giovedì 29 gennaio 2015

IL SOGNO DEI DIECI DIAMANTI

 Carlo Maria Zanotti 

 

IL SOGNO

DEI DIECI DIAMANTI

Il sogno dei «10 diamanti»
riletto e offerto ai giovani
per un cammino
che porta alla Vita



INTRODUZIONE
L’esperienza di vita salesiana in questi anni, l’amore a don Bosco, alla sua opera spirituale ed educativa, mi hanno convinto che ogni saggezza e preziosità deve essere conosciuta e condivisa.
Il sogno dei dieci diamanti che don Bosco ci ha trasmesso è una visione fondamentale della vita e un’autorevole carta d’identità del volto salesiano.
Quel sogno impressionò talmente don Bosco che «non si contentò di esporlo a voce, ma lo mise anche per iscritto».
Certo i contenuti del sogno dei dieci diamanti servono, in ogni tempo, a orientare la riflessione, la revisione di vita e la formazione dei salesiani, ma offrono pure uno spunto a chiunque voglia praticare «le virtù più essenziali» per una vita cristiana autentica.
Ecco allora la proposta: una rilettura del Sogno, offerta ai giovani, per un cammino di fede che porta alla Vita.
Il libretto ha come unico scopo quello di ‘consegnare’ ai giovani, come dono prezioso, la ricchezza dell’esperienza di don Bosco che porta alla realizzazione di sé come persone e come cristiani e quindi alla felicità.
È un regalo splendido e di valore: dieci diamanti!

Un grazie a tutti i novizi salesiani che in questi anni, nel loro ‘viaggio’ fatto di stupore, sacrifici, impegno, gioia ed entusiasmo, hanno alimentato ancora di più in me l’amore per don Bosco e la sua esperienza spirituale.
L’augurio è che ogni giovane possa, attraverso la lettura di queste pagine, diventare ‘ricco’, perché possiede quel diamante che dona felicità e Vita in abbondanza: Cristo Gesù! Buon cammino!
don Carlo Maria Zanotti sdb
         Pinerolo “Monte Oliveto”           
                              8 dicembre 2007
SOGNO DEL PERSONAGGIO DEI DIECI DIAMANTI


La grazia dello Spirito Santo illumini i nostri sensi e i nostri cuori. Amen.

AD AMMAESTRAMENTO DELLA
PIA SOCIETA SALESIANA.

Il 10 settembre anno corrente (1881), giorno che S. Chiesa consacra al glorioso Nome di Maria, i Salesiani, raccolti in S. Benigno Canavese, facevano gli Esercizi Spirituali.

«Il modello del vero salesiano»

Nella notte dal 10 all’11, mentre dormivo, la mente si trovò in una gran sala splendidamente ornata.
Mi sembrava di passeggiare coi Direttori delle nostre case, quando apparve tra noi un uomo di aspetto così maestoso che non potevamo reggerne lo sguardo. Datoci uno sguardo, senza parlare si pose a camminare a distanza di qualche passo da noi.

Egli era così vestito: Un ricco manto a guisa di mantello gli copriva la persona. La parte più vicina al collo era come fascia che si rannodava davanti, ed una fettuccia gli pendeva sul petto.
Sulla fascia stava scritto a caratteri luminosi: «La Pia Società Salesiana», e sulla striscia d’essa fascia portava scritte queste parole:
 «Quale deve essere».

Dieci diamanti di grossezza e splendore straordinario erano quelli che ci impedivano di fermare lo sguardo, se non con gran pena, sopra quell’augusto Personaggio.

Tre di quei diamanti erano sul petto, ed era scritto sopra di uno «Fede», sull’altro «Speranza», e «Carità» su quello che stava sul cuore.
Il quarto diamante era sulla spalla destra ed aveva scritto «Lavoro»; sopra il quinto nella spalla sinistra leggevasi «Temperanza». 

Gli altri cinque diamanti ornavano la parte posteriore del manto ed erano così disposti:
Uno più grosso e più folgoreggiante stava in mezzo come il centro di un quadrilatero, e portava scritto «Obbedienza».
Sul primo a destra leggevasi «Voto di Povertà».
Sul secondo più abbasso «Premio».
Nella sinistra sul più elevato era scritto «Voto di Castità». Lo splendore di questo mandava una luce tutta speciale, e mirandolo traeva ed attaccava lo sguardo come la calamita tira il ferro.
Sul secondo a sinistra più abbasso stava scritto «Digiuno».
Tutti questi quattro ripiegavano i luminosi loro raggi verso il diamante del centro.


Alcune massime illustrative

 Per non cagionare confusione è bene di notare che questi brillanti tramandavano dei raggi che a guisa di fiammelle si alzavano e portavano scritte qua e colà varie sentenze:

Sulla Fede si elevavano le parole: «Imbracciate lo scudo della fede affinché possiate lottare contro le insidie del demonio». Altro raggio aveva:
«La Fede senza le opere è morta. Non chi ascolta, ma chi pratica la legge possederà il regno di Dio».

Sui raggi della Speranza: «Sperate nel Signore non negli uomini. I vostri cuori siano sempre intenti a conquistare la vera gioia».

Sui raggi della Carità eravi: «Portate gli uni i pesi degli altri, se volete compiere la mia legge. Amate e sarete amati. Ma amate le anime vostre e le altrui. Recitate devotamente l’ufficio divino, celebrate la santa Messa con attenzione, visitate con amore il Santo dei Santi».

Sulla parola Lavoro eravi: «Rimedio alla concupiscenza; arma potente contro tutte le tentazioni del demonio».

Sulla Temperanza: «Il fuoco si spegne se togli la legna. Fa’ un patto con i tuoi occhi, con la gola e col sonno, affinché tali nemici non depredino le vostre anime. Intemperanza e Castità non possono stare insieme».

Sui raggi dell’Obbedienza: «È la base e il coronamento dell’edificio della santità»..
Sui raggi della Povertà: «È dei poveri il regno dei Cieli. Le ricchezze sono spine. La povertà non si vive a parole, ma con l’amore e con i fatti. Essa ci apre le porte del Cielo».
Sui raggi della Castità: «Tutte le virtù si accompagnano ad essa. I mondi di cuore vedono i segreti di Dio e contempleranno Dio stesso».
Sui raggi del Premio: «Se vi attrae la grandezza dei Premi, non vi spaventi la quantità delle fatiche. Chi soffre con Me, con Me godrà. È momentaneo ciò che soffiamo sulla terra, eterno è ciò che farà gioire i miei amici nel Cielo».
Sui raggi del Digiuno: «È l’arma più potente contro le insidie del demonio. È la sentinella di tutte le virtù. Col digiuno si scaccia ogni sorta di nemici».

Autorevole monito

Un largo nastro a color di rosa serviva d’orlo nella parte inferiore del manto, e sopra questo nastro era scritto: 
«Argomento di predicazione. Al mattino, a mezzogiorno e a sera.
Fate tesoro delle piccole azioni virtuose e vi costruirete un grande edificio di santità.
Guai a voi che disprezzate le piccole cose. Poco a poco andrete in rovina».

Fino allora i Direttori erano, chi in piedi, chi ginocchioni, ma tutti attoniti e niuno parlava.
A questo punto don Rua come fuor di sé disse: «Bisogna prendere nota per non dimenticare».
Cerca una penna e non la trova; cava fuori il portafoglio, fruga e non ha la matita.
«Io mi ricorderò», disse don Durando. «Io voglio notare», aggiunse don Fagnano, e si pose a scrivere col gambo di una rosa.
Tutti miravamo e comprendevamo la scrittura.
Quando don Fagnano cessò di scrivere, don Costamagna continuò a dettare così: 
«La Carità capisce tutto, sopporta tutto, vince tutto; predichiamola colle parole e coi fatti».

«Il rovescio del vero salesiano»

Mentre don Fagnano scriveva, scomparve la luce e tutti ci trovammo in folte tenebre. «Silenzio  - disse don Ghivarello - inginocchiamoci, preghiamo, e la luce verrà». Don Lasagna cominciò il «Veni Creator», poi il «De Profundis», «Maria Auxilium ecc.», cui tutti rispondemmo. Quando fu detto: «Ora pro nobis», riapparve una luce, che circondava un cartello su cui leggevasi: «La Pia Società Salesiana quale corre pericolo di diventare». Un istante dopo la luce divenne più viva a segno che potevamo vederci e conoscerci a vicenda. In mezzo a quel bagliore apparve di nuovo il Personaggio di prima, ma con aspetto malinconico simile a colui che comincia a piangere. Il manto era divenuto scolorato, tarlato e sdruscito.

Nel sito dove stavano fissi i diamanti eravi invece un profondo guasto cagionato dal tarlo e da altri piccoli insetti.
«Guardate — Egli ci disse — e intendete».
Ho veduto che i dieci diamanti erano divenuti altrettanti tarli che rabbiosi rodevano il manto.
Pertanto al diamante della Fede erano sottentrati: «Il sonno e l’accidia».
Alla Speranza eravi: «Risate e banalità sconce»
Alla Carità: «Negligenza nel darsi alle cose di Dio. Amano e cercano i gusti propri, non gli ideali di Gesù Cristo».
Alla Temperanza: «Gola: loro dio è il ventre».
Al Lavoro: «Il sonno, il furto e l’oziosità».
Al posto dell’Obbedienza eravi niente altro che un guasto largo e profondo senza scritta.
Alla Castità: «Concupiscenza degli occhi e superbia della vita».
Alla Povertà era succeduto: «Letto, vestito, bevande e denaro».
Al Premio: «Nostra eredità saranno i beni della terra»
Al Digiuno eravi un guasto, ma niente di scritto.
A quella vista fummo tutti spaventati. Don Lasagna cadde svenuto. Don Cagliero divenne pallido come una camicia, e appoggiandosi sopra una sedia gridò: «Possibile che le cose siano già a questo punto?». Don Lazzero e don Guidazio stavano come fuori di sé, e si porsero la mano per non cadere. Don Francesia, il Conte Cays, don Barberis e don Leveratto erano quivi ginocchioni pregando con in mano la corona del SS. Rosario. In quel momento si fe’ intendere una cupa voce: «Come è svanito quello splendido colore!».

Messaggio di un giovane
Ma all’oscurità succedette un fenomeno singolare.
In un istante ci trovammo avvolti in folte tenebre, nel cui mezzo apparve tosto una luce vivissima, che aveva forma di corpo umano. Non potevamo tenerci sopra lo sguardo, ma potemmo scorgere che era un avvenente giovanetto vestito di abito bianco lavorato con fili d’oro e d’argento. Tutto attorno all’abito vi era un orlo di luminosissimi diamanti.
Con aspetto maestoso, ma dolce ed amabile, si avanzò alquanto verso di noi e ci indirizzò queste parole testuali:

«Servi e strumenti di Dio Onnipotente, ascoltate e intendete. Siate forti e animosi.
Quanto avete veduto e udito è un avviso del Cielo, inviato ora a voi e ai vostri fratelli; fate attenzione e intendete bene quello che vi si dice.
I colpi previsti fanno minor ferita e si possono prevenire.
Quante sono le idee indicate, tanti siano gli argomenti di predicazione. Predicate incessantemente, a tempo e fuori tempo.
Ma le cose che predicate fatele costantemente, sicché le vostre opere siano come una luce, che sotto forma di sicura tradizione s’irradii sui vostri fratelli e figli di generazione in generazione.

Ascoltate bene e intendete.
Siate oculati nell’accettare i novizi, forti nel coltivarli, prudenti nell’ammetterli. Provateli tutti, ma tenete soltanto ciò che è buono. Mandate via i leggeri e volubili.
Ascoltate bene e intendete. La meditazione del mattino e della sera sia costantemente sull’osservanza delle Costituzioni. Se ciò farete, non vi verrà meno giammai l’aiuto dell’Onnipotente. Diverrete spettacolo al mondo e agli Angeli e allora la vostra gloria sarà gloria di Dio.
Si dirà di voi: dal Signore è stato ciò fatto, ed è ammirabile agli occhi nostri. Allora tutti i fratelli e figli vostri canteranno a una sola voce: Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo Nome dà gloria».

Queste ultime parole furono cantate, ed alla voce di chi parlava si unì una moltitudine di altre voci così armoniose, sonore, che noi rimanemmo privi di sensi, e per non cadere svenuti ci siamo uniti agli altri a cantare.
Al momento che finì il canto si oscurò la luce. Allora mi svegliai, e mi accorsi che si faceva giorno.


Postilla di Don Bosco
Questo sogno mi durò quasi l’intera notte, e sul mattino mi trovai stremato di forze.
Tuttavia pel timore di dimenticarmene mi sono levato in fretta e presi alcuni appunti, che mi servirono come di richiamo a ricordare quanto qui ho esposto nel giorno della Presentazione di Maria SS. al Tempio.
Non mi fu possibile ricordare tutto.
Tra le molte cose ho pur potuto con sicurezza rilevare che il Signore ci usa grande misericordia. La nostra Società è benedetta dal Cielo, ma Egli vuole che noi prestiamo l’opera nostra.
I mali minacciati saranno prevenuti se noi predicheremo sopra le virtù e sopra i vizi ivi notati; se ciò che predichiamo, lo praticheremo e lo tramanderemo ai nostri fratelli con una tradizione pratica di quanto si è fatto e faremo.

Maria Aiuto dei Cristiani, prega per noi!



COMMENTO AL SOGNO

Il sogno
La lettura del sogno dei dieci diamanti ci presenta quale deve essere il profilo spirituale della nostra esperienza di fede e come può diventare la nostra vita cristiana se non ci prendiamo cura del nostro cammino spirituale.       

Il sogno si snoda attraverso tre scene fondamentali:
  • nella prima scena scopriamo l’identità gioiosa del salesiano e gli ingredienti necessari per realizzarla: sono i dieci diamanti vissuti con coerenza e impegno;
  • nella seconda scena ci viene presentato il risultato di chi non cammina e non si educa nella fede, lasciando spazio alla superficialità e alla lontananza da Dio: la conseguenza è la povertà e la delusione; i diamanti non ci sono più e quindi non possono brillare;
  • nella terza scena la presenza del ‘giovane messaggero’ è un invito a camminare con serietà e coraggio: non bisogna temere, occorre essere forti e perseverare nel bene.

Apparteniamo a Dio
Sono molte le suggestioni iniziali di fronte a questo messaggio e a queste immagini che rafforzano l’idea centrale che don Bosco vuole consegnare ad ognuno di noi: apparteniamo a Dio, siamo suoi, preziosi ai suoi occhi! 
La vita diventa gioia quando si scopre che noi siamo di Dio e che Lui da sempre ha pensato a noi, su di noi ha posato il suo sguardo. Rafforzando questa certezza arriveremo alla nostra felicità.
Non ha forse affermato più volte don Bosco: «Vi voglio felici nel tempo e nell’eternità»? 
Ebbene la felicità piena si raggiunge vivendo con autenticità il nostro essere di Cristo, il nostro essere cristiani.
Tante volte vedo giovani pensierosi, tristi, che fanno fatica a trovare le ragioni per essere sereni e contenti. Allora mi chiedo con insistenza come è possibile non essere nella gioia. Paul Claudel, dopo la conversione, era solito ripetere: «Dite a tutti che l’unico dovere è la felicità». Essa è il segno che amiamo il Signore e che stiamo facendo del bene agli altri e a noi stessi.
Cristo ci ha donato la gioia, il Vangelo, che è notizia bella e sempre nuova. Che fine ha fatto il nostro Battesimo? Quale consapevolezza c’è in me nei confronti di questa straordinaria verità?

Una volta ho sentito un predicatore che diceva: «Se solo ci rendessimo conto di quanto Dio ci ama, sicuramente moriremmo di gioia!». Non è straordinaria questa affermazione? Eppure che fatica  riconoscere l’amore di Dio e  sperimentare che vivere questo amore dona gioia!
Ha detto don Bosco: «Pensa, figlio mio, che Dio ti fece suo figlio col santo Battesimo, ti amò e ti ama come un tenero padre». Con il Battesimo siamo diventati proprietà di Dio, siamo stati inseriti nella sua stessa vita. Mi piace pensare al Battesimo come un ricevere il sigillo della «vita eterna». Che meraviglia! Abbiamo in noi la certezza della vita eterna: Dio si china su di noi e dice: «Tu sei mio figlio/a prediletto, mi appartieni e ti amo con amore infinito!».

Questa scoperta porta gioia, la gioia di appartenere a Dio. Senza Dio l’uomo non può esistere! La gioia, dunque, è un fatto che riguarda l’essere e il vivere, che tocca la vita. Il dono dell’amore di Dio è più grande delle nostre fragilità. Apparteniamo a Lui e il suo ‘soffio’ è per noi Vita. Ce lo ricorda il salmista:
«Se nascondi il tuo volto, vengono meno,
togli loro il respiro, muoiono
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra».
(Salmo 104,29-30)

Don Bosco ci ripete che conoscere l’Amore di Dio porta grande gioia nella nostra vita. Il sogno, infatti, inizia con una scena di grande serenità e letizia, sorretta dalla presenza del personaggio dal mantello tutto splendente dei dieci diamanti.
Sembra di risentire le parole di papa Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato, quando ai giovani diceva: «Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! Solo in questa amicizia si spalancano le porte della vita».
Anche il nono successore di don Bosco, don Pascual Chavez, più volte ha ricordato questa realtà: «A che serve una Pastorale che non porta all’incontro con Cristo? A che serve una Pastorale che non porta davvero a Colui, l’Unico, che non può deludere le aspirazioni dei giovani, ad essere felici, a vivere e ad amare per sempre?».

Cristo dona tutto
«…La mente si trovò in una sala splendidamente ornata…quando apparve tra noi un uomo di aspetto così maestoso che non potevamo reggerne lo sguardo..»
La visione di un ambiente incantevole e quella dell’uomo maestoso rappresentano una vita condotta all’insegna del ‘bello’. Gesù Cristo dona alla vita ‘tutto’. «Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo», dice Benedetto XVI. 
Nel momento in cui ti accorgi che Cristo può colmare la vita, la tua esistenza non è più la stessa, diventa stupore, gioia, bellezza, amore.
Anche questa convinzione deve crescere in noi e cresce se  facciamo esperienza di Cristo: questo significa incontrarlo,  avere il coraggio di riconoscerlo. Scrive il nono successore di don Bosco:
«Contemplare Cristo non è divertimento estetico, né libero passatempo e nemmeno curiosità intellettuale; è invece passione mai soddisfatta e necessità urgente di conoscenza, amore, sequela».
Un giovane che incontra e riconosce  Cristo, diventa capace di vivere come Cristo: «Noi amiamo perché siamo stati amati e abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16).

