

principale di queste pagine - e, nello stesso tempo, troppo breve per la fame di chi cerca di più.

O, forse, va bene così. Se vorrai, potrai metterti alla ricerca della sua vita scritta più

ampiamente. Intanto vorrei offrirti una selezione, spero sostanziosa anche per mole, delle sue

parole: vi scoprirai un maestro splendido. Sempre amorevole.

S.Vincenzo, ottieni anche a noi di partecipare del tuo carisma di carità e di imitare la tua splendida 

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personalità. AMEN.

LA PAROLA ....... A SAN VINCENZO DE' PAOLI

Come anticipato, vogliamo dare la parola direttamente a "Monsieur Vincent": dal libro citato

di Marcelle Auclair sono tratti i brani qui riportati.

1.

(Da due anni nessuno ha più sue notizie. Una lettera da lui scritta da Avignone nel 1607 al

Sig. De Comet, presso cui prestava servizio come istitutore ecclesiastico....)

"Signore, voi che conoscete bene le mie cose, avete forse saputo che trovai un testamento in

mio favore lasciatomi da una buona vecchia signora di Tolosa. Per incassarlo partii per quella città

e poi per Marsiglia. Per il ritorno mi imbarcai per Narbona, con l'idea di risparmiare tempo. Ma

quando fummo per mare, tre brigantini turchi che costeggiavano lungo il golfo del Leone ci

attaccarono con tale violenza da uccidere alcuni dei nostri e ferirne altri. Io stesso ricevetti un

colpo di spada, che mi farà da orologio per tutto il resto della mia vita. Fummo costretti ad

arrenderci. Ci incatenarono, dopo averci sommariamente medicati. Infine fecero rotta per

Barberia, tana e spelonca di furfanti; là ci misero in vendita, dopo un sommario processo verbale

sulla nostra cattura, secondo cui noi saremmo stati prelevati da una nave spagnola.

La procedura della nostra vendita è breve a dirsi: ci spogliarono dei nostri abiti, dettero a

ciascuno un paio di brache, una giubba di lino con un berretto e ci portarono in su e in giù per la

città di Tunisi, con la catena al collo. Poi ci misero in mostra in piazza, ed i mercanti si

avvicinarono per guardarci, come si fa di solito quando si compra un cavallo od un bue: ci

facevano aprire la bocca per controllare la dentatura, ci palpavano i fianchi e studiavano

attentamente le nostre ferite. Ad un certo momento ci fecero camminare al passo, trottare, e poi

correre; poi ci fecero portare dei pesi e persino lottare per saggiare la forza di ciascuno, ed altre

brutalità del genere.

Fui venduto ad un pescatore, che fu costretto ben presto a disfarsi di me, poichè‚ ero proprio

negato per il lavoro di mare. Mi vendette quindi ad un vecchio medico alchimista. Gli ero molto

simpatico e mi parlava spesso dell'alchimia, e più ancora della sua fede, alla quale faceva ogni

sforzo per attirarmi, promettendomi in cambio molte ricchezze e tutta la sua scienza chimica.

Dio manteneva viva in me ogni giorno la fiducia della mia liberazione per le costanti preghiere

che rivolgevo alla Vergine Maria, per la cui intercessione credo di essere stato salvato.

Rimasi alle dipendenze di questo vecchio per quasi un anno. Poi morì, lasciandomi in eredità

ad un suo nipote, che subito mi rivendette ad un apostata. Lavorai per lui in montagna, in una

zona desertica e calda. Una delle sue tre mogli prese a benvolermi, e divenne lei la causa della

riconversione di suo marito, e della mia liberazione. Ella infatti, curiosa com'era di conoscere il

nostro modo di vivere, veniva a trovarmi mentre lavoravo nei campi, e voleva che io cantassi le

lodi di Dio. Cantai i salmi, la Salve Regina e molti altri canti. In ciò ella trovava tanto piacere che

c'è da restare stupiti. Fin che giunse a rimproverare il marito per aver abbandonato la religione

cristiana, da lei ritenuta vera, perchè io le avevo detto alcune cose su Dio e per alcuni inni di lode

che avevo cantato in sua presenza. Alla fine salpammo tutti con una piccola barca ed il 28 giugno

sbarcammo ad Aigues-Mortes. Dopo arrivammo ad Avignone, dove il Vice-legato accolse

pubblicamente l'apostata, con le lacrime agli occhi."

2.

" C'è un membro della Compagnia che, accusato di aver derubato un compagno, e 

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pubblicamente definito come ladro - benchè‚ non fosse vero - tuttavia non ha mai voluto

giustificarsi. Un giorno, vedendosi così ingiustamente accusato, pensava tra sè e sè: "Non ti

discolpi? Ciò di cui ti accusano non è vero!". "Oh! no, rispose, rivolgendo il suo pensiero a Dio,

bisogna che io sopporti pazientemente questo oltraggio". E così fece. Che cosa accadde in

seguito? Sei mesi dopo, il vero ladro, che era andato a vivere cento leghe lontano da qui,

riconobbe la sua colpa e scrisse chiedendo perdono. Ecco, Dio, talvolta, vuol provare alcune

persone e perciò permette che succedano simili fatti."

(Vincenzo non dice proprio tutto: sta parlando di se stesso e del suo compaesano il giudice di Sore:

l'accusa riguardava la somma di quattrocento scudi. Il ladro era un garzone venuto in casa per una

commissione. Sotto le ingiurie, Vincenzo chinò la testa e disse con mitezza: "Dio sa la verità").

3.

"Quando uno ha patito dentro di sè‚ pene e tribolazioni, diventa più sensibile a quelle degli

altri. Coloro che hanno sofferto la perdita dei beni, della salute e dell'onore, sono più adatti a

consolare le persone che si trovano nelle medesime situazioni dolorose, più adatti di coloro che

non hanno mai avuto esperienze simili...".

(E' bene, per trarre il massimo frutto da questi scritti di santi, leggere a piccole dosi.... meditare.... ed

attualizzare per noi stessi.)

4.

(Parlando di un grande personaggio, vescovo, cardinale, fondatore di una spiritualità che influenzò

moltissimo generazioni e generazioni di preti, Mons De Brulle, Vincenzo scrive queste semplicissime e,

proprio per questo bellissime, osservazioni utilissime anche per noi, ogni giorno)

"Questo gran servitore di Dio aveva l'abitudine di dire che era bene mantenersi sempre in

basso, che i posti più umili erano i più sicuri e che c'era qualcosa di non buono nelle condizioni

elevate e di prestigio: per questo i santi avevano sempre rifuggito ogni dignità e nostro Signore,

per convincerci col suo esempio oltre che con la sua parola, aveva detto, parlando di se stesso,

che era venuto al mondo per servire e non per essere servito. Dio non ci ha mandato per

ottenere cariche ed uffici onorevoli‚ per parlare ed agire con pompa ed autorità, ma per servire ed

evangelizzare i poveri".

5.

(Ascoltiamo come Vincenzo descrive il lavoro fatto sul proprio carattere da una grande dama della

società, presso cui era cappellano e confessore)

"La signora generalessa delle galere (la Signora Gondi) era soggetta ad una grande

irascibilità; non appena si accorgeva però di una sua impazienza, ella si inginocchiava davanti alla

sua cameriera e le domandava perdono....

Ella riusciva a sopportare tutti, chiunque fossero. Non c'era persona per cui non riuscisse a

trovare delle scuse, allegando a volte l'umana debolezza, a volte l'inganno del demonio,

l'impulsività del carattere, l'irritabilità …

Ella non soltanto non diceva mai male di nessuno, ma non trovava nulla a ridire e trovava

tutto bene... Aveva la pratica di non parlare mai male degli assenti. Al contrario, ne

difendeva la causa e distoglieva ogni discorso che tendesse alla maldicenza, con saggia

accortezza".

6. La prima confraternita della Carità

"Una domenica, mentre mi preparavo per celebrare la santa Messa, mi portarono la notizia 

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che in una casa sperduta in mezzo ai campi, tutte le persone erano cadute malate, non ce n'era

una che potesse assistere le altre, e tutte si trovavano in uno stato di grave bisogno. La notizia mi

colpì profondamente al cuore.

