giovedì 15 gennaio 2015

PIO PP. XII Venerabile LETTERA ENCICLICA HUMANI GENERIS





PIO PP. XII
SERVO DEI SERVI DI DIO

LETTERA ENCICLICA
HUMANI GENERIS
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE.
"CIRCA ALCUNE FALSE OPINIONI CHE MINACCIANO
DI SOVVERTIRE I FONDAMENTI DELLA DOTTRINA CATTOLICA"


VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Introduzione

I dissensi e gli errori degli uomini in materia religiosa e morale, per tutti gli onesti, soprattutto dei i sinceri e fedeli figli della Chiesa, sono sempre stati origine e causa di fortissimo dolore, ma specialmente oggi, quando vediamo come da ogni parte vengano offesi gli stessi principi della cultura cristiana.
Veramente non c'è da meravigliarsi, se fuori dell'ovile di Cristo sempre vi sono stati questi dissensi ed errori. Benché la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale possa effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia non pochi sono gli ostacoli che impediscono alla nostra ragione di servirsi con efficacia e con frutto di questo suo naturale potere. Le verità che riguardano Dio e le relazioni tra gli uomini e Dio trascendono del tutto l'ordine delle cose sensibili; quando poi si fanno entrare nella pratica della vita e la informano, allora richiedono sacrificio e abnegazione.
Nel raggiungere tali verità, l'intelletto umano incontra ostacoli della fantasia, sia per le cattive passioni provenienti dal peccato originale. Avviene che gli uomini in queste cose volentieri si persuadono che sia falso, o almeno dubbio, ciò che essi "non vogliono che sia vero". Per questi motivi si deve dire che la Rivelazione divina è moralmente necessaria affinché quelle verità che in materia religiosa e morale non sono per sé irraggiungibili, si possano da tutti conoscere con facilità, con ferma certezza e senza alcun errore. (Conc. Vat. D. B. 1876, Cost. "De fide Cath.", cap. II, De revelatione).
Anzi la mente umana qualche volta può trovare difficoltà anche nel formarsi un giudizio certo di credibilità circa la fede cattolica, benché da Dio siano stati disposti tanti e mirabili segni esterni, per cui anche con la sola luce naturale della ragione si può provare con certezza l'origine divina della religione cristiana. L'uomo infatti, sia perché guidato da pregiudizi, sia perché istigato da passioni e da cattiva volontà, non solo può negare la chiara evidenza dei segni esterni, ma anche resistere alle ispirazioni che Dio infonde nelle nostre anime.
Chiunque osservi il mondo odierno, che è fuori dell'ovile di Cristo, facilmente potrà vedere le principali vie per le quali i dotti si sono incamminati. Alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico, pur non essendo esso indiscutibilmente provato nel campo stesso delle scienze naturali, e con temerarietà sostengono l'ipotesi monistica e panteistica dell'universo soggetto a continua evoluzione. Di quest’ipotesi volentieri si servono i fautori del comunismo per farsi difensori e propagandisti del loro materialismo dialettico e togliere dalle menti ogni nozione di Dio.

Le false affermazioni di siffatto evoluzionismo, per cui viene ripudiato quanto vi è di assoluto, fermo ed immutabile, hanno preparato la strada alle aberrazioni di una nuova filosofia che, facendo concorrenza all'idealismo, all'immanentismo e al pragmatismo, ha preso il nome di "esistenzialismo" perché, ripudiate le essenze immutabili delle cose, si preoccupa solo della "esistenza" dei singoli individui.
Si aggiunge a ciò un falso "storicismo" che si attiene solo agli eventi della vita umana e rovina le fondamenta di qualsiasi verità e legge assoluta sia nel campo della filosofia, sia in quello dei dogmi cristiani.

In tanta confusione di opinioni, Ci reca un po' di consolazione il vedere coloro che un tempo erano stati educati nei principî del razionalismo, ritornare oggi, non di rado, alle sorgenti della verità rivelata, e riconoscere e professare la parola di Dio, conservata nella Sacra Scrittura, come fondamento della Teologia. Nello stesso tempo però reca dispiacere il fatto che non pochi di essi, quanto più fermamente aderiscono alla parola di Dio, tanto più sminuiscono il valore della ragione umana, e quanto più volentieri innalzano l'autorità di Dio Rivelatore, tanto più aspramente disprezzano il Magistero della Chiesa, istituito da Cristo Signore per custodire e interpretare le verità rivelate da Dio. Questo disprezzo non solo è in aperta contraddizione con la Sacra Scrittura, ma si manifesta falso anche con la stessa esperienza. Poiché frequentemente gli stessi "dissidenti" si lamentano in pubblico della discordia che regna fra di loro nel campo dogmatico, cosicché, pur senza volerlo, riconoscono la necessità di un vivo Magistero.

Ora queste tendenze, che più o meno deviano dalla retta strada, non possono essere ignorate o trascurate dai filosofi e dai teologi cattolici, che hanno il grave còmpito di difendere le verità divine ed umane e di farle penetrare nelle menti degli uomini. Anzi, essi devono conoscere bene queste opinioni, sia perché le malattie non si possono curare se prima non sono bene conosciute, sia perché qualche volta nelle stesse false affermazioni si nasconde un po' di verità, sia infine, perché gli stessi errori spingono la mente nostra a investigare e a scrutare con più diligenza alcune verità sia filosofiche che teologiche.

Se i nostri cultori di filosofia e di teologia da queste dottrine, esaminate con cautela, cercassero solo di cogliere i detti frutti, non vi sarebbe motivo perché il Magistero della Chiesa avesse a interloquire. Ma, benché Noi sappiamo bene che gli insegnanti e i dotti cattolici in genere si guardano da tali errori, è noto però che non mancano nemmeno oggi, come ai tempi apostolici, coloro che, amanti più del conveniente delle novità e timorosi di essere ritenuti ignoranti delle scoperte fatte dalla scienza in quest'epoca di progresso, cercano di sottrarsi alla direzione del sacro Magistero e perciò sono nel pericolo di allontanarsi insensibilmente dalle verità Rivelate e di trarre in errore anche gli altri.

Si nota poi un altro pericolo, e tanto più grave, perché si copre maggiormente con l'apparenza della virtù. Molti, deplorando la discordia e la confusione che regna nelle menti umane, mossi da uno zelo imprudente e spinti da uno slancio e da un grande desiderio di rompere i confini con cui sono fra loro divisi i buoni e gli onesti; essi abbracciano perciò una specie di "irenismo" che, omesse le questioni che dividono gli uomini, non cerca solamente di ricacciare, con unità di forze, l'irrompente ateismo, ma anche di conciliare le opposte posizioni nel campo stesso dogmatico.

E come un tempo vi furono coloro che si domandavano se l'apologetica tradizionale della Chiesa costituisse più un ostacolo che un aiuto per guadagnare le anime a Cristo, cosi oggi non mancano coloro che osano arrivare fino al punto di proporre seriamente la questione, se la teologia e il suo metodo, come sono in uso nelle scuole con l'approvazione dell'autorità ecclesiastica, non solo debbano essere perfezionate, ma anche completamente riformate, affinché si possa propagare con più efficacia il regno di Cristo in tutto il mondo, fra gli uomini di qualsiasi cultura o di qualsiasi opinione religiosa.

Se essi non avessero altro intento che quello di rendere, con qualche innovazione, la scienza ecclesiastica e il suo metodo più adatti alle odierne condizioni e necessità, non ci sarebbe quasi motivo di temere; ma alcuni, infuocati da un imprudente "irenismo", sembrano ritenere un ostacolo al ristabilimento dell'unità fraterna, quanto si fonda sulle leggi e sui principî stessi dati da Cristo e sulle istituzioni da Lui fondate, o quanto costituisce la difesa e il sostegno dell'integrità della fede, crollate le quali, tutto viene sì unificato, ma soltanto nella comune rovina.

Queste opinioni, provenienti da deplorevole desiderio di novità o anche da lodevoli motivi, non sempre vengono proposte con la medesima gradazione, con la medesima chiarezza o con i medesimi termini, né sempre i sostenitori di esse sono pienamente d'accordo fra loro; ciò che viene oggi insegnato da qualcuno più copertamente con alcune cautele e distinzioni, domani da altri, più audaci, viene proposto pubblicamente e senza limitazioni, con scandalo di molti, specialmente del giovane clero, e con detrimento dell'autorità ecclesiastica. Se di solito si usa più cautela nelle pubblicazioni stampate, di questi argomenti si tratta con maggiore libertà negli opuscoli distribuiti in privato, nelle lezioni dattilografate e nelle adunanze. Queste opinioni non vengono divulgate solo fra i membri del clero secolare e regolare, nei seminari e negli istituti religiosi, ma anche fra i laici, specialmente fra quelli che si dedicano all'educazione e all'istruzione della gioventù.

I

Per quanto riguarda la Teologia, certuni intendono ridurre al massimo il significato dei dogmi; liberare lo stesso dogma dal modo di esprimersi, già da tempo usato nella Chiesa, e dai concetti filosofici in vigore presso i dottori cattolici, per ritornare nell'esporre la dottrina cattolica, alle espressioni usate dalla Sacra Scrittura e dai Santi Padri. Essi così sperano che il dogma, spogliato degli elementi estrinseci, come essi dicono, alla divina rivelazione, possa venire con frutto paragonato alle opinioni dogmatiche di coloro che sono separati dalla Chiesa e in questo modo si possa pian piano arrivare all'assimilazione del dogma con le opinioni dei dissidenti. Inoltre, ridotta in tali condizioni la dottrina cattolica, pensano di aprire cosi la via attraverso la quale arrivare, dando soddisfazione alle odierne necessità, a poter esprimere i dogmi con le categorie della filosofia odierna, sia dell'immanentismo, sia dell'idealismo, sia dell'esistenzialismo o di qualsiasi altro sistema.
E perciò taluni, più audaci, sostengono che ciò possa, anzi debba farsi, perché i misteri della fede, essi affermano, non possono mai esprimersi con concetti adeguatamente veri, ma solo con concetti approssimativi e sempre mutevoli, con i quali la verità viene in un certo qual modo manifestata, ma necessariamente anche deformata. Perciò ritengono non assurdo, ma del tutto necessario che la teologia, in conformità ai vari sistemi filosofici di cui essa nel corso dei tempi si serve come strumenti, sostituisca nuovi concetti agli antichi; cosicché in modi diversi, e sotto certi aspetti anche opposti, ma come essi dicono equivalenti, esponga al modo umano le medesime verità divine. Aggiungono poi che la storia dei dogmi consiste nell'esporre le varie forme di cui si è rivestita successivamente la verità rivelata, secondo le diverse dottrine e le diverse opinioni che sono sorte nel corso dei secoli.

Da quanto abbiamo detto è chiaro che queste tendenze non solo conducono al relativismo dogmatico, ma di fatto già lo contengono; questo relativismo e poi fin troppo favorito dal disprezzo verso la dottrina tradizionale e verso i termini con cui essa si esprime. Tutti sanno che le espressioni di tali concetti, usate sia nelle scuole sia dal Magistero della Chiesa, possono venir migliorate e perfezionate; è inoltre noto che la Chiesa non è stata sempre costante nell'uso di quelle medesime parole. È chiaro pure che la Chiesa non può essere legata ad un qualunque effimero sistema filosofico; ma quelle nozioni e quei termini, che con generale consenso furono composti attraverso parecchi secoli dai dottori cattolici per arrivare a qualche conoscenza e comprensione del dogma, senza dubbio non poggiano su di un fondamento così caduco. Si appoggiano invece a principî e nozioni dedotte da una vera conoscenza del creato; e nel dedurre queste conoscenze, la verità rivelata, come una stella, ha illuminato per mezzo della Chiesa la mente umana. Perciò non c'è da meravigliarsi se qualcuna di queste nozioni non solo sia stata adoperata in Concili Ecumenici, ma vi abbia ricevuto tale sanzione per cui non ci è lecito allontanarcene.

