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lunedì 5 febbraio 2018

Peggio della gramigna è il razionalismo


Le parabole di Gesù
(003)
Parabola del seminatore (179.5 - 179.6)

"Udite e forse capirete meglio come possano esservi diversi frutti ad una stessa opera.

Un seminatore andò a seminare. 

I suoi campi erano molti e di diversa razza. 
Ce ne erano alcuni che egli aveva ereditati dal padre, sui quali la sua sbadataggine aveva lasciato proliferare piante spinose. 
Altri erano un suo acquisto: li aveva comperati così come erano da un negligente, e tali li aveva lasciati. 
Altri ancora erano stati intersecati da strade, perchè l'uomo era una grande comodista e non voleva fare molta strada per andare da un luogo all'altro. 
Infine ce ne erano alcuni, i più prossimi alla casa, sui quali egli aveva vegliato per avere un aspetto piacevole davanti alla dimora. 
Questi erano ben mondi di sassaia, di spine, di gramigne e così via.

L'uomo dunque prese il suo sacchetto di grano da seme, il migliore dei grani, e iniziò la semina. Il seme cadde nel buon terreno soffice, arato, mondato, concimato, dei campi prossimi alla casa. Cadde nei campi intersecati da vie e viette che li spezzettavano tutti, portando inoltre bruttura di polvere arida sulla terra fertile. Altro seme cadde sui campi dove l'inettitudine dell'uomo aveva lasciato proliferare le piante spinose. Ora l'aratro le aveva travolte, pareva non ci fossero più, ma c'erano, perchè solo il fuoco, la radicale distruzione della male piante, impedisce il loro rinascere.

L'ultimo seme cadde sui campi comperati da poco e che egli aveva lasciati così come erano, senza dissodarli in profondità e mondarli da tutte le pietre sprofondate nel suolo a fare un pavimento duro sul quale non avevano presa le tenere radici.

E poi, sparso tutto il seme, se ne tornò a casa e disse: "Oh! bene! Ora non c'è che da attendere la raccolta". E si beava perché col passare dei mesi vedeva spuntare fitto il grano nei campi davanti alla casa, e crescere....oh! che soffice tappeto! e spighire.... oh! che mare! e imbiondire e cantare, battendo spiga a spiga, l'osanna del sole.
L'uomo diceva: "Come questi campi, tutti! Prepariamo la falce e i granai. Quanto pane! Quanto oro!" E si beava....

Segò il grano dei campi più vicini e poi passò a quelli ereditati dal padre, ma lasciati inselvatichire. E restò di stucco. Grano e grano era nato, perchè i campi erano buoni e la terra bonificata dal padre era grassa e fertile. Ma la stessa fertilità aveva agito anche sulle piante spinose, travolte ma non sterilite.
Esse erano rinate ed avevano fatto un vero soffitto di ramaglie irte di rovi, attraverso i quali il grano non aveva potuto emergere che con le rare spighe ed era morto soffocato quasi tutto.

L'uomo disse: "Sono stato negligente in questo posto. Ma altrove non erano rovi, e andrà meglio."

E passò ai campi di recente acquisto. Il suo stupore crebbe in pena. Sottili, e ormai dissecate, foglie di grano giacevano come fieno secco sparse per ogni dove. Fieno secco. "Ma come? Ma come?" gemeva l'uomo. "Eppure qui non sono spine! Eppure il grano era lo stesso! Lo si vede dalle foglie ben formate e numerose. Perché allora tutto è morto senza fare spiga?"

E con dolore si dette a scavare il suolo per vedere se trovava nidi di talpe o altri flagelli. Insetti e roditori no, non ce ne erano. Ma quanti, quanti sassi! Una pietraia! I campi erano letteralmente selciati di scaglie di pietra e la poca terra che li copriva era un inganno. Oh! se avesse approfondito l'aratro quando era tempo! Oh! se avesse scavato, prima di accettare quei campi e comperarli per buoni! Oh! se almeno, dopo lo sbaglio fatto di acquistare quando gli veniva proposto senza persuadersi della sua bontà, li avesse resi buoni a fatica di reni! Ma ormai era tardi ed era inutile rammarico.