Non mancai di raccomandare il caso durante la predica con tutto il mio affetto, e Dio fece sì di

toccare il cuore di tutti quelli che mi ascoltavano. Dopo pranzo facemmo una riunione presso una

buona signorina della città, per vedere quali soccorsi potessimo prestare, e ciascuno si dichiarò

disposto ad andare a trovare quei poveri infelici e consolarli con parole ed aiuti, secondo le proprie

possibilità. Dopo i vespri, scelsi un parrocchiano, uomo di campagna, ed insieme ci

incamminammo per andare a visitarli. Lungo la strada incontrammo alcune donne che ci

precedevano e, proseguendo ancora, alcune altre che ritornavano. Era d'estate, durante il periodo

della grande calura, e quelle brave donne, per riposarsi, si fermavano lungo i bordi della strada.

Alla fine, figlie mie, ne incontrammo tante di persone che voi avreste detto trattarsi di una

processione.

Appena arrivato, visitai i malati ed andai a prendere il Santo Sacramento per quelli che erano

più abbattuti. Dopo averli dunque confessati e comunicati, si trattò di vedere come provvedere

alle loro necessità. Proposi a quelle brave persone che la carità aveva condotto fin là, che si

scegliessero ciascuno una giornata per andare ad accudire non soltanto quelle persone, ma anche

quelle che sarebbero venute in seguito. Fu questo il primo luogo dove fu fondata la Carità".

(La visita dei poveri e dei malati a domicilio venne fuori così organizzata ... dalla necessità. Per tre mesi

Vincenzo lasciò che le cose seguissero il corso naturale che avevano preso, e quando tutti gli ingranaggi gli

parvero sufficientemente collaudati a contatto con la vita quotidiana, domandò ed ottenne l'approvazione dal

Vescovo di Lione.

E pensare che, dopo quattro mesi dal suo arrivo in parrocchia .... Vincenzo dovette trasferirsi!

Quattro soli mesi ..... Quando una persona è strumento nelle mani di Dio....)

(Ed ora ecco di seguito la REGOLA: ogni suo particolare è un miracolo di tenerezza)

7. Carità femminile di Chatillon-les Dombes

La priora accoglierà nelle cure della confraternita i malati veramente poveri e non quelli che

dispongono di mezzi di sostentamento..... Quando ne avrà accolto qualcuno, avvertirà la sorella

che sarà di servizio quel giorno, e questa andrà a visitarlo subito. La prima cosa che dovrà fare è

di vedere se abbia bisogno di una camicia bianca, affinchè, se ne avesse bisogno, gliene porti una

della confraternita, insieme con i lenzuoli bianche, se ne occorressero.. Fatto ciò, lo farà

confessare perchè possa ricevere l'indomani la comunione, poichè è nel proposito di questa

confraternita che quanti vogliano essere assistiti si confessino e si comunichino. Prima di tutto gli

porterà un'immagine del crocifisso, che sistemerà in un punto in cui possa essere vista dal malato,

affinchè rivolgendo talvolta gli occhi da quella parte, egli possa considerare che cosa il Figlio di

Dio ha sofferto per lui. Porterà inoltre quelle suppellettili che gli possano essere necessarie, come

un vassoio, una bacinella, una scodella, un piattino ed un cucchiaio e, subito dopo, informerà la

sorella che sarà di servizio l'indomani di preoccuparsi di far pulire e mettere in ordine la casa del

malato in attesa di ricevere la comunione, e di fargli giungere il vitto....

La sorella che avrà il turno di giorno, avendo prelevato dalla tesoreria quello che sarà

necessario per il sostentamento dei poveri di quel giorno, preparerà il pranzo e lo porterà ai

malati. Avvicinandosi loro li saluterà con gioia e carità, accomoderà il vassoio sul letto, vi

sistemerà sopra una tovaglia, una scodella, un cucchiaio e del pane, farà lavare le mani agli

ammalati e farà recitare il Benedicite, verserà la minestra nella scodella e metterà la carne in un

piatto, accomodando ogni cosa sul sopradetto vassoio, poi inviterà con tutta la carità il malato a

mangiare, per l'amore di Gesù e della sua santa Madre.

Farà tutto con amore, come se stesse trattando il proprio figlio, o piuttosto Dio stesso, che 

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reputa fatto a se stesso il bene che lei compie ai poveri. Gli rivolgerà qualche parola del Signore;

se si accorge che è molto triste, cercherà di rincuorarlo, gli affetterà la carne, gli verserà da bere,

e dopo di averlo avviato a mangiare in tal modo, se c'è qualcuno che gli stia vicino lo lascerà per

andare a trovare un altro povero che tratterà allo stesso modo, ricordandosi che bisogna

cominciare sempre con l'ammalato che ha qualcuno che gli fa compagnia, e finire con quelli che

son soli, in modo di potersi trattenere presso di loro un po' più a lungo. Poi, la sera, ritornerà per

portare loro la cena con la stessa maniera ordinata di prima.

Ogni malato avrà quanto pane gli è necessario, con un quarto di libbra di montone o di manzo

bollito per il pranzo e la medesima quantità di arrosto per la cena, eccettuate le domeniche e le

feste, in cui si potrà dar loro qualche pollo bollito per il pranzo, e mettere della carne tritata nella

minestra della sera due o tre volte la settimana. I malati sfebbrati avranno mezzo litro di vino al

giorno, metà a pranzo e metà a cena.

Il venerdì, il sabato e gli altri giorni di astinenza, riceveranno due uova con la minestra e un

pezzo di burro per il pranzo, e altrettanto per la cena, preparando le uova come loro desiderano.

Se si troverà del pesce a prezzo ragionevole, si darà loro soltanto a pranzo..."

E poichè lo scopo di questa istituzione non è soltanto quello di assistere i poveri

corporalmente, ma anche spiritualmente, le sopraddette serve dei poveri metteranno ogni cura e

studieranno di disporre a meglio vivere i malati che si giudica possano guarire, e a ben morire

quelli che stessero per morire...".

8.

(Tra le molte conversioni, Vincenzo racconta la storia assai colorita del conte de Rougement)

Ho conosciuto un gentiluomo di Bresse, il signor de Rougement, un vero uomo di mondo: era

un pezzo di uomo ben fatto, che si era trovato spesso in pericolo per aver dovuto assistere altri

gentiluomini che avevano qualche contesa per le mani, o per aver lui stesso sfidato a duello quelli

che avevano qualcosa da ridire con lui. Me l'ha detto lui: "Non si può immaginare quante persone

io abbia sfidato, ferito, ucciso...". Conoscendo il male n cui si trovava, risolse di cambiar vita

(Vincenzo si guarda bene dal dire chi lo abbia spinto a ciò...), e così fece. Dopo questo

cambiamento fece tali progressi da chiedere al vescovo di Lione il permesso di tenere il SS.

Sacramento nella sua cappella... Mi mise al corrente delle pratiche della sua devozione e del suo

distacco dalla creature: "Sono sicuro che, se non sono attaccato a niente, potrò giungere a Dio,

che è il mio unico scopo".

Un giorno, viaggiando a cavallo, cominciò ad esaminarsi per vedere se fosse attaccato a

qualcosa. Facendo dunque questa sua meditazione, si chiedeva: "Sono attaccato al mio Dio o a

qualche altra cosa?" (perché esistono anche gli attaccamenti spirituali...). "Sono attaccato al mio

castello?" - No. - Ma se il fuoco scoppiasse improvviso dal di dentro e lo distruggesse tutto, non

proverei alcun dispiacere? - Non credo. - Se Dio permettesse una tale evenienza, mi

conformerei alla sua santa volontà, nel pensiero che il Signore non aveva nè castello nè casa per

sè. E al mio cappello che mi preserva dal sole e dalla pioggia, non sono forse troppo attaccato?

Non amo troppo la signora contessa, o qualche altra creatura? Non sono attaccato ai miei beni e

alle mie rendite?"

Dopo queste interrogazioni, riconobbe che nessuna di queste cose lo toccava minimamente.