Una vita ‘bella’
Vivendo l’incontro con Cristo si partecipa della sua bellezza. I discepoli  sul Monte Tabor vivono con Gesù l’esperienza ‘bella’ della Trasfigurazione: «Maestro, è bello per noi stare qui» (Lc 9,33). 
La vita cristiana è una via di Bellezza. La vita cristiana, quando splende, è bella, affascinante, perché Cristo è il Bello!
Dovremmo  riscoprire ciò che entusiasmò S. Agostino: «Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova. Sì, perchè tu eri dentro di me e io me ne stavo fuori. Lì ti cercavo, io deforme mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in Te. Mi chiamasti ed il tuo grido sfondò la mia sordità. Mi illuminasti e il tuo splendore dissipò la mia cecità. Diffondesti la tua fragranza e respirai e ora anelo verso di Te. Ti gustai ed ebbi fame e sete di te; mi toccasti e arsi del desiderio della tua pace» (Confessioni X, 27).

Chi di noi non ha mai fatto l'esperienza della bellezza? In un volto, in un incontro, in un paesaggio, in un'opera d'arte, nella musica... Essa è una delle esperienze più forti e affascinanti dell'essere uomini e donne. Ma è soprattutto nel riconoscere Gesù Cristo che noi facciamo esperienza di bellezza. La bellezza del Pastore bello (è la traduzione più corretta dell’affermazione di Gesù: «Io sono il Buon Pastore») consiste nell’amore con cui consegna se stesso alla morte per la salvezza delle sue pecore. Questo significa che «l’esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da Lui» (Card. Carlo Maria Martini).
La bellezza ci riporta sempre a Dio.
Giovanni Paolo II scrisse agli artisti dicendo: «Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di bellezza, può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all'alba della creazione, guardò all'opera delle sue mani». Dio ha guardato con ‘commozione’ la Creazione perché «vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona». (Gn 1,31).  Quindi la bellezza è un invito e un richiamo al Trascendente, a gustare la vita e a viverla all’insegna dello splendore.
Un giovane che sa gustare il bello, non può che avvicinarsi sempre più a Dio, sorgente di ogni cosa bella e fondamento di un’ esistenza di valore.
Il cammino proposto nell’itinerario dei dieci diamanti si inserisce in questa linea: fede, speranza, carità, lavoro, temperanza, obbedienza, povertà, castità, premio, digiuno; ‘valori’, diamanti, per un nuovo slancio nella vita cristiana, motivato dal rinnovato incontro con la bellezza di Dio.

Camminare subito e decisamente

Sì, occorre decisione e coraggio per credere che Cristo ti dona tutto. Don Bosco ripeteva spesso ai suoi giovani: «Abbi il coraggio della tua fede e delle tue convinzioni. Tocca ai cattivi tremare davanti ai buoni, non ai buoni tremare davanti ai cattivi».
Don Bosco con il sogno dei dieci diamanti vuole consegnare ai giovani la bellezza di una vita cristiana vissuta nella fedeltà e nella gioia. Sembra che il santo dei giovani abbia chiara la convinzione che il Vangelo, che è Cristo, viene prima di tutto e sta al di sopra si tutto.
È meraviglioso incontrare giovani che credono e che non hanno paura di farlo vedere. Vivendo le virtù  essenziali per una vita cristiana autentica (dieci diamanti) noi «non seguiamo una virtù - scrive don Chavez - (fede, speranza, carità, lavoro, temperanza, obbedienza, povertà, castità, digiuno, premio) o una attività (l’educazione, la missione, ecc.), ma seguiamo una Persona che vogliamo imitare nella sua pienezza e un Vangelo che vogliamo vivere nella sua globalità».
Camminare subito e con decisione significa avere la volontà di andare controcorrente. Ha detto ai giovani Benedetto XVI: «Andate controcorrente.  Siate vigilanti! Siate critici! Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie “alternative” indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: i vostri coetanei, ma anche gli adulti, e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo».


Come camminare? I dieci diamanti

Il  personaggio dei dieci diamanti è l’indicazione preziosa di un itinerario di crescita: l’elenco delle virtù rappresentate dai diamanti descrive le note caratteristiche del credente, esuberante di entusiasmo per il mistero di Cristo. La vita da credenti ha una sua visibilità. Non basta essere credenti, occorre essere credibili: sono i cinque diamanti sul lato di fronte; e la visibilità, a sua volta, è sorretta da una interiorità robusta: sono i diamanti della parte sul retro del mantello. Entrambe sono necessarie e si sostengono a vicenda. Per camminare da credenti occorre possedere uno stile e una qualità ‘alta’ di vita. Dicevamo precedentemente che questo stile, questa qualità di vita è data dalla gioia del sapersi amati. Di conseguenza:

Per vivere la gioia occorre
q  reagire contro la tendenza al minimo sforzo. Come camminare? Con coraggio e volontà! Occorre stilare una vera e propria ‘regola di vita’.
q  reagire contro l’egoismo che ci fa vivere ripiegati su noi stessi. Come camminare? Con generosità e apertura verso gli altri!
q  ‘centrare’ la propria vita su Cristo Crocifisso e Risorto, capaci di adorare Colui che ci ama di amore infinito. Come camminare? Attingendo luce e forza da Cristo.
q  ‘scegliere’, essere capaci cioè di decisioni e di orientamenti chiari per la nostra vita. Come camminare? Fissando lo sguardo su Colui che quotidianamente ci ‘sceglie’ e ci ama.

Ecco allora un suggerimento di cammino per possedere la gioia di crescere, di amare, di adorare, di scegliere. Sono i dieci diamanti!


Primo diamante: Fede
È dono gratuito di Dio e accessibile a quanti lo chiedono umilmente. Avere fede significa aderire a Dio, affidarsi a Lui  e poter dire con certezza, sì Dio è Amore!
Lo scrittore russo Tolstoj affermava che «l'uomo può ignorare di avere un Dio, come può ignorare di avere un cuore; ma senza Dio, come senza un cuore, l'uomo non può vivere». Il nostro cuore ha sete di infinito: solo in Dio questa sete viene saziata.
Dio è necessario! Non possiamo fare a meno di Lui. La vita spirituale è essenzialmente questo rapporto tra Dio e l'uomo.
L'uomo deve riconoscere la presenza e l'azione di Dio nella sua vita.
Don Bosco si esprimeva così: «Se apriamo gli occhi non possiamo non riconoscere l'esistenza, la potenza e la saggezza di Dio: da Lui ogni cosa è stata creata. Egli è Dio che ha detto: si faccia la luce e la luce fu fatta. A tutte le cose egli dice: sono io che ti ho fatto. E in questa parola, che ogni uomo può e deve comprendere, si esprime la sua potenza e la sua divinità».
La bontà di Dio Creatore e di Dio misericordioso riempiva di stupore, di meraviglia e di tenerezza la vita di don Bosco.   Fare esperienza di questo Dio è un’esigenza fondamentale per ogni cristiano. Don Bosco ricordava ancora: «Due discepoli di Giovanni Battista seguivano Gesù per sapere dove abitava. Gesù disse loro: "Venite e vedrete". Andarono, videro dove abitava e restarono con lui quel giorno. Prendiamoci, dunque, il tempo di restare con Gesù. Guardiamolo, ascoltiamolo, silenziosamente».
Impariamo dunque che la "fede" è  un dono che va     coltivato, altrimenti rischia di imboccare strade sbagliate e pericolose (superstizione, banalizzazione della vita, adesione fanatica ad ideologie, mode, persone).
Coltiviamo il senso della meraviglia per riconoscere e incontrare Dio in ogni cosa, persona e avvenimento.

Un giovane che ha fede è solido, stabile, fermo. Ha posto un fondamento sicuro alla sua vita. È come un bimbo tenuto saldamente tra le braccia della madre, sicuro della sua protezione. Per questo don Bosco diceva che «la fede è quella che fa tutto».

Secondo diamante: Speranza
È la virtù  per la quale noi desideriamo e aspettiamo da Dio la vita eterna come nostra felicità. È la certezza della vita eterna con Dio. Scrive Dionigi Aeropagita: «Dobbiamo glorificare la vita eterna, da cui deriva ogni altra vita. Da lei riceve la vita ogni creatura, che secondo le sue capacità prende in qualche modo parte alla vita. La vita divina, che è più elevata di ogni altra vita, vivifica e custodisce la vita». Una vita generata dalla Vita, da Dio stesso. Essere giovani di speranza vuol dire dimostrare la gioia della vita cristiana, guidata, accompagnata e sostenuta dall’Alto. Per un cristiano, dunque, il tema della speranza è centrale!
Centrale perché senza la prospettiva futura della vita «in» e «con» Dio, non c’è per il cristiano e l’uomo in generale né vita né speranza. Lo afferma S. Pietro: «Dio Padre…per la sua grande misericordia…ci ha rigenerati mediante la risurrezione di Gesù Cristo…per una speranza viva». ‘Rigenerati’ significa rinnovati, migliorati, trasformati, rifatti, ricostruiti…. In Cristo siamo nuove creature. In Cristo siamo figli di Dio che è Padre, dunque, amore per tutti i suoi figli. E lo è nella forma della “misericordia”, bontà, compassione, provvidenza, tenerezza, consolazione.
Tutta la storia della salvezza e anche la nostra esistenza è avvolta e fasciata dalla misericordia del Padre. 
Questa è la speranza cristiana: la certezza di appartenere ora e sempre a Dio, la convinzione di essere suoi: siamo e saremo in buone mani!


Un giovane che coltiva la speranza non ha paura di nulla e sarà sempre sereno. Don Bosco afferma: «Ricordati che in Paradiso sarà il tuo premio».


Terzo diamante: Carità
È la virtù  per la quale amiamo Dio al di sopra di tutto e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio.
Utilizzando le parole del Papa nella sua enciclica Deus caritas est, «il programma del cristiano è un cuore che vede». Proprio per questo occorre educarsi a vivere la carità. Nel sogno don Bosco ricorda che «La Carità capisce tutto, sopporta tutto, vince tutto; predichiamola colle parole e coi fatti».

Un giovane che vive la carità è capace non solo di disponibilità e gratuità, non solo a dare qualcosa, ma tutto se stesso. Immersi in una società dove prevale la cultura ‘debole’ della morte, la carità vissuta diventa la testimonianza e la diffusione della cultura della vita. L’Amore ricevuto diventa cura dell’altro e per l’altro.  Abbiamo bisogno di ricuperare la logica  evangelica che è fatta di pura gratuità. Don Bosco diceva: «Il Signore ci ha messo al mondo per gli altri. Le opere di carità non si fanno per essere pagati». E ancora: «Fai del bene, fanne tanto e non sarai mai pentito di averlo fatto». 

Quarto diamante: Lavoro
Il lavoro per l’uomo è un dovere e un diritto, mediante il quale egli collabora con Dio creatore.
Giovanni Paolo II disse che il lavoro è un bene arduo, utile e degno della nostra condizione di persone. Lavorando, non solo trasformiamo la natura, adattandola alle nostre necessità, ma cresciamo diventando persone più umane. Il lavoro è un bene
q  arduo perché implica l’applicazione delle proprie energie fisiche o mentali. Lavorare richiede sforzo e perciò stesso possiede un considerevole valore formativo e ascetico.
q  utile perché ci perfeziona, arricchendoci di nuovi beni e di nuove doti; dunque ci aiuta a crescere e a maturare.
q  degno perché è in relazione alla nostra dignità personale. Non è una cosa, ma coopera allo sviluppo integrale della nostra persona.
Non è meraviglioso sapere che il nostro lavoro è collaborazione con l’opera del creatore? Lavorando riproduciamo in noi l’immagine di Dio creatore

Un giovane che si impegna nei suoi doveri di lavoro o di  studio è capace di camminare nella sua fede verso la santità, perché il lavoro ci unisce alla persona e all’opera del Creatore dell’universo e al Salvatore degli uomini, Gesù Cristo, che ha lavorato per trent’anni a Nazareth.
Don Bosco ripeteva spesso: «Per lavoro s’intende l’adempimento dei propri doveri. Chi non si abitua a lavorare, per lo più sarà sempre un poltrone fino alla vecchiaia».

Quinto diamante: Temperanza
È la virtù che modera l’attrattiva dei piaceri, assicura il dominio della volontà sugli istinti e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati.
Possiamo dire che la temperanza è la virtù che ci aiuta ad essere ‘sobri’, cioè misurati, regolati e controllati in ogni cosa. Giustamente la ‘parola magica’ per vivere la temperanza è «equilibrio». C’è bisogno di equilibrio nella nostra vita!  E’ temperante colui che non abusa di cibi, di bevande, di alcolici, di piaceri, che non si priva della coscienza per l’uso di stupefacenti, ecc. La persona temperante è  padrona di se stessa:  le passioni non prendono il sopravvento sulla ragione, sulla volontà e anche sul “cuore”. 
La temperanza è indispensabile perché l’uomo “sia” pienamente uomo. Al contrario, quando,  trascinato dalle sue passioni, ne diventa “vittima”, rinuncia da se stesso all’uso della ragione.
Un giovane che vuol raggiungere questo equilibrio, deve attivare un serio lavorio su se stesso e una particolare “vigilanza” su tutto il suo comportamento.
  «Sonno salubre con uno stomaco ben regolato, al mattino si alza e il suo spirito è libero» (Sir 31,24).

Don Bosco ripeteva che «la temperanza è benedetta dal Signore, e giova all’intelligenza e alla sanità corporale». E ai suoi salesiani diceva: «Datemi un giovane che sia temperante nel mangiare, nel bere e nel dormire, e voi lo vedrete virtuoso, assiduo nei suoi doveri e amante di tutte le virtù».

Sesto diamante: Obbedienza
Passiamo ora alla descrizione di quanto si trova    sul retro del mantello del personaggio apparso a don Bosco. Questi 5 diamanti rappresentano l’interiorità che ogni giovane deve irrobustire per poter vivere in pienezza la propria fede e giungere così alla vera gioia.

Il filosofo Blaise Pascal ha scritto: «È tanto difficile credere, perché è tanto difficile obbedire».
Ma che cos’è l’obbedienza e perché obbedire? Obbedire significa credere e rispondere all’Amore di Dio; è consegnarsi e affidarsi a Lui, accogliendo la sua Verità. L’uomo credente è l’uomo obbediente, ossia l’uomo che si consegna, che si fida di Dio. Obbedire (dal latino «ob-audire») significa sapere ascoltare e, soprattutto, mettere al centro di ogni nostra decisione il Signore Gesù. Ricordiamo l’apostolo Pietro che, amareggiato per la pesca infruttuosa (Lc, 5, 1-11), ha il coraggio di obbedire a Gesù che gli chiede di gettare le reti e dice: «Sulla tua parola getterò le reti!».  È come dire: «Signore, nella tua parola io confido. È la tua parola che mi dà vita! In te, Signore, getto le reti della mia esistenza!». Dobbiamo dare ascolto a Dio, imparando dai molti testimoni di obbedienza che la Bibbia ci presenta.
L’obbedienza è il termometro della fiducia che noi abbiamo in Dio. Come Gesù, un giovane obbediente deve poter dire con la vita: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42). Fare la volontà di Dio! Ecco un bel commento fatto da alcuni monaci che vivono nelle città: «In virtù dell’obbedienza, imparerai ad amare, a rinunciare a te stesso per fare ciò che piace ai tuoi fratelli e a Dio, ad amare il tuo prossimo come te stesso e Dio al di sopra di tutto, ad andare d’accordo con gli altri per agire insieme in comunione di ascolto secondo il piano di Dio. Il Padre attende così la tua libera cooperazione al suo disegno d’amore. I tuoi fratelli aspettano la tua libera partecipazione alla comunione, in questo amore. Più obbedirai, più amerai. Più amerai, più la tua vita obbedirà. Amore e obbedienza si equivalgono. Quindi, se vuoi amare, sii obbediente» (Monaci nelle città. Una regola di vita).
Anche il successore di don Bosco, don Chavez, ha delle parole molto belle che ci aiutano a comprendere la realtà dell’obbedienza e della disponibilità: « Nessuna scuola è migliore di quella di Maria, per lasciarsi introdurre nella contemplazione e nell’accoglienza, nella custodia e nell’annunzio della Parola di Dio. Maria si pone come modello dell’accoglienza della grazia. Nessun credente come Lei è riuscito, infatti, ad ospitarla tanto bene, sì da farla creatura del suo grembo: Maria ci insegna che chi crede alla Parola la fa carne propria, che chi la serve con la vita la fa vita propria, che chi obbedisce a Dio lo converte in suo figlio».

Un giovane che ‘ascolta’ e vive la parola di Dio (come la Vergine Maria: «Si compia in me la tua Parola»), arriva ad una ‘qualità alta’ di vita cristiana, la santità. Don Bosco più volte incoraggiava i suoi giovani con queste parole: «Un giovane obbediente si farà santo. Il disobbediente va per una strada che lo condurrà alla perdizione».

Settimo diamante: Povertà
L’anima della povertà è un atteggiamento interiore simile all’umiltà, alla fiducia, alla semplicità e all’infanzia spirituale. Tutti siamo invitati a identificarci con Cristo povero. Tutti siamo chiamati a incarnare l’atteggiamento interiore di povertà nella solidarietà, nel servizio e nell’impegno sociale. Mi piace pensare alla povertà come alla capacità di svuotarci di noi stessi per essere ricolmi di Colui che è la nostra ricchezza. Proprio come ha fatto Maria, che nel cantico del Magnificat si è proclamata piccola e povera, e proprio per questo Dio l’ha ricolmata di ogni grandezza.
Essere poveri oggi significa aver imparato a
  • vivere con sobrietà (e questa è già una gran cosa!) 
  • vivere contando soltanto su Dio
  • accettare di dipendere da Dio
  • accettare di essere creature bisognose del suo amore e delle sue cure.  
  • dare le giuste precedenze ai valori e riconoscere la superiorità di Dio e dei beni del suo Regno.
Il regno dei cieli appartiene ai poveri, perché essi sono come i bambini; che sanno stare in braccio ai loro genitori e dire: Abbà, Papà!
Pertanto il primo passo per imparare a vivere da ‘poveri’ sta in un atteggiamento di apertura a Dio, di disponibilità, di fiducia. In questa ottica la virtù della povertà  non riguarda solo il retto uso dei beni terreni, ma la verità della nostra relazione con Dio.
La povertà è figlia dell’obbedienza e madre della speranza!

Un giovane che vive nell’atteggiamento della povertà è un giovane aperto a Dio, agli altri e al prossimo. Don Bosco conferma: «Come potremo essere discepoli di Gesù se ci dimostriamo così differenti dal maestro? Gesù nacque povero, visse povero, morì poverissimo».

