Visualizzazione post con etichetta Gaudete in Domino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gaudete in Domino. Mostra tutti i post

martedì 9 gennaio 2018

Una sorgente di Gioia che non cessa di zampillare nella santa Chiesa di Cristo

A.D. 18 - Terzo Millennio d. C.
Gaudete in Domino

Magnificat Anima Mea Dominum

San Francesco d'Assisi

Santa Teresa di Lisieux



San Massimiliano Maria Kolbe


LA GIOIA NEL CUORE DEI SANTI

...
Questa, Fratelli e Figli amatissimi, è la gioiosa speranza, attinta alle sorgenti stesse della Parola di Dio. Dopo venti secoli, questa sorgente di gioia non ha cessato di zampillare nella Chiesa, e specialmente nel cuore dei santi. È necessario che noi, ora, facciamo sentire qualche eco di tale esperienza spirituale, che, secondo la diversità dei carismi delle vocazioni particolari, illumina il mistero della gioia cristiana.

Al primo posto ecco la Vergine Maria, piena di grazia, la Madre del Salvatore. Disponibile all'annuncio venuto dall'alto, essa, la serva del Signore, la Sposa dello Spirito Santo, la Madre dell'eterno Figlio, fa esplodere la sua gioia dinanzi alla cugina Elisabetta, che ne esalta la fede: «L'anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore . . . D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (47). 

Essa, meglio di ogni altra creatura, ha compreso che Dio compie azioni meravigliose: santo è il suo Nome, egli mostra la sua misericordia, egli innalza gli umili, egli è fedele alle sue promesse. Non che l'apparente corso della vita di Maria esca dalla trama ordinaria: ma essa riflette sui più piccoli segni di Dio, meditandoli nel suo cuore. Non che le sofferenze le siano state risparmiate: essa sta in piedi accanto alla croce, associata in modo eminente al sacrificio del Servo innocente, Lei ch'è madre dei dolori.

Ma essa è anche aperta senza alcun limite alla gioia della Risurrezione; ed essa è anche elevata, corpo e anima, alla gloria del Cielo. ....  «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto col manto della giustizia, come uno sposo che si cinge di diadema e come una sposa che si adorna di gioielli» (48). 
Vicina al Cristo, essa ricapitola in sé tutte le gioie, essa vive la gioia perfetta promessa alla Chiesa: Mater plena sanctae laetitiae; e giustamente i suoi figli qui in terra, volgendosi verso colei che è Madre della Speranza e Madre della Grazia, la invocano come la Causa della loro gioia: Causa nostrae laetitiae.

Dopo Maria, noi incontriamo l'espressione della gioia più pura, più ardente, là dove la Croce di Gesù viene abbracciata con l'amore più fedele: presso i martiri, ai quali lo Spirito Santo ispira, al culmine stesso della prova, un'attesa appassionata della venuta dello Sposo. Santo Stefano, che muore vedendo il cielo aperto, non è che il primo di questi testimoni innumerevoli del Cristo. Quanti ve ne sono, ancora ai nostri giorni e in vari Paesi, che, rischiando tutto per il Cristo, potrebbero affermare come il martire Sant'Ignazio di Antiochia: «Vi scrivo mentre sono ancora vivo, ma desidero di morire. Il mio desiderio terreno è stato crocifisso, e in me non c'è più fuoco alcuno per amare la materia, ma in me c'è un'acqua viva che mormora e dice nel mio intimo: "Vieni al Padre" » (49).

In realtà, la forza della Chiesa, la certezza della sua vittoria, la sua allegrezza quando si celebra il combattimento dei martiri, provengono dal fatto ch'essa contempla in loro la fecondità gloriosa della Croce. Per questo motivo il nostro Predecessore san Leone Magno, esaltando da questa cattedra romana il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo, esclama: «È preziosa davanti allo sguardo di Dio la morte dei suoi santi, e nessuna specie di efferatezza può distruggere una religione fondata sul mistero della Croce di Cristo. La Chiesa non diminuisce, bensì cresce con le persecuzioni; e il campo del Signore si riveste incessantemente d'una messe più ricca quando i grani di frumento, caduti singolarmente, rinascono moltiplicati» (50).

Nella casa del Padre, peraltro, vi sono molte dimore, e, per coloro cui lo Spirito Santo consuma il cuore, vi sono diverse maniere di morire a se stessi e di accedere alla gioia santa della risurrezione. L'effusione del sangue non è l'unica via. Ma la lotta per il Regno include necessariamente il passaggio attraverso una passione d'amore; i maestri di spirito ne hanno parlato egregiamente. 
E, qui, le loro esperienze interiori s'incontrano, pur nella diversità delle tradizioni mistiche, in Oriente come in Occidente. Queste attestano un medesimo itinerario dell'anima, per crucem ad lucem, e da questo mondo al Padre, nel soffio vivificante dello Spirito.
Ciascuno di questi maestri di spirito ci ha lasciato un messaggio sulla gioia. 