Ma i suoi occhi caddero sulla sua spada; e pensando al servizio che questa gli aveva reso in

parecchie occasioni pericolose, sentì un certo attaccamento per essa e si accorse che avrebbe

sofferto a disfarsene. La natura infatti gli gridava dentro: "Una spada che mi ha tante volte

salvato la vita! Bisogna proprio che io la conservi!". Ecco dunque che cosa gli suggeriva

l'attaccamento: "Guardati bene dal disfartene! Che faresti se fossi sorpreso ed attaccato senza

avere di che difenderti?". L'angelo buono gli sussurrò nel cuore, mentre rivolgeva questi pensieri

nella sua mente: "E bravo, hai più fiducia in questa tua spada che in Dio; hai più fede in un pezzo

di ferro che nella Provvidenza di Dio. Chi ti ha dato il mezzo di uscir fuori da quei precipizi in cui tu 

9

eri caduto? Non è stato forse il pensiero che Dio ha avuto per te? E tu attribuisci tutto ciò alla tua

spada?".

Viene preso dal rimorso di coscienza che si impossessa di lui, lo fa rientrare in sè e gli fa

esclamare: "Sei un bel miserabile! Ah, mio Dio, perdonatemi le mie infedeltà".

E, nello stesso istante, scende dal cavallo e spezza quella spada contro una roccia, per non

aver proprio alcun attaccamento. Ma subito provò quel sovrappiù che le anime generose ricevendo

quando si liberano da ciò che non piace a Dio; provò infatti nell'anima una così grande

consolazione in quello stesso momento in cui infranse la sua spada, come non aveva mai provato

prima.

9.

(Dopo solo quattro mesi di permanenza in parrocchia, deve lasciarla, perchè chiamato altrove

dai suoi superiori; ma sono quattro mesi che contano per l'eternità: l'origine della Società di

S.Vincenzo è là. Il saluto di Vincenzo non è un arrivederci, ma un addio.)

Quando la Provvidenza m'ha condotto a Chatillon, credevo mio dovere di non lasciarvi mai;

ma poichè pare che Essa ordini altrimenti, rispettiamola, voi ed io, e seguiamole sue sante

decisioni.

Da lontano, come da vicino, vi sarò sempre presente nelle mie preghiere. Da parte vostra,

non dimenticatevi di questo miserabile peccatore....

10. (Vincenzo espone il suo metodo di preghiera, ispirato a quello del santo Vescovo di

Ginevra Francesco di Sales)

E' vero che in tutte le comunità si trovano parecchie persone, che sono spesso le migliori, che

non riescono ad applicarsi nella meditazione per la quale occorrono immaginazione e

ragionamento; ma il caro Vescovo di Ginevra ha insegnato ai suoi religiosi un altro tipo di

preghiera, che possono fare anche i malati: di tenersi cioè con dolcezza davanti a Dio,

mostrandogli i nostri bisogni, senza alcun'altra applicazione spirituale. Come fa un povero che

denuda le sue piaghe e così commuove con maggior forza i passanti ad aiutarlo, più che se si

rompesse la testa a persuaderli delle sue necessità. Si fa dunque una buona preghiera

mantenendosi in tal modo alla presenza di Dio, senza alcuno sforzo di pensiero di volontà.

 ..... Mi ricordo di un pensiero del Vescovo di Ginevra, parole divine e degne di un sì grande

uomo: "Non vorrei andare a Dio, se non è Dio a venire da me!". Parole da meditare. 


*** http://www.ambrogiovilla.it/wp-content/uploads/2014/02/S.VINCENZO-DE-PAOLI.pdf


AMDG et DVM

VIVERE CON IMPEGNO. LA CARITA' DI SAN VINCENZO DE' PAOLI -

 


Estratto dal testo di Jean-pierre Renouard, CM, 

San Vincenzo de Paoli., Maestro di sapienza,

Iniziazione allo spirito vincenziano – 

Edizioni Vincenziane 2012


VIVERE CON IMPEGNO

La donazione fatta a Dio è radicale. Mai Vincenzo è tornato indietro. Egli ha espressioni

invariabili circa l'offerta di sé e la perseveranza. "Diamoci risolutamente a Dio per essergli

fedeli tutta la nostra vita".1 Questo dono ha motivazioni elevate: la venuta del Regno nei nostri

cuori, l'annuncio del Vangelo, il servizio dei poveri, la fedeltà alla vocazione e la gioia di

appartenere al Cristo. Perseverare significa resistere fino alla fine impiegando i mezzi adeguati,

vale a dire i sacramenti ed una vita interiore nutrita dalla vita di preghiera. Non esiste

perfezione senza la perseveranza che conduce alla gloria finale. Quando Vincenzo esorta le

Dame della Carità a vivere questa attitudine, egli ha in mente tutto il bene di cui esse sono

promotrici e che andrebbe invece perduto in caso di abbandono da parte loro. Occorre tenere i

manici dell'aratro fino alla fine. Vale sia per i laici che per i consacrati.


Votarsi

Abbiamo già accennato alla forza della donazione di Vincenzo quando decide di consacrare

tutta la sua vita ai poveri. Certo, è il suo primo biografo che ci parla di quel momento. E

qualche volta si potrebbe ben dubitare di quanto scrive, poiché Abelly tende a sottolineare i lati

positivi di Vincenzo allo scopo di affrettare la sua beatificazione. Ma perché dubitare?

Crediamo a quanto ci dice chi lo ha conosciuto da vicino: alla fine di un periodo di tentazione

durato tre o quattro anni (è molto!), guidato dalla grazia, Vincenzo se ne libera prendendo la

decisione "irrevocabile e inviolabile di consacrare tutta la sua vita, per amore di Gesù Cristo,

al servizio dei poveri". Fatta questa scelta, cessano le tentazioni, egli ritrova la sua libertà

interiore e la sua anima si riempie di luce. Vorremmo saperne di più, ma pensiamo che da

questo punto abbia inizio il percorso decisivo della sua vita.

Si è scritto che il cambiamento è stato radicale.2 Se alcuni parlano di "conversione", io la

collocherei in questo preciso istante, lo ripeto, perché credo che egli abbia fatto le sue scelte

definitive nel 1611 quando è diventato curato di Clichy. È evidente che egli ha cercato il giusto

terreno per essere vicino ai più poveri del suo tempo. Per un po' ha avuto dei tentennamenti, ma

poi ha trovato i giusti riferimenti grazie agli avvenimenti di Folleville e Chàtillon rivelatori

della sua autentica missione. Vincenzo si è reso conto allora che la sua via era il servizio e la

missione. Gli restava da individuare le modalità concrete. Tutto fa pensare che lui stesso abbia

sperimentato la forza del dono totale, che chiederà in seguito anche ai suoi confratelli, con i

voti.

Ora, lo ritroviamo, dal 1627 o 1628, a fare i suoi voti. E così pure li pronunciano i suoi

Missionari. È lui stesso che segnala questo fatto e ne fornisce le motivazioni: "è piaciuto a Dio

di concedere alla Compagnia, fin dagli inizi, il desiderio di mettersi nello stato più perfetto,

senza entrare nello stato religioso; e proprio a questo scopo noi abbiamo fatto dei voti, per

unirci più intimamente a Nostro Signore e alla sua Chiesa; e il Superiore della Compagnia ai

suoi membri, ed i membri al loro superiore; e ciò fu a partire dal secondo o terzo anno".3 Si

noti il "noi". La storia dei voti nella Congregazione della Missione sarà lunga, ma è eloquente

ciò a cui mirano: perseverare per servire!

Per i Missionari e le Figlie della Carità, il dono è totale; per Vincenzo e i suoi confratelli vi è la

volontà di vivere poveri, casti, obbedienti per meglio donarsi ai poveri. È questa la finalità

ultima: non appartenere più a se stessi, ma donarsi completamente a Dio e al servizio delle sue

membra sofferenti. Ecco un punto fermo sul quale egli tornerà spesso: piacere così a Dio,

donarsi a lui, ed accentuare la fedeltà alla ricerca della perfezione.

Che spiritualità ne risulta! I tre voti di castità, povertà, obbedienza, favoriscono il dono di sé, lo

alimentano, lo stimolano e in qualche modo lo rendono più saldo. Per vivere il dono, bisogna

abbandonare tutto, non possedere niente, non lasciarsi possedere da niente, avere Dio come

eredità, rifiutare di fare la propria volontà per lasciare il primo posto a quella di Dio.

