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martedì 9 aprile 2019

LE PIE DONNE -- «Ma sì! Facciamo un corteo, adesso, per non dare nell'occhio! Oh! che pavida sorella che ho! Piuttosto, sai Marta? Facciamo così. Io vado avanti e guardo. Voi venite dietro con Giovanna. Mi metterò in mezzo alla via, se c'è del pericolo, e mi vedrete. E torneremo indietro. --

9 d'aprile

DCXIX. Le pie donne al Sepolcro. 

   2 aprile 1945.

 1 Le donne, intanto, uscite dalla casa camminano rasente al muro, ombre nell'ombra. Per qualche tempo tacciono, tutte imbacuccate e paurose di tanto silenzio e solitudine. Poi, rassicurandosi alla vista della calma assoluta che è in città, si riuniscono in gruppo e osano parlare.
   «Saranno già aperte le porte?», chiede Susanna.
   «Certo. Guarda là il primo ortolano che entra con le verdure. Va al mercato», risponde Salome.
   «Ci diranno nulla?», chiede ancora Susanna.
   «Chi?», domanda la Maddalena.
   «I soldati, alla porta Giudiziaria. Di lì… entrano pochi ed escono meno ancora… Daremo sospetti…».
   «E con ciò? Ci guarderanno. Vedranno cinque donne che vanno verso la campagna. Potremmo essere anche persone che, fatta la Pasqua, andiamo ai nostri paesi».
   «Però… Per non dare nell'occhio a qualche malintenzionato, perché non usciamo da un'altra porta e poi giriamo rasente alle mura?…».
   «Allungheremo la strada».
   «Ma saremo più sicure. Prendiamo la porta dell'Acqua…».
   «Oh! Salome! Se fossi in te, sceglierei la porta Orientale! Più lungo il giro dovresti fare! Occorre fare presto e tornare presto». È la Maddalena questa così recisa.
   «Allora un'altra, ma non quella Giudiziaria. Sii buona…», pregano tutte.
   «E va bene. 

2 Allora, posto che volete così, passiamo da Giovanna. Si è raccomandata di farglielo sapere. Se fossimo andate dirette, si poteva fare senza. Ma poiché volete fare un giro più lungo, passiamo da lei…».
   «Oh! sì. Anche per le guardie messe là… Lei è nota e temuta…».
   «Io direi di passare anche da Giuseppe d'Arimatea. È il padrone del luogo».
   «Ma sì! Facciamo un corteo, adesso, per non dare nell'occhio! Oh! che pavida sorella che ho! Piuttosto, sai Marta? Facciamo così. Io vado avanti e guardo. Voi venite dietro con Giovanna. Mi metterò in mezzo alla via, se c'è del pericolo, e mi vedrete. E torneremo indietro. Ma vi assicuro che le guardie, davanti a questo-— io ci ho pensato (e mostra una borsa piena di monete) — ci lasceranno fare tutto».
   «Lo diremo anche a Giovanna. Hai ragione».
   «Allora andate, che io vado».
   «Vai sola, Maria? Io vengo con te», dice Marta timorosa per la sorella.
   «No. Tu va' con Maria d'Alfeo da Giovanna. Salome e Susanna ti aspetteranno presso la porta, dalla parte di fuori delle mura. E poi verrete per la via maestra tutte insieme. Addio». E Maria Maddalena tronca altri possibili commenti andandosene veloce con la sua borsa di balsami e le sue monete in seno.
   Vola, tanto va lesta nella strada che si fa più lieta nel primo rosare dell'aurora. Passa la porta Giudiziaria per fare più presto. Né nessuno la ferma…

 3 Le altre la guardano andare, poi volgono le spalle alla biforcazione di vie dove erano e ne prendono un'altra, stretta e oscura, che poi si apre, in prossimità del Sisto, in una più vasta e aperta in cui sono belle case. Si dividono ancora, Salome e Susanna procedendo per la via, mentre Marta e Maria d'Alfeo bussano al portone ferrato e si mostrano al finestrino (spioncino) che il portinaio socchiude.
   Entrano e vanno da Giovanna che, già alzata e tutta vestita di un viola scurissimo che la fa ancora più pallida, manipola anche essa degli oli insieme alla nutrice e ad una servente.
   «Siete venute? Dio ve ne compensi. Ma, non foste venute, sarei andata da me… Per trovare conforto… Perché molte cose sono rimaste turbate dopo quel tremendo giorno. E per non sentirmi sola devo andare contro quella pietra e bussare e dire: "Maestro, sono la povera Giovanna… Non mi lasciare sola anche Tu…"».
   Giovanna piange piano ma con molta desolazione, mentre Ester, la nutrice, fa dei grandi segni indecifrabili dietro le spalle della padrona, intanto che le mette il mantello.
   «Io vado, Ester».
   «Dio ti conforti!».
 Escono dal palazzo per raggiungere le compagne. È in questo momento che avviene il breve e forte terremoto, che getta di nuovo nel panico i gerosolimitani, ancora terrorizzati dagli avvenimenti del Venerdì. Le tre donne tornano sui loro passi, precipitosamente, e nell'ampio vestibolo, fra le serve e i servi urlanti e invocanti il Signore, stanno paurose di nuove scosse…


 4… La Maddalena, invece, è proprio al limitare del viottolo che porta all'orto dell'Arimatea quando la coglie il boato potente, e pure armonico, di questo segno celeste, mentre, nella luce appena rosata dell'aurora che si avanza nel cielo, dove ancora a occidente resiste una tenace stella, e che fa bionda l'aria fino allora verdolina, si accende una grande luce, che scende come fosse un globo incandescente, splendidissimo, tagliando a zig-zag l'aria quieta.
   Maria di Magdala ne è quasi sfiorata e rovesciata al suolo. Si curva un momento mormorando: «Mio Signore!», e poi si raddrizza come uno stelo dopo il passar del vento e, ancora più ratta, corre verso l'ortaglia.
   Vi entra veloce, andando, come un uccello inseguito e cercante il nido, verso il sepolcro di roccia. Ma, per quanto vada veloce, non può essere là quando la celeste meteora fa da leva e da fiamma sul sigillo di calcina messo a rinforzo del pesante pietrone, né quando con fragore finale la porta di pietra cade, dando uno scuotio che si unisce a quello del terremoto che, se è breve, è di una violenza tale che atterra le guardie come morte.
   Maria, sopraggiungendo, vede questi inutili carcerieri del Trionfatore gettati al suolo come un fascio di spighe falciate. Maria Maddalena non riconnette il terremoto con la Risurrezione. Ma, vedendo quello spettacolo, crede che sia il castigo di Dio sui profanatori del Sepolcro di Gesù, e cade a ginocchio dicendo: «Ahimé! Lo hanno rapito!». È veramente desolata e piange come una bambina che sia venuta sicura di trovare il padre cercato e trovi invece vuota la dimora.