Per tali ragioni, è massima imprudenza il trascurare o respingere o privare del loro valore i concetti e le espressioni che da persone di non comune ingegno e santità, sotto la vigilanza del sacro Magistero e non senza illuminazione e guida dello Spirito Santo, sono state più volte con lavoro secolare trovate e perfezionate per esprimere sempre più accuratamente le verità della fede, e sostituirvi nozioni ipotetiche ed espressioni fluttuanti e vaghe della nuova filosofia, le quali, a somiglianza dell'erba dei campi, oggi vi sono e domani seccano; a questo modo si rende lo stesso dogma simile a una canna agitata dal vento. Il disprezzo delle parole e delle nozioni usate dai teologi scolastici, di per sé conduce all'indebolimento della teologia speculativa, che essi ritengono priva di una vera certezza in quanto si fonda sulle ragioni teologiche.

Purtroppo questi amatori delle novità facilmente passano dal disprezzo della teologia scolastica allo spregio verso lo stesso Magistero della Chiesa che ha dato, con la sua autorità, una cosi notevole approvazione a quella teologia. Questo Magistero viene da costoro fatto apparire come un impedimento al progresso e un ostacolo per la scienza; da alcuni acattolici poi viene considerato come un freno, ormai ingiusto, con cui alcuni teologi più colti verrebbero trattenuti dal rinnovare la loro scienza. E benché questo sacro Magistero debba essere per qualsiasi teologo, in materia di fede e di costumi, la norma prossima e universale di verità (in quanto ad esso Cristo Signore ha affidato il deposito della fede - cioè la Sacra Scrittura e la Tradizione divina - per essere custodito, difeso ed interpretato, tuttavia viene alle volte ignorato, come se non esistesse, il dovere che hanno i fedeli di rifuggire pure da quegli errori che in maggiore o minore misura s'avvicinano all'eresia, e quindi "di osservare anche le costituzioni e i decreti. con cui queste false opinioni vengono dalla Santa Sede proscritte e proibite" (Corp. Jur. Can., can. 1324; Cfr. Conc. Vat. D. B. 1820, Cost. "De fide cath.", cap. 4, De fide et ratione, post canones).

Quanto viene esposto nelle Encicliche dei Sommi Pontefici circa il carattere e la costituzione della Chiesa, viene da certuni, di proposito e abitualmente, trascurato con lo scopo di far prevalere un concetto vago che essi dicono preso dagli antichi Padri, specialmente greci. I Pontefici infatti - essi vanno dicendo - non intendono dare un giudizio sulle questioni che sono oggetto di disputa tra i teologi; è quindi necessario ritornare alle fonti primitive, e con gli scritti degli antichi si devono spiegare le costituzioni e i decreti del Magistero.

Queste affermazioni vengono fatte forse con eleganza di stile; però esse non mancano di falsità. Infatti è vero che generalmente i Pontefici lasciano liberi i teologi in quelle questioni che, in vario senso, sono soggette a discussioni fra i dotti di miglior fama; però la storia insegna che parecchie questioni, che prima erano oggetto di libera disputa, in seguito non potevano più essere discusse.
Né si deve ritenere che gli insegnamenti delle Encicliche non richiedano, per sé, il nostro assenso, col pretesto che i Pontefici non vi esercitano il potere del loro Magistero Supremo.
Infatti questi insegnamenti sono del Magistero ordinario, di cui valgono poi le parole: "Chi ascolta voi, ascolta me" (Luc. X, 16); e per lo più, quanto viene proposto e inculcato nelle Encicliche, è già per altre ragioni patrimonio della dottrina cattolica. Se poi i Sommi Pontefici nei loro atti emanano di proposito una sentenza in materia finora controversa, è evidente per tutti che tale questione, secondo l'intenzione e la volontà degli stessi Pontefici, non può più costituire oggetto di libera discussione fra i teologi.

È vero pure che i teologi devono sempre ritornare alle fonti della Rivelazione divina: è infatti loro còmpito indicare come gli insegnamenti del vivo Magistero "si trovino sia esplicitamente sia implicitamente" nella Sacra Scrittura o nella divina tradizione. Inoltre si aggiunga che ambedue le fonti della Rivelazione contengono tali e tanti tesori di verità da non potersi mai, di fatto, esaurire. Le scienze sacre con lo studio delle sacre fonti ringiovaniscono sempre; al contrario, diventa sterile, come sappiamo dall’esperienza, la speculazione che trascura la ricerca del sacro deposito. Ma per questo motivo la teologia, anche quella positiva, non può essere equiparata ad una scienza solamente storica. Dio insieme a queste sacre fonti ha dato alla sua Chiesa il vivo Magistero, anche per illustrare e svolgere quelle verità che sono contenute nel deposito della fede soltanto oscuramente e come implicitamente. E il divin Redentore non ha mai dato questo deposito, per l'autentica interpretazione, né ai singoli fedeli, né agli stessi teologi, ma solo al Magistero della Chiesa. Se poi la Chiesa esercita questo suo officio (come nel corso dei secoli è spesso avvenuto) con l'esercizio sia ordinario che straordinario di questo medesimo officio, è evidente che è del tutto falso il metodo con cui si vorrebbe spiegare le cose chiare con quelle oscure; anzi è necessario che tutti seguano l'ordine inverso. Perciò il Nostro Predecessore di imperitura memoria Pio IX, mentre insegnava che è còmpito nobilissimo della teologia quello di mostrare come una dottrina definita dalla Chiesa è contenuta nelle fonti, non senza grave motivo aggiungeva le seguenti parole: "in quello stesso senso, con cui è stata definita dalla Chiesa".

II

Ritorniamo ora alle teorie nuove, di cui abbiamo parlato prima: da alcuni vengono proposte o istillate nella mente diverse opinioni che sminuiscono l'autorità divina della Sacra Scrittura. Con audacia alcuni pervertono il senso delle parole del Concilio Vaticano con cui si definisce che Dio è l’Autore della Sacra Scrittura, e rinnovano la sentenza, già più volte condannata, secondo cui l'inerranza della Sacra Scrittura si estenderebbe soltanto a ciò che riguarda Dio stesso o la religione e la morale.

Anzi falsamente parlano di un senso umano della Bibbia, sotto il quale sarebbe nascosto il senso divino, che è, come essi dichiarano, il solo infallibile. Nell'interpretazione della Sacra Scrittura essi non vogliono tener conto dell'analogia della fede e della tradizione della Chiesa; in modo che la dottrina dei Santi Padri e del Magistero dovrebbe essere misurata con quella della Sacra Scrittura, spiegata, però, dagli esegeti in modo puramente umano; e non piuttosto la Sacra Scrittura esposta secondo la mente della Chiesa, che da Cristo Signore è stata costituita custode e interprete di tutto il deposito delle verità rivelate.

Inoltre il senso letterale della Sacra Scrittura e la sua spiegazione elaborata, sotto la vigilanza della Chiesa, da tali e tanti esegeti, dovrebbe, secondo le loro false opinioni, cedere il posto ad una nuova esegesi, chiamata simbolica e spirituale; secondo quest’esegesi i libri del Vecchio Testamento, che oggi nella Chiesa sono una fonte chiusa e nascosta, verrebbero finalmente aperti a tutti. In questo modo - essi affermano - svaniscono tutte le difficoltà alle quali vanno incontro soltanto coloro che si attengono al senso letterale delle Scritture.

Tutti vedono quanto tutte queste opinioni si allontanino dai principi e dalle norme ermeneutiche giustamente stabilite dai Nostri Predecessori di felice memoria: da Leone XIII nell'Enciclica "Providentissimus Deus", da Benedetto XV nell'Enciclica "Spiritus Paraclitus", come pure da Noi stessi nell'Enciclica "Divino afflante Spiritu".
Non deve recare meraviglia che tali novità in quasi tutte le parti della teologia abbiano prodotto i loro velenosi frutti. Si mette in dubbio che la ragione umana, senza l'aiuto della divina Rivelazione e della grazia, possa dimostrare con argomenti dedotti dalle cose create, l'esistenza di un Dio personale; si afferma che il mondo non ha avuto inizio e che la creazione del mondo è necessaria, perché procede dalla necessaria liberalità del divino amore; così pure si afferma che Dio non ha prescienza eterna ed infallibile delle libere azioni dell'uomo: tutte opinioni contrarie alle dichiarazioni del Concilio Vaticano (Cfr. Conc. Vat. Cost. "De fide cath.", cap. 1: De Deo rerum omnium creatore).

Da alcuni poi si mette in discussione se gli angeli siano persone; se vi sia una differenza essenziale fra la materia e lo spirito. Altri snaturano il concetto della gratuità dell'ordine sovrannaturale, quando sostengono che Dio non può creare esseri intelligenti senza ordinarli e chiamarli alla visione beatifica. Né basta; poiché, messe da parte le definizioni del Concilio di Trento, viene distrutto il vero concetto di peccato originale e insieme quello di peccato in genere, in quanto offesa di Dio, come pure quello di soddisfazione data per noi da Cristo. Né mancano coloro che sostengono che la dottrina della transustanziazione, in quanto fondata su un concetto antiquato di sostanza, deve essere corretta in modo da ridurre la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia ad un simbolismo, per cui le specie consacrate non sarebbero altro che segni efficaci della presenza di Cristo e della sua intima unione nel Corpo mistico con i membri fedeli.

Certuni non si ritengono legati alla dottrina che Noi abbiamo esposta in una Nostra Enciclica e che è fondata sulle fonti della Rivelazione, secondo cui il Corpo mistico di Cristo e la Chiesa cattolica romana sono una sola identica cosa. Alcuni riducono ad una vana formula la necessità di appartenere alla vera Chiesa per ottenere l'eterna salute. Altri infine non ammettono il carattere razionale dei segni di credibilità della fede cristiana.

È noto che questi errori, ed altri del genere, serpeggiano in mezzo ad alcuni Nostri figli, tratti in inganno da uno zelo imprudente o da una scienza di falso conio; e a questi figli sono costretti a ripetere, con animo addolorato, verità notissime ed errori manifesti, indicando loro con ansietà i pericoli dell'errore.


III

Tutti sanno quanto la Chiesa apprezzi il valore della ragione umana, alla quale spetta il còmpito di dimostrare con certezza l’esistenza di un solo Dio personale, di dimostrare invincibilmente per mezzo dei segni divini i fondamenti della stessa fede cristiana; di porre inoltre rettamente in luce la legge che il Creatore ha impressa nelle anime degli uomini; ed infine il còmpito di raggiungere una conoscenza limitata, ma utilissima, dei misteri (Cfr. Conc. Vat. D. B. 1796).

Ma questo còmpito potrà essere assolto convenientemente e con sicurezza, se la ragione sarà debitamente coltivata: se cioè essa verrà nutrita di quella sana filosofia che è come un patrimonio ereditato dalle precedenti età cristiane e che possiede una più alta autorità, perché lo stesso Magistero della Chiesa ha messo al confronto con la verità rivelata i suoi principî e le sue principali asserzioni, messe in luce e fissate lentamente attraverso i tempi da uomini di grande ingegno. Questa stessa filosofia, confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa, difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile.