Da un punto di vista più evangelico, si può dire che i voti appaiono come un mezzo più forte per

partecipare allo Spirito di Gesù, che è amore, offerta, lode, "religione perfetta" verso il Padre e

Salvatore per gli uomini e il mondo. Il Missionario fa totale dono di sé a Dio e agli uomini per

liberare i suoi fratelli dalla schiavitù del piacere, della ricchezza e dell'orgoglio. Per essere un

liberatore efficace, egli apprende, tramite i voti, a rendere effettiva la propria liberazione.

Pertanto questi hanno una finalità missionaria. Ne sono la prova queste tre citazioni che

corrispondono alle tre promesse:

- Noi andiamo ovunque a predicare la castità ed a inculcarla al popolo. Quanto è dunque

importante che noi la possediamo grandemente! 4

- La vocazione dei missionari è uno stato di vita apostolica che consiste nel lasciar tutto come

gli apostoli, per seguire Gesù Cristo e diventare veri cristiani.

5

- Una volta impegnate risolutamente nella pratica di questa virtù, Figlie mie, sarete più

luminose del sole dei soli ... La virtù dell'obbedienza, apparendo in ciascuna di voi, farà dir

subito a chi vi vede che siete serve di Dio.

6

Un'unica finalità unisce questi voti, l'operare per la salvezza dei poveri da parte dei Missionari

ed il servizio corporale e spirituale da parte delle Suore. Ciascuno è un operaio di Dio e, a

questo titolo, è invitato a farsi il più possibile vicino a Gesù, Servo ed Evangelizzatore dei

poveri. E chi non vede che Gesù fu perfettamente casto, povero ed obbediente "fino alla morte

di Croce" (Fil 2, 8)?

Lo scopo della ricerca della perfezione è indicato da Vincenzo nella sua conferenza "sul fine

della Congregazione della Missione" del 6 dicembre 1658. Si tratta di rendersi graditi a Dio: "E

se al mattino siamo a sei gradi, nel pomeriggio dobbiamo giungere a sette, facendo le nostre

azioni il più perfettamente possibile"

7

. Tutto può esserci di aiuto: l'offerta mattutina, la

preghiera, gli atti d'amore compiuti come missionari e persone consacrate. Tutti e tutte devono

testimoniare ciò che sono nel loro intimo, al fine di aiutare i più svantaggiati e toccare i loro

cuori. Per riconciliare gli uomini con Dio, bisogna essere completamente suoi: "Quale

vantaggio avremo dall'aver compiuto meraviglie per gli altri se avremo lasciato

nell'abbandono la nostra anima?". Bella chiosa di Mt 16, 26! Questo oggi si chiama radicalismo evangelico. La persona consacrata sceglie liberamente di vivere una condizione dove

l'assoluto, la radicalità diventano la legge interiore della propria esistenza. Vincenzo afferma

ciò in maniera incisiva: il Cristo è l'unica aspirazione dei nostri cuori.

Donarsi

Certamente non tutti i membri della famiglia vincenziana sono chiamati a fare i voti. Il loro

impegno è piuttosto orientato al dono. Che cosa significa donarsi? L'espressione ritorna spesso

in san Vincenzo a sottolineare la volontà di vivere in stato di offerta, come essere "mangiati",

"divorati". Ci sono dei vincenziani che non si appartengono! Anche in questo campo rivedo dei

volti che testimoniano una vita completamente donata! Un vero e nobile attestato! Il Cristo è il

modello del dono. Egli è un dono perfetto e permanente. Alcune parole esprimono ciò che egli

fa per noi: Incarnazione, Redenzione, Eucaristia. Egli è ugualmente presenza, dono perpetuato

attraverso il suo Spirito Santo che abita in ogni cristiano dal momento del battesimo, come

sottolineava Vincenzo nel dicembre 1658:


La rugiada dello Spirito

“... è necessario rivestirsi dello Spirito di Gesù Cristo. O Salvatore, o fratelli, quant'è

importante rivestirsi dello Spirito di Gesù Cristo! Questo vuol dire che per perfezionarci e

soccorrere con frutto le popolazioni, per ben servire il clero, dobbiamo far di tutto per imitare

la perfezione di Gesù Cristo. Ma dire questo significa anche dire che da noi stessi non

possiamo nulla. Bisogna essere ricolmi e mossi dallo Spirito di Gesù Cristo. Per ben capire

ciò, bisogna sapere che il suo Spirito è diffuso in tutti i cristiani che vivono cristianamente. Le

loro azioni e le loro opere sono permeate dallo Spirito di Dio ed è grazie al suo Spirito che egli

ha suscitato la Compagnia, e voi lo vedete bene. Ed è secondo questo Spirito che essa deve

comportarsi. Essa di fatto ha amato sempre le massime cristiane e ha desiderato rivestirsi

dello Spirito del Vangelo, per vivere ed operare come Nostro Signore, affinché il suo Spirito

brilli in tutta la Compagnia ed in ciascun missionario, in tutte le sue opere in generale ed in

ognuna in particolare.” 8

È evidente che il vincenziano non esiste, se non si dona completamente a Dio! Questo dono può

assumere diverse forme che rappresentano il manifestarsi della grazia di Dio nei cuori. Si tratti

dei Gruppi di Volontariato Vincenziano, delle Conferenze, o dei membri dei vari rami della

Famiglia, tutti e tutte hanno deciso di seguire una regola, sia essa scritta o no, un documento

costitutivo, un cammino di vita. Desiderano servire e donarsi totalmente a Dio e alle persone

che hanno bisogno di aiuto. Il loro coinvolgimento non è semplicemente come quello di

membri di una organizzazione umanitaria, anche se ciò è rispettabile, ma li porta a vivere uno

spirito. Abbracciano una spiritualità e la vivono nel quotidiano.

Per esempio, i Gruppi di Volontariato Vincenziano sono fedeli a ritrovare le proprie radici nel

Vangelo durante le riunioni mensili di gruppo e seguono regolarmente il tema di riflessione

annuale. La Società di san Vincenzo de Paoli ha una commissione di spiritualità e trae

nutrimento in ogni incontro della Conferenza. Queste due principali organizzazioni di laici

hanno propri organi di stampa a supporto della vita e dell'azione associativa. Anche la gioventù

mariana vincenziana (GMV) o il MISEVI 9

vivono facendo genuino riferimento allo spirito e al

messaggio vincenziano. Il dono è costitutivo della loro vita.

E questo dono è anche reciprocità: non soltanto il vincenziano va verso i poveri, ma trova in

essi un premio in cambio, una perla preziosa: Dio viene verso di lui. Egli si dona interamente a

colui che serve. Da una offerta spesso materiale e qualche volta spirituale, il donatore riceve un

bene incommensurabile, Gesù Cristo stesso! È una verità del tutto evangelica che Cristo

s'identifica con il povero.

E questo scambio è duplice, in quanto si dice anche che i poveri ci evangelizzano, ci

trasmettono le loro qualità, le loro gioie, il loro vissuto spesso ricco e ricolmo di valori. E’

necessaria dunque una rilettura quando la loro vita incrocia la nostra e ci dà degli insegnamenti

che ci portano a migliorarci.


TESTIMONIARE INSIEME

La vita, l'apostolato o il servizio sono sempre i frutti migliori di un'azione comune. Il

vincenziano è fatto per una comunità, un gruppo, una conferenza. Le implicazioni sono

diverse, ma il fondamento è lo stesso: l'unione fa la forza! Senza di essa, il buon esito delle

opere è compromesso, ma al contrario, in virtù di essa, Dio e i poveri sono meglio serviti e

amati. È una logica confermata dall'esperienza dei santi e dei cristiani.

La vita in comunità

Vincenzo ha scommesso tutto sulla vita e l'apostolato in comunità. Sia nella sua Congregazione

che nella Compagnia delle Figlie della Carità, si deve vivere e lavorare insieme. Anche se ci

può essere, e a volte giustamente, qualche franco tiratore, non bisogna imitarlo. La loro

presenza per difetto postula il bene che la vita fraterna e la missione comunitaria procurano.

A partire dal momento della firma dell'atto costitutivo della Congregazione della Missione, il

17 aprile 1625, Vincenzo e i Gondi s'accordano perché non venga a mancare "qualche ecclesiastico di riconosciute dottrina, pietà e capacità... per dedicarsi completamente e unicamente

alla salvezza del povero popolo, andando di villaggio in villaggio".10 A questa fondazione

segue l'atto associativo dei primi Missionari: Vincenzo de Paoli, Francesco du Coudray,

Antonio Portail, Giovanni de la Salle.11 È pertanto chiaro che la comunità vincenziana esiste

fin dall'inizio per la Missione. E la storia lo prova. L’una infatti è mezzo necessario per l'altra.

