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lunedì 28 aprile 2014

I Sette dormienti di Efeso



I Sette dormienti di Efeso > Jacopo da Varazze, Legenda aurea CI, XIII secolo

Jacopo da Varazze (o da Varagine; 1228?-1298) fu un frate domenicano scrittore in latino di leggende e cronache. Dal 1265 al 1285 fu nominato superiore provinciale per la “Lombardia”, un nome che all’epoca indicava quasi tutta l’Italia settentrionale, e dal 1292 arcivescovo di Genova. Una tradizione gli attribuisce una delle prime traduzioni in volgare della Bibbia, ma non se ne hanno manoscritti. La sua opera più famosa è la Legenda aurea (o Legenda sanctorum), raccolta di vite di santi compilata in latino a partire dalla metà del XIII secolo e che ebbe una grandissima diffusione e influenza sulla seguente letteratura religiosa.
Nel 1816 papa Pio VII ne confermò il culto come beato.


I Sette Dormienti nacquero nella città di Efeso. Quando l’imperatore Decio perseguitava i cristiani andò a Efeso e fece edificare dei templi in mezzo alla città, perché tutti si unissero a lui per sacrificare agli dèi. Fece cercare tutti i cristiani e li fece mettere in catene, obbligandoli a scegliere se sacrificare agli dèi o morire: tale era il terrore che l'amico rinnegava l’amico, il padre il figlio e il figlio il padre. C’erano in quella città sette cristiani, che si chiamavano Massimiano, Malco, Marciano, Dionisio, Giovanni, Serapione e Costantino. Essendo i primi ufficiali del palazzo e disprezzando i sacrifici offerti agli idoli, si rammaricavano molto e stavano nascosti nella loro casa, dedicandosi ai digiuni e alle orazioni.

Accusati e tradotti dinanzi a Decio, fu dimostrato che erano realmente cristiani e si diede loro il tempo di ravvedersi e furono rilasciati fino al ritorno dell’imperatore. Ma essi approfittarono di questo tempo, distribuirono tutti i loro averi ai poveri e presero la decisione di ritirarsi sul monte Celion, dove sarebbero potuti rimanere nascosti. Così rimasero a lungo, mentre uno di loro procurava ciò che era necessario e ogni volta che entrava in città si travestiva da mendicante.

Quando Decio ritornò a Efeso, ordinò di cercare i sette per obbligarli a sacrificare. Malco, che serviva loro, ritornò spaventato dai suoi compagni e riferì la furia dell’imperatore. Essi furono afferrati dalla paura e allora Malco dette loro i pani che aveva portato, affinché, rifocillati, acquistassero più forze per la battaglia. Dopo aver cenato, si sedettero e si misero a parlare tra loro con lamenti e pianti e, per volontà di Dio, si addormentarono. Quando fu la mattina, li cercarono ma non li trovarono, e Decio si dolse di aver perduto tali valorosi giovani. 

Furono poi accusati di essere nascosti fino allora sul monte Celion, di persistere nei loro convincimenti e di aver distribuito i loro beni ai poveri. Decio, dunque, ordinò di far comparire i loro genitori, minacciandoli di morte se non avessero dichiarato tutto ciò che sapevano. Anche i loro genitori li accusarono come gli altri e si lamentarono che le ricchezze erano state tutte date ai poveri. 

Allora Decio rifletté su cosa fare di loro e, per ispirazione di Dio, fece chiudere l’ingresso della caverna con un muro di pietre, affinché i sette, rinchiusi là dentro, morissero di fame e di stenti. Si eseguì l’ordine e due cristiani, Teodoro e Rufino, descrissero il loro martirio e, per precauzione, nascosero lo scritto tra le pietre.

Quando Decio e tutta la sua generazione furono morti, dopo trecentosettantadue anni, nel trentesimo anno d’impero di Teodosio, si diffuse l’eresia di coloro che negavano la resurrezione dei morti. Teodosio, che era un imperatore molto cristiano, fu molto rattristato nel vedere la fede così indignamente attaccata. Egli indossò un cilicio e ogni giorno si ritirava in un luogo appartato del suo palazzo per piangere.