Ottavo diamante: Castità
La sessualità è una forza diffusa e operante in tutto il nostro essere, impregna tutte le nostre facoltà e attività; è una condizione fondamentale della nostra vita di persone umane e configura il nostro comportamento e il nostro operare… 
Il pensare, il volere, il sentire, lo stesso credere, amare e sperare si esprimono secondo una forma di individualizzazione sessuata. La sessualità si riferisce alla configurazione maschile o femminile della nostra persona   e all’orientamento proprio dell’uomo verso la donna e di questa verso l’uomo.
Avendo chiara questa realtà, si aprono orizzonti meravigliosi di dialogo, di relazionalità, di amore vero. Che cos’è, dunque, la castità? Una forza che permette di amare come persone sessuate. La castità ordina e rende vere le forze della sessualità e dell’amore, mettendole al servizio della relazione, della solidarietà e della comunione.
Essere cristiani esige una padronanza e una canalizzazione costante degli impulsi istintivi e sessuali, reclama l’integrazione degli aspetti genitali ed erotici nell’amore interpersonale e il coronamento di tutto questo dinamismo nella carità.
La castità, di conseguenza, è in riferimento all’integrazione e alla relazione della persona in quanto essere sessuato.
Vivere la castità significa amare in modo ‘ordinato’. E per fare questo occorre educare il cuore, perché amare non è qualcosa di
  • automatico, che viene da sé col semplice fluire del tempo
  • facile, di spontaneo: deve fare i conti con i nemici dell’amore, come l’egoismo, la ricerca del proprio interesse, lo sfruttamento degli altri, il piacere che rende le persone semplice oggetto. Le conseguenze dell’amore “sbagliato”, non vero (che è l’impurità) sono ben note: lussuria, schiavitù del vizio, miopia, insensibilità e scetticismo di fronte alle cose spirituali; cioè tutto il contrario delle conseguenze della castità: trasparenza e fervore di fronte a tutto ciò che è divino. L’impurità lega, incatena e rende schiavi, è sterile rispetto alle cose buone e fecondissima nei confronti dei vizi.

Amare è generare, “dare vita”, non soltanto “trasmettere la vita”. È  la gratuità che diventa “totalità del dono”.

È quantomeno curioso, se non inquietante, osservare come il nostro mondo così attento a promuovere la crescita intellettuale delle nuove generazioni, così aperto all’investimento di energie sul piano culturale, non si preoccupi a sufficienza nel formare i giovani immersi in un’affettività istintiva e incontrollata, spesso fonte di sofferenza, se non di vera e propria patologia relazionale.
Il mondo degli affetti chiede dunque di essere formato e, per così dire, “raffinato” da un lavoro educativo, non meno lungo e impegnativo di quello richiesto per la formazione delle intelligenze.
Ø  È educare al dono gratuito, alla capacità di sacrificio e alla riconoscenza: atteggiamenti oggi tanto rari quanti necessari per la nostra convivenza sociale.
Ø  È educare a puntare in alto e a non bruciare le tappe sprecando esperienze di vita fondamentali per la crescita: in questo senso, l’educazione alla gestione ordinata e finalizzata della propria sessualità e dei propri desideri, liberati dalla prigione individualistica e riconosciuti nella loro natura relazionale e generativa, è una garanzia di formazione di persone autentiche, capaci di coniugare sentimento e volontà, passione e ragione e di dare un senso alle proprie scelte.
Ø  E’ educare il proprio cuore, tappa fondamentale nel percorso di scoperta della propria vocazione, di risposta ad una chiamata da parte di un Padre a realizzare un disegno personale pensato per ciascuno di noi.

Un giovane in grado  di vivere così la sua capacità di amare, un giovane che non ha paura ad essere casto, raggiungerà presto le vette alte della santità! Don Bosco ricorda che «il massimo e più potente custode della purità è il pensiero della presenza di Dio». "Dòmine,... àdjuva nos: et reflòreat cor et caro nostra vigòre pudicìtiae, et castimòniae novitàte..."



Nono diamante: Premio
La vita eterna è questo: il Paradiso, cioè l’essere “con” Cristo nella gioia del Padre e questo supera tutto ciò che di gioioso, di grande e di bello possiamo pensare e immaginare.
Le verità “ultime” (morte, giudizio, inferno, paradiso) sono verità che ci interpellano: rappresentano il nostro destino   definitivo.  Ci dicono che la vita umana non finisce con la morte e quindi ci liberano dall’angoscia della morte come fine di tutto.   Noi vogliamo vivere!
Il cristiano vive “nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il salvatore Gesù Cristo”. Un’attesa che è vigilanza per non lasciarsi prendere dal sonno e così accogliere il Signore che viene.
È questo il senso del diamante denominato ‘Premio’. Noi cristiani sappiamo che la Vita Eterna, il Premio, è la grande promessa del Vangelo. Non è una vaga sopravvivenza e neppure la semplice immortalità dell'anima, ma la vita senza fine della persona con tutte le sue dimensioni, corporee e spirituali, con tutte le sue relazioni con gli altri, col mondo e con Dio. È la vita nella Gloria di Dio. Il Vangelo non promette la vita eterna a parole, ma con l'annuncio di un fatto reale: la risurrezione di Gesù. Il Vangelo è bella notizia, proprio perché non termina con il racconto della sepoltura di Gesù e della tomba vuota, ma con la novità della risurrezione e della vita eterna in Dio.

Un giovane che vive con questa prospettiva fa del suo quotidiano il luogo di incontro gioioso con Dio e i fratelli.
Recentemente, al Convegno di Verona, la Chiesa italiana ha ribadito che il centro della testimonianza cristiana è il Crocifisso Risorto! Dunque è questa la speranza viva che la Chiesa vuole offrire agli uomini di oggi.
Vedere, incontrare e comunicare il Risorto
Ø  è il compito del testimone cristiano  
Ø  è il cammino per tenere viva la speranza
Ø  è il compito di un giovane che ha chiara la prospettiva  della vita piena con Dio.
Don Bosco ha consumato le sue forze migliori per trasmettere questa certezza ai suoi giovani: «Ho più caro il Paradiso che tutte le ricchezze del mondo».  «Nelle fatiche e nei patimenti non dimenticare mai che abbiamo un gran premio preparato in Paradiso».  «Un pezzo di Paradiso aggiusta tutto!».  
«Il Paradiso non è fatto per i poltroni!».  Anche le parole al termine della sua vita sono particolarmente significative e commoventi: «Di’ ai giovani che li aspetto tutti in Paradiso».


Decimo diamante: Digiuno
Nel sogno, don Bosco vede dei raggi che partono da ogni diamante con alcune frasi significative. Il diamante del digiuno ha scritto: «È l’arma più potente contro le insidie del demonio. È la sentinella di tutte le virtù. Col digiuno si scaccia ogni sorta di nemici».
Digiuno, astinenza, penitenza, mortificazione non sono forme di disprezzo del corpo, ma strumenti per rinvigorire lo spirito, rendendolo capace di esaltare, nel sincero dono di sé, la stessa corporeità della persona. Il digiuno dei cristiani trova il suo modello e il suo significato nuovo e originale in Gesù che ne afferma con forza il significato essenzialmente interiore e religioso: digiuno, preghiera ed elemosina sono un atto di offerta e di amore al Padre «che è nel segreto e che vede nel segreto» (Mt. 6,18). Sono un aspetto essenziale della sequela di Cristo da parte dei discepoli, tenendo presente che anche nelle pratiche di digiuno si possono annidare insidie: l'autocompiacimento, l'illusione…
C'è dunque un intimo legame fra il digiuno e la conversione della vita, il pentimento dei peccati, la preghiera umile e fiduciosa, l'esercizio della carità fraterna e la lotta contro l'ingiustizia. Oggi il digiuno viene praticato per i più svariati motivi e talvolta assume motivazioni “laiche” (proteste, contestazioni, diete…); per cui diventa sempre più necessario riscoprire e riaffermare l'originalità del digiuno cristiano che trova il suo pieno valore solo se compiuto in comunione viva con Cristo.
Esso consiste nella privazione o comunque in una   moderazione non solo del cibo, ma anche di tutto ciò che può essere di ostacolo ad una vita spirituale aperta al rapporto con Dio nella meditazione e nella preghiera, ricca e feconda di virtù cristiane e disponibile al servizio umile e disinteressato del prossimo.
Il senso cristiano del digiuno e dell'astinenza spinge i credenti non solo a coltivare una più grande sobrietà di vita, ma anche ad attuare un più lucido e coraggioso discernimento nei confronti delle scelte da fare in alcuni settori della vita di oggi: lo esige la fedeltà agli impegni del Battesimo. 

Un giovane che pratica il “digiuno” sarà in grado di dare un contributo originale e determinante con il suo stile di vita sobrio e austero alla costruzione di una società più accogliente e solidale.
Don Bosco afferma: «Non tutti possono digiunare, ma tutti possono amare Dio. Io non vi dico di digiunare, ma vi raccomando la temperanza».



In sintesi: cristiani gioiosamente autentici
Questo progetto è affascinante e ci trasmette l’invito dello Spirito Santo: siamo chiamati alla santità, cioè alla pienezza della vita di Dio in noi. Via la mediocrità, il grigiore meschino delle nostre decisioni per aprire il cuore al SI’ generoso e gioioso di questo cammino, come don Bosco ce lo ha presentato.
 Il sogno dei dieci diamanti può essere considerato, per i giovani, un invito pressante ad essere cristiani gioiosamente validi, coraggiosamente autentici, liberamente veri.
Giovani cristiani capaci di scegliere nella vita, capaci di rispondere alla chiamata alla santità, che passa attraverso la pienezza di una vita battesimale, realizzata nella verità e nella gioia.
Sono troppi i giovani oggi in “crisi d’identità”, che non sanno più chi sono, che si lasciano trasportare dalla corrente, pensando solamente a sopravvivere. Sono numerosi i giovani che hanno dato le ‘dimissioni’ dalla propria responsabilità, lasciandosi vincere dal pessimismo negativo e distruttivo, che porta a sciupare la vita, a confondere il vivere con il semplice esistere.
Cercare la soluzione a questa situazione significa mettersi coraggiosamente alla ricerca della propria ‘vocazione’. Scriveva don Bosco ai giovani: «Caro amico, io ti voglio bene con tutto il mio cuore. Mi basta sapere che sei giovane perché ti voglia molto bene. Nel tuo cuore porti il tesoro dell'amicizia del Signore. Se lo conservi, sei ricchissimo. Se lo perdi, diventi una delle persone più infelici e più povere del mondo. Il Signore sia sempre con te, e ti aiuti a mettere in pratica i suggerimenti che ti darò. Se ti comporti così, ti assicuro che Dio sarà contento di te, e salverai l'anima tua: la cosa più importante della vita.
Dio ti regali una vita lunga e felice. L'amicizia del Signore sia sempre la tua grande ricchezza nella vita terrena e nell'eternità».

Pensare e riflettere sulla propria vita è pensare alla propria “vocazione”, ossia al progetto di felicità che Dio ha su di me. La vocazione è aderire in modo totale a questo progetto.
E pensare  alla propria felicità (= vocazione) significa stabilire con Dio un rapporto vivo e personale. Non basta dire che Dio esiste, occorre entrare in dialogo con Lui. Un dialogo profondo e costante che consenta di rispondere quotidianamente alla sua chiamata. Per questo un giovane è sempre «in vocazione» e vive continuamente con l’orecchio teso a tutte le parole, con l’occhio attento ad ogni fatto, con il cuore aperto ad ogni incontro.

Un consiglio da amico: Non temere!
In questo itinerario non devi avere paura, non devi temere! Devi solo avere un po’ di coraggio e di buona volontà per riconoscere quel Dio che continua a chiamarti e a starti vicino. Quel Dio che ogni giorno, ogni istante ti sceglie per ricolmarti del suo Amore. La tua capacità di decisione e di scelta è soltanto una risposta a Colui che ti ha amato per primo. Sii coraggioso e riconosci tra le tante voci di questo mondo, la voce di Colui che, solo, sa pronunciare il tuo nome con amore e fedeltà. È questa la ricchezza, il dono prezioso che ti viene ricordato e consegnato con il sogno dei dieci diamanti!
Non avere paura a farti aiutare nell’ascolto di questa voce. Una buona guida spirituale è un tesoro prezioso che vale quanto un diamante!
Ha scritto il nono successore di Don Bosco, don Chavez: «Per vivere oggi da credenti, si deve poter convivere col silenzio; riempire la vita di parole e frastuono è prendere la strada dell’incredulità».
Entra con coraggio, pertanto, nel silenzio che ti permette di scegliere e deciderti a vivere il tuo cristianesimo. Non dimenticare questo consiglio di don Bosco: «È con Gesù nel cuore che bisogna prendere le decisioni».







SCHEDE DI LAVORO
E DI
RIFLESSIONE
SUI
DIECI DIAMANTI





In questa seconda parte ti presento brevi schede di lavoro su ciascun diamante, allo scopo di aiutarti ad interiorizzarne meglio i valori nella tua vita e per consolidare gli atteggiamenti proposti dal sogno. 
Sono una traccia, semplice e sintetica, per un itinerario, un cammino, che ti faciliti l’impegno a lavorare su di te senza credere   di essere arrivato. La vita spirituale è un cammino costante verso un «di più, sempre di più e ancora di più», che porta alla vera gioia.


Ogni scheda sarà così strutturata:

  • Il diamante
  • Il pensiero di don Bosco, così come è presentato nel sogno
  • La situazione di rischio, la tentazione….quando il mantello diventa scolorato, tarlato, sdrucito…
  • Alcuni suggerimenti per un cammino nella fede
  • L’azione: un possibile impegno per camminare concretamente e subito
  • Materiali per la preghiera e la riflessione personale.

Nb. E’ utile far precedere al lavoro sulla scheda la lettura di quanto è stato scritto nella prima parte relativamente ad ogni diamante.


IL DIAMANTE DELLA FEDE
È apertura al mistero di Dio


Nel sogno Don Bosco ricorda che:
  • La fede è stabilire un rapporto intimo e personale con il Signore della Vita: Gesù Cristo!
  • La fede è vedere e riconoscere la realtà ‘soprannaturale’ in cui siamo immersi.
  • La fede è uno scudo per lottare.
  • La fede dona vita e significato alla tua operosità.
  • Se manca la fede si cede il posto al «sonno e alla pigrizia (accidia)».
  • «Avere fede perché ogni bene, tanto spirituale quanto materiale, viene dal Signore».


Il rischio, la tentazione….
Quanto ‘sonno’ esiste nei cristiani di oggi! Troppi giovani dormono di fronte a un Dio che vuole entrare nella loro vita,   per farsi conoscere.     Quanta pigrizia!
Non è facile oggi avere una visione di fede della vita.
Cosa vuole dire, in concreto, avere fede? Significa essere certi che Dio è presente e agisce, che tutto si riconduce a Lui.


Per un cammino nella fede
  • Anzitutto la preghiera: «Signore aumenta la mia fede!».
  • Impara a dire “grazie” per ciò che sei, per ciò che vivi, che vedi, che realizzi. Essere riconoscenti ci fa uscire dalla logica del “tutto mi è dovuto”.
  • Vivi una vita che sia espressione della fede che professi. I tuoi compagni, la gente deve poter vedere in te l’immagine di Dio. Con la nostra vita siamo un rimando al Creatore, a Colui che fa buone tutte le cose! È vero anche per la tua esperienza di vita?
  • Alimenta la tua vita di fede con la partecipazione all’Eucaristia, che è il momento più significativo per ringraziare e chiedere il dono della fede. Oltre la Messa domenicale, perché non aggiungerne un’altra lungo la settimana?


Azione
Nutrirò la mia fede:
  • con l’amore alla Parola di Dio, sorgente di fede;
  • con la lettura di un buon libro oppure del Catechismo della Chiesa Cattolica o del Compendio (fatti consigliare da un amico sacerdote o da un ‘buon’ amico spirituale).


Preghiera

Padre! Padre nostro che sei cieli!
A te leviamo, fiduciosi, il nostro sguardo,
noi tutti tuoi figli,
noi, miliardi di uomini viventi
sulla faccia della terra.
Tu solo sei  buono:
toglici dalle nostre amare solitudini
e dai nostri egoistici bisogni
che chiudono il cuore a te
fonte dell'eterno amore.
Padre! Chiamarti è puro dono,
amarti è gioia vera.
Noi siamo fango:
plasmaci ancora con le tue mani;
ridonaci la vita con il soffio del tuo Spirito
e rendici tuoi veri adoratori!
Eravamo tutti orfani,
senza nome, senza casa.
Tu ci donasti tutto donandoci il tuo Figlio.
Fa' che riconoscendoti come «nostro Padre»
possiamo anche gustare la dolcezza
d'essere fratelli tra di noi
formando in Cristo un solo uomo nuovo
nato dal «fiat» della Vergine Maria
e dal casto fonte che hai fatto scaturire
nel seno della Madre Chiesa.
Amen.
(A.M. Canopi)

Signore, tre grazie ti chiedo
O Signore,
dammi tutto ciò che mi conduce a te.
O Signore,
toglimi tutto ciò che mi allontana da te.
O Signore,
strappa anche me da me stessa e dammi totalmente a te.
(Beata Edith Stein )

In cammino con la Trinità
Io dono e consacro a te
tutto ciò che è in me:
la mia memoria e le mie azioni
a Dio Padre;
il mio intelletto e le mie parole
a Dio Figlio;
la mia volontà e i miei pensieri
a Dio Spirito Santo;
la mia lingua, i miei sensi
e tutte le mie sofferenze
alla sacra umanità di Gesù Cristo,
che non ha esitato
a consegnarsi nelle mani dei violenti
e a subire il tormento della Croce.
(San Francesco di Sales)

Atto di fede
Mio Dio, perchè sei verità infallibile credo tutto quello che Tu hai rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere. Credo in Te, unico vero Dio, in tre persone uguali e distinte, Padre e Figlio e Spirito Santo. Credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto per noi, il quale darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la pena eterna. Conforme a questa fede voglio sempre vivere. Signore accresci la mia fede. Amen

Alcuni riferimenti biblici
Mt 6, 25-34    La presenza provvidente e paterna di Dio
Is 40, 11          L'atteggiamento paterno di Dio
Gv 15, 1-17    Rimanete nel mio amore
Ef 3, 14-19     Che il Cristo abiti nei vostri cuori






IL DIAMANTE DELLA SPERANZA
È la certezza dell’aiuto dall’Alto


Nel sogno Don Bosco ricorda di:
  • Sperare  nel Signore, non negli uomini. «È meglio rifugiarsi nel Signore, che confidare nei potenti».
  • La Speranza  è la certezza di una presenza, ieri, oggi e sempre.
  • La Speranza è radicata nella risurrezione di Cristo.
  • La Speranza è, quindi, la certezza di essere fatti per la Vita: la vita nel tempo e nell’eternità!
  • I discepoli di ogni tempo implorano: «Resta con noi, Signore, che si fa sera». Cristo risponde prontamente: «Sì, resto con voi, in voi, per voi».