 5 Poi si alza e corre via per andare da Pietro e Giovanni. E, dato che più non pensa che ad avvisare i due, non ricorda di andare incontro alle compagne, di arrestarsi sulla via, ma veloce come una gazzella ripassa per la strada già fatta, supera la porta Giudiziaria e vola per le strade che sono un poco più animate, si abbatte contro il portone della casa ospitale e lo batte e lo scuote furiosamente.
   Le apre la padrona. «Dove sono Giovanni e Pietro?», chiede affannosa Maria Maddalena.
   «Là», e la donna indica il Cenacolo.
   Maria di Magdala entra e, appena è dentro, davanti ai due stupiti dice, e nella voce tenuta bassa per pietà della Madre è più affanno che se avesse urlato, dice: «Hanno portato via il Signore dal Sepolcro! Chissà dove lo hanno messo!», e per la prima volta traballa e vacilla e, per non cadere, si afferra dove può.
   «Ma come? Che dici?», chiedono i due.
   E lei, con affanno: «Sono andata avanti… per comperare le guardie… perché ci lasciassero fare. Loro sono là come morte… Il Sepolcro è aperto, la pietra per terra… Chi? Chi sarà stato? Oh! venite! Corriamo…».
   Pietro e Giovanni si avviano subito. Maria li segue per qualche passo. Poi torna indietro. Afferra la padrona di casa, la scrolla, violenta nel suo previdente amore, e le fischia in volto: «Guardati bene da far passare nessuno da Lei (e accenna la porta della stanza di Maria). Ricòrdati che io sono la tua padrona. Ubbidisci e taci». E poi la lascia esterrefatta e raggiunge gli apostoli, che a gran passi vanno verso il Sepolcro…


 6… Susanna e Salome, intanto, lasciate le compagne e raggiunte le mura, vengono colte dal terremoto. Impaurite, si rifugiano sotto una pianta e stanno là, combattute fra la smania di andare verso il Sepolcro e quella di scappare presso Giovanna. Ma l'amore vince la paura e vanno verso il Sepolcro.
   Entrano ancora sbigottite nell'ortaglia e vedono le guardie tramortite… vedono una grande luce uscire dal Sepolcro aperto. Si aumenta il loro sbigottimento e finisce di farsi completo quando, tenendosi per mano per farsi coraggio a vicenda, si affacciano sulla soglia e, nel buio della grotta sepolcrale, vedono una creatura luminosa e bellissima, dolcemente sorridente, salutarle dal posto dove sta: appoggiata a destra della pietra dell'unzione, che si annulla col suo grigio dietro a tanto incandescente splendore. Cadono a ginocchi, sbalordite di stupore.
   Ma l'angelo dolcemente parla loro: «Non abbiate timore di me. Sono l'angelo del divino Dolore. Sono venuto per bearmi della fine di esso. Più non è il dolore del Cristo, il suo avvilimento nella morte. Gesù di Nazaret, il Crocifisso che voi cercate, è risorto. Non è più qui! Vuoto è il posto dove era deposto. Giubilate con me. Andate. Dite a Pietro e ai discepoli che Egli è risorto e vi precede in Galilea. Là lo vedrete ancora per poco, secondo che ha detto».
   Le donne cadono col volto a terra e quando lo alzano fuggono come fossero inseguite da un castigo. Sono terrorizzate e mormorano: «Ora morremo! Abbiamo visto l'angelo del Signore!».
   Si calmano un poco in aperta campagna e si consigliano. Che fare? Se dicono ciò che hanno visto, non saranno credute. Se dicono anche di venire di là, possono essere accusate dai giudei di aver ucciso le guardie. No. Non possono dire nulla, né agli amici, né ai nemici…
   Pavide, ammutolite, tornano da altra via verso casa. Entrano e si rifugiano nel Cenacolo. Neppure chiedono di vedere Maria… E là pensano che quanto hanno visto non sia che un inganno del Demonio. Umili come sono, giudicano che «non può essere che a loro sia stato concesso di vedere il messo di Dio. È Satana che le ha volute impaurire per allontanarle di là».
 Piangono e pregano come due bambine impaurite da un incubo…


 7… Il terzo gruppo, quello di Giovanna, Maria d'Alfeo e Marta, visto che nulla succede di nuovo, si decide ad andare là dove certo le compagne attendono. Escono nelle strade, dove ormai vi è gente impaurita, che commenta il nuovo terremoto e lo ricollega ai fatti del Venerdì e vede anche quello che non c'è.
   «Meglio se sono tutti spauriti! Forse lo saranno anche le guardie e non faranno eccezioni», dice Maria d'Alfeo. E vanno svelte verso le mura.

 8 Ma, mentre loro vanno là, all'ortaglia sono già giunti Pietro e Giovanni, seguiti dalla Maddalena. E Giovanni, più svelto, giunge per primo al Sepolcro. Le guardie non ci sono più. E più non c'è l'angelo.
   Giovanni si inginocchia, timoroso e dolente, sulla soglia spalancata, e per venerare e per cogliere qualche indizio dalle cose che vede. Ma non vede che ammucchiati per terra i pannilini messi sopra la sindone. «Non c'è proprio, Simone! Maria ha visto bene. Vieni, entra, guarda».
   Pietro, col fiato grosso per il gran correre fatto, entra nel Sepolcro. Aveva detto per via: «Io non oserò accostarmi a quel posto». Ma ora non pensa altro che a scoprire dove può essere il Maestro. E lo chiama anche, come Egli potesse essere nascosto in qualche angolo buio.
   L'oscurità, in questa ora mattutina, è ancora forte nel pro­fondo del Sepolcro, a cui dà luce solo la piccola apertura della porta su cui ora fanno ombra Giovanni e la Maddalena… E Pietro stenta a vedere, e deve aiutarsi con le mani a vedere… Tocca, e trema, il tavolo dell'unzione e lo sente vuoto…
   «Non c'è, Giovanni! Non c'è!… Oh! vieni anche tu! Io ho tanto pianto che non ci vedo quasi in questa poca luce».
   Giovanni si alza in piedi ed entra. E, mentre lo fa, Pietro scopre il sudario posto in un angolo, ben piegato e con dentro la sindone arrotolata con cura.
   «Lo hanno proprio rapito. Le guardie erano non per noi, ma per fare questo… E noi l'abbiamo lasciato fare. Coll'andarcene lo abbiamo permesso!…».
   «Oh! dove lo avranno messo?».
   «Pietro! Pietro! Ora… è proprio finita!».
   I due discepoli escono annientati.
   «Andiamo, donna. Tu lo dirai alla Madre…».
   «Io non vengo via. Sto qui… Qualcuno verrà… Oh! io non vengo… Qui c'è ancora qualcosa di Lui. Aveva ragione la Madre… Respirare l'aria dove Egli fu è l'unico sollievo che ci resta».
   «L'unico sollievo… Ora lo vedi tu pure che era fola sperare…», dice Pietro.
 Maria neppure risponde. Si accascia al suolo, proprio presso la porta, e piange, mentre gli altri vanno via lentamente.

 9 Poi alza il capo e guarda dentro, e fra le lacrime vede due angeli seduti a capo e a piedi della pietra dell'unzione. È tanto intontita la povera Maria, nella sua più fiera battaglia fra la speranza che muore e la fede che non vuole morire, che li guarda inebetita, senza neppure stupirsene. Non ha più altro che lacrime la forte che a tutto ha resistito da eroina.
   «Perché piangi, donna?», chiede uno dei due luminosi fanciulli, perché di adolescenti bellissimi hanno l'aspetto.
   «Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove me lo hanno messo».
   Maria non ha paura a parlare con loro, non chiede: «Chi siete?». Nulla. Nulla più le fa stupore. Tutto quanto può stupire una creatura ella lo ha già subito. Ora non è che una cosa spezzata che piange senza vigore e ritegno.
   Il giovinetto angelico guarda il compagno e sorride. E l'altro pure. E in un balenare di letizia angelica ambedue guardano fuori, verso l'ortaglia tutta in fiore per i milioni di corolle che si sono aperte al primo sole sui meli fitti del pometo.