Dio, vedendo tutto ciò, volle consolare questi afflitti e confermare la speranza della resurrezione dei morti; aprì il tesoro della sua pietà e risvegliò i sette martiri nel modo seguente. Mise in mente a un cittadino di Efeso l’idea di far costruire sul monte Celion degli ovili per i pastori. Dopo che i muratori ebbero aperto la grotta, i santi si svegliarono e si salutarono, convinti di aver dormito una sola notte; poi, ricordandosi delle pene del giorno precedente, chiesero a Malco, che li serviva, che cosa aveva deciso Decio sulla loro sorte. Ma egli rispose la stessa cosa che aveva risposto la sera prima: “Ci è stato richiesto di sacrificare agli idoli: ecco cosa vuole da noi l’imperatore”. Massimiano rispose: “Dio sa che non sacrificheremo”.

Dopo avere incoraggiato i suoi compagni, ordinò a Malco di scendere in città a comperare il pane, raccomandandogli di prenderne un po’ di più del giorno precedente, e di tornare a riferire le disposizioni dell’imperatore. Marco prese cinque soldi, uscì dalla spelonca, vide le pietre ammassate, se ne stupì, ma pensando ad altro, non vi dette molto peso.

Quando arrivò, non senza apprensione, alla porta della città, si meravigliò molto di vederla sormontata dal segno della croce; allora andò a un’altra porta e vide lo stesso segno della croce, e si stupì sempre più vedendo la croce sopra tutte le porte e trovando la città cambiata. Si fece il segno di croce e ritornò alla prima porta pensando di aver sognato. Infine si riassicurò, si nascose il viso, entrò in città e sentì i venditori di pane che parlavano tutti di Cristo, e, al colmo dello stupore esclamò: “Com'è che ieri nessuno osava neppur nominare Cristo, e oggi tutti proclamano il suo nome? Forse questa non è la città di Efeso, perché è diversa: ma non conosco altre città fatte così”.

Si informò e gli fu risposto che si trattava veramente di Efeso. Credendosi preso in giro, pensò di tornare dai suoi compagni, ma poi entrò dai venditori di pane. Quando tirò fuori le sue monete d’argento, i venditori stupiti credettero che il ragazzo avesse trovato un antico tesoro. Malco, vedendoli parlare sottovoce tra di loro, pensò che volessero condurlo dall’imperatore, e, in preda alla paura, li implorò di lasciarlo andare e di tenersi i pani e il resto del denaro. Ma quelli lo trattennero e gli dissero: “Di dove sei? Se hai trovato dei tesori degli antichi imperatori, diccelo, e divideremo con te. Ti terremo nascosto, altrimenti tutti lo sapranno”.
Per la paura, Malco non seppe cosa rispondere e allora i commercianti, vedendo che se ne stava zitto, gli misero una fune al collo e lo trascinarono per le strade fino in centro alla città. Intanto si diffuse la voce che un giovane aveva scoperto dei tesori.
Tutti si accalcavano attorno a lui, e Malco voleva convincerli di non aver trovato nulla, guardava attorno ma nessuno lo riconosceva, e lui pure, guardando la folla, cercava di scorgere qualche suo parente – che credeva in buona fede fosse ancora in vita – e non trovando nessuno stava in mezzo alla gente della città come un ebete.
Quando il vescovo san Martino e il proconsole Antipatro, appena giunto in città, seppero l’accaduto, essi dettero disposizione di portare loro, con cautela, quell’uomo e le sue monete. 

