martedì 3 gennaio 2012

La nostra madre Maria, sì ricca di beni e di grazie

L'Adorazione dei Pastori. Murillo. 1668.




"Ecco il fonte d'ogni bene, Gesù nel Sacramento, il quale dice: Qui sitit veniat ad me.  ...


Un'altra fonte per noi troppo felice è la nostra madre Maria, sì ricca di beni e di grazie, dice S. Bernardo, che non v'è uomo nel mondo che non ne partecipi: De plenitudine eius accepimus omnes. 


Fu Maria santissima da Dio ripiena di grazia, come l'angelo La salutò:Ave, gratia plena. Ma non solo per Lei, anche per noi, soggiunge S. Pietro Grisologo, ricevé Ella quel grande abisso di grazia per farne parte poi a tutti i suoi divoti: Hanc gratiam accepit Virgo salutem seculis redditura.

Giaculatoria: Causa nostrae laetitiae, ora pro nobis".
Da Visite al SS. Sacramento, di S.Alfonso de' L.

AVE MARIA!
AMDG

“Pater, dimitte illis”, “Padre, perdona loro”.

E' bello incontrare tesori e comunicarli agli amici. Per questo vi faccio partecipi d'una recente scoperta archeologica di Terra Santa che riguarda Santo Stefano Protomartire da noi celebrato il 26 dicembre passato (ed il 3 agosto). Teniamo presente che "La città di Dio" di Sant'Agostino, nel libro XXII, 8... parla diffusamente dei miracoli avvenuti per l'intercessione del martire Stefano. 
Post da Rivista di Maria Ausiliatrice .




STEFANO, 
MORIRE PERDONANDO



In questo mese parleremo di Santo Stefano protomartire. Portare acqua al mare, dirà qualcuno, tanto la sua vita, descritta negli Atti degli Apostoli, è conosciuta.
No, non vogliamo raccontarvi la vita ma parlarvi della sua tomba, localizzata, ormai senza alcun dubbio, a Bet Gemal (Beitgemal) una Casa Salesiana a circa 30 km a ovest di Gerusalemme.
Vi raccontiamo questa storia come la raccontiamo ogni anno (in Ebraico, naturalmente, perché siamo in Israele) a decine di migliaia di visitatori Ebrei che vengono in visita da noi, a Bet Gemal appunto, attirati dal bel panorama, dai reperti archeologici degli scavi eseguiti nella nostra proprietà, dalla bellezza della chiesa moderna (1930) dedicata a Santo Stefano e da tanti altri motivi. Certo, rispetto ai nostri amici Ebrei, voi avete il vantaggio di conoscere, per così dire, le coordinate di questa storia.
A loro dobbiamo spiegare chi era Stefano, chi erano gli Apostoli, chi era Gesù Cristo, ecc. Per voi non c’è bisogno, per cui possiamo entrare subito “in medias res”, cioè nel cuore delle cose. Due le date principali da tener presenti: Kfargamla nel 415 e Bet Gemal nel 1916.
Incominciamo con la prima, il 415 (dopo Cristo, naturalmente!), anno in cui un certo prete di nome
Lucianos, “parroco” greco di una località in Palestina, chiamata Kfargamla, invia una lettera alle Chiese d’Oriente e d’Occidente in cui annuncia, con gioia, la scoperta della tomba del protomartire Stefano, assieme a quella di Nicodemo (cfr Gv 3), del Rabbino Gamaliele, membro autorevole del Sinedrio e zio di Nicodemo (At 5,34-39), e quella di uno dei suoi due figli, Abibos. La lettera comincia così:

Lucianos, bisognoso della misericordia di Dio e presbitero della Chiesa di Dio che si trova nella località di Kfargamla, nel territorio di Gerusalemme, alla santa Chiesa e a tutti i santi che sono in Cristo Gesù in tutto il mondo, vi saluta nel Signore”.
Va’ dal Vescovo Giovanni....
Lucianos continua scrivendo che il 3 dicembre dell’anno 415, mentre dormiva vicino al battistero della sua chiesa, gli apparve un personaggio, alto di statura, vestito con abiti sacerdotali e adornato di un manto con dei gioielli e con il segno della croce, che gli disse:
“Va’ nella città chiamata Elia (cioè Gerusalemme) e di’ a Giovanni, Vescovo: «Fino a quando dobbiamo rimanere rinchiusi senza che tu ci apra?». È assolutamente necessario che nel tempo del tuo servizio episcopale riporti alla luce i nostri resti mortali, che giacciono abbandonati e dimenticati. Non sono tanto preoccupato per me, quanto per quelli che sono sepolti con me, che sono santi e degni di onore”. Alla domanda chi fosse, il personaggio rispose:
Io sono Gamaliele che ho istruito Paolo, l’Apostolo di Cristo, e ho insegnato la Legge in Gerusalemme. Accanto a me si trova Stefano, che per la sua fede in Cristo fu lapidato dai Giudei e i capi dei sacerdoti in Gerusalemme fuori della porta a Nord da dove una via conduce alla valle del Cedron. Là il corpo di Stefano, per ordine dei capi empi della città, fu lasciato esposto giorno e notte senza sepoltura, perché fosse divorato dagli animali".
Tuttavia, per volontà di Dio, nessun animale lo toccò, nessun animale feroce, nessun uccello, nessun cane. Io, Gamaliele, che ammiravo grandemente Stefano e volevo essere associato alla sua fede, mandai i miei servi in segreto perché portassero il corpo di Stefano sul mio carro alla mia tenuta di Kfargamla, che significa «tenuta di Gamaliele», a 20 miglia (30 km circa) dalla città. Dissi loro che doveva essere deposto nella mia tomba e si procurassero tutto il necessario per la sepoltura, a mie spese”.
Gamaliele proseguì descrivendo quello che era sepolto accanto a Stefano e cioè suo nipote Nicodemo che fu battezzato da Pietro e Giovanni (dei quali poi prese le difese) e dovette per questo subire persecuzioni dai Giudei.
Infine parla di suo figlio Abibos che, assieme a lui, abbracciò il cristianesimo, mentre l’altro suo figlio e la moglie rimasero ebrei e furono seppelliti nel paese natale della moglie.
L’apparizione di Gamaliele si ripeté altre due volte, perché Lucianos voleva essere sicuro che la visione venisse dal cielo e non fosse un’illusione.

