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mercoledì 2 dicembre 2020

Un cammino ardimentoso



Un cammino ardimentoso

Un cammino ardimentoso. La mattina in cui, salutata la famiglia e... Montà d'Alba, Francescuccio infilava la strada per Torino aveva nove anni, ed è probabile che la simpatia per i libri e un pizzico di entusiasmo per la novità della cosa impedissero al ragazzo di rendersi conto sia del distacco che dei sacrifici che l'attendevano. Un senso di vuoto lo prese quando si trovò in mezzo a tante facce nuove, che gli nascondevano per così dire i volti cari di papà e mamma... La lontananza dalla sua casa gli parve incolmabile: chi avrebbe mai potuto sostituire quelle persone? Riuscì ad inghiottire non poche lacrime, ma alla prima visita della mamma esplose in un pianto così irrefrenabile che la buona Teresa si credette in dovere di riportarlo con sé a Montà. Per certi pesi, pensò, ci vogliono spalle più mature. E confidò nel buon Dio. 

In casa e tra i vicini quel ritorno non convinceva. Il meno convinto di tutti era proprio lui, il protagonista della fuga; e appena qualche giorno dopo sbottò in famiglia: + Se volete, vado in collegio, sono pronto! Nessuno fece le meraviglie, quasi tutti fossero stati lì col fiato sospeso, in attesa. + Mamma, tu lo sai: voglio studiare per fare il prete. – Francesco, te l'avevo detto che stavi scegliendo una strada delle più difficili; non te lo ricordi? + Sì, è vero, verissimo; e per questo voglio ritornare. Papà Lorenzo non ebbe nulla da ridire; e... si ripartì alla volta di Torino. Non a caso abbiamo ricordato che in quel turno di tempo il Chiesa aveva ricevuto il sacramento della Cresima, che comunica i doni del Paraclito divino al battezzato, affinché sia reso forte della fortezza del Signore e possa far onore al nome di cristiano ogni qualvolta il Maligno, o le male voglie, o il mondo dei cattivi, mettessero a dura prova la fedeltà al dono di Dio. 

Una sottolineatura, questa, che dovremo ripetere altre volte, ammirando il resistere e il perseverare e il ricominciare senza indugio del chierico Francesco, fatto prete, insegnante, parroco e canonico... in ogni situazione votato alla santità evangelica. Il Maestro aveva detto: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio» (Lc 9, 62); e poco oltre: «Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!» (Lc 11, 13). 

Degli anni passati nel collegio di don Pavia rende testimonianza un maresciallo maggiore degli Alpini, certo cav. Nizza Giuseppe, che ricorda con commozione quanto fosse aperto alla preghiera l'amico. «Conobbi il Servo di Dio fin dall'infanzia: siamo venuti a Torino insieme nel collegio di don Pavia e siamo rimasti per circa tre anni. Mi ha lasciato l'impressione di un santo compagno sempre pronto a dividere con me qualunque cosa ricevesse da casa. Amava soffermarsi in chiesa: invitato ad uscire per prendere un po' d'aria buona, egli usciva con noi in cortile e poi rientrava tosto in chiesa. Non l'ho mai visto in lite con i compagni e quando succedevano screzi tra di noi egli metteva tosto la pace. Era sempre ossequiente e rispettoso verso i superiori. Svolgeva l'ufficio di padre spirituale il can. Richelmy, che fu poi vescovo di Ivrea e cardinale di Torino. Egli amava il Chiesa di un amore speciale e so che il Servo di Dio lo seguiva con particolare venerazione. 

Si distingueva tra tutti i compagni nell'applicazione allo studio...». Altri sacrifici concorsero a irrobustire lo spirito di Francesco, come ad esempio il freddo intenso, il nutrimento scarso, la penuria di testi e di cancelleria...; seppe trar profitto da cattiva sorte, imparò per tempo ad adattarsi e a trovarsi bene all'ultimo posto. Tutto gli servì a stare umile umile, basso basso, malgrado i singolari talenti di cui natura e Grazia lo privilegiavano. 

Fu in questo periodo che Francesco poté conoscere l'Opera di don Bosco e apprendere la devozione a Maria Ausiliatrice; per un'inezia non poté incontrarsi con il Santo venuto in visita al collegio. Egli stava giocando con un compagno che lo dissuase dal correre assieme agli altri a salutare don Bosco: «Che cosa vuoi andare a vedere, un prete vecchio? Stiamo qui». Il Chiesa ne rimase spiaciuto per sempre. Assalito da un'orda di demoni. Non aveva ancora superato il valico della pre-adolescenza quando gli toccò subire una dura prova, una lotta, stando alle parole del Servo di Dio riferite da un teste che ebbe familiarità con lui. Questo il fatto: «Il primo maggio 1933, il Servo di Dio, allora amministratore apostolico della diocesi di Alba, si recava in macchina a Moncalieri; e proprio percorrendo la salita di Montà d'Alba, ai margini della quale si aprono, qua e là, ombrati da canne, sentieri e straducole campestri, il can. Chiesa ad un tratto toccò sulla spalla il confratello che gli era accanto e disse precisamente: ‘Ecco, quello è il posto. Lì, quando avevo otto anni, io fui assalito da un'orda di demoni impuri. Ho lottato, ho pregato, ho pianto, ed ho vinto’. E disse questo come fosse la cosa più naturale del mondo, e si ricompose in quell'abituale silenzio con cui nascondeva le profondità spirituali delle sue mattinate». Fu una battaglia definitiva? C'è chi lo pensa; c'è chi la ritiene come una specie di conversione, uno scatto che lo getta di colpo oltre il valico delle tentazioni proprie dell'età ingrata. Sicuramente quelle righe fanno bene; abbiamo bisogno di santi che, come noi, non sono nati tali, ma lo sono diventati lottando, pregando, gemendo e... riprendendo da capo le mille volte l'arduo sentiero della ascesi. L'apostolo Paolo scrive a Timoteo: «Noi ci affatichiamo e combattiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il salvatore di tutti gli uomini, ma soprattutto di quelli che credono» (1 Tm 4, 10). Non stiamo qui a discutere se quella fosse stata una tentazione furiosa e insistente, o un assalto fuori dell'ordinario, o un'impressione immaginosa. 