Mentre Malco veniva condotto alla chiesa dalle guardie, pensava che lo stessero portando dall’imperatore. Il vescovo e il proconsole, sorpresi dalle monete d’argento, gli chiesero dove avesse trovato quel tesoro sconosciuto, ma lui rispose che quei soldi venivano dalla borsa dei suoi genitori. Gli chiesero allora da quale città venisse ed egli rispose: “Sono di questa città, se questa è Efeso”. “Fai venire i tuoi genitori, - disse allora il proconsole, - in modo che possano giustificarti”. Quando però disse i loro nomi, nessuno li conosceva, e pensarono che stesse mentendo per poi poter scappare. E il procuratore gli disse: “Come facciamo a credere che questi soldi sono dei tuoi genitori, se la scritta che c’è sopra dice che hanno più di trecentosettantasette anni? Risalgono ai primi anni di Decio imperatore e sono del tutto diversi dalle monete d’argento dei nostri giorni. E com’è possibile che i tuoi genitori siano così vecchi e tu così giovane? Vuoi forse prenderti gioco dei sapienti di Efeso? Ti affiderò alla Giustizia, fino a che non confesserai cosa hai trovato”.
Malco allora si gettò ai loro piedi e disse: “Signori, per carità di Dio, ditemi ciò che vi chiedo, e io vi aprirò il mio cuore. L’imperatore Decio, che è stato in questa città, dove è ora?”
“Non c'è più ai giorni nostri – rispose il vescovo – un imperatore di nome Decio; ce ne fu uno molto tempo fa”.
“Mio signore, è questo che mi stupisce, e nessuno mi crede, ma seguitemi e vi farò vedere i miei compagni, che sono nel monte Celion, e a loro crederete. So di certo che siamo scappati dal cospetto di Decio, e io proprio ieri sera l’ho visto entrare in questa città sempre che questa città sia proprio Efeso”.

Il vescovo pensieroso disse al proconsole: “Dio vuol mostrarci una qualche prodigiosa visione attraverso questo ragazzo”.
Dunque lo seguirono, e con loro venne una gran folla di gente dalla città. Entrò per primo Malco dai suoi compagni, poi il vescovo, che vide fra le pietre la lettera con due sigilli d’argento. Chiamata la folla attorno la lesse, e tutti quelli che l’ascoltavano erano pieni di meraviglia. Vedendo i santi di Dio seduti nella grotta freschi come rose, si gettarono a terra a glorificare il Signore. 

Il vescovo e il proconsole mandarono a dire a Teodosio di venire presto a vedere il grande prodigio compiuto da Dio in quei giorni. Subito alzandosi dal sacco su cui giaceva a terra piangendo, venne da Costantinopoli a Efeso rendendo grazie a Dio. E tutti quelli che gli si facevano intorno andarono con lui alla grotta. Appena i santi videro l’imperatore, i loro volti risplendettero, e l’imperatore si gettò ai loro piedi rendendo gloria a Dio; poi si rialzò, li abbracciò e pianse su ciascuno di loro dicendo: “Vi guardo ed è come se vedessi il Signore che resuscita Lazzaro”.
Allora san Massimiano disse: “Credici, è per causa tua che il Signore ci ha resuscitati proprio alla vigilia della festa della Resurrezione, affinché crediate che la resurrezione dei morti è una verità. Noi siamo veramente risorti e viviamo, e, come un bambino sta nel seno della madre senza sentire urti, così anche noi fummo vivi, giacendo addormentati, senza sentire alcuno stimolo”.
Pronunciate queste parole sotto gli occhi di tutti reclinarono nuovamente il capo a terra, addormentandosi e rendendo lo spirito, come Dio volle.
L’imperatore si rialzò e si gettò su di loro piangendo e baciandoli. Avendo l’imperatore deciso di farli riporre in sepolcri d’oro, la notte stessa apparvero all’imperatore dicendo che, come sino a poc’anzi erano giaciuti in terra e dalla terra erano risorti, così li lasciasse, sino a che il Signore non concedesse una seconda resurrezione. L’imperatore allora dispose che quella località fosse adornata di pietre dorate, e che tutti i vescovi che professavano la fede nella resurrezione fossero prosciolti.
Che essi abbiano dormito trecentosettantadue anni, come si è detto, è cosa dubbia, perché essi resuscitarono l’anno del Signore 448. Ma, Decio regnò soltanto un anno e tre mesi, nell’anno 252. Così non dormirono che centonovantasei anni.