Alla terza, dopo un aspro rimprovero per la sua incredulità, Lucianos si decise a cercare, secondo le indicazioni avute, ed effettivamente trovò la tomba, non distante dalla chiesa vicino alla quale viveva. I resti dei quattro personaggi, Stefano, Nicodemo, Gamaliele e suo figlio Abibos, secondo la richiesta o meglio l’ordine del Vescovo Giovanni, furono portati a Gerusalemme e deposti nella Chiesa Madre della Hagia Sion, la chiesa del Cenacolo. Lucianos dovette accontentarsi di alcune reliquie dei medesimi, conservate in un monumento o Mausoleo, che Giovanni costruì per consolarlo di tanta perdita.
Fin qui la lettera di Lucianos. Ai visitatori Ebrei ricordiamo poi un po’ di storia della Terra Santa, e cioè come nel 614 i Persiani di Cosroe distrussero tutte le chiese della Palestina, dalla più grande alla più piccola, fatta eccezione della chiesa della Natività a Betlemme (una delle tre chiese che Elena la Madre di Costantino aveva fatto costruire in Terra Santa: le altre due sono quella del Santo Sepolcro e quella dell’Eleona, sul Monte degli Ulivi), perché sulla facciata di questa chiesa erano rappresentati i Re Magi, vestiti come i Persiani. Anche la chiesa di Kfargamla fu distrutta e, come tante altre località storiche o bibliche del Vecchio e Nuovo Testamento, se ne perse la memoria.
L’Opera di Don Antonio Belloni
Facciamo ora un salto nella storia, verso il 1850. Don Antonio Belloni, sacerdote italiano del Patriarcato latino di Gerusalemme fonda la Congregazione della Santa Famiglia per aiutare gli orfani, con centro a Betlemme. In seguito compra un grande appezzamento di terreno in un villaggio musulmano, Bet Gemal, alle pendici dei monti della Giudea, ai confini con la pianura della Shefela (abitata nell’Antico Testamento dai Filistei). Sistema altrove alcune famiglie rimaste e costruisce una grande casa che era allo stesso tempo orfanotrofio e Scuola Agricola.
Nel 1891,
Don Belloni diventò Salesiano e le sue case (Betlemme, Bet Gemal, Cremisan e Nazaret) passarono ai Salesiani.

Nel 1916, sempre a Bet Gemal, in un terreno adiacente all’orfanotrofio, si decise di costruire dei bagni, all’aperto, vicino al cortile dove gli orfani facevano le loro ricreazioni. Appena si cominciarono gli scavi per la costruzione, vennero alla luce dei mosaici. P. Maurizio Gisler, benedettino svizzero del monastero della Dormitio sul Monte Sion a Gerusalemme, venne per seguire gli scavi. I mosaici risultarono essere il pavimento di una chiesa bizantina del V secolo.
I Salesiani e Padre Gisler, a conoscenza della lettera di Lucianos, di cui sopra, fecero subito l’accostamento o il legame tra Kfargamla e il nome Bet Gemal, che, secondo loro, non sarebbe stato altro che lo stesso nome (Kfargamla), con la parola “Bet” (casa) al posto di Kfar (villaggio, insediamento). La distanza, 30 km, corrispondeva a quella indicata da Lucianos.
Convinti di aver trovato la tomba di Santo Stefano, i Salesiani nel 1930 costruirono sul sito del mosaico ritrovato una chiesa, delle stesse dimensioni di quell’antica e la chiamarono “Chiesa di Santo Stefano”.

Non tutti però accettarono questa identificazione di Kfargamla con Bet Gemal. I più duri oppositori furono i Domenicani (Padre Lagrange, Padre Abel, ecc.) dell’Ecole Biblique di Gerusalemme che si battevano per un’altra località, Jammal, a 30 km a Nord di Gerusalemme. La controversia fu risolta solo ultimamente a favore di Bet Gemal. Vediamo, come.
Nell’autunno del 1999, Don Andrea Strus, un Salesiano polacco, professore all’Università Pontificia Salesiana (UPS) di Roma, morto prematuramente nel giugno del 2005, iniziò gli scavi archeologici in una località, chiamata Jiljil, sempre nella nostra proprietà, a circa 300 metri dalla nostra casa.
Furono rinvenuti i resti di una struttura rotonda, che come ultimo uso serviva da pressoio per fare il vino. Fin dall’inizio però non doveva essere così, perché la struttura era eseguita molto bene e con misure bizantine precise.
L’ipotesi di Don Strus fu quella di un monumento funerario, un mausoleo, in onore di un personaggio importante o di un santo.
Anzi Don Strus credette di aver trovato in questa struttura rotonda (perché Stefano, in greco, vuol dire corona) il monumento che Giovanni, Vescovo di Gerusalemme, aveva fatto costruire a Kfargamla, per custodire le reliquie di Santo Stefano, quando la sua salma fu portata a Gerusalemme. Bella ipotesi, ma come provarla?
La parola all’esperto di epigrafia
Vicino a questa struttura rotonda, tre anni fa, fu trovata un’architrave, in pietra, con una tabula ansata. La tabula ansata su un’architrave dice che su questa era scritto, o meglio, scolpito qualcosa. Questa scritta però era stata così rovinata dalle intemperie, lungo i secoli, che ad occhio nudo non si poteva leggere niente. Questo per un profano, non per un esperto.
Difatti Don Strus, due anni fa (nel 2004), fece venire a Bet Gemal Père Puech, l’esperto di epigrafia antica dell’Ecole Biblique di Gerusalemme. Questi con una pasta di carta bagnata ricavò dalla tabula ansata uno stampo, una specie di negativo che studiò per mesi. Il risultato della ricerca, apparso in un articolo ben documentato su La Revue Biblique, la rivista biblico-archeologica dell’Ecole Biblique, ha riempito di gioia non solo noi di Bet Gemal ma anche Don Strus, prima della sua morte. La scritta dice:


“DIAKONIKON STEPHANOU PROTOMARTYROS”.

Per “diakonikon” si intendeva un luogo per conservare le reliquie. Possiamo quindi affermare, senza alcun dubbio, che Bet Gemal è l’antica Kfargamla, dove Stefano ebbe la sua prima sepoltura.
Il messaggio di Santo Stefano? Nella chiesa di Bet Gemal, sopra l’abside, è dipinto Gesù in croce con ai piedi la Vergine Maria e San Giovanni. A fianco del Crocifisso, a caratteri cubitali, è scritta la richiesta di Gesù al Padre, a riguardo dei suoi crocifissori:


Pater, dimitte illis”,



“Padre, perdona loro”.

Il nostro confratello Don Domenico Dezzutto, 84 anni ma sempre giovanile, alla fine della spiegazione ai gruppi, grandi o piccoli, spiega quelle parole dicendo:
“Tutti abbiamo bisogno del perdono di Dio e di perdonarci l’un l’altro”. È il messaggio di Santo Stefano con quella invocazione: “Signore, non imputare loro questo peccato”.
È un messaggio che cerchiamo di trasmettere ai visitatori. I Salesiani, negli anni venti del secolo scorso, nel loro entusiasmo per il ritrovamento della tomba di Santo Stefano, avevano progettato di costruire, sul posto dei mosaici della Chiesa bizantina, un grande santuario dedicato al “Perdono Cristiano”. Avevano ottenuto già l’approvazione della Santa Sede, poi, per tanti motivi abbandonarono il progetto, accontentandosi della chiesa attuale, molto bella, ma di dimensioni più modeste. Certo che in questo Medio Oriente, sempre sulle prime pagine dei giornali on line o su carta c’è bisogno di tanto perdono. Qualcuno dice che qui non ci sarà mai la pace, perché i due popoli che si affrontano, Arabo Musulmano ed Ebreo, non sanno e non possono perdonarsi, non avendo la tradizione o la cultura del perdono. E per fare pace, o la pace, come insegnava Giovanni Paolo II, ci vuole anche il perdono:


“Non c’è pace senza giustizia,
e non c’è giustizia senza perdono”.

