giovedì 1 novembre 2012

Marco 12, 28b-34. Domenica 4 nov. 2012. XXXI Dom. Tempo Ordin. - Anno B






Domenica 4 novembre 2012, XXXI Domenica del Tempo Ordinario - Anno B

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 12, 28b-34.

Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore;
amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.
E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi».
Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui;
amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
Traduzione liturgica della Bibbia 


Corrispondenza nel "Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta : Volume 9 Capitolo 596 pagina 387. 


1

Gesù entra nel Tempio ancor più affollato che nei giorni precedenti. È tutto bianco oggi, nella sua veste di lino. È una giornata afosa.
Va ad adorare nell’atrio degli Israeliti e poi va ai portici*, seguito da un codazzo di gente, mentre altra ha già preso le migliori posizioni sotto i porticati, e la maggioranza sono gentili che, non potendo andare oltre il primo cortile, oltre il portico dei Pagani, hanno approfittato del fatto che gli ebrei hanno seguito il Cristo per prendere posizioni di favore.
Ma un gruppo ben numeroso di farisei li scompagina: sono sempre arroganti ad un modo, e si fanno largo con prepotenza per accostarsi a Gesù curvo su di un malato. Attendono che lo abbia guarito, poi gli mandano vicino uno scriba perché lo interroghi.
Veramente fra loro c’era stata prima una breve disputa, perché Gioele detto Alamot voleva andare lui ad interrogare il Maestro. Ma un fariseo si oppone e gli altri lo sostengono dicendo: «No. Ci è noto che tu parteggi per il Rabbi, benché tu lo faccia segretamente. Lascia andare Uria...».
«Uria no», dice un altro giovane scriba che non conosco affatto. «Uria è troppo aspro nel suo parlare. Ecciterebbe la folla. Vado io».
E, senza ascoltare più le proteste degli altri, va vicino al Maestro proprio nel momento che Gesù congeda il malato dicendogli: «Abbi fede. Sei guarito. La febbre e il dolore non torneranno mai più».

2

«Maestro, quale è il maggiore dei comandamenti della Legge?».
Gesù, che lo aveva alle spalle, si volta e lo guarda. Una luce tenue di sorriso gli illumina il volto, e poi alza il capo, essendo a capo chino perché lo scriba è di bassa statura e per di più sta curvo in atto di ossequio, e gira lo sguardo sulla folla, lo appunta sul gruppo dei farisei e dottori e scorge il viso pallido di Gioele seminascosto dietro un grosso e impaludato fariseo. Il suo sorriso si accentua. È come una luce che vada a carezzare lo scriba onesto.
Poi riabbassa il capo guardando il suo interlocutore e gli risponde: «Il primo* di tutti i comandamenti è: “Ascolta, o Israele: il Signore Dio nostro è l’unico Signore. Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze”. Questo è il primo e supremo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non vi sono comandamenti maggiori di questi. Essi rinchiudono tutta la Legge e i Profeti».


«Maestro, Tu hai risposto con sapienza e con verità. Così è. Dio è Unico e non vi è altro dio fuori che Lui. Amarlo con tutto il proprio cuore, con tutta la propria intelligenza, con tutta l’anima e tutte le forze, e amare il prossimo come se stesso, vale molto più di ogni olocausto e sacrificio. Molto lo penso quando medito le parole davidiche**: “A Te non piacciono gli olocausti; il sacrificio a Dio è lo spirito compunto”».
«Tu non sei lontano dal Regno di Dio, perché hai compreso quale sia l’olocausto che è gradito a Dio».