Il rischio, la tentazione….
Come è possibile rimanere indifferenti a questo amore che si fa Vita per noi, che si fa nutrimento e sostegno ogni giorno? Come è possibile banalizzare o deridere questa Presenza?
Eppure molti giovani, oggi, non si sono ancora ‘scontrati’ con il Dio della Vita! Molti sono indifferenti e non vogliono chiamare con il loro nome le attese e i desideri che si portano nel cuore.
Al mattino, quando ti alzi, se sollevi lo sguardo al Cielo e hai il coraggio di dire ‘grazie’ perché ti sei svegliato o perché puoi vivere, sei un giovane di Speranza. Sarai capace di lasciare dei segni di gioia, di vita, di speranza.
Sii un giovane ‘certo’, sicuro, dell’Amore di Dio!




Per un cammino nella speranza
  • Innanzitutto la gioia. Impara a vivere nella gioia, nell’ottimismo, nella serena percezione che Dio ha cura di te.
  • Ama la Vita! Coltiva su di essa, uno sguardo contemplativo. È lo sguardo di chi vede la vita nella sua profondità, cogliendone le dimensioni di gratuità, di bellezza, di provocazione alla libertà e alla responsabilità.
  • «Prenditi cura di tutta la vita e della vita di tutti».


Azione
Leggi molto spesso il brano del vangelo di Mt 6,25-24 «Per la vostra vita non affannatevi!» (riportato qui sotto), per consolidare in te la certezza che Dio è il Dio vivo e operante e per questo è il Dio della Speranza.

Preghiera
Dal Vangelo di Matteo (6,25-34)
«Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena».

Atto di Speranza
Mio Dio, spero dalla tua bontà, per le tue promesse e per i meriti di Gesù Cristo, nostro Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere, che io debbo e voglio fare. Signore che io possa goderti in eterno.

Magnificat
(È uno dei canti più belli di Speranza!)

L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente
e santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri Padri,
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.


IL DIAMANTE DELLA CARITÀ
È il saper portare i pesi gli uni degli altri


Nel sogno Don Bosco ricorda che:
  • «Deus caritas est!». Dio è Carità! Da lui trae origine ogni forma di amore e di disponibilità.
  • La carità è un costante atteggiamento di sincero amore verso le persone. Una carità che si fa concreta sollecitudine per tutti.
  • «Amate e sarete amati». La carità fa del bene, prima di tutto, alla persona che generosamente dona.
  • La carità è un farsi tutto a tutti senza riserve. Don Bosco ama i giovani che si donano con gioia e senza riserve. La carità diventa luogo di formazione e di gioia.
  • Ogni giovane viene educato, nell’ambiente salesiano, alla disponibilità e al sacrificio (essere giovani per i giovani). ‘Servizio’ è il nome della carità all’Oratorio di don Bosco.
  • Servizio svolto a vari livelli (assistenza, lavoro educativo e manuale, prendersi cura - angeli custodi - disponibilità varia…).


Il rischio, la tentazione….
«Negligenza nel darsi alle cose di Dio. Amano e cercano i gusti propri». Così don Bosco descrive il giovane che non è capace di vivere la carità.
Oggi si fa molto per gli altri, è vero. Ma qual è la motivazione del servizio? Gratificazione personale o gratuità evangelica? Quanto è programmata la carità e quanto è, al contrario, spontanea? In che misura un giovane è capace di cogliere le ‘occasioni’ e le opportunità caritative  che la vita presenta? Sono domande da fare a giovani che fanno fatica ad essere ‘gratuiti’ e generosi. La carità mi fa cercare sempre il bene degli altri.
“Vivere la vita come un dono” non è solo uno slogan, ma è la formula per raggiungere la propria realizzazione.
«La carità non abbia finzioni!». Questa affermazione di S. Paolo ci dovrebbe scuotere dalle nostre mediocrità e tiepidezze!

Per un cammino nella carità
  • Inizia ad allenarti nella carità concreta in famiglia (disponibilità, servizio, attenzioni, gentilezza, parole buone, generosità).
  • Scegli una pagina di Vangelo che sostenga il tuo dono e dia ragione, motivi, alla tua gratuità.
  • Alimenta la tua capacità di gratuità curando la tua partecipazione all’Eucaristia. Solo lì si comprende cosa significhi ‘dare la vita’ gratuitamente.
  • Nutriti di buoni esempi scegliendo una biografia di un Santo della carità: leggi, medita, imita.

Azione
Vivi concretamente la carità in uno degli atteggiamenti suggeriti da S. Paolo nella 1Cor 13 (che trovi qui riportata).

Preghiera

Dalla Prima Lettera ai corinzi (13,4-13)
«La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia.  Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!».

Atto di carità
Mio Dio, ti amo con tutto il cuore sopra ogni cosa, perchè sei bene infinito e nostra eterna felicità; e per amor tuo amo il prossimo come me stesso e perdono le offese ricevute. Signore, che io ti ami sempre più.


Prenditi del tempo per leggere e meditare  attentamente le parole dell’istituzione dell’Eucaristia: Mt 26,26-29; Mc 14,22-25; Lc 22,15-20; 1 Cor 11,23-26. Sono parole che indicano a noi cristiani la logica della carità: una vita ‘spezzata’ e donata per tutti.

Padre, rendici degni di servire
   Beata  Teresa di Calcutta

Padre, rendici degni
di servire i tuoi figli e nostri fratelli,
che in mezzo al mondo vivono e muoiono
nella povertà e nella fame.
Da’ loro, attraverso
le nostre mani e il nostro cuore,
il pane quotidiano, la pace e la gioia.
Padre, donaci oggi e sempre
la fede che sa vedere e servire
Gesù, tuo Figlio, nei poveri.
Fa’, o Padre, che diventiamo un tralcio
genuino e fruttuoso di Gesù, vera vite,
accettandolo in noi
come la verità che dobbiamo annunciare,
come la vita che dobbiamo vivere,
come la luce che dobbiamo accendere,
come l’amore che dobbiamo comunicare,
come la via che dobbiamo percorrere,
come la gioia che dobbiamo donare,
come la pace, che dobbiamo diffondere,
come il sacrificio che dobbiamo offrire
per la salvezza del mondo.

Concedimi, Padre buono   
        S. Benedetto

Degnati di concedermi, Padre buono e santo,
un'intelligenza che ti comprenda,
un sentimento che ti senta,
un animo che ti gusti,
una diligenza che ti cerchi,
una sapienza che ti trovi,
uno spirito che ti conosca,
un cuore che ti ami,
un pensiero che sia rivolto a te,
un'azione che ti dia gloria,
un udito che ti dia ascolto,
degli occhi che ti guardino,
una lingua che ti confessi,
una parola che ti piaccia,
una pazienza che ti segua,
una perseveranza che ti aspetti,
una fine perfetta e le tua santa presenza,
la risurrezione, la ricompensa
e la vita eterna.

Ottienimi un cuore nuovo

O Don Bosco, che non hai cercato
altro che la gloria di Dio e la salvezza delle anime,
ottienimi un cuore generoso.

Tu che hai avuto, come Cristo,
compassione di ogni miseria,
ottienimi un cuore che sappia compatire.

Tu che non ti sei mai fermato
alle belle formule e ai sentimenti superficiali,
ottienimi un cuore che sappia amare sul serio.

Tu che sei sempre andato avanti
nonostante le incomprensioni, le difficoltà e le fatiche,
ottienimi un cuore coraggioso.

Tu che hai sempre servito Dio
e gli altri con serenità, ottimismo e gioia,
ottienimi un cuore allegro.

Tu che hai teneramente
amato e servito Maria Santissima,
ottienimi un cuore puro e filiale.

Tu che, in modo mirabile,
hai imitato Cristo servo del Padre e dei suoi fratelli,
ottienimi un cuore simile al tuo
per essere simile a quello di Cristo.
Amen.

IL DIAMANTE DEL LAVORO
È l’impegno serio e costante nei propri doveri


Nel sogno Don Bosco ricorda che:
  • Il lavoro è un’arma potente contro tutte le tentazioni del demonio.
  • Il lavoro, l’esatto compimento dei propri doveri, è indispensabile ad un giovane che vuole vincere la pigrizia e l’oziosità.
  • L’esatto compimento dei doveri non solo ti rende forte e capace di impiegare bene il tempo, ma ti offre la possibilità di realizzarti e di contribuire al bene comune.


Il rischio, la tentazione….
Lavorare oggi! Da  una parte c’è l’incertezza della stabilità lavorativa, dall’altra c’è la fatica dell’impegno personale a lavorare con serietà e costanza. Oggi il rischio più grande per i giovani è quello di non saper gestire bene il loro tempo. Troppo tempo sciupato, perso, organizzato e occupato male!
«Il sonno, il furto e l’oziosità» è la realtà che don Bosco vede sul manto tarlato. Il rimedio a questi ‘tarli’ è la serietà, l’impegno e la laboriosità. Sono questi gli atteggiamenti da coltivare per combattere la tentazione della  svogliatezza e della ‘poltroneria’.
Occorre ricuperare il bello di una vita laboriosa: «che ‘trasforma’ e rende l’uomo in un certo senso più uomo». Ricuperare il valore di un lavoro che offre la possibilità di un guadagno serio, da gestire con responsabilità per la vita, senza eccessi e sprechi.

Per un cammino nel lavoro
  • Impara, per prima cosa, ad utilizzare bene il tempo.
  • Vivi il tuo lavoro/studio come partecipazione all’opera creatrice di Dio.
  • Cerca di fuggire “l’immobilismo”. Non lasciarti annientare dalla pigrizia: sii grintoso e coraggioso in ogni tua attività.
  • Sii ordinato ed equilibrato nel tuo lavoro/studio. Alzati per tempo e vai a riposare presto. Evita gli eccessi.

Azione
Programma bene la tua giornata. Cerca di renderla “ordinata” in maniera intelligente.
Verifico ogni sera la serietà e la responsabilità del lavoro? Mi sono guadagnato con impegno il pane quotidiano?
Guardo con simpatia S. Giuseppe, modello di laboriosità e ne invoco l’aiuto?

Preghiera
Preghiera per essere responsabili nel lavoro
Ti scopriamo, nostro Creatore, un Dio che lavora:
impasti, plasmi, costruisci, scavi, stendi, coltivi, pascoli,curi, pensi, insegni.
Se tu lavori,
allora ogni nostro lavoro dice qualcosa del tuo lavoro.
Poni tra le nostre mani laboriose il dono del creato,
ci chiami a trasformarlo e a ricostruire
l’armonia dell’intera creazione.
Custodendo e coltivando le opere del creato,
ubbidendo alle indicazioni racchiuse nelle cose,
ci inseriamo nella tua attività creatrice,
ne prolunghiamo lo slancio,
la conduciamo al suo fine.
Ma il nostro lavoro, Signore, conosce anche il limite,
la vanità, il peccato, l’ingiustizia.
Dona al nostro agire di riflettere,
come uno specchio, il tuo agire.

Il Vangelo del lavoro
Ti rivedo, Maria, affaccendata nella tua casa di Nazareth, attenta ad attizzare il fuoco per cucinare, a ramazzare, a lavare e pulire il tuo bambino che, come tutti gli altri, rientrava a casa sporco per i giochi fatti sull’uscio di casa.

Ti rivedo Giuseppe mentre lavori il legno nella tua bottega di Nazareth; passi più volte la pialla, smussi con lo scalpello gli spigoli, fissi i chiodi con il martello e intanto con pazienza insegni a quel figlio che non è tuo i trucchi del mestiere.

Diteci, che cosa pensavate mentre lavoravate? Svelateci il segreto dei vostri pensieri, le richieste delle vostre preghiere, le ansie delle vostre preoccupazioni, le incertezze, nonostante la vostra grande fede, che vi hanno lacerato l’anima al pensiero del progetto per cui Dio vi aveva scelto.
Abbiamo bisogno di case come la vostra per poter respirare amore, essenzialità, dignità del lavoro umile e onesto. Regalateci il senso del limite, la gioia di un lavoro semplice, la coscienza che tutto ci è donato, la felicità di impegnarci per abbellire il nostro mondo.


(n.4)  La Chiesa trova già nelle prime pagine del Libro della Genesi la fonte della sua convinzione che il lavoro costituisce una fondamentale dimensione dell’esistenza umana sulla terra (..) Quando l’uomo, fatto ‘a immagine di Dio… maschio e femmina, sente le parole: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela”, anche se queste parole non si riferiscono direttamente ed esplicitamente al lavoro, indirettamente già glielo indicano la stessa essenza più profonda. L’uomo è immagine di Dio, tra l’altro, per il mandato ricevuto dal suo Creatore di soggiogare, di dominare la terra. Nell’adempimento di tale mandato, l’uomo, ogni essere umano, riflette l’azione stessa del Creatore dell’universo.

 (n.6)  Colui, il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto, dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale, presso un banco di carpentiere. Questa circostanza costituisce da sola il più eloquente “Vangelo del lavoro”, che manifesta come il fondamento per determinare il valore del lavoro umano non sia prima di tutto il genere di lavoro che si compie, ma il fatto che colui che lo esegue è una persona. (…) In ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo – fosse pure il lavoro più “di servizio”, più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante – rimane sempre l’uomo stesso.




IL DIAMANTE DELLA  TEMPERANZA
È il dominio di sé, l’equilibrio, la misura


Nel sogno Don Bosco ricorda che:
  • «Il fuoco si spegne se togli la legna». La temperanza è la capacità di equilibrio e di misura in tutto quello che compi.
  • La temperanza è il frutto della capacità personale di frenare le proprie reazioni e passioni.
  • È la capacità di avere ‘buon senso’ in ogni cosa, così da avere comportamenti e reazioni equilibrate.

Il rischio, la tentazione….
Don Bosco riconosce che nella vita di un giovane, quando manca il controllo, c’è disordine. Nel sogno vede questa scritta, corrispondente alla mancanza di temperanza: «Gola: loro dio è il ventre».
Oggi esiste un soggettivismo mostruoso che rende squilibrata la vita e le relazioni. “Tutto mi è permesso”: sfrenatezza, disordine, gola, sensualità….
Il bello di una vita temperante è la gioia di vivere nella serenità e nell’ordine ogni relazione. Giustamente gli antichi affermavano che: «La temperanza è la madre della salute»


Per un cammino nella temperanza
  • Anzitutto ordine e verifica di ogni azione.
  • Controllo degli occhi, della gola, dei sensi.
  • Capacità di equilibrio e serietà nelle scelte quotidiane, ispirate ai valori evangelici.
  • Conoscere bene i rischi e le conseguenze di una vita non temperante.
  • Imparare a praticare un po’ di “mortificazione” (= dare morte al negativo che c’è in me): nella gola, negli spettacoli, nell’uso del computer, cellulare… È una salutare ‘igiene’ mentale, spirituale e fisica, che ti aiuterà a progredire nel cammino di maturazione e realizzazione.


Azione
Verifica attentamente la tua giornata per imparare ad essere temperante in ogni comportamento.
Possono aiutarti queste domande per mettere bene sotto la lente la tua giornata:
Ø  È veramente equilibrato il mio ordine del giorno?
Ø  Ho tempo a sufficienza per il dialogo con la mia famiglia, i miei amici, per il silenzio, la preghiera e per il riposo?
Ø  Mi prendo il tempo necessario per i pasti o trovo solo il tempo per ingozzarmi?
Ø  È bene organizzato il mio tempo, oppure mi lascio spingere da un’occupazione all’altra?
Ø  Sono capace di ‘misura’ nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione sociale?


Preghiera

Equilibrio  (S. Agostino)
Signore, rendici
credibili senza arroganza,
allegri senza superficialità,
seri senza disperazione,
onesti senza presunzione,
severi senza cattiveria,
forti senza durezza,
buoni senza debolezza,
misericordiosi senza lasciare fare,
altruisti senza esibizione,
pacifici senza falsità,
vigilanti senza fissazioni,
sani senza indolenza,
sicuri senza imprudenza,
poveri senza miseria,
ricchi senza avarizia,
prudenti senza diffidenza.
Fa' che diventiamo
istruiti senza volerlo però sembrare,
concilianti ma inclini alla saggezza,
generosi ma non impazienti,
ospitali ma sobri;
fa' che lavoriamo con le nostre mani
ma senza confidare in noi stessi.
Manda in noi la luce, togli da noi
le tenebre dell'ignoranza.
Tu che vivi nei secoli dei secoli.

Lodi di Dio altissimo  S. Francesco d’Assisi
Tu sei santo, Signore, solo Dio,
che operi cose meravigliose.
Tu sei forte, Tu sei grande, Tu sei altissimo,
Tu sei re onnipotente, Tu, Padre santo,
re del cielo e della terra.
Tu sei trino ed uno, Signore Dio degli dèi,
Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene,
il Signore Dio vivo e vero.
Tu sei amore e carità, Tu sei sapienza,
Tu sei umiltà, Tu sei pazienza,
Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine,
Tu sei sicurezza, Tu sei quiete.
Tu sei gaudio e letizia,
Tu sei la nostra speranza, Tu sei giustizia,
Tu sei temperanza,
Tu sei tutta la nostra ricchezza a sufficienza.
Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine.
Tu sei protettore,
Tu sei custode e nostro difensore,
Tu sei fortezza, Tu sei refrigerio.
Tu sei la nostra speranza,
Tu sei la nostra fede, Tu sei la nostra carità.
Tu sei tutta la nostra dolcezza,
Tu sei la nostra vita eterna,                                                                                                        
grande e ammirabile Signore,
Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.



Alcuni riferimenti biblici

Sap. 8,7    «Se uno ama la giustizia,
le virtù sono il frutto delle sue fatiche.
Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza,
la giustizia e la fortezza,
delle quali nulla è più utile agli uomini nella vita».

Sir. 6,2-4   «Non ti abbandonare alla tua passione,
perchè non ti strazi come un toro furioso;
divorerà le tue foglie e tu perderai i tuoi frutti,
sì da renderti come un legno secco.
Una passione malvagia rovina chi la possiede
e lo fa oggetto di scherno per i nemici».