In questa filosofia vi sono certamente parecchie cose che non riguardano la fede e i costumi, né direttamente né indirettamente, e che perciò la Chiesa lascia alla libera discussione dei competenti in materia; ma non vi è la medesima libertà riguardo a parecchie altre, specialmente riguardo ai principî ed alle principali asserzioni di cui già parlammo. Anche in tali questioni essenziali si può dare alla filosofia una veste più conveniente e più ricca; si può rafforzare la stessa filosofia con espressioni più efficaci, spogliarla di certi mezzi scolastici meno adatti, arricchirla anche - però con prudenza - di certi elementi che sono frutto del progressivo lavoro della mente umana; però non si deve mai sovvertirla o contaminarla con falsi principî, né stimarla solo come un grande monumento, sì, ma archeologico. La verità in ogni sua manifestazione filosofica non può essere soggetta a quotidiani mutamenti specialmente trattandosi dei principî per sé noti della ragione umana o di quelle asserzioni che poggiano tanto sulla sapienza dei secoli che sul consenso e sul fondamento anche della Rivelazione divina. Qualsiasi verità la mente umana con sincera ricerca ha potuto scoprire, non può essere in contrasto con la verità già acquisita; perché Dio, Somma Verità, ha creato e regge l'intelletto umano non affinché alle verità rettamente acquisite ogni giorno esso ne contrapponga altre nuove; ma affinché,, rimossi gli errori che eventualmente vi si fossero insinuati, aggiunga verità a verità nel medesimo ordine e con la medesima organicità con cui vediamo costituita la natura stessa delle cose da cui la verità si attinge. Per tale ragione il cristiano, sia egli filosofo o teologo, non abbraccia con precipitazione e leggerezza tutte le novità che ogni giorno vengono escogitate, ma le deve esaminare con la massima diligenza e le deve porre su una giusta bilancia per non perdere la verità già conquistata o corromperla, certamente con pericolo e danno della fede stessa.

Se si considera bene quanto sopra è stato esposto, facilmente apparirà chiaro il motivo per cui la Chiesa esige che i futuri sacerdoti siano istruiti nelle scienze filosofiche "secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico" (Corp. Jur. Can., can. 1366, 2), giacché, come ben sappiamo dall'esperienza di parecchi secoli, il metodo dell'Aquinate si distingue per singolare superiorità tanto nell'ammaestrare gli animi che nella ricerca della verità; la sua dottrina poi è in armonia con la Rivelazione divina ed è molto efficace per mettere al sicuro i fondamenti della fede come pure per cogliere con utilità e sicurezza i frutti di un sano progresso (A. A. S. vol. XXXVIII, 1946, p. 387).

Perciò è quanto mai da deplorarsi che oggi la filosofia confermata ed ammessa dalla Chiesa sia oggetto di disprezzo da parte di certuni, talché essi con imprudenza la dichiarano antiquata per la forma e razionalistica per il processo di pensiero. Vanno dicendo che questa nostra filosofia difende erroneamente l'opinione che si possa dare una metafisica vera in modo assoluto; mentre al contrario essi sostengono che le verità, specialmente quelle trascendenti, non possono venire espresse più convenientemente che per mezzo di dottrine disparate che si completano tra loro, benché siano in certo modo l'una all'altra opposte. Perciò la filosofia scolastica con la sua lucida esposizione e soluzione delle questioni, con la sua accurata determinazione dei concetti e le sue chiare distinzioni, può essere utile - essi concedono - come preparazione allo studio della teologia scolastica, molto bene adattata alla mentalità degli uomini medievali; ma non può darci - aggiungono - un metodo ed un indirizzo filosofico che risponda alle necessità della nostra cultura moderna. Oppongono, inoltre, che la filosofia perenne non è che la filosofia delle essenze immutabili, mentre la mentalità moderna deve interessarsi della "esistenza" dei singoli individui e della vita sempre in divenire.

Però, mentre disprezzano questa filosofia, esaltano le altre, sia antiche che recenti, sia di popoli orientali che di quelli occidentali, in modo che sembrano voler insinuare che tutte le filosofie o opinioni, con l'aggiunta - se necessario - di qualche correzione o di qualche complemento, si possono conciliare con il dogma cattolico. Ma nessun cattolico può mettere in dubbio quanto tutto ciò sia falso, specialmente quando si tratti di sistemi come l'immanentismo, l'idealismo, il materialismo, sia storico che dialettico, o anche come l'esistenzialismo, quando esso professa l'ateismo o quando nega il valore del ragionamento nel campo della metafisica.

Infine alla filosofia delle nostre scuole essi fanno questo rimprovero: che essa nel processo del pensiero bada solo all'intelletto e trascura la funzione della volontà e del sentimento. Ciò non corrisponde a verità. La filosofia cristiana non ha mai negato l'utilità e l'efficacia che hanno le buone disposizioni di tutta l'anima per conoscere ed abbracciare le verità religiose e morali; anzi, ha sempre insegnato che la mancanza di tali disposizioni può essere la causa per cui l'intelletto, sotto l'influsso delle passioni e della cattiva volontà, venga cosi oscurato da non poter rettamente vedere. Di più, il Dottor Comune ritiene che l'intelletto possa in qualche modo percepire i beni di grado superiore dell'ordine morale sia naturale che soprannaturale, in quanto esso esperimenta nell'ultimo una certa "connaturalità" sia essa naturale, sia frutto della grazia, con i medesimi beni (Cfr. S. Thom., Summa Theol. IIa IIæ, quæst. I, art. 4 ad 3; et quæst. 45, art. 2, in c.); ed è chiaro quanto questa, sia pur subcosciente, conoscenza possa essere di aiuto alla ragione nelle sue ricerche. Ma altro è riconoscere il potere che hanno la volontà e le disposizioni dell'animo di aiutare la ragione a raggiungere una conoscenza più certa e più salda delle verità morali, ed altro in quanto vanno sostenendo quei tali novatori: cioè che la volontà e il sentimento hanno un certo potere intuitivo e che l'uomo, non potendo col ragionamento discernere con certezza ciò che dovrebbe abbracciare come vero, si volge alla volontà, per cui egli possa compiere una libera risoluzione ed elezione fra opposte opinioni, mescolando malamente così la conoscenza e l'atto della volontà.

Non c'è da meravigliarsi che con queste nuove opinioni siano messe in pericolo le due scienze filosofiche che, per natura loro, sono strettamente collegate con gli insegnamenti della fede, cioè la teodicea e l'etica; essi ritengono che la funzione di queste non sia quella di dimostrare con certezza qualche verità riguardante Dio o altro ente trascendente, ma piuttosto quella di mostrare come siano perfettamente coerenti con le necessità della vita le verità che la fede insegna riguardo a Dio, Essere personale, e ai suoi precetti, e che perciò devono essere accettate da tutti per evitare la disperazione e per ottener l'eterna salvezza. Tutte queste affermazioni e opinioni sono apertamente contrarie ai documenti dei Nostri Predecessori Leone XIII e Pio X, e sono inconciliabili con i decreti del Concilio Vaticano.

Sarebbe veramente inutile deplorare queste aberrazioni, se tutti, anche nel campo filosofico, fossero ossequienti con la debita venerazione verso il Magistero della Chiesa, che per istituzione divina ha la missione non solo di custodire e interpretare il deposito della Rivelazione, ma anche di vigilare sulle stesse scienze filosofiche perché i dogmi cattolici non abbiano a ricevere alcun danno da opinioni non rette.
IV

Rimane ora da parlare di quelle questioni che, pur appartenendo alle scienze positive, sono più o meno connesse con le verità della fede cristiana. Non pochi chiedono instantemente che la religione cattolica tenga massimo conto di quelle scienze. Il che è senza dubbio cosa lodevole, quando si tratta di fatti realmente dimostrati; ma bisogna andar cauti quando si tratta piuttosto di ipotesi, benché in qualche modo fondate scientificamente, nelle quali si tocca la dottrina contenuta nella Sacra Scrittura o anche nella tradizione. Se tali ipotesi vanno direttamente o indirettamente contro la dottrina rivelata, non possono ammettersi in alcun modo.

Per queste ragioni il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell'attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell'evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull'origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente (la fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente sia Dio). Però questo deve essere fatto in tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all'evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l'ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede (Cfr. Allocuzione Pont. ai membri dell'Accademia delle Scienze, 30 novembre 1941; A. A. S. Vol. , p. 506). Però alcuni oltrepassano questa libertà di discussione, agendo in modo come fosse già dimostrata con totale certezza la stessa origine del corpo umano dalla materia organica preesistente, valendosi di dati indiziali finora raccolti e di ragionamenti basati sui medesimi indizi; e ciò come se nelle fonti della divina Rivelazione non vi fosse nulla che esiga in questa materia la più grande moderazione e cautela.

Però quando si tratta dell'altra ipotesi, cioè del poligenismo, allora i figli della Chiesa non godono affatto della medesima libertà. I fedeli non possono abbracciare quell'opinione i cui assertori insegnano che dopo Adamo sono esistiti qui sulla terra veri uomini che non hanno avuto origine, per generazione naturale, dal medesimo come da progenitore di tutti gli uomini, oppure che Adamo rappresenta l'insieme di molti progenitori; non appare in nessun modo come queste affermazioni si possano accordare con quanto le fonti della Rivelazione e gli atti del Magistero della Chiesa ci insegnano circa il peccato originale, che proviene da un peccato veramente commesso da Adamo individualmente e personalmente, e che, trasmesso a tutti per generazione, è inerente in ciascun uomo come suo proprio (cfr. Rom. V, 12-19; Conc. Trident., sess. V, can. 1-4).

V

Come nelle scienze biologiche ed antropologiche, cosi pure in quelle storiche vi sono coloro che audacemente oltrepassano i limiti e le cautele stabilite dalla Chiesa. In modo particolare si deve deplorare un certo sistema di interpretazione troppo libera dei libri storici del Vecchio Testamento; i fautori di questo sistema, per difendere le loro idee, a torto si riferiscono alla Lettera che non molto tempo fa è stata inviata all'arcivescovo di Parigi dalla Pontificia Commissione per gli Studi Biblici (16 gennaio 1948; A. A. S., vol. XL, pp. 45-48).

Questa Lettera infatti fa notare che gli undici primi capitoli del Genesi, benché propriamente parlando non concordino con il metodo storico usato dai migliori autori greci e latini o dai competenti del nostro tempo, tuttavia appartengono al genere storico in un vero senso, che però deve essere maggiormente studiato e determinato dagli esegeti; i medesimi capitoli - fa ancora notare la Lettera - con parlare semplice e metaforico, adatto alla mentalità di un popolo poco civile, riferiscono sia le principali verità che sono fondamentali per la nostra salvezza, sia anche una narrazione popolare dell'origine del genere umano e del popolo eletto.

Se qualche cosa gli antichi agiografi hanno preso da narrazioni popolari (il che può essere concesso), non bisogna mai dimenticare che hanno fatto questo con l'aiuto dell'ispirazione divina, che nella scelta e nella valutazione di quei documenti li ha premuniti da ogni errore. Quindi le narrazioni popolari inserite nelle Sacre Scritture non possono affatto essere poste sullo stesso piano delle mitologie o simili, le quali sono frutto più di un'accesa fantasia che di quell'amore alla verità e alla semplicità che risalta talmente nei Libri Sacri, anche del Vecchio Testamento, da dover affermare che i nostri agiografi son palesemente superiori agli antichi scrittori profani.

Veramente Noi sappiamo che la maggioranza dei dottori cattolici, dei cui studi raccolgono i frutti gli Atenei, i Seminari e i Collegi dei religiosi, sono lontani da quegli errori che apertamente o di nascosto oggi vengono divulgati, sia per smania di novità, sia anche per una non moderata intenzione di apostolato. Ma sappiamo anche che queste nuove opinioni possono fai presa tra le persone imprudenti; quindi preferiamo porvi rimedio sugli inizi, piuttosto che somministrare la medicina quando la malattia è ormai invecchiata.

Per questo motivo, dopo matura riflessione e considerazione, per non venir meno al Nostro sacro dovere, ordiniamo ai Vescovi e ai Superiori Generali degli Ordini e Congregazioni religiose, onerata in maniera gravissima la loro coscienza, di curare con ogni diligenza che opinioni di tal genere non siano sostenute nelle scuole o nelle adunanze e conferenze, né con scritti di qualsiasi genere e nemmeno insegnate, in qualsivoglia maniera, ai chierici o ai fedeli.
Gli insegnanti degli Istituti ecclesiastici sappiano che essi non possono esercitare con tranquilla coscienza l'ufficio di insegnare che è stato loro affidato, se non accettano religiosamente le norme che abbiamo stabilite e non le osservano esattamente nell'insegnamento delle loro materie. Quella doverosa venerazione ed obbedienza che nel loro assiduo lavoro devono professare verso il Magistero della Chiesa le infondano anche nella mente e nell'anima dei loro scolari.