La vita fraterna è inscindibile dall'attività missionaria. La presuppone e la sostiene. Senza di

essa, l'attività missionaria perde il suo significato e il suo vigore, vista la sua natura. Lo stesso si

può dire per le Figlie della Carità che prolungano in qualche modo l'intuizione di Chàtillon e si

richiamano, ampliandola, all'esperienza delle Confraternite della carità.

Vivere insieme, significa adottare deliberatamente i modi di essere di Dio. Egli è "trino" e

dentro di Lui vi è comunione, movimento, espansione, interscambio. Vincenzo vuole che i suoi

confratelli e consorelle vivano in stato trinitario, gli uni aperti agli altri, in comunione di intenti,

di servizio, di comprensione, di aiuto, vale a dire d'unione, di sostegno e di accettazione, anche

se ciò comporta sofferenza. La loro prima riflessione deve essere quella di pensare che vivendo

uniti, essi imitano Dio, vivono come Dio e con Lui. Inoltre, devono sempre ricordare che non

sono uniti per caso ma per scelta divina: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi"

12

.

Il Cristo è "la sorgente e il modello di ogni carità".13 È "la regola della Missione".14 E’ lo

scopo del servizio dei poveri. Tutto il significato spirituale della comunità si trova nella

persona di Cristo e del Cristo totale di cui i vincenziani consacrati sono elementi indispensabili.

Ecco perché è importante pregare insieme, celebrare le lodi divine in comunità e condividere il

tesoro spirituale, soprattutto quello che proviene dalla preghiera quotidiana, senza dimenticare

gli scambi sul Vangelo, la ripetizione dell'orazione e le revisioni di vita o di attività, sotto lo

sguardo di Cristo. Tutti sono riuniti in Gesù. Bisogna sempre ricordare il primo paragrafo del

primo capitolo delle Regole Comuni delle Suore: "Dio ha chiamato e riunito le Figlie della

Carità per onorare Nostro Signore Gesù Cristo".15


La vita in gruppo

Essa è evidentemente più flessibile della vita fraterna in comunità poiché riunisce dei laici che

hanno vocazione a vivere con altri sia in famiglia che nel mondo. Tuttavia è chiaro che si

manifesta un vivere ed un agire insieme che affonda le radici nella storia. Vincenzo organizza

la prima Carità facendo lavorare le prime dame impegnate a turno ed in maniera strutturata. La

loro associazione contiene in germe quella delle Figlie della Carità.

Queste donne della borghesia e della nobiltà si mettono insieme per organizzarsi; si danno una

struttura in base ai servizi che devono realizzare: priora o presidente, assistente, sottopriora o

vicepresidente, tesoriera. Siamo nel 1617 e Vincenzo annuncia nel regolamento della prima

confraternita: "Esse hanno deciso di riunirsi in un corpo che possa essere eretto in

confraternita... ".16

La loro scelta è semplice: esse hanno convenuto "di comune accordo" di assistere sia

spiritualmente che corporalmente le persone della loro città che soffrono. Duecento anni più

tardi Federico Ozanam e i suoi compagni creeranno la prima conferenza per dare vita ad una

vasta rete di solidarietà. Avviano insieme "la carità di prossimità".

In gruppo, in conferenza, fedeli a san Vincenzo, i laici si appoggiano gli uni agli altri, si

incoraggiano vicendevolmente, organizzano gli interventi, ne fanno una revisione, strutturano

e intensificano la propria azione. Anch'essi fanno l'esperienza dei benefìci prodotti da

un'azione concertata e piena di calore. Il Gruppo è veramente il luogo dell'identità e

dell'efficacia vincenziana. Ciascuno vi mette a disposizione i propri talenti e le proprie qualità

e beneficia di quelle degli altri.


La fraternità Vincenziana

Non è una parola vuota e riunisce, in vista della missione, uomini e donne diversi. Amarsi per

amare. Ci troviamo qui al centro del messaggio vincenziano sulla Comunità. Si deve vivere

tutto sul fondamento dell'amore. San Vincenzo desidera che i suoi figli si diano "testimonianze

di affetto".

Spiega:

Dobbiamo manifestare che veramente noi ci amiamo l'un l'altro di cuore. E ciò si ottiene

prevenendoci negli impegni, offrendoci cordialmente nel rendere servizi e nel fare piaceri. Per

esempio dire: "Come desidero dimostrarti che ti amo teneramente!"; e dopo averlo detto con

la bocca confermarlo con le azioni, servendo effettivamente ciascuno e facendosi veramente

tutto a tutti. Non basta avere la carità nel cuore e nelle parole; deve passare nelle opere. Solo

allora è perfetta e diventa feconda, perché genera l'amore nei cuori verso i quali si esercita.

Questa carità conquista tutti.

17

Come non sottolineale alcuni consigli trasmessi dalle Regole Comuni della Congregazione

della Missione e che sono altrettanto validi per tutti i vincenziani: fare agli altri il bene che

desideriamo per noi; non contraddire; trovare tutto buono in Cristo; sopportarsi reciprocamente

senza lamentarsi; piangere con coloro che piangono; gioire con coloro che gioiscono;

"prevenirsi nell'onore" reciprocamente; testimoniarsi affetto; rendersi servizio18

.

Che facciamo praticando questi gesti? Prendiamo il posto di Nostro Signore, il quale li attuò

per primo. Egli prese l'ultimo posto: prendiamolo anche noi. Venne ad attestare il suo amore

agli uomini e li prevenne con le sue benedizioni: preveniamo anche noi il prossimo con le

prove del nostro affetto, non importunamente, né indiscretamente, ma con i dovuti modi della

moderazione e della cortesia.19

È chiaro, ad esempio, che la denominazione di "Figlie della Carità", data dal popolo, è un

richiamo alla vita effettiva della carità fraterna. Questa identità della carità non può trarci in

inganno: esse non sono destinate solamente ad attendere al servizio dei poveri, ma a riversare

su di loro l'amore che vivono reciprocamente. La carità non va in una sola direzione. Essa

abbraccia la totalità della vita e della persona; siamo sollecitati a tenere tutto insieme: l'amore

di Dio, l'amore dei poveri e l'amore fraterno. Questi tre elementi formano l'essere vincenziano.

Secondo Vincenzo l'amore è a tre dimensioni: bisogna vivere con semplicità, umiltà e

dolcezza, tale è il programma di ciascun membro in vista di una vita fraterna equilibrata. Pare

anche che Vincenzo escogiti, per questo fine, come una sorta di codice comunitario,

suggerendo degli orientamenti ancora più precisi e funzionali. Quattro azioni appaiono

prioritarie:

1) Mettersi d'accordo: si tratta di avere una comune volontà d'intenti, una ricerca di rapporti

armoniosi tra i membri della Comunità. Ecco una sorta di filosofia di san Vincenzo. Si trova in

lui una concezione "personalistica" ante litteram. Tutta la sua vita è attenzione alle persone,

creazione di legami tra le persone. Egli vuole già una Chiesa-Fraternità dove lo stile dei

rapporti autentici esige una continua comprensione dell'altro, un'apertura alle sue idee e una

volontà di fare insieme a lui il cammino più lungo possibile.20

2) Sopportarsi: significa accettare i limiti dell'altro, affinché egli possa accettare i nostri. San

Vincenzo è preoccupato per questo modo di agire. Ciò diventa un'idea-forza nei suoi invii in

missione. Le sue scelte dicono chiaramente il suo realismo. Certamente, egli ha avuto

l'esperienza delle difficoltà della vita delle comunità o dei gruppi e sa bene che la pace non si

raggiunge senza sforzo e senza amore, al di là dei necessari scontri e dei ricorrenti conflitti.

Egli insiste sul verbo "portare" che è implicito nella parola "sopportare"; non si tratta qui di

tollerare la presenza di qualcuno, dell'altro, ma di vivere portando con lui i pesi della sua vita,

di amarlo com'è, di soffrire con lui o per lui, ma mai di lottare contro di lui. Sopportarsi implica,

lo sappiamo, "portare i pesi gli uni degli altri"21

come dice San Paolo.