 10Maria si volta per vedere chi guardano. E vede un Uomo, bellissimo, che non so come non possa riconoscere subito. Un Uomo che la guarda con pietà e le chiede: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». È vero che è un Gesù offuscato dalla sua pietà verso la creatura, che le troppe emozioni hanno sfinita e che potrebbe morire per improvvisa gioia, ma proprio mi chiedo come possa non riconoscerlo.
   E Maria fra i singhiozzi: «Mi hanno preso il Signore Gesù! Ero venuta per imbalsamarlo in attesa che sorgesse… Ho tenuto raccolto tutto il mio coraggio e la mia speranza e la mia fede intorno al mio amore… e ora non lo trovo più… Anzi ho messo il mio amore intorno alla fede, alla speranza e al coraggio, per difendere questi dagli uomini… Ma è tutto inutile! Gli uomini hanno rubato il mio Amore e con esso tutto mi hanno levato… O mio signore, se sei tu che lo hai portato via, dimmi dove lo hai messo. Ed io lo prenderò… Non lo dirò a nessuno… Sarà un segreto fra me e te. Guarda: sono la figlia di Teofilo, la sorella di Lazzaro, ma ti sto in ginocchio davanti a supplicarti, come una schiava. Vuoi che ti compri il suo Corpo? Lo farò. Quanto vuoi? Sono ricca. Posso darti tant'oro e gemme per quanto esso pesa. Ma rendimelo. Non ti denuncerò. Vuoi percuotermi? Fallo. A sangue, se vuoi. Se hai un odio per Lui, fallo scontare a me. Ma rendimelo. Oh! non mi fare povera di questa miseria, o mio signore! Pietà di una povera donna!… Per me non vuoi? Per sua Madre, allora. Dimmi! Dimmi dove è il mio Signore Gesù. Sono forte. Lo prenderò fra le braccia e lo porterò come un bambino in salvo. Signore… signore… tu lo vedi… da tre giorni siamo percossi dall'ira di Dio per quello che fu fatto al Figlio di Dio… Non aggiungere Profanazione a Delitto…».
   «Maria!». Gesù sfavilla nel chiamarla. Si svela nel suo fulgore trionfante.
 «Rabboni!». Il grido di Maria è veramente "il grande grido" che chiude il ciclo della morte. Col primo le tenebre dell'odio fasciarono la Vittima di bende funebri, col secondo le luci del­l'amore aumentarono il suo splendore. E Maria si alza nel grido che empie l'ortaglia, corre ai piedi di Gesù, li vorrebbe baciare.
   Gesù la scosta toccandola appena col sommo delle dita presso la fronte: «Non mi toccare! Non sono ancora salito al Padre mio con questa veste. Va' dai miei fratelli e amici, e di' loro che Io salgo al Padre mio e vostro, al Dio mio e vostro. E poi verrò da loro». E Gesù scompare, assorbito da una luce insostenibile.

 11Maria bacia il suolo dove Egli era e corre verso casa. Entra come un razzo, perché il portone è socchiuso per dare passaggio al padrone che esce per andare alla fonte; apre la porta della stanza di Maria e le si abbandona sul cuore gridando: «È risorto! È risorto!», e piange beata.
   E mentre accorrono Pietro e Giovanni, e dal Cenacolo avanzano le spaurite Salome e Susanna e ascoltano il suo racconto, ecco entrare anche, dalla via, Maria d'Alfeo con Marta e Giovanna, che a fiato mozzo dicono di «essere anche loro state là e di avere visto due angeli che si dicevano il Custode dell'Uomo Dio e l'angelo del suo Dolore, e che hanno dato loro l'ordine di dire ai discepoli che Egli era risorto». E poiché Pietro scrolla il capo, insistono dicendo: «Sì. Hanno detto: "Perché cercate il Vivente fra i morti? Egli non è qui. È risorto, come disse quando ancora era in Galilea. Non ricordate? Disse: 'Il Figlio del­l'uo­mo deve essere dato nelle mani dei peccatori ed essere crocifisso. Ma il terzo giorno risusciterà'"».
   Pietro scrolla il capo dicendo: «Troppe cose in questi giorni! Ne siete rimaste turbate».
   La Maddalena alza il capo dal petto di Maria e dice: «L'ho visto! Gli ho parlato. Mi ha detto che sale al Padre e poi viene. Come era bello!», e piange come non ha mai pianto, ora che non ha più da torturare se stessa per fare forza contro il dubbio sorgente da ogni lato.
   Ma Pietro, e anche Giovanni, restano molto dubbiosi. Si guardano, ma il loro occhio dice: «Immaginazione di donne!».
   Anche Susanna e Salome osano allora parlare. Ma la stessa inevitabile diversità nei particolari delle guardie che prima ci sono come morte e poi non ci sono, degli angeli che ora sono uno e ora due e che agli apostoli non si sono mostrati, delle due versioni sul venire qui di Gesù o sul precedere i suoi in Galilea, fa sì che il dubbio e, anzi, la persuasione degli apostoli cresca sempre più.

 12Maria, la Madre beata, tace sorreggendo la Maddalena… Non comprendo il mistero di questo silenzio materno.
   Maria d'Alfeo dice a Salome: «Torniamo là noi due. Vediamo se siamo tutte ebbre…». E corrono fuori.
   Le altre restano, pacatamente derise dai due apostoli, presso Maria che tace, assorta in un pensiero che tutti interpretano a modo loro, e nessuno comprende che è estasi.
   Tornano le due attempate donne: «È vero! È vero! Noi lo abbiamo visto. Ci ha detto, presso l'orto di Barnaba: "La pace a voi. Non temete. Andate a dire ai miei fratelli che sono risorto e che vadano fra qualche giorno in Galilea. Là staremo ancora insieme". Così ha detto. Maria ha ragione. Bisogna dirlo a quelli di Betania, a Giuseppe, a Nicodemo, ai discepoli più fidi, ai pastori, andare, fare, fare… Oh! è risorto!…», piangono tutte beate.
   «Folli siete, donne. Il dolore vi ha turbate. La luce vi è parsa angelo. Il vento voce. Il sole il Cristo. Io non vi critico. Vi capisco, ma non posso che credere che a ciò che io ho visto: il Sepolcro aperto e vuoto, e le guardie fuggite col Cadavere involato».
   «Ma se lo dicono le guardie stesse che è risorto! Se la città è in subbuglio e i principi dei Sacerdoti sono folli d'ira, perché le guardie hanno parlato fuggendo esterrefatte! Ora vogliono che dicano diverso e le pagano perciò. Ma già si sa. E se i giudei non credono alla Risurrezione, non vogliono credere, molti altri credono…».
   «Uhm! Le donne!…». Pietro alza le spalle e fa per andarsene.

 13Allora la Madre, che ha sempre sul cuore la Maddalena che piange come un salice sotto un'acquata per la sua troppo grande gioia e che la bacia sui capelli biondi, alza il viso trasfigurato e dice una breve frase: «È realmente risorto. Io l'ho avuto fra le braccia e ne ho baciato le Piaghe». E poi si curva sui capelli dell'appassionata e dice: «Sì, la gioia è ancora più forte del dolore. Ma non è che una briciola di rena di quello che sarà il tuo oceano di gioia eterna. Te beata che sopra la ragione hai fatto parlare lo spirito».
   Pietro non osa più negare… e con uno di quei trapassi del Pietro antico, che ora ritorna ad affiorare, dice, e urla, come se dagli altri e non da lui dipendesse il ritardo: «Ma allora, se è così, bisogna farlo sapere agli altri. A quelli dispersi per le campagne… cercare… fare… Su, muovetevi. Se dovesse proprio venire… che ci trovi almeno», e non si accorge che ancora confessa di non credere ciecamente alla sua Risurrezione.


sabato 2 aprile 2016

SAN TOMMASO APOSTOLO incredulo sulle apparizioni di Gesù agli Apostoli

MIO SIGNORE E MIO DIO!


Tommaso apostolo:
I suoi genitori con sua sorella gemella sposata vivono a Rama di Giudea. 
Di professione orefice 7.434 - 7.435 - 7.440 - 7.441
Tommaso è di carattere gioviale e allegro. Insieme con Giuda di Keriot va per la prima volta a cercare Gesù nel Getsemani 1.054
In seguito sentirà spesso il rimorso d'avervi portato l'Iscariota 8.520. Tommaso è accettato discepolo 1.055.