Storia
La storia dei Sette Dormienti – presente sia nella religione cristiana che in quella islamica – è considerata dai più una leggenda, non la descrizione di un fatto accaduto. Tuttavia, sia per l’elevato significato contenuto, sia per i numerosi manoscritti pervenutici che testimoniano un culto antico e diffuso dalla Scandinavia ai Paesi islamici, per la Chiesa il racconto «non può essere negato che su chiari elementi di prova e argomenti di completa certezza».

Sette giovani cristiani di Efeso si rifugiarono in una grotta per sfuggire alla persecuzione dell’imperatore romano Decio (III secolo), il quale, scoperto il nascondiglio, li fece murare vivi. I Sette, però, caddero in un sonno miracoloso e si svegliarono quasi due secoli dopo, quando il cristianesimo era diventato la religione dominante. Ignaro del tempo trascorso, uno di loro pagò l’acquisto di un po’ di pane con alcune monete recanti l’effigie di Decio, cosicché il miracolo fu rivelato e i Sette, compiuta la loro testimonianza sulla realtà della resurrezione dei morti, morirono.
Nel tempo le varianti a questo “canovaccio” furono numerosissime, sì da renderlo profondamente differente da un luogo all’altro.

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In Occidente, il racconto è stato tramandato da Gregorio, vescovo di Tours dal 573 al 594, che scrisse la Passio sanctorum septem dormientium, un adattamento in latino di un’omelia metrica di Giacomo di Sarug (Mesopotamia) che fu vescovo della Siria dal 519 al 521. La leggenda era tuttavia già nota da almeno un secolo nel Medio Oriente, come testimoniato da antichi manoscritti in greco, latino, siriaco, aramaico e copto. 

La prima narrazione greca è ascritta a Simeone Metafraste (X secolo) che scrisse una Vita dei Santi e collocò la festa dei Sette nel mese di luglio. In latino, un altro importante riferimento è contenuto nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono, pseudonimo di Paolo di Varnefrido (720-799), un religioso e storico longobardo morto a Montecassino.

In seguito, molte regioni dell’impero romano furono sottomesse dagli Arabi e il racconto si diffuse tra i musulmani e fu raccolta da Maometto, probabilmente in un viaggio in Siria. Esso si trova infatti citato nel Corano, nella sura XVIII intitolata “al Kahf”, la caverna, la cui ambiguità indica chiaramente che il racconto non fu rivelato a Maometto, ma fu questi a trasmettere quanto sapeva, stabilendo «una corrispondenza tra i sette dormienti e gli intercessori degli ultimi tempi (abdàl) per la cui venuta Abramo aveva supplicato Dio a Mamre. Tale venuta precede la venuta di Gesù e il regno dei giusti (mahdi) in una vera e propria “apocalisse”».

In Russia la leggenda fu conosciuta all’inizio del XII secolo, quando l’igumeno Daniil tornò dopo aver veduto le reliquie dei Sette in Terra Santa.