Che il Signore, per intercessione di Santo Stefano, smuova le menti e cuori di questi popoli e ci dia la pace.
D. ANTONIO SCUDU sdb
e Comunità Salesiana di Bet Gemal (2006) Beit Gemal | Israel



*** Questo e altri 120 santi e sante di Dio sono confluiti nel volume:MARIO SCUDU, Anche Dio ha i suoi campioni, Editrice ELLEDICI, Torino 2011, pp.936


IMMAGINI (cliccare per ingrandirle)

1 © Ph. Sante / Entrata alla Casa Salesiana di Bet Gemal dove si trova la chiesa di Santo Stefano, costruita sul luogo del ritrovamento di un antico mosaico.
2
© Vita di Santo Stefano, (Luigi Poggi), Chiesa di Bet Gemal, Israele / Stefano, il cui nome significa “corona”, apparteneva alla comunità cristiana di lingua greca e venne scelto per assistere i bisognosi della Chiesa primitiva.3 © Vita di Santo Stefano, (Luigi Poggi), Chiesa di Bet Gemal, Israele / Nello svolgimento del suo servizio, Stefano venne ben presto chiamato a rendere ragione della sua fede e dovette testimoniarla davanti al tribunale giudaico che lo condannerà alla lapidazione.4 © Vita di Santo Stefano, (Luigi Poggi), Chiesa di Bet Gemal, Israele / La lapidazione di Stefano avvenne in un periodo in cui l’autorità romana non era presente a Gerusalemme, altrimenti ogni condanna a morte sarebbe dovuta essere prima esaminata dal rappresentante dell’Imperatore.5 © Vita di Santo Stefano, (Luigi Poggi), Chiesa di Bet Gemal, Israele / Sepoltura di Santo Stefano a Bet Gemal, l’antica Kfargamla.6 La struttura rotonda trovata dagli scavi condotti da P. Andrea Strus. Qui venne rinvenuta l’architrave riportante la notizia del luogo della sepoltura di Santo Stefano.7 © Ph. Sante / Interno della Chiesa di Santo Stefano a Bet Gemal. Sopra l'altare l'invocazione di Stefano prima di morire: "Pater, dimitte illis" (Padre, perdona loro).


AVE MARIA!
AMDG

lunedì 2 gennaio 2012

Il Nome SS.mo di Gesù non è soltanto luce, è anche cibo. PREGHIERA AL NOME SS. DI GESU'


FESTA DEL SANTISSIMO NOME DI GESÙ

Per celebrare questa festa, fu dapprima scelta la seconda domenica dopo l'Epifania, che ricorda il banchetto delle nozze di Cana. È nel giorno nuziale che la Sposa assume il nome dello Sposo, e questo nome d'ora in poi testimonierà che essa appartiene a lui. La Chiesa, volendo onorare con un culto speciale un nome per essa così prezioso, ne univa dunque il ricordo a quello delle Nozze divine. Oggi, essa riallaccia all'anniversario stesso del giorno in cui fu imposto, otto giorni dopo la nascita, la celebrazione di quell'augusto Nome.
L'antica alleanza aveva circondato il Nome di Dio di un profondo terrore: quel nome era per essa tanto formidabile quanto santo, e l'onore di proferirlo non spettava a tutti i figli d'Israele. Dio non era ancora stato visto sulla terra a conversare con gli uomini, non si era ancora fatto uomo lui stesso per unirsi alla nostra debole natura: non potevano dunque dargli quel Nome d'amore e di tenerezza che la Sposa dà allo Sposo.

Ma quando è giunta la pienezza dei tempi, quando il mistero d'amore è sul punto di apparire, scende innanzitutto dal cielo il Nome di Gesù, come un anticipo della presenza del Signore che deve portarlo. L'Arcangelo dice a Maria: "Gli imporrai il nome di Gesù"; ora Gesù vuoi dire Salvatore. Quanto sarà dolce a pronunziarsi, questo nome, per l'uomo che era perduto! Questo solo Nome quanto riavvicina già il cielo alla terra! Ve n'è forse uno più amabile o più potente? Se a questo divin Nome ogni ginocchio deve piegarsi in cielo, in terra e nell'inferno, vi è forse un cuore che non si commuova d'amore al sentirlo pronunciare? Ma lasciamo descrivere a san Bernardo la potenza e la dolcezza di questo Nome benedetto. Ecco come egli si esprime in proposito nel suo xv Sermone sul Cantico dei Cantici:

"Il Nome dello Sposo è luce, cibo, medicina. Esso illumina, quando lo si rende noto; nutre, quando vi si pensa in segreto; e quando lo si invoca nella tribolazione, procura la dolcezza e l'unzione. Percorriamo, di grazia, ognuna di tali qualità. Donde pensate che si sia potuto diffondere nell'universo intero la grande e improvvisa luce della Fede, se non dalla predicazione del Nome di Gesù? Non è forse per la luce di quel Nome benedetto che Dio ci ha chiamati alla sua stessa mirabile luce? Illuminati da essa, e vedendo in quella luce un'altra luce, sentiamo san Paolo che ci dice giustamente: Voi eravate una volta tenebre; ma ora siete luce nel Signore.

Ma il Nome di Gesù non è soltanto luce, è anche cibo. Non vi sentite dunque riconfortati ogni qual volta richiamate al vostro cuore quel dolce Nome? Che altro c'è al mondo che nutra tanto la mente di colui che Lo pensa? Che cos'è che, allo stesso modo, ristori i sensi indeboliti, dia energia alle virtù, faccia fiorire i buoni costumi e mantenga gli onesti e casti affetti? Ogni cibo dell'anima è arido se non è imbevuto di quest'olio, è insipido se non è condito con questo sale.



Quando voi mi scrivete, il vostro dire non ha per me alcun sapore, se non vi leggo il Nome di Gesù. Quando discutete o parlate con me, tutto il vostro discorso non ha per me alcun interesse se non vi sento risonare il Nome di Gesù. Gesù è miele alla mia bocca, melodia al mio orecchio, giubilo al mio cuore; ed oltre a questo, una medicina benefica. Qualcuno di voi è triste? Che Gesù venga nel suo cuore, passi di qui nella sua bocca, e subito, alla venuta del Nome divino che è vera luce, scompare ogni nube, e torna il sereno. Qualcuno cade nel peccato oppure incorre, disperando, nei lacci della morte? Se invoca il Nome di Gesù, non comincerà subito a respirare e a vivere nuovamente? Chi mai restò nell'indurimento del cuore come fanno tanti altri; o nel torpore delle gozzoviglie, nel rancore o nel languore del tedio? Chi mai, avendo in sé esaurito la sorgente delle lacrime, non l'ha sentita d'improvviso scorrere più abbondante e più soave, appena è stato invocato Gesù? Qual è quell'uomo che, timoroso e preoccupato in mezzo ai pericoli, invocando quel Nome di forza non abbia sentito subito nascere in sé la fiducia e svanire la paura? Chi è colui, vi chiedo, che sbattuto e vacillante in balia dei dubbi, non ha all'istante - lo dico senza esitare - visto risplendere la certezza all'invocazione di un Nome così luminoso? Chi, nell'avversità, mentre era in preda alla sfiducia, non ha ripreso coraggio al suono di quel Nome di valido aiuto? Sono queste infatti le malattie e i languori dell'anima ed esso ne è il rimedio.
               