Un fatto è certo: la sequela di Cristo è esigente, richiede abnegazione, il coraggio dei forti e, talvolta, il rischio dei martiri. E’ ancora l'Apostolo che scrive di sé ai battezzati di Corinto: «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato» (1 Cor 9, 24-27). Fu definitiva quella battaglia? Può darsi che un certo tipo di combattimento possa segnare una rotta decisiva e determinante; ma non sempre è così. Il più delle volte le nostre sono scaramucce, vittorie provvisorie; il nemico il nostro punto dolente o difetto predominante darà filo da torcere anche domani e dopodomani. «E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (At 14, 22). Ma se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (cf. Rm 8, 31). 

Quello che conta, oggi e domani, è di non cedere allo scoraggiamento, come insegna il Siracide: * «Sta' fermo al tuo impegno e fanne la tua vita, invecchia compiendo il tuo lavoro» (Sir 11, 20). Potessimo affermare anche noi quanto leggiamo nella Lettera agli Ebrei: «Non siamo di quelli che indietreggiano a loro perdizione, bensì uomini di fede per la salvezza della nostra anima» (Eb 10, 39). Nel seminario di Alba 7 Al termine dei tre anni passati presso don Pavia, il babbo era deciso di trattenerlo in famiglia: Francesco che la pensava ben diversamente si rivolse alla mamma, ma lei non ottenne nulla; ricorse allora ad una zia paterna perché il padre concedesse il permesso di entrare nel seminario di Alba, e alla fine le due brave donne sfondarono, e il consenso venne. Il Servo di Dio lo attribuiva ad una speciale grazia del Signore, e poteva cantare con gioia: * «Signore, mio padre tu sei e campione della mia salvezza... La mia supplica fu esaudita; tu mi salvasti infatti dalla rovina e mi strappasti da una cattiva situazione. Per questo ti ringrazierò e ti loderò, benedirò il nome del Signore» (Sir 51, 10-12). 

Ancora una volta il parroco, don Giovanni, vi seppe fare la sua parte bellamente; si felicitò con la famiglia e... si affrettò a svolgere le pratiche del caso presso il seminario diocesano; così all'inizio dell'anno scolastico Francesco è nuovamente alle prese con i libri. In quell'oasi di pace tutto era ordinato a puntino perché gli alunni si trovassero a loro agio in ogni senso, intercalando allo studio e alla preghiera le dovute ricreazioni. La monotonia di un orario prestabilito fino ai dettagli, offriva dei vantaggi indubbi: educava all'ordine, alla disciplina, alla costanza, e lasciava spazio allo svago e alla competitività; il tutto studiato e seguito da superiori e insegnanti degni. «Nel momento in cui il giovane Chiesa vi entrò per la prima volta, il seminario albese godeva giustamente di un grande prestigio in tutto il Piemonte e anche presso i Dicasteri romani per la solidità e l'austerità con cui formava il giovane clero diocesano» (L. Rolfo). Qui Francesco vi rimase per dieci anni di studio, per altri diciassette come insegnante, e come tale vi ritornò fino alla morte, alternando alle cure pastorali della parrocchia l'insegnamento ai chierici. 

Don Mosca non ebbe mai a ricredersi della fiducia riposta nel Chiesa, e il seminarista montatese porterà con sé un patrimonio di esempi e di insegnamenti affidatogli dal buon parroco, utilissimo per tutta la vita. Ne parlerà sempre come di un vero pastore d'anime, sottolineando due particolari interessanti: che il parroco aveva saputo educare i fedeli con la continua meditazione dell'Apparecchio alla morte di s. Alfonso M. de' Liguori, tanto che alcuni parrocchiani lo conoscevano a memoria. 

Raccontava inoltre che quando si faceva la festa del paese, a Montà si piantava pure il ballo; don Mosca non parlò mai direttamente contro questo divertimento, ma nella istruzione pomeridiana era solito fare la predica dei Novissimi. Ed era tanta l'impressione della gente, che usciva di chiesa quasi in silenzio, e ben pochi parrocchiani si permettevano di avvicinarsi al ballo.

 A tale formazione `ignaziana' il Servo di Dio attinse per tutta la vita la sua spiritualità e il metodo pastorale. Degli anni trascorsi sui banchi del seminario vi fu chi pronunziò questa sintesi in occasione del XXV di parrocchiato: «Il can. Chiesa da giovane non era di eccezionale ingegno... Ma studiava intensamente e con forte volontà, riuscendo sempre il primo della classe. Noi e i superiori lo ammiravamo per il suo aspetto veramente angelico... Uno studio continuo, metodico e profondo ha dato a lui un patrimonio di dottrina vissuta che io non esito a dire sbalorditivo» (can. G. Pozzetti). 

AMDG et DVM