«Ma quale è l’olocausto maggiormente perfetto?», chiede svelto, a bassa voce, lo scriba, come se dicesse un segreto.
Gesù raggia d’amore lasciando cadere
questa perla nel cuore di costui che si apre alla sua dottrina, alla dottrina del Regno di Dio, e dice, curvo su lui: «L’olocausto perfetto è amare come noi stessi coloro che ci perseguitano e non avere rancori. Chi fa questo possederà la pace. È detto***: i mansueti possederanno la terra e godranno dell’abbondanza della pace. In verità ti dico che colui che sa amare i suoi nemici raggiunge la perfezione e possiede Dio».
3
Lo scriba lo saluta con deferenza e se ne torna al suo gruppo, che lo rimprovera sottovoce di aver lodato il Maestro, e con ira gli dicono: «Che gli hai chiesto in segreto? Sei anche tu, forse, sedotto da Lui?».
«Ho sentito lo Spirito di Dio parlare sulle sue labbra».
«Sei uno stolto. Lo credi forse tu il Cristo?».
«Lo credo».
«In verità fra poco vedremo vuote le nostre scuole dei nostri scribi ed essi andar raminghi dietro quell’Uomo! Ma dove vedi, in Lui, il Cristo?».
«Dove non so. So che sento che è Lui».
«Pazzo!», gli voltano inquieti le spalle.
Gesù ha osservato il dialogo e, quando i farisei gli passano davanti in gruppo serrato per andarsene inquieti, li chiama dicendo: «Ascoltatemi. Voglio chiedervi una cosa. Secondo voi, che ve ne pare del Cristo? Di chi è figlio?».
«Sarà figlio di Davide», gli rispondono marcando il “sarà”, perché vogliono fargli capire che, per loro, Egli non è il Cristo.
«E come dunque Davide, ispirato da Dio, lo chiama “Signore” dicendo*: “Il Signore ha detto al mio Signore: ‘Siedi alla mia destra fino a che non avrò messo i tuoi nemici a sgabello ai tuoi piedi’ ”? Se dunque Davide chiama il Cristo “Signore”, come il Cristo può essergli figlio?».
Non sapendo cosa rispondergli, si allontanano ruminando il loro veleno.

4
Gesù si sposta dal luogo dove era, tutto invaso dal sole, per andare più oltre, dove sono le bocche del tesoro, presso la sala del gazofilacio. Questo lato, ancora in ombra, è occupato da rabbi che concionano con grandi gesti rivolti ai loro ascoltatori ebrei, che aumentano sempre più come, col passar delle ore, aumenta di continuo la gente che affluisce al Tempio.
I rabbi si sforzano di demolire coi loro discorsi gli insegnamenti che il Cristo ha dato nei giorni precedenti o quella stessa mattina. E sempre più alzano la voce più vedono aumentare la folla dei fedeli. Il luogo, infatti, benché vasto tanto, formicola di persone che vanno e vengono in ogni senso...

5

Mi dice Gesù: «Inserisci qui la visione dell’obolo della vedova (19 giugno 44) corretta* come ti indicherò», (come ho già corretto nei dattiloscritti che ho rimandato). Poi continua la visione.

19 giugno 1944.

6

Solo oggi, e con insistenza, vedo apparire la seguente visione.
Sul principio non vedo che cortili e porticati, che riconosco essere del Tempio, e Gesù, che sembra un imperatore tanto è solenne nel suo abito rosso vivo e manto pure rosso più cupo, appoggiato ad una enorme colonna quadrata che sostiene un arco del portico. Mi guarda fissamente. Mi perdo a guardarlo, beandomi di Lui che da due giorni non vedevo e non udivo.
La visione dura così per lungo tempo. E finché dura così non la scrivo, perché è gioia mia. Ma, ora che vedo animarsi la scena, comprendo che vi è dell’altro e scrivo.
Il luogo si va empiendo di gente che va e viene in ogni senso. Vi sono sacerdoti e fedeli, uomini, donne e bambini. Chi passeggia, chi, fermo, ascolta i dottori, chi si dirige trascinando agnellini o portando colombi presso altri luoghi forse di sacrificio.
Gesù sta appoggiato alla sua colonna e guarda. Non parla. Anche due volte che è stato interrogato dagli apostoli ha fatto cenno di no, ma non ha parlato. È attentissimo ad osservare. E dall’espressione pare stia giudicando chi guarda. Il suo
occhio e tutto il volto mi ricorda l’aspetto che gli ho visto nella visione* del Paradiso, quando giudicava le anime nel giudizio particolare. Ora, naturalmente, è Gesù, Uomo; lassù era Gesù glorioso, perciò più ancora imponente. Ma la mutabilità del volto, che osserva fissamente, è uguale. È serio, scrutatore, ma, se delle volte è di una severità da far tremare il più sfacciato, delle volte è anche così dolce, di una mestizia sorridente che pare carezzi con lo sguardo.