Conclusione

Cerchiamo con ogni sforzo e con passione di concorrere al progresso delle scienze che insegnano; ma si guardino anche dall'oltrepassare i confini da Noi stabiliti per la difesa della fede e della dottrina cattolica. Alle nuove questioni, che la cultura moderna e il progresso hanno fatto diventare di attualità, diano l'apporto delle loro accuratissime ricerche, ma con la conveniente prudenza e cautela; infine, non abbiano a credere, per un falso "irenismo", che si possa ottenere un felice ritorno nel seno della Chiesa dei dissidenti e degli erranti, se non si insegna a tutti, sinceramente, tutta la verità in vigore nella Chiesa, senza alcuna corruzione e senza alcuna diminuzione.

Fondati su questa speranza, che sarà aumentata dalla vostra pastorale solerzia, come auspicio dei celesti doni e segno della Nostra paterna benevolenza, impartiamo di gran cuore a voi tutti singolarmente, come al clero e al popolo vostri, l'apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 22 del mese di Agosto dell'anno 1950, XII del Nostro Pontificato.

PIO PP. XII




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Un Papiro rivoluzionario: 7Q5 Intervista al P. José O'Callaghan, S.J.

E' sempre affascinante tutto ciò che ha relazione con la Sacra Scrittura


Un Papiro rivoluzionario: 7Q5
 intervista al P. José O'Callaghan, S.J.
  di Germán Mckenzie González.
Le scoperte delle undici grotte di Qumran, nei pressi del Mar Morto, in Israele, avvenute dal 1947 al 1956, hanno rappresentato certamente un fatto della più grande importanza per la miglior comprensione della Sacra Scrittura e dell'ambiente storico nel quale si è sviluppata la Chiesa della prima ora. Si tratta della più grande scoperta di manoscritti antichi. Sono i testi della biblioteca della comunità di Qumran, una sorta di monastero in cui, secondo l'opinione dei più eminenti specialisti, una parte della famiglia degli Esseni conduceva una vita dedicata al lavoro e alla preghiera. I suoi abitanti appartenevano a uno dei principali gruppi religiosi in cui si divideva il giudaismo, prima della distruzione del tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C.

La quasi totalità dei testi e dei frammenti contenuti nelle 11 grotte del complesso di Qumran è stata redatta in ebraico o aramaico, e si tratta di pergamene (pelli di animale opportunamente trattate e utilizzate per scriverci sopra). Solo la grotta 7, scoperta nel 1955, presenta la particolarità di contenere, nella sua totalità, dei papiri, una sorta di carta composta con le fibre di una pianta detta "cyperus papyrus", e, per di più scritti in greco. È precisamente questa grotta che ha richiamato l'attenzione dell'esperto papirologo José O'Callaghan, sacerdote gesuita spagnolo, che iniziò la sua ricerca su di essa quando stava elaborando un catalogo dei papiri contenenti sezioni della cosiddetta versione dei LXX (una traduzione dell' A.T. in greco, eseguita ad Alessandria, da dei giudei, nel III secolo a.C., per l'utilizzo da parte dei correligionari più familiarizzati con il greco che con l'ebraico o l'aramaico.
Appassionato dall'investigazione papirologica, il P. O'Callaghan si diede allo studio approfondito della grotta 7, familiarizzandosi con i frammenti ivi contenuti. Un giorno cominciò a trascorrere il suo tempo libero - come egli stesso dice - «a distrarsi», tentando una identificazione del papiro inventariato con il numero 5, cercando cioè di determinare di quale libro dell'Antico Testamento facesse parte questo frammento di papiro. Esso era datato al più tardi come dell'anno 50 d.C. e misurava 3,9 cm di altezza e 2,7 cm di larghezza. Il punto di partenza per lo studioso fu la combinazione delle lettere "NNES", che apparivano chiaramente leggibili nella quarta riga.
Dopo successivi tentativi falliti nei passi che considerava più probabili, ebbe l'idea di cercare tra i testi del Nuovo Testamento. Inizialmente nessun riscontro, poiché la sua chiave di ricerca si orientava sulle genealogie, ma in seguito arrivò la sorpresa; in un primo momento il risultato lo tenne tra lo stupore e l'incredulità: 7Q5 corrispondeva a Mc 6,52-53. Dopo nuove e più rigorose interpretazioni, nonché reiterate consultazioni con altri esperti, pubblicò, nel 1972, un articolo, in cui spiegava i risultati del suo lavoro. Questo si allargava all'intenzione di trovare altri frammenti del NT, su consiglio di (altri) accademici con i quali si era consultato.
A lato della chiara identificazione di 7Q5, buona parte degli altri tentativi di identificazione dei papiri greci della grotta 7 restavano alquanto insicuri. Fu l'inizio così di una intensa polemica, sorprendente per l'asprezza e l'abbondanza di argomentazioni ad hominem ­ piuttosto che scientifiche ­ utilizzate da alcuni dei suoi oppositori. In seguito vi furono maggiori studi. Oggi, dopo oltre venti anni, le ricerche rigorose di O'Callaghan vengono sempre di più appoggiate da un crescente numero di papirologi di gran fama. Malgrado tutto questo, numerosi biblisti, qumranologi, esperti di critica testuale mantengono un atteggiamento di resistenza. Le conclusioni definitive del P. O'Callaghan non hanno fatto altro che confermare quella identificazione iniziale di 7Q5 come corrispondente a Mc 6,52-53.

"...perchè non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito. Compiuta la traversata, approdarono e presero terra a Genèsaret..."
Dottore in filosofia presso l'Università di Madrid, Dottore in filologia classica presso l'università di Milano, il P. O'Callaghan ha insegnato in importanti centri di studio europei. Egli è professore emerito del Pontificio Istituto Biblico di Roma, dove ha insegnato Papirologia e Paleografia Greca, nonché Critica Testuale. Qui è stato anche decano della Facoltà Biblica. Attualmente è impiegato come direttore del Seminario di Papirologia dell'istituto di Teologia Fondamentale di S. Cugat del Vallès, in Barcellona.
Qual è la ragione di tanto subbuglio? Come è venuta maturandosi l'identificazione di 7Q5 fino alle conclusioni definitive? Quali implicazioni comporta, per la scienza biblica, il ritrovamento di un frammento del testo di S. Marco datato, al più tardi, come del 5O della nostra era?
Questi e altri interrogativi sono stati affrontati nell'intervista che gentilmente il P. O'Callaghan ha concesso a «Vida y Espiritualidad»1 e che noi pubblichiamo grazie alla cortesia di Fabiano Gritti

