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martedì 25 luglio 2017

Natività di Maria

Natività di Maria 
santa genitrice di Dio e gloriosissima madre di Gesù Cristo
Così come viene narrata nei Vangeli “apocrifi”:
Protovangelo di Giacomo
Con integrazioni, in corsivo, dal cosiddetto Evangelo dello Pseudo-Matteo

[1, 1] Secondo le storie delle dodici tribù di Israele c'era un certo Gioacchino, uomo estremamente ricco. Le sue offerte le faceva doppie, dicendo: "Quanto per me è superfluo, sarà per tutto il popolo, e quanto è dovuto per la remissione dei miei peccati, sarà per il Signore, quale espiazione in mio favore".
[2] Mentre egli così agiva, il Signore gli moltiplicava i greggi, sicché nel popolo d'Israele non c' era uomo come lui. AvevaGiotto - Il bacio di Anna e Gioacchino iniziato a comportarsi così dall'età di quindici anni. A vent'anni, prese in moglie Anna, figlia di Achar della sua tribù, cioè della tribù di Giuda, della stirpe di Davide. Ma pur avendo convissuto con lei per vent'anni, da lei non ebbe figli, né figlie.
[2] Giunse il gran giorno del Signore e i figli di Israele offrivano le loro offerte. Davanti a lui si presentò Ruben, affermando: "Non tocca a te offrire per primo le tue offerte, poiché in Israele non hai avuto alcuna discendenza". [3] Gioacchino ne restò fortemente rattristato e andò ai registri delle dodici tribù del popolo, dicendo: "Voglio consultare i registri delle dodici tribù di Israele per vedere se sono io solo che non ho avuto posterità in Israele". Cercò, e trovò che, in Israele, tutti i giusti avevano avuto posterità. Si ricordò allora del patriarca Abramo al quale, nell'ultimo suo giorno, Dio aveva dato un figlio, Isacco.
[4] Gioacchino ne restò assai rattristato e non si fece più vedere da sua moglie. Si ritirò nel deserto, vi piantò la tenda e digiunò quaranta giorni e quaranta notti, dicendo tra sé: "Non scenderò né per cibo, né per bevanda, fino a quando il Signore non mi abbia visitato: la mia preghiera sarà per me cibo e bevanda".
[2, 1] Ma sua moglie innalzava due lamentazioni e si sfogava in due pianti, dicendo: "Piangerò la mia vedovanza e piangerò la mia sterilità". [2] Venne il gran giorno del Signore, e Giuditta, sua serva le disse: "Fino a quando avvilisci tu l'anima tua; Ecco, è giunto il gran giorno del Signore e non ti è lecito essere in cordoglio. Prendi invece questa fascia per il capo che mi ha dato la signora del lavoro: a me non è lecito cingerla perché io sono serva e perché ha un'impronta regale". [3] Ma Anna rispose: "Allontanati da me. Io non faccio queste cose. Dio mi ha umiliata molto. Forse è un maligno che te l'ha data, e tu sei venuta a farmi partecipare al tuo peccato". Replicò Giuditta: "Quale imprecazione potrò mai mandarti affinché il Signore che ha chiuso il tuo ventre, non ti dia frutto in Israele?". Anna si afflisse molto. [4] Si spogliò delle sue vesti di lutto, si lavò il capo, indossò le sue vesti di sposa e verso l'ora nona scese a passeggiare in giardino. Vedendo un alloro, si sedette ai suoi piedi e supplicò il Padrone, dicendo: "O Dio dei nostri padri, benedicimi e ascolta la mia preghiera, come hai benedetto il ventre di Sara, dandole un figlio, Isacco".
[3, 1] Guardando fisso verso il cielo, vide, nell'alloro, un nido di passeri, e compose in se stessa una lamentazione, dicendo: "Ahimè! chi mi ha generato? qual ventre mi ha partorito? Sono infatti diventata una maledizione davanti ai figli di Israele, sono stata insultata e mi hanno scacciata con scherno dal tempio del Signore. [2] Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio agli uccelli del cielo, poiché anche gli uccelli del cielo sono fecondi dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio alle bestie della terra, poiché anche le bestie della terra sono feconde dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? [3] Non somiglio a queste acque, poiché anche queste acque sono feconde dinanzi a te, o Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio certo a questa terra, poiché anche questa terra porta i suoi frutti secondo le stagioni e ti benedice, o Signore".
[4, 1] Ecco, un angelo del Signore le apparve, dicendole: "Anna, Anna! Il Signore ha esaudito la tua preghiera; tu concepirai e partorirai. Si parlerà in tutta la terra della tua discendenza".GIOTTO di Bondone (1267-1337)- Annunciazione a Sant’Anna - Cappella Scrovegni, Padova
Ciò detto, si allontanò dai suoi occhi. Tremante e timorosa per aver visto questa visione e udito il discorso, entrò in camera, si gettò sul letto mezza morta e rimase giorno e notte in gran timore e in preghiera.
Anna rispose: "(Com'è vero che) il Signore, mio Dio, vive, se io partorirò, si tratti di maschio o di femmina, l'offrirò in voto al Signore mio Dio, e lo servirà per tutti i giorni della sua vita". [2] Ed ecco che vennero due angeli per dirle: "Tuo marito Gioacchino sta tornando con i suoi armenti". Un angelo del Signore era infatti disceso da lui per dirgli: "Gioacchino, Gioacchino! Il Signore ha esaudito la tua insistente preghiera. Scendi di qui.
Ecco, infatti, che Anna, tua moglie, concepirà nel suo ventre".
"Io sono un angelo di Dio e oggi sono apparso a tua moglie piangente e orante, e l'ho consolata; sappi che dal tuo seme concepì una figlia e tu l'hai lasciata ignorandola. Questa starà nel tempio di Dio; su di lei riposerà lo Spirito santo; la sua beatitudine sarà superiore a quella di tutte le donne sante; nessuno potrà dire che prima di lei ce ne sia stata un'altra uguale: e in questo mondo, dopo di lei un'altra non ci sarà. Discendi perciò dai monti, ritorna dalla tua sposa e troverai che è in stato interessante. Dio infatti ha suscitato in lei un seme, del quale devi ringraziarlo. Il suo seme sarà benedetto, e lei stessa sarà benedetta e sarà costituita madre di una benedizione eterna".
[3] Dopo avere adorato l'angelo, Gioacchino gli disse: "Se ho trovato grazia davanti a te, siediti un po' nella mia tenda e benedici il tuo servo". L'angelo gli rispose: "Non dirti servo, ma conservo; siamo infatti servi di uno stesso Signore. Ma il mio cibo è invisibile e la mia bevanda non può essere vista da alcun mortale. Perciò non mi devi pregare di entrare nella tua tenda. Se hai intenzione di darmi qualcosa, offrila in olocausto al Signore".
Gioacchino prese allora un agnello immacolato e disse all'angelo: "Non avrei osato offrire un olocausto al Signore se il tuo ordine non mi avesse dato il potere sacerdotale per offrirlo". L'angelo gli rispose: "Non ti avrei invitato ad offrire, se non avessi conosciuto la volontà del Signore". Mentre Gioacchino offriva il sacrificio a Dio, salirono in cielo sia l'angelo sia il profumo del sacrificio.
 [3] Gioacchino scese, e mandò a chiamare i suoi pastori, dicendo: "Portatemi qui dieci agnelli senza macchia e senza difetto: saranno per il Signore, mio Dio. Portatemi anche dodici vitelli teneri: saranno per i sacerdoti e per il consiglio degli anziani; e anche cento capretti per tutto il popolo". [4] Ed ecco che Gioacchino giunse con i suoi armenti. Anna se ne stava sulla porta, e vedendo venire Gioacchino, gli corse incontro e gli si appese al collo, esclamando: "Ora so che il Signore Iddio mi ha benedetta molto. Ecco, infatti, la vedova non più vedova, e la sterile concepirà nel ventre". Il primo giorno Gioacchino si riposò in casa sua.
[5, 1] Il giorno seguente presentò le sue offerte, dicendo tra sé: "Se il Signore Iddio mi è propizio, me lo indicherà la lamina del sacerdote". Nel presentare le sue offerte, Gioacchino guardò la lamina del sacerdote. Quando questi salì sull'altare del Signore, Gioacchino non scorse in sé peccato alcuno, ed esclamò: "Ora so che il Signore mi è propizio e mi ha rimesso tutti i peccati". Scese dunque dal tempio del Signore giustificato, e tornò a casa sua. [2] Si compirono intanto i mesi di lei. Nel nono mese Anna partorì e domandò alla levatrice: "Che cosa ho partorito?". Questa rispose: "Una bambina". "In questo giorno", disse Anna, "è stata magnificata l'anima mia", e pose la bambina a giacere. Quando furono compiuti i giorni, Anna si purificò, diede poi la poppa alla bambina e le impose il nome Maria.
[6, 1] La bambina si fortificava di giorno in giorno e, quando raggiunse l'età di sei mesi, sua madre la pose per terra per provare se stava diritta. Ed essa, fatti sette passi, tornò in grembo a lei che la riprese, dicendo: "(Com'è vero che) vive il Signore mio Dio, non camminerai su questa terra fino a quando non ti condurrò nel tempio del Signore". Così, nella camera sua fece un santuario e attraverso le sue mani non lasciava passare nulla di profano e di impuro. A trastullarla chiamò le figlie senza macchia degli Ebrei. [2] Quando la bambina compì l'anno, Gioacchino fece un gran convito: invitò i sacerdoti, gli scribi, il consiglio degli anziani e tutto il popolo di Israele. Gioacchino presentò allora la bambina ai sacerdoti, i quali la benedissero, dicendo: "O Dio dei nostri padri, benedici questa bambina e dà a lei un nome rinomato in eterno in tutte le generazioni". E tutto il popolo esclamò: "Così sia, così sia! Amen". La presentò anche ai sommi sacerdoti, i quali la benedissero, dicendo: "O Dio delle sublimità, guarda questa bambina e benedicila con l'ultima benedizione, quella che non ha altre dopo di sé". [3] Poi la madre la portò via nel santuario della sua camera, e le diede la poppa. Anna innalzò quindi un cantico al Signore Iddio, dicendo: "Canterò un cantico al Signore, Dio mio, poiché mi ha visitato e ha tolto da me quello che per i miei nemici era un obbrobrio: il Signore, infatti, mi ha dato un frutto di giustizia, unico e molteplice dinanzi a lui. Chi mai annunzierà ai figli di Ruben che Anna allatta? Ascoltate, ascoltate, voi, dodici tribù di Israele: Anna allatta!". La pose a giacere nel santuario della sua camera e uscì per servire loro a tavola. Terminato il banchetto, se ne partirono pieni di allegria, glorificando il Dio di Israele.Educazione di Maria - Tiepolo
[7, 1] Per la bambina passavano intanto i mesi. Giunta che fu l'età di due anni, Gioacchino disse a Anna: "Per mantenere la promessa fatta, conduciamola al tempio del Signore, affinché il Padrone non mandi contro di noi e la nostra offerta riesca sgradita". Anna rispose: "Aspettiamo il terzo anno, affinché la bambina non cerchi poi il padre e la madre". Gioacchino rispose: "Aspettiamo". [2] Quando la bambina compì i tre anni, Gioacchino disse: "Chiamate le figlie senza macchia degli Ebrei: ognuna prenda una fiaccola accesa e la tenga accesa affinché la bambina non si volti indietro e il suo cuore non sia attratto fuori del tempio del Signore". Quelle fecero così fino a che furono salite nel tempio del Signore.
Maria salì velocemente i quindici gradini senza neppure voltarsi indietro né - come suole fare l'infanzia - darsi pensiero dei genitori. Perciò i genitori si affrettarono entrambi stupiti, e cercarono la bambina fino a quando la trovarono nel tempio. Anche i pontefici del tempio si erano meravigliati.
Il sacerdote l'accolse e, baciatala, la benedisse esclamando: "Il Signore ha magnificato il tuo nome in tutte le generazioni. Nell'ultimo giorno, il Signore manifesterà in te ai figli di Israele la sua redenzione". [3] La fece poi sedere sul terzo gradino dell'altare, e il Signore Iddio la rivestì di grazia; ed ella danzò con i suoi piedi e tutta la casa di Israele prese a volerle bene.
[1] Maria destava l'ammirazione di tutto il popolo di Israele. All'età di tre anni, camminava con un passo così maturo, parlava in un modo così perfetto, si applicava alle lodi di Dio così assiduamente che tutti ne restavano stupiti e si meravigliavano di lei. Essa non era considerata una bambinetta, ma una persona adulta; era tanto assidua nella preghiera, che sembrava una persona di trent'anni. Il suo volto era così grazioso e splendente che a stento la si poteva guardare. Era assidua nel lavoro della lana; e nella sua tenera età, spiegava quanto donne anziane non riuscivano a capire.
[2] Si era imposta questo regolamento: dalla mattina sino all'ora terza attendeva alla preghiera; dall'ora terza alla nona si occupava nel lavoro tessile; dalla nona in poi attendeva nuovamente alla preghiera. Non desisteva dalla preghiera fino a quando non le appariva l'angelo di Dio, dalla cui mano prendeva cibo: così sempre più e sempre meglio progrediva nel servizio di Dio. Inoltre, mentre le vergini più anziane si riposavano dalle lodi divine, essa non si riposava mai, al punto che nelle lodi e nelle vigilie non c'era alcuna prima di lei, nessuna più istruita nella conoscenza della Legge, nessuna più umile nell'umiltà, più aggraziata nei canti, più perfetta in ogni virtù. Era costante, salda, immutabile e progrediva in meglio ogni giorno.
[3] Nessuno la vide adirata né l'udì maledire. Ogni suo parlare era così pieno di grazia che si capiva come sulle sue labbra c'era Dio. Assidua nella preghiera e nella meditazione della Legge, nel parlare era attenta a non mancare verso le compagne. Vigilava inoltre a non mancare in alcun modo con il riso, con il tono della bella voce, con qualche ingiuria, con alterigia verso una sua pari. Benediceva Dio senza posa, e per non desistere dalle lodi a Dio neppure nel suo saluto, quando era salutata rispondeva: "Deo gratias". Quotidianamente si nutriva soltanto con il cibo che riceveva dalla mano dell'angelo; il cibo che le davano i pontefici lo distribuiva ai poveri. Frequentemente si vedevano gli angeli di Dio parlare con lei e obbedirle diligentemente. Se qualche malata la toccava, nello stesso istante se ne tornava a casa salva.
[8, 1] I suoi genitori scesero ammirati e lodarono il Padrone Iddio perché la bambina non s'era voltata indietro. Maria era allevata nel tempio del Signore come una colomba, e riceveva il vitto per mano di un angelo.