7

Pare non oda nulla. Ma deve ascoltare tutto perché, quando da un gruppo lontano parecchi metri, raccolto intorno ad un dottore, si alza una voce nasale che proclama: «Più di ogni altro comando è valido questo: quanto è per il Tempio al Tempio vada. Il Tempio è al disopra del padre e della madre e, se alcuno vuole dare alla gloria del Signore ogni “che” che gli avanza, lo può fare e ne sarà benedetto, poiché non vi è sangue né affetto superiore al Tempio», Gesù gira lentamente la testa in quella direzione e guarda con un che... che non vorrei fosse rivolto a me.
Pare guardi in generale. Ma quando un vecchietto tremolante si accinge a salire i cinque scalini di una specie di terrazza che è prossima a Gesù, e che pare conduca ad un altro cortile più interno, e punta il bastoncello e quasi cade inciampando nella veste, Gesù allunga il suo lungo braccio e l’afferra e lo sorregge, né lo lascia sinché lo vede in sicuro. Il vecchietto alza la testa grinzosa e guarda il suo alto salvatore e mormora una parola di benedizione, e Gesù gli sorride e lo carezza sulla testa semicalva. Poi torna contro la sua colonna, e se ne stacca ancora una volta per rialzare un bambino che scivola dalla mano della madre e cade bocconi proprio ai suoi piedi, piangendo, contro il primo scalino. Lo alza, lo carezza, lo consola. La madre, confusa, ringrazia. Gesù sorride anche a lei, alla quale riconsegna il piccolo.
Ma non sorride quando passa un tronfio fariseo e neppure quando passano in gruppo degli scribi e altri che non so chi siano. Questo gruppo saluta con grande sbracciarsi e inchinarsi. Gesù li guarda così fissamente che pare li perfori, e saluta ma senza espansione. È severo. Anche ad un sacerdote che passa, e deve essere un pezzo grosso perché la folla fa largo e saluta e lui passa tronfio come un pavone, Gesù dà un lungo sguardo. Uno sguardo tale che colui, che pure è pieno di superbia, china il capo. Non saluta. Ma non resiste allo sguardo di Gesù.

8

Gesù cessa di guardarlo per osservare una povera donnetta vestita di marrone scuro, che sale vergognosa i gradini e va verso una parete in cui sono come delle teste di leone o simili bestie a bocca aperta. Molti vanno a quella volta. Ma Gesù pareva non aver fatto caso a loro. Ora invece segue il cammino della donnetta. Il suo occhio la guarda pietoso e si fa dolce dolce quando la vede stendere una mano e gettare nella bocca di pietra di uno di quei leoni qualche cosa. E quando la donnetta nel ritirarsi gli passa vicino, dice per il primo: «La pace a te, donna».
Quella, stupita, alza il capo e resta interdetta. «La pace a te», ripete Gesù. «Va’, ché l’Altissimo ti benedice». Quella poveretta resta estatica, poi mormora un saluto e va.
«Ella è felice nella sua infelicità», dice Gesù uscendo dal suo silenzio. «Ora è felice perché la benedizione di Dio la accompagna».

9

«Udite, amici, e voi che mi siete intorno. Vedete quella donna? Non ha dato che due spiccioli, tanto che non basta a comperare il pasto di un passero tenuto in gabbia, eppure ha dato più di tutti quanti hanno, da quando si è aperto il Tempio all’aurora, versato il loro obolo al Tesoro del Tempio. Udite. Ho visto ricchi in gran numero mettere in quelle bocche sostanze capaci di sfamare costei per un anno e di rivestire la sua povertà, che è decente solo perché è pulita. Ho visto ricchi mettere con visibile soddisfazione là dentro somme che avrebbero potuto sfamare i poveri della Città santa per uno e più giorni e far loro benedire il Signore. Ma in verità vi dico che nessuno ha dato più di costei. Il suo obolo è carità. L’altro non è. Il suo è generosità. L’altro non è. Il suo è sacrificio. L’altro non è. Oggi quella donna non mangerà poiché non ha più nulla. Prima dovrà lavorare per mercede, per poter dare un pane alla sua fame. Dietro a lei non vi sono ricchezze, non vi sono parenti che guadagnino per lei. Ella è sola. Dio le ha levato parenti, marito e figli, le ha levato quel poco bene che essi le avevano lasciato, e più che Dio glielo hanno levato gli uomini, questo; quegli uomini che ora con grandi gesti, vedete?, continuano a gettare là dentro il loro superfluo, di cui molto è estorto con usura dalle povere mani di chi è debole e ha fame.