Come definirebbe, in sintesi, l'aver identificato il frammento 7Q5 con Mc 6,52-53?
L'apporto dell'identificazione di 7Q5 sta nell'esserci avvicinati al Gesù storico, che questa identificazione permette. Secondo alcuni studiosi si era interrotta la linea di unione con il Cristo storico, perché -secondo questi autori- non sapremmo niente di Lui. Invece risulta che, se adesso siamo in possesso di un papiro dell'anno 50 d.C., del Vangelo di Marco, -come dice molto bene la esimia papirologa Orsolina Montevecchi, che è datato circa vent'anni dopo la morte del Signore-, anche se questo non ci parla di miracoli del Signore, tuttavia abbiamo stabilito il contatto, mediante la testimonianza di un papiro, con il Cristo storico.
Potrebbe raccontarci qualcosa del cammino che ha percorso dal 1972 e che culmina con la conferma scientifica di questa identificazione?
Mi è successo qui quello che mi è accaduto altre volte, ma ancora prima, quando nella mia disciplina scientifica si lavorava senza l'aiuto dell'informatica e le cose erano molto più difficili. A volte, nei momenti di difficoltà scientifica, quando non si vede chiaro l'approccio ad un problema e lo scoraggiamento si affaccia, viene una particolare intuizione che chiarisce la situazione, che illumina il cammino e trova qualcosa di nuovo. Alcuni mi hanno chiesto se si è trattato di una speciale grazia di Dio. Al che rispondo: "Grazia di Dio, sì, perché tutto quello che ho e che faccio è, in fondo, grazia di Dio, però non una ispirazione divina particolare". Onestamente credo di no. Si è trattato di una intuizione scientifica, evidentemente, di cui rendo grazie a Dio.
La prima ricezione del mio articolo apparso nella rivista Biblica: "¿Papiros neotestamentarios en la cueva 7 de Qumrán?" del 1972, fu molto polemica. Allora persone di grande autorità scientifica mi dissero testualmente: «Né Lei né io verremo a capo di una polemica internazionale, perché essa è fortissima. Lei va contro l'opinione internazionale». Opinione internazionale, del resto, che trovava spazio tra la maggior parte degli studiosi della Bibbia nel campo protestante e nel campo cattolico.
Stiamo parlando della prospettiva di R. Bultmann, che stabilisce una separazione tra il Gesù storico, che sarebbe assolutamente inaccessibile, e il Cristo della fede, che corrisponderebbe alla elaborazione della prima comunità cristiana e che è quello che ha tramandato a noi, depositato nel Nuovo Testamento?
Ebbene, sì. E dunque, chiaramente, questo aspetto è fortissimo. In realtà il papiro è minuscolo e potrebbe presentare certamente delle difficoltà. in quel momento non si pretendeva di concludere di vedere completamente tutto chiaro.
All'inizio non risposi agli attacchi di studiosi famosi come -soprattutto- il prof. Kurt Aland, quelli degli specialisti della École Biblique di Gerusalemme, etc. Essi mi attaccavano fortemente, però, più che di argomenti scientifici, si trattava di attacchi personali di grande risonanza internazionale. Io vedevo, sulla base degli argomenti che la scienza papirologica consente, per quello che la conosco, che non toccavano il nocciolo della questione. Erano attacchi di scarso contenuto papirologico. Allora cominciai a rispondere attenendomi rigorosamente agli argomenti e non alle persone, finché non mi stancai di ribattere. Pensavo che perdevo tempo ed energia in un dibattito che, basato su questi termini, non valeva la pena di continuare. Avevo risposto abbastanza nella rivista Studi Papirologici; anche nella rivista Biblica. In seguito la querelle si smorzò perché non ricevetti risposta ai miei articoli chiarificatori. Non pubblicavano niente e si fece silenzio sul tema. Senza interlocutori non potevo rispondere a niente. La questione rimase assopita finché il papirologo anglicano Carsten Peter Thiede, professore tedesco, si presentò nel mio studio, con sua moglie, quando ero decano della Facoltà Biblica del Pontificio Istituto Biblico di Roma, e mi disse che era convinto che gli attacchi che la mia ipotesi aveva ricevuto erano inconsistenti. Egli stava cercando di scrivere un libro sulla mia identificazione. Dopo che ebbe investigato per suo conto, pubblicò un libro in Germania di cui si è fatta, mi pare, la quinta edizione. In castigliano si intitola: ¿El manuscrito más antiguo de los Evangelios? El fragmento de Marcos en Qumrán y los comienzos de la tradición escrita del Nuevo Testamento. L'opera è stata tradotta anche in olandese e in italiano (Il manoscritto più antico dei vangeli? Il frammento di Marco diQumran e gli inizi della tradizione scritta del Nuovo Testamento, (Subsida Biblica 10), Roma: Biblical Insitute Press, 1987: nota redazionale). Inoltre Carsten Peter Thiede ha scritto un altro libro in inglese, tradotto anche in francese (e in Italiano: Qumran e i Vangeli. I manoscritti della grotta 7 e la nascita del Nuovo Testamento, Milano: Massimo, 1996: nota redazionale). Tutta la faccenda, come può vedere, ha acquistato risonanza. Si tratta di uno scienziato di alto livello. Lo conosco e lo rispetto molto, come è naturale. In quel tempo fu lui che riprese la tematica. Essa era come addormentata, non spenta; Thiede non la resuscitò, piuttosto la ha risvegliata.
Quale è stata l'importanza del simposio svoltosi presso l'Università di Eichstätt, in Germania, nell'ottobre del 1991?
È stata grande. Mi invitarono, però non volli assistervi, perché i partecipanti potessero sentirsi liberi di parlare in favore oppure contro. Ciò che feci, fu di inviare una lettera, di cui si diede lettura, ringraziandoli per il loro interessamento e offrendo le mie preghiere perché incontrassero la verità. In quella sede grandi personalità si espressero a favore della identificazione, altre no; però, in generale, la opinione fu favorevole. Mi offrirono i loro lavori. Erano nord-americani, tedeschi, francesi, belgi... nessun italiano e nessun spagnolo. Queste persone hanno potuto agire in un ambiente internazionale altamente scientifico, pubblicando, in seguito, degli atti che, in generale, propendevano in favore della mia posizione. In seguito F. Rohrhirsch pubblicò un libro favorevole alla mia identificazione e contro la presa di posizione di Kurt Aland e la sua scuola, i quali, nella loro analisi informatica di tutti i fattori relativi a 7Q5 hanno sbagliato a programmare il computer; logicamente, l'elaboratore, programmato in modo erroneo, ha dato risultati erronei, non validi.
E allora Lei si accinge ad assumere lo studio di 7Q5 in profondità e si avvia verso l'ultima tappa che culmina con il libro che pubblicherà tra breve...
Con tutti questi precedenti e altri apporti -compresi alcuni che per essere a volte contrari alla mia tesi non lascio di valutare e di ringraziare- con tutto il materiale raccolto dagli studiosi che hanno cercato di stabilire altre identificazioni per 7Q5, sono andato approfondendo la mia indagine. Grazie a un calcolo delle probabilità da me richiesto all'eminente professore Alberto Dou, Dottore in matematica e membro delle reale Accademia delle Scienze di Madrid, risulta chiaro che il frammento del papiro non può corrispondere ad altri testi... Non combacia con nessun altro testo! Questo studio si riporta ampiamente nell'epilogo del libro che sto dando alle stampe: Los testimonios más antiguos del Nuevo Testamento. Papirología neotestamentaria. ((En los origines del cristianismo 7) Cordoba: Ediciones El Almendro, 1995: I testimoni più antichi del Nuovo Testamento. papirologia neotestamentaria; attualmente il libro non è ancora tradotto in italiano; nota redazionale). Qui dichiaro e provo scientificamente, da un punto di vista papirologico, che 7Q5 è Mc 6,52-53. Qui, infine, includo l'apporto dello studio matematico del professor Dou. La questione e definitivamente provata e sicura; cosa che mi anche detto, dal punto di vista delle possibilità matematiche, lo stesso professor Dou.
Parliamo un po' delle diverse obiezioni e problemi posti alla identificazione: secondo alcuni c'è un primo ostacolo ed che lo studio è stato fatto usando come base dlle foto grafie e non il papiro stesso...
In primo luogo le rispondo come papirologo. A un papirologo non sempre è possibile viaggiare fino a San Pietroburgo, a New York o chissà dove per studiare un papiro, perché non possiamo contare sul presupposto di avere sempre l'accesso diretto all'originale. Questo è evidente. Quello che facciamo è, dalla nostra sede, lavorare per mezzo di fotografie, talvolta ad infrarossi. Questo è abituale, nella papirologia. In secondo luogo è assolutamente falso che io non abbia lavorato con i papiri originali. Il P. Martini, oggi Cardinale, che è stato rettore del Pontificio Istituto Biblico quando proposi l'identificazione per la prima volta, appena uscì il primo articolo, nel 1972, mi chiese di stare a lavorare una settimana completa al Museo di Gerusalemme.E la mia visita ai luoghi santi fu, in gran parte la sala dei papiri del suddetto museo. Ebbi sì la consolazione di celebrare la Messa presso il Sepolcro del Signore, a cui mi ero già preparato da tempo, però, per lo più, ciò che feci, fu di verificare le letture su 7Q5, letture che erano ovvie già nella fotografia a raggi infrarossi. E nel medesimo anno pubblicai un ampio articolo nella rivista Biblica, in base alle note prese nel corso dello studio diretto presso il Museo di Gerusalemme. Ed è curioso, perché, come ho detto, io ho visto e ho lavorato una settimana con gli originali, C.P. Thiede è stato 5 volte là, mentre il Prof. Aland, la cui memoria rispetto e a cui riconosco il molto che ha dato nel campo della critica testuale, ha lavorato soltanto con fotografie e non è mai andato a Gerusalemme. È stato paradossale il fatto che abbia attaccato duramente le mie ipotesi dicendo precisamente che la mi identificazione è stata realizzata lavorando soltanto con fotografie!
C'è un altra questione papirologica ed è costituita da tentativi di realizzare altre identificazioni di 7Q5, diverse dalla sua; come quella della professoressa Spottorno, con Zac 7, 4-5? Altri studiosi, come Julio Trebolle, per esempio, in un libro recentemente pubblicato, dicono che sono possibili differenti identificazioni del papiro. Che ne dice, a proposito?
Sono ipotesi completamente sbagliate. Lo dico, come papirologo, con tutta franchezza. Tutto quanto affermano a livello papirologico io lo analizzo in profondità -come ho già detto- nella conclusione del mio libro. Queste alternative che essi propongono, in quanto papirologo, fanno pena a vederle. Sembra che qui vogliano, più che illuminare, disorientare e parlare tanto per parlare. Hanno proposto come identificazione testi che non c'entrano in nessun modo! Ho sempre detto, fin dall'inizio, che se mi provano che questo non è il Vangelo di Marco, io lo accetto di conseguenza. Ma hanno cercato distorcere la realtà... Nel libro che sta per apparire, c'è una sezione chiamata: «Presupposti scientifici per l'identificazione». E sulla base di quanto ivi espongo si vede con chiarezza che, nella proposta delle loro alternative, non si è tenuto conto di quanto, nella metodologia scientifica, è più elementare. E questo lo affermo nella maniera più assoluta.
In concreto, di che cosa stiamo parlando, di lettere che non esistono nel papiro originale?
Quando uno fa una identificazione, se è vera, questa corrisponde a quello che si vede nel papiro, alla disposizione delle lettere e al resto. Se la identificazione non corrisponde a quello che si vede nel papiro, uno, di conseguenza, mette in dubbio e dice: «Questo non è il papiro, è un'altra cosa». Queste interpretazioni alternative, che hanno proposto, fanno pena, sul piano scientifico. Nel caso della professoressa Spottorno, che rispetto molto a livello personale, ella ricostruisce, in base a 7Q5, un passaggio che non è uguale al brano di Zaccaria con il quale pretende di identificarlo, ma sarebbe una specie di parafrasi dello stesso passo; che razza di identificazione è?
In queste pretese identificazioni, si rispetta la "verticalità delle lettere", che si deduce dalla media sticometrica (numero delle lettere per linea) del rotolo al quale il papiro apparteneva?
No, in nessun modo. Né la "verticalità delle lettere", né la lettura. Perché oltre a non corrispondere al papiro, le lettere che propongono non vi si vedono. Non sto parlando solo di lettere complete, ma non si vedono neppure incomplete, e neppure si vedono tratti d penna. In papirologia le lettere complete non presentano nessuna difficoltà: quelle incomplete possono essere di lettura sicura o incerta. Però, se incontriamo in un documento antico, per esempio, nel nostro alfabeto, un triangolo con il vertice in alto, si possono completare i lati fino alla base e si può dire che è una "A". Però, se si incontra un simile triangolo, non si può dire che è una "S". Eppure queste supposte identificazioni alternative presentano cose simili; è incredibile!
Un altra obiezione è che il papiro è troppo piccolo per poterci lavorare sopra seriamente...
Questo fatto potrebbe mettere la pulce nell'orecchio a uno che non sia papirologo, ma a un papirologo questo non suona strano, perché ci sono dei papiri più piccoli, come per esempio quello che corrisponde a Samia, (la cui sigla è P. Oxy. XXXVIII 2831), opera di Menandro, che misura 2.4 per 3.3 cm. Per la sua identificazione il papirologo inglese E.G. Turner modifica il testo e realizza un cambio fonetico che non si incontra da nessuna altra parte. Questa identificazione è stata accettata da tutti. Ci sono altri esempi. Il papiro neotestamentario pubblicato da C.P. Thiede, appartenente alla collezione Bodmer, è molto più piccolo. Inoltre c'è anche il caso del papiro che fu identificato nella gotta 7 di Qumran come corrispondente a un testo dell'Antico Testamento, della lettera di Geremia, in cui si presenta una identificazione testuale che gli identificatori aggiustano come possono, sulla base di una versione latina. Inoltre le uniche parole che si leggono con sicurezza assoluta sono OUN (= dunque, cong. consecutiva) e AUTOUS, (= essi). In tutti questi casi nessuno ha fatto pesare qualche difficoltà perché il papiro è più piccolo di 7Q5.
C'è un'altra questione relativa a 7Q5; è la lettera incompleta che alcuni hanno letto come una «I» e che Lei legge come «N»...
C'è una lettera che io leggo come «N», in relazione alla quale quelli dell' École Biblique di Gerusalemme mi dissero che ciò era -testualmente- «assurdo». Dicevano che era assurdo vedere lì il tratto verticale sinistro di una «N» -il ny maiuscolo in greco è come la N in italiano (or. "in castigliano"). Si tirava in ballo questo finché, al Dipartimento di Investigazione e Scienza Forense della Polizia Nazionale di Israele, e con gli apparati della tecnologia moderna, concretamente con lo stereomicroscopio, videro che nel tratto verticale a cui ci riferiamo, nella parte superiore, discendeva parte del tratto obliquo discendente corrispondente ad una «N». E' dunque scientificamente provato. Ora, la lettera che segue, che più di uno vedono come una eta -che nell'alfabeto maiuscolo greco è fatta come una «H»-, io non la vedo tale. E sebbene un eta in questa posizione combacia perfettamente con la mia identificazione, poiché desidero essere onesto scientificamente, quando il professor A. Dou fece i calcoli delle probabilità che gli richiesi, gli dissi di mettere un punto nella posizione che quella lettera occupava, perché io, semplicemente, non la vedevo.
Il fatto che si sia ricorso alla polizia scientifica israeliana, che non ha nessun interesse nella polemica, garantisce l'imparzialità delle informazioni che sono servite ad identificare la lettera...
Per un certo aspetto sì, però non in quello fondamentale. L'obiettività della identificazione è garantita dal rigore scientifico del lavoro nel suo insieme. Le dirò un'altra cosa, perché possa vedere l'onestà del procedimento: ogni qual volta pubblicavo un articolo, difendendo la mia posizione, ho sempre pubblicato la fotografia a raggi infrarossi. Quelli che attaccarono l'identificazione non hanno mai pubblicato nulla, soltanto parlavano. Qui c'è già una differenza di procedura scientifica. In questo desiderio di onestà, ad un estremo e massimo rigore scientifico, non si è mancato di adottare tutte le possibilità di investigazione, e di presentare il papiro alla polizia israeliana, la stessa che è completamente imparziale nella materia di questa identificazione.
Si è parlato anche del cambio di un delta con un tau che si deve fare per ottenere l'identificazione. È un aspetto che hanno trattato C. Roberts, Pierre Benoit, M.E. Boismard e altri.
Sì. E quando vidi che alcuni assunsero questo come una obiezione, mi recai presso la biblioteca del Pontificio Istituto Biblico, e scrissi una nota che fu pubblicata nella rivista Biblica, circa la frequenza del cambio delta-tau nei papiri biblici. E ripeto quello che ha detto la professoressa Montevecchi, una eminenza in papirologia: obiettare questo cambio delta-tau è quasi ridicolo, a motivo della possibilità e ammissibilità del cambio. E di fatto esistono numerosi casi dello stesso errore, compreso perfino un graffito in greco su pietra, dei tempi di Erode, dove è evidente che avrebbero dovuto badare di più alla scrittura.