3) Vivere la cordialità: "la manifestazione del cuore", come già detto. Vincenzo ci invita alla

religione del volto. Egli rifugge dall'avere gli occhi bassi, dalla fisionomia arcigna, o dalle virtù

di ghiaccio. Nel quadro del pittore Francois Simon, un fine sorriso illumina i suoi tratti e

caratterizza la sua affabilità. Il calore con cui parla, rivela la sua cordialità. In fondo, lo

avvertiamo attento a creare in ogni comunità o gruppo, un ambiente pieno di calore, una

intimità familiare, un focolare affettuoso dove ciascuno può riscaldarsi psicologicamente e

spiritualmente e può così raggiungere il proprio equilibrio.

4) Riconciliarsi: Vincenzo ci lascia, un giorno, una confessione importante: "Non potrei vivere

se pensassi di aver disgustato qualcuno senza essermi riconciliato con lui".22 Ecco lo strumento per eccellenza, potremmo dire la protezione, di una vita fraterna. Perdonare significa

amare due volte, significa credere che la forza dell'amore è più forte di ogni barriera

psicologica.

Il perdono è parte intrinseca della vita cristiana, a più forte ragione della vita fraterna. È bene

ascoltare il maestro spirituale quando dice alle sue Suore: "Una delle cose che maggiormente vi

raccomando è la riconciliazione, perché è il vostro Istituto e lo spirito particolare delle Figlie

della Carità, le quali devono amarsi come le figlie di un medesimo padre".23


Preghiamo

O Salvatore delle anime nostre, che per amore hai voluto morire per gli uomini e hai lasciato

in qualche modo la tua gloria per darla a noi e farci, con questo mezzo, come dei, rendendoci

per quanto è possibile simili a Te, stampa nei nostri cuori la carità, affinché un giorno possiamo raggiungere quella bella Compagnia della Carità che è in cielo. Questa la preghiera

che ti faccio, o Salvatore delle anime nostre.

24

Nella Chiesa

Per i credenti, riuniti in comunità o in fraternità, c'è la Chiesa; essa è l'ambiente naturale in cui

si muove san Vincenzo. Egli è sensibile alla Chiesa popolo di Dio ed in particolare popolo dei

piccoli. Rispettoso della Chiesa gerarchica, ritiene che la vita all'interno di essa non possa

prescindere dal Papa e dai Vescovi. Nominato nel Consiglio di Coscienza, si impegna

soprattutto per la designazione di vescovi attenti all'evangelizzazione dei poveri. Questi ultimi

sono i prediletti di Dio e sono chiamati a diventare i prediletti della Chiesa.

Oggi come ieri, la Chiesa diviene la prima responsabile dell'evangelizzazione: tutti i suoi

membri, chierici, laici, consacrati, religiose e religiosi, sono degli "operai evangelici" che

lavorano insieme per il bene comune. Poiché essa continua l'opera di Cristo, è innanzi tutto

missionaria. Non vi è missione che non sia condivisa. Ogni missione è un'impresa comune che

impegna tutti. Secondo la concezione vincenziana, i laici vi hanno uno spazio speciale. E non

vi è missione che non sia universale, vale a dire che abbraccia tutto il mondo. Fin dalle origini 

alcuni nomi ci richiamano questa scelta di universalità: Irlanda, Polonia, Algeria, Barberia,

Madagascar. Siamo aperti al mondo, ai più lontani come ai più vicini.

In questa Chiesa comunione e missionaria, veglia su di noi una stella, la Vergine Maria, alla

quale Vincenzo si rivolge con amore e venerazione. A partire dal 23 agosto 1617, al momento

della costituzione della Confraternita di Chàtillon-les-Dombes, egli invoca Maria quale

protettrice della sua prima fondazione per i laici:

E per questo, essendo la Madre di Dio invocata e considerata la protettrice degli eventi

importanti, non è possibile che questi non abbiano buon esito e non risplendano alla gloria del

buon Gesù, suo Figlio; infatti le suddette Dame la presero come patrona e protettrice della

loro opera e la supplicarono molto umilmente di averne particolare cura..25

Egli stabilisce pure l'Immacolata quale patrona delle Figlie della Carità. Raccomanda ai suoi

Missionari, nel capitolo decimo delle Regole Comuni, una devozione particolare alla Santa

Vergine. La presenta come "la serva", colei che ama Cristo. Ella è stata intimamente legata a

Lui in virtù della sua divina maternità. È stata fedele nel raccogliere le sue parole e Vincenzo

esorta le Figlie della Carità ad imitarla. È colei che ha saputo dire di sì a Dio. È colei che ha

sempre cercato di sottomettersi "al buon volere di Dio" anche nelle situazioni più drammatiche.

Nel progetto divino, ella si colloca con anima di povera. È, per eccellenza la Vergine "modesta"

e "silenziosa", serva del disegno d'amore di Dio. Può essere proposta alle Figlie della Carità

come la prima serva dei poveri. È soprattutto la Vergine umile, in armonia perfetta con le scelte

di Gesù; partecipa al suo spirito, che è amore del Padre, stima, venerazione, umiltà. Ella sola ci

può ottenere di vivere nella verità del nostro essere e della nostra vocazione.

Vincenzo è sensibile ai tre misteri di Maria. Infatti egli vede nell'Immacolata Concezione,

nell'Annunciazione, nella Visitazione, tre realtà della vita della Vergine che si collegano alla

vita vincenziana. Si tratta di eventi che, da soli, segnano tutta la vita e il cammino spirituale.

Questi tre misteri affiorano costantemente nel suo pensiero: sono i punti d'appoggio, la lettera e

lo spirito dei tre percorsi fondamentali che caratterizzano la sua sequela di Cristo e la sua vita

con Dio: vuotarsi di sé per lasciarsi riempire da Dio (Immacolata Concezione), offrire se stessi

a Dio come ostia gradita (Annunciazione) e donarsi agli altri con spirito di carità e eli annuncio

della Buona Notizia (Visitazione). Questa devozione mariana iniziale si svilupperà con le

apparizioni di rue de Bac! Ma questa è un'altra storia...


Preghiamo

Poiché la Compagnia della Carità si è messa sotto lo stendardo della tua protezione, se tante

volte ti abbiamo chiamata Madre, ti preghiamo ora di gradire l'offerta che ti facciamo di

questa Compagnia in generale e di ciascuna in particolare. E perché ci permetti di chiamarti

nostra Madre e sei la Madre di misericordia da cui procede ogni misericordia, che hai

ottenuto da Dio, com'è, da credersi, la fondazione di questa Compagnia, degnati di prenderla

sotto il tuo patrocinio.

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26

1 SV, Conf. FdC, 1043 (Coste IX, 636): Conferenza del 3 giugno 1653 Sulla fedeltà a Dio.

2

JOSÉ-MARIA ROMAN, c.m., San Vincenzo de' Paoli. Biografia (Ediz. Jaka Boote, 1986), pp.

88s. Vedere Abelly III, XI, 118-119. Calvet scrive a questo proposito: "Egli fece il voto di

donarsi totalmente e per sempre al servizio dei poveri. Subito la tentazione scomparve..." (Saint

Vincent de Paul, Albin Michel 1948, p. 57). P. Dodin sostiene che Vincenzo fece in quel

momento "il voto di consacrarsi, per tutta la vita, al servizio dei poveri" e che la sua esistenza fu 

da allora segnata dal dono totale di se stesso a Dio e da una stabilità derivata dal fatto che egli

aveva trovato il suo equilibrio psicologico" (Mission et Charité 1969, n. 35-36, pp. 132-133).

3 Coste V, 4b7: Lettera del 29 ottobre 1655 a Edme Jolly, Superiore a Roma.

4 SVit X, 659 (Coste XII, 417): Conferenza del [12 dicembre 1659] su La Castità.

5 SVit X, 150 (Coste XI, 163): Brano di Conferenza su La Povertà

6 SV, Conf. FdC, 851 (Coste IX, 519): Conferenza del 7 agosto 1650 Sull'Obbedienza.

7 SVit X, 410 (Coste XII, 77): Conferenza del 6 dicembre 1658 su Il fine della Congregazione

della Missione.