Tommaso ospita Gesù nella casa paterna 5.363 e il padre Gli mostra le sue vigne famose, promettendogli il vino di queste per la cerimonia pasquale del prossimo anno 5.363
Infatti Tommaso lo andrà a prendere il venerdì prima della settimana della Passione di Gesù per l'ultima Cena con l'istituzione della Santa Eucarestia 9.582
Tommaso e "i gigli della convalle" 6.412 -7.434 - 7.435 - 7.441

Tommaso incredulo sulla risurrezione di Gesù 10.628. Gesù risorto appare agli apostoli rivelandosi anche Tommaso 10.629.

Maria di magdala:
...Sul Calvario e al Sepolcro 10.610 - 10.611. Risurrezione di Gesù: Maria di Magdala al Sepolcro 10.619, Gesù la chiama: "Maria" ed essa: "Rabbonì" e lo riconosce 10.619.

+Jesus sis mihi semper
Jesus, et salva me!

E queste son prove e testimonianze assolutamente valide sulla RISURREZIONE di GESU' CRISTO

    "VIDE E CREDETTE"
    di Vittorio Messori
Indagine sul sepolcro vuoto

Malgrado venti secoli di appassionata lettura credente e due di occhiuta, spesso sospettosa, lettura “storicocritica”, si ha l’impressione - che è poi certezza, fondata sull’esperienza quotidiana dell’indagatore - che le parole greche del Nuovo Testamento siano ancora lontane dall’avere rivelato tutta la loro profondità e tutti i loro segreti. Si ha l’impressione, cioè, che, dietro quelle antiche espressioni, ci siano ancora molte cose da capire e da portare alla luce. Così che, agli scavi archeologici, può e deve accompagnarsi lo scavo sempre più approfondito dentro testi la cui inesauribilità è tra gli aspetti che più inducono a convincersi di un Mistero che vi stia dietro.

In questo articolo ci confronteremo con uno di quei casi in cui, probabilmente, la comprensione sinora avuta di certe espressioni va mutata, aprendo nuove prospettive. E questo proprio nel cuore della fede, proprio al suo inizio stesso, il mattino di Pasqua.

La fede in Gesù come il Cristo atteso da Israele nasce infatti, per tutti, con le apparizioni del Risorto. Per tutti, tranne che per uno: per il discepolo prediletto, per colui che “il Maestro amava”, per il giovane Giovanni. È lo stesso che, nel suo vangelo, ci racconta come, entrato con Pietro nel sepolcro “vuoto” (ma che, poi, evidentemente, vuoto del tutto non era, visto che vi era abbastanza da indurre alla fede), “vide e credette” (Gv 20,8): Eỉden kaì epìsteusen, nell’originale greco. Un’espressione sintetica, lapidaria, che segna un momento solenne: è in quell’istante, in effetti, che nasce la fede, che nasce il cristianesimo stesso.

Ma perché Giovanni “credette”, a differenza di Pietro che pure, prima di lui e poi accanto a lui, vide le stesse cose e restò perplesso, senza “ancora avere compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti”, come aggiunge Giovanni stesso (20,9) e come conferma Luca, 24,12 (“(Pietro) tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto’)? Perché a Giovanni basta ciò che ha scorto, appena entrato nel sepolcro, mentre a Simone, che pure è capo del collegio apostolico, occorre una speciale iniziativa del Risorto stesso, per stare a Luca nella finale del resoconto dei discepoli sulla via di Emmaus: “Davvero il Signore è risosto ed è apparso a Simone” (Lc, 24,34)?

E’ una domanda di straordinaria importanza perché, lo dicevamo, dalla sua risposta dipende il momento stesso della nascita della fede. Eppure, è sorprendente constatare come si sia sorvolato proprio su questo versetto decisivo.

Ci si accontenta, così, di spiegazioni che in realtà non spiegano nulla come (citiamo un solo esempio, tra i più recenti e diffusi) la nota che a quel “vide e credette” appone la traduzione ecumenica della Bibbia: “Il discepolo vede nella tomba vuota e nelle bende piegate con cura il segno che lo conduce a riconoscere, nella fede, la risurrezione di Gesù”.

Siamo ben lontani da una spiegazione soddisfacente: la “tomba vuota” è tutt’altro che un segno inequivocabile, tant’è vero che non è bastata a far intuire la verità alle donne, le quali, entrate (nel sepolcro) non trovarono il corpo del Signore. Mentre erano incerte per questo... " (Lc, 24,4). La sola scomparsa del cadavere autorizzava tutte le supposizioni, a cominciare dal furto, come pensa - piangendo, e per stare allo stesso Giovanni - Maria di Magdala (20,11 ss.).

Non è poi ammissibile l’altro elemento della presunta spiegazione: le “bende piegate con cura" come “segno” della Risurrezione, evidentemente sul presupposto, da parte dell’autore della nota, che un ladro avrebbe lasciato tutto in disordine e non avrebbe perso tempo a mettere ordine. Non è ammissibile, innanzitutto, perché proprio le “bende” (come dice, con scarsa precisione, la nota) erano, stando alla traduzione della Cei - che è il testo utilizzato per l’edizione italiana della traduzione ecumenica, di cui sì sono riprodotti solo i commenti - quelle “bende”, dunque, erano gettate "per terra”, come Giovanni ripete per due volte (20,5-7). In apparente ordine ("piegato in un luogo a parte" Gv, 20,7, per dirla con la stessa traduzione) era semmai il sudario che gli era stato posto sul capo” (ibid.).

Dunque, la tomba presentava un aspetto insieme ordinato e disordinato. Sia la sparizione del cadavere sia l’aspetto delle vesti funerarie sembravano lanciare un messaggio ambiguo, aperto a tutte le interpretazioni. Tale, comunque, da non giustificare affatto quel “vide e credette”.

Oltretutto, dal contesto sembra chiaro che quel “credette” non risale al fatto che la tomba fosse vuota, ma piuttosto al fatto che c’era là dentro - in quell’alba della prima domenica della storia - “qualcosa” che indusse di colpo Giovanni a credere. Divenendo, se così possiamo dire, il primo cristiano. Che cos’era quel “qualcosa”? E possibile, scrutando i testi, riuscire a intravedere quali siano stati quei “segni" tanto inconfutabili?

Occorre riconoscere che l’annuncio primitivo del cristianesimo, quale ci appare dal Nuovo Testamento, sembra quasi dimenticare la tomba. Il fatto che sia restata vuota non entra nel Credo e tutta la prima predicazione insiste, come prova di verità, unicamente sulle apparizioni.

Solo nel vangelo di Luca vi è l’episodio narrato anche da Giovanni, ma vi si cita soltanto Pietro: “Pietro corse al sepolcro e, chinatosi, vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto” (Lc, 24,12).

La tradizione cui Luca ispira il suo vangelo è quella che ha raccolto da Paolo: in essa, evidentemente, l’episodio era raccontato in modo abbreviato, non citando Giovanni (probabilmente perché ancora troppo giovane al momento dei fatti e, dunque, non abbastanza autorevole), ma confermando quanto nel quarto vangelo è detto, a proposito degli effetti di perplessità e non di fede procurati su Pietro dalla visita al sepolcro.

Si noti, tra l’altro, nel brano di Luca appena citato, quel “chinatosi”, che è esattamente il “chinatosi” di Giovanni, che lo riferisce a se stesso, ma che ha lo stesso valore: quello, cioè, di una sorta di "frammento” di ricordo diretto, restato nel racconto fatto dagli stessi protagonisti. È un altro dei tanti segnali, sparsi per tutto il vangelo, che rinviano - all’improvviso e senza alcun sospetto di premeditazione - a una testimonianza diretta e oculare, a un elemento cronachistico. Ma è tra i segnali di verità, anche perché rispecchia una realtà che l’archelogia ha confermato: come tutte quelle dei notabili d’Israele, anche la tomba di Giuseppe d’Arimatea era scavata nella roccia e la sua apertura era più bassa della statura di un uomo. Così che, per entrarvi o anche solo per guardarvi dentro, occorreva “chinarsi”: proprio come dicono il vangelo di Luca e quello di Giovanni.