Lc 8,14  «Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione».

Lc 21,34-35  «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra».




IL DIAMANTE DELLA OBBEDIENZA
È credere all’Amore di Dio


Nel sogno Don Bosco ricorda che:
  • L’obbedienza è la piena disponibilità all’amore di Dio. Per questo l’obbedienza è tutto nella vita cristiana.
  • Obbedienza significa ascoltare e mettere in pratica la Parola di Dio, così come ha fatto Maria, Madre della Chiesa e Ausiliatrice dei cristiani.
  • Un giovane che sa vivere in questo modo, mette la base per una vita ‘virtuosa’, ossia  una vita onesta e leale.
  • L’obbedienza, che è docilità alle richieste dell’Amore di Dio, è la strada sicura per giungere alla santità, alla gioia vera: «È la base e il coronamento - scrive don Bosco - dell’edificio della santità».

Il rischio, la tentazione….
Il rischio più forte per un giovane oggi è il ‘vuoto’ di riferimenti. Non si sa più a chi consegnarsi e di chi fidarsi. L’obbedienza cristiana ci suggerisce l’atteggiamento dell’abbandono in Colui al quale «nulla è impossibile».
Troppi giovani ‘rischiano’ lasciando senza contenuto la loro vita. Giustamente don Bosco, nel manto tutto tarlato, al posto dell’obbedienza non trova nulla, c’è il vuoto. È il simbolo di una vita senza significato e fondamento. Altra tentazione oggi a cui far fronte è la mancanza di disponibilità. Troppe persone non riescono a ‘gustare’ il bello della vita perché non sono disponibili  a vivere le esigenze del Vangelo.

Per un cammino nella obbedienza
  • Impara ad avere ogni giorno il Vangelo come riferimento delle tue giornate. Leggilo volentieri e in modo costante.
  • Riconosci l’Amore di Dio in te e attorno a te. Prova a ‘rispondere’ a questo amore, obbedendo alla logica dell’amore.
  • Sii obbediente alla guida spirituale come mediazione del Signore. Se non possiedi ancora una guida, è arrivato il momento di trovarla!
  • Vivi parte del tuo tempo in ginocchio, davanti al Signore, per ascoltarlo e rafforzare la tua disponibilità ad obbedire alla sua Parola.
  • Renditi disponibile. Non lasciarti sfuggire le occasioni per vivere le esigenze del Vangelo e della vita cristiana.


Azione
Rileggi alcuni brani evangelici e mettili a confronto con la tua vita, chiedendoti se sei obbediente, «consegnato» a queste richieste:

Gv 21,15-23  «Mi ami tu?»
Mt 8, 23-27  «Perché avete paura?»
Mt 11, 28-30  «Venite a me»
Mt 14, 22-23  «Sono io, non abbiate paura»
Lc 10,38-42 «Una sola è la cosa di cui c'è bisogno»
Gv 10,1-18 «Io sono il buon pastore»
Gv 14, 1-11 «Io sono la via, la verità e la vita»
Gv 15, 1-17 «Rimanete in me»




Preghiera
Rifletti e medita su queste affermazioni ai giovani del Beato Giovanni Paolo II.

«Ascoltate la voce di Gesù nel profondo dei vostri  cuori! Le sue parole vi dicono chi siete in quanto cristiani. Vi insegnano che cosa dovete fare per rimanere nel suo amore»

«Se, nel profondo del vostro cuore, sentite risuonare la chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata, non abbiate paura di seguire Cristo sulla strada della Croce».

«Anche se sono vissuto fra molte tenebre, sotto duri regimi totalitari, ho visto abbastanza per essere convinto in maniera incrollabile che nessuna difficoltà, nessuna paura è così grande da poter soffocare completamente la speranza che zampilla eterna nel cuore dei giovani».

«Scegliete tra la vita e la morte, fra la verità e la menzogna. Non lasciate che la speranza muoia! Noi non siamo la somma delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti; al contrario, siamo la somma dell'Amore del Padre per noi e della nostra reale capacità di divenire l'immagine del Figlio suo».

«Il sale condisce e dà sapore al cibo. Nel seguire Cristo, voi dovete cambiare e migliorare il 'gusto' della storia umana. Con la vostra fede, speranza e amore, con la vostra intelligenza, coraggio e perseveranza, dovete umanizzare il mondo nel quale viviamo».




Salmo 130  «Il salmo della consegna»
Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.
            Io sono tranquillo e sereno
            come un bimbo in braccio a sua madre,
            come un bimbo svezzato è l'anima mia.
Speri Israele nel Signore,
ora e sempre.



IL DIAMANTE DELLA POVERTÀ
È l’atteggiamento del cuore di semplicità e fiducia


Nel sogno Don Bosco ricorda che:
  • La povertà è quell’atteggiamento del cuore che mi fa essere vicino ai poveri, non con le parole ma con i fatti.
  • Esige uno stile di vita fatto di sobrietà e semplicità. È necessario amare l’essenzialità per assomigliare al Signore Gesù.
  • È amare la semplicità per concentrarsi su ciò che veramente ha valore: «Essa ci apre le porte del Cielo!».
  • «Letto , vestito, bevande e denaro». È il ritratto del ‘ricco’ che pensa solo a se stesso e non ha tempo e risorse per gli altri. Guardati dall’essere eccessivamente rilassato nel concederti ogni comodità.


Il rischio, la tentazione….
Seguire Gesù, come cristiani, comporta uno stile di vita semplice e sobrio che rende capaci di rinunciare al superfluo, di dominare gli istinti e di aprirsi agli altri. È proprio questa la fatica e la tentazione di oggi. Abbiamo tutto e facciamo fatica a rinunciare a qualcosa. Preferiamo il ‘rilassamento’ alla essenzialità. Troppi giovani sono legati a quello che hanno più che a quello che sono! Vivono così nell’avarizia e non nella generosità, nell’avidità e nello spreco, piuttosto che nella condivisione. I troppi beni addormentano il senso della riconoscenza. Consideriamo tutto come dovuto, tutto come scontato e, invece, «che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1 Cor 4,7). Forse occorre che torniamo a dire grazie, ad essere riconoscenti, a meravigliarci delle cose, a non lagnarci troppo se ci manca qualcosa.

Per un cammino nella povertà
Ti indico alcuni passi per vivere concretamente e personalmente la povertà evangelica: 
  • possiedo sempre troppo per me stesso?
  • sono convinto che nulla mi è dovuto?
  • normalmente scelgo per me quello che è comune e ordinario?
  • mi ricordo di chi è nelle strettezze quando uso i beni di questo mondo?
  • sono disponibile al servizio del prossimo in modo disinteressato?
  • sono sensibile ai bisogni del prossimo, anche se non espressi?
  • conto sull’aiuto di Dio quando si tratta di servirlo? (“Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarà dato come sovrappiù”)

Azione
«Anche se uno è nell’abbondanza, la sua felicità non dipende dai suoi beni» (Lc 12,15). Continuamente i vangeli ci mettono in guardia dai pericoli della ricchezza. Davvero c’è il pericolo di perdersi nell’abbondanza e di fallire la vita.
Imposta la tua giornata sull’essenzialità: prova a fare un elenco di cose di cui puoi fare a meno. Prova ad accontentarti del necessario e verifica la tua capacità di condivisione.


Preghiera di san Charle de Foucauld  (Opere Spirituali)

«O mio Signore Gesù, come sarà presto povero colui che amandoti con tutto il suo cuore non potrà sopportare d’essere più ricco del suo Beneamato. O mio Signore Gesù, come sarà presto povero colui che, pensando che tutto ciò che si fa ad uno di questi piccoli lo si fa a Te, che tutto ciò che ad essi non si fa, non lo si fa a Te, allevierà tutte le miserie alla sua portata. Come sarà presto povero colui che accoglierà con fede le tue parole: «Se vuoi essere perfetto, vendi quanto hai e dallo ai poveri... Beati i poveri… chiunque avrà abbandonato i suoi beni per me, riceverà quaggiù cento volte di più e in cielo la vita eterna…» e tante altre…O mio Dio, io non so se è possibile a certe anime vederti povero e restare volentieri ricche, vedersi talmente più grandi dei loro Maestro, del loro Beneamato, non voler rassomigliarTi in tutto, per quanto dipende da esse, e soprattutto nelle tue umiliazioni; io voglio, sì, che esse Ti amino, o mio Dio, ma tuttavia credo che manchi qualcosa al loro amore, e che comunque io non posso concepire l’amore senza un bisogno, un bisogno imperioso di conformità, di rassomiglianza e soprattutto di partecipazione a tutte le pene, a tutte le difficoltà, a tutte le asprezze della vita…Essere ricco, a mio agio, vivere dolcemente coi miei beni, quando Tu sei stato povero, in ristrettezze, vivendo penosamente di un faticoso lavoro in quanto a me non lo posso, o mio Dio…, io non posso amare così».



DIAMANTE DELLA CASTITÀ
È la capacità di amare in modo ordinato


Nel sogno Don Bosco ricorda che:
  • I puri di cuore  vedono i segreti di Dio e contemplano Dio stesso.
  • Chi vive l’amore in modo ‘ordinato’ emana una luce tutta speciale che attira, affascina e rimanda a Dio.
  • La castità è per un giovane necessaria se vuole educare il suo cuore ad amare in modo pieno e duraturo.
  • Tutti i giovani capaci di impegno in questo campo sono in grado di costruire amicizie profonde e costruttive.
  • Imparare ad amare esige un cammino di educazione del cuore, lottando contro la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita.

Il rischio, la tentazione….
La realtà della sessualità è buona, bella e santa, perché Dio l’ha iscritta nella nostra corporeità: non bisogna avere paura. È, nello stesso tempo, una realtà molto fragile, delicata, costruita su equilibri sottilissimi, che è molto facile alterare e qualche volta sbilanciare, con ripercussioni serie sull’equilibrio della persona. Troppi giovani in questo campo ‘si fanno del male’. Il rischio è quello di banalizzare la sessualità, oppure ridurla a consumo innocuo. Una sessualità soltanto «genitale», vissuta selvaggiamente, in qualche modo dissocia la persona e ne soffoca le energie più alte, quali il pensare, il decidere, il perseverare, l’amare.
Non stupisce allora l’insistenza cristiana perché si stia lontano da occasioni di peccato e si coltivi la purezza anche sensuale, affettiva, psicologica e spirituale.

Per un cammino nella castità

Qualche mezzo pratico per crescere nella castità:

*Prima di tutto e sopra di tutto, coltivare una relazione assidua di amore forte con Gesù.

*In secondo luogo promuovere tutto quello che ci aiuta a elevare la nostra affettività. Per essere concreti:
  • Rispetto per il prossimo, specie quello dell’altro sesso;
  • Amicizia e comunione con persone e gruppi che condividono il valore della castità;
  • Creatività in ciò che facciamo e nel nostro lavoro;
  • Sapere dire di no a gratificazioni immediate e passeggere al fine di raggiungere beni più stabili.


Azione
Esercitati nel dono totale. Cerca di vivere con più impegno e ordine la gratuità nell’amare Dio e gli altri. L’educazione del tuo cuore passa attraverso l’impegno a lottare, quotidianamente e coraggiosamente, contro le forme di consumo immediato ed egoistico della tua sessualità.
Sii moderato e prudente nell’uso di internet! Ricordati: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio!».

Preghiera

Vieni, Spirito di fortezza  (Madre Anna Maria Canopi)

Vieni, Spirito di fortezza,
e accompagnaci nel nostro cammino,
perché vasto e pauroso è il deserto della prova,
dove il nemico ci assale
sorprendendoci con armi subdole e sleali.
Vieni, Spirito di fortezza,
a sostenere ogni nostro passo,
a ispirare ogni nostro pensiero,
a purificare ogni nostro desiderio,
affinché, seguendo Gesù,
la nostra fame altro cibo non cerchi
che la Parola di Dio,
la nostra fede non voglia trovare certezze
se non nel totale abbandono;
la nostra sete di grandezza
si appaghi unicamente
nella ricerca della gloria del Padre,
e il nostro cuore si apra a ricevere dal suo gratuito amore
la pura gioia del Regno dei cieli.
Amen.

Ci viene chiesto di amare in questo modo. 
Confrontati, prega e medita con la Parola di Dio  (1 Cor 13)

«Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità.  Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà».




DIAMANTE DEL PREMIO
È la gioia del Paradiso!


Nel sogno Don Bosco ricorda che:
  • «Un pezzo di Paradiso aggiusta tutto!». Non possiamo dimenticare la gioia del Paradiso come coronamento di ogni nostro sforzo.
  • È Dio stesso che ci vuole in Paradiso! Un giovane non può non guardare al Cielo per ravvivare la gioia del suo cristianesimo.
  • La gioia del Premio rafforza l’impegno e dona nuova energia a tutta l’azione caritativa, spirituale e umana.
  • La certezza che Dio ci vuole tutti in Paradiso rende il giovane capace di vigilanza e di attesa operosa nella carità.


Il rischio, la tentazione….
«Nostra eredità saranno i beni della terra», si legge nel manto tutto tarlato e consumato. La tentazione più ricorrente oggi è quella dell’orizzontalismo, cioè il vedere tutte le cose soltanto da un punto di vista umano. Molti giovani non sanno alzare lo sguardo e avere prospettive e orizzonti di senso! La qualità di una vita dipende anche dal senso che uno riesce ad attribuire ad ogni cosa che compie, compreso il soffrire e il morire.

Per un cammino nell’attesa del Paradiso
Prova ad impostare la tua vita su questi tre semplici registri, scoprirai la gioia, non solo dell’attesa del Paradiso, ma anche quella dell’incontro personale con Colui che ti attende nel Regno dei Cieli.

  • Vedere il Risorto: è un’esperienza di conversione continua e profonda.
  • Incontrare il Risorto: è un’esperienza di missione. Lo riconosci nelle pieghe delle tue giornate e delle tue relazioni.
  • Testimoniare il Risorto: è un’esperienza di relazione spirituale. È in gioco la tua capacità di essere segno credibile dell’amore di Dio.

Azione

La vita del cristiano è dunque vissuta “nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo”.  Ecco l’impegno quotidiano:

Un’attesa che si fa vigilanza per non lasciarsi prendere dal sonno, ma per tenersi pronti per accogliere il Signore che viene.
Un’attesa che è distacco. «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano» (Lc 21,34).
Un’attesa che è lotta contro ogni tentazione: «Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede» (1 Pt 5,8-9).
Un’attesa che è preghiera, per essere virtuosi: «Vegliate e pregate in ogni momento» (Lc 21,36).
Un’attesa operosa che è vita vissuta con impegno nello svolgimento dei propri doveri e nella carità verso il prossimo:  «Bene servo buono e fedele. Sei stato fedele nel poco… »(Lc 19, 12-26).



Preghiera

Dio della Vita,
Tu ci hai chiamato
alla comunione con Te
nella fedeltà
di un alleanza eterna
e personale,
donaci di vivere
il tempo presente
nella speranza
della vita senza fine,
dando ad ogni scelta
di questa vita che passa
la dignità e il sapore
di un atto che prepari
la gioia infinita
della partecipazione
al giorno senza tramonto
del Tuo Amore.
Allora, nella pace del Tuo Spirito,
canteremo per sempre
il cantico dei risorti,
uniti al Figlio Tuo,
Signore della nostra vita
e della storia,
unico vincitore
del peccato e della morte.
Amen.

Lettera a Diogneto
Medita questa meravigliosa pagina dei primi secoli e raccogli alcuni spunti per vivere la tua giornata in “attesa” e in “vigilanza”.

I cristiani non si distinguono dagli altri uomini, né per il territorio, né per la lingua, né per vestiti. Essi non abitano città loro proprie, non usano un linguaggio particolare, né conducono uno speciale genere di vita. Abitando in città greche o barbare, come a ciascuno è toccato in sorte, ed adattandosi agli usi del paese nel vestito, nel cibo e in tutto il resto del vivere, danno esempio di una loro forma di vita sociale meravigliosa, che, a confessione di tutti, ha dell'incredibile. Abitano la loro rispettiva patria, ma come gente straniera; partecipano a tutti i doveri come cittadini, e sopportano tutti gli oneri come stranieri. Ogni terra straniera è patria loro, e ogni patria è terra straniera. 

Si sposano come tutti gli altri e generano figli, ma non espongono i neonati. Vivono nella carne ma non secondo la carne. Passano la loro vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro tenore di vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti sono perseguitati. Non sono conosciuti e sono condannati; si dà loro la morte, ed essi ne ricevono la vita. Sono poveri e fanno ricchi molti; sono privi di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nel disprezzo trovano gloria; si fa oltraggio alla loro fama, e si aggiunge testimonianza alla loro innocenza. Insultati benedicono; si insolentisce contro di loro, ed essi trattano con riverenza. Fanno del bene, e sono puniti come malfattori; e, puniti, godono, quasi si dia loro vita. I giudei fanno loro guerra come razza straniera e gli Elleni li perseguitano; ma coloro che li odiano non sanno dire il motivo del loro odio. Per dirla con una parola, i cristiani sono nel mondo ciò che l'anima è nel corpo. L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo: anche i cristiani sono disseminati nelle città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo: anche i cristiani abitano nel mondo, ma non provengono dal mondo.

L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; anche i cristiani si sa che sono nel mondo; ma la loro pietà rimane invisibile. La carne odia l'anima e le fa guerra, senza averne ricevuto ingiuria, ma solo perché le proibisce di godere dei piaceri: anche il mondo odia i cristiani, che non gli hanno fatto alcun torto, solo perché essi s'oppongono ai piaceri. L'anima ama la carne, che l'odia, e le membra: anche i cristiani amano coloro che li odiano. L'anima è racchiusa nel corpo, ma essa stessa sostiene il corpo: anche i cristiani sono trattenuti nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L'anima immortale abita in una tende mortale: anche i cristiani dimorano come pellegrini tra le cose che si corrompono, in attesa dell'incorruttibilità dei cieli. Maltrattata nei cibi e nelle bevande, l'anima si fa migliore: anche i cristiani, puniti si moltiplicano di giorno in giorno. Tanto alto è il posto che ad essi assegnò Dio, né è loro lecito abbandonarlo.





DIAMANTE DEL DIGIUNO
È uno strumento per rinvigorire lo spirito


Nel sogno Don Bosco ricorda che:
  • Il digiuno è un elemento necessario per  camminare nella vita spirituale, nell’ascesi.
  • ti permette di dare, con più facilità, ‘morte’ a tutto ciò che ti allontana da Dio (mortificazione). La mortificazione scaccia ogni sorta di nemico. E’ «la sentinella di tutte le virtù».
  • aiuta a vivere la solidarietà e la condivisione.
  • aiuta a fare discernimento e ad avere una più lucida capacità di vedere le cose con gli occhi di Dio, quindi di decidere qualcosa di grande per la vita.