8 SVit X, 431 (Coste XII, 107-108): Conferenza del 13 dicembre 1658 su I membri della

Congregazione della Missione.

9 GMV = Gioventù Mariana Vincenziana; MI.SE.VI. = Missionari Secolari (Laici)

Vincenziani.

10 Coste XIII, 198: Contratto di fondazione della Congregazione della Missione, 17 aprile

1625.

11 Coste XIII, 203-205: Atto di associazione dei primi Missionari, 4 settembre 1626.

12 Gv 15, 16.

13 Regole Comuni delle Figlie della Carità, 1.1.

14 SVit X, 448 (Coste XII, 130): Conferenza del 21 febbraio 1659 su La ricerca del Regno di

Dio.

15 Regole Comuni delle Figlie della Carità, 1.1.

16 Coste XIII, 423: Carità di donne di Chatillon-les-Dombes, novembre e dicembre 1617.

17 SVit X, 555-556 (Coste XII, 274). Conferenza del 30 maggio 1659 su La Carità.

18 Regole Comuni della Congregazione della Missione II, 12. Cfr. Mt 6,12; Rm 12, 3-15; Ef

4,2.

19 SVit X, 556 (Coste XII, 274-275): Conferenza del 30 maggio 1659 su La Carità.

20 Cfr. la sua teoria ineguagliabile "sulla condiscendenza e la tolleranza" in SV, Conf FdC,

1971ss. (Coste X, 477): Conferenza del 30 maggio 1658 Sulla condiscendenza e reciproca

tolleranza.

21 Gal 6,2.

22 SV, Conf. FdC, 368 (Coste IX, 226): Conferenza tenuta tra il 1634 e il 1646 Sulla

riconciliazione.

23SV, Conf. FdC, 1951 (Coste X, 464): Conferenza del 4 marzo 1658 su Carità reciproca,

dovere della riconciliazione.

24 SV, Conf. FdC. 1967 (Coste X, 474): Id.

25 Coste XIV, 126: Regolamento spontaneo di Chàtillon, 23 agosto 1617.

26 SV, Conf. FdC, 2211 (Coste X, 623): Conferenza dell'8 dicembre 1658 su Recita del

Rosario, impiego delle domeniche e feste.

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http://www.sanvincenzoitalia.it/download/sussidi_formativi/2011%20-%202012.pdf

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San Vincenzo De Paoli (1581-1660), di P. Gerry Armani

SAN VINCENZO DE PAOLI

1581 – 1660

Gli anni dell’illusione

«Madre mia, l’assicurazione che m’ha dato il signor de

Saint-Martin della vostra buona salute, mi ha tanto

rallegrato quanto invece mi affligge il do–ver rimanere

ancora in questa città per riaver l’occasione di un mio

avanzamento (che i disa–stri mi hanno tolto), perché non

posso venir da voi ad usarvi quei servizi che vi devo. Ma

spero tanto nella grazia di Dio, ch’egli benedirà la mia fatica

e mi darà presto il modo di ritirarmi ono–ratamente e

passare il resto dei miei giorni con voi. Ho parlato dei miei

affari col sig. de Saint-Martin, il quale mi ha affermato di

voler succe–dere al sig. de Comet nell’usarmi la

benevolenza e l’affetto che questi si compiacque

dimostrarci. L’ho pregato di comunicare a voi tutto ciò»

Gli anni della conversione

- La calunnia

- Dono di 15.000 lire fatto all’Ospedale della Carità

- La prova della fede

I Grandi Maestri: Bérulle, Duval,…

Le Tre grandi Fondazioni:

- Le Charités

- I Preti della Missione

- Le Figlie della Carità


L’Amore

Amore affettivo – Amore effettivo

«L’amore affettivo è la tenerezza nell’amore. Dovete amare

Nostro Signore teneramente e af–fettuosamente, come un

bambino che non può separarsi da sua madre e chiama:

“Mamma” appena la vede allontanarsi. Così un cuore che

ami Nostro Signore non può tollerare la sua assenza e si

stringe a lui con questo amore affettivo, il quale produce

l’amore effettivo. Poiché il primo non basta; bisogna averli

ambedue. Bisogna dal–l’amore affettivo passare all’amore

effettivo, che è l’esercizio delle opere della carità, il servizio

dei poveri eseguito con gioia, coraggio, costanza e amore ».

«Amiamo Dio, fratelli, amiamo Dio, ma a spe–se delle

nostre braccia, con il sudore della no–stra fronte. Poiché

molto spesso, tanti atti di amor di Dio, di compiacenza, di

benevolenza e altri simili affetti e pratiche interiori di un

cuore tenero, sebbene buonissime e desiderabilissime, sono

nondimeno sospette, quando non giungono alla pratica

dell’amore effettivo. “In questo, dice Nostro Signore (Gv 15,

8), sarà glorificato il Pa–dre mio, se produrrete frutti

copiosi”. Dobbia–mo badarvi; perché molti, per avere un

buon contegno ed essere intimamente pieni di grandi

sentimenti di Dio, credono di avere fatto tutto; e quando si

arriva al dunque e si trovano nel–l’occasione di operare

vengono meno. Si lusin–gano con la loro immaginazione

eccitata; si contentano delle soavi conversazioni che hanno con Dio

nell’orazione, ne parlano, anzi, come angeli ma usciti di lì,

se si tratta di lavorare per Id–dio, di soffrire, di mortificarsi,

d’istruire i po–veri, di andare a cercare la pecorella

smarrita, di essere lieti se sono privi di qualche cosa, di

accettare le malattie o qualche disgrazia, ahimé! non c’è più

nulla, il coraggio manca. No, no, non c inganniamo: Totum

opus nostrum in operatione consistit (tutto il nostro fare è

nell’azione) ».

La situazione della Francia

«Oserò [..] esporre lo stato miserabile e cer–tamente

degnissimo di pietà della nostra Fran–cia? La casa reale

divisa da dissensi; il popolo scisso in opposti partiti; le città

e le province rovinate dalle guerre civili; le borgate, i

villaggi e i castelli abbattuti, rovinati e bruciati; i conta–dini

messi nell’impossibilità di raccogliere qualche hanno

seminato e di seminare per gli anni futuri. I soldati si

permettono impunemente tut–te le angherie. Il popolo è

esposto da parte sua non solamente alle rapine e al

brigantaggio, ma anche agli assassini e ad ogni sorta di

torture; gli abitanti della campagna che non vengono col–

piti dalla spada muoiono più degli altri, sono trattati

inumanamente e crudelmente torturati e messi a morte; le

vergini sono da essi disonorate; le religiose stesse esposte

al loro libertinaggio e furore; i templi profanati, saccheggiati

o distrut–ti; quelli rimasti in piedi sono per lo più abban–

donati dai loro pastori, e quindi il popolo è quasi privo dei

sacramenti, delle messe e di ogni altro aiuto spirituale ... E’

poco udire e leggere que–ste cose, bisogna vederle e

costatarle coi propri occhi».

L’incontro con il povero

Girare la medaglia

«Non devo considerare un povero contadino o una povera

donna dal loro aspetto, né dalla loro apparente mentalità;

molto spesso non han–no quasi la fisionomia, né

l’intelligenza delle per–sone ragionevoli, talmente sono rozzi

e materiali. Ma rigirate la medaglia, e vedrete con i lumi

della fede che il Figlio di Dio il quale ha vo–luto essere

povero, ci è raffigurato da questi po–veri; Egli non aveva

quasi le sembianze d’uomo, nella sua passione, e passava

per pazzo nella men–te dei pagani e per pietra di scandalo

in quella dei giudei; eppure egli si qualifica l’evangelizza–

tore dei poveri: Evangelizare pauperibus misit me (Lc 4,

18). O Dio! Quanto è bello vedere i poveri, se li

consideriamo in Dio e con la stima che egli ne aveva! ma se

li guardiamo secondo i sentimenti della carne e dello spirito

mondano, ci sembrano disprezzabili».

La “Visita”

«Perciò, siete destinate a rappresentare la bontà di Dio

verso quei poveri malati. Orbene, siccome questa bontà si

comporta con gli afflitti in modo dolce e caritatevole, anche

voi dovete trattare i malati come questa medesima carità

insegna, ossia, con dolcezza, carità ed amore, compatendo i

loro mali, ascoltando i loro lamenti come una buona madre

deve fare; perché essi vi considerano come loro nutrici e

come persone mandate da Dio per assisterli.