lunedì 21 aprile 2014

Santa Maria Egiziaca

 Santa Maria Egiziaca > Jacopo da Varazze, Legenda aurea LVI, XIII secolo

Il frate domenicano e arcivescovo di Genova Jacopo da Varazze (o da Varagine; 1228-1298) scrisse in latino diverse opere storiche e religiose, tra cui la raccolta di vite di santi intitolata Legenda aurea (in originale Legenda sanctorum) che lo occupò per quasi quarant’anni. Tradotta in volgare, la Legenda aurea ebbe grande diffusione – tuttora ne esistono oltre 1200 manoscritti – e fu la fonte principale di molte narrazioni religiose e di opere artistiche. Organizzata secondo l’anno liturgico, raccoglie circa centocinquanta vite di santi, quasi tutti antichi, e la spiegazione delle principali feste. Le fonti furono molte: la Sacra Scrittura, i testi dei Padri della Chiesa e dei più autorevoli esponenti della tradizione monastica, agiografie (come le legendae novaecompilate all’interno dell’ordine domenicano, l’Abbreviatio in gestis sanctorum di Giovanni da Mailly e il Liber epilogorum in gesta sanctorum di Bartolomeo da Trento), storie (tra cui l’Historia scholastica di Pietro Comestore, loSpeculum historiale di Vincenzo di Beauvais, la Chronica di Martino Polono), testi per predicatori (Tractatus de diversis materiis praedicabilibus di Stefano di Borbone), teologici, filosofici, giuridici, oltre a qualche autore profano. La Chiesa cattolica lo venera come beato dal 1816.

Maria Egiziaca detta la Peccatrice passò quarantasette anni nel deserto in una austera penitenza. Vi entrò verso l’anno del Signore 270, al tempo di Claudio. Un abate, chiamato Zozima, avendo passato il Giordano e percorso un grande deserto per trovare qualche santo padre, vide una figura camminare e il cui corpo nudo era nero e bruciato dall’ardore del sole. Era Maria Egiziaca. Immediatamente ella fuggì e Zozima si mise a correre in fretta dietro a lei. Allora Maria disse a Zozima: «Abate Zozima, perché mi correte dietro? Perdonate, io non posso voltare il mio viso verso di voi, perché sono una donna; e poiché sono nuda, datemi il vostro mantello, affinché possa guardarvi senza arrossire». Sentendosi chiamare per nome, egli ne fu colpito: le dette il suo mantello, si prosternò e la pregò di concedergli la sua benedizione. «Siate piuttosto voi, padre mio, gli disse, a benedirmi, voi che siete investito della dignità sacerdotale». Egli, all’udire che ella sapeva il suo nome e il suo ministero, aumentò la propria ammirazione e insistette a essere benedetto. Ma Maria gli disse: «Benedetto sia il Dio redentore delle nostre anime». Poiché pregava a mani alzate, Zozime vide che era sollevata da terra d’un cubito. Allora il vegliardo cominciò a dubitare che ella fosse uno spirito che faceva finta di pregare. Maria gli disse: «Che Dio vi perdoni per avere preso una donna peccatrice per uno spirito immondo!» 

Allora Zozima la scongiurò in nome del Signore di obbligarsi a dirgli la sua vita. Ella riprese: «Perdonatemi, padre mio, perché se io vi racconto la mia situazione voi ve fuggirete da me tutto spaventato come alla vista di un serpente. Le vostre orecchie saranno insudiciate dalle mie parole e l’aria lordata dall’immondizia». Poiché il vegliardo insisteva con forza, ella disse: «Fratello mio, io sono nata in Egitto; all’età di 12 anni io andai ad Alessandria, dove, per diciassette anni, mi sono consegnata pubblicamente alla libertinaggio, e non mi sono mai rifiutata di fare ciò.

Quando gli abitanti di quella città s’imbarcarono per Gerusalemme per andare ad adorare la santa Croce, io pregai i marinai di lasciarmi partire con loro, ma, poiché mi chiedevano il prezzo del passaggio, io dissi: “Non ho altro denaro da darvi oltre a consegnarvi il mio corpo per il mio passaggio”. Mi presero dunque ed ebbero il mio corpo in pagamento. Arrivata a Gerusalemme, andai con gli altri fino alle porte della chiesa per adorare la croce; ma improvvisamente mi sentii respinta da una mano invisibile che mi impediva di entrare. Avanzai più volte fino alla soglia della porta, e in quei momenti provai la vergogna di essere rifiutata; e tuttavia tutti entravano senza difficoltà e senza incontrare alcun ostacolo. Rientrando allora in me stessa, pensai che ciò che stavo sopportando era a causa dell’enormità dei miei crimini. Iniziai a battermi il petto con le mani, a versare lacrime molto amare, a sospirare profondamente dal fondo del cuore, e come alzai la testa vidi un’immagine della beata Vergine Maria. Allora la pregai piangendo di ottenere per me il perdono dei miei peccati, e di lasciarmi entrare ad adorare la santa Croce, promettendo di rinunciare al mondo e di condurre in futuro una vita casta. Dopo questa preghiera, provando una certa fiducia in nome della beata Vergine, andai ancora una volta alla porta della chiesa, dove sono entrata senza la minima difficoltà. Quando ebbi adorato la santa Croce con grande devozione, qualcuno mi diede tre pezzi d’argento con i quali comprai tre pani; e sentii una voce che mi diceva: “Se tu passi il Giordano, ti salverai”. 