AVE MARIA PURISSIMA!

martedì 13 settembre 2016

La beata vergine Maria bambina

Natività di Maria 
manoscritto di Chartres 


[1, 1] La beata vergine e gloriosa sempre vergine Maria di stirpe regale e della famiglia di David, nacque a Nazaret e fu allevata a Gerusalemme nel tempio del Signore. Suo padre si chiamava Gioacchino e la madre Anna. La famiglia paterna era della Galilea e della città di Nazaret, la materna invece era di Betlemme. 

[2] La loro vita era semplice e retta davanti a Dio, irreprensibile e pia davanti agli uomini. Divisero in tre parti ogni loro proprietà: una parte la devolvevano al tempio e ai servitori del tempio; la seconda parte la davano ai pellegrini e ai poveri; la terza parte la riservavano al proprio uso e a quello della loro famiglia. 

[3] Costoro così cari a Dio e pii verso gli uomini, per circa vent'anni si mantennero in un matrimonio casto, senza procreazione di figli. Fecero però voto che, qualora Dio avesse loro concesso discendenza, l'avrebbero offerta al servizio del Signore: in occasione delle festività, solevano perciò frequentare il tempio del Signore ogni anno. 

[2, 1] Ed avvenne che, per la festa della dedicazione del tempio, Gioacchino salì a Gerusalemme con alcune persone della sua stessa tribù. In quel tempo il pontefice si chiamava Isascar. Vedendo che tra tutti i suoi concittadini c'era anche Gioacchino con la sua offerta, lo disprezzò e disdegnò i suoi doni, domandandogli come mai egli, infecondo, osava stare con persone feconde; e dicendogli che i suoi doni non potevano essere degni di Dio, dato che lo aveva giudicato indegno di avere prole e la Scrittura afferma che in Israele è maledetto chiunque non ha generato un maschio o una femmina. Lo assicurava dunque che prima doveva essere assolto da questa maledizione a proposito della mancanza di discendenza, e poi avrebbe potuto presentarsi davanti al Signore con le offerte. 

[2] Onde, pieno di grande vergogna, Gioacchino se ne andò nei suoi pascoli con i pastori che custodivano il bestiame: né volle più ritornare a casa per tema di essere oggetto di vergogna davanti a quelli della sua tribù che erano stati con lui e avevano udito quanto era stato detto dal sacerdote. 

[3, 1] Trovandosi là, un giorno che era solo, l'angelo del Signore gli si presentò con una grande luce. Mentre, a questa vista, si era spaventato, l'angelo del Signore gli si manifestò e fugò la sua paura, dicendo: "Non temere, Gioacchino, e non turbarti alla mia vista. Io infatti sono l'angelo del Signore, egli mi ha mandato da te per annunziarti che le tue preghiere sono state esaudite e le tue elemosine sono salite al suo cospetto. Ha ben visto la tua vergogna e ha udito come ingiustamente ti sia stato rinfacciato il disonore della sterilità. Dio è vindice del peccato, non della natura. Perciò quando chiude l'utero di qualche persona, è per aprirlo poi in una maniera più mirabile e si riconosca così che ciò che nasce non è effetto di libidine, ma di dono divino. 

[2] Sara, prima della vostra stirpe, non rimase forse infeconda fino all'ottantesimo anno? E poi nell'ultimo periodo della sua vecchiaia generò Isacco, al quale era stata riservata la benedizione per tutte le genti. Anche Rachele, così gradita a Dio e così amata dal santo Giacobbe, fu sterile per lungo tempo e poi generò Giuseppe, signore dell'Egitto: non solo, ma anche liberatore di molte genti dalla fame. Tra i capi, chi fu più forte di Sansone o più santo di Samuele? Eppure tutti e due ebbero madre sterile. Se dunque non sei persuaso dalle mie parole, credi davanti ai fatti che le concezioni protratte a lungo e i parti sterili sono sempre i più mirabili. 

[3] Or dunque, Anna, tua moglie, ti partorirà una figlia alla quale porrai il nome Maria: come avete fatto voto, dalla sua infanzia sarà consacrata al Signore e sarà riempita di Spirito santo fin dall'utero materno. Non mangerà né berrà alcunché di immondo, né passerà la sua vita nella piazza tra le folle popolari ma nel tempio del Signore, né di lei si potrà mai dire o sospettare qualcosa di sinistro. Col progredire dell'età, come essa nascerà miracolosamente da una sterile, così, in una maniera incomparabile, restando vergine genererà il figlio dell'Altissimo, che sarà chiamato Gesù e, secondo l'etimologia del nome, sarà il salvatore di tutte le genti. 

[4] Questo sarà il segno della verità di quanto ti annunzio: quando giungerai in Gerusalemme alla porta aurea, ti verrà incontro tua moglie Anna che, mentre ora è impensierita per il tuo procrastinato ritorno, allora ti si presenterà davanti allegra". Detto questo, l'angelo si allontanò da lui. 

[4, 1] Apparve poi a sua moglie Anna, dicendo: "Non temere, Anna, e non pensare che quanto vedi sia un fantasma. Io sono infatti quell'angelo che offrì al cospetto di Dio le vostre preghiere ed elemosine, ed ora sono stato inviato a voi per annunziarvi la prossima nascita di una figlia che, chiamata Maria, sarà benedetta al di sopra di tutte le donne. Piena della grazia del Signore fin dalla sua nascita, resterà nella casa paterna per i tre anni dello slattamento. Dopo, vivrà consacrata al servizio del Signore e non abbandonerà il tempio fino a quando avrà raggiunto l'età della discrezione, servendo Dio giorno e notte con digiuni e preghiere: si asterrà da ogni cosa immonda, non conoscerà mai uomo, unica e senza precedente esempio, senza macchia, senza corruzione, senza unione con uomo, lei, vergine, genererà un figlio, lei, ancella, genererà il Signore che con la sua grazia, il suo nome e la sua opera sarà il salvatore del mondo. 

[2] Alzati, dunque, sali a Gerusalemme e, giunta alla porta detta aurea perché è dorata, in segno della verità di quanto ho detto, tu troverai tuo marito che ti viene incontro e per la salute del quale sei in pensiero. Quando avverranno queste cose, sappi che si avvereranno senza dubbio alcuno le cose che ti ho annunziato". 

[5, 1] Dunque, conforme all'ordine dell'angelo, entrambi si mossero dal luogo in cui si trovavano e salirono a Gerusalemme: giunti al luogo designato dal vaticinio angelico, andarono incontro l'un l'altro. Lieti allora della reciproca visione e sicuri della promessa di prole, ringraziarono il Signore che dà sollievo agli umili. 