Nel campo della critica interna ci sono delle altre osservazioni. Una di esse mette in discussione l'identificazione fatta da Lei perché essa esige l'eliminazione di nove lettere, corrispondenti alla frase EPI TEN GEN, che appare nella variante greca più comune del Vangelo di S. Marco.
Di questo parla anche O. Montevecchi. Io potrei rispondere con le sue parole, che sono molto più autorevoli delle mie e assolutamente imparziali. Se il cambio delta-tau, come ho già spiegato, non ha niente di particolare -e parlo come papirologo-, omissioni analoghe a EPI TEN GEN sono un caso conosciuto e accettato. Lo stesso C. Roberts, quando pubblicò il papiro p52, quello famoso del vangelo di S. Giovanni, realizzò la sua identificazione omettendo alcune lettere; Ed è che nella pericope (Gv 17, 37-38) c'è una ripetizione, nel testo originario di S. Giovanni, che dice: «Io per questo (EIS TOUTO) sono nato e per questo (EIS TOUTO) sono venuto nel mondo» (v. 37). La seconda occorrenza di EIS TOUTO, che è la lettura ordinaria nel testo oggi conservato, per ragioni sticometriche, lo omise lo stesso Roberts, guidato dalla «verticalità delle lettere» del testo nel margine destro del papiro, considerando il suo testo come una variante più breve. Ed è ben conosciuta l'accoglienza entusiasta e la generale accettazione della identificazione di p52, corrispondente all'anno 125. Non voglio parlare di altri diversi papiri biblici la cui identificazione, malgrado presentassero varianti «assurde», è stata accettata da tutti gli specialisti. Mi limito solo a citare un pezzo di papiro (più piccolo di 7Q5), il p73 (= p. Bodmer I). In questo insignificante papiro, tra il fronte e il retro si leggono con sicurezza solo otto lettere. Ebbene, l'identificazione di questo papiro con il testo di Mt 25,43 e 26,2-3, è stata accettata senza nessuna difficoltà.
Non le sembra degno di prendere in considerazione l'argomento del prof. Metzger che cerca di mettere in questione l'identificazione perché, -dice- per realizzarla si rende necessario accettare delle eccezioni in un pezzetto molto piccolo di papiro?
Che eccezioni sono?
Il cambio delta-tau e l'EPI TEN GEN.
Questo che dice il professor Metzger mi sembrava molto opportuno, perché rispetto molto la sua personalità scientifica. Siamo amici. Però l'argomento che porta è scardinare la questione. Può darsi che in un pezzo piccolo di papiro ci siano delle varianti perché cadono proprio lì. Inoltre, in questo caso, queste varianti non hanno corpo e volume sufficiente per far dubitare della identificazione perché non hanno, ognuna di esse, un peso significativo per generare dei dubbi.
Il che equivale a dire, riassumendo, che esistono papiri accettati ai quali si sono concesse non poche eccezioni in più e nessuno si è fatto alcun problema?
Così è. Esistono molti altri papiri. Lo dico sempre e lo ripeto ora: se questo papiro fosse del VII secolo, sarebbe fantastico; però chiaramente è del I secolo e per questo non si accetta. Comprendo queste riserve soltanto per le conseguenze che questa accettazione comporta.
C'è qualcuno che parlava di un Suo intento apologetico...
Se mi dicono questo è per mettermi addosso un marchio d'infamia. Io lavoro sempre con rigore scientifico e ho compiuto altre identificazioni, per esempio una che un gruppo di professori tedeschi di Berlino mi presentarono come un brano di prosa e che io ho identificato come del poeta Teocrito. Ora mi domando: "Che apologetica ho fatto con questa identificazione?" A quel tempo ed ora il mio procedere è scientifico. Nel caso poi di 7Q5 la identificazione compiuta non fu fatta cercandola, ma è successo..., semplicemente. Inoltre, a condurmi ad essa fu la curiosità nel tempo del riposo... «fare i cruciverba in greco», semplicemente.
Proseguendo, parliamo delle conclusioni del calcolo delle probabilità, la prova matematica. Il cambio delta-tau da Lei rimarcato, non interferisce con il risultato?
Infatti io avvertii di questo il professor Dou, ma bisogna supplire all'equivocazione dello scriba. Matematicamente, tuttavia, nella prima ipotesi di lavoro (egli ha lavorato con cinque ipotesi distinte che, nell'insieme, hanno dato un risultato favorevole alla identificazione che io propongo) questo cambio consonantico influiva poco.
E nel caso delloeta che Lei ha detto che non vedeva chiaramente...
In questo caso richiesi al professor Dou di non considerarla e di mettere lì un punto, che denotava una lettera sconosciuta. Il resto delle lettere sicure del papiro si sono considerate come tali. D'altro canto si è utilizzata, come base, la medesima sticometria (lunghezza di ogni riga della colonna del testo) della mia identificazione, cioè con lo stesso numero di spazi o lettere, e con possibilità di variare tra le venti e le ventitré lettere, perché, essendo lettere fatte a mano, non sempre la loro quantità è costante in ogni linea.
La prima ipotesi semplicemente considera il numero delle lettere e la loro ubicazione, senza distinguerne nessuna...
Sì, si tratta di un calcolo puramente matematico, senza identificare nessuna lettera... A farlo, la probabilità che si incontri una sequenza che possa corrispondere a 7Q5 è di 1 contro trentaseimila bilioni. Per farsi un'idea, si può spiegare che quando si tira una moneta in aria la probabilità che venga testa è 1 contro 2. Così, la probabilità in questo caso è di 1 contro 36.000.000.000.000.000 (trentasei milioni di miliardi). Questa cifra si riduce, cioè la probabilità è maggiore, quando ci si riferisce alla congiunzione di lettere propria di un testo espressivo letterario, che è differente dalla ipotesi precedente di un testo matematico inespressivo.
Nel caso di un testo espressivo letterario ci sono più probabilità che nel caso precedente che il frammento 7Q5 coincida con un testo diverso da Marco...
Sì, ma la probabilità in questo caso è di 1 contro novecentomila milioni... cioè non ce ne è praticamente nessuna. Si tratta di una contro 900.000.000.000 possibilità. Questo è sicuro, perché in tutte queste migliaia di milioni, parlando matematicamente, e impossibile e assurdo che si possa incontrare un'altra identificazione, perché questa è unica ed è con Mc 6,52-53. Tanto nel primo come nel secondo caso, il risultato è scientificamente sicuro. Tutti i dettagli di questa come di tutte le altre ipotesi di lavoro dell'analisi del professor Dou saranno riportate nell'appendice della mia prossima opera, come ho già detto.
C'è una terza ipotesi...
Questa si riferisce a una sticometria più ampia, perché nel lavoro con la matematica cerchiamo di esaurire tutte le possibilità di variazione. In questo caso la probabilità di una identificazione di 7Q5 con un testo che non sia di Marco è di 1 contro 430 bilioni. Si tratta di 1 possibilità tra 430.000.000.000.000 di opzioni. nuovamente il risultato è molto chiaro.
Persino un risultato più...
Le analisi del professor Dou lo portano ad affermare che, nel caso si scoprisse nel futuro qualche documento con il quale il frammento 7Q5 potrebbe identificarsi, questo documento e Mc 6, 52-53 sarebbero testi non indipendenti. Cioè, eventualmente si scoprisse un qualunque altro testo suscettibile di supportare una identificazione con 7Q5, questo testo avrà a che vedere con il nostro brano di Marco. Tutto questo verrà spiegato nel libro.
Lei si sente intimamente convinto, come scienziato, che questa sua identificazione è certa...
Ora sì, inizialmente non ero tanto fermamente convinto. Era un'ipotesi molto probabile. Adesso sì, sono sicuro.
Andando oltre il tema della identificazione propriamente tale del testo, circa la datazione del testo...
La datazione la fece Roberts, il grande paleografo di Oxford. Forse adesso stanno facendo maggiori difficoltà rispetto al momento iniziale, però fino ad allora non si presentò nessun problema. Il professor Fitzmyer diceva in un articolo che, poiché non si può cambiare la datazione, non si può accettare la identificazione di 7Q5. ora, perché non si può cambiare la identificazione, cercano di cambiare la datazione.
Ci sarebbe la possibilità di usare il metodo del carbonio 14 per precisare la datazione?
No, è impossibile, perché bisognerebbe bruciare il papiro... In pezzi di papiro più grandi sì, è possibile farlo, ma in questo caso ciò implicherebbe la perdita totale dello stesso.
In relazione al medesimo tema della datazione, ci sono alcuni - e tra questi il già menzionato ricercatore K. Aland- che affermano che il papiro debba essere posteriore all'anno 50.
Il professor Aland non era paleografo; cioè, pur con gran rispetto ai suoi lavori di critica testuale, nel campo della paleografia preferisco altre opinioni.
Inoltre esiste un problema da tirare in ballo e che è il passaggio dal rotolo al codice; potrebbe spiegare qualcosa a proposito?
Nel simposio della Sorbona, a Parigi, svoltosi pochi anni fa, ricordo esattamente che gli specialisti si misero d'accordo e si può dire che è verso l'anno 80 che ebbe luogo il passaggio dal rotolo al codice; non in maniera netta, ma si cambiò poco a poco, finché finalmente si passò al codice, soprattutto per facilitare la diffusione del nuovo testamento. Era più facile inviare libri, quaderni, che rotoli, complicatissimi da maneggiare.
Nel caso del papiro 7Q5 teniamo un pezzetto di rotolo; il che implica che esso sia anteriore all'anno 80 d.C., che fu quando essi cessarono di essere utilizzati...
In realtà anteriori a quando si chiusero le grotte di Qumran, cioè nel 68 d.C.; in base all'archeologia e alla storia, per precisione storica, questo frammento è molto antico.
Tra i metodi paleografici, quali furono utilizzati per datare il papiro prima dell'anno 50 d.C.? Cosa c'entra il cosiddetto Zierstil («stile ornato») con tutto ciò?
Ogni stile paleografico (stile di scrittura) ha una nascita, uno sviluppo, e una morte. È in base a questi stili e ai suoi cicli di vita che si può spere la datazione di un manoscritto. La datazione la fece il prof. Roberts, di Oxford, molto noto, come ho già detto. Un altro professore, un altro molto rinomato in Italia, di cui non faccio il nome perché me lo ha detto confidenzialmente -non sarebbe particolarmente significativo sapere, in questa vicenda, il suo nome- sosteneva: «Al massimo questo papiro è dell'anno 50 d.C.». E chi mi ha detto questo è, secondo me, il miglior paleografo biblico del mondo.
Cioè paleograficamente il papiro 7Q5 ha uno stile che è determinato tra un intervallo di anni e per questo è possibile datarlo...
Sì, questo intervallo di anni va dal 50 a.C. al 50 d.C. Potrebbe darsi che questo stile abbia una ramificazione, però c'è da tenere conto di una cosa: alcuni dei papiri della grotta 7 di Qumran presentano dei tratti che sono molto interessanti, si incontrano tratti paleografici dei papiri di Ercolano, dell'Italia. Allora può darsi che si scrivessero a Roma... Infine c'è una serie di casi molto interessanti, tuttavia enigmatici.
Questo ha a che vedere qualcosa con la iscrizione che si riscontrò nell'anfora della grotta 7, che diceva «Roma»?
Questo lo affermano alcuni. Io non sono un tecnico in questo campo e non mi azzardo a sostenerlo. Persone più accreditate potranno dirlo. Quanto Lei dice lo suggerì un professore del Pontificio Istituto Biblico; ma, per contro, il neutrale specialista di Qumran Yigael Yadin disse di no, che si metteva solo il nome del proprietario o il contenuto, ma non l'origine geografica... Però, nella migliore delle ipotesi, il contenuto era «manoscritti di Roma». Si tratta di qualcosa aperto alla investigazione.
A parlare di 7Q5, davanti a che cosa ci troviamo? Davanti ad un frammento del Vangelo di Marco? Di quale versione? Di una fonte di Marco?
Questo non lo so. Alcuni dicono che è una fonte. Colui che oggi è il Cardinale Martini aveva un'opinione al riguardo e, credo, la pubblicò. Avendo un cambio di sezione (tra i versetti 52 e 53 del capitolo 6 del Vangelo di S. Marco), si tratta di un testo già formato. C'è un paragrafo, un spazio vuoto in bianco, che implica un «punto e a capo». Però, una volta di più, questo esula dalla mia competenza e per questo non esprimo valutazioni. Altri lo diranno.
Ci sono anche altri indizi che permettono di compiere questa identificazione con Marco; per esempio, l'uso reiterato della parola KAI (in italiano «e»), se non mi sbaglio...
Certo, è vero; non c'è un altro autore classico che fa iniziare un paragrafo con KAI, come nel caso di 7Q5. Questo comincia una sezione al v. 53. E se si tiene conto che in Marco più del 90% delle pericopi cominciano con KAI, rivelando un greco poco raffinato -che tuttavia bisogna dire che è proprio del Vangelo di Marco-, gli argomenti i favore della datazione aumentano. La verticalità delle lettere, il dettaglio del paragrafo, il KAI, lo stesso fatto di essere una lectio brevior (una variante più breve dovuta all'omissione di EPI TEN GEN)... tutti questi fatti portano O. Montevecchi ad affermare che se questo non ci fosse, avrebbe dubitato che il papiro fosse antico.
Parliamo un po' delle reazioni, come per esempio quella del professor Ravasi, che, mostrando disinformazione sul tema affermò, rispondendo alla proposta di identificazione di 7Q5 con il menzionato passo di Marco, che si trattava di un papiro con lettere ebraiche. Come è possibile una simile mancanza di obiettività?
Questo, invece di chiederlo a me, bisognerebbe piuttosto chiederlo a Lui
Lei non ha nessuna idea sulla faccenda?
Questa leggerezza è una cosa incredibile... Ravasi, che è una persona molto competente in certe cose, non si è neppure degnato di guardare il papiro! Appare chiaramente il KAI, appare chiaramente il tau, appare chiaramente il gruppo NNES... E lui dice che è ebraico? Eppure sembrerebbe che si sia espresso così. Ci troviamo di fronte ad un pregiudizio di scuola, o, piuttosto, di posizione. Si vede chiaramente... Le personalità eminenti che hanno le loro posizioni scientifiche, come potevano cambiare la loro posizione per la proposta di un giovane sconosciuto nell'ambiente biblico internazionale? Nel campo papirologico io ero conosciuto, ma in campo biblico no. Se non si è papirologi, sinceramente, si vedranno o non si vedranno cose con superficialità...
Che cosa le dice il fatto che le critiche provengono più dagli esegeti che dai papirologi, pur non essendo quello il loro campo?
Quello che dice Herbert Hunger, che è stato direttore della collezione dei papiri della Biblioteca Nazionale dell'Austria, realtà di grandissima importanza per la papirologia, è assai ragionevole: "Io non parlo né come teologo né come biblista, parlo come scienziato e papirologo, e come scienziato dico che O'Callaghan ha ragione". Quanto afferma O. Montevecchi è importate: questo non toglie ne aggiunge nulla, perché anche se questo non fosse un papiro di San Marco, il cristianesimo non perde nulla. Ed ora si deve anche presentare in conto, a coloro che si oppongono alla identificazione che avanzo, che, a fronte dei loro pregiudizi c'è stato un rafforzamento di un più equanime e scientifico apprezzamento delle cose.
Sebbene il suo lavoro su 7Q5 non abbia un intento apologetico, non di meno esso ha delle conseguenze importanti per l'annuncio delle fede nel nostro tempo, soprattutto per quanto ha a che fare con la storicità dei vangeli. Come vede questo aspetto?
Una cosa è che io, come sacerdote, mi rallegri molto, ma è altra cosa che un sacerdote abbai tirato acqua al suo mulino. Quando valutavo globalmente la cosa, allora, oltre ad aver discusso e parlato con rigore scientifico, mi sentivo che come sacerdote ero molto lieto della vicenda, per contro considerando che la mia lotta iniziale fu molto difficile -ho trascurato anche le prime votazioni per proseguire come cattedratico presso il Pontificio Istituto Biblico e mi stavo giocando tutto come scienziato; era molto rischioso per me mettermi nella questione di 7Q5-. Ed è che sono convinto che la ricerca della verità necessariamente conduce a Dio, che è la verità. Ora, come sacerdote, non potrei certo minimizzare la mia aspettativa che l'identificazione di 7Q5 con Marco fosse vera, però mai ho fatto apologetica, perché reputo che lavorare così sia inaccettabile. Tra i risultati finali dell'investigazione, sono contento che questa si sia rivelata vera: non posso negarlo.
Che conseguenze pratiche vede? Crede che si tratti di una porta per cui alcune persone volgano gli occhi alla fede?
Ebbene, questo si vedrà. Io non so quello che farà la gente. Però se si accetta questo, per la stessa solidità scientifica che possiede, papirologica, matematica, credo che potrà aiutare qualcuno a dire di sì. Io ripeto tuttavia mille volte la stessa cosa: questo papiro non ha aumentato minimamente la mia fede, perché la mia fede va oltre tutti i papiri e i codici. Però la fede suppone la razionalità umana; di conseguenza sono contento che la identificazione che ho proposto possa affermarsi con certezza.
Concludendo, dando ora uno sguardo retrospettivo, che lettura fa di questo che ha chiamato una «avventura scientifica»? Come vede le cose alla luce degli anni?
Ebbene, è stato tutto. È stato benedizione, è stata prova, è stato calvario, è stata gloria, sono stati momenti intensi... Però innanzi tutto è stato lo sforzo di servire Dio e la Chiesa, sulla base del mio ministero sacerdotale e dei miei studi scientifici.