Tra l’altro, tra le tracce e gli indizi di nascosto accordo tra i vangeli, c’è un “segnale” nello stesso capitolo 24 di Luca dove, al versetto 12, per brevità o per il motivo che dicevamo (l’età di Giovanni, in un mondo dove aveva valore solo la testimonianza di uomini maturi) non si parla che di Pietro accorso al sepolcro. Ma ecco che, poco sotto, i due discepoli che se ne vanno verso Emmaus e parlano con lo Sconosciuto, dicono: “Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato le cose proprio come le donne avevano detto, ma lui non l’hanno trovato!” (Lc, 24, 24). I verbi al plurale ("alcuni dei nostri” è il soggetto) non possono spiegarsi con il solo Pietro di cui lo stesso evangelista aveva parlato e sembrano confermare che accanto a lui c’era qualcun altro, visto che non vi è cenno di altre visite al sepolcro da parte di uomini (delle donne gli evangelisti parlano sempre a parte, e distinguendo con chiarezza).

Comunque sia, soltanto quando Giovanni - dopo che i Sinottici avevano già scritto, secondo il parere comune degli studiosi - redasse il suo vangelo, dell’episodio fu data la versione “completa”; e fu data dall’evangelista-apostolo stesso, che dice di avervi partecipato in prima persona.

La riportiamo qui, quella versione giovannea, come al solito nella traduzione della Conferenza Episcopale Italiana.
C’è, innanzitutto, l’antefatto, che non è possibile trascurare e che quindi richiamiamo al lettore, anche se la nostra analisi si eserciterà su quanto segue: “Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!” (Gv, 20,1 ss.).
Ed ecco subito di seguito il passo che ci interessa esaminare, perché in esso è contenuto l’enigma troppo spesso trascurato (che cosa vide Giovanni?): "Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entro. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro e vide e credette”(Gv, 20, 3-8).

Così, dunque, la Bibbia “ufficiale” dei cattolici italiani; la quale però qui (alla pari, del resto, di tutte o quasi le altre traduzioni, sia in Italia, che nel mondo intero) sarebbe imprecisa, equivocando a tal punto sulla lettera e lo spirito dell’evangelista da rendere incomprensibile le ragioni di quel “vide e credette” che termina in modo folgorante la prima visita a ciò che diventa da quel momento il Santo Sepolcro.

La dimostrazione (se davvero è tale) che qui i traduttori cadrebbero in gravi abbagli, è proposta da un prete diocesano laziale, un “dilettante”, don Antonio Persili, anziano parroco a Tivoli. Sin da seminarista, racconta, fu ossessionato da quel eỉden kaì epìsteusen: che cosa vide Giovanni per credere? Insoddisfatto dalle spiegazioni tradizionali (e non a torto, come vedremo) don Persili per decenni si è arrovellato, cercando se per caso, sotto quelle poche parole greche, Giovanni avesse dato indicazioni su ciò che c’era davvero là dentro.

Convinto, a un certo momento, di avere avuto l’intuizione giusta, l’approfondì sempre di più, decidendosi finalmente nel 1988 ad esporre in un libro i risultati delle sue ricerche.

Il volume, dal titolo "Sulle tracce del Cristo risorto" (sottotitolo: "Con Pietro e Giovanni testimoni oculari"), non trovò un editore e, quindi, don Persili lo pubblicò a sue spese. Un esemplare fu inviato dall’autore anche al sottoscritto che, riservandosi di esaminarlo un giorno o l’altro, lo depose sui suoi scaffali. Tra migliaia di altri libri, giacque dimenticato il libretto, dall’apparenza modesta, del vecchio parroco di Tivoli (scambiato a prima vista anche da chi scrive, occorre pur confessarlo, per uno dei tanti apologeti naifs che inviano in continuazione a studiosi e giornalisti le loro presunte, quasi sempre inservibili, “dimostrazioni scientifiche” della verità dei vangeli).

Avendo recuperato il testo dimenticato quando si trattò di scrivere questo libro [su Gesù Risorto] e avendolo studiato con attenzione, eccoci a proporre alcune sue ipotesi come attendibili. 

In ogni caso, seriamente documentate da uno che, come questo sacerdote, dimostra di maneggiare molto bene il greco del Nuovo Testamento e di avere studiato e ricostruito come pochissimi altri le tecniche, gli usi, i costumi funerari nell’Israele antico. Un aspetto, questo, essenziale per cercare di capire che cosa “vide” Giovanni e, in generale, per saggiare la storicità dei racconti di passione, morte, risurrezione; e aspetto, invece, a tal punto trascurato che, nell’immensa bibliografia biblica, sembra proprio che manchi un’opera specifica approfondita che lo affronti. Don Persili lo ha fatto, con risultati che sembrano convincenti.

Seguendo la ricostruzione, attenta ai testi e alle fonti, del Persili, la preparazione del corpo fu accurata e completa, non affrettata e provvisoria come abitualmente si dice.
Mancava il tempo, mentre incombeva l’inizio del sabato, quando ogni lavoro doveva cessare? In realtà i due uomini, entrambi grandi notabili in Israele, dovevano disporre di molti servi che certamente portarono con sé e che i due coordinarono efficacemente perché le cose si svolgessero al meglio.

Quanto alle ore disponibili, dovettero essere di più di quanto si pensi. Se Gesù morì, stando ai Sinottici, all’ora nona (le tre del pomeriggio), stando alle stesse fonti le operazioni per la sepoltura iniziarono più tardi, quando era ormai venuta la sera “(Mt, 27,57; Mc, 15,42) e occorreva non attardarsi per evitare di essere sorpresi dall’inizio del sabato. Ma questo, come sembrano ignorare molti, non cominciava col tramonto del disco solare: stando ai rabbini, quando in cielo appariva la prima stella si era ancora al venerdì, alla seconda si era tra il venerdì e il sabato e solo alla terza stella cominciava il giorno sacro del riposo.

Le tristi operazioni iniziarono con l’acquisto del “lenzuolo” da parte dell’Arimateo, stando al racconto di Marco (15,46). In realtà, la traduzione della Cei ("egli, allora, comprato un lenzuolo...") non sembra accettabile. La parola sindớn può anche, in senso secondario e particolare, significare “lenzuolo” (al pari di “vela" “vessillo”, ecc.), ma in senso primario e generico significa “tessuto di lino”, “tela”. Non esistevano lenzuoli funerari da comprare, magari in apposite botteghe: i morti erano sepolti dagli ebrei con le loro vesti. Ciò che Giuseppe d’Arimatea comprò - o, meglio, quasi certamente fece comprare da qualche suo servo - fu un rotolo di tela di alcuni metri, di cui si servì per ritagliare i pezzi necessari per ricoprire, avvolgere, legare il corpo di Gesù, completamente nudo (tranne, forse, uno straccio alle reni: omaggio romano alla pudicizia ebraica) poiché le sue vesti, come per ogni condannato a morte, erano finite ai soldati.
Dal rotolo di tela fu ricavato subito il lenzuolo in cui il Crocifisso fu avvolto, come specificano tutti e tre i Sinottici, mentre Giovanni dà questo per scontato e passa alla fase successiva: "e avvolsero (il corpo) in bende..."(19,40).