[2] Dopo aver adorato il Signore, se ne ritornarono a casa sicuri e allegri aspettando la realizzazione della promessa divina. E Anna concepì e generò una figlia, e  secondo l'ordine dell'angelo  i suoi genitori la chiamarono Maria. 

[6, 1] Trascorso il periodo di tre anni e finito il tempo dello svezzamento, condussero la vergine al tempio del Signore con delle oblazioni. In conformità dei quindici salmi graduali, il tempio aveva quindici gradini: essendo il tempio posto su una collina, l'altare degli olocausti, che era fuori, non si poteva raggiungere che salendo i gradini. 

[2] Su uno di questi i genitori posero la beata vergine Maria bambina. Mentre si svestivano degli abiti che avevano indossati e puliti, la vergine del Signore salì così bene i gradini senza una mano che la conducesse e alzasse che, almeno in questo, l'avresti creduta in età matura. Il Signore faceva già cose grandi durante l'infanzia della sua vergine, e il suo straordinario futuro aveva un indizio in questo miracolo. 

[3] Offerto dunque il sacrificio prescritto dalla legge e adempiuto il voto, lasciarono la vergine tra le mura del tempio con altre vergini affinché fosse formata, e se ne ritornarono a casa. 

[7, 1] La vergine poi col progredire dell'età progrediva anche nelle virtù e, come afferma il salmista, padre e madre l'avevano abbandonata: il Signore però, l'ha presa con sé. Ogni giorno, infatti, era visitata dagli angeli, ogni giorno godeva della visione divina che la custodiva lontano da ogni male e la faceva sovrabbondare di ogni bene. Giunse così fino all'età di quattordici anni senza che i cattivi potessero pensare di lei alcunché di reprensibile, non solo, ma tutti i buoni che conoscevano la sua vita e il suo comportamento la giudicavano degna di ammirazione. 

[2] Il pontefice, allora, soleva annunziare pubblicamente che le vergini, custodite ufficialmente nel tempio, una volta raggiunta questa età se ne ritornassero a casa affinché, secondo l'uso comune e la maturazione dell'età, si interessassero al matrimonio. A questo annunzio tutte le altre si prostrarono obbedienti, soltanto la vergine del Signore, Maria, rispose di non poter fare ciò, affermando che i suoi genitori l'avevano dedicata al servizio del Signore e che lei aveva fatto voto al Signore della sua verginità e non aveva intenzione di violarlo unendosi, nel solito modo, a un uomo. Il pontefice angustiato, perché non riteneva che si potesse infrangere il voto, dato che la Scrittura dice: fate voti e manteneteli, né giudicava opportuno introdurre un costume inconsueto tra il popolo, ordinò che alla prossima festività si presentassero tutti gli uomini di Gerusalemme e delle località vicine per consigliarlo e vedere insieme che cosa si doveva fare in una questione così dibattuta. 

 [3] Ciò fatto, il giudizio comune di tutti fu di interrogare il Signore in proposito. Mentre tutti pregavano, il pontefice entrò, come d'abitudine, a consultare il Signore. E subito, mentre tutti ascoltavano, si udì una voce venire dall'oracolo e dal luogo del propiziatorio: essa affermava che, secondo il vaticinio di Isaia, si doveva cercare una persona alla quale affidare e sposare la vergine. Come è ben noto, Isaia dice: "Un rampollo uscirà dal tronco di Iesse, un fiore spunterà dalle sue radici. Su di lui riposerà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di pietà, e lo spirito del timore del Signore lo riempirà". 

[4] Dunque, in base a questa profezia, ordinò che, tutti quelli che erano del casato della famiglia di David e avevano l'età matrimoniale, ma non erano ancora coniugati, portassero le loro verghe all'altare. Quello la cui verga avrebbe germinato un fiore e sulla sua cima sarebbe disceso lo spirito del Signore sotto forma di colomba, sarebbe stato il prescelto a cui affidare la vergine e al quale doveva sposarsi. 

[8, 1] Tra gli altri, c'era anche Giuseppe della stirpe e della famiglia di David, uomo di età avanzata. Ma mentre tutti, secondo l'ordine ricevuto, portarono la loro verga, solo Giuseppe sottrasse la propria. Non essendo apparso nulla di conforme alla voce divina, il pontefice ritenne di dovere consultare nuovamente Dio, il quale rispose che proprio colui che era stato designato a dovere sposare la vergine, lui solo non aveva portato la sua verga. Così Giuseppe fu scoperto. Portò la sua verga, e sulla cima si posò una colomba discesa dal cielo. Fu allora a tutti evidente che a lui doveva essere sposata la vergine. [2] Si celebrarono dunque gli sponsali, secondo la consuetudine, ed egli si ritirò poi nella città di Betlemme per preparare la sua casa e procurare tutte le cose necessarie alle nozze. La vergine del Signore, Maria, accompagnata da altre sette vergini sue coetanee e compagne che le erano state date dal sacerdote, ritornò a casa dei suoi genitori, in Galilea. 

[9, 1] In questi giorni, e cioè nel primo tempo del suo arrivo in Galilea, fu mandato a lei da Dio l'angelo Gabriele per annunziarle il concepimento del Signore e esporle il modo e l'ordine in cui si doveva svolgere la concezione. Entrato da lei, riempì di gran luce la camera in cui si trovava, e la salutò molto amabilmente dicendo: "Salve, Maria, vergine grandissima del Signore, vergine piena di grazia, il Signore è con te, benedetta tu tra tutte le donne, benedetta tu tra tutti gli uomini che finora sono nati". 

[2] La vergine, che ben conosceva gli esseri angelici, era familiare al volto e alla luce celeste, non ebbe timore dell'apparizione angelica ne della grandezza dello splendore, si turbò soltanto alle sue parole. Prese quindi a riflettere che cosa volesse significare questo saluto così insolito, che cosa preannunciasse e quale scopo avesse. L'angelo, ispirato divinamente, intervenne rispondendo a questa riflessione: "Non temere, Maria Ä le disse Ä quasi che questo saluto celi qualcosa di contrario alla tua castità. Hai, infatti, trovato grazia presso il Signore, poiché scegliesti la castità. Quindi concepirai vergine, senza peccato, e partorirai un figlio. 

[3] Questi sarà grande poiché dominerà da mare a mare e dal fiume fino al termine della terra. Sarà chiamato Figlio dell'Altissimo, poiché colui che nasce umile sulla terra, regna sublime in cielo. A lui il Signore Dio darà il trono di David, suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà più fine. Egli, infatti, è il re dei re e il signore di coloro che dominano. Il suo regno durerà nei secoli dei secoli". 

[4] A queste parole dell'angelo, la vergine, non per incredulità, ma volendo conoscere il modo, disse: "Come può avvenire questo? Dato che, secondo il mio voto, io non conoscerò mai uomo, come posso generare senza l'ausilio del seme virile?". A questo, l'angelo rispose: "Non pensare, Maria, di concepire in modo umano. Concepirai restando vergine, senza unione maritale, vergine partorirai, vergine allatterai. Lo Spirito santo verrà, infatti, sopra di te, e la forza dell'Altissimo ti coprirà sotto la sua ombra contro tutti gli ardori della libidine: quindi quanto nascerà da te sarà l'unico santo, perché unico concepito senza peccato, e si chiamerà Figlio di Dio". Allora Maria stese le sue braccia, elevò gli occhi al cielo, e disse: "Ecco, l'ancella del Signore, non sono infatti degna di essere chiamata con il nome di signora, avvenga in me quanto hai detto". 

 [5] Lungo sarebbe, e per alcuni anche tedioso, se in questo opuscolo volessimo inserire quanto abbiamo letto che ha preceduto o seguito la natività del Signore. Omettiamo dunque quanto è scritto sufficientemente nel vangelo e passiamo a raccontare ciò che è stato narrato meno chiaramente. 

[10, 1] Giuseppe dunque, andando dalla Giudea alla Galilea, intendeva prendere in moglie la vergine con la quale si era fidanzato. Erano già passati tre mesi dal tempo in cui erano stati celebrati gli sponsali, e stava per compiersi anche il quarto mese. Intanto, a poco a poco era cresciuto l'utero della gestante e incominciò ad apparire come tale. Ciò non poteva restare occulto a Giuseppe. Egli, infatti, avvicinandola più liberamente, come si suole fare tra sposi, e intrattenendosi più familiarmente con lei, si accorse che era incinta. Incominciò allora a riscaldarsi l'animo e a agitarsi ignorando qual era la cosa essenziale da fare. Essendo giusto, non voleva esporla a pubblico discredito; né, essendo pio, voleva infamarla con il sospetto di fornicazione. Pensava dunque di sciogliere il matrimonio e ripudiarla in segreto. 

[2] Mentre rifletteva su queste cose, l'angelo del Signore gli apparve in sonno, dicendo: "Giuseppe, figlio di David, non temere! Cioè, non avere alcun sospetto di fornicazione a proposito della vergine, non pensare alcunché di sinistro, e non avere paura a prenderla in moglie. Ciò che in lei è nato e ora angustia il tuo cuore, non è opera d'uomo ma dello Spirito santo. Unica vergine tra tutte le vergini partorirà il Figlio di Dio al quale darai nome Gesù, cioè salvatore. Poiché egli salverà il suo popolo dai suoi peccati". 

[3] Secondo l'ordine dell'angelo, Giuseppe prese in moglie la vergine ma non la conobbe procurando solo di custodirla castamente. Approssimandosi ormai il nono mese, Giuseppe prese la moglie con tutte le cose, necessarie, e si diresse alla città di Betlemme, suo luogo d'origine. Mentre erano là, si compirono i giorni della sua maternità, e generò il suo figlio primogenito, come insegnano i santi evangelisti, il Signore nostro Gesù Cristo che con il Padre e lo Spirito santo vive e regna, Dio per tutti i secoli dei secoli

AVE MARIA!

giovedì 8 settembre 2016

La tua Natività, o Vergine Madre di Dio, annunziò la gioia al mondo intero

AVE MARIA PURISSIMA!





R. La tua Natività, o Vergine Madre di Dio, annunziò la gioia al mondo intero; 

* Perché da te è sorto il sole di giustizia, Cristo, l'Iddio nostro: * Il quale, distruggendo la maledizione, ha dato la benedizione; e confondendo la morte, ci ha donato la vita eterna.
V. La benedetta tu (sei) fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno.
R. Perché da te è sorto il sole di giustizia, Cristo, l'Iddio nostro:
V. Gloria al Padre, e al Figlio, * e allo Spirito Santo.
R. Il quale, distruggendo la maledizione, ha dato la benedizione; e confondendo la morte, ci ha donato la vita eterna.