Certamente, e posso provarvelo con quelle parole: Invocami, dice il Signore, nel giorno della tribolazione, e io ti libererò, e tu mi onorerai. Nulla al mondo arresta così decisamente l'impetuosità dell'ira e riduce ugualmente la gonfiezza della superbia. Nulla guarisce così perfettamente le piaghe della tristezza, comprime le irruenze della dissolutezza, spegne la fiamma della cupidigia, estingue la sete dell'avarizia, e distrugge tutti gli stimoli delle passioni disoneste. In verità, quando io nomino Gesù, ho davanti un uomo dolce e umile di cuore, benigno, sobrio, casto, misericordioso, in una parola splendente di ogni purezza e santità. È lo stesso Dio onnipotente che mi guarisce con il suo esempio, e mi rinforza con la sua assistenza. Tutte queste cose echeggiano nel mio cuore quando sento risuonare il Nome di Gesù. Così, in quanto è uomo, io ne ricavo degli esempi per imitarli, e in quanto è l'Onnipotente, ne ricavo un sicuro aiuto. Mi servo di quegli esempi come di erbe medicinali, e dell'aiuto come d'uno strumento per tritarle, e ne faccio così una mistura tale che nessun medico potrebbe farne una simile.
O anima mia, tu hai un antidoto eccellente, nascosto come in un vaso, nel Nome di Gesù! Gesù, infatti è un nome salutare e un rimedio che non risulterà mai inefficace per nessuna malattia. Che esso sia sempre nel tuo cuore, e nella tua mano: di modo che tutti i tuoi sentimenti e tutti i tuoi atti siano diretti verso Gesù".


Questa è dunque la forza e la soavità del santissimo Nome di Gesù, che fu imposto all'Emmanuele il giorno della sua Circoncisione; ma, siccome il giorno dell'Ottava di Natale è già consacrato a celebrare la divina Maternità, e il mistero del Nome dell'Agnello richiedeva solo per sé una propria solennità, è stata istituita la festa di oggi.
 

Il suo primo promotore fu nel XV secolo, san Bernardino da Siena, che stabilì e propagò l'usanza di rappresentare, circondato di raggi, il santo Nome di Gesù ridotto alle sue prime tre lettere JHSriunite in monogramma. Questa devozione si diffuse rapidamente in Italia, e fu incoraggiata dall'illustre san Giovanni da Capistrano, dell'Ordine dei Frati Minori al pari di san Bernardino da Siena. La Santa Sede approvò solennemente tale omaggio al Nome del Salvatore degli uomini, e nei primi anni del XVI secolo Clemente VII, dopo lunghe istanze, accordò a tutto l'Ordine di san Francesco il privilegio di celebrare una festa speciale in onore del santissimo Nome di Gesù.

Papa Innocenzo XIIIRoma estese successivamente questo favore a diverse Chiese ma doveva venire il momento in cui ne sarebbe stato arricchito lo stesso Ciclo universale. Fu nel 1721, dietro richiesta di Carlo VI imperatore di Germania, che il Papa Innocenzo XIII decretò che la festa del santissimo Nome di Gesù fosse celebrata in tutta la chiesa, e la fissò allora alla seconda Domenica dopo l'Epifania.

EPISTOLA (At 4,8-12). - In quei giorni; Pietro ripieno di Spirito Santo, disse: Capi del popolo, ed anziani, ascoltate: Giacché oggi siamo interrogati sul beneficio fatto ad un malato, affin di sapere in qual modo questo sia guarito, sia noto a voi tutti, e a tutto il popolo d'Israele, come in nome del Signor nostro Gesù Cristo Nazareno che voi crocifiggeste e Dio risuscitò da morte, in virtù di questo nome costui è salvo dinanzi a voi. Questa è la pietra riprovata da voi, costruttori, la quale è divenuta la pietra angolare. Ne c'è in altro salvezza. E non v'è altro nome Sotto il cielo dato agli uomini in virtù del quale possiamo salvarci.

Lo sappiamo, o Gesù: nessun altro nome fuorché il tuo poteva darci la salvezza. Quel nome infatti significa Salvatore. Sii benedetto per esserti degnato di accettarlo; sii benedetto per averci salvati! Tu appartieni al cielo, e assumi un nome della terra, un nome che può pronunciare una bocca mortale: unisci dunque per sempre la natura divina e quella umana. Rendiamoci degni di tale alleanza, e facciamo in modo che non ci avvenga mai di romperla.

VANGELO (Lc 2, 2-1). - In quel tempo: Come passarono gli otto giorni per la circoncisione del fanciullo, gli fu posto nome Gesù, com'era stato chiamato dall'Angelo prima che nel seno materno fosse concepito.
 
 È nel momento della prima effusione del tuo sangue nella Circoncisione, o Gesù, che hai ricevuto il tuo Nome; e doveva essere così, poiché quel nome significa Salvatore, e noi non potevamo essere salvati che dal tuo sangue. Quella felice alleanza che tu vieni a stringere con noi ti costerà un giorno la vita, l'anello nuziale che imporrai alla nostra mano mortale sarà immerso nel tuo sangue, e la nostra vita immortale sarà il prezzo della tua morte crudele. Il tuo Nome santo ci dice tutte queste cose, o Gesù, o Salvatore! Tu sei la Vite, e c'inviti a bere il tuo Vino generoso, ma il celeste grappolo sarà duramente spremuto nel frantoio della giustizia del Padre celeste, e potremo inebriarci del suo divino liquore solo dopo che sarà stato violentemente staccato dal ceppo e frantumato. Che il tuo nome santo, o Emmanuele, ci richiami sempre alla mente questo sublime mistero, il suo ricordo ci preservi dal peccato e ci renda sempre fedeli!
PREGHIAMO
O Dio, che hai costituito il tuo Figlio Unigenito Salvatore del genere umano, ed hai voluto che fosse chiamato Gesù, concedici propizio di godere nel cielo la vista di Colui, del quale in terra veneriamo il santo Nome.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 183-187 


***
"LA GRANDE"


PREGHIERA AL NOME 
SS. DI GESU'





"O buon Gesù, o tenero Gesù, Figlio di Dio e della Vergine Maria, pieno di misericordia e tutto cuore.
O dolce Gesù abbiate pietà di me secondo la vostra grande misericordia.
O clementissimo Gesù, pel sangue preziosissimo che avete sparso pei peccatori, lavatemi ve ne supplico da tutte le mie iniquità e quantunque io sia una miserabile ed indegna creatura, abbassate gli occhi sopra di me: io vi domando perdono e invoco il Santo Nome di Gesù.
O Nome di Gesù, Nome tanto dolce!
O Nome di Gesù, Nome tanto delizioso!
O Nome di Gesù, il più amabile tra tutti i nomi!
Che altro è Gesù se non Salvatore?
Dunque Gesù in virtù del Vostro Santo Nome siatemi Gesù e salvatemi.
Ah! Non permettere ch'io mi danni dopo che sono stato ricomprato dal Vostro preziosissimo sangue.
O buon Gesù, sono l'opera della Vostra onnipotente bontà; che le mie iniquità non mi perdano.
O buon Gesù, abbiate pietà di me nel tempo della misericordia affinché non m'abbiate a condannare nel giorno del giudizio.
O dolce Gesù, se la Vostra severa giustizia vuol condannarmi ricorro alla Vostra tenera misericordia e mi rifugio nel suo seno.
O amantisimo Gesù, e desiderabilissimo Gesù,
O dolcissimo Gesù,
O Gesù, Gesù, Gesù,
accoglietemi nel numero dei Vostri eletti.
O Gesù, fiducia di coloro che si rifugiano in Voi.
O Gesù, dolcezza dei cuori che Vi amano.
Fate che m'infiammi per Voi, che resti fedelmente unita con Voi e che dopo questa trista e miserabile vita, pervenga felicemente a Voi.
Così sia.