L’avvolgimento previo nella tela (la "sindone”) era necessario per due motivi: innanzitutto, per evitare di toccare direttamente il cadavere e non incorrere così in una grave impurità [??]; in secondo luogo, per una prescrizione della Legge, che imponeva di non lasciare disperdere il sangue dalle ferite di chi fosse morto in modo traumatico. Si sa che, per l’ebraismo, il sangue rappresenta l’uomo stesso: andava dunque in qualche modo “salvato”, tanto che si imponeva di seppellire con il morto anche le zolle di terra su cui qualche goccia fosse caduta.
Anche alla luce di ciò, si noti, in questi racconti di sepoltura, un segno ulteriore di credibilità storica a silenzio: non si dice, cioè, che il cadavere di Gesù sia stato lavato, come era invece d’uso - anzi obbligatorio, stando ai rabbini - in Israele. Persili: “Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo non hanno lavato e unto con l’olio il corpo di Gesù, ma lo hanno avvolto semplicemente in una tela non perché non avevano tempo a disposizione; non perché non avevano l’acqua, che avrebbero potuto procurarsi con facilità; neanche perché pensavano di procedere solo a una sepoltura provvisoria; e, di certo, nemmeno perché non amavano e non rispettavano abbastanza Gesù. 
Se non l’hanno fatto, è perché obbedivano a una precisa prescrizione della Legge, che imponeva di seppellire il defunto per morte violenta con il suo "sangue di vita”, senza detergerlo. E solo degli esperti della Legge, come quei due, potevano conoscere questa particolare prescrizione”. 
Dunque, non solo in ciò che fecero, ma anche in ciò che non fecero si nasconde un segnale di attendibilità storica.

*
Ecco, allora, la sintesi della ricostruzione data da Antonio Persili: 

“Il corpo di Gesù fu preparato per la sepoltura nel seguente modo. Prima fu avvolto in una grande tela (la sindớn)con il duplice scopo di non toccare il cadavere con le mani nude e di non disperdere il sangue. Quindi, si passò alla seconda operazione di avvolgere e legare il corpo con le fasce(othớnia) versando nel frattempo, all’interno e all’esterno di esse, profumi. 
I Sinottici, non avendo parlato dell’intervento di Nicodemo con i suoi aromi, non ne descrivono l’impiego, anche perché non avevano intenzione di dire per filo e per segno come era stato preparato il corpo di Gesù per la sepoltura; mentre Giovanni, usando il verbo entafiàzo, che significa esattamente “preparare un cadavere per la sepoltura” e non semplicemente “seppellire”, descrive con precisione come essa di fatto avvenne. 
Questa operazione di avvolgimento e di legamento fu preceduta e seguita dall’applicazione di due “sudari”: il primo all’interno della sindone, dove svolgeva la funzione di mentoniera; il secondo all’esterno, per completare l’avvolgimento e il legamento, come vedremo meglio. E il tutto fu fatto al di fuori del sepolcro, sulla pietra da unzione che faceva parte del complesso sepolcrale di proprietà di Giuseppe”. 

Quando tutto fu finito, il corpo fu trasportato all’interno, sul banco scavato nella roccia. Poi, per dirla con Matteo, “fu rotolata una grande pietra sulla porta del sepolcro” (27,60). Dopo il silenzio del sabato (questo giorno inquietante e misterioso forse più di ogni altro. quello in cui il Padre si “nasconde” a tal punto che il Figlio giace inanimato in una tomba), verrà la sorpresa sbalorditiva del “terzo giorno”.

Tra sindone, sudario, fasce

Perché Giovanni - l’apostolo e l’evangelista - fu il primo che credette nella risurrezione di Gesù? Che cosa “vide” per avere “creduto” (come dichiara al versetto 8 del capitolo 20 del suo vangelo), dopo essere entrato nel sepolcro, al seguito di Pietro, in quell”’ottavo giorno” che divenne la prima domenica della storia?

Impostato in precedenza il problema, adesso, affrontiamo subito il testo di Giovanni nella traduzione datane dalla Bibbia della Cei, affiancandovi la versione e la relativa interpretazione di Antonio Persili, il sacerdote che ha dedicato gli studi di una intera vita a cercare di decifrare il perché di quella fede subitanea.

Giovanni, 20,5: 
Traduzione della Conferenza Episcopale Italiana: “Chinatosi, (Giovanni) vide le bende per terra, ma non entrò”.
Traduzione di Antonio Persili: “ Chinatosi, (Giovanni) scorge le fasce distese, ma non entrò”.

Come si vede, l’edizione ufficiale cattolica ha “le bende per terra”; quella del nostro studioso traduce “le fasce distese”. Il punto è decisivo per lo stesso evangelista, che in ciascuno degli altri due versetti che seguono (il 6 e il 7) parla di quelle che per la Cei sarebbero “bende per terra”, mentre per Persili sono sempre e solo “fasce distese”. 
Che cosa ha voluto comunicarci Giovanni, ripetendo tre volte in tre versetti successivi quel suo keìmena tà othònia, quel linteamina posita come traduce la Vulgata latina?

Per capire dobbiamo rifarci, come sappiamo, alla “tecnica” di sepoltura messa in atto per Gesù, secondo le leggi e i costumi ebraici, da Giuseppe d’Arimatea, dal suo pietoso aiutante, Nicodemo e, certamente, dai loro servi. Come ricordavamo precedentemente, Persili coordina (con un'abilità nella quale non sembra però di scorgere forzature) i cenni che al proposito ci danno i Sinottici con quelli di Giovanni, mettendo in rilievo che il corpo del Crocifisso deve essere stato interamente avvolto in una grande tela - la sindòn - non solo per evitare il contatto dei vivi con un cadavere di per sé impuro, ma anche per obbedire al precetto di non disperdere il sangue di chi fosse morto con ferite sul corpo.

Dallo stesso rotolo di tela da cui fu ricavata quella “sindone”, l’Arimateo - o qualche suo servo - tagliarono tà othònia: che non sarebbero “bende”, ma “fasce”. “Bende”, in effetti, erano quelle che legavano il cadavere di Lazzaro e per indicare le quali lo stesso Giovanni usa un diverso sostantivo (11, 44). Le othònia - le quali, lo ripetiamo, tornano qui in tre versetti - erano più alte: delle grosse “fasce”, con le quali fu avvolto tutto il corpo di Gesù, escludendo solo la testa. Su quest’ultima, alla “sindone”, che già la copriva, fu sovrapposto il “sudario”.
Come giunge Persili a questa ricostruzione? Innanzitutto, facendo osservare come sia scritto che Giovanni, “chinatosi vide le fasce”: se vide solo esse e non il lenzuolo, è evidentemente perché quest'ultimo era tutto coperto dalla fasciatura (ad esclusione del capo; ma l'Apostolo, stando al di fuori, vedeva la parte dov’erano stati i piedi).
Ma, poi, non va dimenticato che poco prima lo stesso evangelista aveva parlato di quelle stesse othònia: “Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, come è usanza seppellire per i Giudei” (Gv, 19,40). Gli “oli aromatici” sono la “mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre” portata da Nicodemo. Erano ben 32 chili e 700 grammi, in forma liquida, di cui una parte fu versata sulla pietra sepolcrale sino a preparare un “letto” di profumi, un’altra parte servì per ungere le pareti interne della tomba (ecco perché una simile quantità, che è sembrata inverosimile a tanti critici) e il rimanente fu versato sulla sindone.
Le “fasce” messe tutto attorno al corpo di Gesù, sino a coprire interamente il lenzuolo, avevano anche la funzione di impedire quella troppo rapida evaporazione del liquido aromatico che si sarebbe verificata se la sindone fosse stata a contatto con l’aria. Si noti che questa sembra essere stata la funzione anche del sudario sul capo. Se c’era già la sindone che lo avvolgeva, perché quel pezzo ulteriore di tela? Una ragione precisa l’aveva: proteggere la soluzione di mirra e di aloe da una evaporazione eccessiva-mente veloce.