10

Essi dicono che non c’è sangue e affetto superiore al Tempio, e così insegnano a non amare il prossimo loro. Io vi dico che sopra al Tempio è l’amore. La legge di Dio è amore, e non ama chi non ha pietà per il prossimo. Il denaro superfluo, il denaro infangato dall’usura, dall’astio, dalla durezza, dall’ipocrisia, non canta la lode a Dio e non attira sul donatore la benedizione celeste. Dio lo ripudia. Impingua queste casse. Ma non è oro per l’incenso: è fango che vi sommerge, o ministri, che non servite Dio ma il vostro interesse; ma è laccio che vi strozza, o dottori, che insegnate una dottrina vostra; ma è veleno che vi corrode quel resto d’anima, o farisei, che ancora avete. Dio non vuole ciò che è avanzo. Non siate Caini. Dio non vuole ciò che è frutto di durezza. Dio non vuole ciò che, alzando voce di pianto, dice: “Dovevo sfamare un affamato. Ma gli sono stato negato per far pompa qua dentro. Dovevo aiutare un vecchio padre, una madre cadente, e sono stato negato perché l’aiuto non sarebbe stato noto al mondo, ed io devo suonare il mio squillo perché il mondo veda il donatore”.
No, rabbi che insegni che quanto è avanzo va dato a Dio e che è lecito negare al padre e alla madre per dare a Dio. Il primo comando è: “Ama Dio con tutto il tuo cuore, la tua anima, la tua intelligenza, la tua forza”. Perciò non il superfluo ma quello che è sangue nostro bisogna dargli, amando soffrire per Lui. Soffrire. Non far soffrire. E se dare molto costa, perché spogliarsi delle ricchezze spiace e il tesoro è il cuore dell’uomo, vizioso di natura, è proprio perché costa che dare bisogna. Per giustizia: poiché tutto quanto si ha, si ha per bontà di Dio. Per amore, perché è prova d’amore amare il sacrificio per dare gioia a chi si ama. Soffrire per offrire. Ma soffrire. Non far soffrire, ripeto. Perché il secondo comando dice: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. E la legge specifica che, dopo Dio, i genitori sono il prossimo cui è obbligo dare onore e aiuto.

11

Onde in verità vi dico che quella povera donna ha compreso la Legge meglio dei sapienti ed è giustificata più di ogni altro e benedetta, poiché nella sua povertà ha dato a Dio tutto, mentre voi date ciò che vi supera e lo date per crescere nella stima degli uomini. Lo so che mi odiate perché parlo così. Ma finché questa bocca potrà parlare, parlerà in tal modo. Unite il vostro odio per Me al disprezzo per la poverella che Io lodo. Ma non crediate di fare di queste due pietre doppio piedistallo alla vostra superbia. Saranno la macina che vi stritolerà.
Andiamo. Lasciamo che le vipere si mordano aumentando il loro veleno. Chi è puro, buono, umile, contrito, e vuole conoscere il vero volto di Dio, mi segua».

12

Dice Gesù: «E tu, alla quale nulla resta, poiché tutto mi hai dato, dammi questi due ultimi spiccioli. Davanti al tanto che hai dato sembrano, agli estranei, un nulla. Ma per te, che non hai più che questi, sono tutto. Mettili nella mano del tuo Signore. E non piangere. O, almeno, non piangere sola. Piangi con Me, che sono l’Unico che ti posso capire e che ti capisco senza nebbie di umanità, che sono sempre interessato velo al vero». [...]
Estratto di "l'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta ©Centro Editoriale Valtortiano http://www.mariavaltorta.com/



AMDG et BVM

Come il Signore gradisca l’ossequio dimostrato al Crocifisso



S. Gertrude la GrandeLe Rivelazioni, III, Capitoli 45-56

45 – In qual modo il Signore gradisca l’ossequio dimostrato al Crocifisso


Un certo venerdì, dopo aver passato tutta la notte insonne immersa in preghiere e ardenti desideri, si ricordò di avere una volta tolto i chiodi a un Crocifisso per sostituirli con dei profumati chiodi di garofano, e disse al Signore: «O mio Diletto, che cosa ha i dunque pensato quando per tenerezza ho tolto i chiodi di ferro dalle dolci ferite delle tue mani e dei tuoi piedi per sostituirli con quegli altri chiodi profumati?». Il Signore rispose: «Ho tanto gradito questa tua testimonianza d’amore che ho sparso su tutte le ferite dei tuoi peccati il balsamo preziosissimo della mia Divinità; tutti i Santi si diletteranno in eterno di vedere le tue ferite emanare un così prezioso liquore». «O Signore mio – essa riprese – accorderesti forse lo stesso favore a tutti quelli che facessero altrettanto?». «Non a tutti – rispose il Signore – ma soltanto a quelli che lo facessero con lo stesso amore. Anche se però, eccitati dal tuo esempio, lo facessero soltanto con tutta la devozione possibile, la ricompensa sarebbe ancora molto grande».