Siate premurosissime per tutte le loro necessità. Sopportate

i loro piccoli malumori, incoraggiateli a soffrire bene per

amore di Dio, non vi irritate mai, né abbiate per essi parole

dure: è già abbastanza quello che hanno da soffrire.

Pensate che voi siete per essi l’angelo custode visibile, il

babbo e la mamma, e non li contrariate in nulla, tranne in

ciò che può esser loro nocivo, ché, in tal caso, sarebbe una

vera crudeltà fare altrimenti. Piangete con essi: Dio vi ha

eletto ad essere la loro consolazione.

Dovete visitare i poveri con lo spirito che vor–reste vedere

in chi visitasse voi, trovandovi nelle medesime condizioni; e,

inoltre, nella fede di visi–tare in essi Nostro Signore.

Sono i vostri padroni, e anche i miei. Oh! sono davvero

grandi signori, in paradiso! Spetta a loro aprirne la porta,

come è detto nel vangelo.

Entrando nelle camere dei malati, raffigura–tevi in essi Gesù

Crocifisso …

Vicino a morire, nostro Signore desiderò di essere

confortato, e fu per lui un dolore estremo non essere

compatito sulla croce…

Quando andiamo a visitare i poveri dobbiamo

immedesimarci nei loro sentimenti per soffrire con loro… in

modo che non ricada su noi il lamento che Nostro Signore

ha fatto per bocca di un profeta: Ho aspettato che qualcuno

compa–tisse i miei dolori e non l’ho trovato (Sal. 68,21).

Bisogna perciò cercare d’intenerire i nostri cuori e renderli

sensibili alle pene e alle miserie del prossimo, e pregar Dio

di darci il vero spirito di misericordia, che è veramente lo

spirito suo; perché, come dice la Chiesa, la caratteristica di

Dio è di usar misericordia e darne lo spirito.

Dio ci faccia la grazia di intenerire i nostri cuori verso i

miserabili e di credere che, soccor–rendoli, facciamo opera

di giustizia e non di mi–sericordia. Sono nostri fratelli che

Dio ci coman–da di assistere; facciamolo dunque come

incari–cati da Lui e nel modo insegnatoci dal Vangelo. Non

diciamo più: Sono io che faccio quest’opera buona; poiché

ogni bene deve essere fatto in no–me di Nostro Signore

Gesù Cristo»

I poveri sono i nostri padroni

«I poveri sono i nostri padroni, sono i nostri re; dobbiamo

obbedirli. E non è una esagerazione chiamarli così, perché

nei poveri c’è il Signore.

Egli infatti ha detto: “Quello che farete al più piccolo dei

miei, lo considererò come fatto a me stesso” (Mt. 25,44).

Per conseguenza il Si–gnore è effettivamente nel malato che

riceve i vostri servizi

Quel servizio lo rendete al Signore, che lo considera come

fatto a se stesso: “Con lui io sto nell’angustia” (Sal. 90,15).

Se è malato, lo sono anch’io; se è in prigione, vi sono

anch’io; se ha i ferri ai piedi, li ho anch’io insieme a lui.

Andate a vedere i poveri forzati in catene, vi troverete Dio.

Servite i bambini, vi troverete Dio. Andate in povere

casupole, vi trovate Dio.

Non dovete considerare i poveri dal loro aspet–to o dalla

loro apparente mentalità: molte volte non hanno quasi la

fisionomia, né l’intelligenza delle persone ragionevoli,

talmente sono rozzi e materiali. Ma rigirate la medaglia e

vedrete con la luce della fede, che il Figlio di Dio, il quale ha

voluto essere povero, è in essi raffigurato.

Che gioia servire la persona di Gesù Cristo nelle sue povere

membra!»

LE CINQUE VIRTÙ

1. La dolcezza

«I pensieri aspri sono opera del maligno, quelli del Signore

sono dolci e soavi»

«L’asprezza non serve che ad inasprire»

«Non c’è nessuno più costante nel bene di coloro che sono

miti e benigni; mentre coloro che si lasciano trasportare

dalla collera e dalle passioni sono ordinariamente molto

incostanti, perché non operano se non a capriccio e impul–

sivamente. Sono come torrenti che non hanno for–za ed

impetuosità se non nei loro straripamenti e subito dopo si

prosciugano …»

2. L’umiltà

«Quanto è bella e piacevole questa virtù in coloro che

cercano continuamente di umiliarsi; quanta pace godono e

quanto sono stimati!

Queste anime sono sempre contente, e la gioia si riflette sul

loro volto, perché lo Spirito Santo che risiede in loro, li

ricolma di pace, in modo che nulla può turbarle»

«Appena un cuore è vuoto di se stesso, Dio lo riempie; Dio

rimane e opera lì dentro. Il desiderio della propria

confusione è quello che ci vuota di noi stessi, è l’umiltà, la

santa umiltà; allora non saremo più noi, che agiremo, ma

Dio in noi. E tutto andrà bene»

3. La mortificazione

«Con la mor–tificazione dobbiamo strappare da noi quello

che dispiace a Dio; con essa porteremo la croce dietro a

Gesù e la porteremo ogni giorno, come egli co–manda, se

ogni giorno ci mortificheremo.

Piaccia a Dio farci la grazia di renderci somi–glianti ad un

buon vignaiolo che porta il coltello in tasca, con il quale

taglia tutto quello che trova di nocivo nella sua vigna! . In

pari modo noi dobbiamo tagliare continuamente con il

coltello della morti–ficazione i cattivi prodotti della natura

guasta, che non si stanca mai di germogliare i rami della

sua corruzione…»

4. La semplicità

«Chi cammina nella semplicità può andar si–curo. Invece

quelli che usano cautele, o doppiezze vivono sempre nel

timore che la loro simulazione venga scoperta e nessuno si

fidi più di loro»

«Il mondo è immerso nella doppiezza. A sten–to si trova

oggi un uomo che parli come pensa. Da ogni parte non si

vede che artificio e finzione»

«Tutti amano i semplici, le persone candide, che non usano

astuzie né imbrogli, che vanno alla buona e parlano

sinceramente, in modo che tutto quello che dicono

corrisponde a quello che hanno nel cuore»

5. La passione per tutto l’uomo

«Non mi basta amare Dio, se anche gli altri non lo amano”

Essere uomini e donne di preghiera

«Datemi un uomo d’orazione e sarà capace di tutto; egli

potrà dire con il santo Apostolo: “Posso tutto in Colui che mi

sostiene e mi conforta”… perché l’orazione è come un

baluardo inespugnabile che mette il missionario al riparo da

ogni sorta di attacchi; è un mistico arsenale…»

«I giardinieri.innaffiano due volte al giorno le piante del loro

giardino, le quali senza tale cura morirebbero durante i

grandi calori…

Noi siamo come quei poveri giardini …

Da ciò la necessità della preghiera, la quale, come dolce

rugiada viene tutte le mattine ad umettare l’anima con la

grazia di Dio, che essa vi attira. Se siete stanchi per gli

incidenti della giornata e per le pene, avete parimenti la

sera questo salutare ristoro, che dà vigore a tutte le vostre

azioni.

La preghiera è una elevazione del nostro spirito a Dio:

l’anima si distacca quasi da sé per andare in cerca di Dio. È

un colloquio dell’anima con Dio. È una relazione reciproca.

La preghiera è il cibo dell’anima. È come una persona che si

contentasse di prendere i pasti ogni tre o quattro giorni:

cadrebbe presto in uno stato di debolezza e sarebbe in gran

pericolo di morire…

La preghiera è una predicazione che si fa a se stessi, per

convincersi del bisogno che si ha di ricorrere a Dio…

La preghiera è necessaria all’anima come l’aria all’uomo o

l’acqua al pesce per vivere. Come gli uomini non possono

vivere senz’aria, ma muoiono quando ne sono privi, così

l’anima non può vivere dello spirito della grazia senza la

preghiera

La preghiera è una fontana favolosa dove l’anima

ringiovanisce.

La preghiera è una fortezza inespugnabile…»

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"Monsieur Vincent " (1947) - Trailer | vídeos - FilmAffinity

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