1 Da «Vida y Espiritualidad», maggio-agosto 1995, anno 11, N. 31.
  Traduzione dallo spagnolo a cura della redazione di San Lorenzo



Vita di san Benedetto

Traduzione a cura dei PP. Benedettini di Subiaco.- collana "Spiritualità nei secoli" di Città Nuova Editrice.
 
PROLEGOMENA. Vita S. Benedicti
(Ex libro II Dialogorum S. Gregorii Magni excerpta).
Gregoro Magno – Libro II dei Dialoghi
Vita di san Benedetto

[0126A] Fuit vir vitae venerabilis, gratia Benedictus et nomine, ab ipso suae pueritiae tempore cor gerens senile.  [a [0125C] Simili loquendi modo utitur infra l. IV, c. 47. Joannes . . . adolescens qui aetatem suam intellectu et humilitate, dulcedine et gravitate transibat. Et hom. 14 in Evang., ibi pueri qui hic annos suos moribus transcenderunt.]  Aetatem quippe moribus transiens, nulli animum voluptati dedit: sed dum in hac terra adhuc esset, quo temporaliter libere uti potuisset, despexit jam quasi aridum mundum cum flore. Qui liberiori genere ex provincia Nursiae  [b [0125C] Nursia urbs olim episcopalis in Sabinis, intra montes sita et ad Apennini radices, sub frigido coelo; hinc de ea canit Maro l. VII Aeneid.: Quos frigida misit  Nursia.   ]  exortus, Romae liberalibus litterarum studiis traditus fuerat. Sed cum in eis multos ire per abrupta vitiorum cerneret, eum quem quasi in ingressu mundi posuerat, retraxit pedem: ne si quid de scientia ejus attingeret, ipse quoque postmodum in immane praecipitium totus iret. Despectis itaque litterarum studiis, relicta domo rebusque patris, soli Deo placere desiderans, sanctae conversationis habitum quaesivit. Recessit igitur  [0126B] scienter nescius, et sapienter indoctus. Hujus ego omnia gesta non didici, sed pauca quae narro, quatuor discipulis illius referentibus agnovi: Constantino  [c [0126C] De Constantino et Simplicio hic memoratis Paulus Diac. de gestis Langob. l. IV, c. 18: Post beatum Benedictum Constantinus, post hunc Simplicius; post quem Vitalis; ad extremum Bonitus congregationem ipsam rexit. Quod confirmat abbatum S. Benedicti successorum seriem a S. Greg. hic assertam, contra Baronium, qui ad an. 581 primum S. Benedicti successorum instituit, simulque Lateranensis monasterii abbatem, Valentinianum, cum quatuor praecesserint. Primus tamen rexit Lateranense monasterium, quod post dirutum Cassinense coenobium sub Bonito abbate teste Paulo Diac. loco laudato, constructum est.]  scilicet reverentissimo valde viro, qui ei in monasterii regimine successit; Valentiniano [d [0126C] Germ., Valentiano, Big., Valentino. Consentit Graecus interpres.]  quoque, qui annis multis Lateranensi monasterio praefuit; Symplicio, qui congregationem illius post eum tertius rexit; Honorato etiam, qui nunc adhuc cellae ejus, in qua prius conversatus fuerat, praeest.

Inizio del libro
 Gregorio: seguitando le nostre conversazioni, parleremo oggi di un uomo veramente insigne, degno di ogni venerazione. Si chiamava Benedetto questo uomo e fu davvero benedetto di nome e di grazia. Fin dai primi anni della sua fanciullezza era già maturo e quasi precorrendo l'età con la gravità dei costumi, non volle mai abbassare l'animo verso i piaceri.
Se l'avesse voluto avrebbe potuto largamente godere gli svaghi del mondo, ma egli li disprezzò come fiori seccati e svaniti.
Era nato da nobile famiglia nella regione di Norcia. Pensarono di farlo studiare e lo mandarono a Roma dove era più facile attendere agli studi letterari. Lo attendeva però una grande delusione: non vi trovò altro, purtroppo, che giovani sbandati, rovinati per le strade del vizio.
Era ancora in tempo. Aveva appena posto un piede sulla soglia del mondo: lo ritrasse immediatamente indietro. Aveva capito che anche una parte di quella scienza mondana sarebbe stata sufficiente a precipitarlo intero negli abissi.
Abbandonò quindi con disprezzo gli studi, abbandonò la casa e i beni paterni e partì, alla ricerca di un abito che lo designasse consacrato al Signore. Gli ardeva nel cuore un'unica ansia: quella di piacere soltanto a Lui. Si allontanò quindi così: aveva scelto consapevolmente di essere incolto, ma aveva imparato sapientemente la scienza di Dio.
Certamente io non posso conoscere tutti i fatti della sua vita. Quel poco che sto per narrare, l'ho saputo dalla relazione di quattro suoi discepoli: il reverendissimo Costantino, suo successore nel governo del monastero; Valentiniano, che fu per molti anni superiore del monastero presso il Laterano; Simplicio, che per terzo governò la sua comunità; e infine Onorato, che ancora dirige il monastero in cui egli abitò nel primo periodo di vita religiosa.