Lettura 4

Sermone di sant'Agostino Vescovo
Sermone 18 sui Santi, ch'è il 2 dell'Annunciazione del Signore
Eccoci, dilettissimi, al giorno desiderato della beata e venerabile Maria sempre Vergine; perciò si rallegri e gioisca sommamente la nostra terra illustrata dalla nascita di tale Vergine. Ella infatti è il fiore del campo, da cui è uscito il prezioso giglio delle valli, per la cui maternità si è cambiata la sorte dei nostri progenitori e cancellata la loro colpa. Ella non ha punto subita la maledizione pronunziata contro di Eva, cioè: «Nel dolore darai alla luce i tuoi figli» (Gen. 3,16); avendo ella dato alla luce il Signore nella gioia.



Lettura 5

Eva pianse, Maria esultò: Eva portò nel seno un frutto di lacrime, Maria di gioia, avendo dato alla luce quella un peccatore e questa un innocente. La madre del genere umano introdusse il castigo nel mondo, la Madre di nostro Signore ha portato la salvezza al mondo. Eva è la sorgente del peccato, Maria la sorgente del merito. Eva ci fu funesta dandoci la morte, Maria ci ha fatto del bene rendendoci la vita. Quella ci ha feriti, questa ci ha guariti. La disobbedienza è stata riparata dall'obbedienza, l'incredulità compensata colla fede.


Lettura 6

Maria ora applauda co' strumenti d'armonia, e le agili dita della vergine madre suonino i cembali. Rispondano i cori festanti, e il doppio concerto della nostra voce s'alterni co' suoi cantici melodiosi. Udite dunque come cantò la nostra musicista ispirata; ella disse: «Magnifica l'anima mia il Signore: ed esulta il mio spirito in Dio, mia salvezza. Perché ha riguardato alla bassezza della sua ancella: ond'ecco da questo momento mi chiameranno beata tutte le generazioni. Perché grandi cose ha fatto in me colui ch'è potente» (Luc. 1,46). Così dunque il prodigio d'una nuova maternità, ha rimediato alla colpa che ci ha rovinati; e il canto di Maria, ha messo fine ai lamenti di Eva.

*
Lettura 7

Lettura del santo Vangelo secondo Matteo
Matt 1:1-16
Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di David, figlio d'Abramo. Abramo fu padre d'Isacco, Isacco fu padre di Giacobbe. Eccetera.

Omelia di san Girolamo Prete
Libro 1 Commento su Matteo in principio
Leggiamo in Isaia: «Chi spiegherà la sua generazione?» (Is. 53,8). Non crediamo dunque che l'Evangelista contradica al Profeta, s'egli intraprende a parlare di ciò che questi disse impossibile a spiegarsi: perché l'uno (Isaia) parla della generazione Divina, l'altro (Matteo) dell'incarnazione. Or questi comincia da ciò che riguarda la carne, affinché per l'uomo cominciamo a conoscere Dio. «Figlio di David, figlio d'Abramo» (Matth. 1,1). L'ordine è invertito, ma invertito necessariamente. Dacché se avesse posto prima Abramo e poi David, avrebbe dovuto ripetere di nuovo Abramo per la serie genealogica.



Lettura 8

Ora egli ha dato Cristo come figlio dei due (patriarchi), senza nominare gli altri, perché a loro particolarmente esso era stato promesso. Ad Abramo così: «Nel tuo seme, dice, saranno benedette tutte le genti» (Gen. 22,18) cioè in Cristo. E a David: «Un frutto del tuo seno io porrò sul tuo trono» (Ps. 131,11). «Giuda fu padre di Fares e Zaram di Tamar» (Matth. 1,3). È da notare che nella genealogia del Salvatore non si fa menzione di nessuna santa donna, ma solo di quelle che la Scrittura giudica riprensibili; e ciò per mostrare che colui che veniva per i peccatori, nascendo da peccatori, avrebbe cancellato i peccati di tutti. Ond'è che nei versetti seguenti sono nominate anche Rut la Moabita e Betsabea moglie di Uria.

Lettura 9

"Non solo, ma beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica". Il Salvatore approva eminentemente l'attestazione di questa donna, affermando che è beata non sol- tanto colei che aveva meritato di essere madre corporale del Verbo di Dio, ma che sono beati anche tutti coloro che si sforzeranno di concepire spiritualmente lo stesso Verbo istruendosi nella fede e che, praticando le buone opere, lo faranno nascere e quasi lo alimenteranno sia nel proprio cuore, sia in quello del prossimo Infatti la stessa Madre di Dio è sì beata per aver contribuito nel tempo all'incarnazione del Verbo, ma è molto più beata perché meritò, amandolo sempre, di custodirlo in sé eternamente. 


V. E tu, o Signore, abbi pietà di noi.
R. Grazie a Dio.



venerdì 12 settembre 2014

Anna: la cassaforte di Dio. //Santa Brigida, Sermone Angelico, mercoledì//


Nelle tre lezioni che seguono l'angelo tratta della concezione della Vergine e della sua nascita, e dell'amore ch'ebbe Dio per lei, anche quando era nel seno di sua madre.


LEZIONE PRIMA – CAPITOLO X  
Mercoledì
Assoluzione: La vergine madre della sapienza rischiari l'oscura nostra insipienza. Amen. 

Prima della legge data da Mosè, gli uomini vivevano per lungo tempo ignorando come dovessero regolare sé e le loro azioni nella vita. Quindi, quelli che ardevano d'amor di Dio ordinavano sé e i loro costumi nel modo che ritenevano grato a Dio; gli altri, invece, che non avevano tale amor di Dio, senza alcun timore di lui, facevano quanto loro piaceva. La divina bontà, dunque, commiserando quest'ignoranza, stabilì per mezzo del suo servo Mosè la legge con la quale regolarsi in tutto secondo la divina volontà. Questa legge insegnava, finalmente, come dovessero amarsi Dio e il prossimo, e come il consorzio di vita tra l'uomo e la donna dovesse regolarsi dal diritto divino ed onesto, perché da tal connubio nascessero figli che Dio voleva chiamare suo popolo. 

E in verità Dio amava tanto questo connubio, che stabilì di prendere da esso l'onestissima genitrice della sua umanità. Per cui, come l'aquila, volando in sublime altezza, osservati parecchi boschi, scorge da lontano un albero tanto solidamente radicato da non poter essere sradicato dagl'impeti del vento, di cima tanto alta da non potervi salire alcuno, e in positura tale da sembrar impossibile che vi cadesse sopra qualche cosa, e tale albero sceglie, dopo un più attento esame, per costruirvi il nido in cui riposare, così Dio, che è paragonato a quest'aquila, avendo davanti a sé tutte le realtà future e presenti ben chiare e manifeste, mentre osservava tutti i connubi giusti ed onesti che dovevano esistere dalla creazione del primo uomo fino all'ultimo, non ne trovò uno simile, per onestà e amor di Dio, a quello di Gioacchino ed Anna. E perciò gli piacque che da questo santo connubio fosse onestissimamente generato il corpo della madre sua, adombrato nel nido, nel quale egli si degnasse di riposarsi con ogni consolazione. 

Con ragione, infatti, si paragonano a decorosi alberi i devoti connubi, la cui radice è l'unione di due cuori che si congiungono per la sola ragione che ne provenga onore e gloria allo stesso Dio. E con ragione pure si paragona a rami fruttiferi la volontà degli stessi coniugi, quando in tutta la loro attività sono così ligi al timor di Dio, da amarsi onestamente l'un l'altro solo in vista della procreazione della prole, a gloria di Dio e secondo il suo comandamento. L'insidiatore non può raggiungere, con le sue forze ed arti, la sublimità di tali connubi, quando la loro gioia non è in altro che nel rendere onore e gloria a Dio, e quando non li affligge altra tribolazione che l'offesa e il disonore di Dio. Si sentono poi al sicuro solo quando l'affluenza degli onori o delle ricchezze del mondo non vale ad irretire i loro animi nell'amor proprio o nella superbia. Quindi, siccome Dio previde che tale sarebbe stato il connubio tra Gioacchino ed Anna, perciò decise di trarre da esso il suo domicilio, cioè il corpo della madre sua. 







O Anna, madre degna di ogni venerazione, qual tesoro prezioso portasti nel tuo seno, quando in esso riposò Maria, che doveva divenire madre di Dio! Veramente deve credersi senza esitazione che Dio stesso, appena fu concepita e formata in seno ad Anna la materia da cui doveva esser formata Maria, l'amò più di tutti gli altri corpi umani generati o da generarsi nel mondo intero da uomo e donna. Perciò la venerabile Anna può veramente chiamarsi cassaforte di Dio, perché custodiva nel suo seno il tesoro a lui più caro di ogni altra cosa. Oh, com'era sempre vicino a questo tesoro il cuore di Dio! 
Oh, come rivolgeva con amore e gioia gli sguardi della sua maestà a questo tesoro, colui che poi nel suo Vangelo disse: « Dov'è il tuo tesoro, ivi è anche il tuo cuore »! E perciò è veramente credibile che gli angeli esultassero non poco per questo tesoro, vedendo che tanto lo amava il loro Creatore, ch'essi amavano più di se stessi. E per questo sarebbe molto conveniente e giusto che fosse avuto in grande venerazione da tutti il giorno in cui fu concepita e condensata in seno ad Anna la materia dalla quale doveva essere formato il corpo benedetto della madre di Dio, dato che lo stesso Dio e gli angeli la circondavano di tanto amore.
LEZIONE SECONDA – CAPITOLO XI  
Mercoledì
Assoluzione: Maria, ch'è la stella del mare, pietosa ci aiuti a non naufragare. Amen.

Quando poi quella benedetta materia ebbe a suo tempo il corpo formato come le conveniva nel seno materno, allora accrebbe il suo tesoro il re di ogni gloria, infondendole l'anima vivente. E come l'ape che sorvola i campi fioriti scruta con più attenzione tutte le erbe dal fiore mellifluo, perché sa discernere per istinto naturale dove germoglia il fiore più ameno, e se per caso lo trova non ancora sbocciato dal follicolo aspetta con diletto il suo fiorire, per goderne a suo agio la dolcezza, allo stesso modo Dio, che tutto vede in modo chiarissimo con gli occhi della sua mente, quando contemplava, tuttora nascosta nel segreto del seno materno, Maria alla quale per la sua eterna prescienza sapeva che nessuno in tutto il mondo doveva essere simile in ogni virtù, ne aspettava con ogni consolazione e gioia la nascita, perché si rendesse manifesta, nella dolcezza di carità della stessa Vergine, la sua divina sovrabbondante bontà.