Il rischio, la tentazione….
Oggi assistiamo alla incapacità quasi assoluta di rinunciare a qualcosa e a fare digiuno. La società, soprattutto quella giovanile, è troppo indebolita e fiacca.  Non si crede più al valore del “digiuno” come arma potente per rafforzare la volontà e crescere interiormente. L’eccesso ha preso il posto alla sobrietà, l’apatia al vigore, la stanchezza alla fortezza.
Chi è capace di non essere schiavo delle cose, riesce a vivere nella libertà, nella freschezza  e nella gioia.

Per un cammino nel digiuno
Elenco alcuni comportamenti che possono facilmente rendere schiavi del superfluo e che possono rappresentare, a rovescio,  un cammino di educazione alla sobrietà:
§  il consumo alimentare senza moderazione;
§  l'uso eccessivo di bevande alcoliche e di fumo;
§  la ricerca incessante di cose superflue, accettando acriticamente ogni moda;
§  le spese abnormi che talvolta accompagnano le feste popolari e persino quelle religiose;
§  la ricerca smodata di forme di divertimento che non servono al necessario recupero psicologico e fisico;
§  l'occupazione frenetica, che non lascia spazio al silenzio, alla riflessione e alla preghiera;
§  il ricorso esagerato alla TV, internet, ecc…


Azione
I cristiani sono chiamati ad offrire una preziosa testimonianza di fede circa i veri valori della vita umana, favorendo la nostalgia e la ricerca di quella spiritualità di cui ogni persona ha grande bisogno.
Il digiuno dei cristiani deve diventare un segno concreto di comunione con chi soffre la fame e una forma di condivisione e di aiuto con chi si sforza di costruire una vita sociale più giusta e più umana. Prova a fissare nella tua giornata alcuni ‘digiuni’ che ti aiutano a crescere nella condivisione e nella solidarietà (Fatti aiutare dall’elenco di possibilità riportato qui sotto).


Preghiera

Signore, Dio della gioia e fonte della vita,
Tu solleciti il digiuno
perché ci educa a riconoscere il bisogno di te,
ci fa sentire fame e sete di te e della tua parola di vita (cf Mt 4, 4),
ci dispone alla preghiera e alla  supplica (Mt 17,21;Dn 9,3)
e ci rende forti contro lo spirito maligno (cf Mc 9,29).
Noi vogliamo e desideriamo ardentemente
che tu abbia il primato nella nostra vita
e nulla ci riempia e ci piaccia più di Te.  Amen.

Spirito Santo,
che hai condotto Gesù nel deserto,
dove Egli ha digiunato per 40 giorni e 40 notti ,
per l’intercessione di Maria SS., 
Madre di Gesù e Madre mia,
aiutaci a DIGIUNARE

1-     dal lamentarmi
2-     dal mormorare
3-     dal criticare
4-     dalle parole inutili e velenose
5-     dalle malignità
6-     dalle insinuazioni
7-     dai sospetti malevoli e maliziosi
8-     dalle inerzie
9-     dalle pigrizie
10- dai cibi più piacevoli e abbondanti
11- dagli hobby
12- dalla TV
13- dal PC
14- dalle curiosità
15- dai rimandi
16- da cose superflue
17- da bere cose diverse dall’acqua
18- dal prendere più caffé
19- da mezz’ora di sonno per la preghiera
20- da spese vane
21- da telefonate non necessarie
22- da visite inopportune
23- dal parlare di me per vanagloria
24- dall’aprire subito una lettera
25- dal raggiungere subito una cosa che mi piace
26- da sogni vanitosi
27- da invidie
28- da gelosie,
29- da risentimenti,
30- da disimpegni
31- da piaceri sensuali
32- da relazioni possessive
33- da amicizie pericolose
34- da discorsi e battute frivole e sconce
35- da relazioni esclusive ed escludenti
36- da abitudini che rovinano e bloccano
37- da passatempi dispersivi
38- da gesti di ricerca di me
39- dal far convergere l’attenzione su di me
40- dalla loquacità
41- dal disordine
42- dall’attivismo a scapito della preghiera
43- dai giudizi temerari e cattivi
44- dalla maldicenza
45- dai pettegolezzi
46- dalle evasioni deresponsabilizzanti
47- dalle bugie
48- dai bisogni falsi
49- dagli sguardi e atti impuri
50- dalle letture nocive


CONCLUSIONE

Una favola per riepilogare …

Un professore  terminò la lezione, poi pronunciò le parole di rito: «Ci sono delle domande?». Uno studente gli chiese: «Professore, quale è il significato della vita?». Qualcuno tra i presenti che si apprestavano ad uscire si mise a ridere. Il professore guardò a lungo lo studente, chiedendo con lo sguardo se era una domanda seria. Comprese che lo era e allora disse: «Le risponderò». Estrasse il portafoglio dalla tasca dei pantaloni, ne tirò fuori un pezzetto di specchio. Poi disse: «Ero bambino durante la guerra. Un giorno, sulla strada, vidi uno specchio andato in frantumi. Ne conservai il frammento più grande. Eccolo. Cominciai a giocarci e mi lasciai incantare dalla possibilità di riflettere la luce del sole negli angoli bui dove il sole non brillava mai: buche profonde, crepacci, ripostigli … conservai il piccolo specchio. Diventando uomo finii per capire che quello non era soltanto il gioco di un bambino, ma la metafora di quello che avrei potuto fare nella vita. Anch’io sono il frammento di uno specchio che non conosco nella sua interezza. Con quello che sono posso mandare la luce di quel Sole che è Gesù negli angoli bui del cuore degli uomini affinché qualcosa cambi in loro. In questo per me sta il significato della vita».

È una semplice storia, ma può illuminare maggiormente il messaggio che il sogno dei dieci diamanti ha voluto consegnarci: vivere la vita cristiana in modo luminoso e contagioso! Viverla senza scoraggiamenti e paure.
«Ieri comprendevi un poco; oggi comprendi di più; domani comprenderai ancora meglio: la luce di Dio cresce in te».
Questa affermazione di S. Agostino riassume in modo appropriato la logica di un percorso progressivo che ha come risultato lo splendore di quella luce, che è Dio, diamante di unica bellezza.

Caro giovane, la vita  è un’avventura troppo bella!

Non puoi e non devi renderla opaca per la tua superficialità o mediocrità. Non avere paura di faticare per cercare, conoscere e amare il diamante che dona un senso alla tua vita. Non perdere la gioia e l’entusiasmo della tua giovinezza, non arrenderti di fronte alle incertezze, ma affronta ogni ostacolo con serietà e responsabilità. Apprezzerai sempre più la chiarezza e la luminosità di Colui che ti ama, ti sceglie e ha cura di te, sempre!

San Francesco di Sales: “Dieu est le Dieu du coeur humain” [Dio è il Dio del cuore umano]


BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 2 marzo 2011

San Francesco di Sales

Cari fratelli e sorelle,

“Dieu est le Dieu du coeur humain” [Dio è il Dio del cuore umano] (Trattato dell’Amore di Dio, I, XV): in queste parole apparentemente semplici cogliamo l’impronta della spiritualità di un grande maestro, del quale vorrei parlarvi oggi, san Francesco di Sales, Vescovo e Dottore della Chiesa. Nato nel 1567 in una regione francese di frontiera, era figlio del Signore di Boisy, antica e nobile famiglia di Savoia. Vissuto a cavallo tra due secoli, il Cinquecento e il Seicento, raccolse in sé il meglio degli insegnamenti e delle conquiste culturali del secolo che finiva, riconciliando l’eredità dell’umanesimo con la spinta verso l’assoluto propria delle correnti mistiche. La sua formazione fu molto accurata; a Parigi fece gli studi superiori, dedicandosi anche alla teologia, e all’Università di Padova quelli di giurisprudenza, come desiderava il padre, conclusi in modo brillante, con la laurea in utroque iure, diritto canonico e diritto civile. 

Nella sua armoniosa giovinezza, riflettendo sul pensiero di sant’Agostino e di san Tommaso d’Aquino, ebbe una crisi profonda che lo indusse a interrogarsi sulla propria salvezza eterna e sulla predestinazione di Dio nei suoi riguardi, soffrendo come vero dramma spirituale le principali questioni teologiche del suo tempo. Pregava intensamente, ma il dubbio lo tormentò in modo così forte che per alcune settimane non riuscì quasi del tutto a mangiare e dormire. 

Al culmine della prova, si recò nella chiesa dei Domenicani a Parigi, aprì il suo cuore e pregò così: “Qualsiasi cosa accada, Signore, tu che tieni tutto nella tua mano, e le cui vie sono giustizia e verità; qualunque cosa tu abbia stabilito a mio riguardo …; tu che sei sempre giusto giudice e Padre misericordioso, io ti amerò, Signore […], ti amerò qui, o mio Dio, e spererò sempre nella tua misericordia, e sempre ripeterò la tua lode… O Signore Gesù, tu sarai sempre la mia speranza e la mia salvezza nella terra dei viventi” (I Proc. Canon., vol I, art 4). Il ventenne Francesco trovò la pace nella realtà radicale e liberante dell’amore di Dio: amarlo senza nulla chiedere in cambio e confidare nell’amore divino; non chiedere più che cosa farà Dio con me: io lo amo semplicemente, indipendentemente da quanto mi dà o non mi dà. Così trovò la pace, e la questione della predestinazione - sulla quale si discuteva in quel tempo – era risolta, perché egli non cercava più di quanto poteva avere da Dio; lo amava semplicemente, si abbandonava alla Sua bontà. E questo sarà il segreto della sua vita, che trasparirà nella sua opera principale: il Trattato dell’amore di Dio.

Vincendo le resistenze del padre, Francesco seguì la chiamata del Signore e, il 18 dicembre 1593, fu ordinato sacerdote. Nel 1602 divenne Vescovo di Ginevra, in un periodo in cui la città era roccaforte del Calvinismo, tanto che la sede vescovile si trovava “in esilio” ad Annecy. Pastore di una diocesi povera e tormentata, in un paesaggio di montagna di cui conosceva bene tanto la durezza quanto la bellezza, egli scrive: “[Dio] l’ho incontrato pieno di dolcezza e soavità fra le nostre più alte e aspre montagne, ove molte anime semplici lo amavano e adoravano in tutta verità e sincerità; e caprioli e camosci correvano qua e là tra i ghiacci spaventosi per annunciare le sue lodi” (Lettera alla Madre di Chantal, ottobre 1606, in Oeuvres, éd. Mackey, t. XIII, p. 223). 

E tuttavia l’influsso della sua vita e del suo insegnamento sull’Europa dell’epoca e dei secoli successivi appare immenso. E’ apostolo, predicatore, scrittore, uomo d’azione e di preghiera; impegnato a realizzare gli ideali del Concilio di Trento; coinvolto nella controversia e nel dialogo con i protestanti, sperimentando sempre più, al di là del necessario confronto teologico, l’efficacia della relazione personale e della carità; incaricato di missioni diplomatiche a livello europeo, e di compiti sociali di mediazione e di riconciliazione. 
Ma soprattutto san Francesco di Sales è guida di anime: dall’incontro con una giovane donna, la signora di Charmoisy, trarrà spunto per scrivere uno dei libri più letti nell’età moderna, l’Introduzione alla vita devota; dalla sua profonda comunione spirituale con una personalità d’eccezione, santa Giovanna Francesca di Chantal, nascerà una nuova famiglia religiosa, l’Ordine della Visitazione, caratterizzato – come volle il Santo – da una consacrazione totale a Dio vissuta nella semplicità e umiltà, nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie: “… voglio che le mie Figlie – egli scrive – non abbiano altro ideale che quello di glorificare [Nostro Signore] con la loro umiltà” (Lettera a mons. de Marquemond, giugno 1615). Muore nel 1622, a cinquantacinque anni, dopo un’esistenza segnata dalla durezza dei tempi e dalla fatica apostolica.

Quella di san Francesco di Sales è stata una vita relativamente breve, ma vissuta con grande intensità. Dalla figura di questo Santo emana un’impressione di rara pienezza, dimostrata nella serenità della sua ricerca intellettuale, ma anche nella ricchezza dei suoi affetti, nella “dolcezza” dei suoi insegnamenti che hanno avuto un grande influsso sulla coscienza cristiana. Della parola “umanità” egli ha incarnato diverse accezioni che, oggi come ieri, questo termine può assumere: cultura e cortesia, libertà e tenerezza, nobiltà e solidarietà. Nell’aspetto aveva qualcosa della maestà del paesaggio in cui è vissuto, conservandone anche la semplicità e la naturalezza. Le antiche parole e le immagini in cui si esprimeva suonano inaspettatamente, anche all’orecchio dell’uomo d’oggi, come una lingua nativa e familiare.


A Filotea, l’ideale destinataria della sua Introduzione alla vita devota (1607), Francesco di Sales rivolge un invito che poté apparire, all’epoca, rivoluzionario. E’ l’invito a essere completamente di Dio, vivendo in pienezza la presenza nel mondo e i compiti del proprio stato. “La mia intenzione è di istruire quelli che vivono nelle città, nello stato coniugale, a corte […]” (Prefazione alla Introduzione alla vita devota). Il Documento con cui Papa Pio IX, più di due secoli dopo, lo proclamerà Dottore della Chiesa insisterà su questo allargamento della chiamata alla perfezione, alla santità. Vi è scritto:“[la vera pietà] è penetrata fino al trono dei re, nella tenda dei capi degli eserciti, nel pretorio dei giudici, negli uffici, nelle botteghe e addirittura nelle capanne dei pastori […]” (Breve Dives in misericordia, 16 novembre 1877). 

 Nasceva così quell’appello ai laici, quella cura per la consacrazione delle cose temporali e per la santificazione del quotidiano su cui insisteranno il Concilio Vaticano II e la spiritualità del nostro tempo. Si manifestava l’ideale di un’umanità riconciliata, nella sintonia fra azione nel mondo e preghiera, fra condizione secolare e ricerca di perfezione, con l’aiuto della Grazia di Dio che permea l’umano e, senza distruggerlo, lo purifica, innalzandolo alle altezze divine. A Teotimo, il cristiano adulto, spiritualmente maturo, al quale indirizza alcuni anni dopo il suo Trattato dell’amore di Dio (1616), san Francesco di Sales offre una lezione più complessa. Essa suppone, all’inizio, una precisa visione dell’essere umano, un’antropologia: la “ragione” dell’uomo, anzi l’“anima ragionevole”, vi è vista come un’architettura armonica, un tempio, articolato in più spazi, intorno ad un centro, che egli chiama, insieme con i grandi mistici, “cima”, “punta” dello spirito, o “fondo” dell’anima. E’ il punto in cui la ragione, percorsi tutti i suoi gradi, “chiude gli occhi” e la conoscenza diventa tutt’uno con l’amore (cfr libro I, cap. XII). Che l’amore, nella sua dimensione teologale, divina, sia la ragion d’essere di tutte le cose, in una scala ascendente che non sembra conoscere fratture e abissi, san Francesco di Sales lo ha riassunto in una celebre frase: “L’uomo è la perfezione dell’universo; lo spirito è la perfezione dell’uomo; l’amore è quella dello spirito, e la carità quella dell’amore” (ibid., libro X, cap. I).

In una stagione di intensa fioritura mistica, il Trattato dell’amore di Dio è una vera e propria summa, e insieme un’affascinante opera letteraria. La sua descrizione dell’itinerario verso Dio parte dal riconoscimento della “naturale inclinazione” (ibid., libro I, cap. XVI), iscritta nel cuore dell’uomo pur peccatore, ad amare Dio sopra ogni cosa. Secondo il modello della Sacra Scrittura, san Francesco di Sales parla dell’unione fra Dio e l’uomo sviluppando tutta una serie di immagini di relazione interpersonale. Il suo Dio è padre e signore, sposo e amico, ha caratteristiche materne e di nutrice, è il sole di cui persino la notte è misteriosa rivelazione. Un tale Dio trae a sé l’uomo con vincoli di amore, cioè di vera libertà: “poiché l’amore non ha forzati né schiavi, ma riduce ogni cosa sotto la propria obbedienza con una forza così deliziosa che, se nulla è forte come l’amore, nulla è amabile come la sua forza” (ibid., libro I, cap. VI). 

Troviamo nel trattato del nostro Santo una meditazione profonda sulla volontà umana e la descrizione del suo fluire, passare, morire, per vivere (cfr ibid., libro IX, cap. XIII) nel completo abbandono non solo alla volontà di Dio, ma a ciò che a Lui piace, al suo “bon plaisir”, al suo beneplacito (cfr ibid., libro IX, cap. I). All’apice dell’unione con Dio, oltre i rapimenti dell’estasi contemplativa, si colloca quel rifluire di carità concreta, che si fa attenta a tutti i bisogni degli altri e che egli chiama “estasi della vita e delle opere” (ibid., libro VII, cap. VI).

Si avverte bene, leggendo il libro sull’amore di Dio e ancor più le tante lettere di direzione e di amicizia spirituale, quale conoscitore del cuore umano sia stato san Francesco di Sales. A santa Giovanna di Chantal, a cui scrive: “[…] Ecco la regola della nostra obbedienza che vi scrivo a caratteri grandi: FARE TUTTO PER AMORE, NIENTE PER FORZA - AMAR PIÙ L’OBBEDIENZA CHE TEMERE LA DISOBBEDIENZA. Vi lascio lo spirito di libertà, non già quello che esclude l’obbedienza, ché questa è la libertà del mondo; ma quello che esclude la violenza, l’ansia e lo scrupolo” (Lettera del 14 ottobre 1604). Non per niente, all’origine di molte vie della pedagogia e della spiritualità del nostro tempo ritroviamo proprio la traccia di questo maestro, senza il quale non vi sarebbero stati san Giovanni Bosco né l’eroica “piccola via” di santa Teresa di Lisieux.