Fasce”, dunque, non “bende”: una copertura completa sino al collo. E, soprattutto, non “per terra” (Cei) bensì “distese” (Persili). Il testo greco, in effetti, dice che le othònia erano keĩmena. C’è qui, dunque, il participio del verbo keĩmai, che corrisponde al latino jacere, giacere. Come spiega un vocabolario classico di greco, quello dei Bonazzi, keĩmai “significa giacere, essere disteso, seduto, steso, orizzontale; si dice di una cosa bassa in opposizione ad una elevata, eretta, come per esempio il mare calmo rispetto al mare agitato".

Ne deriva, dunque, Persili: “Il significato che Giovanni vuol dare a questo verbo è far risaltare che prima le fasce erano rialzate (“come un mare agitato’), perché all’interno c’era il corpo; dopo la Risurrezione, invece, le fasce erano abbassate, distese ("come un mare calmo”), giacendo nel medesimo posto in cui si trovavano quando contenevano il cadavere di Gesù. E’ arbitrario farle giacere per terra, come vuole la versione ufficiale. 

La Vulgata traduce con il participio posita, che rende bene l’idea delle fasce distese e vuote, perché il verbo ponere significa appunto “mettere giù”. Perciò le due parole keĩmena tà othònia si devono tradurre come “le fasce distese”, ma intatte, non manomesse, non disciolte (...) Esse costituiscono la prima traccia della Risurrezione: era infatti assolutamente impossibile che il corpo di Gesù fosse uscito dalle fasce, semplicemente rianimato, o che fosse stato asportato, sia da amici che da nemici, senza svolgere quelle fasce o, comunque, senza manometterle in qualche maniera”.

Continua il nostro autore: “Questa traccia sarebbe stata sufficiente per credere nella Risurrezione, ma nel sepolcro v’era una traccia ancora più straordinaria, che Pietro ebbe la ventura di vedere per primo: la posizione del sudario. 

Se è importante, per capire la fede immediata di Giovanni, la posizione delle fasce, lo è ancora di più la posizione del sudario, quello che stava al contatto del corpo. E una posizione così sorprendente che all’evangelista è necessario un intero versetto di venti parole per descriverlo”.
Prima di quel versetto, il settimo, c’è ovviamente il sesto che, nella versione Cei, dice: “Giunse intanto Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra”. Qui la sola mutazione da apportare, come sappiamo, sarebbe “le fasce di­stese" al posto di “le bende per terra".

Ma ci sarebbe da aggiungere che sia la Vulgata latina che l’attuale versione cattolica italiana traducono sempre con “vedere” i tre diversi verbi greci impiegati in questi versetti da Giovanni. Si perde così una sfumatu­ra importante, con la quale l’evangeli­sta sembra avere voluto indicare una progressione: dal primo constatare con perplessità, al contemplare suc­cessivo e poi al vedere pienamente, così da comprendere e da credere. 

Non è una osservazione marginale, perché anche in questa scelta attenta di verbi solo apparentemente sinoni­mi Giovanni conferma quale atten­zione richieda al lettore perché colga il significato preciso di ogni parola. Che nulla nei vangeli sia “casuale” è possibile scoprirlo anche in queste “finezze” che stanno dietro al testo originale e che spesso non è possibile apprezzare nelle traduzioni, che hanno reso i tre verbi usati da Giovanni in questi versetti (blépei, theòrei, eìden) tutti con un “vide” [!!].

Ma veniamo al versetto 7 che conti­nua la descrizione di ciò che si trovò davanti Pietro: “e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte”. Così la versione Cei. 
Stando, invece, alla traduzione proposta da Persili: “e il sudario, che era sul capo di lui, non con le fasce disteso, ma al contrario avvolto in una posizione unica".

Innanzitutto, va ricordato che il ter­mine “sudario” ha assunto per noi, proprio sotto l’influsso delle parole evangeliche, un significato funera­rio, mentre invece altro non era che un pezzo di tela, un fazzoletto (più grande dei nostri attualiusato per detergere il sudore. Come dice, del resto, la parola stessa.
Ricordarlo è importante, perché molti hanno fatto e fanno confusione tra la “sindone” di cui parlano i Sinottici e il “sudario” di Giovanni, magari al punto di identificarli, credendo fosse­ro entrambi “abiti funerari”. In realtà, quel “sudario” era un pezzo - proba­bilmente con un lato dai 6o agli 8o centimetri - che Giuseppe d’Arimatea tagliò, o fece tagliare, da quel rotolo di tela da cui già aveva tratto la sin­dòn e le othònia, il lenzuolo e le fasce.
Sul perché di questa copertura ulte­riore, col sudario, sul capo già rivesti­to dalla sindon abbiamo detto più sopra: una protezione del liquido aro­matico versato in quantità da Nicodemo e dai suoi servi. Né è da escludere l’altro motivo addotto da Persili: non lasciare in disordine le piegature del lenzuolo, visto che tutto il resto del corpo era ordinatamente fasciato. E sia l’Arimateo che Nicodemo, ricchi e autorevoli notabi­li, non erano certo persone da amare lavori approssimativi, soprattutto per un uomo che avevano amato. Forse non è da escludere neppure che le ferite al volto e al capo (la corona di spine, tra l’altro, fonte di una abbon­dante emorragiainzuppassero di san­gue il lenzuolo.

Se Giovanni specifica che era proprio “quel sudario che gli era stato posto sul capo” è probabilmente, dice Persili, per “mettere in guardia il let­tore dal credere che si stia parlando dell’altro sudario, che si trovava all’in­terno della grande tela, come mento­niera, e che perciò non era visibile. Giovanni, insomma, precisa che Pietro ha visto il sudario che stava all’esterno, sul capo di Gesù, e non quello che stava all’interno, intorno al capo di Gesù”. La mentoniera, in effetti, faceva parte pietosa dell’uso funebre per impedire la vista disdice­vole della bocca spalancata a causa del cedimento, nel defunto, dei muscoli della mandibola. Un chiarimento al lettore antico era dunque necessario da parte dell’evangelista: Gesù era stato sepolto rispettandone anche in questo la dignità.

Proseguiamo: quel “sudario”, quel fazzoletto, “ non (era) per terra con le bende” (Gv 20,7): così vorrebbe la traduzione Cei. E qui ritornano, dun­que (per la terza e ultima volta), le othònia keĩmena
Persili: “In realtà, il vangelo vuol dire che il sudario non era appiattito sulla pietra sepolcrale. I geometri dell’antica Grecia usavano l’espressione keĩmenon schéma nel senso di “figura in piano, orizzonta­le”. L’evangelista vuol dire la stessa cosa: le fasce erano distese in piano, sì trovavano in posizione orizzontale, mentre il sudario era in una posizione rialzata”. Da qui, la traduzione pro­posta dal nostro studioso: "non con le fasce disteso”. Il sudario, s’intende, è il soggetto.

Segue subito dopo - in questo stesso cruciale, decisivo ver­setto 7 - un allà  chorìs  entetyligmé­non, che la Cei traduce con un “ma piegato a parte”. Sentiamo ancora il nostro sacerdote biblista: “L’infelice traduzione distrugge la mirabile trac­cia che l’evangelista ha rilevato con grande cura e ha descritto con laco­nicità e chiarezza. Infatti, questa tra­duzione contiene tre errori che stra­volgono la testimonianza di Giovanni".

Secondo don Persili, dunque, “prima di tutto, il participio entetyligménon è stato tradotto, arbitrariamente, con il participio italiano “piegato” invece che con “avvolto”. Il verbo entylìsso corrisponde ai verbi “avvolgo, invol­go, ravvolgo”. Ne è conferma il fatto che deriva dal sostantivo entylé che corrisponde a “coperta, accappatoìo oggetti che servono per avvolgere e non per piegare”.