Oh, come rifulse chiara nel seno di Anna l'aurora che sorgeva, quando in esso il piccolo corpo di Maria fu vivificato dall'avvento dell'anima, il cui sorgere tanto desideravano gli angeli e gli uomini! Deve notarsi, però, che come gli uomini, che abitano nelle terre dove il sole risplende coi suoi raggi sia di giorno che di notte, non desiderano il sorgere dell'aurora a motivo della luce (perché lo splendore del sole è più fulgido dell'aurora) ma perché dall'apparire dell'aurora capiscono che il sole deve salire più in alto, e che i loro frutti, che sperano raccogliere nei granai, matureranno meglio e più presto col beneficio del suo calore, e invece gli abitanti nei luoghi dove sono avvolti nell'oscurità della notte, non solo si rallegrano perché sanno che dopo l'aurora deve sorgere anche il sole, ma anche non poco perché sanno che, sorgendo l'aurora, possono già vedere quello che devono fare, allo stesso modo i santi angeli abitanti nel regno dei cieli non desideravano il sorger dell'aurora (cioè la nascita di Maria), perché mai dai loro occhi tramonta il vero sole che è Dio, ma in tanto desideravano che sorgesse, nascendo in questo mondo, in quanto prevedevano che Dio, che è paragonato al sole, mediante quell'aurora, avrebbe voluto mostrare più manifestamente il suo sommo amore, che è paragonato al calore; e così gli uomini amanti di Dio diventassero portatori di frutti di buone opere e maturassero con la costante perseveranza nel bene, e gli angeli poi potessero raccoglierli in quegli eterni granai che sono paragonati al gaudio celeste.

Gli uomini poi di questo mondo tenebroso, prevedendo la nascita della madre di Dio, non solo si rallegrarono perché capivano che da essa doveva nascere il loro liberatore, ma godevano anche perché vedevano i costumi onestissimi di questa gloriosa vergine, e da essa apprendevano meglio che cosa doveva farsi e che cosa evitarsi.

Questa Vergine fu anche quel virgulto che Isaia predisse sarebbe uscito dalla radice di Iesse, e da cui sarebbe spuntato un fiore sul quale predisse che si sarebbe posato lo spirito del Signore. O virgulto ineffabile, che, mentre cresceva nel seno di Anna, il suo intimo germe rimaneva più gloriosamente nel cielo! Questo virgulto, dunque, era tanto sottile da dimorare facilmente nel seno materno, ma il suo intimo era così grande ed immenso in ampiezza e larghezza, che nessuna mente poteva immaginarne la grandezza.

Perché il virgulto non poté germinare il fiore prima che l'intimo midollo, penetrandolo, gli desse la forza di germogliare, e neanche la forza del midollo si fece manifesta prima che il virgulto desse umore al midollo. In effetti questo midollo era la persona del Figlio di Dio, generato dal Padre prima della luce, ma che non apparve nel fiore, cioè nel corpo umano, fino a che col consenso della Vergine, che è significata nel virgulto, ebbe presa la materia di questo fiore dal purissimo sangue di lei, nel suo seno verginale. E, benché questo benedetto virgulto, cioè la gloriosa Maria, nella sua nascita restava separato dal corpo materno, il Figlio di Dio, quando la Vergine lo partorì corporalmente, non si separò dal Padre più di quando il Padre lo generò incorporalmente nell'eternità. Anche lo Spirito Santo era inseparabilmente, dall'eternità, nel Padre e nel Figlio, perché sono tre persone ed una sola divinità.
LEZIONE TERZA – CAPITOLO XII  
Mercoledì
Assoluzione: Il nascer di Maria a questo mondo ci renda sempre il vivere giocondo. Amen.

Dunque, come nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo v'era nell'eternità una sola divinità, così anche in essi non vi fu mai diversa volontà. Perciò, come se da un unico rogo acceso procedessero tre fiamme, così dalla bontà della volontà divina tre fiamme della divina carità concorsero egualmente alla perfezione di un'unica opera. Perché la fiamma d'amore che procede dal Padre ardeva splendidissimamente davanti agli angeli, quando conobbero ch'era sua volontà di voler benevolmente esporre il suo diletto Figlio per la liberazione del servo schiavo.

Né restò nascosta la fiamma di amore procedente dal Figlio, quando al cenno del Padre volle esinanirsi, prendendo la forma di servo. Neanche la fiamma d'amore procedente dallo Spirito Santo appariva meno splendente quando si mostrò pronto a far palese in opere manifeste la volontà del Padre, del Figlio e di se stesso. E, sebbene il ferventissimo amore di questa divina volontà irradiasse tutti i cieli, dando agli angeli ineffabile consolazione col suo splendore, non poteva, però, da questo venire la redenzione del genere umano, secondo l'eterno disegno di Dio, prima che fosse generata Maria, nella quale doveva accendersi fuoco d'amore così fervente che, salendone in alto il profumato odore, lo stesso fuoco, ch'è Dio, si effondesse in esso, e per esso ridondasse a questo mondo infreddolito.

Finalmente questa Vergine, dopo la sua nascita, era simile ad una lucerna nuova, ma non ancora accesa, che però doveva essere accesa talmente che, come l'amore di Dio, figurato nelle tre fiamme, splendeva nel cielo, così questa lucerna eletta, ch'era Maria, doveva risplendere in questo mondo tenebroso con tre altre fiamme. Infatti la prima fiamma di Maria rifulse chiaramente quando ad onore di Dio promise di conservare intatta la sua verginità fino alla morte.
Questa onestissima verginità tanto piacque a Dio Padre che si degnò mandarle il suo diletto Figlio con la divinità sua e del Figlio e dello Spirito Santo. La seconda fiamma d'amore di Maria apparve in questo che abbassò se stessa in tutto, con inimmaginabile umiltà, cosa che piacque tanto al suo benedetto Figlio, da degnarsi di assumere dal corpo umilissimo di lei quel suo venerabile corpo che doveva essere eternamente sublimato su tutte le cose, in cielo e in terra. Terza fiamma era anche la sua lodevolissima obbedienza in tutto, che attirò tanto a sé lo Spirito Santo da esserne ripiena dei doni d'ogni grazia.

E benché questa nuova lucerna benedetta non fosse accesa di queste fiamme d'amore subito dopo la sua nascita, perché come negli altri bambini aveva piccolo il corpo e tenero l'intelletto e non poteva comprendere la divina volontà, Dio però, sebbene non avesse ancora merito alcuno, si compiacque più di essa che di tutte le opere buone degli uomini nati prima di lei in tutto il mondo. Poiché, come il bravo citarista amerebbe una cetra non approntata, ma da cui prevedesse dolcissimo suono, così il Plasmatore di tutti amava sommamente il corpo e l'anima di Maria, perché prevedeva che le parole ed opere di lei gli sarebbero piaciute più di ogni melodia.

Risulta anche credibile che, come il Figlio di Maria ebbe perfetto sentimento appena si fu incarnato nel suo seno, così anche Maria conseguì senso e intelligenza in età inferiore a quella degli altri bambini. Come, dunque, Dio e gli angeli si rallegrarono in cielo della sua gloriosa nascita, così anche gli uomini nel mondo la ricordino con giubilo, rendendo per essa dall'intimo dei loro cuori lode e gloria a Dio, che tra tutte le cose da lui create la predilesse, e ne preordinò la nascita tra gli stessi peccatori, lei che doveva generare santissimamente il liberatore dei peccatori.

2. Contemplare et mirare 

Ejus celsitudinem: 
Dic felicem genitricem, 
Dic beatam Virginem.

lunedì 8 settembre 2014

SERMONE PER LA NATIVITÀ DI MARIA SANTISSIMA . Di San Bernardo abate



SERMONE PER LA NATIVITÀ DI MARIA SANTISSIMA 


L’ acquedotto 

1. Nel Cielo si gode per la presenza della Vergine Madre, la terra ne venera la 
memoria. Lassù visione di tutta la sua grandezza, qui il ricordo di lei; là vi è la 
sazietà, quaggiù come una piccola pregustazione di primizie; lassù la realtà, 
quaggiù il nome. Signore, dice, il tuo Nome è per sempre, e il tuo ricordo di 
generazione in generazione (Sal 134, 13). Generazione e generazione, di uomini, 
s’intende, non di angeli. Vuoi sapere che il suo nome e la sua memoria è tra noi, 
e la sua presenza è in cielo? Così pregherete, dice il Signore: Padre nostro che sei nei 
cieli, sia santificato il tuo Nome (Mt 6, 9). Preghiera fedele, che fin dall’inizio ci fa 
sapere che noi siamo figli adottivi di Dio, ancora pellegrini sulla terra, affinché 
sapendo che fino a quando non saremo in cielo, e saremo pellegrini lontani dal 
Signore, gemiamo interiormente, aspettando l’adozione a figli, cioè la presenza 
del Padre. Ben a proposito il Profeta, parlando di Cristo, dice: Spirito è davanti 
alla nostra faccia il Cristo Signore. All’ombra di lui vivremo tra le genti (Lam 4, 20). 
Tra i beati del cielo invece non si vive all’ ombra, ma piuttosto nello splendore. 
Tra i santi splendori, dice il Salmo, dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho 
generato (Sal 109, 3). Questo dice il Padre. 

2. Ma la Madre ha generato quel medesimo splendore, però nell’ombra, quella 
stessa ombra con cui l’Altissimo l’adombrò. A ragione canta la Chiesa, non la 
Chiesa dei Santi che è lassù nello splendore, ma quella che nel frattempo è 
pellegrina sulla terra: All’ombra di colui che ho bramato, mi sono seduta, e dolce è il 
suo frutto al mio palato (Ct 2, 3). Aveva chiesto che le fosse indicata la luce 
meridiana dove pasce lo sposo; ma dovette contentarsi dell’ombra in luogo 
della luce piena, e ricevere per il momento un assaggio invece della sazietà. 
Infine non dice: «Sotto l’ombra di lui che (l’ombra) avevo desiderata, ma mi sono 
seduta all’ombra di lui (lo sposo) che avevo desiderato. Non aveva cercato 
l’ombra di lui, ma lui stesso, il vero meriggio, luce piena da luce piena: È il suo 
frutto, continua, è dolce al mio palato, come dicesse: al mio gusto. Fino a quando da 
me non toglierai lo sguardo e non mi permetterai di inghiottire la mia saliva? (Gb 7, 
19) Fino a quando si continuerà a dire: Gustate e vedere come è soave il Signore? 
(Sal 33, 9) Certamente è soave al gusto e dolce al palato, per cui ben a ragione 
anche (solo) per questo prorompe in parole di ringraziamento e di lode. 