Passai dunque il Giordano, e vissi in questo deserto dove sono restata quarantasette anni senza mai aver visto uomo. I pani che portai con me diventarono col tempo duri come le pietre e bastarono al mio nutrimento per quarantasette anni; ma durante questo tempo i miei vestiti sono marciti. Per diciassette anni che trascorsi in questo deserto, fui tormentata dalle tentazioni della carne, ma adesso le ho tutte vinte per grazia di Dio. Ora che vi ho raccontato tutte le mie azioni, vi prego di offrire per me delle preghiere a Dio». Allora l’anziano si prosternò a terra, e pregò il Signore per la sua serva. Ella gli disse: «Io vi scongiuro di ritornare sulle rive del Giordano il giorno della cena del Signore, e di portare con voi il corpo di Gesù Cristo; io vi verrò incontro e riceverò dalla vostra mano il sacro corpo, perché dal giorno che sono arrivata qui, non ho ricevuto la comunione del Signore». 

Il vegliardo ritornò dunque al suo monastero e, l’anno successivo, avvicinandosi il giorno della cena, prese il corpo del Signore, e andò fino alla riva del Giordano. Vide sull’altra sponda la donna che fece il segno della croce sulle acque, e giunse vicino al vegliardo; a questa vista quest’ultimo fu colto da sorpresa e si prosternò umilmente ai suoi piedi: «Guardatevi dall’agire così, gli disse, perché avete con voi i sacramenti del Signore e siete investito della dignità sacerdotale; ma, padre mio, vi supplico di degnarvi di ritornare da me l’anno prossimo»”. Allora dopo avere fatto il segno della croce, ripassò le acque del Giordano per guadagnare la solitudine del suo deserto. Il vegliardo tornò al suo monastero e l’anno seguente andò allo stesso posto dove Maria gli aveva parlato la prima volta, ma la trovò morta. Egli si mise a piangere, e non osò toccarla, ma disse a se stesso: «Seppellirei di buon grado il corpo di questa santa, temo tuttavia che ciò le dispiaccia». Durante questa riflessione vide delle parole incise sulla terra, presso la sua testa: «Zozima, seppellite il corpo di Maria; rendete alla terra la sua polvere, e pregate per me il Signore per ordine del quale ho lasciato questo mondo il secondo giorno di aprile». Allora il vegliardo acquisì la certezza che immediatamente dopo aver ricevuto il sacramento del Signore ed essere rientrata nel deserto, ella terminò la sua vita. Quel deserto che Zozima ebbe pena a percorrere nello spazio di trenta giorni, Maria lo percorse in un’ora, dopo di che andò da Dio. Quando il vegliardo cominciò la fossa e s’accorse di non riuscire, vide un leone venirgli vicino con mansuetudine e gli disse: «La santa donna ha ordinato di seppellire il suo corpo, ma io non posso scavare la terra, perché sono vecchio e non ho strumenti: scava dunque tu, affinché possiamo seppellire il suo corpo santo». Allora il leone iniziò a scavare la terra e a disporre una fossa adatta. Dopo averlo finito, il leone se ne andò tranquillo come un agnello e il vegliardo ripercorse il suo deserto glorificando Dio.