Cari fratelli e sorelle, in una stagione come la nostra che cerca la libertà, anche con violenza e inquietudine, non deve sfuggire l’attualità di questo grande maestro di spiritualità e di pace, che consegna ai suoi discepoli lo “spirito di libertà”, quella vera, al culmine di un insegnamento affascinante e completo sulla realtà dell’amore. San Francesco di Sales è un testimone esemplare dell’umanesimo cristiano; con il suo stile familiare, con parabole che hanno talora il colpo d’ala della poesia, ricorda che l’uomo porta iscritta nel profondo di sé la nostalgia di Dio e che solo in Lui trova la vera gioia e la sua realizzazione più piena.

mercoledì 28 gennaio 2015

BENEDETTO XVI - UDIENZA GENERALE, 23 giugno 2010 San Tommaso d'Aquino (3)


BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 23 giugno 2010
San Tommaso d'Aquino (3)
Cari fratelli e sorelle,
vorrei oggi completare, con una terza parte, le mie catechesi su san Tommaso d’Aquino. Anche a più di settecento anni dopo la sua morte, possiamo imparare molto da lui. Lo ricordava anche il mio Predecessore, il Papa Paolo VI, che, in un discorso tenuto a Fossanova il 14 settembre 1974, in occasione del settimo centenario della morte di san Tommaso, si domandava: “Maestro Tommaso, quale lezione ci puoi dare?”. E rispondeva così: “la fiducia nella verità del pensiero religioso cattolico, quale da lui fu difeso, esposto, aperto alla capacità conoscitiva della mente umana” (Insegnamenti di Paolo VI, XII [1974], pp. 833-834). E, nello stesso giorno, ad Aquino, riferendosi sempre a san Tommaso, affermava: “tutti, quanti siamo figli fedeli della Chiesa possiamo e dobbiamo, almeno in qualche misura, essere suoi discepoli!” (Ibid., p. 836).
Mettiamoci dunque anche noi alla scuola di san Tommaso e del suo capolavoro, la Summa Theologiae. Essa è rimasta incompiuta, e tuttavia è un’opera monumentale: contiene 512 questioni e 2669 articoli. Si tratta di un ragionamento serrato, in cui l’applicazione dell’intelligenza umana ai misteri della fede procede con chiarezza e profondità, intrecciando domande e risposte, nelle quali san Tommaso approfondisce l’insegnamento che viene dalla Sacra Scrittura e dai Padri della Chiesa, soprattutto da sant’Agostino. In questa riflessione, nell’incontro con vere domande del suo tempo, che sono anche spesso domande nostre, san Tommaso, utilizzando anche il metodo e il pensiero dei filosofi antichi, in particolare di Aristotele, arriva così a formulazioni precise, lucide e pertinenti delle verità di fede, dove la verità è dono della fede, risplende e diventa accessibile per noi, per la nostra riflessione.  Tale sforzo, però, della mente umana – ricorda l’Aquinate con la sua stessa vita – è sempre illuminato dalla preghiera, dalla luce che viene dall’Alto. Solo chi vive con Dio e con i misteri può anche capire che cosa essi dicono.
Nella Summa di Teologia, san Tommaso parte dal fatto che ci sono tre diversi modi dell’essere e dell'essenza di Dio: Dio esiste in se stesso, è il principio e la fine di tutte le cose, per cui tutte le creature procedono e dipendono da Lui; poi Dio è presente attraverso la sua Grazia nella vita e nell’attività del cristiano, dei santi; infine, Dio è presente in modo del tutto speciale nella Persona di Cristo unito qui realmente con l'uomo Gesù, e operante nei Sacramenti, che scaturiscono dalla sua opera redentrice. Perciò, la struttura di questa monumentale opera (cfr. Jean-Pierre Torrell, La «Summa» di San Tommaso, Milano 2003, pp. 29-75), una ricerca con “sguardo teologico” della pienezza di Dio (cfr. Summa Theologiae, Ia, q. 1, a. 7), è articolata in tre parti, ed è illustrata dallo stesso Doctor Communis – san Tommaso - con queste parole: “Lo scopo principale della sacra dottrina è quello di far conoscere Dio, e non soltanto in se stesso, ma anche in quanto è principio e fine delle cose, e specialmente della creatura ragionevole. Nell’intento di esporre questa dottrina, noi tratteremo per primo di Dio; per secondo del movimento della creatura verso Dio; e per terzo del Cristo, il quale, in quanto uomo, è per noi via per ascendere a Dio” (Ibid., I, q. 2). È un circolo: Dio in se stesso, che esce da se stesso e ci prende per mano, così che con Cristo ritorniamo a Dio, siamo uniti a Dio, e Dio sarà tutto in tutti.
La prima parte della Summa Theologiae indaga dunque su Dio in se stesso, sul mistero della Trinità e sull’attività creatrice di Dio. In questa parte troviamo anche una profonda riflessione sulla realtà autentica dell’essere umano in quanto uscito dalle mani creatrici di Dio, frutto del suo amore. Da una parte siamo un essere creato, dipendente, non veniamo da noi stessi; ma, dall’altra, abbiamo una vera autonomia, così che siamo non solo qualcosa di apparente — come dicono alcuni filosofi platonici — ma una realtà voluta da Dio come tale, e con valore in se stessa.
Nella seconda parte san Tommaso considera l’uomo, spinto dalla Grazia, nella sua aspirazione a conoscere e ad amare Dio per essere felice nel tempo e nell’eternità. Per prima cosa, l’Autore presenta i principi teologici dell’agire morale, studiando come, nella libera scelta dell’uomo di compiere atti buoni, si integrano la ragione, la volontà e le passioni, a cui si aggiunge la forza che dona la Grazia di Dio attraverso le virtù e i doni dello Spirito Santo, come pure l’aiuto che viene offerto anche dalla legge morale. Quindi l'essere umano è un essere dinamico che cerca se stesso, cerca di divenire se stesso e cerca, in questo senso, di compiere atti che lo costruiscono, lo fanno veramente uomo; e qui entra la legge morale, entra la Grazia e la propria ragione, la volontà e le passioni. Su questo fondamento san Tommaso delinea la fisionomia dell’uomo che vive secondo lo Spirito e che diventa, così, un’icona di Dio. Qui l’Aquinate si sofferma a studiare le tre virtù teologali - fede, speranza e carità -, seguite dall’esame acuto di più di cinquanta virtù morali, organizzate attorno alle quattro virtù cardinali - la prudenza, la giustizia, la temperanza e la fortezza. Termina poi con la riflessione sulle diverse vocazioni nella Chiesa.
Nella terza parte della Summa, san Tommaso studia il Mistero di Cristo - la via e la verità - per mezzo del quale noi possiamo ricongiungerci a Dio Padre. In questa sezione scrive pagine pressoché insuperate sul Mistero dell’Incarnazione e della Passione di Gesù, aggiungendo poi un’ampia trattazione sui sette Sacramenti, perché in essi il Verbo divino incarnato estende i benefici dell’Incarnazione per la nostra salvezza, per il nostro cammino di fede verso Dio e la vita eterna, rimane materialmente quasi presente con le realtà della creazione, ci tocca così nell'intimo.
Parlando dei Sacramenti, san Tommaso si sofferma in modo particolare sul Mistero dell’Eucaristia, per il quale ebbe una grandissima devozione, al punto che, secondo gli antichi biografi, era solito accostare il suo capo al Tabernacolo, come per sentire palpitare il Cuore divino e umano di Gesù. In una sua opera di commento alla Scrittura, san Tommaso ci aiuta a capire l’eccellenza del Sacramento dell’Eucaristia, quando scrive: “Essendo l’Eucaristia il sacramento della Passione di nostro Signore, contiene in sé Gesù Cristo che patì per noi. Pertanto tutto ciò che è effetto della Passione di nostro Signore, è anche effetto di questo sacramento, non essendo esso altro che l’applicazione in noi della Passione del Signore” (In Ioannem, c.6, lect. 6, n. 963). Comprendiamo bene perché san Tommaso e altri santi abbiano celebrato la Santa Messa versando lacrime di compassione per il Signore, che si offre in sacrificio per noi, lacrime di gioia e di gratitudine.
Cari fratelli e sorelle, alla scuola dei santi, innamoriamoci di questo Sacramento! Partecipiamo alla Santa Messa con raccoglimento, per ottenerne i frutti spirituali, nutriamoci del Corpo e del Sangue del Signore, per essere incessantemente alimentati dalla Grazia divina! Intratteniamoci volentieri e frequentemente, a tu per tu, in compagnia del Santissimo Sacramento!
Quanto san Tommaso ha illustrato con rigore scientifico nelle sue opere teologiche maggiori, come appunto la Summa Theologiae, anche la Summa contra Gentiles è stato esposto anche nella sua predicazione, rivolta agli studenti e ai fedeli. Nel 1273, un anno prima della sua morte, durante l’intera Quaresima, egli tenne delle prediche nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Il contenuto di quei sermoni è stato raccolto e conservato: sono gli Opuscoli in cui egli spiega il Simbolo degli Apostoli, interpreta la preghiera del Padre Nostro, illustra il Decalogo e commenta l’Ave Maria. Il contenuto della predicazione del Doctor Angelicus corrisponde quasi del tutto alla struttura del Catechismo della Chiesa Cattolica. Infatti, nella catechesi e nella predicazione, in un tempo come il nostro di rinnovato impegno per l’evangelizzazione, non dovrebbero mai mancare questi argomenti fondamentali: ciò che noi crediamo, ed ecco il Simbolo della fede; ciò che noi preghiamo, ed ecco il Padre Nostro e l’Ave Maria; e ciò che noi viviamo come ci insegna la Rivelazione biblica, ed ecco la legge dell’amore di Dio e del prossimo e i Dieci Comandamenti, come esplicazione di questo mandato dell'amore.
Vorrei proporre qualche esempio del contenuto, semplice, essenziale e convincente, dell’insegnamento di san Tommaso. Nel suo Opuscolo sul Simbolo degli Apostoli egli spiega il valore della fede. Per mezzo di essa, dice, l’anima si unisce a Dio, e si produce come un germoglio di vita eterna; la vita riceve un orientamento sicuro, e noi superiamo agevolmente le tentazioni. A chi obietta che la fede è una stoltezza, perché fa credere in qualcosa che non cade sotto l’esperienza dei sensi, san Tommaso offre una risposta molto articolata, e ricorda che questo è un dubbio inconsistente, perché l’intelligenza umana è limitata e non può conoscere tutto. Solo nel caso in cui noi potessimo conoscere perfettamente tutte le cose visibili e invisibili, allora sarebbe un’autentica stoltezza accettare delle verità per pura fede. Del resto, è impossibile vivere, osserva san Tommaso, senza fidarsi dell’esperienza altrui, là dove la personale conoscenza non arriva. È ragionevole dunque prestare fede a Dio che si rivela e alla testimonianza degli Apostoli: essi erano pochi, semplici e poveri, affranti a motivo della Crocifissione del loro Maestro; eppure molte persone sapienti, nobili e ricche si sono convertite in poco tempo all’ascolto della loro predicazione. Si tratta, in effetti, di un fenomeno storicamente prodigioso, a cui difficilmente si può dare altra ragionevole risposta, se non quella dell’incontro degli Apostoli con il Signore Risorto.
Commentando l’articolo del Simbolo sull’Incarnazione del Verbo divino, san Tommaso fa alcune considerazioni. Afferma che la fede cristiana, considerando il mistero dell’Incarnazione, viene ad essere rafforzata; la speranza si eleva più fiduciosa, al pensiero che il Figlio di Dio è venuto tra noi, come uno di noi, per comunicare agli uomini la propria divinità; la carità è ravvivata, perché non vi è segno più evidente dell’amore di Dio per noi, quanto vedere il Creatore dell’universo farsi egli stesso creatura, uno di noi. Infine, considerando il mistero dell’Incarnazione di Dio, sentiamo infiammarsi il nostro desiderio di raggiungere Cristo nella gloria. Adoperando un semplice ed efficace paragone, san Tommaso osserva: “Se il fratello di un re stesse lontano, certo bramerebbe di potergli vivere accanto. Ebbene, Cristo ci è fratello: dobbiamo quindi desiderare la sua compagnia, diventare un solo cuore con lui” (Opuscoli teologico-spirituali, Roma 1976, p. 64).
Presentando la preghiera del Padre Nostro, san Tommaso mostra che essa è in sé perfetta, avendo tutte e cinque le caratteristiche che un’orazione ben fatta dovrebbe possedere: fiducioso e tranquillo abbandono; convenienza del suo contenuto, perché – osserva san Tommaso – “è assai difficile saper esattamente cosa sia opportuno chiedere e cosa no, dal momento che siamo in difficoltà di fronte alla selezione dei desideri” (Ibid., p. 120); e poi ordine appropriato delle richieste, fervore di carità e sincerità dell’umiltà.
San Tommaso è stato, come tutti i santi, un grande devoto della Madonna. L’ha definita con un appellativo stupendo: Triclinium totius Trinitatis, triclinio, cioè luogo dove la Trinità trova il suo riposo, perché, a motivo dell’Incarnazione, in nessuna creatura, come in Lei, le tre divine Persone inabitano e provano delizia e gioia a vivere nella sua anima piena di Grazia. Per la sua intercessione possiamo ottenere ogni aiuto.
Con una preghiera, che tradizionalmente viene attribuita a san Tommaso e che, in ogni caso, riflette gli elementi della sua  profonda devozione mariana, anche noi diciamo: “O beatissima e dolcissima Vergine Maria, Madre di Dio..., io affido al tuo cuore misericordioso tutta la mia vita... Ottienimi, o mia dolcissima Signora, carità vera, con la quale possa amare con tutto il cuore il tuo santissimo Figlio e te, dopo di lui, sopra tutte le cose, e il prossimo in Dio e per Dio”.

-------AMDG et BVM-------

BENEDETTO XVI , UDIENZA GENERALE, 16 giugno 2010 San Tommaso d'Aquino (2)


BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 16 giugno 2010

San Tommaso d'Aquino (2)
Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei continuare la presentazione di san Tommaso d’Aquino, un teologo di tale valore che lo studio del suo pensiero è stato esplicitamente raccomandato dal Concilio Vaticano II in due documenti, il decreto Optatam totius, sulla formazione al sacerdozio, e la dichiarazione Gravissimum educationis, che tratta dell’educazione cristiana. Del resto, già nel 1880 il Papa Leone XIII, suo grande estimatore e promotore di studi tomistici, volle dichiarare san Tommaso Patrono delle Scuole e delle Università Cattoliche.
Il motivo principale di questo apprezzamento risiede non solo nel contenuto del suo insegnamento, ma anche nel metodo da lui adottato, soprattutto la sua nuova sintesi e distinzione tra filosofia e teologia. I Padri della Chiesa si trovavano confrontati con diverse filosofie di tipo platonico, nelle quali si presentava una visione completa del mondo e della vita, includendo la questione di Dio e della religione. Nel confronto con queste filosofie, loro stessi avevano elaborato una visione completa della realtà, partendo dalla fede e usando elementi del platonismo, per rispondere alle questioni essenziali degli uomini. Questa visione, basata sulla rivelazione biblica ed elaborata con un platonismo corretto alla luce della fede, essi la chiamavano la "filosofia nostra". La parola "filosofia" non era quindi espressione di un sistema puramente razionale e, come tale, distinto dalla fede, ma indicava una visione complessiva della realtà, costruita nella luce della fede, ma fatta propria e pensata dalla ragione; una visione che, certo, andava oltre le capacità proprie della ragione, ma che, come tale, era anche soddisfacente per essa. Per san Tommaso l'incontro con la filosofia pre-cristiana di Aristotele (morto circa nel 322 a.C.) apriva una prospettiva nuova. 
La filosofia aristotelica era, ovviamente, una filosofia elaborata senza conoscenza dell’Antico e del Nuovo Testamento, una spiegazione del mondo senza rivelazione, per la sola ragione. E questa razionalità conseguente era convincente. Così la vecchia forma della "filosofia nostra" dei Padri non funzionava più. La relazione tra filosofia e teologia, tra fede e ragione, era da ripensare. Esisteva una "filosofia" completa e convincente in se stessa, una razionalità precedente la fede, e poi la “teologia”, un pensare con la fede e nella fede. La questione pressante era questa: il mondo della razionalità, la filosofia pensata senza Cristo, e il mondo della fede sono compatibili? Oppure si escludono? Non mancavano elementi che affermavano l'incompatibilità tra i due mondi, ma san Tommaso era fermamente convinto della loro compatibilità - anzi che la filosofia elaborata senza conoscenza di Cristo quasi aspettava la luce di Gesù per essere completa. 
Questa è stata la grande “sorpresa” di san Tommaso, che ha determinato il suo cammino di pensatore. Mostrare questa indipendenza di filosofia e teologia e, nello stesso tempo, la loro reciproca relazionalità è stata la missione storica del grande maestro. E così si capisce che, nel XIX secolo, quando si dichiarava fortemente l'incompatibilità tra ragione moderna e fede, Papa Leone XIII indicò san Tommaso come guida nel dialogo tra l'una e l'altra. Nel suo lavoro teologico, san Tommaso suppone e concretizza questa relazionalità. La fede consolida, integra e illumina il patrimonio di verità che la ragione umana acquisisce. La fiducia che san Tommaso accorda a questi due strumenti della conoscenza – la fede e la ragione – può essere ricondotta alla convinzione che entrambe provengono dall’unica sorgente di ogni verità, il Logos divino, che opera sia nell’ambito della creazione, sia in quello della redenzione.
Insieme con l'accordo tra ragione e fede, si deve riconoscere, d'altra parte, che esse si avvalgono di procedimenti conoscitivi differenti. La ragione accoglie una verità in forza della sua evidenza intrinseca, mediata o immediata; la fede, invece, accetta una verità in base all’autorità della Parola di Dio che si rivela. Scrive san Tommaso al principio della sua Summa Theologiae: “Duplice è l’ordine delle scienze; alcune procedono da principi conosciuti mediante il lume naturale della ragione, come la matematica, la geometria e simili; altre procedono da principi conosciuti mediante una scienza superiore: come la prospettiva procede da principi conosciuti mediante la geometria e la musica da principi conosciuti mediante la matematica. E in questo modo la sacra dottrina (cioè la teologia) è scienza perché procede dai principi conosciuti attraverso il lume di una scienza superiore, cioè la scienza di Dio  e dei santi” (I, q. 1, a. 2).
Questa distinzione assicura l’autonomia tanto delle scienze umane, quanto delle scienze teologiche. Essa però non equivale a separazione, ma implica piuttosto una reciproca e vantaggiosa collaborazione. La fede, infatti, protegge la ragione da ogni tentazione di sfiducia nelle proprie capacità, la stimola ad aprirsi a orizzonti sempre più vasti, tiene viva in essa la ricerca dei fondamenti e, quando la ragione stessa si applica alla sfera soprannaturale del rapporto tra Dio e uomo, arricchisce il suo lavoro. Secondo san Tommaso, per esempio, la ragione umana può senz’altro giungere all’affermazione dell’esistenza di un unico Dio, ma solo la fede, che accoglie la Rivelazione divina, è in grado di attingere al mistero dell’Amore di Dio Uno e Trino.
D’altra parte, non è soltanto la fede che aiuta la ragione. Anche la ragione, con i suoi mezzi, può fare qualcosa di importante per la fede, rendendole un triplice servizio che san Tommaso riassume nel proemio del suo commento al De Trinitate di Boezio: “Dimostrare i fondamenti della fede; spiegare mediante similitudini le verità della fede; respingere le obiezioni che si sollevano contro la fede” (q. 2, a. 2). 
Tutta la storia della teologia è, in fondo, l’esercizio di questo impegno dell’intelligenza, che mostra l’intelligibilità della fede, la sua articolazione e armonia interna, la sua ragionevolezza e la sua capacità di promuovere il bene dell’uomo. La correttezza dei ragionamenti teologici e il loro reale significato conoscitivo si basano sul valore del linguaggio teologico, che è, secondo san Tommaso, principalmente un linguaggio analogico. La distanza tra Dio, il Creatore, e l'essere delle sue creature è infinita; la dissimilitudine è sempre più grande che la similitudine (cfr DS 806). Ciononostante, in tutta la differenza tra Creatore e creatura, esiste un'analogia tra l'essere creato e l'essere del Creatore, che ci permette di parlare con parole umane su Dio.