A queste parole essa prese il Crocifisso, lo coprì di teneri baci, stringendolo fra le braccia e colmandolo di carezze. Dopo alquanto tempo, sentendo venir meno le sue forze a motivo di quella veglia prolungata, depose il Crocifisso dicendo: «Addio Signore caro, ti auguro una buona notte: adesso lasciami dormire, affinché possa ritrovare le forze che ho perduto nel trattenermi con Te».

Ciò detto si voltò dall’altra parte per dormire. Mentre così riposava le parve che il Signore, staccando il braccio destro della croce come per attirarla a Sé, le sussurrasse all’orecchio: «Ascolta, o mia diletta, le parole del mio canto», e sulla melodia dell’inno Rex Christe factor omnium, le cantasse questa strofa: «Amor meus continuus, tibi languor assiduus, amor tuus suavissimus mihi sapor gratissimus: il mio amore assiduo sia il tuo continuo languore: il tuo amore soavissimo sia la mia gradita dolcezza».

Quando ebbe finito disse: «Ora, invece del Kyrie eleison che si canta dopo ogni strofa, chiedimi le grazie che desideri e te le concederò». Essa espresse allora al Signore alcuni desideri e fu benignamente esaudita. Dopo di che il Signore Gesù ripeté la stessa strofa e di nuovo la invitò a chiedere ciò che desiderava. Ripeterono così parecchie volte, alternandosi, le stesse parole. Il Signore in tal modo le impedì però di dormire: ma a un certo momento le sue forze ormai esaurite la costrinsero al sonno. Così finalmente poté dormire un po’ prima dell’alba. 

Ed ecco: il Signore Gesù, che non si allontana mai da coloro che Lo amano, le apparve in sogno, e, attirandola a Sé, trasse, per ristorarla, dalla ferita del suo sacro petto una vivanda deliziosa che Egli stesso di sua propria mano la posava sulle labbra. Rifatta così di forze, si svegliò piena di energia e ringraziò devotamente il Signore.

AVE MARIA PURISSIMA! 

VIRGO DOLOROSISSIMA!

mercoledì 31 ottobre 2012

Otto parti su dieci del mondo non vorranno comprendere.

10  In verità vi dico che non finirete, voi e chi vi succederà, di percorrere le vie e le città d’Israele prima che venga il Figlio dell’uomo. Perché Israele, per un suo tremendo peccato, sarà disperso come pula investita da un turbine e sparso per tutta la terra, e secoli e millenni, uno dopo un altro uno, e oltre, si succederanno prima che sia di nuovo raccolto sull’aia di Areuna Gebuseo. Tutte le volte che lo tenterà, prima dell’ora segnata, sarà nuovamente preso dal turbine e disperso, perché Israele dovrà piangere il suo peccato per tanti secoli quante sono le stille che pioveranno dalle vene dell’Agnello di Dio immolato per i peccati del mondo. 
E la Chiesa mia dovrà pure, essa che sarà stata colpita da Israele in Me e nei miei apostoli e discepoli, aprire braccia di madre e cercare di raccogliere Israele sotto il suo manto come una chioccia fa coi pulcini sviati. Quando Israele sarà tutto sotto il manto della Chiesa di Cristo, allora Io verrò.
11  Ma queste saranno le cose future. Parliamo delle immediate. 