3. Ma quando si potrà dire: Mangiate, amici, bevete e inebriatevi o carissimi? (Ct 5, 
1) /giusti, dice il Profeta, banchetteranno, ma al cospetto di Dio (Sal 67, 4), ma non 
nell’ombra. E parlando di sé dice: Mi sazierò quando apparirà la tua gloria (Sal 16, 
15). Anche il Signore dice agli Apostoli: Voi avete perseverato con me nelle mie 
prove: e io vi preparo un regno come il Padre mio l’ha preparato per me, affinché 
mangiate e beviate alla mia mensa. Ma dove? Nel mio Regno, dice (Lc 22, 28-30). 
Beato davvero chi mangerà il pane nel Regno di Dio. Sia santificato pertanto il tuo 
Nome, per il quale frattanto in qualche modo sei in mezzo a noi, o Signore, 
abitando per la fede nei nostri cuori, poiché il tuo Nome è stato invocato su di noi 
(Ef 3, 17). Venga il tuo Regno. Venga ciò che è perfetto e sparisca ciò che è 
parziale (Cfr. 1 Cor 13, 10). Ora, dice l’Apostolo, raccogliete il frutto che vi porta 
alla santificazione (Rm 6, 22), e il fine è la vita eterna. La Vita eterna, fonte perenne 
che irriga tutta la superficie del paradiso. 
E non solo la irriga, ma la inebria, fonte degli orti, pozzo delle acque vive che 
sgorgano impetuose, e fiume impetuoso che rallegra la città di Dio (Sal 45, 5). E chi è 
questo fonte della vita se non Cristo Signore? Quando si manifesterà Cristo vostra 
Vita, anche voi sarete manifestati con lui nella gloria (Col 3, 4). In verità la stessa 
pienezza si è annichilita per essere per noi giustizia e santificazione e perdono, 
senza che apparisse ancora la vita o la gloria, o la beatitudine. Questa fonte 
arrivò fino a noi, le sue acque furono portate sulle piazze, anche se lo straniero 
non ne berrà. Quella vena celeste è discesa attraverso l’acquedotto, non 
portando l’abbondanza della fonte, ma cadendo come una pioggia di grazia sui 
nostri cuori riarsi, a chi più a chi meno. L’acquedotto è pieno, in modo che gli 
altri possano attingere dalla sua pienezza, ma non riceverne la pienezza stessa. 

4. Voi avete già capito, se non sbaglio, quale sia questo acquedotto che, 
ricevendo la pienezza della sorgente dal cuore dello stesso Padre, l’ha data per 
noi alla luce, anche se non come è, ma quale potevamo comprenderla. Sapete 
infatti a chi fu detto: Ave, o piena di grazia (Lc 1, 28). O ci meravigliamo che si sia 
potuto trovare una creatura capace di divenire un tale e così grande acquedotto, 
simile a quello visto dal Patriarca Giacobbe, la cui sommità toccasse i cieli, anzi, 
oltrepassasse i cieli e arrivasse a quel vividissimo fonte delle acque che sono 
sopra i cieli? Se ne meravigliava anche Salomone, e quasi disperando che tale 
creatura ci potesse essere, diceva: Una donna forte chi la troverà? E in realtà per 
tanto tempo al genere umano mancarono i rivoli della grazia, non essendovi 
ancora così desiderabile acquedotto di cui parliamo. Né fa meraviglia che si sia 
fatto attendere così a lungo, se si pensa ai lunghi anni che Noè, uomo giusto, 
impiegò per costruire l’arca, nella quale si salvarono poche, cioè, otto persone 
(Gen 6, 9) , e questo per un tempo abbastanza breve. 

5. Ma in che modo questo nostro acquedotto raggiunse un fonte così elevato? 
Non in altra maniera che mediante un veemente desiderio, mediante una 
fervida devozione, una pura orazione, come sta scritto: L’orazione del giusto 
penetra i cieli (Eccli 35, 21). E chi fu giusto se non la giusta Maria, dalla quale ci è nato il Sole di giustizia? Come dunque ella arrivò all’inaccessibile Maestà, se 
non bussando, chiedendo, cercando? Alla fine trovò quello che cercava, Lei, a 
cui fu detto: Hai trovato grazia presso Dio (Lc 1, 30). Che cosa? È piena di grazia, e 
trova ancora grazia? Era proprio degna di trovare quello che cercava, non 
bastandole la propria pienezza, né poteva starsene contenta del suo bene, ma 
come sta scritto: Chi beve me avrà ancora sete: (Eccli 24, 29): essa chiede la 
sovrabbondanza per la salvezza di tutti. Lo Spirito Santo sopravverrà in te, le dice 
l’Angelo, e ti infonderà quel prezioso balsamo in tanta abbondanza e pienezza 
da farlo traboccare abbondantemente da ogni parte. È così, già i nostri volti 
brillano per l’unzione dell’olio. Già esclamiamo: Olio effuso è il tuo Nome, (Sal 
103, 15) e la tua memoria di generazione in generazione (Sal 101, 13). Non è però 
sparso invano quest’olio, e se sparso, non viene sprecato. Per questo infatti le 
giovinette, cioè le anime semplici, amano lo Sposo, e non poco, e l’unguento che 
scende dal capo, non solo cade sulla barba, ma arriva fino ai bordi del vestito. 

6. Osserva, o uomo, il disegno di Dio, il disegno della Sapienza, il disegno della 
pietà. Prima di irrorare l’aia, la celeste rugiada scese tutta sul vello: stando per 
redimere il genere umano, ne depose tutto il prezzo in Maria! Per quale ragione 
fece questo? Forse perché Eva venisse scusata per mezzo della Figlia, e il 
lamento dell’uomo contro la donna, d’ora in poi non avesse più ragione di 
essere. Non dirai più, o Adamo: La donna che mi hai dato mi ha presentato il frutto
proibito; dirai piuttosto: «La donna che mi hai dato mi ha dato da mangiare il 
frutto benedetto». Piissimo disegno; ma non è tutto, forse c’è n’è ancora un altro 
nascosto. Del resto questo è poca cosa, se non erro, per i vostri desideri. È un 
latte dolce; se premiamo più forte, ne verrà fuori un bel burro grasso. 
Guardando più a fondo voi scorgerete con quanto affetto e devozione abbia 
voluto che noi onorassimo Maria colui che ha posto in lei la pienezza di ogni 
bene, sicché se in noi c’è qualche speranza, qualche grazia, qualche speranza di 
salvezza, sappiamo che tutto ciò ci viene da lei che sale ricolma di delizie. Vero 
giardino di delizie, sul quale non solo soffia, ma che investe sopravvenendo 
dall’alto quel divino austro, perché si diffondano in abbondanza i suoi aromi, 
vale a dire i carismi delle grazie. Togli questo sole che illumina il mondo, dove 
sarà giorno? togli Maria, questa stella del mare, un mare grande e spazioso: che 
cosa ne resta se non un mondo tutto avvolto nella caligine e nell’ombra di morte 
e in tenebre densissime? 

7. Veneriamo dunque questa Maria con tutto l’ardore dei nostri cuori, con i più 
teneri sentimenti di affetto e di devoto ossequio, perché tale è la volontà di 
Colui che ha voluto che noi ricevessimo tutto per mezzo di Maria. Questa è la 
volontà sua, ma per il nostro bene. Per tutto infatti provvedendo a tutti i miseri, 
egli conforta il nostro cuore trepidante, esercita la fede, rafforza la speranza, 
scaccia la diffidenza, rialza chi è pusillanime. Avevate timore di accostarvi al 
Padre. Atterrito al solo udirne la voce, correvi a nasconderti tra il fogliame: 
allora ti ha dato Gesù come mediatore. Che cosa non otterrà dal Padre un tale 
Figlio? Sarà infatti esaudito per la sua pietà: il Padre infatti ama il Figlio. Hai 
ancora paura di andare anche da lui? È tuo fratello e carne tua, provato in tutto, 
eccetto il peccato, perché fosse misericordioso (Eb 4, 15). Questo ti ha dato Maria 
come fratello. Ma forse anche in lui temi la divina maestà, perché pur essendosi 
fatto uomo, rimase tuttavia Dio. Vuoi avere un avvocato anche presso di lui? 
Ricorri a Maria. In Maria c’ è la pura umanità, non solo pura perché 
incontaminata, ma pura per singolarità di natura. Né dubiterei che anch’essa 
sarà esaudita per la sua pietà. Il Figlio esaudirà certamente la Madre, come il 
Padre esaudirà il Figlio. Figliuoli miei, questa è la scala dei peccatori, questa è la 
mia massima fiducia, questa è tutta la ragione della mia speranza. E che? Può 
forse il Figlio non accogliere la supplica (della Madre) o non venire esaudito 
(dal Padre)? Può egli non ascoltare e non essere ascoltato? Né l’uno, né l’altro. 
Tu hai trovato, disse l’Angelo, grazia presso Dio (Lc 1, 30). Felice espressione. 
Maria troverà sempre grazia, e la grazia è la sola cosa di cui abbiamo bisogno. 
La Vergine prudente cercava non la sapienza, come Salomone, non le ricchezze, 
non gli onori, non la potenza, ma la grazia. È infatti solo la grazia che ci salva. 

8. Perché desideriamo altre cose, o fratelli? Cerchiamo la grazia, e chiediamola 
per mezzo di Maria, perché essa trova quello che cerca e nulla le è rifiutato di 
quello che essa chiede. Cerchiamo la grazia, ma la grazia presso Dio; fallace è 
infatti la grazia presso gli uomini. Cerchino altri il merito, noi sforziamoci di 
trovare grazia. Non è forse per grazia di Dio che siamo qui? Davvero è grazie 
alla Misericordia del Signore se non siamo consunti noi (Lam 3, 22). Chi noi? Noi 
spergiuri, noi omicidi, noi adulteri, noi ladri, veramente rifiuto di questo 
mondo. Interrogate le vostre coscienze, fratelli e constatate che ove abbondò il 
delitto, sovrabbondò la grazia. Maria non pretende il merito, ma cerca la grazia. 
Essa ripone tanta fiducia nella grazia e non si insuperbisce, che è presa da 
timore al saluto dell’Angelo. Maria, dice il Vangelo, si domandava che senso avesse 
quel saluto (Lc 1, 29). Si riteneva, infatti, indegna di venire così salutata da un 
Angelo. E forse diceva tra sé: «Donde viene a me che un Angelo del Signore 
venga da me?» Non temere, Maria, non stupirti che venga un Angelo; viene uno 
che è più grande anche dell’Angelo. Non meravigliarti che venga a te l’Angelo 
del Signore: anche il Signore dell’Angelo è con te. E poi, perché non potresti 
vedere l’Angelo tu che già vivi come un Angelo? Perché un Angelo non 
dovrebbe visitare una compagna della vita degli Angeli? Come non saluterebbe 
una concittadina dei Santi e familiari di Dio? Davvero angelica vita infatti è la 
verginità, e coloro che non si sposano né si maritano saranno come Angeli di 
Dio. 