L'uomo si alzò in piedi avvilito e andò ai campi intersecati di stradette per comodità.... E si strappò le vesti dal dolore. Qui non c'era nulla, assolutamente nulla.... La terra scura del campo era coperta da un leggero strato di polvere bianca.... L'uomo si accasciò al suolo gemendo: "Ma qui perché? Qui non spine e non sassi perché sono campi nostri. L'avo, il padre, io, li abbiamo sempre avuti e in lustri e lustri li abbiamo fatti fertili. Io vi ho aperto le strade, avrò levato del terreno al campo, ma ciò non può averlo fatto sterile così...."

Piangeva ancora quando ebbe la risposta al suo dolore da un fitto sciame d'uccelli che si accanivano dai sentieri sul campo e da questo ai sentieri per cercare, cercare, cercare semi, semi, semi.... Il campo, divenuto una rete di stradette sui bordi delle quali era caduto il grano, aveva attirato molti uccelli, e questi prima avevano mangiato il grano caduto sulla via e poi quello del campo, fino all'ultimo chicco.

Così il seme, uguale per tutti i campi, aveva dato dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta, dove il nulla. 

Chi ha orecchie da intendere intenda. Il seme è la Parola: uguale per tutti. I luoghi dove cade il seme: i vostri cuori. Ognuno applichi e comprenda. La pace sia con voi."

*

SEGUE
Spiegazione
Spiegazione della parabola di Gesù
(003)
Parabola del seminatore (179.5 - 179.6)

Dice la parabola che  una parte del seme cadde sulla via e fu beccata dagli uccelli. 

La seconda parte cadde sulla pietra e mise radiche, ma subito seccò per mancanza di umori. 

La terza cadde fra i rovi e morì soffocata. 

La quarta, caduta in buon terreno, fruttò in maniera diversa.


La Parola di Dio è seme di vita eterna. Ma la Parola è molto insidiata e da molte cose. Lascio queste molte cose e parlo unicamente di una cosa, direi micidiale quanto, forse più, del peccato stesso. E non si scandalizzi nessuno spirito pusillo se dico che è forse più micidiale del peccato. E’ verità.
Il peccatore la cui mente non è corrosa dall’acido del razionalismo, ha novanta probabilità di saper accogliere la Parola e ritrovare la Vita. Il razionalista ha solo dieci probabilità e anche meno, di conservarsi capace di salvezza attraverso la Parola.

Peggio della gramigna è il razionalismo. Quando si vedrà la sua opera, nel momento    in cui tutto della terra e degli uomini sarà cognito, si vedrà che questa eresia è stata la più perniciosa perché la più sottile e la più penetrante. E’ come un gas. Lo assorbite e vi uccide, ma non lo vedete, talora neppure ne sentite l’odore, oppure, esso odore essendo gradevole, viene da voi aspirato con piacere. Ugualmente è il razionalismo. (…)

Il razionalismo  penetra inavvertito anche là dove si crede non possa entrare. Entra per mille forami, come un serpe. Si veste di vesti lecite, anzi ammirevoli e agisce sotto di esse ma contro di esse. E’ un virus. Quando uno se ne accorge lo ha già diffuso nel sangue e difficilmente se ne libera.

La reazione del peccato è violenta sotto il raggio della mia Misericordia. Ma quella del razionalismo è nulla. Come uno specchio ustorio, esso rende la via impraticabile alla grazia e la respinge. Anzi se ne fa un ardore nocivo per finire di darsi la propria condanna.
Il razionalista fa servire le cose di Dio al suo fine. Non se stesso al fine di Dio. Piega, spiega, usa la Parola al lume, povero lume, della sua mente turbata e come un pazzo che non conosce più il valore delle cose e delle parole, dà ad esse significati quali solo possono uscire da uno che l’opera astutissima di Satana ha sterilito.