Ricordatevi che il discepolo non è da più del Maestro, né il servo da più del Padrone. Perciò basti al discepolo di essere come il Maestro, ed è già immeritato onore; e al servo di essere come il Padrone, ed è già soprannaturale bontà concedervi che ciò sia. Se hanno chiamato Belzebù il Padrone di casa, come chiameranno i suoi servi? E potranno i servi ribellarsi se il Padrone non si ribella, non odia e maledice, ma calmo nella sua giustizia continua la sua opera, trasferendo il giudizio ad altro momento, quando, dopo aver tutto tentato per persuadere, avrà visto in essi l’ostinazione nel Male? No. Non potranno i servi fare ciò che non fa il Padrone, ma bensì imitarlo, pensando che essi sono anche peccatori mentre Egli era senza peccato. Non temete dunque quelli che vi chiameranno: “demoni”. La verità verrà un giorno che sarà nota, e si vedrà allora chi era il “demonio”. Se voi o loro. Non c’è niente di nascosto che non si abbia a rivelare, e niente di segreto che non si abbia a sapere. Quello che ora Io vi dico nelle tenebre e in segreto, perché il mondo non è degno di sapere tutte le parole del Verbo - non è ancora degno di questo, né è ora di dirlo anche agli indegni - voi, quando sarà l’ora che tutto deve essere noto, ditelo nella luce, dall’alto dei tetti gridate ciò che ora Io vi sussurro più all’anima che all’orecchio. Perché allora il mondo sarà stato battezzato dal Sangue, e Satana avrà contro uno stendardo per cui il mondo potrà, volendo, comprendere i segreti di Dio, mentre Satana non potrà nuocere altro che su chi desidera il morso di Satana e lo preferisce al mio bacio.

Ma otto parti su dieci del mondo non vorranno comprendere. Solo le minoranze saranno volenterose di sapere tutto per seguire tutto che è mia Dottrina. Non importa. Siccome non si può separare queste due parti sante dalla massa ingiusta, predicate anche dai tetti la mia Dottrina, predicatela dall’alto dei monti, sui mari senza confine, nelle viscere della terra. Se anche gli uomini non l’ascolteranno, raccoglieranno le divine parole gli uccelli e i venti, i pesci e le onde, e ne serberanno l’eco le viscere del suolo per dirlo alle interne sorgenti, ai minerali, ai metalli, e ne gioiranno tutti, perché essi pure sono creati da Dio per essere di sgabello ai miei piedi e di gioia al mio cuore.

Non temete coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima, ma temete solo quello che può mandare a perdizione la vostra anima e ricongiungere nell’ultimo Giudizio questa al risorto corpo, per gettarli nel fuoco dell’Inferno. Non tenete. Non si vendono forse due passeri per un soldo? Eppure, se il Padre non lo permette, non uno di essi cadrà nonostante tutte le insidie dell’uomo. Non temete dunque. Voi siete noti al Padre. Noti gli sono nel loro numero anche i capelli che avete sul capo. Voi siete dappiù di molti passeri! Ed Io vi dico che chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anche Io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei Cieli. Ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anche Io lo rinnegherò davanti al Padre mio. Riconoscere qui è per seguire e praticare; rinnegare è abbandonare la mia via per viltà, per concupiscenza triplice, o per calcolo meschino, per affetto umano verso uno dei vostri, contrari a Me. Perché ci sarà questo.

12  Non pensate che Io sia venuto per mettere concordia sulla terra, e per la terra. La mia pace è più alta delle calcolate paci per il barcamenare di ogni giorno. Non sono venuto a mettere la pace, ma la spada. La spada tagliente per recidere le liane che trattengono nel fango e aprire le vie ai voli nel soprannaturale. Perciò Io sono venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera. Perché Io sono Colui che regna e ha ogni diritto sui suoi sudditi. Perché nessuno è più grande di Me nei diritti sugli affetti. Perché in Me si accentrano tutti gli amori sublimandosi, ed Io sono Padre, Madre, Sposo, Fratello, Amico, e vi amo come tale, e come tale vado amato. E quando dico: “Voglio”, nessun legame può resistere e la creatura è mia. Io col Padre, l’ho creata, Io da Me stesso la salvo, Io ho il diritto di averla.In verità i nemici dell’uomo sono gli uomini oltre che i demoni; e i nemici dell’uomo nuovo, del cristiano, saranno quelli di casa, coi loro lamenti, minacce o suppliche. Chi però d’ora in poi amerà il padre o la madre più di Me non è degno di Me; chi ama il figlio o la figlia più di Me non è degno di Me. Chi non prende la sua croce quotidiana, complessa, fatta di rassegnazioni, di rinunce, di ubbidienze, di eroismi, di dolori, di malattie, di lutti, di tutto quello che manifesta la volontà di Dio o una prova dell’uomo, e con essa non mi segue, non è degno di Me. Chi tiene conto della sua vita terrena più di quella spirituale, perderà la Vita vera. Chi avrà perduto la sua vita terrena per amore mio la ritroverà eterna e beata.