CAPUT PRIMUM. De capisterii fracti reparatione [0128A]
 Hic itaque cum jam relictis litterarum studiis petere deserta decrevisset, nutrix quae hunc arctius amabat, sola secuta est. Cumque ad locum venisset qui Enfide [a [0127D] Germ. Beccens. et secundus Aud., Fide. Alii,  [0128D] Enfidus, Effide. Vulgo Afide in Aequicolis, duobus mill. a Sublaco.]  dicitur, multisque honestioribus viris charitate se illic detinentibus, in beati Petri apostoli ecclesia demorarentur, praedicta nutrix illius ad purgandum triticum a vicinis mulieribus praestari sibi capisterium [b [0128D] Ventilabrum a kapuvw flo. Cribrum esse putavit interpres Gallicus.]  petiit, quod super mensam incaute de relictum, casu accidente fractum est, sic ut in duabus partibus inveniretur divisum. Quod mox rediens nutrix illius, ut ita invenit, vehementissime flere coepit, quia vas quod praestitum acceperat, fractum vi debat. Benedictus autem religiosus et pius puer  [0128B] cum nutricem suam flere conspiceret, ejus dolori compassus, ablatis secum utrisque fracti capisterii partibus, sese cum lacrymis in orationem dedit: qui ab oratione surgens, ita juxta se vas sanum reperit ut in eo inveniri fracturae nulla vestigia potuissent Mox autem nutricem suam blande consolatus, et sanum capisterium reddidit, quod fractum tulerat Quae res in eodem loco a cunctis est agnita, atque in tanta admiratione habita, ut hoc ipsum capisterium ejus loci incolae in ecclesiae ingressu suspenderent: quatenus praesentes et secuturi omnes agnoscerent, Benedictus [c [0128D] Obscure et corrupte plerique editi: a quanta Bened. puer conversationis gratia perfectione coepisset.]  puer conversationis gratiam a quanta perfectione coepisset, quod annis multis illic ante omnium oculos fuit, et usque ad haec Langobardorum  tempora super fores ecclesiae pependit. Sed Benedictus  [0128C] plus appetens mala mundi perpeti [d [0128D] Gussanvillaeus, invitis tribus German. Regio, Norm. etc., addit, ab hominibus quaerere.]  quam laudes, et plus pro Deo laboribus fatigari quam vitae hujus favoribus extolli, nutricem suam occulte fugiens, deserti loci secessum petiit cui Sublacus [e [0128D] Nunc Subiaco, in Aequicolis.]  vocabulum est, qui ab Romana urbe quadraginta fere millibus distans, frigidas atque perspicuas emanat aquas. Quae illic videlicet aquarum abundantia in extenso prius lacu colligitur, ad postremum vero in amnem [f [0128D] Nimirum Anienem.]  derivatur. Quo dum fugiens pergeret, monachus quidam Romanus [g [0128D] S. Romanus colitur die 22 Maii.]  nomine, hunc euntem reperit, quo tenderet requisivit. Cujus cum desiderium cognovisset, et secretum tenuit, et adjutorium impendit, eique sanctae conversationis habitum tradidit, et in quantum licuit, ministravit. Vir autem  [0128D] Dei ad eumdem locum perveniens, in arctissimum specum se tradidit, et tribus annis, excepto Romano monacho, hominibus incognitus mansit: qui videlicet Romanus non longe in monasterio sub Adeodati [h [0128D] Aliter Deodati, aut Theodati.]  patris regula degebat. Sed pie ejusdem Patris sui  [0130A] oculis furabatur horas, et quem sibi ad manducandum subripere poterat, diebus certis Benedicto panem ferebat. Ad eumdem vero specum a Romani cella iter non erat, quia excelsa desuper rupes eminebat; sed ex eadem rupe in longissimo fune religatum Romanus deponere panem consueverat; in qua [a [0130D] Becc. et secundus Aud., in quo etiam resti.]  etiam resti parvum tintinnabulum inseruit, ut ad sonum tintinnabuli vir Dei cognosceret quando sibi Romanus panem praeberet, quem exiens [b [0130D] Secundus Carnot. primus Aud. Bigot. Lyr., quem accipiens ederet.]  acciperet. Sed antiquus hostis unius charitati invidens, et alterius refectioni, cum quadam die submitti panem conspiceret, jactavit lapidem, et tintinnabulum fregit. Romanus tamen modis congruentibus [c [0130D] Germ. Gemet. aliique Norm., horis congruentibus.]  ministrare non desiit. Cum vero jam Deus omnipotens et Romanum vellet a labore quiescere, et Benedicti vitam  [0130B] in exemplum hominibus demonstrare, ut posita supra candelabrum lucerna claresceret, quatenus omnibus qui in domo Dei sunt luceret, cuidam presbytero longius manenti, qui refectionem sibi in Paschali festivitate paraverat, per visum Dominus apparere dignatus est, dicens: Tu tibi delicias praeparas, et servus meus illo in loco fame cruciatur. Qui protinus surrexit, atque in ipsa solemnitate Paschali cum alimentis quae sibi paraverat, ad locum tetendit, et virum Dei per abrupta montium, per concava vallium, per defossa terrarum quaesivit, eumque latere in specu reperit. Cumque oratione facta, benedicentes Dominum omnipotentem consedissent, post dulcia vitae colloquia, is qui advenerat presbyter dixit: Surge, sumamus cibum, quia hodie Pascha  [0130C] est. Cui vir Dei respondit, dicens: Scio quia Pascha est, quia videre te merui. Longe quippe ab hominibus positus, quia die eodem Paschalis solemnitas esset ignorabat. Venerabilis autem presbyter rursus asseruit, dicens: Veraciter hodie Resurrectionis Dominicae Paschalis dies est; abstinere tibi minime congruit, quia et ego ad hoc missus sum, ut omnipotentis dona Dei pariter sumamus. Benedicentes igitur Dominum sumpserunt cibum. Expleta itaque refectione et colloquio, ad ecclesiam presbyter recessit.
 [0132A] Eodem quoque tempore hunc in specu latitantem etiam pastores invenerunt: quem dum vestitum pellibus inter fruteta cernerent, aliquam bestiam esse crediderunt: sed cognoscentes Dei famulum, eorum multi ad pietatis gratiam a bestiali mente mutati sunt. Nomen itaque ejus per vicina loca innotuit cunctis: factumque est ut ex illo jam tempore a multis frequentari coepisset, qui cum ei cibum afferrent corporis, ab ejus ore in suo pectore alimenta referebant vitae.
1. Il primo miracolo
 Abbandonati dunque gli studi letterari, Benedetto decise di ritirarsi in luogo solitario. La nutrice però che gli era teneramente affezionata, non volle distaccarsi da lui e, sola sola, ottenne di poterlo seguire. E partirono.
Giunti alla località chiamata Enfide, quasi costretti dalla carità di molte generose persone, dovettero interrompere il viaggio; presero così dimora presso la chiesa di S. Pietro.
Qualche giorno dopo, la nutrice aveva bisogno di mondare un po' di grano e chiese alle vicine che volessero prestarle un vaglio di coccio. Avendolo però lasciato sbadatamente sul tavolo, per caso cadde e si ruppe i due pezzi. Ed ora? L'utensile non era suo, ma ricevuto in prestito: cominciò disperatamente a piangere.
Il giovanotto, religioso e pio com'era, alla vista di quelle lacrime, ebbe compassione di tanto dolore: presi i due pezzi del vaglio rotto, se ne andò a pregare e pianse. Quando si rialzò dalla preghiera, trovò al suo fianco lo staccio completamente risanato, senza un minimo segno d'incrinatura: "Non c'è più bisogno di lacrime - disse, consolando dolcemente la nutrice - Il vaglio rotto eccolo qui, è sano!".
La cosa però fu risaputa da tutto il paese e suscitò tanta ammirazione che gli abitanti vollero sospendere il vaglio all'ingresso della chiesa: doveva far conoscere ai presenti e ai posteri con quanto grado di grazia Benedetto, ancor giovane, aveva incominciato il cammino della perfezione.
Il vaglio restò lì per molti anni, a vista di tutti, e fino al tempo recente dei Longobardi, è rimasto appeso sopra la porta della chiesa.
Benedetto però non amava affatto le lodi del mondo: bramava piuttosto sottoporsi a disagi e fatiche per amore di Dio, che non farsi grande negli onori di questa vita. Proprio per questo prese la decisione di abbandonare anche la sua nutrice e nascostamente fuggì. Si diresse verso una località solitaria e deserta chiamata Subiaco, distante da Roma circa 40 miglia, località ricca di fresche e abbondantissime acque, che prima si raccolgono in un ampio lago e poi si trasformano in fiume.
Si affrettava dunque a passi svelti verso questa località, quando si incontrò per via con un monaco di nome Romano, che gli domandò dove andasse.
Conosciuta la sua risoluzione, gli offrì volentieri il suo aiuto. Lo rivestì quindi dell'abito santo, segno della consacrazione a Dio, lo fornì del poco necessario secondo le sue possibilità e gli rinnovò la promessa di non dire il segreto a nessuno.
In quel luogo di solitudine, l'uomo di Dio si nascose in una stretta e scabrosa spelonca. Rimase nascosto lì dentro tre anni e nessuno seppe mai niente, fatta eccezione del monaco Romano. Questi dimorava in un piccolo monastero non lontano, sotto la guida del padre Adeodato; con pie industrie, cercando il momento opportuno, sottraeva una parte della sua porzione di cibo e in giorni stabiliti la portava a Benedetto.
Dal monastero di Romano però non era possibile camminare fino allo speco, perché sopra di questo si stagliava un'altissima rupe. Romano quindi dall'alto di questa rupe, calava abilmente il pane con una lunghissima fune, a cui aveva agganciato un campanello: l'uomo di Dio sentiva, usciva fuori e lo prendeva.
Il bene però non piace mai allo spirito maligno: sentiva rabbia della carità dell'uno e della refezione dell'altro. Un giorno, osservando che veniva calato il pane, scagliò un sasso e ruppe il campanello. Romano però continuò lo stesso, come meglio poteva, a prestare questo generoso servizio.
Dio però, che tutto dispone, volle che Romano sospendesse la sua laboriosa carità e più ancora volle che la vita di Benedetto diventasse luminoso modello agli uomini: questa splendente lucerna, posta sopra il candelabro, doveva ormai irradiare la sua luce a tutti quelli che sono nella casa di Dio.
Per questo il Signore stesso si degnò di trovarne la via. Un certo sacerdote, che abitava parecchio distante, si era preparata la mensa nel giorno di Pasqua. All'improvviso ecco una visione: è il Signore che parla: "Tu ti sei preparato cibi deliziosi, e va bene: ma guarda là; vedi quei luoghi? Lì c'è un mio servo che soffre la fame".
Il buon sacerdote balzò in piedi e nello stesso giorno solenne di Pasqua, raccolti gli alimenti che aveva preparato per sé, volò nella direzione indicatagli. Cercò l'uomo di Dio tra i dirupi dei monti, tra le insenature delle valli e tra gli antri delle grotte: lo trovò finalmente, nascosto nella spelonca.
Tutti e due volarono prima di tutto al Signore, innalzando a Lui benedizioni e preghiere. Sedettero poi, insieme, scambiandosi dolci pensieri sulle cose del cielo.
"Ora - disse poi il sacerdote - prendiamo anche un po' di cibo, perché oggi è Pasqua". "Oh, sì, - rispose Benedetto - oggi è proprio Pasqua per me, perché ho avuto la grazia di vedere te". Così lontano dagli uomini il servo di Dio ignorava persino che quel giorno fosse la solennità di Pasqua.
"Ma oggi è veramente il giorno della Risurrezione del Signore - riprese il sacerdote - e dunque non è bene che tu faccia digiuno. Io sono stato inviato qui proprio per questo, per cibarci insieme, da buoni fratelli, di questi doni che l'Onnipotenza di Dio ci ha messo davanti".
E così, con la lode di Dio sulle labbra, desinarono. Finita poi la refezione e scambiata qualche altra buona parola, il sacerdote fece ritorno alla sua chiesa.
 Poco tempo dopo anche alcuni pastori scoprirono Benedetto nascosto dentro lo speco. Avendolo intravisto in mezzo alla boscaglia, coperto com'era di pelli, credettero sulle prime che si trattasse di una bestia selvatica. Ma riconosciutolo poi come un vero servo di Dio, molti di essi, che veramente eran pari alle bestie, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita.
In seguito a questi fatti la fama di lui si diffuse in tutti i paesi vicini. E le visite sempre più diventarono frequenti: gli portavano cibi per sostenere il suo corpo e ripartivano col cuore ripieno di sante parole, alimento di vita per l'anima loro.

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