AVE MARIA!
AMDG

La Maternità divina. E come Francesco di Assisi ha chiamato il Natale "la festa delle feste" – più di tutte le altre solennità – e l’ha celebrato con "ineffabile premura"




1° GENNAIO
CIRCONCISIONE DI NOSTRO SIGNORE
E OTTAVA DI NATALE

Il mistero di questo giorno.
L'ottavo giorno dalla Nascita del Salvatore è giunto; i Magi si avvicinano a Betlemme; ancora cinque giorni, e la stella a fermerà sui luogo dove riposa il Bambino divino. Oggi, il Figlio dell'Uomo deve essere circonciso, e segnare, con questo primo sacrificio della sua carne innocente, l'ottavo giorno della sua vita mortale. Oggi, gli sarà imposto un nome; e questo nome sarà quello di Gesù che vuoi dire Salvatore. I misteri riempiono questo grande giorno; accogliamoli, e onoriamoli con tutta la religione e con tutta la tenerezza dei nostri cuori.


Ma questo giorno non è soltanto consacrato a onorare, la Circoncisione di Gesù; il mistero della Circoncisione fa parte di un altro ancora maggiore, quello dell'Incarnazione e dell'Infanzia del Salvatore; mistero che non cessa di occupare la Chiesa non solo durante questa Ottava, ma anche nei quaranta giorni del Tempo di Natale. D'altra parte, l'imposizione del nome di Gesù deve essere glorificata con una solennità speciale, che presto celebreremo. Questo grande giorno fa posto ancora a un altro oggetto degno di commuovere la pietà dei fedeli. Tale oggetto è Maria, Madre di Dio. Oggi, la Chiesa celebra in modo speciale l'augusta prerogativa della divina Maternità, e conferita a una semplice creatura, cooperatrice della grande opera della salvezza degli uomini
.
Un tempo la santa Romana Chiesa celebrava due messe il primo gennaio: una per l'Ottava di Natale, l'altra in onore di Maria. In seguito, le ha riunite in una sola, come pure ha unito nel resto dell'Ufficio di questo giorno le testimonianze dell'ammirazione per il Figlio alle espressioni dell'ammirazione e della sua tenera fiducia per la Madre.


Per pagare il tributo di omaggi a colei che ci ha dato l'Emmanuele, la Chiesa Greca non aspetta l'ottavo giorno dalla Nascita del Verbo fatto carne. Nella sua impazienza, consacra a Maria il giorno stesso che segue al Natale, il 26 dicembre, sotto il titolo di Sinassi della Madre di Dio, riunendo queste due solennità in una sola, di modo che onora santo Stefano solo il 27 dicembre.

La Maternità divina.
Noi figli maggiori della santa Romana Chiesa, effondiamo oggi tutto l'amore dei nostri cuori verso la Vergine Madre, e uniamoci alla felicità che essa prova per aver dato alla luce il Signore suo e nostro. Durante il sacro Tempo dell'Avvento, l'abbiamo considerata incinta della salvezza del mondo; abbiamo proclamato la suprema dignità del suo casto seno come un altro cielo offerto alla Maestà del Re dei secoli. Ora essa ha dato alla luce il Dio bambino; lo adora, ma è la Madre sua. Ha il diritto di chiamarlo suo Figlio; e lui, per quanto Dio, la chiamerà con tutta verità sua Madre.


Non stupiamo dunque che la Chiesa esalti con tanto entusiasmo Maria e le sue grandezze. Comprendiamo al contrario che tutti gli elogi che essa può farle, tutti gli omaggi che può tributarle nel suo culto, rimangono sempre molto al di sotto di ciò che è dovuto alla Madre del Dio incarnato. Nessuno sulla terra arriverà mai a descrivere e nemmeno a comprendere quanta gloria racchiuda tale sublime prerogativa. Infatti, derivando la dignità di Maria dal fatto che è Madre di Dio, sarebbe necessario, per misurarla in tutta la sua estensione, comprendere prima la Divinità stessa. È a un Dio che Maria ha dato la natura umana; è un Dio che essa ha per Figlio; è un Dio che si è onorato, di esserle sottomesso, secondo l'umanità. Il valore di così alta dignità in una semplice creatura non può dunque essere stimato se non riavvicinandolo alla suprema perfezione del grande Dio che si degna così di mettersi sotto la sua dipendenza. Prostriamoci dunque davanti alla Maestà del Signore; e umiliamoci davanti alla suprema dignità di colei che Egli si è scelta per Madre.


Se consideriamo ora i sentimenti che tale situazione ispirava a Maria riguardo al suo divin Figlio, rimarremo ancora confusi dalla sublimità del mistero. Quel Figlio che essa allatta, che tiene fra le braccia, che stringe al cuore, lo ama perché è il frutto del suo seno; lo ama, perché è madre, e la madre ama il figlio come se stessa e più di se stessa; ma se passa a considerare la maestà infinita di Colui che si affida così al suo amore e alle sue carezze, trema e si sente quasi venir meno, fino a che il suo cuore di Madre la rassicura, al ricordo dei nove mesi che quel Bambino ha passato nel suo seno, e del sorriso filiale con il quale le sorrise nel momento in cui lo diede alla luce. Questi due grandi sentimenti, della religione e della maternità, si confondono in quel cuore su quell'unico e divino oggetto. Si può immaginare qualcosa di più sublime di questo stato di Maria Madre di Dio? e non avevamo ragione di dire che, per comprenderlo in tutta la sua realtà, bisognerebbe comprendere Dio stesso, il solo che poteva concepirlo nella sua infinita sapienza, e realizzarlo nella sua infinita potenza?


Madre di Dio! Ecco il mistero per la cui realizzazione il mondo era nell'attesa da tanti secoli; l'opera che, agli occhi di Dio, sorpassava infinitamente, come importanza, la creazione di un milione di mondi. Una creazione non è nulla per la sua potenza; egli dice, e tutte le cose sono fatte. Al contrario, perché una creatura diventasse Madre di Dio, egli ha dovuto non soltanto invertire tutte le leggi della natura col rendere feconda la verginità, ma porsi divinamente egli stesso in apporti di dipendenza, in rapporti di figliolanza riguardo alla fortunata creatura che ha scelta. Ha dovuto conferirle diritti su se stesso, accettare doveri verso di lei; in una parola, farne la Madre sua ed essere suo Figlio.