Ma c’è poi quel chorìs, che è un avverbio: “E vero che, in italiano, significa innanzitutto “separatamen­te, a parte, in disparte”. Ma è anche vero che, in senso traslato, può signi­ficare “differentemente, al contrario”. Può assumere due sensi: quello locale e quello modale, traslato. Qui si vuol dare all’avverbio chorìs il significato traslato, perché la logica della testi­monianza consiste nell’opporre la posizione assunta dalle fasce (distese) a quella, diversa, assunta dal sudario (avvolto)”.

Terzo errore - o fraintendimento che sia - della traduzione ecclesiale italia­na sarebbe il non avere compreso (per motivazioni filologiche che qui sarebbe troppo complesso esporre) i rapporti tra l’avversativo allà (‘ma’) e l’avverbio  chorìs.

Concludendo”, scrive Persili, “la frase si deve tradurre in modo da rendere l’idea che il sudario per il capo si trovava in una posizione diversa da quella delle fasce per il corpo e non in un luogo diverso. Pietro contempla le fasce distese sulla pietra sepolcrale e, sulla stessa pietra, contempla anche il sudario che, al contrario delle fasce, che sono diste­se, è in posizione di avvolgimento, anche se non avvolge più nulla”.
Pertanto, la traduzione corretta sarebbe, invece che il “ma piegato a parte” della Cei: “Ma al contrario avvolto”.

Però, per completare questo versetto 7, ci sono tre altre brevi parole gre­che le quali sarebbero state fraintese più ancora delle altre. Quelle parole sono eis éna topòn: stando alla Cei - e, bisogna pur dire, stando al senso immediato per chiunque sappia anche solo un po’ di greco - il loro significato sembra evidente. E, cioè: “in un luogo”. E con questi tre ter­mini che la traduzione dei vescovi italiani può costruire la frase “in un luogo a parte".

Poiché, però, questo non sembra dare significato sufficiente, le inter­pretazioni si sono sprecate: pensiamo di poterle risparmiare al lettore, arri­vando subito alla proposta di Persili. Proposta certamente inedita, magari “scandalosa” per qualche esperto, ma che in realtà non sembra avere contro motivazioni filologiche serie. Se poi, davvero, si trattasse della traduzione “giusta”, si illuminerebbe in modo plausibile e definitivo il senso di quell’enigmatico “vide e credette”.

Lasciamo dunque ancora la parola a Persili, il quale propone innanzitutto di intendere la parola greca tòpos non come “luogo”, ma come “posi­zione”. Non si tratta di un arbitrio, poiché questo significato è dato anche, tra gli altri, da quel vocabola­rio di Lorenzo Rocci che ha accom­pagnato generazioni di studenti licea­li (il sottoscritto compreso...) e che è ancora oggi tra i più completi e attendibili.

Ma quale è questa posizione del sudario”, continua il nostro parroco biblista, “posizione così importante da dedicargli l’intero versetto 7? Pietro (nel racconto, s’intende, che da lui dovette raccogliere Giovanni che scrive l’evangelo) la precisa con un tocco da artista per mezzo di una preposizione, eis (in italiano, “in’) e di un aggettivo numerale, éna (è l’ac­cusativo accordato con l’accusativo del sostantivo tòpos, e significa “uno”). Abbiamo visto che questo aggettivo numerale éna non può avere il signi­ficato dì pròtos e che perciò non si può tradurre che il sudario stava “nella medesima posizione”; che non si può neanche sostenere che il suda­rio si trovava in un altro luogo, diverso dalla pietra sepolcrale; infine, che non si può neppure affermare che il sudario stava in un luogo inde­terminato, perché tale affermazione sarebbe inutile, pleonastica e addirit­tura assurda. Dobbiamo perciò con­cludere che l’espressione eis éna deve avere un altro significato, che renda viva e precisa la testimonianza di Pietro. Il numerate eis, come si legge nel vocabolario del Bonazzi, può essere usato con il significato di “unico”.

-Interrompendo un momento la cita­zione, aggiungiamo ciò che al Persili sembra essere sfuggito e che rafforza invece notevolmente la sua interpre­tazione. In effetti (come abbiamo con­statato noi stessi, mentre vagliavamo questa proposta di traduzione) la voce eis - firmata dall’autorevole Ethelbert Stauffer, docente di Nuovo Testamento all’Università di Bonn - nei 15 volumi dell’insuperato Grande Lessico del Nuovo Testamento (“il Kittel", per gli addetti ai lavori) inizia così: “ Nel Nuovo Testamento, eis è usato solo raramen­te come numerale. Per lo più signifi­ca solounico,incomparabile, oppu­re dotato di validità unica... “.--
Cioè, esattamente come propone Persili, del quale riprendiamo adesso la cita­zione: “ Unico è il significato che Pietro ha voluto dare a éna. Il suda­rio, il grande fazzoletto che avvolge il capo, al contrario delle bende, era avvolto in una posizione UNICA, nel senso di singolare, eccezionale, irripetibile. Infatti, mentre avrebbe dovuto essere disteso sulla pietra sepolcrale con le fasce, era invece rialzato e avvolto. La posizione del sudario appare unica per eccellenza agli occhi di Pietro e di Giovanni, perché è una sfida alla forza di gra­vita".

Per capire meglio, bisogna ricordare (stando al nostro autore, che ha però dalla sua il Nuovo Testamento: il corpo del Risorto è "materiale“, sì, e si fa per questo “toccare” e mangia e beve, ma al contempo entra nella sala dove sono discepoli a porte chiuse, passando dun­que attraverso la materia), bisogna dunque ricordare che “ Gesù non solo non uscì dal sepolcro (il ribaltamento della pietra all’entrata non fu che un “segno”), ma che non uscì neanche dalle tele perché, dall’inter­no di esse, entrò direttamente nella dimensione dell’eternità. Così che il suo non fu uno spostamento da un luogo all’altro, ma il passaggio miste­rioso da uno stato all’altro, dal tempo all’eterno".

Pur rispettando l’enigma, ciò poté avvenire con una sorta di lampo di luce e di calore: un riflesso “sensibile” del Mistero, che dovette prosciugare di colpo gli aromi che impregnavano le tele. Scomparso il corpo, le fasce che lo avevano avvolto, più pesanti, si abbassarono sulla sindone che esse coprivano e assunsero quella posizio­ne “distesa” che abbiamo visto. Il sudario per il capo, più leggero e più piccolo, per così dire “inamidato” per l’istantaneo essiccarsi dei profumi liquidi, restò - per usare le parole stesse del Nuovo Testamento - “ al contrario “ (rispetto alle fasce) “avvol­to”, come quando cingeva la testa del defunto, apparendo così ai due apo­stoli “in una posizione unica".

È questa situazione straordinaria che giustifica il “credette” di Giovanni dopo che “vide”? 
Di certo, la man­canza di ogni segno di effrazione e di manomissione nelle tele, dalle quali nessuno poteva essere uscito o essere stato estratto, e quella posizione “incomparabile” del sudario, ancora alzato, ma sul vuoto del lenzuolo sot­tostante distesosi sulla pietra del sepolcro; di certo, dunque, tutto questo giustificherebbe l’immediato comprendere di Giovanni e il suo arrendersi - per primo nella storia - alla realtà di una risurrezione che aveva lasciato tracce mute ma così eloquenti.

Per ulteriore chiarezza ripetiamo infi­ne nella loro interezza i versetti dal 5 al 7 del capitolo 20 di Giovanni nella traduzione di Antonio Persili: (Giovanni) chinatosi, scorge le fasce distese, ma non entrò. Giunge intan­to anche Simon Pietro che lo seguiva ed entra nel sepolcro e contempla le fasce distese e il sudario, che era sul capo di lui, non disteso con le fasce, ma al contrario avvolto in una posi­zione unica".

 LISTA APPROFONDIMENTI

+Christus vincit
+Christus regnat
+Christus imperat