I Padri orientali abbondano di testimonianze su questa gioia nello Spirito Santo. Origene, ad esempio, ha descritto spesso la gioia di colui che entra nella conoscenza intima di Gesù: l'anima è allora inondata di allegrezza come quella del vecchio Simeone. Nel tempio che è la Chiesa, egli stringe Gesù fra le braccia. Egli gode pienamente della salvezza tenendo fra le mani colui nel quale Dio riconcilia a sé il mondo (51). Nel Medioevo, fra molti altri, un maestro spirituale d'Oriente, Nicola Cabasilas, vuol dimostrare come l'amore di Dio per lui procuri il massimo della gjoia (52). 

In Occidente, basti citare qualche nome fra quelli che hanno fatto scuola sul cammino della santità e della gioia: sant'Agostino, san Bernardo, san Domenico, Sant'Ignazio di Loyola, san Giovanni della Croce, santa Teresa d'Avila, san Francesco di Sales, san Giovanni Bosco. 

Ma noi vogliamo ricordare in modo più marcato tre figure, che ancora oggi attirano moltissimo l'insieme del popolo cristiano. 

E anzitutto il Poverello d'Assisi, sulle cui tracce si sforzano di mettersi numerosi pellegrini dell'Anno Santo. Avendo abbandonato tutto per il Signore, egli, grazie a madonna povertà, ricupera qualcosa, si può dire, della beatitudine primordiale, quando il mondo uscì, intatto, dalle mani del Creatore. Nella spogliazione estrema, ormai quasi cieco, egli poté cantare l'indimenticabile Cantico delle creature, la lode di frate sole, della natura intera, divenuta per lui come trasparente, specchio immacolato della gloria divina, e perfino la gioia davanti alla venuta di «sora nostra morte corporale»: «Beati quilli ke se trovarà ne le tue sanctissime voluntati». 

In tempi più vicini a noi, santa Teresa di Lisieux ci mostra la via coraggiosa dell'abbandono nelle mani di Dio, al quale essa affida la propria piccolezza. Ma non per questo essa ignora il sentimento dell'assenza di Dio, cosa di cui il nostro secolo, a suo modo, fa la dura esperienza: «Talvolta all'uccellino (a cui essa si paragona) sembra di credere che non esista altra cosa all'infuori delle nuvole che l'avvolgono . . . È quello il momento della gioia perfetta per il povero debole esserino . . . Che gioia per lui restarsene là malgrado tutto, fissare la luce invisibile che si nasconde alla sua fede» (53).

Infine come non ricordare, immagine luminosa per la nostra generazione, l'esempio del beato Massimiliano Maria Kolbe, genuino discepolo di san Francesco? Durante le prove più tragiche, che insanguinarono la nostra epoca, egli si offrì spontaneamente alla morte per salvare un fratello sconosciuto; e i testimoni ci riferiscono che il luogo di sofferenze, ch'era di solito come un'immagine dell'inferno, fu in qualche modo cambiato, per i suoi infelici compagni come per lui stesso, nell'anticamera della vita eterna dalla sua pace interiore, dalla sua serenità e dalla sua gioia.

Nella vita dei figli della Chiesa, questa partecipazione alla gioia del Signore non si può dissociare dalla celebrazione del mistero eucaristico, ov'essi sono nutriti e dissetati dal suo Corpo e dal suo Sangue. Di fatto, in tal modo sostenuti, come dei viandanti sulla strada dell'eternità, essi già ricevono sacramentalmente le primizie della gioia escatologica.
Collocata in una prospettiva simile, la gioia ampia e profonda, che fin da quaggiù si diffonde nel cuore dei veri fedeli, non può che apparire «diffusiva di sé», proprio come la vita e l'amore, di cui essa è un sintomo felice. Essa risulta da una comunione umano-divina, e aspira a una comunione sempre più universale. In nessun modo potrebbe indurre colui che la gusta ad una qualche attitudine di ripiegamento su di sé, Essa dà al cuore un'apertura cattolica sul mondo degli uomini, mentre gli fa sentire, come una ferita, la nostalgia dei beni eterni. 

Nei fervorosi, essa approfondisce la consapevolezza della loro condizione di esiliati, ma li salva altresì dalla tentazione di disertare il proprio posto di combattimento per l'avvento del Regno. Essa fa loro attivamente affrettare il passo verso la consumazione celeste delle Nozze dell'Agnello. Essa è in serena tensione tra l'istante della fatica terrena e la pace della Dimora eterna, conforme alla legge di gravità propria dello Spirito: 

«Se dunque, già fin d'ora, noi gridiamo "Abba, Padre!" perché abbiamo ricevuto questi pegni (dello Spirito di figli), che cosa sarà mai, quando, risuscitati, noi lo vedremo a faccia a faccia? Quando tutte le membra, a ondate riversantisi, faranno sgorgare un inno di esultanza, glorificando Colui che le avrà risuscitate dai morti e gratificate dell'eterna vita? Di fatto, se semplici pegni, avvolgono in se stessi l'uomo da tutte le parti, Io fanno esclamare: "Abba, Padre!", che cosa non farà mai la grazia completa dello Spirito, quando sarà data definitivamente da Dio agli uomini? Essa ci renderà simili a lui e compirà la volontà del Padre, perché renderà l'uomo a immagine e somiglianza di Dio» (54. S. IRENAEI Adversus haereses, V, 8, 1: PG 7, 1142). Fin da quaggiù, i santi ci danno un pregustamento di questa somiglianza.

AMDG et DVM