Da ciò deriva che i benefici di quella Incarnazione che dobbiamo all'amore del Verbo divino, potremo e dovremo, con giustizia, riferirli nel loro significato vero, benché inferiore, a Maria stessa. Se essa è Madre di Dio, è perché ha consentito ad esserlo. Dio si è degnato non solo di aspettare quel consenso, ma di farne dipendere la venuta del suo figlio nella carne. Come il Verbo eterno pronunciò il FIAT sul caos, e la creazione usci dal nulla per rispondergli; cosi, mettendosi Dio in ascolto, Maria pronunciò anch'essa il suo FIAT: sia fatto di me secondo la tua parola; e lo stesso Figlio di Dio ascese nel suo casto seno. Dobbiamo dunque il nostro Emmanuele dopo Dio, a Maria, la sua gloriosa Madre.


Questa necessità indispensabile d'una Madre di Dio, nel piano sublime della salvezza del mondo, doveva sconcertare gli artefici di quell'eresia che voleva distruggere la gloria del Figlio di Dio. Secondo Nestorio, Gesù non sarebbe stato che un uomo; la Madre sua non era dunque se non la madre d'un uomo: il mistero dell'Incarnazione era annullato. Di qui, l'antipatia della società cristiana contro un così odioso sistema. All'unisono, l'Oriente e l'Occidente proclamarono il Verbo fatto carne, nell'unità della persona, e Maria veramente Madre di Dio, Deipara, Theotocos, poiché ha dato alla luce Gesù Cristo. Era dunque giusto che a ricordo della grande vittoria riportata nel concilio di Efeso, e per testimoniare la tenera venerazione dei cristiani verso la Madre di Dio, si elevassero solenni monumenti che avrebbero attestato nei secoli futuri quella suprema manifestazione. Fu allora che cominciò nella Chiesa greca e latina, la pia usanza di congiungere, nella solennità di Natale, la memoria della Madre al culto del Figlio. I giorni assegnati a tale commemorazione furono differenti, ma il pensiero di religione era lo stesso.


A Roma, il santo Papa Sisto III fece decorare l'arco trionfale della Chiesa di S. Maria ad Praesepe, la meravigliosa basilica di S. Maria Maggiore, con un immenso mosaico a gloria della Madre di Dio. Quella preziosa testimonianza della fede del V secolo è giunta fino a noi; e in mezzo a tutto l'insieme sul quale figurano, nella loro misteriosa ingenuità, gli avvenimenti narrati dalle sacre Scritture e i simboli più venerabili, si può leggere ancora la nobile iscrizione con la quale il santo Pontefice dedicava quel segno della sua venerazione verso Maria, Madre di Dio, al popolo fedele: XISTUS EPISCOPUS PLEBI DEI.


Canti speciali furono composti anche a Roma per celebrare il grande mistero del Verbo fattosi uomo da Maria. Magnifici Responsori e Antifone vennero a servire d'espressione alla pietà della Chiesa e dei popoli, e hanno portato quell'espressione attraverso i secoli. Fra questi brani liturgici, vi sono delle Antifone che la Chiesa Greca canta con noi, nella sua lingua, in questi stessi giorni, e che attestano l'unità della fede come la comunità dei sentimenti, davanti al grande mistero del Verbo incarnato.



MESSA
La Stazione è a S. Maria in Trastevere. Era giusto che si glorificasse questa Basilica che fu sempre venerabile fra quelle che la pietà cattolica ha consacrate a Maria. È la più antica fra le Chiese di Roma dedicate alla santa Vergine, e fu consacrata da san Callisto, fin dal secolo III, nell'antica Taberna Meritoria, luogo celebre presso gli stessi autori pagani per la fontana d'olio che ne scaturì, sotto il regno d'Augusto, e scorse fino al Tevere. La pietà dei popoli ha voluto vedere in quell'avvenimento un simbolo del Cristo (unctus) che doveva presto nascere; e la Basilica porta ancora oggi il titolo di Fons olei [1].

EPISTOLA (Tt 2,11-15). - Carissimo: Apparve la grazia di Dio nostro Salvatore a tutti gli uomini, e ci ha insegnato a rinunziare all'empietà ed ai mondani desideri, per vivere con temperanza, giustizia e pietà in questo mondo, attendendo la beata speranza, la manifestazione gloriosa del gran Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo: il quale diede se stesso per noi, affine di riscattarci da ogni iniquità e purificarci un popolo tutto suo, zelatore di opere buone. Così insegna ed esorta: in Gesù Cristo Signor nostro.

In questo giorno, nel quale noi facciamo cominciare l'anno civile, i consigli del grande Apostolo vengono a proposito per avvertire i fedeli dell'obbligo che hanno di santificare il tempo che è loro dato. Rinunciamo ai desideri del secolo; viviamo con sobrietà con giustizia e con pietà; e nulla ci distragga dall'attesa della beatitudine che tutti speriamo. Il grande Dio e Salvatore Gesù Cristo, che appare in questi giorni nella sua misericordia per ammaestrarci, ritornerà nella sua gloria per ricompensarci. Il progredire del tempo ci avverte che il giorno si avvicina; purifichiamoci e diventiamo un popolo accetto agli occhi del Redentore, un popolo intento alle opere buone.

VANGELO (Lc 2,21). - In quel tempo: Come passarono gli otto giorni per la circoncisione del fanciullo, gli fu posto nome Gesù, com'era stato chiamato dall'Angelo prima che nel seno materno fosse concepito.

Il Bambino è circonciso; non appartiene più soltanto alla natura umana, ma diventa, per tale simbolo, membro del popolo eletto e consacrato al divino servizio. Egli si sottomette a quella cerimonia penosa, a quel segno di servitù, per compiere ogni giustizia. Riceve in cambio il nome di Gesù, nome che vuoi dire Salvatore; egli ci salverà dunque, ma ci salverà con il suo sangue. Ecco la volontà divina accettata da lui. La presenza del Verbo incarnato sulla terra ha per fine un sacrificio, e questo sacrificio comincia già. Potrebbe essere pieno e perfetto con quella sola effusione del sangue d'un Dio-Uomo; ma l'insensibilità del peccatore, del quale l'Emmanuele è venuto a conquistare l'anima, è così profonda che i suoi occhi contempleranno troppo spesso, senza che egli si commuova, l'abbondanza del sangue divino che è scorso sulla croce. Le poche gocce del sangue della circoncisione sarebbero bastate alla giustizia del Padre, ma non bastano alla miseria dell'uomo; e il cuore del divino Bambino vuole soprattutto guarire questa miseria. Per questo appunto egli viene; e amerà gli uomini fino all'eccesso, perché non vuole portare invano il nome di Gesù.

* * *

Consideriamo, in questo ottavo giorno dalla Nascita del divino Bambino, il grande mistero della Circoncisione che si opera nella sua carne. Oggi la terra vede scorrere le primizie del sangue che deve riscattarla; oggi il celeste Agnello, che deve espiare i nostri peccati, comincia a soffrire per noi. Compatiamo l'Emmanuele, che si offre con tanta dolcezza allo strumento che deve imprimergli un segno di servitù.