13  Chi riceve voi riceve Me. Chi riceve Me riceve Colui che mi ha mandato. Chi riceve un profeta come un profeta riceverà premio proporzionato alla carità data al profeta, chi un giusto come un giusto riceverà un premio proporzionato al giusto. E ciò perché chi riconosce nel profeta il profeta è segno che è profeta lui pure, ossia molto santo perché tenuto fra le braccia dallo Spirito di Dio, e chi avrà riconosciuto un giusto come giusto, dimostra di essere lui stesso giusto, perché le anime simili si riconoscono. Ad ognuno dunque sarà dato secondo giustizia. Ma a chi avrà dato anche un solo calice d’acqua pura ad uno dei miei servi, fosse anche il più piccolo - e sono servi di Gesù tutti quelli che lo predicano con una vita santa, e possono esserlo i re come i mendicanti, i sapienti come coloro che non sanno nulla, i vecchi come i pargoli, perché in tutte le età e le classi si può essere miei discepoli - chi avrà dato ad un mio discepolo anche un calice d’acqua in mio nome e perché mio discepolo, in verità vi dico che non perderà la sua ricompensa.

14  Ho detto. Ora preghiamo e poi andiamo a casa. All’alba partirete e così: //Simone di Giona con Giovanni, //Simone Zelote con Giuda Iscariota, //Andrea con Matteo, //Giacomo d’Alfeo con Tommaso, //Filippo con Giacomo di Zebedeo, //Giuda mio fratello con Bartolomeo. Questa settimana così. Poi darò il nuovo ordine. Preghiamo».E pregano ad alta voce…
Estratto di "l'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta ©Centro Editoriale Valtortiano http://www.mariavaltorta.com/ 