Vi sono razionalisti e razionalisti. 
Inizierò dai più grandi. 

I “superuomini”. I negatori di Dio. Vogliono spiegare la creazione, il miracolo, la divinità secondo i loro concetti pieni di orgoglio umano. (…)

La seconda categoria sono gli umanamente colti. Questi non negano Dio. Ma sulla semplicità divina, che si è fatta tale perché anche i più umili la possano capire alla luce dell’amore,  mettono tutta una boscaglia di erudizione umana. (…)
Manca ad essi l’amore che è nervo all’ala per volare verso Iddio a che è corda alla cetra per benedire Iddio. La Parola scende su loro  e mette radice. Ma poi muore perché essi la infrondano e soffocano sotto le foglie inutili delle loro cognizioni umane. (…)

Terza categoria, coloro che hanno selciato con le pietre dell’altrui razionalismo il proprio cuore per renderlo meno ignorante. Sono gli adoratori degli idoli umani. Non sanno adorare Dio con tutto loro stessi, ma sanno rimanere estatici davanti ad un povero uomo che si atteggia a superuomo. Chiudono con  la diffidenza la porta al Verbo divino, ma accettano le spiegazioni di un simile a loro che abbia fama di dotto.
Basterebbe che chiedessero umilmente alla Grazia di illuminarli ed istruirli sul valore di quelle note e la Grazia farebbe loro vedere come quelle spiegazioni, quelle dottrine, si reggono su puntelli corrosi alla base da tarli e muffe e come quelle voci sono stonate e dissidenti da quelle di Dio. (…)
Uno è il frutto che vi fa dei, o uomini. Quello che pende dalla mia Croce.
Uno è Colui che dice alla vostre menti: “Effeta”. Il Cristo.
Uno è ciò che feconda il mistico suolo del vostro cuore perché il seme vi nasca. Il mio Sangue.
Uno è il sole che scalda e fa crescere in voi la spiga di vita eterna. L’Amore.
Una è la scienza che come vomere apre e dissoda la vostra gleba e la rende atta a ricevere il seme. La Scienza mia.
Uno è il Maestro: Io, il Cristo. Venite a Me se volete esser istruiti nella Verità

Quarta categoria è quella degli imprudenti. Sono vie aperte dove tutto passa. Non si circondano di una santa difesa di fede e di fedeltà al loro Dio. Accolgono la Parola con molta gioia, si aprono a riceverla, ma si aprono anche a ricevere qualsiasi dottrina con lo specioso pretesto che bisogna essere condiscendenti.
Si. Tanto condiscendenti verso i fratelli. Non sprezzare nessuno. Ma severi per le cose di Dio. Pregare per i fratelli, istruire i fratelli, perdonare i fratelli, difenderli contro loro stessi con un vero amore soprannaturale. Ma non rendersi complici dei loro errori. Rimanere granito contro lo sgretolamento delle dottrine umane. Nulla passa senza lasciare una traccia. Ed è imprudenza grande porre una punta contro il cuore. Potrebbe levarvi la vita o segnarvi ferite che a fatica guariscono e sempre lasciano una cicatrice.

Beati quelli che sono unicamente terreno di Dio e tali restano con vigilanza assidua. 
Beati quelli che, morbidi come zolla testé smossa, non hanno pietre per i fratelli né sassi per la Parola. 
L’amore li fa anime adoranti la Parola e anime pietose verso gli sviati lungi dalla Parola.
Ma l’amore è la loro più bella difesa e nessuna opera di male può ledere il loro spirito in cui cresce come spiga opulenta la Parola della Vita. 
Tanto più vi cresce, dando frutto dove di  trenta, dove di cinquanta, dove di cento, quanto più in essi l’amore è vasto. 

A chi lo possiede in modo assoluto, la Parola diviene loro stessa parola, poiché essi più non sono, ma sono uni con Dio loro amore.10.11.43

AMDG et DVM