Maria, che ha vegliato su di lui con tanta sollecitudine, ha visto venire l'ora delle prime sofferenze del suo Figlio con una dolorosa stretta al suo cuore materno. Sente che la giustizia di Dio potrebbe fare a meno di esigere quel primo sacrificio, oppure accontentarsi del prezzo infinito che esso racchiude per la salvezza del mondo, e tuttavia, bisogna che la carne innocente del suo Figlio sia già lacerata, e che il suo sangue scorra sulle delicate membra.


Essa vede, desolata, i preparativi di quella rozza cerimonia; non può ne fuggire ne considerare il suo Figlio nelle angosce di quel primo dolore. Bisogna che oda i suoi sospiri, il suo gemito di pianto, e veda scendere le lacrime sulle sue tenere gote. "Ma mentre egli piange - dice san Bonaventura - credi tu che la Madre sua possa contenere le lacrime? Essa stessa dunque pianse. E vedendola così piangere, il Figlio suo, che stava ritto sul suo grembo, portava la manina sulla bocca e sul viso della Madre, come per farle segno di non piangere, perché Colei che egli amava teneramente, la voleva vedere cessare di piangere. Similmente da parte sua la dolce Madre, le cui viscere erano fortemente commosse dal dolore e dalle lacrime del suo Figliuolo, lo consolava con i gesti e con le parole. Infatti, siccome era molto prudente, essa intendeva bene la sua volontà, per quanto ancora non parlasse. E diceva: Figlio mio, se vuoi che io smetta di piangere, smetti anche tu, perché non posso fare a meno di piangere anch'io se piangi tu. E allora, per compassione verso la Madre, il Figlioletto cessava di singhiozzare. La Madre gli asciugava quindi gli occhi, metteva il suo viso a contatto con quello di lui, lo allattava e lo consolava in tutti i modi che poteva" [2].


Ora, che cosa renderemo noi al Salvatore delle anime nostre, per la Circoncisione che si è degnato di soffrire onde mostrarci il suo amore? Dovremo seguire il consiglio dell'Apostolo (Col 2,2) e circoncidere il nostro cuore da tutti i suoi affetti cattivi, sradicarne il peccato con tutte le sue cupidigie, vivere infine di quella vita nuova di cui Gesù Bambino ci reca dal ciclo il semplice e sublime modello. Cerchiamo di consolarlo di questo primo dolore, e rendiamoci sempre più disposti agli esempi che egli ci dà.

PREGHIAMO
O Dio, che per la feconda verginità della beata Vergine Maria hai procurato al genere umano il prezzo dell'eterna salvezza; concedici, te ne preghiamo, di sentire l'intercessione di Colei che ci offrì in dono l'autore della vita, nostro Signor Gesù Cristo.


[1] Fino all'VIII secolo, il primo giorno dell'anno si celebrava con una festa pagana. La Chiesa la sostituì, fra il 600 e il 657, con una festa cristiana, l'Octava Domini; era una nuova festa di Natale con uno speciale ricordo dedicato a Marla, Madre di Gesù, e la Stazione si faceva a S. Marla ad Martyres, il Pantheon d'Agrippa. Questa festa sarebbe, a giudizio di alcuni, la prima festa mariana della liturgia romana (Ephem. Liturg. t. 47, p. 430). I calendari bizantini dell'VIII e del IX secolo, e prima ancora il canone 17 del Concilio di Tours tenutosi nel 567 e il Martirologio gerominiano (fine del VI secolo) indicano, per il 1° gennaio, la festa della Circoncisione. Inoltre, nel paesi ielle Gallie si digiunava in quel giorno per distogliere i fedeli dalle feste pagane del 1° gennaio. Solo nel IX secolo la Chiesa Romana accetta la festa della Circoncisione: si ebbe allora doppio Ufficio e doppia Stazione, una delle quali a San Pietro.
[2] Meditazioni sulla Vita di Gesù Cristo, Vol. I.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 177-183


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Nell'ottava del Santo Natale 2011 inseriamo anche la bellissima omelia del Santo Padre Benedetto XVI, detta nella Santa Messa di mezzanotte. Parla dell'amore che il Serafico d'Assisi ebbe per la "Festa delle Feste".




<<Cari fratelli e sorelle,
La lettura tratta dalla Lettera di san Paolo Apostolo a Tito, che abbiamo appena ascoltato, inizia solennemente con la parola "apparuit", che ritorna poi di nuovo anche nella lettura della Messa dell’aurora: apparuit – "è apparso". È questa una parola programmatica con cui la Chiesa, in modo riassuntivo, vuole esprimere l’essenza del Natale.


Prima, gli uomini avevano parlato e creato immagini umane di Dio in molteplici modi. Dio stesso aveva parlato in diversi modi agli uomini (cfr Eb 1,1: lettura nella Messa del giorno). Ma ora è avvenuto qualcosa di più: Egli è apparso. Si è mostrato. È uscito dalla luce inaccessibile in cui dimora. Egli stesso è venuto in mezzo a noi.
Questa era per la Chiesa antica la grande gioia del Natale: Dio è apparso. Non è più soltanto un’idea, non soltanto qualcosa da intuire a partire dalle parole. Egli è "apparso".
Ma ora ci domandiamo: Come è apparso? Chi è Lui veramente? La lettura della Messa dell’aurora dice al riguardo: "apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini" (Tt 3,4). Per gli uomini del tempo precristiano, che di fronte agli orrori e alle contraddizioni del mondo temevano che anche Dio non fosse del tutto buono, ma potesse senz’altro essere anche crudele ed arbitrario, questa era una vera "epifania", la grande luce che ci è apparsa: Dio è pura bontà.


Anche oggi, persone che non riescono più a riconoscere Dio nella fede si domandano se l’ultima potenza che fonda e sorregge il mondo sia veramente buona, o se il male non sia altrettanto potente ed originario quanto il bene e il bello, che in attimi luminosi incontriamo nel nostro cosmo. "Apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini": questa è una nuova e consolante certezza che ci viene donata a Natale.
In tutte e tre le Messe del Natale la liturgia cita un brano tratto dal Libro del Profeta Isaia, che descrive ancora più concretamente l’epifania avvenuta a Natale: "Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine" (Is 9,5s). Non sappiamo se il profeta con questa parola abbia pensato a un qualche bambino nato nel suo periodo storico. Sembra però impossibile.


Questo è l’unico testo nell’Antico Testamento in cui di un bambino, di un essere umano si dice: il suo nome sarà Dio potente, Padre per sempre. Siamo di fronte ad una visione che va di gran lunga al di là del momento storico verso ciò che è misterioso, collocato nel futuro. Un bambino, in tutta la sua debolezza, è Dio potente. Un bambino, in tutta la sua indigenza e dipendenza, è Padre per sempre. "E la pace non avrà fine". Il profeta ne aveva prima parlato come di "una grande luce" e a proposito della pace proveniente da Lui aveva affermato che il bastone dell’aguzzino, ogni calzatura di soldato che marcia rimbombando, ogni mantello intriso di sangue sarebbero stati bruciati (cfr Is 9,1.3-4).