Gertrude la Grande – Le Rivelazioni, III, Capitoli 32-44


. Gertrude la Grande  Le Rivelazioni, III, Capitoli 32-44

Casella di testo: 32 – Frequenza di buoni desideri – Sogni molesti



Durante la Messa dei defunti, mentre si cantava il Tratto «Sicut cervus: come il cervo», alle parole «sitivit anima mea: la mia anima ha sete de te, ecc.» essa, per scuotere la  sua tiepidezza, disse al Signore: «Ahimè, Signore! Tu sei il vero mio bene, eppure il mio desiderio di possederti è così tiepido che ben raramente posso applicare a me questa parola: sitivit aniam mea ad te!». e il Signore: «Ripetimi, non di rado, ma spesso che la tua anima ha sete di Me, perché il mio misericordioso amore per la salvezza dell’uomo mi costringe a ritenere che, qualunque cosa desiderino i miei eletti, sempre in realtà desiderino Me che sono la fonte di questi beni, o qualche altro bene. Se un uomo desidera per esempio la  salute o la scienza o la sapienza o qualche altro bene, Io per accrescere i suoi meriti riferisco a Me, che son la fonte di questi beni, il suo desiderio. A meno che egli deliberatamente mi respinga, come sarebbe se desiderasse la sapienza per vanagloria o la  salute per poter commettere il male». E il Signore aggiunse: «Perciò spesso Io visito con l’infermità fisica o con la desolazione spirituale o altre afflizioni i miei eletti: affinché cioè desiderino di conseguire detti beni per un fine spirituale, e il geloso amore del mio Cuore possa ricompensarli secondo il beneplacito della mia liberalità».
Un insegnamento simile ricavò un’altra volta da un’ispirazione divina. Comprese cioè che il Signore «cuius deliciæ filiis hominu,: la cui delizia è di stare con i figli degli uomini» (Pr 8,31), quando non trova nulla in una creatura che la renda degna della sua presenza, le manda delle tribolazioni e delle pene, sia fisiche che spirituali, per avere l’opportunità di rimaner con lei secondo la verace parola della Scrittura: «Juxta est Dominus his qui tribulato sunt corde: il Signore è vicino ai tribolati di cuore» (Sal 33,19), e ancora: «Cum ipso sum in tribulatione: io sono con lui nella tribolazione» (Sal 90,15).
Questa considerazione riempie di affettuosa riconoscenza la creatura che, conscia della sua piccolezza, grida insieme all’Apostolo con tutta la forza del suo amore: «O altitudo divinarum sapientiæ et scientiæ Dei, quam incomprehensibilis sunt judicia ejus, et investigabiles viæ ejus: o insondabile profondità della  sapienza e della scienza di Dio, come sono incomprensibili i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie» (Rm 2,33).
Una notte le parve che il Signore la visitasse in sogno con tanta dolcezza da sembrarle di esser saziata dalla  sua presenza come dai cibi più squisiti. Svegliatasi, ne ringraziò il Signore dicendo: «Che cosa ho mai meritato, Signore, io indegnissima più degli altri che Tu affliggi spesso con sogni così penosi, che qualche volta spaventano con le loro grida anche i vicini?». Il Signore le rispose: «Se coloro che la mia provvidenza paterna dispone di santificare con la sofferenza cercano durante il giorno tutto ciò che può procurare il loro benessere fisico (privandosi così di molte occasioni di merito) io nella mia paterna misericordia mando loro delle pene nel sonno per dar loro, almeno così occasione di qualche merito». «Ma Signore – essa disse – può forse esser loro imputato a merito ciò che soffrono senza intenzione e anche contro il loro volere?». E il Signore: «Nel mondo ci son delle persone che per adornarsi si servono di perle di vetro e di gioielli di metallo vile; e ce ne sono poi altre che invece si adornano di oro e di gemme preziose. Lo stesso avviene fra le anime.»
Un giorno in cui recitava le Ore canoniche con minore attenzione del solito, s’accorse ad un tratto che le stava vicino l’antico nemico del genere umano che, quasi per deriderla, recitava lui il resto del Salmo: Mirabilia testimonia tua ecc. (Sal 118,128), smozzicando le parole. Quand’ebbe finito disse: «Ha impiegato bene i suoi doni il tuo Creatore, il tuo Salvatore, il tuo Amico, dandoti tanta facilità di parola! Sai sempre fare un bel discorso su qualunque argomento ti piaccia, ma quando parli a Lui te la spicci così in fretta che in questo solo salmo ti sei già mangiata tante lettere, tane sillabe, tante parole». Comprese che se l’astuto nemico si era data pena di contare tutte le lettere e tutte le sillabe saltate, era certamente perché dopo la nostra morte egli intende farsi il grande accusatore di coloro che sogliono recitare in fretta e distrattamente le Ore canoniche.
Un’altra volta, mentre era intenta a filare con alacrità, raccomandando nello stesso tempo con devota intenzione il suo lavoro al Signore, le accadde di buttar via alcuni bioccoli di lana. Vide allora che il diavolo li raccoglieva, quasi a testimonianza della sua negligenza. Essa invocò il Signore ed Egli scacciò il demonio rimproverandolo di aver ardito di ingerirsi in un’opera che era stata offerta a Lui.



Casella di testo: 33 – La fedeltà del Signore nell’assisterci

Una volta, accesa di più ardente amore per il suo Dio, disse al Signore: «O mio Signore, potrei in questo momento pregarti?». Il Signore con bontà le rispose: «Sì, mia Regina e mia Signora, puoi comandarmi, perché Io desidero esaudire le tue volontà e i tuoi desideri con prontezza maggiore di quella che un servo attesta alla sua padrona . Ed essa: «Non sia mai che io dubiti di questa tua parola di piissima degnazione, o dio pieno di bontà. Come mai tuttavia la mia orazione speso non ottiene alcun effetto, mentre Tu ti affermi così pronto ad esaudire la tua indegnissima creatura?». Il Signore le rispose: «Supponi che la Regina, tutta intenta al suo lavoro, dica al servo che sta dietro a lei: Dammi il filo che pende dalla mia spalla sinistra(persuasa che sia così perché non può vedere dietro a sé). Il servo, che vede il filo pendere dalla spalla destra e non dalla sinistra, lo prende tuttavia dove lo trova e lo porge alla sua padrona, e non pensa certo a togliere un filo a sinistra dalla veste della sua padrona per eseguire il comando alla lettera. Così Io, nella mia inscrutabile sapienza, se qualche volta non esaudisco le tue preghiere e i tuoi desideri sempre però ne dispongo nel modo che vedo riuscirti più utile, anche se tu nella tua umana debolezza non sai discernere cosa sia meglio per te».
AVE MARIA PURISSIMA!