9. Vedi come anche in questo modo il nostro acquedotto raggiunge la fonte, né 
penetra ormai i cieli con la sola orazione, ma anche con l’ integrità che la rende 
vicina a Dio, come dice il Saggio? Era infatti la Vergine Santa di corpo e di spirito 
(1 C or 7, 34) , e ad essa si addicevano in modo speciale le parole: La nostra patria 
è nei cieli (Fil 3, 20). Santa, ripeto, di corpo e di spirito, perché non resti alcun 
dubbio su questo acquedotto. Esso è invero altissimo, ma sempre incorrotto. 
Orto chiuso, fonte sigillato (Ct 4, 12), tempio del Signore, sacrario dello Spirito 
Santo (dall’off. BVM in Sabato). Né è una vergine stolta, non le manca infatti l’olio, ma 
ne ha pieno il vaso di riserva. Essa ha disposto delle ascensioni nel suo cuore (Sal 83, 
6), ascendendo sia con le sue opere, sia con la sua orazione. Maria si reca in fretta 
sulla montagna e saluta Elisabetta (Lc 1, 39-40) e si ferma circa tre mesi per 
aiutarla, così da poter dire, lei Madre ad un altra madre (Elisabetta) quello che 
molto tempo dopo il Figlio (Gesù) avrebbe detto al figlio (Giovanni) : Lascia fare, 
ora, così dobbiamo compiere ogni giustizia (Mt 3, 15). Veramente sale sui monti 
Maria, la cui giustizia è come i monti più alti. Questa è la terza ascensione della 
Vergine, ed è scritto che una corda a tre capi è difficile a rompersi: la sua carità 
cercava con fervore la grazia, nella sua carne splendeva la verginità, nel servizio 
alla vecchia Elisabetta eccelleva l’umiltà. Se infatti chiunque si umilia sarà 
esaltato, che cosa di più sublime che l’umiltà di Maria? Elisabetta si stupiva 
della sua venuta, e diceva: A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me? 
(Lc 1, 43). Ma ora si meravigli piuttosto che, sull’esempio del Figlio, essa non sia 
venuta per essere servita, ma per servire. Giustamente perciò quel Cantore 
divino, pieno di ammirazione per lei, esclamava: Chi è costei che sorge come 
aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati? 
(Ct 6, 9). Davvero ella sorge sopra tutto il genere umano, sale fino agli Angeli, 
ma li oltrepassa ancora e si innalza sopra ogni celeste creatura. Di fatti essa deve 
attingere necessariamente al di sopra degli Angeli l’acqua viva per farla 
discendere sugli uomini. 

10. Come avverrà questo, dice, poiché non conosco uomo? Santa veramente di corpo e 
di spirito, che possedeva l’integrità del corpo, e il proposito di rimanere vergine. 
L’Angelo le rispose: Lo Spirito Santo sopravverrà in te e la potenza dell’Altissimo ti 
coprirà con la sua ombra. Non interrogare me, le dice, sono cose superiori a me, e 
io non posso spiegarle. Lo Spirito Santo, non lo Spirito Angelico, scenderà su di te e 
la potenza dell’Altissimo ti adombrerà, non io. Non fermarti agli Angeli, Vergine 
santa: la terra chiede che per tuo mezzo le venga dato qualcosa di più sublime 
che plachi la sua sete. Sorpassatili di poco, troverai l’amato dell’anima tua. 
Ho detto: di poco, non perché il tuo Diletto non sia incomparabilmente più alto, 
ma perché tra lui e gli angeli non troverai null’altro. Oltrepassa dunque le Virtù 
e le Dominazioni, i Cherubini e i Serafini, e arriverai a lui del quale cantano in 
coro, ripetendo a vicenda: Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio degli eserciti (Is 6, 
3). Il Santo infatti che da te nascerà sarà chiamato Figlio di Dio (Lc 1, 35). Fonte della 
Sapienza il Verbo del Padre nell’alto dei cieli (Eccl 1, 5). Questo Verbo, per mezzo di 
te si farà uomo, sicché colui che dice: Io sono nel Padre, e il Padre è in me (Gv 14, 
10), dica pure nello stesso tempo: Io sono uscito da Dio e sono venuto (Gv 8, 42). In 
principio, è detto, era il Verbo. Già scaturisce la fonte, ma per il momento resta in
se stessa. E il Verbo era presso Dio, in una luce inaccessibile; e da principio il 
Signore diceva: Io nutro pensieri di pace e non di sventura (Ger 29, 11). Ma il 
tuo pensiero è dentro dite, o Signore, e noi non sappiamo quello che tu pensi. 
Chi infatti conosceva i sentimenti del Signore, o chi era suo consigliere? 
Pertanto il pensiero di pace è disceso facendosi opera di pace: Il Verbo si fece 
carne, e ormai abita tra noi. Abita nei nostri cuori per la fede, anche nella nostra 
memoria, abita nel pensiero, ed è disceso fino all’immaginazione. Come 
avrebbe potuto prima formarsi una immagine di Dio, non forse facendosi con il 
cuore un idolo? 

11. Era del tutto incomprensibile e inaccessibile, invisibile e inescogitabile. Ma 
ora ha voluto farsi comprendere, farsi vedere, farsi pensare. In che modo, mi 
chiedi? Eccolo che giace nel presepio, riposa in braccio alla Vergine, predica sul 
monte, passa le notti in preghiera, ovvero pende dalla croce, è coperto dal 
pallore della morte, scende libero e comanda negli inferi, ovvero ancora lo vedi 
risorgere il terzo giorno, mostrare agli Apostoli il luogo dei chiodi, segni della 
sua vittoria, e infine ascendere al cielo davanti ai loro occhi. Tutti questi pensieri 
rispondono a verità, alimentano la pietà e la santità. Quando penso a qualcuna 
di queste cose, io penso Dio, che è per ogni cosa il Dio mio. 
Meditare queste cose io chiamo sapienza, e giudico prudenza il rievocare il 
dolce ricordo di questi fatti, prefigurati nei frutti abbondanti spuntati dalla 
Verga sacerdotale di Aronne, e che Maria, attingendoli dal cielo, in modo più 
copioso ha messo a vostra disposizione. Dal cielo veramente, e da sopra gli 
Angeli, perché essa ha ricevuto il Verbo dal cuore stesso del Padre, come sta 
scritto: Il giorno al giorno trasmette la parola (Sal 18, 3). Davvero giorno è il Padre: 
e giorno da giorno è la salvezza di Dio. Non è giorno forse anche la Vergine? E 
quale giorno! Giorno veramente fulgido Maria, che avanza come Aurora che sorge, 
bella come la luna, splendente come il sole (Ct 6, 9). 

12. Considera come Maria arriva fino agli Angeli per la pienezza della grazia, e 
supera quando sopravviene in lei lo Spirito. Negli angeli c’è la carità, la 
purezza, l’umiltà. Quale di queste cose non fu eminente in Maria? Ma questo è 
stato dimostrato sopra, per quanto ci fu possibile spiegare. Ora vediamo la sua 
sopraeminenza. A quale degli Angeli è stato mai detto: Lo Spirito Santo 
sopravverrà in te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra: 
perciò il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio? E poi: 
La verità è germogliata dalla terra 
(Sal 84, 12), non dalla creatura angelica; essa ha assunto non la natura degli 
angeli, ma il seme di Abramo. È grande cosa per l’Angelo l’essere servitore 
ministro di Dio; ma Maria meritò qualcosa di più sublime, quella di esserne 
Madre. La maternità pertanto della Vergine è gloria sovraeminente, e per il 
singolare privilegio a lei concesso, essa è divenuta tanto più eccellente degli 
angeli quanto più il suo titolo di Madre è differente da quello di servi (ministri). 
Già ta per umiltà, ricevette ancora questa grazia di diventare madre senza 
concorso d’uomo e senza i dolori del parto. Tutto questo è ancora poco: quello 
che è nato da lei è chiamato il Santo, ed è il Figlio di Dio. 

13. Per il resto, fratelli, dobbiamo fare tutto perché il Verbo che, uscito dalla 
bocca del Padre, è venuto a noi per mezzo della Vergine, non se ne ritorni 
vuoto, ma ancora, per mezzo della medesima Vergine Maria, rendiamo grazia 
per grazia. Vada il pensiero frequente mentre ancora ne sospiriamo la presenza, 
e le grazie che scendono a noi siano fatte risalire alla loro origine, per ridiscenderne 
in maggiore abbondanza. Se invece non ritornano alla fonte, si 
disseccano, e infedeli nel poco, non meritiamo di ricevere ciò che è massimo. È 
poca cosa il pensiero unito al desiderio della presenza, poco in confronto con 
quello che desideriamo grande è ciò che meritiamo; è molto al di sotto il 
desiderio, molto superiore è il merito. Saggiamente la sposa si rallegra non poco 
di questo poco. Avendo infatti detto: Dimmi dove pascoli, dove riposi nel meriggio, 
(Ct 1, 6) ricevendo piccole cose invece di quelle immense, e in cambio del pasto 
meridiano offrendo un sacrificio vespertino non mormora affatto, né si rattrista, 
come d’ordinario succede, ma ringrazia, e in tutto si mostra più devota. Sa 
infatti che se sarà fedele nell’ombra della memoria, otterrà senza dubbio la luce 
della presenza. Pertanto Voi che vi ricordate del Signore, non tacete e non lasciatelo 
stare in silenzio (Is 62, 6-7). Poiché coloro che hanno presente il Signore non 
hanno bisogno di esortazione, e quello che dice un altro Profeta: Loda il Signore, 
Gerusalemme, loda il tuo Dio o Sion (Sal 147, 1), sono parole di congratulazione, 
più che di ammonizione. Coloro che camminano nella fede hanno bisogno di 
essere ammoniti di tacere e di non lasciare stare in silenzio il Signore. Egli parla 
infatti, di pace per il Suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore 
(Sal 84, 9) , ascolterà quelli che ascoltano lui, e parlerà a quelli che parlano a lui. 
Diversamente, se tu taci, fai tacere anche lui. Non tacere dunque. Da che cosa? 
Dalla lode di Dio. Non tacete, e non dategli requie fino a che stabilisca sulla terra la 
lode di Gerusalemme. La lode di Gerusalemme è lode gioconda e decorosa. Non è 
possibile pensare che gli Angeli, cittadini di Gerusalemme, prendano piacere e 
si ingannino a vicenda in una lode vana. 