San Tommaso ha fondato la dottrina dell’analogia, oltre che su argomentazioni squisitamente filosofiche, anche sul fatto che con la Rivelazione Dio stesso ci ha parlato e ci ha, dunque, autorizzato a parlare di Lui. Ritengo importante richiamare questa dottrina. Essa, infatti, ci aiuta a superare alcune obiezioni dell’ateismo contemporaneo, il quale nega che il linguaggio religioso sia fornito di un significato oggettivo, e sostiene invece che abbia solo un valore soggettivo o semplicemente emotivo. Questa obiezione risulta dal fatto che il pensiero positivistico è convinto che l'uomo non conosce l'essere, ma solo le funzioni sperimentabili della realtà. Con san Tommaso e con la grande tradizione filosofica noi siamo convinti, che, in realtà, l'uomo non conosce solo le funzioni, oggetto delle scienze naturali, ma conosce qualcosa dell'essere stesso - per esempio conosce la persona, il Tu dell'altro, e non solo l'aspetto fisico e biologico del suo essere.

Alla luce di questo insegnamento di san Tommaso, la teologia afferma che, per quanto limitato, il linguaggio religioso è dotato di senso - perché tocchiamo l’essere -, come una freccia che si dirige verso la realtà che significa. Questo accordo fondamentale tra ragione umana e fede cristiana è ravvisato in un altro principio basilare del pensiero dell’Aquinate: la Grazia divina non annulla, ma suppone e perfeziona la natura umana. Quest’ultima, infatti, anche dopo il peccato, non è completamente corrotta, ma ferita e indebolita. La Grazia, elargita da Dio e comunicata attraverso il Mistero del Verbo incarnato, è un dono assolutamente gratuito con cui la natura viene guarita, potenziata e aiutata a perseguire il desiderio innato nel cuore di ogni uomo e di ogni donna: la felicità. Tutte le facoltà dell’essere umano vengono purificate, trasformate ed elevate dalla Grazia divina.
Un’importante applicazione di questa relazione tra la natura e la Grazia si ravvisa nella teologia morale di san Tommaso d’Aquino, che risulta di grande attualità. Al centro del suo insegnamento in questo campo, egli pone la legge nuova, che è la legge dello Spirito Santo. Con uno sguardo profondamente evangelico, insiste sul fatto che questa legge è la Grazia dello Spirito Santo data a tutti coloro che credono in Cristo. A tale Grazia si unisce l’insegnamento scritto e orale delle verità dottrinali e morali, trasmesso dalla Chiesa. San Tommaso, sottolineando il ruolo fondamentale, nella vita morale, dell’azione dello Spirito Santo, della Grazia, da cui scaturiscono le virtù teologali e morali, fa comprendere che ogni cristiano può raggiungere le alte prospettive del “Sermone della Montagna” se vive un rapporto autentico di fede in Cristo, se si apre all’azione del suo Santo Spirito. Però – aggiunge l’Aquinate – “anche se la grazia è più efficace della natura, tuttavia la natura è più essenziale per l’uomo” (Summa Theologiae, Ia, q. 29, a. 3), per cui, nella prospettiva morale cristiana, c’è un posto per la ragione, la quale è capace di discernere la legge morale naturale. 
La ragione può riconoscerla considerando ciò che è bene fare e ciò che è bene evitare per il conseguimento di quella felicità che sta a cuore a ciascuno, e che impone anche una responsabilità verso gli altri, e, dunque, la ricerca del bene comune. In altre parole, le virtù dell’uomo, teologali e morali, sono radicate nella natura umana. La Grazia divina accompagna, sostiene e spinge l’impegno etico ma, di per sé, secondo san Tommaso, tutti gli uomini, credenti e non credenti, sono chiamati a riconoscere le esigenze della natura umana espresse nella legge naturale e ad ispirarsi ad essa nella formulazione delle leggi positive, quelle cioè emanate dalle autorità civili e politiche per regolare la convivenza umana.

Quando la legge naturale e la responsabilità che essa implica sono negate, si apre drammaticamente la via al relativismo etico sul piano individuale e al totalitarismo dello Stato sul piano politico. La difesa dei diritti universali dell’uomo e l’affermazione del valore assoluto della dignità della persona postulano un fondamento. Non è proprio la legge naturale questo fondamento, con i valori non negoziabili che essa indica? Il Venerabile Giovanni Paolo II scriveva nella sua Enciclica Evangelium vitae parole che rimangono di grande attualità: “Urge dunque, per l'avvenire della società e lo sviluppo di una sana democrazia, riscoprire l'esistenza di valori umani e morali essenziali e nativi, che scaturiscono dalla verità stessa dell'essere umano, ed esprimono e tutelano la dignità della persona: valori, pertanto, che nessun individuo, nessuna maggioranza e nessuno Stato potranno mai creare, modificare o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare e promuovere” (n. 71).
In conclusione, Tommaso ci propone un concetto della ragione umana largo e fiducioso: largo perché non è limitato agli spazi della cosiddetta ragione empirico-scientifica, ma aperto a tutto l’essere e quindi anche alle questioni fondamentali e irrinunciabili del vivere umano; e fiducioso perché la ragione umana, soprattutto se accoglie le ispirazioni della fede cristiana, è promotrice di una civiltà che riconosce la dignità della persona, l'intangibilità dei suoi diritti e la cogenza dei suoi doveri. Non sorprende che la dottrina circa la dignità della persona, fondamentale per il riconoscimento dell’inviolabilità dei diritti dell’uomo, sia maturata in ambienti di pensiero che hanno raccolto l’eredità di san Tommaso d’Aquino, il quale aveva un concetto altissimo della creatura umana. La definì, con il suo linguaggio rigorosamente filosofico, come “ciò che di più perfetto si trova in tutta la natura, cioè un soggetto sussistente in una natura razionale” (Summa Theologiae, Ia, q. 29, a. 3).

La profondità del pensiero di san Tommaso d’Aquino sgorga – non dimentichiamolo mai – dalla sua fede viva e dalla sua pietà fervorosa, che esprimeva in preghiere ispirate, come questa in cui chiede a Dio: “Concedimi, ti prego, una volontà che ti cerchi, una sapienza che ti trovi, una vita che ti piaccia, una perseveranza che ti attenda con fiducia e una fiducia che alla fine giunga a possederti”.

AMDG et BVM

BENEDETTO XVI UDIENZA GENERALE 2 giugno 2010 San Tommaso d'Aquino


BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 2 giugno 2010
 

San Tommaso d'Aquino

Cari fratelli e sorelle,
dopo alcune catechesi sul sacerdozio e i miei ultimi viaggi, ritorniamo oggi al nostro tema principale, alla meditazione cioè di alcuni grandi pensatori del Medio Evo. Avevamo visto ultimamente la grande figura di san Bonaventura, francescano, e oggi vorrei parlare di colui che la Chiesa chiama il Doctor communis: cioè san Tommaso d’Aquino. Il mio venerato Predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, nella sua Enciclica Fides et ratio ha ricordato che san Tommaso “è sempre stato proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia” (n. 43). Non sorprende che, dopo sant’Agostino, tra gli scrittori ecclesiastici menzionati nel Catechismo della Chiesa Cattolica, san Tommaso venga citato più di ogni altro, per ben sessantuno volte! Egli è stato chiamato anche il Doctor Angelicus, forse per le sue virtù, in particolare la sublimità del pensiero e la purezza della vita.

Tommaso nacque tra il 1224 e il 1225 nel castello che la sua famiglia, nobile e facoltosa, possedeva a Roccasecca, nei pressi di Aquino, vicino alla celebre abbazia di Montecassino, dove fu inviato dai genitori per ricevere i primi elementi della sua istruzione. Qualche anno dopo si trasferì nella capitale del Regno di Sicilia, Napoli, dove Federico II aveva fondato una prestigiosa Università. In essa veniva insegnato, senza le limitazioni vigenti altrove, il pensiero del filosofo greco Aristotele, al quale il giovane Tommaso venne introdotto, e di cui intuì subito il grande valore. Ma soprattutto, in quegli anni trascorsi a Napoli, nacque la sua vocazione domenicana. Tommaso fu infatti attratto dall’ideale dell’Ordine fondato non molti anni prima da san Domenico. Tuttavia, quando rivestì l’abito domenicano, la sua famiglia si oppose a questa scelta, ed egli fu costretto a lasciare il convento e a trascorrere qualche tempo in famiglia.

Nel 1245, ormai maggiorenne, poté riprendere il suo cammino di risposta alla chiamata di Dio. Fu inviato a Parigi per studiare teologia sotto la guida di un altro santo, Alberto Magno, sul quale ho parlato recentemente. Alberto e Tommaso strinsero una vera e profonda amicizia e impararono a stimarsi e a volersi bene, al punto che Alberto volle che il suo discepolo lo seguisse anche a Colonia, dove egli era stato inviato dai Superiori dell’Ordine a fondare uno studio teologico. Tommaso prese allora contatto con tutte le opere di Aristotele e dei suoi commentatori arabi, che Alberto illustrava e spiegava.

In quel periodo, la cultura del mondo latino era stata profondamente stimolata dall’incontro con le opere di Aristotele, che erano rimaste ignote per molto tempo. Si trattava di scritti sulla natura della conoscenza, sulle scienze naturali, sulla metafisica, sull’anima e sull’etica, ricchi di informazioni e di intuizioni che apparivano valide e convincenti. Era tutta una visione completa del mondo sviluppata senza e prima di Cristo, con la pura ragione, e sembrava imporsi alla ragione come “la” visione stessa; era, quindi, un incredibile fascino per i giovani vedere e conoscere questa filosofia. Molti accolsero con entusiasmo, anzi con entusiasmo acritico, questo enorme bagaglio del sapere antico, che sembrava poter rinnovare vantaggiosamente la cultura, aprire totalmente nuovi orizzonti. Altri, però, temevano che il pensiero pagano di Aristotele fosse in opposizione alla fede cristiana, e si rifiutavano di studiarlo. 
Si incontrarono due culture: la cultura pre-cristiana di Aristotele, con la sua radicale razionalità, e la classica cultura cristiana. Certi ambienti erano condotti al rifiuto di Aristotele anche dalla presentazione che di tale filosofo era stata fatta dai commentatori arabi Avicenna e Averroè. Infatti, furono essi ad aver trasmesso al mondo latino la filosofia aristotelica. Per esempio, questi commentatori avevano insegnato che gli uomini non dispongono di un’intelligenza personale, ma che vi è un unico intelletto universale, una sostanza spirituale comune a tutti, che opera in tutti come “unica”: quindi una depersonalizzazione dell'uomo. Un altro punto discutibile veicolato dai commentatori arabi era quello secondo il quale il mondo è eterno come Dio. Si scatenarono comprensibilmente dispute a non finire nel mondo universitario e in quello ecclesiastico. La filosofia aristotelica si andava diffondendo addirittura tra la gente semplice.

Tommaso d’Aquino, alla scuola di Alberto Magno, svolse un’operazione di fondamentale importanza per la storia della filosofia e della teologia, direi per la storia della cultura: studiò a fondo Aristotele e i suoi interpreti, procurandosi nuove traduzioni latine dei testi originali in greco. Così non si appoggiava più solo ai commentatori arabi, ma poteva leggere personalmente i testi originali, e commentò gran parte delle opere aristoteliche, distinguendovi ciò che era valido da ciò che era dubbio o da rifiutare del tutto, mostrando la consonanza con i dati della Rivelazione cristiana e utilizzando largamente e acutamente il pensiero aristotelico nell’esposizione degli scritti teologici che compose. In definitiva, Tommaso d’Aquino mostrò che tra fede cristiana e ragione sussiste una naturale armonia. E questa è stata la grande opera di Tommaso, che in quel momento di scontro tra due culture - quel momento nel quale sembrava che la fede dovesse arrendersi davanti alla ragione - ha mostrato che esse vanno insieme, che quanto appariva ragione non compatibile con la fede non era ragione, e quanto appariva fede non era fede, in quanto opposta alla vera razionalità; così egli ha creato una nuova sintesi, che ha formato la cultura dei secoli seguenti.

Per le sue eccellenti doti intellettuali, Tommaso fu richiamato a Parigi come professore di teologia sulla cattedra domenicana. Qui iniziò anche la sua produzione letteraria, che proseguì fino alla morte, e che ha del prodigioso: commenti alla Sacra Scrittura, perché il professore di teologia era soprattutto interprete della Scrittura, commenti agli scritti di Aristotele, opere sistematiche poderose, tra cui eccelle la Summa Theologiae, trattati e discorsi su vari argomenti. Per la composizione dei suoi scritti, era coadiuvato da alcuni segretari, tra i quali il confratello Reginaldo di Piperno, che lo seguì fedelmente e al quale fu legato da fraterna e sincera amicizia, caratterizzata da una grande confidenza e fiducia. È questa una caratteristica dei santi: coltivano l’amicizia, perché essa è una delle manifestazioni più nobili del cuore umano e ha in sé qualche cosa di divino, come Tommaso stesso ha spiegato in alcune quaestiones della Summa Theologiae, in cui scrive: “La carità è l’amicizia dell’uomo con Dio principalmente, e con gli esseri che a Lui appartengono” (II, q. 23, a.1).

Non rimase a lungo e stabilmente a Parigi. Nel 1259 partecipò al Capitolo Generale dei Domenicani a Valenciennes dove fu membro di una commissione che stabilì il programma di studi nell’Ordine. Dal 1261 al 1265, poi, Tommaso era ad Orvieto. Il Pontefice Urbano IV, che nutriva per lui una grande stima, gli commissionò la composizione dei testi liturgici per la festa del Corpus Domini, che celebriamo domani, istituita in seguito al miracolo eucaristico di Bolsena. Tommaso ebbe un’anima squisitamente eucaristica. I bellissimi inni che la liturgia della Chiesa canta per celebrare il mistero della presenza reale del Corpo e del Sangue del Signore nell’Eucaristia sono attribuiti alla sua fede e alla sua sapienza teologica. Dal 1265 fino al 1268 Tommaso risiedette a Roma, dove, probabilmente, dirigeva uno Studium, cioè una Casa di studi dell’Ordine, e dove iniziò a scrivere la sua Summa Theologiae (cfr Jean-Pierre Torrell, Tommaso d’Aquino. L’uomo e il teologo, Casale Monf., 1994, pp. 118-184).

Nel 1269 fu richiamato a Parigi per un secondo ciclo di insegnamento. Gli studenti - si può capire - erano entusiasti delle sue lezioni. Un suo ex-allievo dichiarò che una grandissima moltitudine di studenti seguiva i corsi di Tommaso, tanto che le aule riuscivano a stento a contenerli e aggiungeva, con un’annotazione personale, che “ascoltarlo era per lui una felicità profonda”. L’interpretazione di Aristotele data da Tommaso non era accettata da tutti, ma persino i suoi avversari in campo accademico, come Goffredo di Fontaines, ad esempio, ammettevano che la dottrina di frate Tommaso era superiore ad altre per utilità e valore e serviva da correttivo a quelle di tutti gli altri dottori. Forse anche per sottrarlo alle vivaci discussioni in atto, i Superiori lo inviarono ancora una volta a Napoli, per essere a disposizione del re Carlo I, che intendeva riorganizzare gli studi universitari.
Oltre che allo studio e all’insegnamento, Tommaso si dedicò pure alla predicazione al popolo. E anche il popolo volentieri andava ad ascoltarlo. Direi che è veramente una grande grazia quando i teologi sanno parlare con semplicità e fervore ai fedeli. Il ministero della predicazione, d’altra parte, aiuta gli stessi studiosi di teologia a un sano realismo pastorale, e arricchisce di vivaci stimoli la loro ricerca.

Gli ultimi mesi della vita terrena di Tommaso restano circondati da un’atmosfera particolare, misteriosa direi. Nel dicembre del 1273 chiamò il suo amico e segretario Reginaldo per comunicargli la decisione di interrompere ogni lavoro, perché, durante la celebrazione della Messa, aveva compreso, in seguito a una rivelazione soprannaturale, che quanto aveva scritto fino ad allora era solo “un mucchio di paglia”. È un episodio misterioso, che ci aiuta a comprendere non solo l’umiltà personale di Tommaso, ma anche il fatto che tutto ciò che riusciamo a pensare e a dire sulla fede, per quanto elevato e puro, è infinitamente superato dalla grandezza e dalla bellezza di Dio, che ci sarà rivelata in pienezza nel Paradiso. Qualche mese dopo, sempre più assorto in una pensosa meditazione, Tommaso morì mentre era in viaggio verso Lione, dove si stava recando per prendere parte al Concilio Ecumenico indetto dal Papa Gregorio X. Si spense nell’Abbazia cistercense di Fossanova, dopo aver ricevuto il Viatico con sentimenti di grande pietà.


La vita e l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino si potrebbero riassumere in un episodio tramandato dagli antichi biografi. Mentre il Santo, come suo solito, era in preghiera davanti al Crocifisso, al mattino presto nella Cappella di San Nicola, a Napoli, Domenico da Caserta, il sacrestano della chiesa, sentì svolgersi un dialogo. Tommaso chiedeva, preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede cristiana era giusto. E il Crocifisso rispose: “Tu hai parlato bene di me, Tommaso. Quale sarà la tua ricompensa?”. E la risposta che Tommaso diede è quella che anche noi, amici e discepoli di Gesù, vorremmo sempre dirgli: “Nient’altro che Te, Signore!” (Ibid., p. 320).