Dio è apparso – come bambino. Proprio così Egli si contrappone ad ogni violenza e porta un messaggio che è pace. In questo momento, in cui il mondo è continuamente minacciato dalla violenza in molti luoghi e in molteplici modi; in cui ci sono sempre di nuovo bastoni dell’aguzzino e mantelli intrisi di sangue, gridiamo al Signore: Tu, il Dio potente, sei apparso come bambino e ti sei mostrato a noi come Colui che ci ama e mediante il quale l’amore vincerà. E ci hai fatto capire che, insieme con Te, dobbiamo essere operatori di pace.


Amiamo il Tuo essere bambino, la Tua non violenza, ma soffriamo per il fatto che la violenza perdura nel mondo, e così Ti preghiamo anche: dimostra la Tua potenza, o Dio. In questo nostro tempo, in questo nostro mondo, fa’ che i bastoni dell’aguzzino, i mantelli intrisi di sangue e gli stivali rimbombanti dei soldati vengano bruciati, così che la Tua pace vinca in questo nostro mondo.


Natale è epifania – il manifestarsi di Dio e della sua grande luce in un bambino che è nato per noi. Nato nella stalla di Betlemme, non nei palazzi dei re. Quando, nel 1223, San Francesco di Assisi celebrò a Greccio il Natale con un bue e un asino e una mangiatoia piena di fieno, si rese visibile una nuova dimensione del mistero del Natale. Francesco di Assisi ha chiamato il Natale "la festa delle feste" – più di tutte le altre solennità – e l’ha celebrato con "ineffabile premura" (2 Celano, 199: Fonti Francescane, 787).


Baciava con grande devozione le immagini del bambinello e balbettava parole di dolcezza alla maniera dei bambini, ci racconta Tommaso da Celano (ivi). Per la Chiesa antica, la festa delle feste era la Pasqua: nella risurrezione, Cristo aveva sfondato le porte della morte e così aveva radicalmente cambiato il mondo: aveva creato per l’uomo un posto in Dio stesso.


Ebbene, Francesco non ha cambiato, non ha voluto cambiare questa gerarchia oggettiva delle feste, l’interna struttura della fede con il suo centro nel mistero pasquale. Tuttavia, attraverso di lui e mediante il suo modo di credere è accaduto qualcosa di nuovo: Francesco ha scoperto in una profondità tutta nuova l’umanità di Gesù. Questo essere uomo da parte di Dio gli si rese evidente al massimo nel momento in cui il Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria, fu avvolto in fasce e venne posto in una mangiatoia.


La risurrezione presuppone l’incarnazione. Il Figlio di Dio come bambino, come vero figlio di uomo – questo toccò profondamente il cuore del Santo di Assisi, trasformando la fede in amore. "Apparvero la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini": questa frase di san Paolo acquistava così una profondità tutta nuova. Nel bambino nella stalla di Betlemme, si può, per così dire, toccare Dio e accarezzarlo. Così l’anno liturgico ha ricevuto un secondo centro in una festa che è, anzitutto, una festa del cuore.
Tutto ciò non ha niente di sentimentalismo. Proprio nella nuova esperienza della realtà dell’umanità di Gesù si rivela il grande mistero della fede. Francesco amava Gesù, il bambino, perché in questo essere bambino gli si rese chiara l’umiltà di Dio. Dio è diventato povero. Il suo Figlio è nato nella povertà della stalla. Nel bambino Gesù, Dio si è fatto dipendente, bisognoso dell’amore di persone umane, in condizione di chiedere il loro – il nostro – amore. 
Oggi il Natale è diventato una festa dei negozi, il cui luccichio abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio, la quale ci invita all’umiltà e alla semplicità. Preghiamo il Signore di aiutarci ad attraversare con lo sguardo le facciate luccicanti di questo tempo fino a trovare dietro di esse il bambino nella stalla di Betlemme, per scoprire così la vera gioia e la vera luce.


Sulla mangiatoia, che stava tra il bue e l’asino, Francesco faceva celebrare la santissima Eucaristia (cfr 1 Celano, 85: Fonti, 469). Successivamente, sopra questa mangiatoia venne costruito un altare, affinché là dove un tempo gli animali avevano mangiato il fieno, ora gli uomini potessero ricevere, per la salvezza dell’anima e del corpo, la carne dell’Agnello immacolato Gesù Cristo, come racconta il Celano (cfr 1 Celano, 87: Fonti, 471).
Nella Notte santa di Greccio, Francesco quale diacono aveva personalmente cantato con voce sonora il Vangelo del Natale. Grazie agli splendidi canti natalizi dei frati, la celebrazione sembrava tutta un sussulto di gioia (cfr 1 Celano, 85 e 86: Fonti, 469 e 470). Proprio l’incontro con l’umiltà di Dio si trasformava in gioia: la sua bontà crea la vera festa.


Chi oggi vuole entrare nella chiesa della Natività di Gesù a Betlemme, scopre che il portale, che un tempo era alto cinque metri e mezzo e attraverso il quale gli imperatori e i califfi entravano nell’edificio, è stato in gran parte murato. È rimasta soltanto una bassa apertura di un metro e mezzo. L’intenzione era probabilmente di proteggere meglio la chiesa contro eventuali assalti, ma soprattutto di evitare che si entrasse a cavallo nella casa di Dio. Chi desidera entrare nel luogo della nascita di Gesù, deve chinarsi.


Mi sembra che in ciò si manifesti una verità più profonda, dalla quale vogliamo lasciarci toccare in questa Notte santa: se vogliamo trovare il Dio apparso quale bambino, allora dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione "illuminata". Dobbiamo deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che ci impedisce di percepire la vicinanza di Dio. Dobbiamo seguire il cammino interiore di san Francesco – il cammino verso quell’estrema semplicità esteriore ed interiore che rende il cuore capace di vedere.


Dobbiamo chinarci, andare spiritualmente, per così dire, a piedi, per poter entrare attraverso il portale della fede ed incontrare il Dio che è diverso dai nostri pregiudizi e dalle nostre opinioni: il Dio che si nasconde nell’umiltà di un bimbo appena nato. Celebriamo così la liturgia di questa Notte santa e rinunciamo a fissarci su ciò che è materiale, misurabile e toccabile. Lasciamoci rendere semplici da quel Dio che si manifesta al cuore diventato semplice. E preghiamo in quest’ora anzitutto anche per tutti coloro che devono vivere il Natale in povertà, nel dolore, nella condizione di migranti, affinché appaia loro un raggio della bontà di Dio; affinché tocchi loro e noi quella bontà che Dio, con la nascita del suo Figlio nella stalla, ha voluto portare nel mondo. Amen.>>

Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /12 /2011 - 14:27 pm

AVE MARIA!
AMDG








domenica 1 gennaio 2012

Jesus:-Splendor paternae claritatis Et figura substantiae eius-.



AVE
MARIA

Gratia plena
Dominus tecum
Benedicta tu in mulieribus
Et benedictus fructus ventris tui
Jesus:
-Splendor paternae claritatis
(CHIEDIAMO LA VERA SCIENZA)
Et figura substantiae eius-.
(CHIEDIAMO IL VERO AMORE)
Sancta Maria, mater dei,
Ora pro nobis peccatoribus,
Nunc
et in hora mortis nostrae.
Amen.
*
AMDG