14. Sia fatta la tua volontà, o Padre, come in cielo, così in terra (Mt 6, 10) affinché la 
lode di Gerusalemme sia stabilita sulla terra. E adesso che cosa c’è? In 
Gerusalemme un Angelo non cerca la sua gloria da un altro Angelo, e sulla 
terra l’uomo brama di essere lodato da un altro uomo? Esecrabile perversità! 
Ma lasciamola a coloro che ignorano Dio, a coloro che si sono dimenticati del 
Signore loro Dio (1 Cor 15, 34). Voi che vi ricordate del Signore, non tacete, non 
cessate di lodarlo, fino a che la sua lode si stabilisca e sia resa perfetta sulla 
terra. C’è infatti un silenzio irreprensibile, anzi, lodevole. C’è anche un discorso 
non buono. Altrimenti non avrebbe detto il Profeta: È buona cosa per l’uomo 
attendere in silenzio la salvezza di Dio (Lam 3, 26). È cosa buona tacere dalla 
millanteria, è buono astenersi dalla bestemmia, dalla mormorazione, dalla 
detrazione. Avviene che uno, esasperato da un lavoro lungo e faticoso, 
mormora dentro di sé, e giudica coloro che vigilano per la sua anima, 
consapevoli del conto che ne devono rendere. È questo un grido che rompe ogni 
silenzio, il grido di un animo indurito che fa tacere, in quanto non permette che 
venga percepita la voce della parola. Un altro, per la pusillanimità dello spirito, 
si lascia prendere dalla disperazione e questa è una bestemmia che non sarà 
rimessa né in questa vita, né nella futura. Un altro ancora s’inorgoglisce nel suo 
cuore e leva con superbia il suo sguardo, stimandosi più di quello che è, e dice: 
La mia mano potente (Dt 32, 27) , e pensa di essere qualche cosa, mentre non è 
nulla. Che cosa direbbe a costui Colui che parla di pace? Dice infatti: Tu dici: Io sono ricco, e non ho bisogno di nessuno (Ap 3, 17). Ora la Verità risponde così: Guai 
a voi, ricchi, perché avete la vostra consolazione (Lc 6, 24). E al contrario: Beati, 
dice, quelli che piangono, perché saranno consolati (Mt 5, 5). Tacciano dunque in noi 
la lingua maldicente, la lingua blasfema, la lingua millantatrice, perché è bene 
in questo triplice silenzio aspettare la salvezza di Dio, e dì così: Parla Signore, 
perché il tuo servo ti ascolta (1 Re 3, 10). Quelle parole in realtà non sono rivolte a 
Lui, ma contro di Lui, come diceva Mosè agli Ebrei che mormoravano: La vostra 
mormorazione non è contro di noi, ma contro il Signore (Es 16, 8).

15. Astieniti da tali parole, senza tuttavia tacere del tutto, per non costringere 
Dio al silenzio. Parla a lui accusandoti in umile confessione della tua vanità, 
onde ottenere perdono per le colpe passate. Parla ringraziando, invece della 
mormorazione, per ottenere una grazia più abbondante per il presente. Parla 
nell’ orazione, contro la diffidenza, per conseguire la gloria del futuro. 
Confessa, ripeto,i peccati passati, per i benefici presenti rendi grazie, e poi prega 
con più fervore per il futuro, di modo che anche Dio non taccia il suo perdono, 
non cessi di largire i suoi doni, e non venga meno nelle sue promesse. Non 
tacere tu, ripeto, e fa’ in modo che lui non stia in silenzio. Parla tu, affinché parli 
anche lui e possa dire: Il mio diletto è a me, e io a lui. Parola gioconda, parola 
dolce. Non è davvero parola di mormorazione, ma voce della tortora. E non 
dire: Come canteremo i canti del Signore in terra straniera? (Sal 136, 4). Ormai non 
sarà più considerata straniera quella di cui dice lo Sposo: La voce della tortora si è 
udita nella nostra terra (Ct 2, 12). L’aveva infatti sentito dire: Prendeteci le piccole 
volpi e forse per questo uscì in grido di esultanza, dicendo: Il mio Diletto è a me e 
io a lui. Davvero voce di tortora, che, con una singolare pudicizia resta fedele al 
suo compagno, sia vivo che morto, sicché né la morte, né la vita la separa 
dall’amore di Cristo. Considera infatti se ci sia qualche cosa che abbia potuto 
alienare questo diletto dalla sua amata, e impedirgli di restare fedele, anche 
qualora la diletta abbia peccato o gli abbia voltato le spalle. Ammassi di nuvole 
cercavano di offuscare i raggi del sole: così le nostre iniquità si frapponevano 
tra noi e Dio, minacciando di separarci da lui; ma il sole divenne caldo, e tutta 
quella nuvolaglia si è dissipata. Diversamente, quando mai saresti tornato da 
lui se egli non ti fosse rimasto fedele, se non avesse gridato: Ritorna, Sunamita, 
ritorna, ritorna, perché ti vediamo?. Sii dunque anche tu fedele a lui, e nessuna 
calamità o fatica ti faccia allontanare da lui. 

16. Lotta con l’angelo, non soccombere, perché il regno di Dio patisce violenza e i 
violenti lo rapiscono (Mt 11, 12). Non lasciano forse intendere la lotta le parole: Il 
mio Diletto a me, e io a lui?Egli ti ha fatto conoscere il suo amore; mostragli anche
il tuo. In molte cose infatti ti mette alla prova il Signore tuo Dio. Spesso se ne va, 
volta altrove la faccia, ma non perché sia adirato. È una prova, non segno di 
riprovazione. Il tuo Diletto ti ha sopportato; sopporta anche tu il tuo Diletto, 
sopporta, agisci virilmente. Non lo hanno vinto i tuoi peccati, anche tu non 
lasciarti vincere dai suoi flagelli, e otterrai la benedizione. Ma quando? Quando 
spunterà l’aurora, quando sarà finito il giorno, quando avrà stabilito la lode di 
Gerusalemme sulla terra. Ecco che un uomo lottava con Giacobbe fino al mattino 
(Gen 32, 24). Al mattino fammi sentire la tua misericordia, perché in te ho sperato, 
Signore. Non tacerò, non ti lascerò stare in silenzio fino al mattino, né digiuno, 
possibilmente. Tu ti degni in realtà pascerti, ma tra i gigli. Il mio diletto a me, e io 
a lui che si pasce tra gigli (Ct 2, 16). Veramente anche sopra, se ricordate, è stato 
chiaramente indicato che la voce della tortora si ode quando compariscono i 
fiori. Ma bada che vi è indicato il luogo, non il cibo, né vi è espresso di che cosa 
si pasce il Diletto, ma tra quali cose. Forse egli si pasce, non di cibo, ma della 
compagnia dei gigli, non si ciba di gigli, ma sta in mezzo a loro. E veramente i 
gigli piacciono più per il profumo che per il sapore, e sono adatti per essere 
veduti più che mangiati. 

17. Così dunque si pasce (lo sposo) tra i gigli fino a che spiri la brezza del giorno, e 
alla bellezza dei fiori succeda l’abbondanza dei frutti. Nel frattempo è l’ora dei 
fiori, non dei frutti, mentre cioè siamo più nella speranza che nella realtà, e 
camminando nella fede e non nella visione, ci consoliamo più con la speranza 
che nell’ esperienza (dei beni eterni). Considera infine la delicatezza del fiore, e 
ricorda quello che dice l’Apostolo: Portiamo questo tesoro in vasi di creta. A quanti 
pericoli sono esposti i fiori. Come è facile per un giglio essere perforato dagli 
aculei delle spine! Giustamente canta il Diletto: Come giglio tra le spine, così la mia 
amica tra le fanciulle (Ct 2, 2). Non era tra le spine colui che diceva: Io ero pacifico 
in mezzo a coloro che detestavano la pace? (Sal 119, 7) Del resto, anche se il giusto 
germoglia come il giglio, lo sposo non si pasce presso un giglio solo, né si 
compiace della singolarità. Senti come egli dimori ove vi sono più gigli. Dove vi 
sono due o tre radunati in mio nome, mi trovo in mezzo a loro (Mt 18, 20). Gesù ama 
sempre il mezzo, il Figlio dell’uomo mediatore tra Dio e gli uomini, riprova 
sempre gli angoli, le pieghe. Il mio diletto è a me e io a lui che si pasce tra i gigli. 
Cerchiamo di avere gigli, fratelli, estirpiamo spine e triboli e affrettiamoci a 
sostituirli con gigli, perché si degni di pascersi anche tra noi qualora si degni di 
scendere a noi il Diletto. 

18. Presso Maria egli si pasceva, e abbondantemente, a causa della moltitudine 
di gigli. Non era forse un giglio il decoro della verginità, l’ornamento 
dell’umiltà, la sovraeminenza della carità? Avremo anche noi dei gigli, anche se 
di molto inferiori. Ma neanche tra questi disdegnerà di pascersi lo sposo, a 
condizione che le azioni di grazie di cui abbiamo parlato, siano dotate di ilare 
devozione, che la nostra orazione sia resa accetta dalla purezza d’intenzione, e 
la nostra confessione ci avrà ottenuto, con il perdono, di fare candide le nostre 
vesti, come è scritto: Se i vostri peccati fossero come scarlatto, diverranno come la 
neve, e se fossero rossi come porpora, diverranno bianchi come la lana (Is 1, 18). Del 
resto, qualunque sia la cosa che ti disponi a offrire, ricordati di affidarla a 
Maria,onde per il medesimo canale per cui la grazia è discesa a noi, ritorni al 
largitore della grazia. A Dio infatti non mancavano mezzi per infonderci, come 
voleva, la sua grazia, anche senza questa acqua, ma egli ha voluto darci questo 
veicolo. Forse le tue mani sono sporche di sangue o infette di regali, perché non 
le hai tenute pure da ogni cupidigia. Dunque quel poco che desideri offrire, 
fallo passare per le mani degnissime e accettissime di Maria se non vuoi subire 
un rifiuto. Esse in realtà sono come candidissimi gigli; né avrà a ridire 
quell’amatore di gigli di non aver trovato tra i gigli qualsiasi cosa che egli avrà 
trovato tra le mani di Maria. 
1. Omni die dic Mariae 
Mea laudes anima:
 
Ejus festa, ejus gesta
 
Cole devotissima.